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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 13 settembre 2011

I COMIZI D’AMORE DI SANTORO PER UNA TV LIBERA, FUORI DALLA TV di Carlo Tecce

Marina di Pietrasanta (Lu)
















Prima di scrivere, recitare, girare, parlare, c'è un'immagine che anticipa i Comizi d'amore, omaggio a Pier Paolo Pasolini e ultima invenzione di Michele Santoro. È il cordone umano che intasava Marina di Pietrasanta per capire se quel telecomando, spento su Annozero a giugno, ha ancora un tasto giusto.
Erano in 5 mila per il secondo compleanno del Fatto, italiani con residenze e accenti diversi che volevano sapere di televisione e informazione. Un incontro per chi si conosce bene: “Sono qua non per dire quello che faremo, per il semplice motivo che – ha spiegato dal palco Santoro – quello che faremo lo abbiamo già fatto vedere due volte a Bologna, con Raiperunanotte e Tuttinpiedi. Per cui, se vi piacciono quei programmi realizzati in maniera indipendente e grazie al vostro aiuto, noi quei programmi vogliamo rifarli”. E così spariscono le circolari Rai, gli atti d’indirizzo della Vigilanza e delle cosiddette Authority, il bavaglio preventivo, le scalette vistate da Giovanni Stella di La7, il conflitto d’interessi.
QUEL TELEVISORE classico, forse scolastico, è ormai spento. A ottobre vedremo come e dove (Roma o Bologna?), adesso sappiamo quando e quanto: “Faremo circa 25 serate, per realizzare la trasmissione serviranno circa 250 mila euro a puntata”. Stavolta la multi-piattaforma, l'evento che interseca Internet, satellite e digitale terrestre, avrà un riflesso collettivo nell'associazione ‘Servizio pubblico’, una grande platea di telespettatori muniti di cesoie per rompere qualsiasi censura. Santoro chiede ai telespettatori un contributo di almeno 10 euro, un gesto di fiducia che sarà sostenuto con i contributi del Fatto e l'aiuto degli imprenditori televisivi (Sandro Parenzo ed Etabeta). Ai banchetti di Marina di Pietrasanta, c'era già chi voleva pagare per iscriversi al “servizio pubblico”, però la formula per aderire sarà diffusa fra una settimana (accrediti postali, forse telefonate). Come per commentare una partita domenicale, il lunedì pomeriggio Santoro convoca i suoi, cioè il pubblico di Annozero (5,4 milioni di italiani in media nel 2010/2011) e quello incalcolabile del web: “Voglio tornare a giocare, ma con uno stadio pieno”. Uno stadio pieno fa paura a chi vuole transennare l'ingresso e delimitare col filo spinato “il recinto”, ma fa avvicinare chi può investire con la pubblicità. Perché una televisione multi-piattaforma, senza passato perché mai vista, per convincere gli inserzionisti deve dimostrare la sua forza prima di andare in onda. Non esiste un doppione per fare previsioni, i Comizi d'amore sono un inedito: il pubblico arriva prima del programma, e dunque dei numeri Auditel. Come gli abbonati del Fatto, due estati fa. Una rivoluzione culturale del mezzo televisivo che per Peppino Caldarola, ex direttore de l'Unità, vale una vittoria assicurata perché pensiona per sempre il “riformismo di sinistra”: “Anche chi non ama il fondatore di Annozero e di Sciuscià, soprattutto coloro che hanno sempre tifato per un mercato più libero, non potrà non cogliere in questa sfida di Santoro – scrive su Linkiesta.it   – una vera opportunità politica e culturale. Comunque la pensiamo, e spesso la pensiamo diversamente da lui, è un bene che riesca nella sua impresa perché saremo tutti più liberi”.
Comizi d'amore non è uno spazio nel palinsesto di una televisione pubblica o privata, ma è un momento di ritrovo per chi cerca esattamente quel tipo d'informazione libera senza editori con Sandro Ruotolo, Marco Travaglio, la redazione di sei stagioni di Annozero e le vignette di Vauro. Sarà visibile su una ragnatela nazionale di emittenti locali, siti Internet, un canale di Sky: “La gente che è seduta qui ad ascoltare, queste migliaia di persone – ha detto Santoro – che i partiti non riescono più a raccogliere, hanno diritto a essere rappresentati come opinione pubblica? I pacifisti non avevano diritto a esistere come opinione pubblica organizzata? Perché se questa opinione pubblica non ha diritto di essere rappresentata, questa non è democrazia”.

fonte artcolo 'Il Fatto Quotidiano'

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venerdì 5 agosto 2011

LA PAROLA A RENZO ARBORE: LA RAI VA INDIETRO TUTTA intervista di Chiara Paolin

“Il panorama è desolante, ma il servizio pubblico si chiama così perché deve garantire qualcosa di buono”


Il fattaccio accade ogni mattina alle ore 7 precise. Su Rai2 l’esodo è massiccio: dall’8% di share si precipita al 3. E la giornata comincia con un sottile dolore per una piccola ma tenace comunità: gli arboriani duri e puri.

Caro Renzo, è tutta colpa sua.
Ebbene sì, lo confesso. Stanno mandando in onda le repliche di Indietro tutta e c’è un sacco di gente che mi ferma per strada raccontandomi la puntata del giorno. Dicono: mi alzo apposta per guardare lei e Frassica, poi quando finisce il programma spengo la tivù.

Gruppo d’ascolto retrò.
Mi fa molto piacere, ma anche un po’ di tristezza. Perché sono un accanito telespettatore e mi ostino a guardare la tivù: il panorama è desolante.

Parla della Rai?
La tv commerciale può fare ciò che vuole, deve badare agli interessi economici, per carità. Ma il servizio pubblico si chiama così perché ha il compito di garantire a tutti qualcosa di buono.

Invece?
La Rai era una corrazzata, sta diventando una bagnarola. Ci sono entrato nel 1964 per concorso, ero maestro programmatore musicale. Ho fatto tutta la gavetta necessaria, lì dentro c’era tanta gente in gamba e le idee diventavano progetti con grande divertimento di tutti.

Che succede oggi?
La politica ha preso il sopravvento, nessuno più s’interessa davvero al prodotto, a quello che la gente vede la sera a casa. L’ultima stagione buona che ricordo è stata quella di Cattaneo, da lì è andato tutto in picchiata.

Quest’anno tanti addii e incertezze, da Annozero alla Dandini, dalla Gabanelli a Saviano, sembra una gara a scaricare chi garantisce ascolti. E identità.
Ho seguito tutte queste vicende sui giornali, trovo incredibile la deriva che ha preso la gestione del patrimonio Rai. A me sta benissimo vedere in onda Pierluigi Paragone, ma voglio che ci sia pure Santoro. Stesso discorso per gli altri talenti che andrebbero valorizzati e non messi all’angolo. Si sono persi anche la Ventura, non so chi resterà a reggere l’immagine Rai.

Repliche mattutine a parte, le hanno chiesto di pensare a qualcosa di nuovo?
No.

Eppure due risate ci starebbero bene, visto il momento.
Lo so, ma consideri che l’ultimo lavoro l’ho fatto gratis. Presentavo l’ottimo programma musicale Doc assieme all’amico Elio e relativa compagnia. Quindi anch’io mi sono offerto a costo zero, come Benigni e Santoro, ma per un progetto serio serve la volontà di tutte le parti. Certe cose si fanno in due.

Lorenza Lei, attuale direttore generale Rai, fu una sua scoperta. La ragazza ha fatto carriera.
È vero, Lorenza iniziò con me, ma ormai per combinare qualcosa in Rai occorre incastrare mille variabili complesse. Il problema vero è che il tuo passato, ciò che hai in curriculum, conta meno di tutto il resto.

S’è offeso perché a capo di Rai5 hanno messo il leghi-sta Massimo Ferrario anziché promuovere lei?
Quando mai, quella era una voce assurda. È vero che la rete mi ospita da qualche tempo, ma non ho mai pensato di poter aspirare a quel posto. Basti dire che Oggi qui, domani là, il programma ora in palinsesto, ha la messa in onda alle ore 20. Cioè in contemporanea ai tg. Direi che le mie chance di avere un ruolo lì dentro sono lampanti.

Pensare che Rai5 sarà la rete ufficiale dell’Expo 2015, la vetrina dell’Italia nel mondo, una sua vecchia passione. Cosa si potrebbe fare per rilanciare l’azienda (e magari l’idea che ha di noi il mondo) in questo frangente?
È dura, perché gli uomini-macchina, come li chiamava Guglielmi, sono stati fatti fuori tutti: chi in pensione, chi liquidato con un po’ di soldi, chi messo a passar carte. È difficile ricominciare.

Ha mai pensato di andare altrove? Passare alla concorrenza è stata la soluzione per molti.
Non se ne parla. Continuo a guardare dall’alto in basso chiunque quando mi ricordo che io lavoro per la Radio Televisione Italiana. Compresi quelli che adesso sono là senza esserne all’altezza.

Testardo.
Voglio finire così, fedele alla missione. Anche se non mi fanno sparare le ultime cartucce fa niente. E comunque continuo a godermi i miei concerti, le mie cosucce. Sono a Capri in questi giorni a ri-presentare Il Pap’occhio, vecchio film tuttora divertente. Mi butto sul cult, che altro devo fare? Voi avete notizie su quel che succede in Rai a settembre?

Ci si prova, ma è un’arte divinatoria.
Vabbè, tanto continuo a leggervi ogni giorno, resto aggiornato.

Ma allora lei non vuole proprio mettere la testa a posto, queste sono dichiarazioni pesanti.
Il viziaccio di dire la verità non me lo tolgo. Ormai è troppo tardi.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 13 luglio 2011

Cos’è successo, Minzolini? La dg Lei: Tg1 in calo oggettivo, serve una riflessione. Domani il cda processa il direttorissimo di Domenico Cirillo

(vignetta Vadelfio)
«È un problema molto serio». «Mi chiedo cosa sia successo, serve una riflessione complessiva». Ascoltati assieme dalla commissione parlamentare di vigilanza, il presidente e la direttrice generale della Rai per la prima volta esprimono la stessa preoccupazione sul calo degli ascolti del Tg1. E annunciano che domani il consiglio di amministrazione di viale Mazzini avrà al centro proprio il «problema» Augusto Minzolini. Il direttorissimo è sotto esame e la sua poltrona non è più salda. Traballa come quella dell’azionista di riferimento di palazzo Chigi. Del resto è stato proprio il «direttorissimo» qualche settimana fa ad ammettere che il suo destino è legato a quello di Berlusconi: «Resterò - disse - fino a quando resterà lui». Preoccupante per Minzolini è soprattutto la presa di distanza di Lorenza Lei, alla quale prudente sceglie di non replicare. Se la prende piuttosto con Paolo Garimberti e ne nasce una pubblica lite. «Fossi in lui mi preoccuperei di più di Rai1», dice Minzolini. «Pensi piuttosto a fare bene il suo lavoro», replica il presidente. «E lui a fare il presidente di tutti», controreplica il direttore.
Non è stata un’audizione di routine quella di ieri della direttrice generale della Rai. Ai commissari della vigilanza Lorenza Lei ha ammesso che il Tg1 delle 20.00 «evidenzia una flessione di 2,7 punti percentuali di share (nella stagione 2010-11 rispetto alla precedente, ndr), questi sono dati oggettivi. Certo quando registra un ascolto vicino al 20% mi chiedo cosa sia successo». La dg dunque ha annunciato una «riflessione complessiva». Che ci sarà domani, come poco prima aveva detto Garimberti. Secondo il quale più che il sorpasso del Tg5 «quello che mi preoccupa è il Tg1 al 20,6%, vuol dire che lo spettatore sente che l’informazione non è completa e adeguata». Nel consiglio di amministrazione «faremo una riflessione sugli ascolti e sulla qualità dell’informazione del Tg1, è un problema che riguarda anche Rai1 ma bisogna fare qualcosa perché il Tg1 torni a essere il Tg1». Ai deputati e ai senatori della vigilanza, Lorenza Lei ha parlato anche della flessione dell’edizione pomeridiana dal Tg1 (-1,2%), ma il responsabile del forum comunicazioni del Pd Paolo Gentiloni ha fornito dati più preoccupanti. «L’ultimo riepilogo disponibile del giugno scorso indica uno share del 22,8% - ha detto -, nell’ultimo mese di giugno del Tg1 diretto dal predecessore di Minzolini (Riotta nel 2008, ndr) gli ascolti serali erano stati del 31,7%. Nove punti in tre anni sono davvero troppi». Minzolini ha replicato a questi dati sostenendo che il calo degli ascolti è un problema diffuso nella tv generalista e che «se il Tg1 ha perso nove punti dal 2008 a oggi, Rai1 in prima serata ne ha persi sedici». Secondo il «direttorissimo» dunque il vero confronto va fatto nello scontro diretto con il Tg5 e lì «quest’anno abbiamo perso solo due volte, l’anno scorso una volta soltanto, bisogna tornare al 1999 per avere una performance uguale». A Minzolini ha replicato duramente il direttore di Rai1 Mauro Mazza, altro segnale della difficoltà del «direttorissimo». «Mi limito ad osservare che da molti mesi quello delle 20 è l’unico tg nella storia della tv mondiale che fa meno share del programma che lo precede», ha detto Mazza, anche lui in quota Pdl. «La tv generalista è in crisi - ha detto invece uno degli ultimi difensori di Minzolini, il capogruppo del Pdl in vigilanza Alessio Butti - il tema degli ascolti è un tema complesso che qualcuno vuole utilizzare politicamente per tagliare la testa a uno dei pochi spazi della tv pubblica non occupati dall’egemonia gramsciano-togliattiana dei soliti noti».
Nel corso dell’audizione, la direttrice generale ha anche annunciato che il cda di domani farà «un approfondimento sul canone»: di fronte a un aumento dell’evasione che porta a circa 600 milioni di euro la cifra persa dalla Rai, viale Mazzini si prepara a chiedere un aumento al governo. Lorenza Lei ha inoltre risposto ad alcune domande sulla cosiddetta «struttura Delta» e sulle risultanze dell’inchiesta P4 e ha assicurato di non aver subito pressioni «che non potrebberomai sortire alcun effetto». Ha poi spiegato che Fabio Fazio «è tornato in azienda» ma che avrà una deroga per quattro speciali l’anno su La7, fino al 2014, con Roberto Saviano. E infine ha detto che intende «garantire la messa in onda del programma Report trovando anche una soluzione transitoria» al problema della mancata copertura legale. Garimberti invece ha concluso parlando del conflitto di interessi di Berlusconi. La Rai, ha detto, è un «grande mistero imprenditoriale, perché resta leader di ascolti e raccoglie meno pubblicità» di Mediaset». Il presidente ha persino fatto un
appello agli «investitori coraggiosi»: «Resistete - ha detto - alle pressioni per non fare investimenti in Rai».

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 3 luglio 2011

isseretni’d ottilfnoC di Marco Travaglio

(Giovanni Stella-Michele Santoro)
È passato un mese da quando Giovanni Stella, ad di TIMedia ed editore di La7, annunciava al Fatto: “Uno o due fra Santoro, Gabanelli, Floris e Fazio verranno a La7”. Era il 4 giugno. Oggi è il 3 luglio e non ne è arrivato nemmeno uno. Vuol dire che il dottor Stella faceva finta di volerli? No, abbiamo buoni motivi per ritenere che li voleva davvero. Almeno lui. Tant’è che aveva ingaggiato Nuzzi e Facci da Libero per pararsi sul lato destro. E aveva inviato a Santoro un contratto firmato: con la firma del conduttore, La7 non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Poi è accaduto qualcosa. Un po’ di consecutio temporum.
4 giugno. Stella col Fatto usa una strana metafora per descrivere la campagna acquisti in casa Rai: “Attendo i macachi-conduttori che scendono dal banano Rai. Con due di loro ho un accordo di massima”. Come a dire (agli azionisti? ad altri?): non sono io che salgo a prenderli, ma la Rai me li butta addosso, come faccio a mandarli indietro?
6 giugno. Rai e Santoro annunciano il divorzio consensuale e la fine del contenzioso giudiziario alla vigilia della Cassazione. Mentana annuncia al Tg La7: “Santoro è a un passo da La7, la trattativa è molto avanzata, sul piano sia contrattuale sia dei contenuti giornalistici che potrebbe autonomamente realizzare: la decisione definitiva spetta a lui”. 7 giugno. Il titolo TiMedia guadagna il 17% in Borsa.
8 giugno. Anche Lerner dà la cosa per fatta: “Con l’arrivo di Santoro a La7 ci sarà un salto dimensionale ulteriore”.
9 giugno. Berlusconi: “Sono sincero, non posso dirmi dispiaciuto che Santoro lasci la Rai”. L’ultimo Annozero straccia tutti i record: 8,3 milioni, 32% di share.
14 giugno. Stella torna a parlare per metafora, altra excusatio non petita su Repubblica: “Santoro? Quando una donna si spoglia e si stende sul letto, c’è bisogno di fare altre domande? No. Ti togli la giacca, ti sfili la camicia e la smetti di chiacchierare”.
16 giugno. Santoro, a Un giorno da pecora, dice che Telecom non può fare liberamente “campagna acquisti” sennò “il governo potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom”, in ogni caso “la possibilità che io vada a La7 è del 100% se le loro intenzioni fossero buone, concrete e rispettose delle nostre prerogative. Bisogna soltanto aspettare”.
23 giugno, Ansa ore 13.36. Stella presenta il nuovo palinsesto e annuncia: “Con Santoro è stata già trovata un’intesa di massima. Spero di uscire presto con l’annuncio e di firmare il contratto”.
23 giugno, Ansa ore 20.07. TIMedia rettifica l’annuncio di Stella: “Col dr. Santoro non è stato ancora trovato un accordo”.
28 giugno. Prima bozza della manovra finanziaria: chi (Telecom) possiede la rete telefonica per la banda larga dovrà renderla “aperta” ai concorrenti, potenziarla a spese proprie e dividerne la proprietà con la Cassa depositi e prestiti (cioè con lo Stato).
30 giugno, Ansa ore 13.32. “TIMedia ha interrotto le trattative con Santoro per ‘inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti fra autore ed editore’”. Il titolo perde il 3%. Cambia la finanziaria: Telecom conserva la rete e, per potenziarla, potrà attingere a “risorse pubbliche”. Santoro parla di “gigantesco conflitto d’interessi”, ma è pressoché l’unico. Il conflitto d’interessi è diventato una norma costituzionale occulta, un tabù che non solo non va risolto, ma neppure nominato (anche noi ci adeguiamo nel titolo). Dall’archivio Ansa dell’ultimo mese risultano aver parlato di “conflitto d’interessi/e” sul caso Santoro solo quattro politici: Vita e Giulietti del Pd, Orlando e Pardi di Idv (più il pdl Butti per negarlo). Bersani e Vendola non pervenuti: si limitano a criticare la scelta della Rai, poi però zitti sul seguito. Bersani, superando a fatica lo choc per le dimissioni di Vasco Rossi da rockstar, sostiene anzi che “Berlusconi non so se ci guadagnerà perché Santoro tanto risbucherà”. Bravo merlo, hai capito tutto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 2 luglio 2011

MEDIASET, I dolori del giovane Piersilvio di Alessandro Robecchi

(vignetta tratta da cristianbelcastroblog)
Non so perché, ma i dolori del giovane Piersilvio mi lasciano piuttosto freddino e indifferente. E sì che le ho provate tutte, anche le cipolle, eppure nemmeno una lacrimuccia mi spunta per l’ultima accorata esternazione del giovane Berlusconi. Gli fa paura l’atmosfera che si respira, povero Piersilvio. Di più! Teme «l’astio nei confronti di mio padre che spesso diventa astio contro Mediaset». Forse corre l’obbligo di ricordare al giovane erede qualche dettaglio, che magari gli possa far tornare alla mente come mai le fortune politiche del padre sono legate a doppio filo a Mediaset.
Sarà perché i telegiornali di quell’azienda sono diretti da Emilio Fede, un anziano sotto processo con l’accusa di portare prostitute proprio al papà colpito da tanto astio? Oppure da Clemente Mimun, uno che quando lavorava in Rai diceva che l’informazione doveva essere «un presidio antiguai» per papi Silvio? Sarà mica che si tende a pensare a Silvio Berlusconi e al suo potere come un tutt’uno con le sue aziende perché le sue aziende sbertucciano un magistrato come Mesiano per i suoi calzini? O perché i figuranti di Forum si lanciano in un peana contro i fancazzisti terremotati aquilani che si ostinano a vivere in albergo a sbafo? O perché i figuranti delle trasmissioni Mediaset li abbiamo trovati a fare i manifestanti pro-Silvio fuori dal Palazzo di Giustizia? Oppure sarà per il mistero glorioso di un’azienda che pur calando negli ascolti aumenta negli introiti pubblicitari, miracolo dovuto a un padrone che è anche padrone della politica italiana, guarda il caso?
Il vittimismo di Piersilvio è tale quale quello del babbo: chiagne e fotte (anche se il padre fotte di più, credo). E tutto questo proprio nella settimana in cui le intercettazioni rivelano che alcuni ruoli chiave in Rai (l’azienda concorrente) lavoravano per lui, mettendo mano ai palinsesti, infiltrati colpevoli di vero e proprio spionaggio industriale.
Metodo Berlusconi, insomma, in politica e negli affari. Non è per niente facile impietosirsi per le parole di Piersilvio mentre si leggono le telefonate di Deborah Bergamini, una ex segretaria di papà diventata vice direttore dei palinsesti Rai tutta impegnata a danneggiare l’azienda pubblica per favorire Mediaset. E che dire di certi ceffi piazzati da papà a fare il direttore generale della concorrenza? Dov’era il timoroso Piersilvio, allora? Era distratto? Non gridava all’astio? Non si appellava all’etica? Che il babbo nominasse per anni i vertici della concorrenza non lo turbava?
E questo solo per dire di politica, concorrenza sleale, etica in Berlusconi- style. Ci sarebbe poi da dire dell’offerta culturale, quella che produce ragazze Olgettina-style e distrazioni di massa. Ma non è il caso, davvero, di parlare di tivù. Il guasto operato daMediaset in questi anni (diciassette di sicuro) non riguarda né la tivù né l’estetica, ma la democrazia. C’è astio nei confronti di papà Silvio? Era ora! Significa che il paese si sta risvegliando. Questo ricadrà sulle sue armi propagandistiche, Mediaset prima di tutte? Inevitabile, e speriamo, in maniera devastante: deberlusconizzare non sarà facile né a Mediaset né in Mondadori per gente che si chiama Berlusconi. Quanto alla favoletta dell’eccellenza italiana la lasciamo ai gonzi che ancora ci credono. Andiamo, gente, ci sono in onda Fede, Mimun, Brachino, e l’eccellenza quando arriva?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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MENTANA NON DÀ TUTTO PER PERSO “CONTINUO A VOLERE MICHELE DA NOI. Intervista di Silvia Truzzi

Dice, lui che ne è stato un po’ il sensale, che è come quando un amore si rompe: il giorno dopo è il momento in cui ci sono solo le tossine. Enrico Mentana, direttore del Tg di La7 e sostenitore dell’ingaggio di Michele Santoro, spiega che “adesso ci sarà da metabolizzare il lutto della rottura. Io lo so, ci sono passato: subito dopo l’addio a Mediaset, nel febbraio 2009 fui contattato da La7. Sono arrivato qui un anno e mezzo dopo. Lo so di quanti ‘vorrei ma non posso’ è lastricata la strada”.

Direttore, l’altro ieri al TgLa7 lei ha dichiarato: se non arrivano spiegazioni si è autorizzati a pensare a una mancanza di libertà.
In privato i dirigenti di Telecom e Telecom Italia media mi hanno detto: ‘A queste condizioni la decisione di rompere l’abbiamo presa noi’.

Santoro dice: le mie condizioni erano la libertà autoriale.
Io penso che la libertà autoriale sia una bellissima cosa. La questione è quella della responsabilità di chi fa informazione. Io credo di essere libero, ma ho anche delle responsabilità di legge come direttore.

Santoro racconta di essere stato molto conciliante e rassicurante: “Mai perso una causa in trent’anni”.

Io capisco il punto di vista di entrambi. Ma deve esserci un responsabile delle cose che vanno in onda. Tant’è che avevo proposto di accogliere la trasmissione sotto la testata del mio tg. Non esiste un’espressione giornalistica senza responsabilità.

Appunto: l’ostacolo era ipoteticamente rimosso.
La proposta l’avevo fatta io. Si poteva accettare o no. L’interesse che avevo e che ho è rafforzare La7 con una presenza capace di attirare attenzioni e accendere passioni come quella di Michele. È un obiettivo che ora è più difficile, ma che io continuo a perseguire. I cocci si possono rimettere insieme.

La trattativa c’era. Poi è successo qualcosa. Che spiegazione si è dato?
La spiegazione sta anche nei sospetti reciproci. E in tutto quello che si è detto in questi giorni.

Si spieghi.
Non è importante che oggi si mettano ulteriori tossine nella centrifuga. Alla fine, se questo maledetto stop lo supereremo, si parlerà meglio e più serenamente di quello che è accaduto. Michele ha espresso chiaramente il suo sospetto, i dirigenti Telecom dicono che non è vero. Non posso fare la Corte di Cassazione tra le due parti. C’è inquietudine perché qualcuno non tifa per noi, questo sì. Il mio problema è fare una rete che sia libera e forte. Ero, sono e sarò convinto che con Santoro sarebbe ancora più libera è forte.

Fu lei ad annunciare, in diretta, che si era a un passo dalla firma.
La trattativa c’era, era forte e seria. Era a un passo, poi purtroppo, come spesso accade, l’ultimo scatto non si è compiuto. Ora l’interesse sfascista è dire: è tutto finito. Ma il mio interesse va in una direzione costruttiva.

Si è pentito di quell’annuncio?
Io do le notizie, è il mio mestiere. E certo non è stata una sorpresa per i vertici della rete. Io li avevo avvisati: ‘Se non c’è nulla in contrario, lo dico’. E poi l’amministratore delegato di La7, Stella, pochi giorni prima, aveva rilasciato un’intervista molto esplicita proprio al Fatto.

Annunciarlo in diretta al Tg di casa dava il sapore dell’ufficialità.
Ovvio che il mio intento era dare solidità alla cosa. E m’illudo che quello abbia portato alla quasi conclusione dell’accordo. L’ultimo passo è stato il più difficile.

Si è scritto di una differenza di posizioni tra l’ad Stella e il presidente di Telecom Bernabè. Lei ci crede?
La questione non è questa. Un’azienda fa le sue scelte ed essendo un’azienda privata le fa come crede. A me la dietrologia non importa.

Cosa le importa?
Che nel risultato siamo sotto. Bisogna recuperare e vincere. È inutile interrogarsi su chi era favorevole e chi meno: è una perdita di tempo. Quello che io vorrei, per cui mi batto, è un’emittente sempre più forte. E questo naturalmente passa anche per cogliere al volo le occasioni di mercato.

Nell’intervista al Fatto Santoro ha dichiarato: ci sono giornalisti molto liberi a La7, ma questa decisione dell’azienda li indebolisce.
Non ci rafforza di certo. La trattativa l’hanno fatta Stella e Santoro, però io ho fatto un tifo sfrenato. Detto ciò, non si può affermare che la rete non è libera perché non ha Annozero.

Però La7 ha un telegiornale che ieri (giovedì, ndr) ha fatto quasi il 12% di share, mentre gli altri programmi sono abbastanza al di sotto di questa soglia. Sarebbe naturale rilanciare verso l’alto.
Vero, ed è anche il motivo di mercato per cui mi battevo per prendere Santoro. La7 ha un’immagine di libertà e di ricerca, capacità di rifuggire dagli schemi, dai clichè. Mi viene da ridere solo quando si dice che c’è stato un problema squisitamente politico. La censura più preoccupante sarebbe quella di mercato. Ne so qualcosa anch’io: meglio non far lavorare uno che rischia di fare ascolto...

Perché?
Non penso che i programmi di Gad Lerner siano meno scomodi di quelli di Santoro.

La politica non c’entra mai? Quando uscirono le intercettazioni della P4 che coinvolgevano Gianni Letta lei disse che Letta aveva garantito in più momenti la stabilità democratica. E che l’aveva chiamata ai tempi della sua trattativa con La7.
Ho difeso Letta: quando tutti si voltavano dall’altra parte, si mostrò attento al fatto che non lavoravo perché davo fastidio. Poi il posto a La7, me lo sono trovato io. Questo penso si veda tutti i giorni.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 1 luglio 2011

SANTORO: “I POLITICI NON MI VOGLIONO MA TORNO CON LA NUOVA TV” intervista di Marco Travaglio e Silvia Truzzi

(vignetta Fucecchi-Il Fatto)
“Una cosa è certa: o alla Rai, o a La7 o da qualche altra parte, noi in autunno saremo in onda. Continuare a esistere, magari su una multipiattaforma internet-digitale-satellite, anche ‘senza il permesso de li superiori’, sarebbe il coronamento della mia carriera”. Domani Michele Santoro compie 60 anni. Ma, diversamente da Vasco Rossi, non si dimette da nulla. Anzi rilancia. La rottura con La7 non la vive come una sconfitta, ma come una nuova opportunità. L’ha detto lui stesso nel suo comunicato: “Tutto cambia”. E lo spiega in questa intervista al Fatto.

Cominciamo dall'inizio. Pentito di aver lasciato la Rai?
Non credo di aver commesso errori né subìto sconfitte. Alla Rai mi sentivo assediato: regole, regolette, codicilli, pseudogaranti, partiti dappertutto. Ormai questo sistematico abuso di potere costruito da interessi estranei e confliggenti con quelli della Rai emerge da tutte le inchieste: P4, Trani, Hdc... Ero costretto a difendere l'esistente, e sempre più a fatica. Annozero arricchiva la Rai, che però ci trattava come criminali, indesiderati, imposti dai giudici. E mi sono ribellato a quella gabbia: c'è la possibilità di lavorare liberamente altrove?

Dopo la transazione, s'è fatta avanti La7.
Mi ha contattato l’amministratore Giovanni Stella. Ho subito messo le carte in tavola: “Siete davvero convinti di potervi permettere un programma come Annozero?”. Risposta: “Sì”. “Bene, lo sa come si fa Annozero? Rispettando l’autonomia dei giornalisti”. So bene che Mentana, Lerner, Gruber, Telese, Costamagna, D’Amico sono liberi. Ma, quando uno va a contrattualizzare la sua posizione con un nuovo editore, mette nero su bianco le garanzie d’indipendenza.

Problemi di soldi?
Per sgomberare subito il campo da questioni del genere, ho accettato la ‘formula La7’: contratto-base basso, meno della metà dello stipendio Rai (630 mila euro lordi dal 1999, ndr), con incentivi legati agli ascolti. Per andare in pari, avrei dovuto ottenere risultati straordinari. Ma non era questo il problema: ho subito accettato le loro condizioni.

Siete arrivati a un contratto?
Sì, Stella mi ha inviato, con la sua firma, una proposta subordinata all’accettazione di un contratto standard come quelli che ormai si fanno firmare a chiunque fa tv in Italia. Autonomia zero: l’editore si riserva di leggere preventivamente scalette, argomenti, ospiti e di porre il veto. Per questo Celentano da anni non mette più piede in tv. Gli editori pretendono totale soggezione, per poter fare di te ciò che vogliono, in barba all’autonomia dei giornalisti. È un recinto, figlio della mancanza di concorrenza.

E tu che hai risposto?
Ho tirato fuori il contratto che mi fece Mediaset nel ‘96: “Firmate questo”. In ogni caso, penso che alla fine ci saremmo intesi con una stretta di mano: nei successivi incontri c’è stato un lavoro di reciproca conoscenza. Anche perchè Stella dava ancora l’impressione di volerlo fare davvero, il programma. L’ho rassicurato: non siamo avventurieri, in trent’anni non abbiamo mai perso una causa, mica siamo gente che spara ai bambini. Ferma restando la mia autonomia di giornalista, non ho problemi a informare l’editore di ciò che va in onda.

Tutte rose e fiori. Poi?
La fase costruttiva s’è chiusa con l’annuncio di Mentana, in diretta, che l’accordo con noi era cosa fatta. E in effetti, a parte qualche dettaglio... Poi hanno cominciato a cercare pretesti. Si sono attaccati a una mia dichiarazione. Cioè che, per il suo potenziale umano e professionale e per le attese che suscita, La7 potrebbe svolgere meglio il ruolo di terzo polo competitivo se riducesse la dipendenza da Telecom. Un’ovvietà: una concessionaria dello Stato, in un paese in cui il premier possiede tv, è inevitabilmente esposta a ritorsioni governative. Non mi sembra un’offesa sanguinosa al presidente Telecom, Franco Bernabè. E l’aveva detto proprio Stella, al Fatto, che entro fine anno Telecom avrebbe ceduto il 40% di La7. Quindi dov’è il problema? Era un pretesto.

A quel punto che è accaduto?
All’improvviso sono ricomparsi i vincoli e le diffidenze iniziali, che avevamo già dissipato. Stella domanda: “Chi si accolla le spese legali?”. Io mi dico: ecco, gli stessi problemi che la Rai sta creando alla Gabanelli. È un altro pretesto per nascondere qualcosa che mi sfugge. E rimuovo anche quello: ok, ci accolliamo anche i rischi legali. Ma allora – rilancio – se siamo responsabili di tutto, il programma lo autoproduciamo. Più responsabilità, più libertà e nessun veto. Inventano un altro pretesto: la responsabilità penale. Obietto che le denunce penali non le fanno quasi più, in ogni caso non all’editore. Ma qui Mentana si offre come ‘direttore responsabile’ del nostro programma, accogliendoci sotto la testata del tg. A quel punto però una cosa l'aggiungo.

Quale?
Domando a Stella: “Ma voi lo volete fare questo programma o no? Perchè su tutto il resto, la quadra si trova”. È come nei matrimoni: se sposi Santoro, o Celentano, ti sarai almeno informato su chi sono e come sono fatti. Mica puoi sposarti con la riserva mentale. Stella continuava a dire che voleva Annozero su La7, ma non mi convinceva più.

Forse Stella voleva sposarti, ma Bernabè non poteva dare l’assenso. Si è molto discettato sulla loro divaricazione.
Qualcuno ha ipotizzato questo dualismo, ma io ho esplicitamente chiesto a Stella di avere l’ok di Bernabè prima di iniziare qualunque trattativa. E l’ok c’era. Ora non c’è più? Non posso immaginare che improvvisamente abbiano scoperto che io lavoro in autonomia. Lo sanno pure i sassi che mi sono scontrato con Masi perchè pretendeva schede-programma e scalette sette giorni prima.

E allora come si spiega la retromarcia di La7? In fondo, si erano fatti avanti loro.
Evidentemente c’è stato un intervento esterno per bloccare un’acquisto importante per realizzare un terzo polo televisivo che poteva diventare dirompente per il duopolio Rai-Mediaset. Se Sky e La7 raccogliessero insieme la pubblicità, sarebbe un terremoto. Perché Rai e Mediaset sono due aziende in profonda crisi che si tengono in piedi l’una sulle debolezze dell’altra. Quando i partiti, diversamente dalla Prima Repubblica, non rappresentano che i propri gruppi dirigenti senza un progetto culturale, le tv sottostanti ne risentono: dirigenti sempre più mediocri e incompetenti, nessuno sa cosa sia il prodotto, nessuno progetta né pensa né innova. Così si finisce per appaltare tutto agli impresari delle star e ai venditori di format. Gestiscono budget e personaggi, se vuoi una star devi prenderti tutto il pacchetto pieno di patacche. Risultato: il palinsesto si svuota, la programmazione finisce non più a luglio-agosto, ma fra un po’ si esaurirà poco dopo il Festival di Sanremo, ad aprile.
Questo “intervento esterno” su La7 ha un nome?

Un nome e un cognome: conflitto d'interessi. Politico e industriale insieme. Un’azienda, Mediaset, occupa il governo, il Parlamento , le Autorità, la Rai e piega tutto al proprio tornaconto. Con i numeri che facciamo, dovremmo avere una fila di editori: invece c’è la fuga. La miglior prova della debolezza organica delle classi dirigenti e del capitalismo, incapace di tradurre in progetti e prodotti le idee migliori e di portarle al pubblico. Non è un regime, ma un paese semilibero sì.

Davvero basta Santoro su La7 per stendere i due colossi?
Non sono così presuntuoso. Ma un tempo i programmi ‘diversi’ erano importanti ma non determinanti nella programmazione. Ancora nel 2002 eliminare Biagi, Santoro e Luttazzi fu un colpo per l’immagine, ma non significò svuotare la Rai. Ora i programmi scomodi sono diventati il core business, il top del palinsesto: senza Vieni via con me, Report e Annozero, la Rai si dimezza. È la grande novità degli ultimi anni, imposta dal pubblico che, stufo della ripetitività dei reality, va a cercarsi la realtà là dove sopravvive. Disposto persino a ciucciarsi Avetrana, dove qualcosa di reale comunque c’è, pur di non cadere nei Grandi Fratelli e nelle Talpe. Specie dopo che lo scandalo del bunga bunga ne ha svelato il retroscena, il reality del reality: le selezioni nell’alcova di Arcore.

Lerner e Mentana invitano La7 a ripensarci. Li ringrazio. La battuta d’arresto delle rete nei nostri confronti è un pessimo segnale di stop anche per chi resta dentro.

Parliamo del futuro. Tu ora sei un ex dipendente Rai...
No, sono ancora dipendente fino al 31 luglio. Se il Cda rivuole Annozero lo dica, io straccio la transazione e resto qui. Oppure torno da esterno, purchè smettano di vedermi come un’imposizione da malsopportare e mi vogliano con la necessaria autonomia. Il servizio pubblico resta sempre la mia prima scelta.

Pia illusione.
E vabbè, se non mi vogliono alla Rai né a La7, devo provare a farne a meno. Siamo usciti dalla serata “Tutti in piedi” a Bologna, come l’anno scorso da “Raiperunanotte”, con una grande carica: c’è un enorme pubblico, soprattutto giovane, che ci chiede di rompere gli schemi, anche quelli in cui abbiamo lavorato finora, per parlare liberamente e uscire da un campo da gioco sempre più ristretto e asfittico. Una rottura come quella del Fatto nell’editoria. C’è un grande pubblico disposto a finanziarci con contributi individuali, a cercarci in rete, sul digitale, sul satellite. La ragazza precaria, sul palco di Bologna davanti a 30 mila persone, spaccava lo schermo. L’ho rivista in tv, seduta in un talk: non era la stessa cosa. Ecco, io ora cerco questo: una tv che rimetta al centro la realtà. “Scassando tutto”, come dice De Magistris: spazzando via l’equilibrio perverso che tiene insieme cattiva politica, cattiva economia e cattiva tv.

Molti si domandano: in autunno rivedremo Santoro e la sua squadra?
Certo che sì. È il momento della chiarezza, siamo alla scelta finale: se Rai e La7 non ci vogliono, dobbiamo essere noi a dire “rivogliamo la Rai” e a riprenderci il servizio pubblico privatizzato dai partiti, di destra e di sinistra, che lo considerano terreno di conquista. Per questo mi sono candidato a direttore generale: della Rai: una provocazione per affermare la necessità di competenze. E poi ci vogliono regole veramente liberali e un garante unico della comunicazione.

E Annozero?
Sto lavorando perché un programma come Annozero vada in onda dall’autunno ogni settimana, come sempre: alla Rai, a La7 o su una multipiattaforma fra satellite, streaming in rete e network di tv locali sul digitale.

Può funzionare anche in versione “feriale” o solo in quella “festiva” dei grandi eventi?
È una sfida entusiasmante. Ma possiamo vincerla solo se si mettono in gioco centinaia di migliaia di persone. Le interpelleremo presto perchè ci diano la forza necessaria. Riuscire in questa impresa sarebbe il coronamento della mia carriera.

Fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 24 giugno 2011

Quando c’era Lui, cara Lei di Marco Travaglio

(vignetta bucnic)
Dinanzi allo sconcio delle intercettazioni che immortalano la Rai, già “servizio pubblico” e “prima azienda culturale del Paese”, come un’appendice della P4, il presidente Paolo Garimberti è riuscito a dire soltanto che l’azienda che presiede a sua insaputa ha subìto qualche “schizzo di fango”. Come se ci fosse bisogno delle intercettazioni per scoprire ciò che tutti sapevano, e cioè che Masi & gli altri affossatori della Rai sono eterodiretti. Uno sconcio che, almeno per la Rai, è peggio della P2, visto che la P4 e i suoi manutengoli ai piani alti di Viale Mazzini sono riusciti dove persino Gelli aveva fallito: cancellare dai palinsesti i due programmi giornalistici di maggior successo dell’ultimo anno, Vieni via con me e Annozero. Le indagini di Trani e di Napoli dimostrano carte alla mano che la cacciata di Santoro è avvenuta su ordine diretto del presidente del Consiglio per mano di un Masi letteralmente telecomandato da Bisignani e di una Lei molto vicina a quegli ambienti. Quanto basterebbe perché Garimberti prenda quelle carte e monti sul primo aereo per Strasburgo per denunciare all’Europa una palese violazione del principio comunitario di non ingerenza dei governi nell’informazione. Così magari la Procura di Roma e il Tribunale dei ministri, che da un anno si rimpallano la patata bollente delle intercettazioni di Trani, si deciderebbero a fare qualcosa. L’altra notte, in uno di quei programmi-marchetta che infestano i palinsesti estivi della Rai, Milly Carlucci in quel di Amalfi insigniva Garimberti del premio Biagio Agnes per le mirabolanti imprese del servizietto pubblico sui 150 anni dell’unità d’Italia. Garimberti commentava giulivo: “Speriamo di meritarcelo”, tra gli applausi di Vespa, assiso in seconda fila. Ma sì che ve lo meritate, quel premio: a vita ve lo meritate, visto avete superato il maestro. Nemmeno Biagione, campione della Rai lottizzata di De Mita & C., dove però lavoravano Grillo e tanti altri irregolari, avrebbe mai osato mettere alla porta Santoro e Saviano. Ora, se tutto va bene, sistemeranno anche Milena Gabanelli e la squadra di Report. Dopo 14 anni di onorato servizio, il capo dell’ufficio legale Rai, Lo Giudice, avvocato del Giornale berlusconiano e figlio del difensore di Craxi, ha comunicato a Milena che, non essendo lei dipendente, non ha diritto alla “manleva”. Cioè alla copertura legale per contratto (che non esclude la rivalsa dell’azienda in caso di condanna per dolo o colpa grave). Tutte balle: anche Giuliano Ferrara è un esterno Rai, guadagna il quintuplo della Gabanelli per vomitare ogni sera i suoi liquidi organici contro i nemici del suo padrone, ma lui la manleva ce l’ha. Altrimenti eviterebbe di calunniare questo e quello. Tanto paghiamo noi: come direbbe Ricucci, fa il frocio col culo degli altri. La Gabanelli invece, che in 14 anni di inchieste complicatissime non ha mai perso una causa né un processo per diffamazione, è considerata una fonte possibile di “danni erariali” per l’azienda che ingrassa grazie a lei. Dunque non può rinnovare il contratto che scade il 31 agosto, quello nuovo è irricevibile: lei lavora per la Rai ma, se qualcuno le fa causa, affari suoi. Roba mai vista in un’azienda editoriale. È come se un poliziotto venisse spedito a sedare una rivolta in carcere, ma casco, armi e giubbotto antiproiettile dovesse pagarseli lui. Solo il Cda può sanare la ferita. Ma lì comanda il centrodestra, con Petroni e la Bianchi Clerici che nominarono un dg incompatibile, Meocci, attirando sulla Rai una multa di 14 milioni (“danno erariale”?); e con gli altri che hanno assunto Minzolini, ora indagato dalla Corte dei conti e dalla Procura per 60 mila euro di spese non rimborsabili pagati con la carta di credito aziendale (“danno erariale”?). Quando anche la Gabanelli sarà accompagnata alla porta, qualche intercettazione svelerà i veri mandanti dell’operazione. E qualche presidente, uno a caso, farà la bocca a cul di gallina e piangerà sul fango versato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 19 marzo 2011

Omnia sozza sozzis di Marco Travaglio

(vignetta nonleggerloblog)
Augusto Minzolini sta poco bene. Solo chi l’ha conosciuto vent’anni fa quando sfrecciava per i palazzi romani in motorino, sbucava da dietro le porte, s’inguattava sotto i tavoli travestito da fioriera sempre a caccia di indiscrezioni, pettegolezzi, retroscena, a volte persino di qualche notizia (tipo il patto “della crostata” D’Alema-Berlusconi a casa Letta), può comprendere la gravità della sindrome che l’ha colpito. Un tempo cercava le notizie, ora le nasconde (ultime imprese: il linciaggio di Saviano e la sordina ai fischi contro B.). Fatte le debite proporzioni, è come se l’ispettore Derrick scippasse una vecchietta, o se Berlusconi mandasse indietro una minorenne. La nomina a direttore del Tg1, macchina con autista e carta di credito incorporati, gli è stata fatale. Non bastandogli il magro stipendio di 550 mila euro l’anno a spese dei contribuenti, ha iniziato a usare la carta di credito aziendale a destra e manca, fino a un ragguardevole totale di 86 mila euro in 15 mesi, di cui 68 mila non giustificati secondo il suo stesso protettore Mauro Masi. Spesso l’ubiquo direttorissimo risultava nel suo ufficio a Roma, mentre la carta, ormai dotata di vita propria, strisciava allegramente fra Marrakech e Dubai. Ora è inquisito dalla Corte dei conti e anche la Procura di Roma indaga. L’ha rivelato ieri il Fatto, ma alla Rai lo sanno tutti, visto che da due settimane la Guardia di finanza entra ed esce da viale Mazzini 14 chiedendo di lui. Anziché prendersela eventualmente con i pm, magari indagando sul colore dei loro calzini, Minzolingua se l’è presa col Fatto, mandando in onda un servizio ai confini della realtà firmato da tali Oliva e Prignano. I due han rivelato allo scelto pubblico del Tg1 il vero movente del nostro penultimo scoop: cioè l’indagine sull’assalto a Telecom Argentina. Il Tg1 spiega che l’abbiamo rivelata per “presentare Bernabè come difensore dell’azienda contro chi vuole portarle via Telecom Argentina”, così “il manager si ritrova sulla poltrona di presidente esecutivo”. Ma non basta: il Fatto mette pure in prima pagina la notizia che il neodirettore generale Telecom, Luciani, inviso a Bernabè, è indagato per un giro di sim false. “Telecom – notano i due minzosegugi – è un pallino fisso del Fatto, che nell’ultimo mese ha ospitato sei pubblicità a tutta pagina dell’ex monopolista telefonico”. Capita l’allusione? Il Fatto rivela l’indagine su Telecom Argentina e mette in prima pagina l’inchiesta su Luciani in cambio di 6 pagine pubblicitarie di Telecom. L’idea che un giornale dia notizie vere, possibilmente prima degli altri, semplicemente perché questo è il compito dei giornali, non sfiora neppure i minzoboys: se uno dà una notizia vera, dev’esserci sotto qualcosa. Magari del vil denaro. Questa gente è talmente abituata a fare così, da pensare che tutti facciano così. “Omnia munda mundis”, dice spesso Massimo Fini, “e omnia sozza sozzis”. Ma con noi il Tg1 casca male. Il Fatto è l’unico giornale d’Italia che, per aver osato avanzare qualche dubbio su un prodotto finanziario dell’Enel, è stato avvertito dall’Enel che non avrebbe più avuto pubblicità dell’Enel. Non perché siamo dei campioni di eroismo: semplicemente perché pensiamo che i giornali debbano contenere innanzitutto notizie: e, se qualcuno pensa di barattarle con la pubblicità, può tenersi la pubblicità. Cose che capitano nei giornali che hanno sempre più lettori, a differenza del Tg1 che ha sempre meno telespettatori. Ieri Minzolingua se l’è presa pure col consigliere Rai Rizzo Nervo, reo di aver chiesto al vertice aziendale di fare qualcosa sullo scandalo delle note spese, attivando le procedure disciplinari previste in casi come questo. “Tutte le iniziative di Rizzo Nervo – ha replicato il direttorissimo – sono frutto della sua incommensurabile faziosità”. Ma qui di fazioso ci sono solo 68 mila euro in cerca d’autore. Ora Minzo minaccia: “A tanta faziosità è necessario rispondere con un’iniziativa altrettanto clamorosa”. Tipo, per esempio, restituire il maltolto?

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 17 febbraio 2011

I Masi comunicanti di Marco Travaglio

(vignetta gianfalco)
La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza, direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 3 febbraio 2011

Da Minzolingua a Renzullingua di Marco Travaglio

Il Tg1 ha scritto ieri sera un altro pezzo di grande televisione. Stavolta Minzolingua non ha leccato in proprio, ma ha paracadutato a Palazzo Grazioli uno dei suoi più scalpitanti cavalli di razza: Daniele Renzulli. Chi era costui? I colleghi più anziani ricordano che arrivò al Tg1 con fama di amico dell’autista di Fanfani, dunque democristiano, dunque giornalista. Poi quel gran genio di Johnny Raiotta pensò bene di promuoverlo caporedattore dell’Economia. Il sopraggiungere di Scodinzolini non lo colse comunque di sorpresa: Renzullingua divenne un minzoliniano di ferro, firmando tutti i documenti di solidarietà al direttorissimo ingiustamente criticato per la sua rocciosa indipendenza. Ieri finalmente è scoccata la sua ora: “Dai, Renzulli, passa dal barbiere, mettiti il vestito buono, lucida le scarpe, succhia una mentina, avverti amici e parenti e presentati a Palazzo Grazioli da Lui. Non preoccuparti per le domande: te le detta Bonaiuti e comunque servono solo a rendere un po’ meno palloso il vecchio bollito, ché l’ultimo videomessaggio ha messo in fuga pure Bondi. Occhio a non sbagliare: certe occasioni capitano una volta nella vita”. Il giovanotto, gli va riconosciuto onestamente, non ha tradito le attese. Nonostante la salivazione azzerata, l’occhio pallato e la sudorazione a Vajont, ha tenuto testa da par suo al presidente del Consiglio, mettendolo spesso all’angolo con domande ficcanti. La prima: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Colpito e affondato dalla virulenza dell’intervistatore, B. vacilla, per riprendersi a stento: e ha spiegato che la colpa della crescita zero è dell’articolo 41 della Costituzione, curiosamente in vigore anche negli anni del boom economico, ma ora sarà prontamente abolito. Il nostro eroe, però, non è tipo da lasciarsi invischiare dalle risposte dell’avversario, infatti è già pronto col secondo uppercut: “Lei è sceso in campo nel '94 promettendo la rivoluzione liberale: per dare una scossa alla nostra economia è venuto il momento di andare fino in fondo?”. Qui il Cainano, già legnoso sulle gambe a causa delle notti insonni, si accascia alle corde con lo sguardo che implora pietà. E, in stato confusionale, biascica supercazzole tipo “piano casa... Sud... fiscalità di vantaggio... federalismo”. Implacabile, Renzulli lo finisce con il ko: “Lei ha fatto una proposta di collaborazione all’opposizione, che ha risposto che non è credibile. Dietro questo rifiuto, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?”. Il nano bollito, dal tappeto, delira: “Il problema principale è il debito pubblico che abbiamo ereditato dai governi del passato... moltiplicato 8 volte dal 1980 al '92 dalle vecchie forze politiche, con i comunisti in primo piano, negli anni del consociativismo”. Qui si chiude l’intervista, ma solo per i telespettatori. Renzulli invece rimane lì e si scatena, ricordando a B. alcune verità scomode. Dal 1980 al '92 si susseguirono i premier Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato: 6 Dc, 2 Psi, 1 Pri, nessun comunista (il Pci era all’opposizione). È grazie a loro se, in quei 12 anni, il debito pubblico passò dal 60 al 118% del Pil. Consociativismo? L’aumento più vertiginoso si registrò nei quattro anni di Craxi (1983-'87: da 456 a 890.000 miliardi di lire). Di cui B. era amico, finanziatore ed elettore. E chi erano i consiglieri economici di Craxi negli anni in cui il debito raddoppiava? Tremonti, Siniscalco, Brunetta e Sacconi. B. li ha promossi tutti e quattro ministri. Queste e altre verità Renzullingua ha ricordato al premier in coda all’intervista. Purtroppo, sul più bello, l’hanno tagliato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 29 gennaio 2011

L’OFFENSIVA DI BERLUSCONI - Il Caimano chiama il pubblico per aizzare la piazza di Norma Rangeri

(vignetta Giannelli-Il Corriere)
Dal bunker berlusconiano un altro videomessaggio, il terzo dall’inizio dell’anno, atterra nelle case degli italiani per scandire i tempi e dettare le modalità dell’estrema difesa. Il Caimano che incita la folla all’assalto del Tribunale, si appella al popolo televisivo sventolando la bandieradella democrazia. Nel forsennato tentativo di non affogare sotto i colpi di accuse che lo inchiodano al ruolo di promotore della prostituzione di stato, Berlusconi appare sugli schermi dopo aver ordinato ai suoi colonnelli, durante il consiglio dei ministri, di accelerare la pratica dell’oscuramento di Annozero. Si presenta ai telespettatori seduto alla solita scrivania mentre è ancora fresca l’eco del pesantissimo intervento del direttore generale, Mauro Masi, in diretta giovedì sera da Santoro per dissociarsi dal programma che discuteva delle prostitute di Arcore. Il premier annuncia al pubblico che sarà lui a scegliere i magistrati più adatti a giudicarlo e dichiara che «il livello di guardia è stato superato».
Il videomessaggio arranca in una rappresentazione che deve convincere chi non legge i giornali e poco sa dei fatti. Aggiunge che «è giunto il momento di ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello stato», assicura che «il governo andrà avanti». Come sempre nella tecnica del ribaltamento della verità, come accade appunto nella drammatica scena conclusiva dello spietato e lucido film di Nanni Moretti, il protagonista dell’attacco forsennato alla divisione costituzionale dei poteri, il politico che chiama la piazza all’assalto contro l’ordine giudiziario che osa processarlo, Berlusconi si ritaglia il ruolo della vittima per costituire l’alibi dell’ultimo strappo.
Durante il videomessaggio lo vediamo replicare il mantra della violazione della privacy, e recitare la parte del cittadino comune afferrando la cornetta di un telefono per agitarla davanti alle telecamere e concludere che siamo tutti spiati. Non è lui che ha violato ogni legge, pubblica e privata, ma è il potere giudiziario che è andato «oltre ogni limite» e dunque va ricondotto a più obbedienti comportamenti.
Isolato, indebolito, politicamente alle corde Berlusconi torna a parlare agli italiani dopo averlo già fatto il 14 gennaio, all’indomani della sentenza della Cassazione sul legittimo impedimento, e il 19 gennaio dopo la consegna in parlamento delle carte della procura di Milano. Nonostante il consiglio dell’amico Giuliano Ferrara di andare in tv per affrontare le accuse in un confronto diretto con i giornalisti, il capo del governo insiste sul collaudato copione del monologo che non ammette replica.
Di fronte a un comportamento politico che non rispetta nessun altro potere se non il proprio, e a una strategia mediatica che non ammette il contraddittorio della libera informazione, il gioco si fa duro. E alla piazza si dovrà rispondere, da parte delle opposizioni, con la piazza.
La presenza estesa e forte degli operai e degli studenti nelle decine di manifestazioni organizzate dalla Fiom in tutto il paese, alleggerisce questo clima plumbeo emette in campo un argine democratico. Mentre cresce, con l’accavallarsi di iniziative pubbliche, l’appuntamento del 13 febbraio, una mobilitazione della società civile sollecitata da un appello di donne rivolto a tutti, ma in particolare agli uomini (perché «se non ora quando?») per ritrovarsi a Roma nello stesso giorno in cui probabilmente Berlusconi chiamerà il Pdl a piazza Duomo a Milano.
Assestati i colpi secchi al potere parlamentare e giudiziario, fino a far tremare ogni punto di equilibrio (dal senato alla camera, alla presidenza della repubblica), stiamo arrivando a un nuovo tornante. Se alle elezioni si dovrà arrivare, il massimo esperto di propaganda le prepara infuocando la piazza. Reale e virtuale.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Masi umani di Marco Travaglio

Masi umani di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Più che di scudi umani, è il caso di parlare di casi umani. Anzi di Masi umani, vista la figura da cioccolataio che si è autoinflitto il direttore della Rai libera di Bananas. Il suo repentino rinculare da “Annozero viola le regole” a un più modesto “potrebbe violare le regole”, prim’ancora che il programma avesse inizio, fa di lui un cittadino onorario dello Zimbabwe (sempreché lo Zimbabwe non abbia nulla in contrario). Era stato lui stesso, al telefono con Innocenzi (Agcom) a sua volta mobbizzato dal premier per bloccare la puntata sul caso Mills, a spiegare che B. “ha in mente una roba che non esiste: che qualcuno possa dire a Santoro ‘stasera non puoi parlare del processo Mills’. Uno può scrivergli ‘stai attento a ciò che dici’, ma non ‘non puoi fare la trasmissione’. Tu ex ante non puoi far nulla, neanche nello Zimbabwe. Tu devi prima vederla, la trasmissione... Che fai, in un paese dell’Occidente gli dici ex ante: ‘Non la puoi fare?’”. Ma ora il Cainano è intervenuto con un bungabunga ex post su Masi, che l’altra sera ne portava tutti i segni. Del resto è tutta una catena di ex ante. Le Papi-girl premono ex ante sulla Minetti. Che preme ex ante sul premier. Che preme ex ante su chiunque gli capiti a tiro, da Masi al ministro Romani. Un trenino che non finisce mai. Conosciamo anche le parole, sempre misurate ma molto persuasive, che B. usa in questi casi (sempre dall’inchiesta di Trani): “Siete una barzelletta, non un’Authority! Vergognatevi di portare a casa i soldi! Se foste persone serie vi sareste già dimessi!”. E questi casi umani, o Romani, memori dei soldi (nostri) che portano a casa, sono pronti anzi proni a tutto, anche a esporsi a figure che farebbero vergognare una scimmia col sedere pelato. Prendete il povero on. Sisto, già maltrattato dai genitori che lo battezzarono Paolo. Giovedì alle 8 della sera, dopo un’esistenza trascorsa nel più grigio anonimato, viene catapultato da Bonaiuti ad Annozero, inatteso e insalutato ospite: “Preparati, è il tuo momento”. Lui si fionda dal sarto, acciuffa un abito buono, avverte parenti e amici di guardare Santoro perché c’è anche lui, travolge i controlli al passo carraio, si precipita al trucco e quando è bello pronto per entrare in studio, impomatato e inamidato a lucido, già pregustando le due ore di notorietà che gli cambieranno la vita, ecco la ferale notizia: “Lei non può entrare, non è stato invitato”. Prova a balbettare che l’ha inviato il premier in persona. Invano gli vien fatta notare la lievissima differenza fra inviato e invitato. A quel punto, mestamente, Paolo Sisto rientra nel cono d’ombra da dove era venuto. Ma prendete pure il leghista Brigandì, padano-messinese, avvocato di Bossi e dunque membro del Csm, che sfila dagli archivi il fascicolo personale della Boccassini con le carte top secret sul suo fidanzato del 1980, che puntualmente finiscono sul Giornale. Che s’ha da fare per campare. O prendete gli agcomici Mannoni, Martusciello, Savarese e Napoli costretti a chiedere all’Authority di censurare Annozero per aver trattato l’inchiesta Rubyconi, come fanno peraltro tutti i giornali del mondo e tutte le tv del resto del mondo. Intanto Romani, la cui competenza sui programmi tv è pari a quella di Frattini Dry su casa Tulliani, denuncia fantomatiche “violazioni” di Annozero: “Ha trasmodato i limiti della corretta informazione” (li decide il governo) dando “ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche, che sarebbero state proferite da soggetti coinvolti nell’attività di indagine della Magistratura requirente”. Cioè: le Papi-girls chiamano B. “brutto vecchio”, “pezzo di merda” e “culo flaccido”, o narrano i bungabunga a tassametro, e la colpa è di Annozero perché il Codice di Framarzo sui processi penali in tv lo proibirebbe. E i plastici vespiani di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia e Avetrana? Urge nuovo Codice di Fracazzo per specificare che i soli processi di cui è vietato parlare in tv sono quelli di B. Gli unici di interesse pubblico.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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COSÌ BERLUSCONI ORDINÒ: “CHIUDETE ANNOZERO” di Antonio Massari

giovedì 23 dicembre 2010

Leccando da Vinci di Marco Travaglio

“Pensate, oggi è stato il giorno più buio degli ultimi 400 anni. Ma a portare un po’ di luce qui nello studio è venuto, e lo ringrazio, Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio. Questo è un regalo che ci fa e la ringrazio davvero!”. Nemmeno Ugo Fantozzi quando siede dinanzi al megadirettore galattico su una sedia che non c’è, nemmeno Giandomenico Fracchia quando si accascia dolcemente sulla poltrona a sacco, avrebbero saputo studiare un benvenuto così virile e urticante per il loro padrone. Ma Alessio Vinci, giornalista all’ameregana, molto anglosassone per il suo passaggio alla Cnn che non ha lasciato in lui alcuna traccia sensibile, sì. L’altra sera, al cospetto del suo editore, nei rari intermezzi concessigli fra un’esternazione fluviale e l’altra per pigolare qualche monosillabo, ha saputo mantenere una postura orgogliosamente eretta, quasi eroica, ai limiti della temerarietà. Fin dal benvenuto d’esordio, versione aggiornata del più celebre “Duce, tu sei la luce”. Durante i 100 minuti di intervista, poi, mentre il padrone esondava con una curiosa aureola arancione, color antiruggine, pittata sulla fronte levigata di fresco, il capino di Alecco Vinci sottolineava ogni balla spaziale con un cenno di assenso simile a quello dei cagnolini di peluche che fanno sì con la testa sulle auto. Le palle di Natale del Cainano le han già copiosamente riferite tv e giornali. Ma, per dare l’idea del grave sprezzo del pericolo mostrato dal nostro eroe, ecco un’antologia delle domande più aggressive. Prima botta: “Presidente, le elezioni ormai non le vuole più nessuno, è così?”. Colpo sotto la cintola: “Come va il suo sforzo di allargare la maggioranza? Casini ha fatto un’apertura significativa”. Gancio destro: “Il presidente Napolitano è stato chiaro, ci vuole stabilità, preferisce che il governo finisca la legislatura, ha mandato messaggi molto chiari”. Montante sinistro: “Fini dice che la legislatura può durare, sembra quasi una marcia indietro”. Uppercut micidiale: “Lei esclude che chi ha fatto il salto verso il governo voglia le poltrone?”. Alabarda spaziale: “In Europa, io lo so bene perché vengo dalla stampa estera che non è mai stata tenera con lei, dopo il voto ci sono stati molti articoli a suo favore, è una notizia!”. Lame rotanti: “Wikileaks: la Clinton ha cercato di capire meglio i suoi rapporti con Putin. Forse c’è un po’ di timore, un po’ di dubbio?”. Maglio perforante: “Quindi non c’è niente di male a essere amici con questi leader?”. Bomba al napalm: “Lei accetta il sostegno di Casini per la stabilità chiesta da Napolitano?”. Missile terra-aria: “Mi sono rivisto decine di volte un filmato prima della fiducia alla Camera in cui lei e Casini vi scambiate carinerie. Casini ha detto che parlavate di capelli e donne, ma ho capito dal labiale che lei gli ha sussurrato all’orecchio ‘Ti voglio bene’. È così? Gliel’ha detto?”. Assalto all’arma bianca: “Ci dia un’anticipazione sul nuovo nome del partito, è corto o lungo? Una parola sola? Silvio!”. Affondo di baionetta: “Le posso chiedere che cosa pensa degli studenti che manifestano? Protesta ideologica? Forse la riforma non è stata spiegata bene? Deficit di comunicazione?”. Placcaggio sleale: “L’antiberlusconismo è la sua arma migliore, il suo elisir di lunga vita?”. Sgambetto a tradimento: “Qual è l’attacco che le fa più male? Ci sono un sacco di attacchi alla sua vita privata: le han fatto più male rispetto agli altri?”. Bombardamento finale: “Lei comunque non nega di aver invitato giovani ragazze a cena, non c’è niente di male... Ogni volta che sente un leader della sinistra, sorride: la mettono di buonumore? Se la Consulta dovesse votare contro il suo scudo giudiziario lei cosa farà? Quando si parla di questo tema lei si scurisce in volto... Presidente, è possibile un processo giusto, oggi, a Silvio Berlusconi? Ha acquistato Cassano? Ora non vorrei si dica che ho fatto tutta la puntata a suo favore”. Ora la vittima giace esanime al tappeto. Vinci la finisce col colpo alla nuca: “Grazie Silvio Berlusconi, grazie di essere venuto qui a Matrix, l’aspetto presto di nuovo, grazie!”.


Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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