Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

La tua opinione é importante, esprimila, lascia un commento ai post.

Prego gentilmente tutti quelli che postano la loro opinione scegliendo l'opzione 'Anonimo' di blogger di firmare il proprio commento. grazie. ros

Clicca per tornare nella Home

Clicca per tornare nella Home
di 'Per quel che mi riguarda'
Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post

giovedì 6 ottobre 2011

Marina mercantile di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Siamo alle sentenze ad personam!”, tuona Marina Berlusconi in un’intervista-scendiletto (leggi l'intervista) gentilmente offerta dal Correre della Sera di cui, essendo consigliera di Mediobanca, è azionista. La nota giureconsulta di scuola arcoriana ignora che tutte le sentenze sono ad personam, nel senso che riguardano sempre una persona fisica o giuridica. Ma forse la signora pretende che, per condannare uno di Milano, i giudici condannino tutti i milanesi onde evitare sentenze ad personam. I suoi alti lai riguardano la sentenza della Corte d’appello di Milano che ha condannato la Fininvest (da lei presieduta) a risarcire la Cir con 564 milioni per averla scippata della Mondadori (da lei presieduta) con la celebre sentenza del giudice Metta, corrotto da Previti per conto di B. Anziché vergognarsi di presiedere un’azienda rubata grazie a un giudice corrotto coi soldi e nell’interesse del suo Papi, la Marina sostiene di avere “scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie”. Il tarlo, la falla – come spiega sul Fatto Antonella Mascali – sarebbe un taglio fatto dalla Corte d’appello nel citare il passo di sentenza della Cassazione del 2007: quella sulla richiesta dell’Imi di revocare la sentenza Imi-Sir (l’altro verdetto Metta comprato da Previti, quella volta per conto dei Rovelli) che condannava la banca a un mega-risarcimento non dovuto di 1.000 miliardi di lire. Secondo la Fininvest, i giudici di Milano, omettendo il riferimento alla revocatoria, avrebbero fatto dire alla Cassazione che non occorre revocatoria per liquidare i danni del caso Mondadori, mentre la Suprema Corte avrebbe detto il contrario. E qui la Berluschina infila uno sfondone dopo l’altro.

1) La sentenza Metta su Imi-Sir divenne definitiva, dunque aveva un senso chiederne la revoca. La sentenza Metta su Mondadori non passò mai in giudicato, perché dopo l’appello lo scippatore Berlusconi e lo scippato De Benedetti (ancora ignaro della corruzione), si accordarono per la restituzione di parte del maltolto. Dunque non c’era materia per chiedere la revoca.

2) Infatti la Cir non ha chiesto un altro processo per riavere la Mondadori: ha chiesto il danno da reato (la corruzione del giudice Metta che truccò la sentenza).

3) La Corte d’appello non cita la Cassazione del 2007 per affermare che non occorra la revocatoria, ma per dimostrare che basta un giudice corrotto su tre per rendere nulla una sentenza. Quando parla di tarlo e di falla, la signora Marina scambia le mele con le pere.

4) Per dimostrare che, per liquidare il danno, non occorre revocatoria, la Corte cita un’altra sentenza di Cassazione, la “18.5.1984 n. 3060”. Ma fa anche notare che l’eccezione della Fininvest è “tardiva”, dunque non può essere considerata: andava presentata in primo grado, dinanzi al giudice Mesiano, ma allora i giureconsulti arcoriani, capitanati dall’ex giudice costituzionale Vaccarella, se la scordarono.

Ora è tardi. Infatti il presunto tarlo nella sentenza d’appello viene segnalato non nel ricorso in Cassazione, ma al ministro della Giustizia e al Pg della Cassazione perché puniscano disciplinarmente i giudici cattivi che fanno sentenze ad personam. Primo caso al mondo di una parte che perde una causa e, anziché impugnare la sentenza, va a piangere dal ministro (che, fra l’altro, dipende da Papi). Del resto è dal 1990 che l’affare Mondadori si gioca su tavoli truccati. La corruzione del giudice Metta. Le leggi ad personam per mandare in fumo il processo. Il linciaggio del giudice Mesiano per porto abusivo di calzini turchesi. L’incredibile sospensiva concessa alla Fininvest dopo la prima condanna a rifondere 750 milioni alla Cir. I maneggi della P3 per influenzare la Corte d’appello. La legge vergogna per chiudere con 8,6 milioni il contenzioso da 173 della Mondadori col fisco. E ora le minacce ai giudici d’appello in base a tarli e falle inventati di sana pianta: cose che capitano alle ragazze che, da piccole, Papi faceva accompagnare a scuola da Vittorio Mangano perché non facessero brutti incontri.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

sabato 1 ottobre 2011

Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

venerdì 30 settembre 2011

LAVITOLA - Se la tv ospita il latitante di Norma Rangeri

Alla fine il desiderio di Valter Lavitola è stato esaudito: «Non sarà sul piano giudiziario,ma su quello mediatico che stasera potrò dimostrare di non essere l’uomo nero». Dopo aver visto il programma Bersaglio Mobile, inaugurato da Enrico Mentana su La7, effettivamente davanti a noi non ha parlato l’uomo nero, ma un faccendiere, un traffichino, uno della famiglia allargata del sottobosco berlusconiano. Sembrava quasi che avesse insistito lui per essere immortalato dalle telecamere. Aveva voglia di parlare, di spiegare, di fare battute, persino di ribaltare il senso delle intercettazioni più compromettenti («lo mettiamo in ginocchio, con le spalle al muro»). In parte c’è anche riuscito. Nemmeno MarcoTravaglio, il giornalista leader dei mastini della cronaca giudiziaria, ha saputo scalfire il buonumore del latitante. Quando gli ha chiesto di spiegare perché si è iscritto alla massoneria e se avesse un grado superiore a quello di Berlusconi, lasciando intuire un rapporto gerarchico occulto, Lavitola sorridendo gli ha risposto senza problemi: «Mi sono iscritto a diciotto anni, sono sempre rimasto al grado più basso di apprendista, e mi hanno messo in sonno dopo poco tempo, quando ho smesso di pagare le quote». Più o meno il copione si è ripetuto per tutta la durata dell’intervista multipla (insieme a Travaglio c’erano Carlo Boninidi Repubblica, Marco Lillo del Fatto e Corrado Formigli de La7). Il fatto è che in tv i processi, come sa bene Bruno Vespa che ne ha fatto un genere, sono sempre molto utili passerelle degli imputati (da Cogne a Perugia, da Andreotti a Previti) che si trovano davanti non i pubblici ministeri che possono contestare, come succede nelle aule dei tribunali, le affermazioni dell’accusato servendosi delle carte dell’istruttoria, ma giornalisti che per quanto esperti e preparati non possono conoscere a memoria l’inchiesta. È consigliabile evitare di fare un uso improprio della tv, mezzo eccellente per confrontare opinioni, ma inadatto per accertare veritàche solo le sentenze possono offrire.

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

martedì 27 settembre 2011

La mafia deve girare di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Sul sito dell’Espresso due cronisti coraggiosi, Claudio Pappaianni e Andrea Postiglione, raccontano con tanto di video la Festa dei Gigli nel quartiere Barra di Napoli. Alcuni boss della camorra (uno dei quali reduce da 10 anni di galera, dunque molto popolare) sfilano su una Rolls Royce bianca supercabrio tra due ali di folla in delirio. Palloncini, musica, applausi.(guarda il video tratto da l'Espresso) Poi i padrini invitano tutti a “un minuto di silenzio per i morti nostri”. Chiude la gaia cerimonia la benedizione del parroco. Unica nota stonata, l’assenza delle autorità politiche, sempre meno radicate sul territorio (l’ennesima riprova della divaricazione tra Paese reale e Paese legale). O forse troppo impegnate a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano da Belmonte Mezzagno (Palermo), deputato dal 2001, prima nell’Udc e ora nei Responsabili, fedelissimo di Totò Cuffaro (attualmente detenuto per favoreggiamento mafioso), uno dei pochi parlamentari che nel 2002 non votarono la stabilizzazione del 41-bis, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, si prepara all’ultima battaglia. Oggi infatti la Camera vota la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalle opposizioni, anzi solo da Idv e dal Pd: l’Udc l’ha portato in Parlamento assieme a Cuffaro e pare brutto a Casini sentirselo ricordare. Dunque Piercasinando finge di non conoscerlo (“di Romano conosco solo Prodi”). Ma, per il primo ministro della storia d’Italia imputato per mafia, più che una battaglia sarà una passeggiata. I cosiddetti padani della Lega Nord annunciano che voteranno per lui, contro chi lo vuole cacciare, anche perché difendono alcune centinaia di allevatori fuorilegge per le quote latte e le relative multe, e lui con loro. Strepitosa la dichiarazione del ministro dell’Interno Bobo Maroni, che vanta un curriculum antimafia da paura e poi siede a ogni Consiglio dei ministri accanto al ministro imputato di mafia: “La mozione di sfiducia l’ha presentata l’opposizione, ne sono state presentate in passato e sono sempre state respinte. Non vedo francamente perché non si debba fare la stessa cosa”. In effetti era stata respinta anche la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Nicola Cosentino, imputato di camorra. Ergo, se in futuro si scoprisse che un ministro ha ammazzato la moglie o ha stuprato una bambina, Maroni se lo terrebbe al governo perché si è sempre fatto così. Un fatto di tradizione. Il compianto Lunardi, a questo punto, fa la figura del minimalista. Si era limitato a dire che “con la mafia bisogna convivere”: una constatazione, viste le facce che popolavano e popolano il governo. Oggi, altro che convivere. La convivenza presupponeva una certa qual diversità, tra politica e mafia. Ora invece siamo all’identità, e non solo di linguaggio. Più che mai opportuno, da questo punto di vista, il contributo del ministro gondoliere Brunetta, che ieri, in attesa del piano per la crescita, ha proposto l’eliminazione del certificato antimafia per “snellire” le procedure nella Pubblica amministrazione, con tanti saluti alle “anime belle dell’antimafia”. Come dargli torto. Se il certificato antimafia non si chiede nemmeno alle massime cariche dello Stato, né tantomeno ai politici, perché mai dovrebbero esibirlo gli imprenditori? Renato Schifani, essendo indagato per mafia, non potrebbe concorrere a un appalto, ma può tranquillamente fare il presidente del Senato. Idem per il ministro Romano, per l’on. Cosentino e per il sen. Dell’Utri. Snellire, semplificare per tutti, compresa la mafia, unica azienda italiana che non conosce crisi. Infatti il cardinal Bagnasco s’è ben guardato dal farvi cenno, tra i “comportamenti licenziosi, tristi e vacui che ammorbano l’aria”. Pazienza la mafia, ma la gnocca no! Già allo studio un emendamento al primo articolo della riforma prostituzionale che potrebbe incontrare i favori dei teocon del Pdl e anche dell’Udc: invece di “la patonza deve girare”, “la mafia deve girare”.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

sabato 24 settembre 2011

Mafiacitorio di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto-24.09.11)
Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989. Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi. Altro che casta, questa è una cosca. L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”. Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette. Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero? E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”. Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”. È tutto un incrociarsi di ricatti, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali. E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande. Ma nelle dichiarazioni pubbliche. Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perché non sei disposto a fare fronte comune”. Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia. Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia. “Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”. Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”. La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”. Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perché un altro l’ha fatta franca. Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”. Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo. E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante. Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”. Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni. E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli). Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio... con le spalle al muro... alle corde... e lui ci dà tutti i soldi che vogliamo”. La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”. E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”. A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte. Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

venerdì 23 settembre 2011

Giustizia alla Milanese di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Ebbene sì, ci arrendiamo. Ha ragione il Cavalier Patonza: la giustizia italiana è politicizzata. Sentite il colonnello Salvatore Paglino, della Guardia di Finanza, che a Bari indagava su Tarantini per droga, prostituzione e corruzione assieme al pm Giuseppe Scelsi: “Il 26 giugno 2009 il dottor Laudati (appena insediato come procuratore capo, ndr) indisse una riunione... Disse che le indagini avevano creato preoccupazione nelle istituzioni; la sua presenza in loco era stata voluta dal ministro di Giustizia Alfano, al quale aveva garantito una soluzione...; e la situazione era arrivata a un punto di gravità tale da poter produrre effetti negativi sul governo, nonché sulla Gdf”. Paglino verrà fatto addirittura arrestare da Laudati. Ed ecco il racconto del pm Scelsi, subito estromesso dalle indagini: “Laudati disse che era molto amico del ministro della Giustizia (Alfano, ndr) che gli aveva concesso l’onore del tu e, grazie a questo, aveva garantito per me, impedendo l’avvio di un’ispezione; e che era stato mandato a Bari per conto del ministro”. Da allora le indagini si inabissano per due anni e vengono chiuse solo pochi giorni fa, quando la Procura di Napoli scopre che anche Tarantini sa delle presunte “frenate” di Laudati. Questi nega tutto, ma è singolare che sia Paglino (in una relazione di servizio), sia Scelsi (al Csm), sia Tarantini (intercettato) l’accusino di avere sterilizzato l’inchiesta che preoccupava B. Quanti Laudati ci sono negli uffici giudiziari italiani? Parecchi, a giudicare dalle troppe indagini sui potenti che si inabissano o finiscono in archivio. Poi, a politicizzare la giustizia, c’è il Parlamento, pieno di imputati, avvocati e qualche magistrato. Scelsi racconta che l’ex collega Maritati, deputato dalemiano, gli chiese notizie riservate sul coinvolgimento di amici di D’Alema nell’inchiesta. Un po’ quel che faceva l’ex pm Papa sull’altra sponda. Intanto gli onorevoli avvocati si occupano di salvare dalla galera gli onorevoli clienti o compari. E così il Parlamento s’è trasformato in un grado di giudizio aggiuntivo, spesso definitivo. Ieri Marco Milanese, accusato di vendere posti e appalti pubblici in cambio di soldi, gioielli, orologi di gran pregio, auto di lusso, s’è salvato dal carcere grazie al voto di 312 colleghi (compreso il suo), mentre i suoi coindagati sono finiti regolarmente dentro. Era già accaduto a tutti i deputati e senatori (escluso Papa), di destra e di sinistra, raggiunti nell’ultimo quindicennio da mandati di cattura per reati gravissimi. La legge consente alle Camere di negare il via libera all’arresto di loro membri solo in caso di fumus persecutionis, non certo in base a considerazioni politiche o a valutazioni delle prove difformi da quelle date dal giudice. Ma il Parlamento se ne infischia: bypassa a pie’ pari il fumus persecutionis (in effetti mai visto) e salva i compari di casta, anzi di cosca, per solidarietà di partito o di governo. Bossi, che aveva autorizzato l’arresto di Papa, l’ha negato per Milanese “per tenere in piedi il governo”. L’on. avv. Paniz ha avvertito eventuali dissenzienti: “Se arrestano Milanese, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. La stima della gente per i politici è bassina, ma anche la loro autostima non scherza. Come diceva Woody Allen, “la loro moralità è una tacca sotto quella degli stupratori di bambini”. Infine, a politicizzare la giustizia, ci sono le leggi di tolleranza zero per i poveracci e di tolleranza mille per lorsignori. La Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio del giovane etiope El Israel, reo di aver spezzato due rametti di un cespuglio cogliendo dei fiori nel parco per la fidanzata e di aver così “danneggiato un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa, con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto alla pubblica fede”. Il mascalzone rischia da 6 mesi a 3 anni di galera. Se Berlusconi, invece di continuare a corrompere, abusare e frodare, si decide a strappare qualche ramo di oleandro in un’aiuola, ce lo leviamo dalle palle.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 21 settembre 2011

La malavitola di Marco Travaglio

(foto tratta da l'unità.it)
L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sorridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall'esilio del generale De Gaulle dopo l'occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent'anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L'altra sera il noto campione d'indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all'ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”:
1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare);
2) “un nuovo modo di guardare l'economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor's a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola);
3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all'avanguardia. Commentando l'indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c'entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c'ha i piccioli pure int'u culu e abbiamo saputo puro che c'ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco... E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all'estero”. “Te l'avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Tarantini”. “L'indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ragazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell'Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l'ha voluto commemorare da par suo.

fonte articolo 'Il fatto Quotidiano'
condividi il post su

giovedì 15 settembre 2011

Ego nos absolvo di Marco Travaglio

(vignetta Mario Biani)
L’altra sera al Tg1 una minzolina bionda presentata come “nostra inviata” nel senso che la paghiamo noi, interrogava severamente il procuratore di Napoli, Lepore, come se fosse lui l’imputato. Il tono era quello del “come si permette di convocare il premier?”. L’alto magistrato tentava di difendersi come poteva, ma l’impressione che i telespettatori ne ricavavano era che fosse (lui) reticente. Non si batteva il petto, non si discolpava, non chiedeva scusa per aver osato tanto. Intanto, dalle nuove intercettazioni, oltre alla conferma che aveva ragione l’Espresso sulla telefonata in cui B. istiga Lavitola alla latitanza, si scopre che gli ha pure garantito l’assoluzione: “Vi scagiono tutti”. Ecco, oltre all’imputato, al testimone e al pagatore dei medesimi, ora fa pure il giudice (a quando il cancelliere?). Tanto la cosiddetta informazione l’ha già assolto, dando per scontato che la legge è uguale per tutti fuorché per lui. Il caso ultimo è da manuale: non la solita indagine per uno dei tanti reati commessi da B., ma l’evenienza del tutto inedita di un’inchiesta su un reato commesso ai suoi danni. Dunque lui, com’è sempre avvenuto in tutto il mondo, dev’essere sentito come testimone-parte offesa: obbligato a presentarsi, a parlare e dire la verità. E, siccome non deve difendersi da nulla, senz’avvocato. La legge parla chiaro: se il testimone non si presenta la prima volta per un impedimento (che dev’essere legittimo, non una missione all’estero inventata apposta per l’occasione), può rinviare di qualche giorno. Ma poi, se continua a scappare, lo vanno a prendere i carabinieri. Siccome però è un parlamentare, per l’accompagnamento coatto occorre il permesso della Camera. E la maggioranza, essendo roba sua nel senso che se l’è mezza nominata e mezza comprata, lo negherà. A quel punto, ai giudici non resterà che rivolgersi alla Consulta per sollevare conflitto di attribuzione contro il Parlamento della (ultima) vergogna. Intanto in carcere c’è un signore, Tarantini, che attende di sapere se i giudici che l’hanno arrestato sono competenti: per saperlo occorre sentire B. su modalità, ragioni e luoghi dei pagamenti. Ma questo, ai garantisti all’italiana, non interessa. Infatti, anziché chiamare le cose con il loro nome, si son messi a strologare sull’ennesimo “scontro fra giustizia e politica”. Come se un pm che convoca un teste per rispondere alle domande potesse esser messo sullo stesso piano di quel teste che, avendo la coscienza lurida, sfugge alla Giustizia al punto da piegare non solo il Parlamento, ma anche le massime istituzioni europee ai suoi porci comodi. L’altroieri i siti del Corriere e di Repubblica titolavano sul presunto “scontro”. Ieri il Pompiere, per cambiare un po’, titolava a tutta prima pagina “Sfida tra i pm e Berlusconi”, mentre il pompierino Massimo Franco deplorava la “nuova guerra”. Sugli house organ, scontro e guerra diventavano comicamente “Silvio prigioniero politico”, “Il ricatto dei pm”, “L’ultima minaccia dei pm” (il Giornale), “Vogliono arrestare Silvio” (Libero). Secondo Belpietro, “i pm durante l’interrogatorio tenteranno di far scattare le manette per falsa testimonianza” (non sa, il pover’uomo, che l’arresto in flagranza per false dichiarazioni, voluto da Falcone contro l’omertà delle vittime di mafia, fu abolito da destra e sinistra nell’estate ‘95). Il Corriere ipotizza addirittura che, per evitare l’inesistente “conflitto istituzionale”, il testimone B. venga sentito con la badante Ghedini al fianco. Unico caso al mondo di teste interrogato col difensore. Il cronista scrive giustamente che, “senza il sostegno del difensore”, l’interrogatorio avrebbe “conseguenze imprevedibili”. Oh bella, e quali? Forse il Corriere vuole comunicarci che un mentitore professionale non potrà che mentire ai pm? E allora perché non lo scrive in prima pagina, invece di farfugliare di “scontri”? Chi pensa che, caduto B., l’Italia tornerà alla normalità è un povero illuso: B. prima o poi passa. Ma questa informazione indecente resta.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

martedì 13 settembre 2011

Quel nano triste da italiano in gita di Marco Travaglio

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-13.09.11)
Domani il presidente del Consiglio del noto Paese di merda volerà insalutato e indesiderato ospite a Strasburgo per illustrare all’Europa, che non gli aveva chiesto nulla ed era ignara di tutto, la settima versione della manovra economica, per giunta provvisoria visto che il Parlamento non l’ha ancora approvata e gli alleati leghisti han presentato 300 emendamenti. Il presidente del Parlamento europeo ha fatto sapere che potrà dedicare all’illustre turista in gita low cost “due minuti al massimo per una visita meramente privata”. Ha da fare col presidente polacco che, non dovendo scappare dai magistrati, aveva programmato la visita da mesi. Mai, del resto, le istituzioni europee erano stata usate da un capo di governo come alternativa alla latitanza. Il presidente della Commissione, il pacioso Barros, si rende felicemente complice della fuga solitaria dell’amico impunito, suo generoso coinquilino nel gruppo Ppe. Ma non ha potuto fare a meno di comunicare che, di quell’incontro, non aveva mai avvertito l’esigenza: “È stato chiesto la settimana scorsa dal governo italiano”, cioè dagli avvocati del premier, terrorizzati all’idea che vada a parlare da solo, senza di loro, con i pm. È talmente fuori che, lasciato a se stesso, può dirne di tutti i colori: entrare testimone e uscire indagato. Tant’è che Ghedini chiede ai pm di bruciare inutili tempi morti e sentirlo come indagato. Così potrà avvalersi della facoltà di non rispondere (riservata agli inquisiti e negata ai testi) o, nel malaugurato caso che apra bocca, provvederanno loro a fargli da badanti e, se le cose si mettono male, a trascinarlo via con qualche scusa. Sanno bene che, qualunque cosa dica, rischia grosso. Se continua a contar balle, e cioè che non ha subito ricatti perché per Tarantini e Lavitola è come una dama della San Vincenzo, scatta l’incriminazione per falsa testimonianza. Se invece, tanto per cambiare un po’, dice la verità, e cioè che ha dovuto sganciare tutti quei soldi perché Tarantini non lo coinvolgesse nei suoi traffici di prostituzione e, patteggiando, non facesse uscire le sue telefonate intercettate con le mignotte, i pm gli chiedono dove ha preso il denaro, da quali riserve occulte, chi ci ha pagato le tasse e perché ha violato una legge fatta da lui stesso che vieta i movimenti in contanti sopra i 5 mila euro. Il guaio è che lui, poveretto, non ha la più pallida idea di cosa sia il Codice penale: come dice Luttazzi, l’ha sempre scambiato per un catalogo di opzioni. Ieri, per esempio, ha espresso tutto il suo stupore per il fatto che i pm “vogliono a tutti i costi ascoltarmi come vittima di un’estorsione che io ho chiarito di non considerare tale”. Purtroppo, a decidere l’esistenza o meno di un’estorsione, non è la vittima del ricatto, ma il giudice: capita quasi sempre che il ricattato, proprio perché ricattato, neghi di esserlo. Se l’estorsione necessitasse dell’avallo dell’estorto, non si farebbe un processo contro la mafia del pizzo, visto che i commercianti che lo pagano negano sempre di pagarlo e, quando si dimostra il contrario, sostengono di aver aiutato una famiglia bisognosa. Proprio quel che racconta B. a proposito degli 800 mila euro a Tarantini, più affitto e 20 mila euro al mese. Chissà se domani, per riabilitare l’Italia screditata dalle sinistre, racconterà all’Europa di aver adottato la famiglia bisognosa di Tarantini, “passato dal benessere alla miseria a causa dell’intervento dei magistrati”. Tutto vero: il sant’uomo, accusato di traffico di droga, favoreggiamento della prostituzione e corruzione, è stato sette volte indagato, tre volte arrestato e una volta condannato in primo grado. Tutto chiaro: i magistrati han voluto perfidamente stroncare un’avviata carriera di spacciatore e magnaccia. Oggi a Strasburgo, dopo tante incomprensioni, qualcuno finalmente concorderà con B: “Silvio, ma lo sai che hai ragione? Il tuo è proprio un Paese di merda. Infatti lo governi tu e nessuno dice nulla”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

venerdì 9 settembre 2011

La dolcevitola di Marco Travaglio

(vignetta SARX88-il fatto-09.09.11)
Gli pareva strano di non essere indagato. Ma come: lui, il massimo collezionista di reati della storia moderna e anche antica, scaduto a “parte offesa”? Dopo una vita passata a guadagnarsi accuse di strage, mafia, riciclaggio, corruzione giudiziaria e non, finanziamento illecito ai partiti, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, abuso d’ufficio, estorsione, prostituzione minorile, minaccia a corpo dello Stato, aggiotaggio, falsa testimonianza, calunnia e diffamazione, quando ormai per completare l’album gli mancavano solo il taccheggio al supermercato, l’immigrazione clandestina e l’abigeato, arriva dalle toghe rosse l’estremo oltraggio: un’indagine che, anziché accusarlo di aver commesso un reato, ipotizza che l’abbia subìto. Per molto meno, negli ambienti della mala, rischi di passare per frocio. Non sia mai. E così, appena ha saputo in anteprima dell’inchiesta di Napoli – la prima della storia in cui non figura come protagonista, ma come comparsa, per giunta vittima di un Gianpi e un Lavitola – ecco il colpo di reni per tornare l’imputato di un tempo: l’editto bulgaro telefonico a Lavitola, riparato a Sofia, per raccomandargli di restarsene all’estero. Consiglio che di lì a poco si rivelerà prezioso: Valterino scamperà al prevedibile mandato di cattura piovutogli sul capino nel giro di qualche giorno. Ma, sventuratamente, l’abile mossa ha fatto cilecca: come spiega Tinti qui a fianco, incitare alla latitanza non è reato (non lo è nemmeno la latitanza, che anzi è un diritto). Intendiamoci: B. non l’ha fatto apposta: era in assoluta buona fede, sinceramente convinto di delinquere un’altra volta, come ai bei tempi. Solo che non ce la fa più. Sarà l’età, o la mancanza di allenamento, o la lontananza dai vecchi complici Previti e Dell’Utri, o l’ansia da imputazione: ma non è più lui. Fino a pochi mesi fa commettere un reato gli riusciva facilissimo, naturale, come bere o respirare: ora invece, per quanti sforzi faccia, colleziona più fiaschi di una cantina sociale. Ma chi, come noi e le Olgettine, lo vorrebbe sempre in splendida forma, non deve disperare. L’ultima grande occasione si presenterà martedì, quando comparirà dinanzi ai pm di Napoli come testimone. Certo, “testimone” non è una bella cosa. Anche perché, in quella veste disonorevole, B. sarà interrogato senza avvocati, nudo come mamma Rosa l’ha fatto. E, senza Ghedini che gli dà i calcetti sotto il tavolo e alla mala parata lo porta via di forza, è capace di tutto: anche di confessare l’affondamento del Titanic e l’abbattimento delle Due Torri. L’ultima volta che gli capitò, nel ‘96, chiamato dagli avvocati di Dell’Utri a testimoniare nel processo di Torino per le false fatture di Publitalia, cercò di convincere i giudici che un po’ di evasione fiscale non ha mai fatto male a nessuno, anzi: quando ci vuole ci vuole. Risultato: Dell’Utri si beccò 3 anni di galera e, prudenzialmente, non lo chiamò più a testimoniare a suo favore, sennò gli davano l’ergastolo. Ora lo chiamano i pm di Napoli: vogliono sapere tutto sugli 800 mila euro passati a Tarantini (più affitto e stipendio mensile di 20 mila euro, tutto rigorosamente in nero, nell’ambito della rinata lotta all’evasione) e in parte trattenuti da Lavitola. I casi sono due: o il teste B. mentirà anche a verbale, perseverando nella barzelletta dell’elemosina “a una famiglia bisognosa”. Oppure – Dio non voglia – dirà la verità sulle orde di sanguisughe che lo stanno spolpando vivo a suon di ricatti e sui fondi riservati da cui attinge tutto quel contante per tacitare questo e quella. Nel primo caso, scatterebbe l’incriminazione per falsa testimonianza e ritroveremmo il formidabile imputato colpevole degli anni verdi (la prima imputazione fu proprio di falsa testimonianza sulla P2, a Venezia, nel 1989, e il primo processo non si scorda mai). Nel secondo, non lo riconosceremmo più e dovremmo rassegnarci alla sua ineluttabile fine. Forza Cavaliere, non ci deluda.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

martedì 6 settembre 2011

Fine vitola di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-06.09.11)





















Incredibile: le Borse continuano a non fidarsi dell’Italia. E dire che domenica, per rassicurare i mercati, si erano paracadutate su Cernobbio le migliori macchiette del governo. L’ideale, si capisce, era spedirvi direttamente B., che quando c’è da fare bella figura non si tira mai indietro. Ma era impegnatissimo a pagare la mesata al consueto plotone di mignotte, papponi, servi, ricottari e sicofanti sempre in fila a Palazzo Grazioli, manco fosse la mensa della Caritas. Così, a rappresentare degnamente il capocomico, c’erano le spalle: Alfano, Brunetta, Frattini, Gelmini, Maroni, Romani, Tremonti. Mancavano purtroppo Lavitola, Mora e Tarantini, causa legittimo impedimento. Si era anche pensato di chiedere per loro una libera uscita speciale nell’ora d’aria, ma le autorità carcerarie l’avrebbero negata per via dell’ambiente troppo inquinato a Cernobbio. Le cronache registrano reazioni di “gelo”, “imbarazzo”, “incredulità”. “Siamo tutti basiti”, commenta con La Stampa un noto professionista, definendo “surrealismo puro” e “voli pindarici” gl’interventi ministeriali. Al Fano illustra così l’ottantacinquesima versione della manovra: “La perfezione appartiene agli dei”, poi giura: “Niente fiducia al Senato” (infatti la fiducia ci sarà). Frattini Dry, noto anestesista, tiene una prolusione che un imprenditore paragona al “borotalco”, garantendo che “la Bce continuerà a comprare i nostri Btp”, subito smentito da Draghi. La Gelmini, oltre a snocciolare i suoi successi in ambito scolastico (anche quest’anno, nonostante lei, pare che le scuole riapriranno), sfoggia la nuova acconciatura liberamente ispirata a Marzullo. Maroni, convinto di essere a Vieni via con me, legge la solita lista di latitanti arrestati: se la porta sempre dietro, anche al ristorante, per la gioia dei camerieri. Brunetta la prende un po’ alla lontana, maledicendo i famigerati “anni ‘70” per il debito pubblico (esploso negli ‘80, quando lui era consulente del Psi) e il governo Prodi per le “35 ore” (mai entrate in vigore: forse le confonde con i 35 centimetri). Poi esterna un suo rovello: “Come mai, con un governo di persone così straordinarie, c’è malessere? Perché nei media e nell’opinione pubblica prevale lo scoramento, con tutto quel che abbiamo fatto?”. Per rispondergli degnamente, qualcuno in sala compone il numero del 118. Ma lui intanto si risponde da solo, con la consueta originalità: colpa della sinistra, dunque niente larghe intese. Al massimo alte, potendo. Tremonti rifila agli astanti il replay del discorso letto al Meeting di Rimini, ma l’uditorio è identico e lo sgama subito: un frullato di citazioni da Hamilton, Voltaire, Churchill, Cavour, Giolitti e Fellini, tanto sono tutti morti. Di nuovo, aggiunge che abolendo le festività civili, nella fretta, gli erano scappati il 25 aprile e il 1° maggio. Capita. Quando si pensa di aver sentito tutto, parla il cosiddetto ministro Romani e strappa la vittoria ai punti: “Abbiamo fatto una manovra straordinaria, da 131 miliardi in poche settimane”. In sala c’è chi si dà i pizzicotti, chi verifica col vicino di aver sentito bene, chi impugna la calcolatrice per capire come diavolo venga fuori la cifra di 131 miliardi mai sentita prima. Poi qualcuno, un noto psichiatra, capisce: Romani ha sommato gli importi delle varie versioni della stessa manovra. Come se uno entrasse dal fruttivendolo dicendo “vorrei 3 mele, anzi facciamo 5, ma no – mi voglio rovinare – ne prendo 10” e il negoziante gliene desse 18. Non a caso il Romani è ministro dello Sviluppo economico. L’hanno preso apposta: sviluppa. Un altro illustre ospite commenta: “Avevamo pensato di alzarci e andare via”. Ma poi rimangono tutti. Anche perché sono 17 anni che le solite macchiette vanno lì a sparare cazzate e finora non s’era mai alzato nessuno. A Cernobbio c’era pure il banchiere Passera, che tre anni fa ci rifilò la patacca Alitalia al modico costo di 4 miliardi e ora pontifica di “competitività, concorrenza, efficienza del sistema Paese”. Più che un banchiere, un ossimoro.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

domenica 4 settembre 2011

Un paese da Lavitola in giù di Alessandro Robecchi

Lavitola è una cosa meravigliosola. L’Italia pure. Un paese che si batte come un leone contro una crisi spaventosa armato soltanto del ministro Sacconi farebbe tenerezza a chiunque. E questa è l’Italia da Lavitola in su. Da Lavitola in giù, invece, ci piace bearci di poche ma virili certezze. Dice il nostro eroe al telefono con Berlusconi: «Io sinceramente non credo che ci sia una donna al mondo che se lei le telefona e le dice ‘vieni qui a farmi una pompa’, quella non viene correndo». Eh, parole sante, vaglielo a spiegare alla Bce! Questo per dire il cenacolo di poeti e intellettuali di cui si circonda il Nostro Beneamato. Che poi il direttore de L’Avanti! sia latitante nel ventennale di Mani Pulite è solo l’eterno revival del nostro scontento; che il primo ministro italiano si faccia mandare dei telefoni con scheda panamense ci precipita dritti in Totò e Peppino. Poi c’è la fidata segretaria che parla di soldi dicendo «fotografie». Astuzia sopraffina: mi raccomando, fotografie di piccolo taglio non segnate! Altro che Pulp Fiction: un film con Tarantini è meglio di un film di Tarantino.
Quanto alle preoccupazioni da statista, c’è sempre il pensiero fisso. Dice Silvio: «A me possono dire che scopo… è l’unica cosa che possono dire di me…è chiaro?». Giusto, è un tipo generoso che vuole donare un organo. Sempre quello, però. E senza contare quanto gli costa, tra Lavitola, Tarantini che «consuma come una Ferrari», la moglie di Tarantini col doppio incarico (sarebbe pure amante di Lavitola, il dramma del doppio lavoro), e sempre con l’intermediario che si frega dei soldi, il truffatore, il truffato e quello che truffa i truffati, e Silvio che paga in contanti, pardon, in «fotografie». E che sta «cacato nelle mutande». E l’immenso Lavitola che chiosa felice: «Più merda c’è meglio è». Ecco, giusto, perfetto. E voi, davanti a un simile spettacolo, non volete contribuire, partecipare alle spese, sacrificarvi un po’? Donare un po’ di welfare, una fetta di pensione, un punto di Iva? Egoisti! Paese di merda!

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

A Pigi, ma che stai a dì? di Marco Travaglio

(foto il corriere)
In quello che il capo del governo definisce autorevolmente “Paese di merda”, è normale che autorevoli giornalisti non sappiano di che parlano. E finiscano per confondere le idee ai lettori, anziché chiarirle. Uno di questi, plurirecidivo, è Pigi Battista, che in un videocommento sul Corriere.it   si esercita ancora una volta su un tema a lui tanto caro quanto sconosciuto: la giustizia. L'incipit è già tutto un programma: “Oggi vorrei difendere Berlusconi”. E sai che novità. Titolo: “Dire ‘Paese di merda’ non è reato”. E chi l’ha mai sostenuto? Boh. Battista afferma che la telefonata non andava pubblicata, anzi non andava proprio riportata nell’ordinanza di arresto “visto che non contiene nessun reato specifico”. Poi ne dà lettura sventolando Libero (il Pompiere l’ha accuratamente nascosta in prima pagina), per definirla “uno sfogo”, “una chiacchiera privata” e prendersela coi soliti “addetti alla severità” che hanno osato criticarla. E, citando il Foglio, accusa il governo di violare a sua volta la privacy dei cittadini facendo pubblicare i “nomi dei contribuenti”, il che a suo dire prelude a una norma che “obbligherà i sindaci a mettere online gli orientamenti sessuali dei loro cittadini” (cosa c’entrino gli orientamenti sessuali – fatti assolutamente privati – con le tasse che si pagano non si pagano allo Stato – fatti assolutamente pubblici – lo sa solo lui). Ma torniamo a bomba, anzi a balla: a parte il fatto che i reati li giudicano i giudici e non i Battista, non è scritto da nessuna parte che le telefonate “rilevanti” per un arresto debbano contenere notizie di reato. Lo sa chiunque abbia fatto per mezza giornata il cronista giudiziario. Dunque non Battista. Ma gli sarebbe bastato leggere l’ordinanza del gip Amelia Primavera, che spiega perché ha riportato quella telefonata di B. all’utenza panamense di Lavitola alle 23:14 del 13 luglio con una scheda Wind intestata a tale Ceron Caceres, peruviano (telefono e sim forniti da Lavitola per comunicare al riparo da orecchi indiscreti...): “La rilevanza della conversazione discende dal fatto che la stessa attesta non solo quella speciale vicinanza di cui si discorreva, ma anche la natura dei rapporti intrattenuti tra il Berlusconi e il Lavitola, attivo e riservato ‘informatore’ su vicende giudiziarie che, benché riguardanti terzi, appaiono di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi”. I due, ricattatore e ricattato, si danno del tu. E il ricattatore sa molte cose che potrebbero nuocere al ricattato: Lavitola “discorre soprattutto di procedimenti giudiziari, in particolare di quello sulla ‘P4’ nonché ad altri riguardanti fatti accaduti a Bari e di cui il Lavitola sembra avere notizie”. B. dà l’impressione di sapere che Lavitola è intercettato (infatti l’indagine è stata rovinata da una fuga di notizia di Panorama, che guardacaso appartiene allo stesso premier): si dipinge come un giglio di campo e comunica al maresciallo in ascolto e al ricattatore di non essere ricattabile, né sulle escort né sulla P4 (“della P4 non me ne può importare di meno, perché io sono trasparente, pulito, non c’è nulla che mi possa dar fastidio. Non faccio niente che possa essere notizia di reato, quindi sono tranquillo. L’unica cosa che possono dirmi è che scopo. Quindi mi mettono le spie dove vogliono, mi controllano le telefonate, non me ne fotte niente”). Infine il ricattato annuncia che vuole espatriare lontano dal “Paese di merda” dove si indaga sui suoi reati attivi e passivi e dove l’ultimo che passa tenta di ricattarlo. Altro che “sfogo” o “chiacchiera privata”. Solo un Battista può pensare che questa telefonata sui ricatti al premier non sia rilevante per un’indagine che ipotizza ricatti al premier: “Che Paese è quello in cui una conversazione senza alcun reato viene resa pubblica?”. Già: e che Paese è quello in cui un autorevole giornalista dice tante corbellerie? La risposta, autorevole e definitiva, l’ha data il presidente del Consiglio.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

venerdì 2 settembre 2011

L’utilizzato finale di Marco Travaglio

(vignetta Mauro Biani)
Gli storici del futuro, se vorranno capire qualcosa di questi 17 anni di regime berlusconiano, non potranno prescindere dalle intercettazioni che immortalano pensieri, parole, opere e mignotte del gaglioffo tristemente noto come “il presidente del Consiglio”. Un posto d’onore lo meriteranno quelle contenute nel mandato di cattura per estorsione al premier contro Gianpi Tarantini, il pappone presidenziale, la gentil consorte e l’ultimo statista reclutato da Palazzo Chigi: Valter Lavitola. Bilancio di una vita. A 36 anni, nel mezzo del cammin della sua vita, Gianpi ne stila un bilancio lusinghiero e soprattutto trasversale: “Io a 20 anni stavo in barca con D’Alema e gli altri a 90 anni ancora dovevano fare quello che io avevo fatto in due anni, da 18 a 20. A 30 stavo a dormire a casa di Berlusconi, io”. Una vita, una Bicamerale. Amor patrio. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, memore dei moniti del capo dello Stato, il premier tiene a esternare tutto il suo patriottismo e le sue virtù civiche: “A me l’unica cosa che possono dire è che scopo. Tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei da un’altra parte... via da questo Paese di merda, sono nauseato”. Una presa di coscienza un po’ tardiva, ma encomiabile: in 17 anni di cura berlusconiana, la famosa “rivoluzione liberale”, l’Italia che già non era granché è diventata una merda. E lui, modestamente, lo nacque. La Volpe di Arcore. Mesi fa, stufo delle intercettazioni, B. annunciò di avere “smesso di chiamare la gente al telefono” (gli avvocati non avevano osato spiegargli che lui non è mai stato intercettato quando chiama, ma quando riceve chiamate: gli intercettati sono i delinquenti che lo chiamano e, curiosamente, posseggono il suo numero). Poi arriva Lavitola e gli risolve, dietro lauto compenso, il problema. O almeno così dice, regalandogli sim card e cellulari “sicuri” per parlare con lui. Una volta B. chiama Lavitola con una scheda Wind intestata a un certo Ceron Caceres, ignoto cittadino peruviano (che sarà presto sottosegretario). Naturalmente la telefonata viene intercettata all’istante e spiega, fra l’altro, il QI del nostro premier. Avvocati double face. Anche la categoria degli avvocati della Real Casa fa un’ottima figura. Il gip dispone che gli arrestati non possano incontrare i difensori, nella certezza che li userebbero per concordare “versioni di comodo”. Tarantini è difeso da Giorgio Perroni, che assiste pure B., Previti, Mora, Berruti, Del Bue e Messina. Più che un avvocato, un portafortuna. Silviomat. Il primo che passa batte cassa, e B. scuce. Sabina Began, l’ape regina, s’è “sistemata per tutta la vita”, in una villa che “pare casa Onassis”. Ruby e le Olgettine, s’è perso il conto. Mora 4 milioni (meno gli 800 milioni detratti da Fede). Lavitola 400 mila euro. Tarantini solo 100 e s’interroga: “E che, l’unico coglione de ‘sta storia so’ io?”. Lavitola: “20 mila euro al mese più l’affitto” per la stamberga in via Veneto “non sono pochi”. Ma Gianpi piange miseria: “Mica posso mandare mia moglie a vendere le borse. Vado là e dico: Preside’, non c’ho una lira, sono disperato, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza rotture di coglioni? Se gli chiedo 3 milioni quello dice sì. Come abbiamo fatto finora? Abbiamo trovato 4-5 cazzate da dirgli e ci ha sempre dato tutti i soldi che volevamo”. Ricatto Quotidiano. Lavitola ha scoperto il pin del Silviomat: “Teniamolo sulla corda... pressiamolo su quelle cose là”. Cose per non dire mignotte a domicilio, perché “l’ha capito tutto il mondo che sono puttane”. Basta dire al processo di Bari che l’aveva capito anche B., e sono guai pure per lui: “Ci sono telefonate – rivela Gianpi – tra me e le ragazze che dicono che hanno ricevuto soldi da lui”. Pover’ometto, che brutta fine. E che scadimento: da imputato a vittima di reati altrui. E che figura: l’utilizzatore finale s’è ridotto a utilizzato finale.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

link collegati:

Silviomat di Marco Travaglio







condividi il post su

domenica 28 agosto 2011

Una ronda per Penati di Alessandro Robecchi

(vignetta Giannelli-corriere.it)
Ma il Filippo Penati di cui si parla tanto, colpevole di concussione secondo la Procura e «solo» di corruzione secondo il Gip, è lo stesso Filippo Penati che andava distribuendo lezioncine di legalità a destra e a sinistra (soprattutto a sinistra)? È per caso lo stesso Filippo Penati che diceva amenità tipo «Milano non è la capitale del Burundi, ma ci sono troppi rom e clandestini»? Si tratta della stessa persona? Il Filippo Penati di cui oggi il Pd discute animatamente se debba dimettersi da tutte le cariche, fare un passo indietro, rinunciare alla prescrizione in modo da essere da esempio per la diversità della sinistra di fronte alla questione morale, è per caso lo stesso Filippo Penati che un tempo faceva il presidente della Provincia di Milano e – primo gonzo in tutta Italia – sganciava 250.000 euro ai comuni che volevano organizzare le ronde? Il famoso sceriffo della sinistra che sapeva illuminare le plebi oppresse con frasi come «Basta parlare di accoglienza, i rom non sono mica i Gipsy Kings?». Come mai il Pd vuole liberarsi di lui adesso che l’hanno beccato, mentre prima – quando sembrava un Calderoli qualunque – lo faceva crescere nelle gerarchie e nelle cariche del partito? Persino Pierferdinando Casini disse (aprile 2009): «Penati mi fa venire il latte alle ginocchia se segue la Lega sul terreno delle ronde».
Erano i tempi del decreto sicurezza, dei sindaci sceriffi. Erano i tempi del «Non si può lasciare la sicurezza alla destra!». Tempi in cui il Pd – oggi tanto impegnato a sembrare «diverso» – si sbracciava tanto per essere «uguale». Passati appena un paio d’anni, Penati non va in carcere perché la prescrizione per i reati di corruzione è stata dimezzata. Una specie di nemesi storica: law & order non tirano più, a far paura non sono i Rom ma la Borsa, non gli stranieri ma i banchieri, non il Burundi, ma la crisi. La stella degli sceriffi era di latta, la paura percepita era una truffa e la sinistra che si travestiva da destra una farsa orribile e vergognosa. È sempre antipatico dire: «Io l’avevo detto», e allora non lo dirò. Dopotutto, Penati non è mica i Gipsy Kings!

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

sabato 27 agosto 2011

Filippo Penale di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Finora, di fronte alle gravissime accuse mosse a Filippo Penati da alcuni imprenditori e dalla Procura di Monza, il segretario del Pd Pierluigi Bersani che due anni fa l’aveva nominato capo della sua segreteria aveva avuto buon gioco a esprimere fiducia nella magistratura e nello stesso Penati. Ora però sul caso delle tangenti a Sesto San Giovanni s’è pronunciato un gip, un giudice “terzo”. Dunque, in un Paese serio, un partito serio dovrebbe cacciare Penati su due piedi, in attesa del processo. Perché il giudice terzo ha stabilito che le accuse sono fondate. Ma, mentre la Procura le qualificava come concussione – l’estorsione del pubblico ufficiale, punita con pene più alte e prescrizione più lunga – il gip Anna Magelli le considera corruzione, reato punito con pene più basse e prescrizione più breve. Dunque, sebbene sia accertato che ancora a metà maggio Penati tentava di inquinare le prove avvicinando il costruttore Giuseppe Pasini, uno dei suoi accusatori, ha stabilito che non può essere arrestato perché il reato è prescritto: i fatti finora accertati vanno fino al 2004 e la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo. Due precisazioni.
1) Fino al 2005 la corruzione si prescriveva in 15 anni, poi la ex Cirielli la tagliò a 7 e mezzo. Quindi Penati s’è salvato grazie al centrodestra che quella legge sciagurata approvò per falcidiare i processi a B., e poi – si capisce – al centrosinistra che si guardò bene dal cancellarla quando tornò al governo. Sono ridicoli, dunque, gli alti lai del Pdl e dei suoi house organ (Libero: “Penati non viene arrestato per un cavillo”; il Giornale: “Penati salvato dal carcere”).
2) La derubricazione della concussione in corruzione non sposta di un millimetro la responsabilità contestata a Penati: in entrambi i casi, è certo che ha preso soldi da imprenditori in cambio di favori. Muta invece – da vittime a complici – la responsabilità dei costruttori che l’avrebbero pagato: essi, comprensibilmente, sostengono di essere stati da lui costretti a pagare per poter lavorare; il gip ritiene invece che non fossero “in soggezione” o “intimoriti”, ma abbiano “profittato dei meccanismi criminosi” partecipando al “sistema del mercanteggiamento dei pubblici poteri e della pratica delle tangenti”. Dunque non si comprende il motivo dell’esultanza di Penati, che è riuscito a dichiarare: “Si sgretola e va in pezzi la credibilità dei miei accusatori, le cui dichiarazioni relative alla concussione si sono rivelate inattendibili”. Si sgretola? Va in pezzi? Ma sta scherzando? Il gip ha stabilito che Penati e il suo fedelissimo Vimercati incassarono da Di Caterina “1,5 milioni di euro fra il 1994 e il ’98” e altri “2,5 milioni sino al 2002-2003”. Per non parlare dei “locali notturni in viaggi nell’Est europeo” e allegre “nottate in Svizzera” che il costruttore dice di aver pagato al braccio destro di Bersani. Tant’è che il gip definisce Penati “disponibile a intervenire anche in epoca recente nell’interesse di Di Caterina per soddisfarne le richieste sui sindaci”. Di fronte a parole come queste, un politico serio si scaverebbe un buco e si seppellirebbe. Lui invece esulta come un B. qualunque. A questo punto la solita paraculata della doppia fiducia nei giudici e nell’indagato non regge più. Bersani dovrebbe subito intimare pubblicamente al suo fedelissimo di rinunciare alla prescrizione e farsi processare oltre i termini, tanto più se è convinto che le accuse siano così deboli. Stiamo parlando di corruzione, non di reati bagatellari o di opinione. E stiamo parlando dell’ex numero 2 del Pd, già presidente della Provincia di Milano, candidato governatore e vicepresidente del Consiglio regionale. Al contempo il Pd dovrebbe battersi per una legge anticorruzione che rada al suolo la Cirielli, alzi le pene ed equipari corruzione e concussione (come il Fatto chiede da quand’è nato). In caso contrario, sarà difficile dare del qualunquista a chi dice che i politici sono tutti uguali. Se il Pd vuol essere considerato diverso, faccia qualche sforzo per esserlo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

link collegati:

I ladri e i Penati di Marco Travaglio





I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





condividi il post su

venerdì 26 agosto 2011

Silviomat di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto Quotidiano-26.08.11)
Lo stanno spolpando vivo. Altro che “dieta depurativa tisanoreica a base di erbe” di cui favoleggiano i giornali per spiegare il dimagrimento di “quattro chili in otto giorni”. Qui siamo di fronte a una liposuzione di dimensioni industriali, a un’idrovora piazzata direttamente nelle sue tasche che pompa milioni in quantità da oleodotto. Un continuo salasso a opera di centinaia di insaziabili sanguisughe attaccate a quel corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando qualcuna poteva sistemarla a Raifiction con una telefonatina all’amico Saccà perché “sta diventando pericolosa, s’è messa a dire delle cose pazzesche in giro”. Ora gli tocca pagare tutti lui (a parte alcune centinaia di servi travestiti da parlamentari e una da consigliera regionale, che manteniamo noi con tutti gli annessi e connessi). Ecco, la biografia del Grande Compratore si divide in due fasi: quella del palazzinaro parvenu che paga mafiosi, piduisti, politici, giudici, ufficiali delle Fiamme Gialle per gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi accettare in società; e quella del politico che paga testimoni, avvocati, papponi, mignotte e complici vari perché non vadano a raccontare in giro quel che sanno di lui o han fatto con lui o per lui. Prima comprava la gente per riempirsi la bocca, ora per tapparla agli altri. Prima per guadagnare, ora per non finire in galera. Più che un premier, un bancomat: il Silviomat dal quale tutti possono prelevare la somma desiderata, e senza bisogno di pin. Un prelievo oggi, un prelievo domani: di questo passo lo perdiamo. 600mila dollari a Mills per testimoniare il falso. 9,5 a Dell’Utri, che ogni tanto ha qualche sprazzo di memoria. Una decina di milioni alle Papi Girl per affitti, capricci e cure dentistiche (l’igiene orale innanzitutto). 5 milioni promessi a Ruby “per fare la pazza” più qualche bustona farcita di contanti e gioiellazzi assortiti “per non farla prostituire”, senza dimenticare i 60mila euro per avviarla alla carriera di estetista con tanto di “laser anti-depilazione” (un autentico strumento di tortura: appena finito di depilarti, te lo spari e ti ricrescono i peli). 1,2 milioni a Lele Mora, compresa la percentuale per Fede. E ora 500mila euro una tantum più 20mila mensili a l’amico Gianpi Tarantini, arrestato e imputato per droga, corruzione e favoreggiamento della prostituzione: l’amico ideale per uno statista. È quello che gli portava le D’Addario a domicilio. Poi, per non levargli l’illusione di averle conquistate col suo fascino magnetico, le pagava pure. Sperava di entrare nel giro della Protezione civile. Ma prima di raggiungere la cassa finì in galera. Se va a processo, saltan fuori le telefonate: meglio convincerlo a patteggiare. Niente processo, niente intercettazioni. I versamenti scoperti dai pm di Napoli sono tranquillamente confermati da B.: “Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito: mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così”. Per la cronaca, il piccolo fiammiferaio disperato è segnalato in questi giorni a Cortina e abita pure a Roma in zona via Veneto. Nelle intercettazioni, si sentono frasi del tipo “quello là dobbiamo metterlo con le spalle al muro”, “bisogna batter cassa”. Lo dicevano già le velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve sganciare”, “Finché c’è lui si mangia”. Abbiamo il premier più ricattato del mondo, ma che sarà mai. Che problema c’è se il capo del governo stipendia un pappone reo confesso transitato dalle patrie galere? Ora Ferrara ci spiegherà che, via, “così fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero, Obama, Cameron e persino la Merkel hanno almeno un pappone a libro paga). I pompieri della sera scomoderanno Stuart Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo d’ufficio al liberalismo classico. Mons. Fisichella inviterà a “contestualizzare” la cosa. E al Meeting di Rimini qualche prete à porter ricorderà che pure la Maddalena doveva avere per forza un pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere...

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su