Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 4 ottobre 2011

Opposizione a sua insaputa di Marco Travaglio

(vignetta tratta da depresso gioioso)
Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione. Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze. Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli. La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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domenica 2 ottobre 2011

Io firmo. Io fermo di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-il Fatto-02.10.11)
























Nel 2001 centinaia di migliaia di persone manifestano al G8 di Genova e prendono un sacco di botte, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, diversamente dai loro elettori. Nel 2002 i Girotondi circondano i tribunali per difendere l’indipendenza delle toghe dalle leggi vergogna, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori. Per i 10 anni di Mani Pulite, 40 mila persone riempiono si riuniscono dentro e fuori dal Palavobis di Milano, ma i vertici del Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori, perché – spiega Violante – “non si festeggiano le manette”. Il 14 settembre un milione di persone occupano piazza San Giovanni e le vie limitrofe contro la Cirami, ma i vertici Ppi e Pds sul palco non ci sono perché gli organizzatori non li vogliono, memori della Bicamerale e degli altri inciuci su giustizia e conflitto d’interessi. Nel 2004 la Cgil di Cofferati riunisce 2 milioni di persone al Circo Massimo contro l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma molti Ppi e Pds flirtano con gli abrogazionisti, diversamente dai loro elettori; quanto a Cofferati, viene imbalsamato a Bologna perché non rompa le palle a Roma. Intanto nasce il movimento contro le guerre in Afghanistan e in Irak, ma a differenza dei loro elettori i vertici Ppi e Pds non ci sono. Infatti, tornati al governo dal 2006 al 2008, confermano le missioni di guerra spacciandole per missioni di pace, così come tutte le leggi vergogna che avevano giurato di cancellare. Nel 2007-2008 Grillo organizza due V-Day per fare, con tre leggi popolari e tre referendum, ciò che il centrosinistra non ha voluto fare: via i condannati e i dinosauri dal Parlamento, via la legge elettorale-porcata, via la Gasparri, via i soldi pubblici ai giornali, via l’Ordine dei giornalisti, ma i vertici di Margherita e Ds, mentre molti loro elettori sfilano e firmano, strillano all’”antipolitica”. L’8 luglio 2008 Micromega e Di Pietro chiamano a raccolta in piazza Navona contro il lodo Alfano: i vertici di Margherita e Ds non ci sono, i loro elettori invece sì. Due anni fa Di Pietro, un pezzo della sinistra radicale e molti comitati civici, promuovono tre referendum: acqua pubblica, no al nucleare, no al lodo Alfano; ma, mentre i loro elettori firmano, i vertici Pd non ci sono perché sotto sotto l’acqua privata, il nucleare e l’impunità per le alte cariche piacciono anche a loro. “Noi – si illumina Bersani – non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni si sono persi 24 referendum e perché manca l’aspetto propositivo”. Risultato: a giugno 29 milioni di italiani di destra e di sinistra corrono a votare i tre referendum, fottendosene dell’aspetto propositivo. I vertici Pd festeggiano come se avessero vinto loro, ma almeno si spera che abbiano imparato la lezione. In fondo non è difficile: basta sintonizzarsi con i propri elettori. Invece niente. Parisi, Di Pietro, Segni, Vendola e altri raccolgono le firme per cancellare la norma più odiata dagli italiani dalle leggi razziali: il Porcellum di Calderoli. Ma l’astuto Bersani non ci sta: gli elettori del Pd cercano invano i banchetti alle feste del partito (un tempo feste dell’Unità), ma li trovano soltanto in alcune, perlopiù seminascosti fuori dal recinto. Il sagace Bersani, per non dispiacere al compagno Piercasinando, al geniale D’Alema e al fico Fioroni, pontifica: “Meglio la via parlamentare”. Uòlter aderisce, poi si dissocia, poi firma. Risultato: 1.210.466 firme che ora garantiranno o una legge elettorale migliore o la fine del regime e le elezioni a primavera. Bersani, che non risulta aver firmato, fa la supercazzola: “Non ci abbiamo messo il cappello, ma abbiamo messo i banchetti” e chiede che qualcuno lo ringrazi. I suoi elettori saranno ben lieti di farlo quando annuncerà le sue dimissioni da segretario, da candidato premier, da tutto. Non solo per essersi circondato di gente come Penati. Ma soprattutto perché, come i suoi predecessori, non ne ha mai azzeccata una.


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sabato 1 ottobre 2011

REFERENDUM ELETTORALE-Un milione di firme Porcellum allo spiedo di Daniela Preziosi

(vignetta portoscomic)
Finirà che in questa legislatura le uniche leggi da non buttare le avranno scritte i cittadini. Un milione e rotti di firme su un referendum che cancella una legge elettorale-porcata è una gran notizia, comunque la si pensi sul sistema elettorale capace di descrivere la realtà senza distorsioni, di riavvicinare la politica ai cittadini, di fornire uno strumento per costruire l’alternativa e infine in grado di allontanare il senso di sconfitta e di impotenza di fronte a un palazzo tetragono al terremoto che lo scuote.
Ieri il comitato elettorale del referendum pro Mattarellum ha esultato, presentando la valanga di firme raccolte in pochi mesi, in prevalenza in piena estate, e senza una grande organizzazione. L’avventura «corsara», come l’hanno battezzata, è iniziata con un gruppo di dirigenti Pd che dissentivano dal referendum proporzionalista di Passigli (poi ritirato), ed è continuata con Bersani che chiedeva di non promuovere i quesiti (ignorato).
Poi l’Idv e Sel hanno abbracciato la battaglia. E comunque alle feste del Pd ai banchetti si faceva la fila. Non manca di notarlo Parisi: «Ora dice di averci dato i banchetti, piuttosto si renda conto che molti democratici la pensano diversamente da lui». Morale: è finita con un milione e duecentomila cittadini che hanno firmato, consapevoli che sarà per loro se questo parlamento cancellerà il porcellum. È finita anche con una benedizione da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il quale questa legge ha rotto il rapporto di fiducia fra eletti ed elettori. «Le nostre stesse parole», gongola Parisi. Insomma, fino a qui tutto bene.
A sinistra, bisogna dirselo chiaro, questo referendum apre un dibattito che forse andava affrontato almeno otto anni fa. Sel l’ha promosso, e ieri Vendola ha parlato del «valore civile prima ancora che politico» di queste firme: «I cittadini vogliono contare, non intendono lasciare una delega in bianco ad una classe politica chiusa in un Palazzo sempre più screditato». Ma in Sel non c’è l’unanimità sul ritorno del Mattarellum, come testimoniava il leader storico di quell’area, Fausto Bertinotti, firmando il quesito per il proporzionale. Come sempre, del resto, ha predicato la sinistra radicale e anche la Federazione della sinistra. Il sistema proporzionale però in questo momento renderebbe inutili le primarie, uno strumento con cui anche la sinistra ha imparato a scegliere candidati, programmi e compagni di strada.
La discussione resta. Ma resta anche lo straordinario risultato di queste firme. Ora si attende il vaglio della Cassazione e quello - molto a rischio - della Consulta entro gennaio 2012. Se il referendum non si farà, resterà il milione di persone che hanno detto a tutte le forze politiche, non solo a quelle di maggioranza, che il porcellum va cancellato.
Se si farà, questo parlamento tenterà una riforma elettorale, che per anni non ha voluto fare. Oppure, più verosimilmente, finalmente andrà a casa, come la Lega ha già fatto capire. E, gran cosa in una democrazia, sarebbe per mano armata (di biro) dei cittadini.

fonte articolo 'Il Manifetso'
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Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 30 settembre 2011

LAVITOLA - Se la tv ospita il latitante di Norma Rangeri

Alla fine il desiderio di Valter Lavitola è stato esaudito: «Non sarà sul piano giudiziario,ma su quello mediatico che stasera potrò dimostrare di non essere l’uomo nero». Dopo aver visto il programma Bersaglio Mobile, inaugurato da Enrico Mentana su La7, effettivamente davanti a noi non ha parlato l’uomo nero, ma un faccendiere, un traffichino, uno della famiglia allargata del sottobosco berlusconiano. Sembrava quasi che avesse insistito lui per essere immortalato dalle telecamere. Aveva voglia di parlare, di spiegare, di fare battute, persino di ribaltare il senso delle intercettazioni più compromettenti («lo mettiamo in ginocchio, con le spalle al muro»). In parte c’è anche riuscito. Nemmeno MarcoTravaglio, il giornalista leader dei mastini della cronaca giudiziaria, ha saputo scalfire il buonumore del latitante. Quando gli ha chiesto di spiegare perché si è iscritto alla massoneria e se avesse un grado superiore a quello di Berlusconi, lasciando intuire un rapporto gerarchico occulto, Lavitola sorridendo gli ha risposto senza problemi: «Mi sono iscritto a diciotto anni, sono sempre rimasto al grado più basso di apprendista, e mi hanno messo in sonno dopo poco tempo, quando ho smesso di pagare le quote». Più o meno il copione si è ripetuto per tutta la durata dell’intervista multipla (insieme a Travaglio c’erano Carlo Boninidi Repubblica, Marco Lillo del Fatto e Corrado Formigli de La7). Il fatto è che in tv i processi, come sa bene Bruno Vespa che ne ha fatto un genere, sono sempre molto utili passerelle degli imputati (da Cogne a Perugia, da Andreotti a Previti) che si trovano davanti non i pubblici ministeri che possono contestare, come succede nelle aule dei tribunali, le affermazioni dell’accusato servendosi delle carte dell’istruttoria, ma giornalisti che per quanto esperti e preparati non possono conoscere a memoria l’inchiesta. È consigliabile evitare di fare un uso improprio della tv, mezzo eccellente per confrontare opinioni, ma inadatto per accertare veritàche solo le sentenze possono offrire.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 27 settembre 2011

La mafia deve girare di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Sul sito dell’Espresso due cronisti coraggiosi, Claudio Pappaianni e Andrea Postiglione, raccontano con tanto di video la Festa dei Gigli nel quartiere Barra di Napoli. Alcuni boss della camorra (uno dei quali reduce da 10 anni di galera, dunque molto popolare) sfilano su una Rolls Royce bianca supercabrio tra due ali di folla in delirio. Palloncini, musica, applausi.(guarda il video tratto da l'Espresso) Poi i padrini invitano tutti a “un minuto di silenzio per i morti nostri”. Chiude la gaia cerimonia la benedizione del parroco. Unica nota stonata, l’assenza delle autorità politiche, sempre meno radicate sul territorio (l’ennesima riprova della divaricazione tra Paese reale e Paese legale). O forse troppo impegnate a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano da Belmonte Mezzagno (Palermo), deputato dal 2001, prima nell’Udc e ora nei Responsabili, fedelissimo di Totò Cuffaro (attualmente detenuto per favoreggiamento mafioso), uno dei pochi parlamentari che nel 2002 non votarono la stabilizzazione del 41-bis, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, si prepara all’ultima battaglia. Oggi infatti la Camera vota la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalle opposizioni, anzi solo da Idv e dal Pd: l’Udc l’ha portato in Parlamento assieme a Cuffaro e pare brutto a Casini sentirselo ricordare. Dunque Piercasinando finge di non conoscerlo (“di Romano conosco solo Prodi”). Ma, per il primo ministro della storia d’Italia imputato per mafia, più che una battaglia sarà una passeggiata. I cosiddetti padani della Lega Nord annunciano che voteranno per lui, contro chi lo vuole cacciare, anche perché difendono alcune centinaia di allevatori fuorilegge per le quote latte e le relative multe, e lui con loro. Strepitosa la dichiarazione del ministro dell’Interno Bobo Maroni, che vanta un curriculum antimafia da paura e poi siede a ogni Consiglio dei ministri accanto al ministro imputato di mafia: “La mozione di sfiducia l’ha presentata l’opposizione, ne sono state presentate in passato e sono sempre state respinte. Non vedo francamente perché non si debba fare la stessa cosa”. In effetti era stata respinta anche la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Nicola Cosentino, imputato di camorra. Ergo, se in futuro si scoprisse che un ministro ha ammazzato la moglie o ha stuprato una bambina, Maroni se lo terrebbe al governo perché si è sempre fatto così. Un fatto di tradizione. Il compianto Lunardi, a questo punto, fa la figura del minimalista. Si era limitato a dire che “con la mafia bisogna convivere”: una constatazione, viste le facce che popolavano e popolano il governo. Oggi, altro che convivere. La convivenza presupponeva una certa qual diversità, tra politica e mafia. Ora invece siamo all’identità, e non solo di linguaggio. Più che mai opportuno, da questo punto di vista, il contributo del ministro gondoliere Brunetta, che ieri, in attesa del piano per la crescita, ha proposto l’eliminazione del certificato antimafia per “snellire” le procedure nella Pubblica amministrazione, con tanti saluti alle “anime belle dell’antimafia”. Come dargli torto. Se il certificato antimafia non si chiede nemmeno alle massime cariche dello Stato, né tantomeno ai politici, perché mai dovrebbero esibirlo gli imprenditori? Renato Schifani, essendo indagato per mafia, non potrebbe concorrere a un appalto, ma può tranquillamente fare il presidente del Senato. Idem per il ministro Romano, per l’on. Cosentino e per il sen. Dell’Utri. Snellire, semplificare per tutti, compresa la mafia, unica azienda italiana che non conosce crisi. Infatti il cardinal Bagnasco s’è ben guardato dal farvi cenno, tra i “comportamenti licenziosi, tristi e vacui che ammorbano l’aria”. Pazienza la mafia, ma la gnocca no! Già allo studio un emendamento al primo articolo della riforma prostituzionale che potrebbe incontrare i favori dei teocon del Pdl e anche dell’Udc: invece di “la patonza deve girare”, “la mafia deve girare”.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 26 settembre 2011

Bravo, Umberto, ne hai fatta di strada di Alessandro Robecchi

In una vecchia barzelletta sovietica, Stalin mostra alla madre i segni del suo potere. La potente macchina nera, la guardia in alta uniforme, le meravigliose stanze del Cremlino. E lei, l’anziana madre,lo benedice con affetto: «Bravo, Josif, ne hai fatta di strada… Ma attento, che se arrivano i comunisti…». Chissà se il popolo leghista conosce quella vecchia storiella. Davanti a esso viene periodicamente mostrato un capo-caricatura che si esprime ormai solo a gesti, pugni tirati all’aria, pernacchie e parolacce. Di Bossi conosciamo ormai solo le patetiche ostensioni organizzate per mascherare la sorda lotta tra colonnelli che avviene alle sue spalle, poi la reliquia viene ripiegata e portata via dagli addetti del cosiddetto «cerchio magico». «Vergognosi attacchi alla mia famiglia», ha biascicato dal palco di Venezia. Eh, sì, la famiglia, croce e delizia. Un figlio piazzato alla regione Lombardia a incassare un grosso assegno, capo delle nazionali di calcio padane alla maniera dei pargoli Gheddafi. Una moglie, Manuela Marrone, baby pensionata dall’età di 39 anni - una cosa che al leghista medio fa salire il sangue agli occhi - e fondatrice di una scuola dove si insegnano ai bambini le tradizioni padane. Tradizioni padane, sì, ma soldi di tutti gli altri, visti gli 800.000 euro munificamente concessi alla struttura da una legge del 2010, opportunamente chiamata «legge mancia» (tenga il resto, buon uomo). E, di contorno, seggiole, cariche, poltrone, nomine, stipendi pubblici, consulenze, affari e affarucci, perlopiù andati male e malissimo, come quella famosa banca CrediEuroNord che costò bel po’ di soldi proprio ai più gonzi tra i padani. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi cadere le braccia, o almeno le spesse fette di salame padanamente piazzate sugli occhi. Ora, il salvataggio in aula di un bel pezzo di Roma ladrona (Marco Milanese) e, prossimamente, anche un voto a protezione di interessi mafiosi (il ministro Saverio Romano). Che dire? Bravo Umberto, ne hai fatta di strada. Ma occhio, che se arrivano i leghisti…

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 25 settembre 2011

Gelmitola

Che l’Italia avesse un “premier a tempo perso” già lo sapevamo: l’ha detto lui a un’amica escort. E l’ha confermato martedì sera con due telefonate mute a Ballarò. Come Presidente del Consiglio ha chiamato Floris per intervenire in diretta, ma poi s’è accorto che il tempo riservato al governo era scaduto, allora ha indossato i panni del Presidente della Patonza e, per la gioia di una trentina di mignotte sedute sulle sue ginocchia, ha fatto il numero del molestatore che non parla, ma ansima. Ora le foto pubblicate qui a fianco dimostrano un altro fatto per noi notorio: anche Frattini Dry è un ministro degli Esteri a tempo perso, nel senso che perde inutilmente tempo a fare il ministro. Il vero capo della nostra diplomazia è Valter Lavitola, ingiustamente sminuito dalla stampa come “faccendiere”, “Valterino”, “direttore de l’Avanti!”. Scherziamo? Lavitola, momentaneamente latitante, è l’uomo chiave del governo, l’architrave del sistema. Ma guardatelo: con che piglio scende dall’aereo della Presidenza del Consiglio dietro al premier! E con quale autorevolezza siede al tavolo del presidente di Panama! Poi, certo, per tenerlo buono, ha lasciato un posto e un pasto caldo anche a Frattini, onde evitare che si accorga di non essere il ministro degli Esteri, ma un semplice “fattorino”, come lo chiamano i diplomatici Usa nei cablo svelati da Wikileaks. E chissà come chiamano Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica a sua insaputa, ieri autrice del seguente comunicato: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern (Ginevra, ndr) e i laboratori del Gran Sasso (Abruzzo, ndr), l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”. Wow! Mentre i soliti disfattisti denunciavano la paralisi delle grandi opere, pomposamente annunciate da B. nel Contratto con gli italiani alla scrivania di Vespa, il governo, zitto zitto, senza farsene accorgere, realizzava un supersonico tunnel di 732 km. scavando nella dura roccia del Gran Sasso. Un’opera ciclopica, faraonica, titanica. Al confronto, la piramide di Cheope e la Muraglia Cinese ci fanno una pippa. Nessuno aveva sospettato nulla, finché un neutrino malandrino ha rovinato l’effetto sorpresa: il premier contava di inaugurare la nona meraviglia del mondo nella prossima campagna elettorale, sottolineando l’enorme sforzo sostenuto a dispetto degli ambientalisti affetti da sindrome Nimby e della pesante eredità dei precedenti governi pagati da Einstein per perpetuare la sorpassata teoria della relatività, e annunciando il prossimo passo: uno speciale collegamento del supertunnel a Nord col Tav in Valsusa (un’altra piccola galleria da Ginevra a Torino) e a Sud col Ponte sullo Stretto (un piccolo scavo fra il Gran Sasso e Reggio Calabria). Ma nulla sfugge a Gelmini occhio di lince. Che fosse il ministro più acuto e perspicace del governo lo si sospettava da tempo, ma ieri ha superato se stessa, a riprova del fatto che il cervello umano, purché collocato nella testa giusta, viaggia più veloce della luce e persino dei neutrini. Permane anche un’altra scuola di pensiero, tipica dei disfattisti, che riferiamo per puro dovere di cronaca e che sostiene dell’inesistenza del tunnel e del relativo stanziamento di 45 milioni. La spiegazione, secondo i malpensanti, andrebbe cercata fra queste quattro.

1) La ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca ha voluto adeguarsi al livello medio dell’Istruzione, Università e Ricerca creato dalle sue riforme.

2) La ministra non sa cosa sia un neutrino e, avendo appreso che alcuni dei medesimi erano partiti da Ginevra raggiungendo rapidamente il Gran Sasso, ha dedotto che, data la distanza e in assenza di aeroporti abruzzesi, abbiano viaggiato in auto o in treno.

3) L’unico tunnel realizzato dal governo B. è quello scavato nella testa, peraltro molto spaziosa, della ministra.

4) Dopo il contributo dato alla fuga dei cervelli, la Gelmini ha visto fuggire anche il suo. Il corpo però rimane saldamente in Italia.


fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 24 settembre 2011

Cicciolina, la casta non sei tu di Caterina Soffici

Meglio una spogliarellista di un ladro” commentò Leonardo Sciascia. “Meglio le luci rosse che i fondi neri” disse Giovanni Spadolini accogliendo l’arrivo di Cicciolina in Parlamento dal 1987 al 1992. Il 26 novembre l’ex onorevole pornostar compirà 60 anni e quindi inizierà a intascare i 3.108 euro di pensione. La notizia rimbalza da qualche giorno con grande scandalo. Cicciolina? Ma se non si è quasi mai vista in Parlamento. Cicciolina? Eppure non c’è bisogno di un novello Sciascia per affermare che è più onorevole dare una pensione a Cicciolina che a uno Scilipoti, a un Paniz o a uno qualsiasi dei deputati pidiellini che nel giorno in cui negano l’arresto per Milanese si mettono in fila per fare un pat pat solidale sulla spalla del collega indagato. Lo scandalo rimane un altro, ossia che la Casta continui a intascare un vitalizio dopo solo 5 anni di lavoro mentre agli altri comuni mortali è chiesto di posticipare l’età del riposo e alle donne di ritirarsi a 65 anni.
Così anche il Financial Times non perde l’occasione per sfottere l’ennesima volta il paese zimbello d’Europa e nota come “nell’anno in cui si suppone che l’Italia celebri il 150 compleanno da nazione moderna” fanno notizia anche altri compleanni. Si cita quello di un “imbonitore” che ne compirà 75 la settimana prossima (il quotidiano della City lo descrive così: “La chirurgia plastica, il make up e gli impianti di capelli lo fanno sembrare più giovane solo finché la macchina fotografica non si avvicina”). E poi si citano i 60 anni di Cicciolina (“Little Fleshy One”) e la relativa pensione che viene presentata come “simbolo del brutto andazzo della politica italiana”.
Queste ipocrite ondate di indignazione sembrano dettate più da ragioni di opportunismo bacchettone, bigottismo e moralismo perbenista che di indignazione anti Casta (ricordiamoci che sono 2.330 gli ex onorevoli pensionati). La guerra andrebbe fatta ai vitalizi tout court, a quelli che sommano il vitalizio parlamentare con altre pensioni, ai doppi e tripli assegni, ai baby pensionati e via elecando. Invece ci si scandalizza di Cicciolina. La quale, interpellata, ha risposto con dignità che lei rispetta una legge dello Stato e che dovessero tagliare i vitalizi ai parlamentari si adeguerebbe “ma sarà molto difficile che la votino, perché io prenderò tremila euro lordi al mese, ma ci sono deputati e senatori che ne prendono più di 15 mila” . Se poi si ricordano le circostanze della candidatura radicale di Cicciolina, non si può altro che solidarizzare con la ex starlette. Lei era la provocazione in carne e ossa. Lei era la porno denuncia di ben altri sconci parlamentari e in virtù di questo ventimila persone l’avevano scelta. Mica gente come la Nicole Minetti, eletta nel listino bloccato su volere di Papi.
Hanno chiesto a Cicciolina se sarebbe andata a una festa a Palazzo Grazioli invitata da B. Sapete cosa ha riposto? “Mi invitavano da destra e sinistra. Ho sempre declinato perché avevo la mia vita, i miei gatti, le mie serate. Dovevo lavorare, non perdere tempo per farmi promettere delle cose per una notte di amore. Non me ne fregava niente”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Mafiacitorio di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto-24.09.11)
Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989. Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi. Altro che casta, questa è una cosca. L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”. Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette. Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero? E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”. Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”. È tutto un incrociarsi di ricatti, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali. E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande. Ma nelle dichiarazioni pubbliche. Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perché non sei disposto a fare fronte comune”. Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia. Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia. “Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”. Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”. La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”. Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perché un altro l’ha fatta franca. Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”. Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo. E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante. Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”. Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni. E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli). Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio... con le spalle al muro... alle corde... e lui ci dà tutti i soldi che vogliamo”. La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”. E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”. A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte. Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 23 settembre 2011

CRISI D’OPPOSIZIONE di Norma Rangeri

(vignetta Umberto Romaniello)
Scontato, ma non per questo meno indecoroso, il voto parlamentare che ieri ha salvato dall’arresto il deputato Marco Milanese e Berlusconi con lui. Qualche franco tiratore, la conferma di uno stallo, di un vuoto di governo nel momento di massima crisi economica, di imbarazzante decadenza morale, di vertiginosa inconsistenza politica. Si naviga a vista mentre i bollettini di guerra di borse e spread si accoppiano alla continua revisione, al ribasso, del Tesoro sulle previsioni di crescita dell’economia italiana. Persino il Fondo monetario internazionale ormai esterna i suoi dubbi con riferimenti espliciti alla capacità del presidente del consiglio di garantire stabilità degli equilibri politici e coesione sociale.Del resto si tratta di dubbi non solo legittimi ma ampiamente confermati da inequivocabili segnali provenienti dal cuore del potere berlusconiano.
In una giornata i titoli Mondadori e Mediaset hanno perso centosessanta milioni, un risultato direttamente legato alle fibrillazioni della vigilia del voto su Milanese. Un crollo sul mercato delle aziende presidenziali è utile pro-memoria del conflitto di interessi che opera come una sorta di governo-ombra, nitidamente rappresentato anche dall’ennesimo rinvio delle nomine Rai (direzioni di reti e di testate), da tempo sospese nel limbo di smottamenti imprevedibili.
Berlusconi resiste, non molla ma sa bene che salvare le proprie imprese e restare al governo è un unico programma. Per attuarlo dovrà sparare tutti i colpi di riserva, affrontando una campagna di comunicazione che non prevede prigionieri e ha bisogno di una televisione senza opposizioni credibili, ridotta a voce del padrone. Oggi più di sempre. Eppure la crisi e l’agonia del centrodestra non trovano una risposta delle opposizioni. Come prigioniere di un perverso effetto-contagio, proprio in questo momento chi dovrebbe rappresentare un’alternativa è invece al massimo della sua afasia politica.
Se in campo ci fosse una «manovra della sinistra», una moralità da spendere per la credibilità di una nuova classe di governo, potremmo rischiare il successo di una vera inversione di rotta e rompere il recinto della cittadella berlusconiana. Come hanno dimostrato le ultime prove elettorali (amministrative e referendarie) vinte su gambe robuste: un programma di radicale cambiamento, la credibilità delle leadership che se ne facevano garanti, la prefigurazione di una sinistra sociale e popolare.
Assistiamo invece alle passerelle dei soliti noti nei talk-show della sera, spese in una replica infinita dei vizi dell’avversario e delle proprie virtù. Scavalcati a sinistra non solo dalla piazza, come è naturale, ma dagli editoriali del giornalone della borghesia milanese che invoca il ritorno del vecchio Marx («Date a Marx unachance per salvare l’economia mondiale»). Ce lo vedete voi Bersani che cita il filosofo di Treviri quando ha difficoltà persino a farsi vedere in un comizio con Vendola e Di Pietro per non turbare l’umore di Casini?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Giustizia alla Milanese di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Ebbene sì, ci arrendiamo. Ha ragione il Cavalier Patonza: la giustizia italiana è politicizzata. Sentite il colonnello Salvatore Paglino, della Guardia di Finanza, che a Bari indagava su Tarantini per droga, prostituzione e corruzione assieme al pm Giuseppe Scelsi: “Il 26 giugno 2009 il dottor Laudati (appena insediato come procuratore capo, ndr) indisse una riunione... Disse che le indagini avevano creato preoccupazione nelle istituzioni; la sua presenza in loco era stata voluta dal ministro di Giustizia Alfano, al quale aveva garantito una soluzione...; e la situazione era arrivata a un punto di gravità tale da poter produrre effetti negativi sul governo, nonché sulla Gdf”. Paglino verrà fatto addirittura arrestare da Laudati. Ed ecco il racconto del pm Scelsi, subito estromesso dalle indagini: “Laudati disse che era molto amico del ministro della Giustizia (Alfano, ndr) che gli aveva concesso l’onore del tu e, grazie a questo, aveva garantito per me, impedendo l’avvio di un’ispezione; e che era stato mandato a Bari per conto del ministro”. Da allora le indagini si inabissano per due anni e vengono chiuse solo pochi giorni fa, quando la Procura di Napoli scopre che anche Tarantini sa delle presunte “frenate” di Laudati. Questi nega tutto, ma è singolare che sia Paglino (in una relazione di servizio), sia Scelsi (al Csm), sia Tarantini (intercettato) l’accusino di avere sterilizzato l’inchiesta che preoccupava B. Quanti Laudati ci sono negli uffici giudiziari italiani? Parecchi, a giudicare dalle troppe indagini sui potenti che si inabissano o finiscono in archivio. Poi, a politicizzare la giustizia, c’è il Parlamento, pieno di imputati, avvocati e qualche magistrato. Scelsi racconta che l’ex collega Maritati, deputato dalemiano, gli chiese notizie riservate sul coinvolgimento di amici di D’Alema nell’inchiesta. Un po’ quel che faceva l’ex pm Papa sull’altra sponda. Intanto gli onorevoli avvocati si occupano di salvare dalla galera gli onorevoli clienti o compari. E così il Parlamento s’è trasformato in un grado di giudizio aggiuntivo, spesso definitivo. Ieri Marco Milanese, accusato di vendere posti e appalti pubblici in cambio di soldi, gioielli, orologi di gran pregio, auto di lusso, s’è salvato dal carcere grazie al voto di 312 colleghi (compreso il suo), mentre i suoi coindagati sono finiti regolarmente dentro. Era già accaduto a tutti i deputati e senatori (escluso Papa), di destra e di sinistra, raggiunti nell’ultimo quindicennio da mandati di cattura per reati gravissimi. La legge consente alle Camere di negare il via libera all’arresto di loro membri solo in caso di fumus persecutionis, non certo in base a considerazioni politiche o a valutazioni delle prove difformi da quelle date dal giudice. Ma il Parlamento se ne infischia: bypassa a pie’ pari il fumus persecutionis (in effetti mai visto) e salva i compari di casta, anzi di cosca, per solidarietà di partito o di governo. Bossi, che aveva autorizzato l’arresto di Papa, l’ha negato per Milanese “per tenere in piedi il governo”. L’on. avv. Paniz ha avvertito eventuali dissenzienti: “Se arrestano Milanese, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. La stima della gente per i politici è bassina, ma anche la loro autostima non scherza. Come diceva Woody Allen, “la loro moralità è una tacca sotto quella degli stupratori di bambini”. Infine, a politicizzare la giustizia, ci sono le leggi di tolleranza zero per i poveracci e di tolleranza mille per lorsignori. La Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio del giovane etiope El Israel, reo di aver spezzato due rametti di un cespuglio cogliendo dei fiori nel parco per la fidanzata e di aver così “danneggiato un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa, con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto alla pubblica fede”. Il mascalzone rischia da 6 mesi a 3 anni di galera. Se Berlusconi, invece di continuare a corrompere, abusare e frodare, si decide a strappare qualche ramo di oleandro in un’aiuola, ce lo leviamo dalle palle.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 21 settembre 2011

ECONOMIA ITALIANA - Con Silvio B. dieci anni di declino di Pitagora

(vignetta Mauro Biani)
Standard & Poor’s ha abbassato di un gradino (da A+ ad A) il giudizio sui titoli dello stato italiano a «causa dell’indebolimento delle prospettive di crescita e dell’incertezza del contesto politico», aggiungendo che «le prospettive rimangono negative». L’agenzia si è quindi lasciata aperta la possibilità di procedere a breve a un ulteriore declassamento, tenendo presente che «il debito pubblico dell’Italia è il più alto tra i paesi sovrani con rating A». In ogni caso, il giudizio rimane nella fascia più elevata di voto.
Al di là della decisione, di fatto scontata in presenza di condizioni di mercato che attribuiscono alla carta italiana un premio al rischio più elevato rispetto alla bassa probabilità di bancarotta stimata dell’agenzia di rating, appaiono di un certo interesse le motivazioni fornite.
La sostenibilità dell’elevato debito pubblico è messa in discussione dalle insufficienti prospettive di crescita dell’economia italiana che, in linea con le principali istituzioni internazionali (Bce, Fmi, Ocse), sono state abbassate e dalla «fragilità della coalizione di governo e delle divergenze politiche all’interno del Parlamento che continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisiva al difficile contesto macroeconomico».
In seguito all’interpretazione malevola del governo, secondo cui il giudizio sarebbe stato «influenzato da considerazioni politiche», l’agenzia ha diffuso una nota in cui si dice che «la valutazione è basata su un’analisi dettagliata e indipendente delle prospettive economiche e fiscali dell’Italia e sulle ipotesi relative all’andamento atteso del debito». L’agenzia ha poi precisato che «i rating indicano come diverse iniziative politiche possono impattare l’affidabilità finanziaria e non intendono dare alcun suggerimento sulle politiche che un governo dovrebbe o non dovrebbe perseguire». Dopo poche ore, il Presidente della Confindustria si è espressa in termini più netti dichiarando che «non c’è più tempo: o il governo è in grado di mettere in piedi una serie dimisure gravi, serie, anche impopolari, sennò deve andare a casa».
Il punto é che in oltre otto anni di governo della destra in quest’ultimo decennio il declino dell’economia italiana è stato enorme. Il Pil del nostro Paese è stato sopravanzato da quello della Cina, dell’India e del Brasile; altri Paesi ci tallonano con tassi di crescita attesi molto più elevati del nostro; quello della Turchia è più elevato di quello cinese; il peso dell’Italia negli scambi commerciali è crollato; malgrado politiche retributive del lavoro sfavorevoli, la competitività delle nostre aziende nel mercato mondiale è calata; sebbene la domanda di prodotti esteri sia debole per il calo dei redditi delle famiglie, l’interscambio delle partite correnti è negativo; non esistono «campioni nazionali» nei comparti tecnologicamente avanzati.
La ricchezza pro-capite degli italiani, distribuita in modo sempre più diseguale è diminuita in media di quasi un punto percentuale all’anno. La povertà si è diffusa e va interessando ceti sociali prima benestanti. L’indebitamento delle famiglie è cresciuto a ritmi elevati. Per quanto riguarda i conti pubblici si è sprecato il dividendo dell’euro non perseguendo all’inizio del decennio il pareggio di bilancio quando era un obiettivo di semplice portata, anche in virtù della migliore reputazione allora goduta dallo stato italiano in seguito al risanamento realizzato nel lustro precedente. I governi di destra hanno dissipato l’apprezzamento dei mercati accrescendo costantemente la spesa e allentando i controlli amministrativi, preventivi e susseguenti.
L’improvvisazione di questa estate nel formulare con colpevole ritardo una manovra correttiva dei conti pubblici e le intrinseche debolezze e ingiustizie di quella approvata in assenza di qualsiasi approfondimento da parte del Parlamento sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In una situazione di crollo della fiducia degli investitori che ha portato all’inusuale intervento dell’Eurosistema dell’acquisto di titoli di stato e al commissariamento del governo da parte di quelli francese e tedesco, la richiesta di S&P di un ricambio nelle politiche economiche del nostro Paese appare non solo ragionevole, ma scontato.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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La malavitola di Marco Travaglio

(foto tratta da l'unità.it)
L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sorridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall'esilio del generale De Gaulle dopo l'occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent'anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L'altra sera il noto campione d'indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all'ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”:
1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare);
2) “un nuovo modo di guardare l'economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor's a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola);
3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all'avanguardia. Commentando l'indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c'entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c'ha i piccioli pure int'u culu e abbiamo saputo puro che c'ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco... E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all'estero”. “Te l'avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Tarantini”. “L'indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ragazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell'Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l'ha voluto commemorare da par suo.

fonte articolo 'Il fatto Quotidiano'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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mercoledì 14 settembre 2011

Eurobunga di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-14.09.11)
Ometto: Ehilà bella gnocca! Ma lo sai che sei molto carina? Sono il capo del governo italiano, il migliore degli ultimi 150 anni. Il presidente del Parlamento europeo mi attende con ansia, annunciami.
Segretaria: Veramente in agenda non risulta e il presidente è occupatissimo. Se mi dice per che cos’era, prendo nota.
Ometto: Non capisci: a me serve incontrarlo oggi, domani è già tardi.
Segretaria (all’interfono): Presidente, c’è qui un ometto tutto liftato e asfaltato che ride sempre e chiede di lei. Dice che è il presidente del Consiglio italiano, ma a me pare impossibile.
Presidente: Le ha parlato di comunisti e di giudici?
Segretaria: Sì, come ha fatto a indovinare?
Presidente: Si fidi, è lui. Che vuole?
Segretaria: Dice che viene per colpa dell’opposizione e di certi pm. Giura che ha appuntamento, ma a me non risulta.
Presidente: Nemmeno a me. Gli dica di ripassare il mese prossimo. Ora ho da fare, mica siamo al Parlamento italiano.
Segretaria: Gliel’ho già detto, ma insiste. (Sottovoce) È un’ora che rompe. Racconta barzellette zozze, insiste perché vada ai suoi lunga-lunga o qualcosa del genere, ora mi sta riattaccando ‘sta pippa sui comunisti e i giudici, parla anche di una famiglia barese che ha salvato dalla fame. Non mi fa lavorare. Non è che potrebbe ricevermelo un paio di minuti, così ce lo leviamo dalle palle?
Presidente: Vabbè, faccia entrare, però aspetti che levo le poltrone dall’ufficio, sennò si installa qui come una zecca.
Ometto: Presidente carissimo! Ma sei sempre più giovane! E a figa come vai? Scherzo, eh! Però, se vuoi favorire, non fare complimenti: basta che mi fai una chiavatina, ah ah volevo dire chiamatina, buona questa... Mi fai accomodare?
Presidente (guardando l’orologio): Senta, sto aspettando il presidente polacco. Si sieda lì sul portaombrelli.
Ometto: A proposito, la sai quella del tizio che si siede sul portaombrelli e non si accorge dell’ombrello a punta insù? Me l’ha passata Lavitola e l’ho subito raccontata al Papa.
Presidente: Guardi, abbiamo due minuti esatti da ora, venga al punto. In che cosa posso esserle utile?
Ometto: Quanta fretta, cribbio! No, niente, sono venuto a Bruxelles...
Presidente: Veramente siamo a Strasburgo. Ometto: ...ecco, appunto, a Strasburgo... per illustrarti le manovre dei comunisti e delle toghe rosse e la manovra del mio governo che ha salvato l’Italia. Pensa che per impedirmelo quei comunisti dei pm volevano interrogarmi a Napoli.
Presidente: Guardi, se era per me poteva tranquillamente andare a Napoli: della sua manovra non me ne può fregare di meno. Se i premier dei 27 Stati membri venissero qui ogni volta che fanno una manovra, non mi basterebbero 48 ore al giorno.
Ometto: Ma gli onorevoli Mauro e Tajani mi avevano garantito che eravate interessati. Presidente: Mauro e Tajani chi?
Ometto: Mah, forse c’è stato un equivoco. A proposito, quella culona della Merkel è da queste parti? Devo scusarmi per un altro equivoco.
Presidente (Riguarda l’orologio e rialza la cornetta): Signorina, faccia entrare quello della sicurezza. (Entra un armadio umano) Bravo, Kurt, accompagni questo signore all’uscita. Arrivederla, buonuomo, le faremo
Ometto (Riaccende il cellulare e compone un numero con prefisso sudamericano): Pronto Valter? Ti chiamo da Strasburgo o forse da Bruxelles, non sottilizziamo. Tutto ok, l’ho sfangata anche stavolta. Che faccio: torno in Italia e chiarisco tutto con i pm? Lavitola: Resta dove sei, che è meglio.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 13 settembre 2011

Quel nano triste da italiano in gita di Marco Travaglio

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-13.09.11)
Domani il presidente del Consiglio del noto Paese di merda volerà insalutato e indesiderato ospite a Strasburgo per illustrare all’Europa, che non gli aveva chiesto nulla ed era ignara di tutto, la settima versione della manovra economica, per giunta provvisoria visto che il Parlamento non l’ha ancora approvata e gli alleati leghisti han presentato 300 emendamenti. Il presidente del Parlamento europeo ha fatto sapere che potrà dedicare all’illustre turista in gita low cost “due minuti al massimo per una visita meramente privata”. Ha da fare col presidente polacco che, non dovendo scappare dai magistrati, aveva programmato la visita da mesi. Mai, del resto, le istituzioni europee erano stata usate da un capo di governo come alternativa alla latitanza. Il presidente della Commissione, il pacioso Barros, si rende felicemente complice della fuga solitaria dell’amico impunito, suo generoso coinquilino nel gruppo Ppe. Ma non ha potuto fare a meno di comunicare che, di quell’incontro, non aveva mai avvertito l’esigenza: “È stato chiesto la settimana scorsa dal governo italiano”, cioè dagli avvocati del premier, terrorizzati all’idea che vada a parlare da solo, senza di loro, con i pm. È talmente fuori che, lasciato a se stesso, può dirne di tutti i colori: entrare testimone e uscire indagato. Tant’è che Ghedini chiede ai pm di bruciare inutili tempi morti e sentirlo come indagato. Così potrà avvalersi della facoltà di non rispondere (riservata agli inquisiti e negata ai testi) o, nel malaugurato caso che apra bocca, provvederanno loro a fargli da badanti e, se le cose si mettono male, a trascinarlo via con qualche scusa. Sanno bene che, qualunque cosa dica, rischia grosso. Se continua a contar balle, e cioè che non ha subito ricatti perché per Tarantini e Lavitola è come una dama della San Vincenzo, scatta l’incriminazione per falsa testimonianza. Se invece, tanto per cambiare un po’, dice la verità, e cioè che ha dovuto sganciare tutti quei soldi perché Tarantini non lo coinvolgesse nei suoi traffici di prostituzione e, patteggiando, non facesse uscire le sue telefonate intercettate con le mignotte, i pm gli chiedono dove ha preso il denaro, da quali riserve occulte, chi ci ha pagato le tasse e perché ha violato una legge fatta da lui stesso che vieta i movimenti in contanti sopra i 5 mila euro. Il guaio è che lui, poveretto, non ha la più pallida idea di cosa sia il Codice penale: come dice Luttazzi, l’ha sempre scambiato per un catalogo di opzioni. Ieri, per esempio, ha espresso tutto il suo stupore per il fatto che i pm “vogliono a tutti i costi ascoltarmi come vittima di un’estorsione che io ho chiarito di non considerare tale”. Purtroppo, a decidere l’esistenza o meno di un’estorsione, non è la vittima del ricatto, ma il giudice: capita quasi sempre che il ricattato, proprio perché ricattato, neghi di esserlo. Se l’estorsione necessitasse dell’avallo dell’estorto, non si farebbe un processo contro la mafia del pizzo, visto che i commercianti che lo pagano negano sempre di pagarlo e, quando si dimostra il contrario, sostengono di aver aiutato una famiglia bisognosa. Proprio quel che racconta B. a proposito degli 800 mila euro a Tarantini, più affitto e 20 mila euro al mese. Chissà se domani, per riabilitare l’Italia screditata dalle sinistre, racconterà all’Europa di aver adottato la famiglia bisognosa di Tarantini, “passato dal benessere alla miseria a causa dell’intervento dei magistrati”. Tutto vero: il sant’uomo, accusato di traffico di droga, favoreggiamento della prostituzione e corruzione, è stato sette volte indagato, tre volte arrestato e una volta condannato in primo grado. Tutto chiaro: i magistrati han voluto perfidamente stroncare un’avviata carriera di spacciatore e magnaccia. Oggi a Strasburgo, dopo tante incomprensioni, qualcuno finalmente concorderà con B: “Silvio, ma lo sai che hai ragione? Il tuo è proprio un Paese di merda. Infatti lo governi tu e nessuno dice nulla”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 9 settembre 2011

«Ci scusi ma la lettera a Berlusconi deve rimanere segreta»? La risposta: «Potrebbe nuocere ai mercati» di Cinzia Gubbini

Egregio signore, va bene la trasparenza, ma non possiamo parlare di questi argomenti con lei. E soprattutto non in questo momento. Potrebbe essere questa la sintesi della risposta della Banca centrale europea ad Andrea D’Ambra, presidente dell’associazione Generazione Attiva, che aveva chiesto di avere accesso alla lettera che il presidente della Bce Trichet ha inviato a Berlusconi all’inizio di agosto. Quella che ha dato la stura alla manovra economica appena approvata. Quella che, secondo indiscrezioni, conteneva un inedito vademecum su cosa avrebbe dovuto fare l’Italia per rassicurare i mercati. Una sorta di “commissariamento”.
Ne sono seguiti appelli dalle prime pagine dei quotidiani affinché venisse resa pubblica. Persino un gruppo su Facebook che sollecita: «Tiratela fuori!» Ma D’Ambra ha fatto la cosa più semplice del mondo: ha richiesto formalmente di avere accesso alla lettera, in base alla decisione della Bce del 4 marzo 2004, che in nome della trasparenza amplia la possibilità (già prevista in una precedente decisione del ‘98) di poter accedere agli atti della Banca centrale. La risposta, però, è stata un «no, ci dispiace».
In una missiva dettagliata e cortese – davvero altri gli standard europei rispetto a quelli italiani - il direttore generale del Segretariato e dei servizi linguistici della Bce spiega: «Abbiamo deciso di non fornire accesso al documento richiesto, poiché la divulgazione recherebbe pregiudizio alla tutela dell’interesse pubblico». Addirittura? «Nella fattispecie la Banca europea ritiene che la divulgazione recherebbe pregiudizio all’efficacia dei messaggi della stessa Bce ai governi degli stati membri, in quanto strumento atto a promuovere un contesto favorevole al ripristino della fiducia degli investitori dei mercati finanziari, elemento di primaria importanza ai fini di una fluida conduzione della politica monetaria». Il riferimento è all’art. 4 della decisione di sette anni fa, in cui è scritto chiaramente che la Bce può rifiutare l’accesso a un documento quando la sua divulgazione possa recare pregiudizio alla politica monetaria, finanziaria o economica della Comunità o di uno Stato membro. Detta così sembra la cosa più ragionevole del mondo. Ma applicata al caso della lettera di Trichet (e stando alla risposta della Bce, quella all’Italia non sarebbe l’unica) le cose cambiano. Innanzitutto perché è stata la Bce a seguire una procedura da tutti giudicata inconsueta e politicamente azzardata, che rischia di esautorare le competenze non solo dei governi ma anche dei parlamenti nazionali. Ma in che senso la divulgazione della lettera ne inficerebbe l’efficacia? Gli investitori, probabilmente, sarebbero concordi con la Bce. I cittadini, in effetti, forse un po’ meno. Occorre non disturbare il manovratore? D’Ambra non demorde: «Almeno il parlamento dovrebbe essere informato. Faremo ricorso, e se necessario arriveremo fino al mediatore europeo».

fonte articolo 'Il Manifesto'
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