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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 13 settembre 2011

I COMIZI D’AMORE DI SANTORO PER UNA TV LIBERA, FUORI DALLA TV di Carlo Tecce

Marina di Pietrasanta (Lu)
















Prima di scrivere, recitare, girare, parlare, c'è un'immagine che anticipa i Comizi d'amore, omaggio a Pier Paolo Pasolini e ultima invenzione di Michele Santoro. È il cordone umano che intasava Marina di Pietrasanta per capire se quel telecomando, spento su Annozero a giugno, ha ancora un tasto giusto.
Erano in 5 mila per il secondo compleanno del Fatto, italiani con residenze e accenti diversi che volevano sapere di televisione e informazione. Un incontro per chi si conosce bene: “Sono qua non per dire quello che faremo, per il semplice motivo che – ha spiegato dal palco Santoro – quello che faremo lo abbiamo già fatto vedere due volte a Bologna, con Raiperunanotte e Tuttinpiedi. Per cui, se vi piacciono quei programmi realizzati in maniera indipendente e grazie al vostro aiuto, noi quei programmi vogliamo rifarli”. E così spariscono le circolari Rai, gli atti d’indirizzo della Vigilanza e delle cosiddette Authority, il bavaglio preventivo, le scalette vistate da Giovanni Stella di La7, il conflitto d’interessi.
QUEL TELEVISORE classico, forse scolastico, è ormai spento. A ottobre vedremo come e dove (Roma o Bologna?), adesso sappiamo quando e quanto: “Faremo circa 25 serate, per realizzare la trasmissione serviranno circa 250 mila euro a puntata”. Stavolta la multi-piattaforma, l'evento che interseca Internet, satellite e digitale terrestre, avrà un riflesso collettivo nell'associazione ‘Servizio pubblico’, una grande platea di telespettatori muniti di cesoie per rompere qualsiasi censura. Santoro chiede ai telespettatori un contributo di almeno 10 euro, un gesto di fiducia che sarà sostenuto con i contributi del Fatto e l'aiuto degli imprenditori televisivi (Sandro Parenzo ed Etabeta). Ai banchetti di Marina di Pietrasanta, c'era già chi voleva pagare per iscriversi al “servizio pubblico”, però la formula per aderire sarà diffusa fra una settimana (accrediti postali, forse telefonate). Come per commentare una partita domenicale, il lunedì pomeriggio Santoro convoca i suoi, cioè il pubblico di Annozero (5,4 milioni di italiani in media nel 2010/2011) e quello incalcolabile del web: “Voglio tornare a giocare, ma con uno stadio pieno”. Uno stadio pieno fa paura a chi vuole transennare l'ingresso e delimitare col filo spinato “il recinto”, ma fa avvicinare chi può investire con la pubblicità. Perché una televisione multi-piattaforma, senza passato perché mai vista, per convincere gli inserzionisti deve dimostrare la sua forza prima di andare in onda. Non esiste un doppione per fare previsioni, i Comizi d'amore sono un inedito: il pubblico arriva prima del programma, e dunque dei numeri Auditel. Come gli abbonati del Fatto, due estati fa. Una rivoluzione culturale del mezzo televisivo che per Peppino Caldarola, ex direttore de l'Unità, vale una vittoria assicurata perché pensiona per sempre il “riformismo di sinistra”: “Anche chi non ama il fondatore di Annozero e di Sciuscià, soprattutto coloro che hanno sempre tifato per un mercato più libero, non potrà non cogliere in questa sfida di Santoro – scrive su Linkiesta.it   – una vera opportunità politica e culturale. Comunque la pensiamo, e spesso la pensiamo diversamente da lui, è un bene che riesca nella sua impresa perché saremo tutti più liberi”.
Comizi d'amore non è uno spazio nel palinsesto di una televisione pubblica o privata, ma è un momento di ritrovo per chi cerca esattamente quel tipo d'informazione libera senza editori con Sandro Ruotolo, Marco Travaglio, la redazione di sei stagioni di Annozero e le vignette di Vauro. Sarà visibile su una ragnatela nazionale di emittenti locali, siti Internet, un canale di Sky: “La gente che è seduta qui ad ascoltare, queste migliaia di persone – ha detto Santoro – che i partiti non riescono più a raccogliere, hanno diritto a essere rappresentati come opinione pubblica? I pacifisti non avevano diritto a esistere come opinione pubblica organizzata? Perché se questa opinione pubblica non ha diritto di essere rappresentata, questa non è democrazia”.

fonte artcolo 'Il Fatto Quotidiano'

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domenica 28 agosto 2011

Povera Stella di Marco Travaglio

Finalmente Giovanni Stella, amministratore delegato di Telecom Italia Media e quindi di La7, noto esperto di banani, ha ufficializzato i motivi del mancato ingaggio di Michele Santoro. In un’intervista al Giornale, il popolare “Canaro” spiega testualmente: “Con Santoro non abbiamo chiuso il contratto solo perché lui pretendeva libertà assoluta... facile chiedere la libertà con i soldi degli altri”. Si prega di soffermarsi sui vocaboli “solo”, “pretendeva” e “libertà”. Soltanto nello Stato semilibero di Bananas un dirigente di successo, braccio destro di un top manager del calibro di Franco Bernabè, può mettere nero su bianco, per giunta sul quotidiano del premier, che la libertà è una pretesa. Talmente assurda da giustificare di per sé (“solo”) il mancato approdo nella sua tv del giornalista televisivo più noto, affermato e redditizio presente sul mercato. Come se l’articolo 21 della Costituzione fosse un optional: “Tutti i cittadini hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Si dirà, e infatti Stella lo dice, che Santoro non voleva “nessun controllo su scaletta, ospiti e filmati”. E “nessun editore può dare carta bianca perché ha la responsabilità finale di quello che va in onda”. Non sappiamo quali editori conosca, a parte se stesso, il dottor Stella, ma in tutto il mondo libero funziona così: l’editore sceglie i giornalisti a proprio gusto in base a criteri professionali; dopodiché questi lavorano come meglio credono, in base alle regole fissate dal contratto nazionale. Che prevede, appunto, libertà assoluta. Se poi l’editore non è soddisfatto di loro, li licenzia per giusta causa. E alla fine è il giudice a stabilire se la causa era giusta o no. Ora, Stella voleva assumere Santoro a La7 perché gli era giunta voce che fosse un valido professionista autore di programmi di successo, con milioni di telespettatori e di introiti pubblicitari. Dunque non sono professionali né finanziari gli ostacoli che han fatto saltare la trattativa. Stella esclude poi che fossero aziendali, per proteggere Telecom da rappresaglie governative (“Trovo singolare immaginare, come fa Travaglio, che si possa usare la piccolissima La7 come spauracchio per difendere il gigante Telecom”). E nega anche che fossero politici (“Se mi avessero chiesto di non prendere Santoro per non dispiacere a Berlusconi, avrei dato le dimissioni”). Dunque perché pretendeva – stavolta il verbo è appropriato – ciò che nemmeno la Rai di Masi&C. aveva mai ipotizzato, cioè di controllare “scaletta, ospiti e filmati”? Temeva forse che Santoro trasmettesse materiale pornografico o comunque contrario al comune senso del pudore? Non scherziamo. E allora – filosofeggia Stella – “Le regole si applicano a tutti, da Lerner a Piroso, solo Mentana non deve riferire a me perché, in quanto direttore, si assume tutte le responsabilità”. Già, anche perché sarebbe curioso un telegiornale che , prima di andare in onda su fatti accaduti magari da tre minuti, deve sottoporre il dvd preregistrato all’imprimatur preventivo dell’editore. Pare dunque che il problema fossero le eventuali cause e querele. Ma anche questa scusa non regge: prima Mentana e poi lo stesso Santoro avevano offerto a Stella di assumersi ogni responsabilità legale sul programma santoriano. A questo punto, spiace dirlo, rimane una sola spiegazione: la paura di Stella, o di Telecom tutta, che Santoro usasse la sua libertà per criticare i politici dai quali la concessionaria Telecom dipende. Ricapitolando: noi di La7 siamo così liberi che, se qualcuno viene a parlarci di libertà, lo meniamo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 6 agosto 2011

Un uomo da interdire di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
È commovente lo sforzo della stampa di regime per sganciare gli ultimi rovesci di Piazza Affari dal discorso portasfiga del Cainano. Ieri il Pompiere della Sera, in un editoriale che peraltro denunciava l’inesistenza del nostro governo, si inerpicava sugli specchi con ardite perifrasi (“Palazzo Chigi”, “il governo e la politica”) pur di non nominare mai Berlusconi come la vera palla al piede che paralizza l’Italia oltre a tutte le altre. Del resto sono anni che i pompieri fingono di non vedere quel che fa, anzi non fa. All’inizio per lui la crisi finanziaria mondiale non esisteva proprio. E, se gl’italiani se ne preoccupavano, era colpa di Annozero che ne parlava. Autosuggestione collettiva. Ottobre 2008, mentre tutto il mondo vara misure straordinarie, lui sorride: “Tranquilli, abbiamo l’83% di case di proprietà, più auto e più telefonini di ogni altro paese europeo”. 21 dicembre 2008: “Occorre intervenire sulla Rai, basta con questi programmi che diffondono pessimismo”. Febbraio 2009, cita fugacemente la crisi, ma solo per annunciare che è passata: “Usciremo dalla crisi prima del resto d’Europa, perché siamo i migliori”. 2010: la crisi è sempre lì. Lui incolpa alle “organizzazioni internazionali, che un giorno sì e uno no dicono: deficit +5%, consumi -5%, crisi di qui crisi di là, crisi fino al 2011... un disastro! Chiudiamogli la bocca”. E pure i giornali, “essi stessi fattori di crisi”. Poi riunisce gl’imprenditori, anch’essi molto suggestionati: “Chiedete un incontro ai vertici Rai: come fate ad accettare che la Rai inserisca i vostri spot in programmi che diffondono panico e sfiducia?”. È la celebre crisi percepita: la gente crede di esser senza soldi e senza lavoro perché glielo dice Santoro, ma se mette le mani in tasca si scopre ricca sfondata. 2011: Draghi, altra vittima dell’incantesimo, annuncia che si son persi 650 mila posti di lavoro, ma B. lo zittisce: “I suoi dati non ci risultano, la ripresa è partita”. L’autorevole Brunetta conferma: “Siamo in piena ripresa”. È quel che dice anche il Tg1 di Minzolingua: secondo una ricerca di Ilvo Diamanti, la crisi è la prima preoccupazione del 60% degli italiani, che se ne infischiano della criminalità (12%) e dell’immigrazione (3,6), ma Rai e Mediaset parlano di criminalità e immigrazione 20 volte più che di crisi. Maria Luisa Busi ritira la sua faccia dal Tg1 e accusa Minzolingua di aver “schiacciato l’Italia reale tra informazione di parte e infotainment: quante volte lavarsi le mani, caccia al coccodrillo nel lago, mutande antiscippo”. Il Direttorissimo replica: “È lei che accompagnava le notizie con la mimica facciale”. Gufava, ecco. Doveva fare come Feltri, che ancora l’anno scorso scriveva sul Giornale: “Io vedo in giro solo gente paffuta, sorridente, in forma. Il ritratto dell’opulenza. Disoccupati non ne conosco uno, semmai conosco cassintegrati integrati e felici”. Gennaio 2011, riecco la supercazzola del “taglio delle tasse”, come se avessimo 10 o 20 miliardi da scialare. E Tremonti che ripete “non c’è una lira” è un altro gufo, traditore, criptocomunista da affidare alle cure del Giornale e di Libero. Due mesi fa si scopre all’improvviso che mancano all’appello 60, forse 80 miliardi e Tremonti evoca il Titanic. Salvo poi apparecchiare una manovra postdatata, a babbo morto, che avvierà i tagli nel 2013, quando l’Italia non ci sarà più. Manovra già divorata dai mercati dans l’espace d’un matin. E dunque riecco il Cavalier Bunga rassicurare che “il Paese è solido” e la crisi è colpa dei “mercati” che – diceva quel gran genio di suo padre (banca Rasini) – “sono orologi rotti”. Ma anche della magistratura, noto “fattore di crisi”. A proposito: “Investite nelle mie aziende che vanno forte”. Tra qualche mese, quando saremo un cumulo di macerie, lo troveranno nel bunker con una dozzina di Evebraun minorenni che grida “Salvate Mediaset! Bombardate i giudici! Ho l’arma segreta!”. Sempreché chi può non l’abbia fatto interdire per tempo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 5 agosto 2011

LA PAROLA A RENZO ARBORE: LA RAI VA INDIETRO TUTTA intervista di Chiara Paolin

“Il panorama è desolante, ma il servizio pubblico si chiama così perché deve garantire qualcosa di buono”


Il fattaccio accade ogni mattina alle ore 7 precise. Su Rai2 l’esodo è massiccio: dall’8% di share si precipita al 3. E la giornata comincia con un sottile dolore per una piccola ma tenace comunità: gli arboriani duri e puri.

Caro Renzo, è tutta colpa sua.
Ebbene sì, lo confesso. Stanno mandando in onda le repliche di Indietro tutta e c’è un sacco di gente che mi ferma per strada raccontandomi la puntata del giorno. Dicono: mi alzo apposta per guardare lei e Frassica, poi quando finisce il programma spengo la tivù.

Gruppo d’ascolto retrò.
Mi fa molto piacere, ma anche un po’ di tristezza. Perché sono un accanito telespettatore e mi ostino a guardare la tivù: il panorama è desolante.

Parla della Rai?
La tv commerciale può fare ciò che vuole, deve badare agli interessi economici, per carità. Ma il servizio pubblico si chiama così perché ha il compito di garantire a tutti qualcosa di buono.

Invece?
La Rai era una corrazzata, sta diventando una bagnarola. Ci sono entrato nel 1964 per concorso, ero maestro programmatore musicale. Ho fatto tutta la gavetta necessaria, lì dentro c’era tanta gente in gamba e le idee diventavano progetti con grande divertimento di tutti.

Che succede oggi?
La politica ha preso il sopravvento, nessuno più s’interessa davvero al prodotto, a quello che la gente vede la sera a casa. L’ultima stagione buona che ricordo è stata quella di Cattaneo, da lì è andato tutto in picchiata.

Quest’anno tanti addii e incertezze, da Annozero alla Dandini, dalla Gabanelli a Saviano, sembra una gara a scaricare chi garantisce ascolti. E identità.
Ho seguito tutte queste vicende sui giornali, trovo incredibile la deriva che ha preso la gestione del patrimonio Rai. A me sta benissimo vedere in onda Pierluigi Paragone, ma voglio che ci sia pure Santoro. Stesso discorso per gli altri talenti che andrebbero valorizzati e non messi all’angolo. Si sono persi anche la Ventura, non so chi resterà a reggere l’immagine Rai.

Repliche mattutine a parte, le hanno chiesto di pensare a qualcosa di nuovo?
No.

Eppure due risate ci starebbero bene, visto il momento.
Lo so, ma consideri che l’ultimo lavoro l’ho fatto gratis. Presentavo l’ottimo programma musicale Doc assieme all’amico Elio e relativa compagnia. Quindi anch’io mi sono offerto a costo zero, come Benigni e Santoro, ma per un progetto serio serve la volontà di tutte le parti. Certe cose si fanno in due.

Lorenza Lei, attuale direttore generale Rai, fu una sua scoperta. La ragazza ha fatto carriera.
È vero, Lorenza iniziò con me, ma ormai per combinare qualcosa in Rai occorre incastrare mille variabili complesse. Il problema vero è che il tuo passato, ciò che hai in curriculum, conta meno di tutto il resto.

S’è offeso perché a capo di Rai5 hanno messo il leghi-sta Massimo Ferrario anziché promuovere lei?
Quando mai, quella era una voce assurda. È vero che la rete mi ospita da qualche tempo, ma non ho mai pensato di poter aspirare a quel posto. Basti dire che Oggi qui, domani là, il programma ora in palinsesto, ha la messa in onda alle ore 20. Cioè in contemporanea ai tg. Direi che le mie chance di avere un ruolo lì dentro sono lampanti.

Pensare che Rai5 sarà la rete ufficiale dell’Expo 2015, la vetrina dell’Italia nel mondo, una sua vecchia passione. Cosa si potrebbe fare per rilanciare l’azienda (e magari l’idea che ha di noi il mondo) in questo frangente?
È dura, perché gli uomini-macchina, come li chiamava Guglielmi, sono stati fatti fuori tutti: chi in pensione, chi liquidato con un po’ di soldi, chi messo a passar carte. È difficile ricominciare.

Ha mai pensato di andare altrove? Passare alla concorrenza è stata la soluzione per molti.
Non se ne parla. Continuo a guardare dall’alto in basso chiunque quando mi ricordo che io lavoro per la Radio Televisione Italiana. Compresi quelli che adesso sono là senza esserne all’altezza.

Testardo.
Voglio finire così, fedele alla missione. Anche se non mi fanno sparare le ultime cartucce fa niente. E comunque continuo a godermi i miei concerti, le mie cosucce. Sono a Capri in questi giorni a ri-presentare Il Pap’occhio, vecchio film tuttora divertente. Mi butto sul cult, che altro devo fare? Voi avete notizie su quel che succede in Rai a settembre?

Ci si prova, ma è un’arte divinatoria.
Vabbè, tanto continuo a leggervi ogni giorno, resto aggiornato.

Ma allora lei non vuole proprio mettere la testa a posto, queste sono dichiarazioni pesanti.
Il viziaccio di dire la verità non me lo tolgo. Ormai è troppo tardi.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 3 luglio 2011

isseretni’d ottilfnoC di Marco Travaglio

(Giovanni Stella-Michele Santoro)
È passato un mese da quando Giovanni Stella, ad di TIMedia ed editore di La7, annunciava al Fatto: “Uno o due fra Santoro, Gabanelli, Floris e Fazio verranno a La7”. Era il 4 giugno. Oggi è il 3 luglio e non ne è arrivato nemmeno uno. Vuol dire che il dottor Stella faceva finta di volerli? No, abbiamo buoni motivi per ritenere che li voleva davvero. Almeno lui. Tant’è che aveva ingaggiato Nuzzi e Facci da Libero per pararsi sul lato destro. E aveva inviato a Santoro un contratto firmato: con la firma del conduttore, La7 non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Poi è accaduto qualcosa. Un po’ di consecutio temporum.
4 giugno. Stella col Fatto usa una strana metafora per descrivere la campagna acquisti in casa Rai: “Attendo i macachi-conduttori che scendono dal banano Rai. Con due di loro ho un accordo di massima”. Come a dire (agli azionisti? ad altri?): non sono io che salgo a prenderli, ma la Rai me li butta addosso, come faccio a mandarli indietro?
6 giugno. Rai e Santoro annunciano il divorzio consensuale e la fine del contenzioso giudiziario alla vigilia della Cassazione. Mentana annuncia al Tg La7: “Santoro è a un passo da La7, la trattativa è molto avanzata, sul piano sia contrattuale sia dei contenuti giornalistici che potrebbe autonomamente realizzare: la decisione definitiva spetta a lui”. 7 giugno. Il titolo TiMedia guadagna il 17% in Borsa.
8 giugno. Anche Lerner dà la cosa per fatta: “Con l’arrivo di Santoro a La7 ci sarà un salto dimensionale ulteriore”.
9 giugno. Berlusconi: “Sono sincero, non posso dirmi dispiaciuto che Santoro lasci la Rai”. L’ultimo Annozero straccia tutti i record: 8,3 milioni, 32% di share.
14 giugno. Stella torna a parlare per metafora, altra excusatio non petita su Repubblica: “Santoro? Quando una donna si spoglia e si stende sul letto, c’è bisogno di fare altre domande? No. Ti togli la giacca, ti sfili la camicia e la smetti di chiacchierare”.
16 giugno. Santoro, a Un giorno da pecora, dice che Telecom non può fare liberamente “campagna acquisti” sennò “il governo potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom”, in ogni caso “la possibilità che io vada a La7 è del 100% se le loro intenzioni fossero buone, concrete e rispettose delle nostre prerogative. Bisogna soltanto aspettare”.
23 giugno, Ansa ore 13.36. Stella presenta il nuovo palinsesto e annuncia: “Con Santoro è stata già trovata un’intesa di massima. Spero di uscire presto con l’annuncio e di firmare il contratto”.
23 giugno, Ansa ore 20.07. TIMedia rettifica l’annuncio di Stella: “Col dr. Santoro non è stato ancora trovato un accordo”.
28 giugno. Prima bozza della manovra finanziaria: chi (Telecom) possiede la rete telefonica per la banda larga dovrà renderla “aperta” ai concorrenti, potenziarla a spese proprie e dividerne la proprietà con la Cassa depositi e prestiti (cioè con lo Stato).
30 giugno, Ansa ore 13.32. “TIMedia ha interrotto le trattative con Santoro per ‘inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti fra autore ed editore’”. Il titolo perde il 3%. Cambia la finanziaria: Telecom conserva la rete e, per potenziarla, potrà attingere a “risorse pubbliche”. Santoro parla di “gigantesco conflitto d’interessi”, ma è pressoché l’unico. Il conflitto d’interessi è diventato una norma costituzionale occulta, un tabù che non solo non va risolto, ma neppure nominato (anche noi ci adeguiamo nel titolo). Dall’archivio Ansa dell’ultimo mese risultano aver parlato di “conflitto d’interessi/e” sul caso Santoro solo quattro politici: Vita e Giulietti del Pd, Orlando e Pardi di Idv (più il pdl Butti per negarlo). Bersani e Vendola non pervenuti: si limitano a criticare la scelta della Rai, poi però zitti sul seguito. Bersani, superando a fatica lo choc per le dimissioni di Vasco Rossi da rockstar, sostiene anzi che “Berlusconi non so se ci guadagnerà perché Santoro tanto risbucherà”. Bravo merlo, hai capito tutto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 2 luglio 2011

MENTANA NON DÀ TUTTO PER PERSO “CONTINUO A VOLERE MICHELE DA NOI. Intervista di Silvia Truzzi

Dice, lui che ne è stato un po’ il sensale, che è come quando un amore si rompe: il giorno dopo è il momento in cui ci sono solo le tossine. Enrico Mentana, direttore del Tg di La7 e sostenitore dell’ingaggio di Michele Santoro, spiega che “adesso ci sarà da metabolizzare il lutto della rottura. Io lo so, ci sono passato: subito dopo l’addio a Mediaset, nel febbraio 2009 fui contattato da La7. Sono arrivato qui un anno e mezzo dopo. Lo so di quanti ‘vorrei ma non posso’ è lastricata la strada”.

Direttore, l’altro ieri al TgLa7 lei ha dichiarato: se non arrivano spiegazioni si è autorizzati a pensare a una mancanza di libertà.
In privato i dirigenti di Telecom e Telecom Italia media mi hanno detto: ‘A queste condizioni la decisione di rompere l’abbiamo presa noi’.

Santoro dice: le mie condizioni erano la libertà autoriale.
Io penso che la libertà autoriale sia una bellissima cosa. La questione è quella della responsabilità di chi fa informazione. Io credo di essere libero, ma ho anche delle responsabilità di legge come direttore.

Santoro racconta di essere stato molto conciliante e rassicurante: “Mai perso una causa in trent’anni”.

Io capisco il punto di vista di entrambi. Ma deve esserci un responsabile delle cose che vanno in onda. Tant’è che avevo proposto di accogliere la trasmissione sotto la testata del mio tg. Non esiste un’espressione giornalistica senza responsabilità.

Appunto: l’ostacolo era ipoteticamente rimosso.
La proposta l’avevo fatta io. Si poteva accettare o no. L’interesse che avevo e che ho è rafforzare La7 con una presenza capace di attirare attenzioni e accendere passioni come quella di Michele. È un obiettivo che ora è più difficile, ma che io continuo a perseguire. I cocci si possono rimettere insieme.

La trattativa c’era. Poi è successo qualcosa. Che spiegazione si è dato?
La spiegazione sta anche nei sospetti reciproci. E in tutto quello che si è detto in questi giorni.

Si spieghi.
Non è importante che oggi si mettano ulteriori tossine nella centrifuga. Alla fine, se questo maledetto stop lo supereremo, si parlerà meglio e più serenamente di quello che è accaduto. Michele ha espresso chiaramente il suo sospetto, i dirigenti Telecom dicono che non è vero. Non posso fare la Corte di Cassazione tra le due parti. C’è inquietudine perché qualcuno non tifa per noi, questo sì. Il mio problema è fare una rete che sia libera e forte. Ero, sono e sarò convinto che con Santoro sarebbe ancora più libera è forte.

Fu lei ad annunciare, in diretta, che si era a un passo dalla firma.
La trattativa c’era, era forte e seria. Era a un passo, poi purtroppo, come spesso accade, l’ultimo scatto non si è compiuto. Ora l’interesse sfascista è dire: è tutto finito. Ma il mio interesse va in una direzione costruttiva.

Si è pentito di quell’annuncio?
Io do le notizie, è il mio mestiere. E certo non è stata una sorpresa per i vertici della rete. Io li avevo avvisati: ‘Se non c’è nulla in contrario, lo dico’. E poi l’amministratore delegato di La7, Stella, pochi giorni prima, aveva rilasciato un’intervista molto esplicita proprio al Fatto.

Annunciarlo in diretta al Tg di casa dava il sapore dell’ufficialità.
Ovvio che il mio intento era dare solidità alla cosa. E m’illudo che quello abbia portato alla quasi conclusione dell’accordo. L’ultimo passo è stato il più difficile.

Si è scritto di una differenza di posizioni tra l’ad Stella e il presidente di Telecom Bernabè. Lei ci crede?
La questione non è questa. Un’azienda fa le sue scelte ed essendo un’azienda privata le fa come crede. A me la dietrologia non importa.

Cosa le importa?
Che nel risultato siamo sotto. Bisogna recuperare e vincere. È inutile interrogarsi su chi era favorevole e chi meno: è una perdita di tempo. Quello che io vorrei, per cui mi batto, è un’emittente sempre più forte. E questo naturalmente passa anche per cogliere al volo le occasioni di mercato.

Nell’intervista al Fatto Santoro ha dichiarato: ci sono giornalisti molto liberi a La7, ma questa decisione dell’azienda li indebolisce.
Non ci rafforza di certo. La trattativa l’hanno fatta Stella e Santoro, però io ho fatto un tifo sfrenato. Detto ciò, non si può affermare che la rete non è libera perché non ha Annozero.

Però La7 ha un telegiornale che ieri (giovedì, ndr) ha fatto quasi il 12% di share, mentre gli altri programmi sono abbastanza al di sotto di questa soglia. Sarebbe naturale rilanciare verso l’alto.
Vero, ed è anche il motivo di mercato per cui mi battevo per prendere Santoro. La7 ha un’immagine di libertà e di ricerca, capacità di rifuggire dagli schemi, dai clichè. Mi viene da ridere solo quando si dice che c’è stato un problema squisitamente politico. La censura più preoccupante sarebbe quella di mercato. Ne so qualcosa anch’io: meglio non far lavorare uno che rischia di fare ascolto...

Perché?
Non penso che i programmi di Gad Lerner siano meno scomodi di quelli di Santoro.

La politica non c’entra mai? Quando uscirono le intercettazioni della P4 che coinvolgevano Gianni Letta lei disse che Letta aveva garantito in più momenti la stabilità democratica. E che l’aveva chiamata ai tempi della sua trattativa con La7.
Ho difeso Letta: quando tutti si voltavano dall’altra parte, si mostrò attento al fatto che non lavoravo perché davo fastidio. Poi il posto a La7, me lo sono trovato io. Questo penso si veda tutti i giorni.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 1 luglio 2011

SANTORO: “I POLITICI NON MI VOGLIONO MA TORNO CON LA NUOVA TV” intervista di Marco Travaglio e Silvia Truzzi

(vignetta Fucecchi-Il Fatto)
“Una cosa è certa: o alla Rai, o a La7 o da qualche altra parte, noi in autunno saremo in onda. Continuare a esistere, magari su una multipiattaforma internet-digitale-satellite, anche ‘senza il permesso de li superiori’, sarebbe il coronamento della mia carriera”. Domani Michele Santoro compie 60 anni. Ma, diversamente da Vasco Rossi, non si dimette da nulla. Anzi rilancia. La rottura con La7 non la vive come una sconfitta, ma come una nuova opportunità. L’ha detto lui stesso nel suo comunicato: “Tutto cambia”. E lo spiega in questa intervista al Fatto.

Cominciamo dall'inizio. Pentito di aver lasciato la Rai?
Non credo di aver commesso errori né subìto sconfitte. Alla Rai mi sentivo assediato: regole, regolette, codicilli, pseudogaranti, partiti dappertutto. Ormai questo sistematico abuso di potere costruito da interessi estranei e confliggenti con quelli della Rai emerge da tutte le inchieste: P4, Trani, Hdc... Ero costretto a difendere l'esistente, e sempre più a fatica. Annozero arricchiva la Rai, che però ci trattava come criminali, indesiderati, imposti dai giudici. E mi sono ribellato a quella gabbia: c'è la possibilità di lavorare liberamente altrove?

Dopo la transazione, s'è fatta avanti La7.
Mi ha contattato l’amministratore Giovanni Stella. Ho subito messo le carte in tavola: “Siete davvero convinti di potervi permettere un programma come Annozero?”. Risposta: “Sì”. “Bene, lo sa come si fa Annozero? Rispettando l’autonomia dei giornalisti”. So bene che Mentana, Lerner, Gruber, Telese, Costamagna, D’Amico sono liberi. Ma, quando uno va a contrattualizzare la sua posizione con un nuovo editore, mette nero su bianco le garanzie d’indipendenza.

Problemi di soldi?
Per sgomberare subito il campo da questioni del genere, ho accettato la ‘formula La7’: contratto-base basso, meno della metà dello stipendio Rai (630 mila euro lordi dal 1999, ndr), con incentivi legati agli ascolti. Per andare in pari, avrei dovuto ottenere risultati straordinari. Ma non era questo il problema: ho subito accettato le loro condizioni.

Siete arrivati a un contratto?
Sì, Stella mi ha inviato, con la sua firma, una proposta subordinata all’accettazione di un contratto standard come quelli che ormai si fanno firmare a chiunque fa tv in Italia. Autonomia zero: l’editore si riserva di leggere preventivamente scalette, argomenti, ospiti e di porre il veto. Per questo Celentano da anni non mette più piede in tv. Gli editori pretendono totale soggezione, per poter fare di te ciò che vogliono, in barba all’autonomia dei giornalisti. È un recinto, figlio della mancanza di concorrenza.

E tu che hai risposto?
Ho tirato fuori il contratto che mi fece Mediaset nel ‘96: “Firmate questo”. In ogni caso, penso che alla fine ci saremmo intesi con una stretta di mano: nei successivi incontri c’è stato un lavoro di reciproca conoscenza. Anche perchè Stella dava ancora l’impressione di volerlo fare davvero, il programma. L’ho rassicurato: non siamo avventurieri, in trent’anni non abbiamo mai perso una causa, mica siamo gente che spara ai bambini. Ferma restando la mia autonomia di giornalista, non ho problemi a informare l’editore di ciò che va in onda.

Tutte rose e fiori. Poi?
La fase costruttiva s’è chiusa con l’annuncio di Mentana, in diretta, che l’accordo con noi era cosa fatta. E in effetti, a parte qualche dettaglio... Poi hanno cominciato a cercare pretesti. Si sono attaccati a una mia dichiarazione. Cioè che, per il suo potenziale umano e professionale e per le attese che suscita, La7 potrebbe svolgere meglio il ruolo di terzo polo competitivo se riducesse la dipendenza da Telecom. Un’ovvietà: una concessionaria dello Stato, in un paese in cui il premier possiede tv, è inevitabilmente esposta a ritorsioni governative. Non mi sembra un’offesa sanguinosa al presidente Telecom, Franco Bernabè. E l’aveva detto proprio Stella, al Fatto, che entro fine anno Telecom avrebbe ceduto il 40% di La7. Quindi dov’è il problema? Era un pretesto.

A quel punto che è accaduto?
All’improvviso sono ricomparsi i vincoli e le diffidenze iniziali, che avevamo già dissipato. Stella domanda: “Chi si accolla le spese legali?”. Io mi dico: ecco, gli stessi problemi che la Rai sta creando alla Gabanelli. È un altro pretesto per nascondere qualcosa che mi sfugge. E rimuovo anche quello: ok, ci accolliamo anche i rischi legali. Ma allora – rilancio – se siamo responsabili di tutto, il programma lo autoproduciamo. Più responsabilità, più libertà e nessun veto. Inventano un altro pretesto: la responsabilità penale. Obietto che le denunce penali non le fanno quasi più, in ogni caso non all’editore. Ma qui Mentana si offre come ‘direttore responsabile’ del nostro programma, accogliendoci sotto la testata del tg. A quel punto però una cosa l'aggiungo.

Quale?
Domando a Stella: “Ma voi lo volete fare questo programma o no? Perchè su tutto il resto, la quadra si trova”. È come nei matrimoni: se sposi Santoro, o Celentano, ti sarai almeno informato su chi sono e come sono fatti. Mica puoi sposarti con la riserva mentale. Stella continuava a dire che voleva Annozero su La7, ma non mi convinceva più.

Forse Stella voleva sposarti, ma Bernabè non poteva dare l’assenso. Si è molto discettato sulla loro divaricazione.
Qualcuno ha ipotizzato questo dualismo, ma io ho esplicitamente chiesto a Stella di avere l’ok di Bernabè prima di iniziare qualunque trattativa. E l’ok c’era. Ora non c’è più? Non posso immaginare che improvvisamente abbiano scoperto che io lavoro in autonomia. Lo sanno pure i sassi che mi sono scontrato con Masi perchè pretendeva schede-programma e scalette sette giorni prima.

E allora come si spiega la retromarcia di La7? In fondo, si erano fatti avanti loro.
Evidentemente c’è stato un intervento esterno per bloccare un’acquisto importante per realizzare un terzo polo televisivo che poteva diventare dirompente per il duopolio Rai-Mediaset. Se Sky e La7 raccogliessero insieme la pubblicità, sarebbe un terremoto. Perché Rai e Mediaset sono due aziende in profonda crisi che si tengono in piedi l’una sulle debolezze dell’altra. Quando i partiti, diversamente dalla Prima Repubblica, non rappresentano che i propri gruppi dirigenti senza un progetto culturale, le tv sottostanti ne risentono: dirigenti sempre più mediocri e incompetenti, nessuno sa cosa sia il prodotto, nessuno progetta né pensa né innova. Così si finisce per appaltare tutto agli impresari delle star e ai venditori di format. Gestiscono budget e personaggi, se vuoi una star devi prenderti tutto il pacchetto pieno di patacche. Risultato: il palinsesto si svuota, la programmazione finisce non più a luglio-agosto, ma fra un po’ si esaurirà poco dopo il Festival di Sanremo, ad aprile.
Questo “intervento esterno” su La7 ha un nome?

Un nome e un cognome: conflitto d'interessi. Politico e industriale insieme. Un’azienda, Mediaset, occupa il governo, il Parlamento , le Autorità, la Rai e piega tutto al proprio tornaconto. Con i numeri che facciamo, dovremmo avere una fila di editori: invece c’è la fuga. La miglior prova della debolezza organica delle classi dirigenti e del capitalismo, incapace di tradurre in progetti e prodotti le idee migliori e di portarle al pubblico. Non è un regime, ma un paese semilibero sì.

Davvero basta Santoro su La7 per stendere i due colossi?
Non sono così presuntuoso. Ma un tempo i programmi ‘diversi’ erano importanti ma non determinanti nella programmazione. Ancora nel 2002 eliminare Biagi, Santoro e Luttazzi fu un colpo per l’immagine, ma non significò svuotare la Rai. Ora i programmi scomodi sono diventati il core business, il top del palinsesto: senza Vieni via con me, Report e Annozero, la Rai si dimezza. È la grande novità degli ultimi anni, imposta dal pubblico che, stufo della ripetitività dei reality, va a cercarsi la realtà là dove sopravvive. Disposto persino a ciucciarsi Avetrana, dove qualcosa di reale comunque c’è, pur di non cadere nei Grandi Fratelli e nelle Talpe. Specie dopo che lo scandalo del bunga bunga ne ha svelato il retroscena, il reality del reality: le selezioni nell’alcova di Arcore.

Lerner e Mentana invitano La7 a ripensarci. Li ringrazio. La battuta d’arresto delle rete nei nostri confronti è un pessimo segnale di stop anche per chi resta dentro.

Parliamo del futuro. Tu ora sei un ex dipendente Rai...
No, sono ancora dipendente fino al 31 luglio. Se il Cda rivuole Annozero lo dica, io straccio la transazione e resto qui. Oppure torno da esterno, purchè smettano di vedermi come un’imposizione da malsopportare e mi vogliano con la necessaria autonomia. Il servizio pubblico resta sempre la mia prima scelta.

Pia illusione.
E vabbè, se non mi vogliono alla Rai né a La7, devo provare a farne a meno. Siamo usciti dalla serata “Tutti in piedi” a Bologna, come l’anno scorso da “Raiperunanotte”, con una grande carica: c’è un enorme pubblico, soprattutto giovane, che ci chiede di rompere gli schemi, anche quelli in cui abbiamo lavorato finora, per parlare liberamente e uscire da un campo da gioco sempre più ristretto e asfittico. Una rottura come quella del Fatto nell’editoria. C’è un grande pubblico disposto a finanziarci con contributi individuali, a cercarci in rete, sul digitale, sul satellite. La ragazza precaria, sul palco di Bologna davanti a 30 mila persone, spaccava lo schermo. L’ho rivista in tv, seduta in un talk: non era la stessa cosa. Ecco, io ora cerco questo: una tv che rimetta al centro la realtà. “Scassando tutto”, come dice De Magistris: spazzando via l’equilibrio perverso che tiene insieme cattiva politica, cattiva economia e cattiva tv.

Molti si domandano: in autunno rivedremo Santoro e la sua squadra?
Certo che sì. È il momento della chiarezza, siamo alla scelta finale: se Rai e La7 non ci vogliono, dobbiamo essere noi a dire “rivogliamo la Rai” e a riprenderci il servizio pubblico privatizzato dai partiti, di destra e di sinistra, che lo considerano terreno di conquista. Per questo mi sono candidato a direttore generale: della Rai: una provocazione per affermare la necessità di competenze. E poi ci vogliono regole veramente liberali e un garante unico della comunicazione.

E Annozero?
Sto lavorando perché un programma come Annozero vada in onda dall’autunno ogni settimana, come sempre: alla Rai, a La7 o su una multipiattaforma fra satellite, streaming in rete e network di tv locali sul digitale.

Può funzionare anche in versione “feriale” o solo in quella “festiva” dei grandi eventi?
È una sfida entusiasmante. Ma possiamo vincerla solo se si mettono in gioco centinaia di migliaia di persone. Le interpelleremo presto perchè ci diano la forza necessaria. Riuscire in questa impresa sarebbe il coronamento della mia carriera.

Fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 26 giugno 2011

Sì, c’è da essere storditi di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 24 giugno 2011

Quando c’era Lui, cara Lei di Marco Travaglio

(vignetta bucnic)
Dinanzi allo sconcio delle intercettazioni che immortalano la Rai, già “servizio pubblico” e “prima azienda culturale del Paese”, come un’appendice della P4, il presidente Paolo Garimberti è riuscito a dire soltanto che l’azienda che presiede a sua insaputa ha subìto qualche “schizzo di fango”. Come se ci fosse bisogno delle intercettazioni per scoprire ciò che tutti sapevano, e cioè che Masi & gli altri affossatori della Rai sono eterodiretti. Uno sconcio che, almeno per la Rai, è peggio della P2, visto che la P4 e i suoi manutengoli ai piani alti di Viale Mazzini sono riusciti dove persino Gelli aveva fallito: cancellare dai palinsesti i due programmi giornalistici di maggior successo dell’ultimo anno, Vieni via con me e Annozero. Le indagini di Trani e di Napoli dimostrano carte alla mano che la cacciata di Santoro è avvenuta su ordine diretto del presidente del Consiglio per mano di un Masi letteralmente telecomandato da Bisignani e di una Lei molto vicina a quegli ambienti. Quanto basterebbe perché Garimberti prenda quelle carte e monti sul primo aereo per Strasburgo per denunciare all’Europa una palese violazione del principio comunitario di non ingerenza dei governi nell’informazione. Così magari la Procura di Roma e il Tribunale dei ministri, che da un anno si rimpallano la patata bollente delle intercettazioni di Trani, si deciderebbero a fare qualcosa. L’altra notte, in uno di quei programmi-marchetta che infestano i palinsesti estivi della Rai, Milly Carlucci in quel di Amalfi insigniva Garimberti del premio Biagio Agnes per le mirabolanti imprese del servizietto pubblico sui 150 anni dell’unità d’Italia. Garimberti commentava giulivo: “Speriamo di meritarcelo”, tra gli applausi di Vespa, assiso in seconda fila. Ma sì che ve lo meritate, quel premio: a vita ve lo meritate, visto avete superato il maestro. Nemmeno Biagione, campione della Rai lottizzata di De Mita & C., dove però lavoravano Grillo e tanti altri irregolari, avrebbe mai osato mettere alla porta Santoro e Saviano. Ora, se tutto va bene, sistemeranno anche Milena Gabanelli e la squadra di Report. Dopo 14 anni di onorato servizio, il capo dell’ufficio legale Rai, Lo Giudice, avvocato del Giornale berlusconiano e figlio del difensore di Craxi, ha comunicato a Milena che, non essendo lei dipendente, non ha diritto alla “manleva”. Cioè alla copertura legale per contratto (che non esclude la rivalsa dell’azienda in caso di condanna per dolo o colpa grave). Tutte balle: anche Giuliano Ferrara è un esterno Rai, guadagna il quintuplo della Gabanelli per vomitare ogni sera i suoi liquidi organici contro i nemici del suo padrone, ma lui la manleva ce l’ha. Altrimenti eviterebbe di calunniare questo e quello. Tanto paghiamo noi: come direbbe Ricucci, fa il frocio col culo degli altri. La Gabanelli invece, che in 14 anni di inchieste complicatissime non ha mai perso una causa né un processo per diffamazione, è considerata una fonte possibile di “danni erariali” per l’azienda che ingrassa grazie a lei. Dunque non può rinnovare il contratto che scade il 31 agosto, quello nuovo è irricevibile: lei lavora per la Rai ma, se qualcuno le fa causa, affari suoi. Roba mai vista in un’azienda editoriale. È come se un poliziotto venisse spedito a sedare una rivolta in carcere, ma casco, armi e giubbotto antiproiettile dovesse pagarseli lui. Solo il Cda può sanare la ferita. Ma lì comanda il centrodestra, con Petroni e la Bianchi Clerici che nominarono un dg incompatibile, Meocci, attirando sulla Rai una multa di 14 milioni (“danno erariale”?); e con gli altri che hanno assunto Minzolini, ora indagato dalla Corte dei conti e dalla Procura per 60 mila euro di spese non rimborsabili pagati con la carta di credito aziendale (“danno erariale”?). Quando anche la Gabanelli sarà accompagnata alla porta, qualche intercettazione svelerà i veri mandanti dell’operazione. E qualche presidente, uno a caso, farà la bocca a cul di gallina e piangerà sul fango versato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 21 giugno 2011

EDITTO ANTI SANTORO-PRESTIGIACOMO SAPEVA. E MASI CACCIÒ LA BUSI di Antonio Massari e Marco Lillo

La ministra Stefania Prestigiacomo sapeva che il duo Bisignani-Masi voleva licenziare Santoro. E dalle carte dell’inchiesta sulla P4 si scopre che fu Masi a far fuori, dalla conduzione del Tg1, la giornalista Maria Luisa Busi. "Pure la docu-fiction ti hanno fatto ieri... è una vergogna... gente che fa roba del genere è da licenziare...": è il 26 marzo 2010 quando gli investigatori ascoltano, per la prima volta, direttamente dalla voce di Bisignani, l’idea di licenziare il conduttore di Annozero. Masi non batte ciglio: "Oggi ho scritto una lettera riservata... non lo voglio fare adesso se no questi ci fanno due giorni di campagna elettorale surrettizia... ho chiesto al presidente, come avevo già detto in CdA, di fare un Consiglio Straordinario su Santoro, perché il Consiglio mi deve dare un segnale... siccome questo a maggio scade Annozero ...io devo sapere che fare... il Consiglio mi vota che non facciamo più Annozero e poi negozio io l'uscita... perché su ‘sta roba non se può più andare avanti...". A maggio Masi dice Bisignani: “Senti, ho chiuso con Santoro...". Sembra che stia parlando di una sorta di accordo – e poi gli spiega che la notizia di lì a poco finirà sulle agenzie, quindi consiglia Bisignani di avvisare il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e di tacere, invece, con Dagospia. Il 23 settembre, però, la situazione precipita con l’editoriale in cui Santoro pronuncia l’ormai famoso “Vaffan’ bicchiere” e il giorno dopo la Finanza intercetta questa conversazione tra Bisignani e Masi:
B: menamo o famo.. questo è un pazzo veramente eh
M: vabbè poi ti dico a voce finalmente ha fatto l'errore che volevo io (…) con questa roba qui lo sospendo io vado... mercoledì porto la sospensione eh (…) che è aziendale, fatto tutto, già deciso... tra l'altro sono tutti d'accordo (…) vedrai. Garimberti la vota gli altri due dove stanno (…) la sospensione è 10 giorni, la si inizia con una sospensione da 10 giorni, però, è un segnale mica da ridere eh, con la sospensione non può andare in onda, tante cose
B: salta una puntata! (…) o due.
M: è un segnale mica da ridere eh Gigi.
È A QUESTO PUNTO che Bisignani si mostra disponibile a incaricare un suo avvocato per redigere la lettera di ammonimento. Lettera che viene trascritta sotto dettatura. Ed ecco il testo dettato a Bisignani dall’avvocato Gabriele Arcuri:
“Egregio dottore, in riferimento a quanto emerso nel corso della trasmissione ... i toni contenuti nelle predette espressioni sono apparse in aperto e inequivocabile contrasto con quanto da sempre rappresenta la società in Italia e nel mondo. Il perpetrarsi di un atteggiamento di evidente ...”. La scena ricorda la famosa lettera scritta da Totò e Peppino, soprattutto quando Bisignani interviene per dare il suo suggerimento: “Qua metti il concetto di servizio pubblico”. “Lo devo mettere?”, risponde l’avvocato. “Be..., il concetto di servizio pubblico, sì. Poi vai avanti”, continua Bisignani, che aggiunge: “Una sentenza, una cosa , un cazzo, non ce lo mettiamo?”. Questo è il servizio pubblico nel pensiero di Bisignani e anche di Masi che, il giorno dopo, viene contattato dal lobbista per la consegna dello scritto. In altre intercettazioni, si sente Bisignani soddisfatto della strategia adottata, tanto da esclamare, “Santoro (…) lo licenziamo". Soddisfatto anche Masi che, il 10 ottobre, dice frasi del tipo: “Santoro in fuga”, “Abbiamo vinto, è morto”, “Gli stamo a spaccà il culo”, “Sò arrapato come una bestia”.
DALL’INCHIESTA emerge che anche la ministra del’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, alla quale non sembra opportuno, era al corrente del piano di Bisignani: “Tu lo vuoi fare?” chiede. E Bisignani risponde: “Si, se non lo fai adesso non lo fai più. Un destro così non ti verrà mai più nella vita”. Il progetto però naufraga e intercettando Masi si scopre che l’ex direttore generale della Rai è convinto di essere riuscito a portare a termine una sola operazione: “L'unica cosa che mi era uscita vera”, dice il 26 luglio 2010, “è di togliere la Busi, perché l'ho fatta io d'autonomia e non è passata dal Consiglio”. Maria Luisa Busi aveva lasciato la conduzione del Tg1 il 21 maggio. Masi però parla anche con Luca Cordero di Montezemolo ed è lui stesso ad ammetterlo davanti ai pm: “Tanto il Bisignani quanto il Cordero di Montezemolo mi rappresentarono una questione riguardante la Fenech e una produzione di fiction dalla stessa proposta; io non ho fatto alcun intervento”. Masi parla anche di Minoli: la sua posizione “mi era stata segnalata anche da Letta; in particolare con il Bisignani si parlava della nomina del Minoli come responsabile delle attività della Rai per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità di Italia; Minoli mi veniva segnalato quotidianamente anche, per esempio, da Amato. Ruffìni non voleva ospitare sulla seconda serata di Rai3 la trasmissione di Minoli; di fatto, poi, è accaduto il contrario nel senso che ha avuto ragione Ruffìni e continua ad andare in onda in seconda serata su Rai 3 Parla con me della Dandini”. E di Monica Setta: “Massimo Liofredi la proteggeva, io non la volevo. Io dico al Bisignani di informare e di parlare di tali questioni il dottor Letta. (…). Bisignani, per la verità insieme a tanti altri, mi ha chiesto la cortesia di far lavorare la Monica Setta, ma io non l'ho rinnovata perché fa una tv che non mi piace”. E ancora: “Chiesi a Bisignani di mettermi in contatto con Capezzone sapendo che avevano buoni rapporti...anche per Anna La Rosa mi ha telefonato tutto l’arco politico istituzionale, ritengo compreso Bisignani”.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 18 giugno 2011

Il lavoro, che spettacolo- Santoro: «Una Woodstock dell’informazione» di Micaela Bongi

(foto repubblica.it)
Lungo via dei Carracci, la strada che costeggia la ferrovia, sfila una specie di corteo, a piedi e in bicicletta, che non si sa bene dove deve arrivare: «E da quella parte villa Angeletti? », tutti domandano. Si va a vedere la serata di Michele Santoro per i 110 anni della Fiom, «Signori entra il lavoro, tutti in piedi». Tutti in piedi nel parco, tantissimi ragazzi, sotto un palco quadrato circondato dal pubblico, lontano dagli studi televisivi, con un maxischermo in fondo al pratone e i monitor appesi alle torri delle luci e dell’amplificazione. Non è un talk show con il dibattito in studio, né è costruito come se lo fosse, come lo era invece Raiperunanotte, altra serata santoriana bolognese, l’Annozero fuori dal palinsesto perché c’era la campagna elettorale per le regionali, l’anno scorso, e i vertici Rai avevano deciso così: black out dell’informazione. Ma qualcosa, molto anzi, è cambiato anche da allora, quando pure quella serata dimostrò che era possibile rompere il meccanismo della tv generalista classica, anzi ormai vecchia, ostaggio dei partiti e del conflitto di interessi.
Le manifestazioni dei mesi scorsi e poi le elezioni amministrative e i referendum hanno dimostrato che “oscurare” non si può, perché il flusso della comunicazione, l’informazione trova altre strade nonostante i diktat, gli zelanti dirigenti berlusconiani e la commissione di vigilanza. Annozero nel palinsesto dell’autunno non c’è, ma l’ammaccato sire di Arcore e i suoi cortigiani non sono riusciti a cancellare quella voce.
Non che a viale Mazzini le cose vadano per il meglio. Solo ieri Fabio Fazio e Giovanni Floris hanno raggiunto l’intesa per i loro contratti. Invece Milena Gabanelli arriva al parco di villa Angeletti e chiarisce che i vertici della tv pubblica le hanno fatto una proposta impossibile, che «non tutela né me né i miei collaboratori». È la solita storia della copertura legale per Report che la Rai non intende assicurare, vecchio chiodo fisso dell’ex direttore generale Mauro Masi che a quanto parte ha fatto proseliti.
E così, dopo un altro anno di minacce, di tentativi di far saltare le trasmissioni sgradite e palazzo Grazioli, di pressing incessante su Raitre, arrivano qui i «senza contratto» della tv pubblica, per una battaglia comune, per la Costituzione, i diritti. E per il «Raipride», pure, come dice Serena Dandini che alle nove apre la serata in diretta su Current (che a fine luglio dovrà lasciare la piattaforma di Sky che non ha rinnovato il contratto, ancora) e in rete. «Sembra Woodstock», scherza la conduttrice quando il pratone è ormai pieno. Sono arrivati Vauro, l’altro «conduttore» che apre con le sue vignette e incalza a distanza Bonanni dopo averci litigato in collegamento su La 7, e Max Paiella, che prova i suoi Minzolini e Belpietro e canta I want to break free. C’è il pm Antonino Ingroia («non sono venuto per esibirmi o per fare un comizio», dirà, ma per raccontare la sua storia di siciliano) e c’è Angelo Guglielmi, la storia di Raitre.
Arriva Maurizio Crozza, versione Marchionne. E poi Teresa de Sio, i Subsonica, Daniele Silvestri… Le operaie della Omsa sono in prima fila sotto il palco, in attesa di salire, già alle sette di sera, nei loro camici verdi.
La serata si scalda, si aspetta di capire cosa farà Michele Santoro nel suo ruolo «inedito», è passata l’intervista all’Olgettina girl Iris Berardi che dice «tutti i genitori sarebbero contenti di vedere i propri figli fare quello che ho fatto io» ma ad Arcore «andavamo a dormire se poi qualcuna andava in camera sua non lo so»; è passato il video di Renato Brunetta ormai stracult che si scaglia contro i precari, e la precaria del ministero del lavoro Maurizia Russo Spena può far sentire la sua voce al ministro almeno da Bologna, tra gli applausi… E nel pratone è «totosorpresa». Arriverà Adriano Celentano? Il suo staff dice di no, eppure qualcuno giura di averlo visto all’hotel Majestic e subito si sparge la voce, ma poi pare che no, non sarà lui il «super ospite». Si sussurra che arriverà Roberto Benigni. Poi il sussurro diventa una conferma. Serena Dandini manda il video su «Chi comanda in Italia», P2, P3, P4? E comprare Corrado Guzzanti con le sue improbabili ma a quanto pare molto plausibili logge, da «Aniene».
Non è la Rai, neanche questa. Non può essere la Rai, ma qualcosa è cambiato

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 16 giugno 2011

110 ANNI DELLA FIOM - Noi e Santoro, lavoro comune di Maurizio Landini

Cosa c’entrano la Fiom e la festa nazionale per i suoi 110 anni con Santoro e i suoi ospiti? La scelta che abbiamo fatto è stata di non organizzare una semplice ricorrenza, un ricordo delle ragioni che diedero vita agli albori del 1900 alla Federazione Impiegati e Operai Metallurgici, ma di partire da quelle ragioni per riportare alla luce una storia storia e tante lotte. Oggi attuali come allora. La scelta è di ridare la dignità di bene comune, di patrimonio di tutti, al lavoro, alla democrazia, ai diritti, al contratto nazionale e alla legalità: le cinque parole d'ordine che erano alla base della grande manifestazione nazionale della Fiom del 16 ottobre 2010.
Proprio dall'esperienza di quel giorno vogliamo ripartire, dalla rete di rapporti con i movimenti, le associazioni e i soggetti della società civile che si sono incontrati in piazza San Giovanni a Roma. Quella manifestazione nasce da Pomigliano, dallo scatto di dignità dei lavoratori del Gian Battista Vico che si sono rifiutati di sottostare al ricatto della Fiat che chiedeva loro di rinunciare ai diritti, altrimenti Marchionne avrebbe chiuso la fabbrica. Con il loro straordinario atto di coraggio, nel nostro Paese si è tornati a parlare delle condizioni di chi lavora, di democrazia e rappresentanza, di contratto come elemento di tutela e solidarietà generali. E questa attenzione è cresciuta ancora grazie alla battaglia contro i tre licenziamenti di Melfi e a quella delle lavoratrici e dei lavoratori di Mirafiori. Si è affermata la consapevolezza che quella battaglia non riguardasse solo i dipendenti della Fiat, o l'insieme dei metalmeccanici.
Nel frattempo sono scese in piazza le donne, gli studenti, i precari e tanti altri, sono cresciuti i movimenti per l'acqua e contro il nucleare. L'impegno per la tutela dei beni comuni si è fatto strada insieme all'idea che si può dire di no, perché un altro modello di sviluppo e di relazioni tra le persone è possibile, che la competizione non si deve giocare a danno delle condizioni di lavoro. Le conquiste strappate con le lotte del Novecento sono costantemente sotto attacco, il diritto di sciopero, che quelle conquiste ha consentito, verrebbe cancellato qualora passasse il disegno della Fiat.
Per questo faremo una Festa che racconti la storia delle lotte della Fiom e, contemporaneamente, analizzi la situazione attuale proponendo risposte alternative, una via diversa di uscita dalla crisi che non riproponga la stessa filosofia e persino le stesse ragioni che l'hanno provocata. Abbiamo invitato tanti ospiti a dare il loro contributo su come difendere il contratto nazionale, le leggi e la Costituzione. E non potevamo, in questo contesto, non affrontare il tema della libertà di informazione. Abbiamo chiesto a Michele Santoro di organizzare liberamente una serata sui temi a lui cari. La risposta è stata entusiasta e, dopo di lui, hanno dato l'adesione convinta i suoi tanti ospiti. La Festa si chiama «Signori, entra il lavoro». Santoro ha ripreso questo titolo e ha aggiunto «Tutti in piedi». «Tutti in piedi» per il rispetto del lavoro e dei lavoratori, che siano metalmeccanici o giornalisti, «Tutti in piedi» per la libertà di espressione e di scelta dei propri rappresentanti, che siano politici o sindacali, «Tutti in piedi» per la difesa dei beni comuni. Vi aspettiamo a Bologna dal 16 al 19 giugno e a Milano dal 24 al 26. * segretario generale della
Fiom

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 15 giugno 2011

LANDINI&SANTORO Quando il contratto è uno spettacolo di Loris Campetti

Che cosa unisce un operaio di Pomigliano a un tipo come Vauro? Il paragone può far saltare sulla sedia, eppure una risposta è possibile: la dignità del lavoro che svolgono. Il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro hanno molti nemici. La tuta blu deve fare i conti con l'attacco ai diritti scatenato da Marchionne e fatto proprio da Confindustria, Fim, Uilm e dalla politica quasi in toto, tutti pronti a sostenere che in cambio di un ipotetico futuro lavorativo l'operaio può ben rinunciare a scioperare, ammalarsi, eleggere i suoi delegati, rivendicare il contratto nazionale e giudicarne la qualità con un voto. Vauro invece deve aspettare la fine della stagione di Anno Zero per avere il suo contratto, dopo essersi chiesto ogni venerdì se il giovedì successivo sarebbe andato in onda, o se invece il direttore generale di turno avrebbe deciso di chiudere il programma perché non rispondente agli interessi dell'azionista di riferimento a cui la compagnia di Santoro rovina il bunga bunga. Il suo lavoro, come quello dell'operaio Pautasso, è disprezzato dal padrone. La condizione dominante di precarietà è diventata un elemento socialmente e culturalmente unificante, reddito a parte.
Per questo Maurizio Landini e Michele Santoro si trovano insieme in una battaglia per i diritti, la democrazia, la libertà. Per questo al titolo delle festa nazionale della Fiom «Signori, entra il lavoro» si affianca quello dello spettacolo santoriano di venerdì 17 «Tutti in piedi». In piedi come i cittadini che da mesi rivendicano una diversa politica; come le donne stanche di come vengono rappresentate e trattate e come gli operai della Fiom che per primi hanno lanciato un segnale di dignità rompendo il muro di silenzio e omertà che per troppo tempo li ha sbianchettati; in piedi come gli studenti e i precari, come gli attivisti dei movimenti per la tutela dei beni comuni e dell'ambiente. Quelli che in massa hanno cambiato volto alle città per poi mettere i beni comuni al di sopra del profitto privato. La dignità del lavoro e la dignità delle persone vanno di pari passo; con l'elettore che ritira la delega a una casta politica impresentabile e prova a riprendersi in mano il destino. Con l'abbonato Rai, stanco di finanziare un'azienda guidata da chi confonde l'aspirapolvere con la televisione. Todo cambia, cantava Mercedes Sosa.
Solo il ceto politico e il sistema televisivo non se ne accorgono, impegnati come sono a difendere privilegi scambiati con la rinuncia alla dignità. Degli operai della Fiom, il cui consenso cresce dentro e fuori le fabbriche, dicono che sono isolati e tentano di toglier loro voce e rappresentanza. Di Santoro che fa il pieno di audience e pubblicità e racconta un’Italia che la casta non vuol vedere dicono anche di peggio, e infine se ne liberano. Credono di liberarsi di Santoro e di Landini, di Pautasso e di Vauro, dei comitati per l’acqua e degli studenti, per poter tornare al loro solito tran-tran. Credono

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sabato 29 gennaio 2011

L’OFFENSIVA DI BERLUSCONI - Il Caimano chiama il pubblico per aizzare la piazza di Norma Rangeri

(vignetta Giannelli-Il Corriere)
Dal bunker berlusconiano un altro videomessaggio, il terzo dall’inizio dell’anno, atterra nelle case degli italiani per scandire i tempi e dettare le modalità dell’estrema difesa. Il Caimano che incita la folla all’assalto del Tribunale, si appella al popolo televisivo sventolando la bandieradella democrazia. Nel forsennato tentativo di non affogare sotto i colpi di accuse che lo inchiodano al ruolo di promotore della prostituzione di stato, Berlusconi appare sugli schermi dopo aver ordinato ai suoi colonnelli, durante il consiglio dei ministri, di accelerare la pratica dell’oscuramento di Annozero. Si presenta ai telespettatori seduto alla solita scrivania mentre è ancora fresca l’eco del pesantissimo intervento del direttore generale, Mauro Masi, in diretta giovedì sera da Santoro per dissociarsi dal programma che discuteva delle prostitute di Arcore. Il premier annuncia al pubblico che sarà lui a scegliere i magistrati più adatti a giudicarlo e dichiara che «il livello di guardia è stato superato».
Il videomessaggio arranca in una rappresentazione che deve convincere chi non legge i giornali e poco sa dei fatti. Aggiunge che «è giunto il momento di ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello stato», assicura che «il governo andrà avanti». Come sempre nella tecnica del ribaltamento della verità, come accade appunto nella drammatica scena conclusiva dello spietato e lucido film di Nanni Moretti, il protagonista dell’attacco forsennato alla divisione costituzionale dei poteri, il politico che chiama la piazza all’assalto contro l’ordine giudiziario che osa processarlo, Berlusconi si ritaglia il ruolo della vittima per costituire l’alibi dell’ultimo strappo.
Durante il videomessaggio lo vediamo replicare il mantra della violazione della privacy, e recitare la parte del cittadino comune afferrando la cornetta di un telefono per agitarla davanti alle telecamere e concludere che siamo tutti spiati. Non è lui che ha violato ogni legge, pubblica e privata, ma è il potere giudiziario che è andato «oltre ogni limite» e dunque va ricondotto a più obbedienti comportamenti.
Isolato, indebolito, politicamente alle corde Berlusconi torna a parlare agli italiani dopo averlo già fatto il 14 gennaio, all’indomani della sentenza della Cassazione sul legittimo impedimento, e il 19 gennaio dopo la consegna in parlamento delle carte della procura di Milano. Nonostante il consiglio dell’amico Giuliano Ferrara di andare in tv per affrontare le accuse in un confronto diretto con i giornalisti, il capo del governo insiste sul collaudato copione del monologo che non ammette replica.
Di fronte a un comportamento politico che non rispetta nessun altro potere se non il proprio, e a una strategia mediatica che non ammette il contraddittorio della libera informazione, il gioco si fa duro. E alla piazza si dovrà rispondere, da parte delle opposizioni, con la piazza.
La presenza estesa e forte degli operai e degli studenti nelle decine di manifestazioni organizzate dalla Fiom in tutto il paese, alleggerisce questo clima plumbeo emette in campo un argine democratico. Mentre cresce, con l’accavallarsi di iniziative pubbliche, l’appuntamento del 13 febbraio, una mobilitazione della società civile sollecitata da un appello di donne rivolto a tutti, ma in particolare agli uomini (perché «se non ora quando?») per ritrovarsi a Roma nello stesso giorno in cui probabilmente Berlusconi chiamerà il Pdl a piazza Duomo a Milano.
Assestati i colpi secchi al potere parlamentare e giudiziario, fino a far tremare ogni punto di equilibrio (dal senato alla camera, alla presidenza della repubblica), stiamo arrivando a un nuovo tornante. Se alle elezioni si dovrà arrivare, il massimo esperto di propaganda le prepara infuocando la piazza. Reale e virtuale.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Masi umani di Marco Travaglio

Masi umani di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Più che di scudi umani, è il caso di parlare di casi umani. Anzi di Masi umani, vista la figura da cioccolataio che si è autoinflitto il direttore della Rai libera di Bananas. Il suo repentino rinculare da “Annozero viola le regole” a un più modesto “potrebbe violare le regole”, prim’ancora che il programma avesse inizio, fa di lui un cittadino onorario dello Zimbabwe (sempreché lo Zimbabwe non abbia nulla in contrario). Era stato lui stesso, al telefono con Innocenzi (Agcom) a sua volta mobbizzato dal premier per bloccare la puntata sul caso Mills, a spiegare che B. “ha in mente una roba che non esiste: che qualcuno possa dire a Santoro ‘stasera non puoi parlare del processo Mills’. Uno può scrivergli ‘stai attento a ciò che dici’, ma non ‘non puoi fare la trasmissione’. Tu ex ante non puoi far nulla, neanche nello Zimbabwe. Tu devi prima vederla, la trasmissione... Che fai, in un paese dell’Occidente gli dici ex ante: ‘Non la puoi fare?’”. Ma ora il Cainano è intervenuto con un bungabunga ex post su Masi, che l’altra sera ne portava tutti i segni. Del resto è tutta una catena di ex ante. Le Papi-girl premono ex ante sulla Minetti. Che preme ex ante sul premier. Che preme ex ante su chiunque gli capiti a tiro, da Masi al ministro Romani. Un trenino che non finisce mai. Conosciamo anche le parole, sempre misurate ma molto persuasive, che B. usa in questi casi (sempre dall’inchiesta di Trani): “Siete una barzelletta, non un’Authority! Vergognatevi di portare a casa i soldi! Se foste persone serie vi sareste già dimessi!”. E questi casi umani, o Romani, memori dei soldi (nostri) che portano a casa, sono pronti anzi proni a tutto, anche a esporsi a figure che farebbero vergognare una scimmia col sedere pelato. Prendete il povero on. Sisto, già maltrattato dai genitori che lo battezzarono Paolo. Giovedì alle 8 della sera, dopo un’esistenza trascorsa nel più grigio anonimato, viene catapultato da Bonaiuti ad Annozero, inatteso e insalutato ospite: “Preparati, è il tuo momento”. Lui si fionda dal sarto, acciuffa un abito buono, avverte parenti e amici di guardare Santoro perché c’è anche lui, travolge i controlli al passo carraio, si precipita al trucco e quando è bello pronto per entrare in studio, impomatato e inamidato a lucido, già pregustando le due ore di notorietà che gli cambieranno la vita, ecco la ferale notizia: “Lei non può entrare, non è stato invitato”. Prova a balbettare che l’ha inviato il premier in persona. Invano gli vien fatta notare la lievissima differenza fra inviato e invitato. A quel punto, mestamente, Paolo Sisto rientra nel cono d’ombra da dove era venuto. Ma prendete pure il leghista Brigandì, padano-messinese, avvocato di Bossi e dunque membro del Csm, che sfila dagli archivi il fascicolo personale della Boccassini con le carte top secret sul suo fidanzato del 1980, che puntualmente finiscono sul Giornale. Che s’ha da fare per campare. O prendete gli agcomici Mannoni, Martusciello, Savarese e Napoli costretti a chiedere all’Authority di censurare Annozero per aver trattato l’inchiesta Rubyconi, come fanno peraltro tutti i giornali del mondo e tutte le tv del resto del mondo. Intanto Romani, la cui competenza sui programmi tv è pari a quella di Frattini Dry su casa Tulliani, denuncia fantomatiche “violazioni” di Annozero: “Ha trasmodato i limiti della corretta informazione” (li decide il governo) dando “ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche, che sarebbero state proferite da soggetti coinvolti nell’attività di indagine della Magistratura requirente”. Cioè: le Papi-girls chiamano B. “brutto vecchio”, “pezzo di merda” e “culo flaccido”, o narrano i bungabunga a tassametro, e la colpa è di Annozero perché il Codice di Framarzo sui processi penali in tv lo proibirebbe. E i plastici vespiani di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia e Avetrana? Urge nuovo Codice di Fracazzo per specificare che i soli processi di cui è vietato parlare in tv sono quelli di B. Gli unici di interesse pubblico.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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