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di 'Per quel che mi riguarda'
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giovedì 6 ottobre 2011

Marina mercantile di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Siamo alle sentenze ad personam!”, tuona Marina Berlusconi in un’intervista-scendiletto (leggi l'intervista) gentilmente offerta dal Correre della Sera di cui, essendo consigliera di Mediobanca, è azionista. La nota giureconsulta di scuola arcoriana ignora che tutte le sentenze sono ad personam, nel senso che riguardano sempre una persona fisica o giuridica. Ma forse la signora pretende che, per condannare uno di Milano, i giudici condannino tutti i milanesi onde evitare sentenze ad personam. I suoi alti lai riguardano la sentenza della Corte d’appello di Milano che ha condannato la Fininvest (da lei presieduta) a risarcire la Cir con 564 milioni per averla scippata della Mondadori (da lei presieduta) con la celebre sentenza del giudice Metta, corrotto da Previti per conto di B. Anziché vergognarsi di presiedere un’azienda rubata grazie a un giudice corrotto coi soldi e nell’interesse del suo Papi, la Marina sostiene di avere “scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie”. Il tarlo, la falla – come spiega sul Fatto Antonella Mascali – sarebbe un taglio fatto dalla Corte d’appello nel citare il passo di sentenza della Cassazione del 2007: quella sulla richiesta dell’Imi di revocare la sentenza Imi-Sir (l’altro verdetto Metta comprato da Previti, quella volta per conto dei Rovelli) che condannava la banca a un mega-risarcimento non dovuto di 1.000 miliardi di lire. Secondo la Fininvest, i giudici di Milano, omettendo il riferimento alla revocatoria, avrebbero fatto dire alla Cassazione che non occorre revocatoria per liquidare i danni del caso Mondadori, mentre la Suprema Corte avrebbe detto il contrario. E qui la Berluschina infila uno sfondone dopo l’altro.

1) La sentenza Metta su Imi-Sir divenne definitiva, dunque aveva un senso chiederne la revoca. La sentenza Metta su Mondadori non passò mai in giudicato, perché dopo l’appello lo scippatore Berlusconi e lo scippato De Benedetti (ancora ignaro della corruzione), si accordarono per la restituzione di parte del maltolto. Dunque non c’era materia per chiedere la revoca.

2) Infatti la Cir non ha chiesto un altro processo per riavere la Mondadori: ha chiesto il danno da reato (la corruzione del giudice Metta che truccò la sentenza).

3) La Corte d’appello non cita la Cassazione del 2007 per affermare che non occorra la revocatoria, ma per dimostrare che basta un giudice corrotto su tre per rendere nulla una sentenza. Quando parla di tarlo e di falla, la signora Marina scambia le mele con le pere.

4) Per dimostrare che, per liquidare il danno, non occorre revocatoria, la Corte cita un’altra sentenza di Cassazione, la “18.5.1984 n. 3060”. Ma fa anche notare che l’eccezione della Fininvest è “tardiva”, dunque non può essere considerata: andava presentata in primo grado, dinanzi al giudice Mesiano, ma allora i giureconsulti arcoriani, capitanati dall’ex giudice costituzionale Vaccarella, se la scordarono.

Ora è tardi. Infatti il presunto tarlo nella sentenza d’appello viene segnalato non nel ricorso in Cassazione, ma al ministro della Giustizia e al Pg della Cassazione perché puniscano disciplinarmente i giudici cattivi che fanno sentenze ad personam. Primo caso al mondo di una parte che perde una causa e, anziché impugnare la sentenza, va a piangere dal ministro (che, fra l’altro, dipende da Papi). Del resto è dal 1990 che l’affare Mondadori si gioca su tavoli truccati. La corruzione del giudice Metta. Le leggi ad personam per mandare in fumo il processo. Il linciaggio del giudice Mesiano per porto abusivo di calzini turchesi. L’incredibile sospensiva concessa alla Fininvest dopo la prima condanna a rifondere 750 milioni alla Cir. I maneggi della P3 per influenzare la Corte d’appello. La legge vergogna per chiudere con 8,6 milioni il contenzioso da 173 della Mondadori col fisco. E ora le minacce ai giudici d’appello in base a tarli e falle inventati di sana pianta: cose che capitano alle ragazze che, da piccole, Papi faceva accompagnare a scuola da Vittorio Mangano perché non facessero brutti incontri.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 4 ottobre 2011

Opposizione a sua insaputa di Marco Travaglio

(vignetta tratta da depresso gioioso)
Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione. Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze. Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli. La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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domenica 2 ottobre 2011

Io firmo. Io fermo di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-il Fatto-02.10.11)
























Nel 2001 centinaia di migliaia di persone manifestano al G8 di Genova e prendono un sacco di botte, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, diversamente dai loro elettori. Nel 2002 i Girotondi circondano i tribunali per difendere l’indipendenza delle toghe dalle leggi vergogna, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori. Per i 10 anni di Mani Pulite, 40 mila persone riempiono si riuniscono dentro e fuori dal Palavobis di Milano, ma i vertici del Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori, perché – spiega Violante – “non si festeggiano le manette”. Il 14 settembre un milione di persone occupano piazza San Giovanni e le vie limitrofe contro la Cirami, ma i vertici Ppi e Pds sul palco non ci sono perché gli organizzatori non li vogliono, memori della Bicamerale e degli altri inciuci su giustizia e conflitto d’interessi. Nel 2004 la Cgil di Cofferati riunisce 2 milioni di persone al Circo Massimo contro l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma molti Ppi e Pds flirtano con gli abrogazionisti, diversamente dai loro elettori; quanto a Cofferati, viene imbalsamato a Bologna perché non rompa le palle a Roma. Intanto nasce il movimento contro le guerre in Afghanistan e in Irak, ma a differenza dei loro elettori i vertici Ppi e Pds non ci sono. Infatti, tornati al governo dal 2006 al 2008, confermano le missioni di guerra spacciandole per missioni di pace, così come tutte le leggi vergogna che avevano giurato di cancellare. Nel 2007-2008 Grillo organizza due V-Day per fare, con tre leggi popolari e tre referendum, ciò che il centrosinistra non ha voluto fare: via i condannati e i dinosauri dal Parlamento, via la legge elettorale-porcata, via la Gasparri, via i soldi pubblici ai giornali, via l’Ordine dei giornalisti, ma i vertici di Margherita e Ds, mentre molti loro elettori sfilano e firmano, strillano all’”antipolitica”. L’8 luglio 2008 Micromega e Di Pietro chiamano a raccolta in piazza Navona contro il lodo Alfano: i vertici di Margherita e Ds non ci sono, i loro elettori invece sì. Due anni fa Di Pietro, un pezzo della sinistra radicale e molti comitati civici, promuovono tre referendum: acqua pubblica, no al nucleare, no al lodo Alfano; ma, mentre i loro elettori firmano, i vertici Pd non ci sono perché sotto sotto l’acqua privata, il nucleare e l’impunità per le alte cariche piacciono anche a loro. “Noi – si illumina Bersani – non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni si sono persi 24 referendum e perché manca l’aspetto propositivo”. Risultato: a giugno 29 milioni di italiani di destra e di sinistra corrono a votare i tre referendum, fottendosene dell’aspetto propositivo. I vertici Pd festeggiano come se avessero vinto loro, ma almeno si spera che abbiano imparato la lezione. In fondo non è difficile: basta sintonizzarsi con i propri elettori. Invece niente. Parisi, Di Pietro, Segni, Vendola e altri raccolgono le firme per cancellare la norma più odiata dagli italiani dalle leggi razziali: il Porcellum di Calderoli. Ma l’astuto Bersani non ci sta: gli elettori del Pd cercano invano i banchetti alle feste del partito (un tempo feste dell’Unità), ma li trovano soltanto in alcune, perlopiù seminascosti fuori dal recinto. Il sagace Bersani, per non dispiacere al compagno Piercasinando, al geniale D’Alema e al fico Fioroni, pontifica: “Meglio la via parlamentare”. Uòlter aderisce, poi si dissocia, poi firma. Risultato: 1.210.466 firme che ora garantiranno o una legge elettorale migliore o la fine del regime e le elezioni a primavera. Bersani, che non risulta aver firmato, fa la supercazzola: “Non ci abbiamo messo il cappello, ma abbiamo messo i banchetti” e chiede che qualcuno lo ringrazi. I suoi elettori saranno ben lieti di farlo quando annuncerà le sue dimissioni da segretario, da candidato premier, da tutto. Non solo per essersi circondato di gente come Penati. Ma soprattutto perché, come i suoi predecessori, non ne ha mai azzeccata una.


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sabato 1 ottobre 2011

REFERENDUM ELETTORALE-Un milione di firme Porcellum allo spiedo di Daniela Preziosi

(vignetta portoscomic)
Finirà che in questa legislatura le uniche leggi da non buttare le avranno scritte i cittadini. Un milione e rotti di firme su un referendum che cancella una legge elettorale-porcata è una gran notizia, comunque la si pensi sul sistema elettorale capace di descrivere la realtà senza distorsioni, di riavvicinare la politica ai cittadini, di fornire uno strumento per costruire l’alternativa e infine in grado di allontanare il senso di sconfitta e di impotenza di fronte a un palazzo tetragono al terremoto che lo scuote.
Ieri il comitato elettorale del referendum pro Mattarellum ha esultato, presentando la valanga di firme raccolte in pochi mesi, in prevalenza in piena estate, e senza una grande organizzazione. L’avventura «corsara», come l’hanno battezzata, è iniziata con un gruppo di dirigenti Pd che dissentivano dal referendum proporzionalista di Passigli (poi ritirato), ed è continuata con Bersani che chiedeva di non promuovere i quesiti (ignorato).
Poi l’Idv e Sel hanno abbracciato la battaglia. E comunque alle feste del Pd ai banchetti si faceva la fila. Non manca di notarlo Parisi: «Ora dice di averci dato i banchetti, piuttosto si renda conto che molti democratici la pensano diversamente da lui». Morale: è finita con un milione e duecentomila cittadini che hanno firmato, consapevoli che sarà per loro se questo parlamento cancellerà il porcellum. È finita anche con una benedizione da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il quale questa legge ha rotto il rapporto di fiducia fra eletti ed elettori. «Le nostre stesse parole», gongola Parisi. Insomma, fino a qui tutto bene.
A sinistra, bisogna dirselo chiaro, questo referendum apre un dibattito che forse andava affrontato almeno otto anni fa. Sel l’ha promosso, e ieri Vendola ha parlato del «valore civile prima ancora che politico» di queste firme: «I cittadini vogliono contare, non intendono lasciare una delega in bianco ad una classe politica chiusa in un Palazzo sempre più screditato». Ma in Sel non c’è l’unanimità sul ritorno del Mattarellum, come testimoniava il leader storico di quell’area, Fausto Bertinotti, firmando il quesito per il proporzionale. Come sempre, del resto, ha predicato la sinistra radicale e anche la Federazione della sinistra. Il sistema proporzionale però in questo momento renderebbe inutili le primarie, uno strumento con cui anche la sinistra ha imparato a scegliere candidati, programmi e compagni di strada.
La discussione resta. Ma resta anche lo straordinario risultato di queste firme. Ora si attende il vaglio della Cassazione e quello - molto a rischio - della Consulta entro gennaio 2012. Se il referendum non si farà, resterà il milione di persone che hanno detto a tutte le forze politiche, non solo a quelle di maggioranza, che il porcellum va cancellato.
Se si farà, questo parlamento tenterà una riforma elettorale, che per anni non ha voluto fare. Oppure, più verosimilmente, finalmente andrà a casa, come la Lega ha già fatto capire. E, gran cosa in una democrazia, sarebbe per mano armata (di biro) dei cittadini.

fonte articolo 'Il Manifetso'
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Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 28 settembre 2011

I VESCOVI E IL GOVERNO - Cattolici del Pdl paracult di Alessandro Robecchi

(vignetta Vauro-Il Manifesto-28.09.11)
Domanda. Ma se si mette un camaleonte su una tela scozzese, la povera bestia che fa, esplode? Chissà. E se si appoggiano i cattolici del Pdl di traverso sulla severa censura del cardinal Bagnasco e sulle porcate del loro padrone Silvio Berlusconi, che fanno, esplodono pure loro? Come coniugare spirito baciapile e difesa a oltranza del boss? La tecnica è nota: fingere di non capire parole che pure sono chiarissime. Strepitoso Formigoni sul monito di Bagnasco: «È un messaggio indirizzato a tutti gli italiani, non a una singola persona». Cult.Anzi,paracult.Poi chiosa, devotissimo: «Ognuno di noi deve chiedere perdono a Dio».
Ognuno chi? Ognuno che se ne sia “fatte” soltanto otto su undici? Ognuno accusato di aver pagato ragazzine minorenni? Precisare, prego. Si è spremuto le meningi anche Maurizio Sacconi (chissà che fatica!), prima di partorire pure lui e dire che le parole di Bagnasco «seppur legittime e comprensibili rischiano di venire strumentalizzate». Poi, non sembrandogli abbastanza chiaro il concetto, aggiunge: «Nessuno può usare il monito di Bagnasco come una clava». Premio speciale della giuria a Osvaldo Napoliche prima tira in ballo De Gasperi,chissà perché, e poi disvela il suogenio: «Ieri i vescovi non hannocriticato l’uomo Berlusconi e neppure il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Hanno richiamato il ceto politico a comportamentidi sobrietà e al senso della misura: richiamo che vale per tutti». Bingo. È una scemenza, ma pare funzioni. Dice Rotondi: «Quello del cardinale Angelo Bagnasco è un richiamo che riguarda tutti, il monito non va mai riferito ad una persona, è rivolto alla generalità dei cittadini». Alla persona, peraltro, ci pensa lui e definisce Berlusconi un «santo puttaniere». Incidente sul lavoro.
Dunque il coro dei cattolici del Pdl pare unanime: il monito dei vescovi e le porcate conclamate di Silvio coincidono solo per una clamorosa coincidenza, tipo un sei al Superenalotto. E poteva il ministro Fitto tacere di fronte a un simile allineamento di pianeti? Certo che no, eccolo: «Il messaggio del cardinale Bagnasco è rivolto a tutti, strattonarlo da una o dall’altra politica è sbagliato e lo svilisce». Appunto, lo svilisce. Per fortuna c’è Giuliano Ferrara, un altro politico della destra, pio, credente e tanto, tanto devoto, capace di spostare un po’ l’asse del discorso in una puntata di enorme spessore satirico di Radio Londra (lunedì sera) e in un pensoso fondo sul Foglio di ieri. La sostanza comica è nota: i vescovi bacchettano Berlusconi, ma non prendono lezioni dai furibondi «laicisti» che vogliono preservativi, divorzio, aborto, pillole varie eccetera eccetera. Insomma, la trave è ancora nostra, mentre il pisello di Silvio sarebbe una pagliuzza (e qui il capo, francamente, potrebbe offendersi). La trovata comica non è granché e ricorda vecchie battute da avanspettacolo («Razzista io? Parla lei che è negro!»). Per fortuna, come succede ai comici che hanno mestiere ma non testi adeguati, Ferrara si riscatta con una sapiente manipolazione del linguaggio. Ecco dunque, ad uso dei «laicisti», dei miscredenti e degli appassionati dell’uso creativo del vocabolario, alcune delle locuzioni usate su vari palcoscenici dal nostro contorsionista preferito. Eh, sì, il nome della cosa non è secondario. Come chiama dunque Ferrara i festini del Capo? Vediamo. «Bisbocce», ben trovata. «Festicciuole», garbatamente démodé. «Propensione alla galanteria», siamo al capolavoro. «Gioco non sempre troppo sottile e a sfondo sessuale tra uomo e donna», qui gli è scappata un po’ la mano. «Gioco mondano», giusto, ricomponiamoci. «Feste da ballo», bravo. E che ballo, gente!

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 27 settembre 2011

La mafia deve girare di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Sul sito dell’Espresso due cronisti coraggiosi, Claudio Pappaianni e Andrea Postiglione, raccontano con tanto di video la Festa dei Gigli nel quartiere Barra di Napoli. Alcuni boss della camorra (uno dei quali reduce da 10 anni di galera, dunque molto popolare) sfilano su una Rolls Royce bianca supercabrio tra due ali di folla in delirio. Palloncini, musica, applausi.(guarda il video tratto da l'Espresso) Poi i padrini invitano tutti a “un minuto di silenzio per i morti nostri”. Chiude la gaia cerimonia la benedizione del parroco. Unica nota stonata, l’assenza delle autorità politiche, sempre meno radicate sul territorio (l’ennesima riprova della divaricazione tra Paese reale e Paese legale). O forse troppo impegnate a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano da Belmonte Mezzagno (Palermo), deputato dal 2001, prima nell’Udc e ora nei Responsabili, fedelissimo di Totò Cuffaro (attualmente detenuto per favoreggiamento mafioso), uno dei pochi parlamentari che nel 2002 non votarono la stabilizzazione del 41-bis, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, si prepara all’ultima battaglia. Oggi infatti la Camera vota la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalle opposizioni, anzi solo da Idv e dal Pd: l’Udc l’ha portato in Parlamento assieme a Cuffaro e pare brutto a Casini sentirselo ricordare. Dunque Piercasinando finge di non conoscerlo (“di Romano conosco solo Prodi”). Ma, per il primo ministro della storia d’Italia imputato per mafia, più che una battaglia sarà una passeggiata. I cosiddetti padani della Lega Nord annunciano che voteranno per lui, contro chi lo vuole cacciare, anche perché difendono alcune centinaia di allevatori fuorilegge per le quote latte e le relative multe, e lui con loro. Strepitosa la dichiarazione del ministro dell’Interno Bobo Maroni, che vanta un curriculum antimafia da paura e poi siede a ogni Consiglio dei ministri accanto al ministro imputato di mafia: “La mozione di sfiducia l’ha presentata l’opposizione, ne sono state presentate in passato e sono sempre state respinte. Non vedo francamente perché non si debba fare la stessa cosa”. In effetti era stata respinta anche la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Nicola Cosentino, imputato di camorra. Ergo, se in futuro si scoprisse che un ministro ha ammazzato la moglie o ha stuprato una bambina, Maroni se lo terrebbe al governo perché si è sempre fatto così. Un fatto di tradizione. Il compianto Lunardi, a questo punto, fa la figura del minimalista. Si era limitato a dire che “con la mafia bisogna convivere”: una constatazione, viste le facce che popolavano e popolano il governo. Oggi, altro che convivere. La convivenza presupponeva una certa qual diversità, tra politica e mafia. Ora invece siamo all’identità, e non solo di linguaggio. Più che mai opportuno, da questo punto di vista, il contributo del ministro gondoliere Brunetta, che ieri, in attesa del piano per la crescita, ha proposto l’eliminazione del certificato antimafia per “snellire” le procedure nella Pubblica amministrazione, con tanti saluti alle “anime belle dell’antimafia”. Come dargli torto. Se il certificato antimafia non si chiede nemmeno alle massime cariche dello Stato, né tantomeno ai politici, perché mai dovrebbero esibirlo gli imprenditori? Renato Schifani, essendo indagato per mafia, non potrebbe concorrere a un appalto, ma può tranquillamente fare il presidente del Senato. Idem per il ministro Romano, per l’on. Cosentino e per il sen. Dell’Utri. Snellire, semplificare per tutti, compresa la mafia, unica azienda italiana che non conosce crisi. Infatti il cardinal Bagnasco s’è ben guardato dal farvi cenno, tra i “comportamenti licenziosi, tristi e vacui che ammorbano l’aria”. Pazienza la mafia, ma la gnocca no! Già allo studio un emendamento al primo articolo della riforma prostituzionale che potrebbe incontrare i favori dei teocon del Pdl e anche dell’Udc: invece di “la patonza deve girare”, “la mafia deve girare”.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 26 settembre 2011

Bravo, Umberto, ne hai fatta di strada di Alessandro Robecchi

In una vecchia barzelletta sovietica, Stalin mostra alla madre i segni del suo potere. La potente macchina nera, la guardia in alta uniforme, le meravigliose stanze del Cremlino. E lei, l’anziana madre,lo benedice con affetto: «Bravo, Josif, ne hai fatta di strada… Ma attento, che se arrivano i comunisti…». Chissà se il popolo leghista conosce quella vecchia storiella. Davanti a esso viene periodicamente mostrato un capo-caricatura che si esprime ormai solo a gesti, pugni tirati all’aria, pernacchie e parolacce. Di Bossi conosciamo ormai solo le patetiche ostensioni organizzate per mascherare la sorda lotta tra colonnelli che avviene alle sue spalle, poi la reliquia viene ripiegata e portata via dagli addetti del cosiddetto «cerchio magico». «Vergognosi attacchi alla mia famiglia», ha biascicato dal palco di Venezia. Eh, sì, la famiglia, croce e delizia. Un figlio piazzato alla regione Lombardia a incassare un grosso assegno, capo delle nazionali di calcio padane alla maniera dei pargoli Gheddafi. Una moglie, Manuela Marrone, baby pensionata dall’età di 39 anni - una cosa che al leghista medio fa salire il sangue agli occhi - e fondatrice di una scuola dove si insegnano ai bambini le tradizioni padane. Tradizioni padane, sì, ma soldi di tutti gli altri, visti gli 800.000 euro munificamente concessi alla struttura da una legge del 2010, opportunamente chiamata «legge mancia» (tenga il resto, buon uomo). E, di contorno, seggiole, cariche, poltrone, nomine, stipendi pubblici, consulenze, affari e affarucci, perlopiù andati male e malissimo, come quella famosa banca CrediEuroNord che costò bel po’ di soldi proprio ai più gonzi tra i padani. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi cadere le braccia, o almeno le spesse fette di salame padanamente piazzate sugli occhi. Ora, il salvataggio in aula di un bel pezzo di Roma ladrona (Marco Milanese) e, prossimamente, anche un voto a protezione di interessi mafiosi (il ministro Saverio Romano). Che dire? Bravo Umberto, ne hai fatta di strada. Ma occhio, che se arrivano i leghisti…

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 25 settembre 2011

Gelmitola

Che l’Italia avesse un “premier a tempo perso” già lo sapevamo: l’ha detto lui a un’amica escort. E l’ha confermato martedì sera con due telefonate mute a Ballarò. Come Presidente del Consiglio ha chiamato Floris per intervenire in diretta, ma poi s’è accorto che il tempo riservato al governo era scaduto, allora ha indossato i panni del Presidente della Patonza e, per la gioia di una trentina di mignotte sedute sulle sue ginocchia, ha fatto il numero del molestatore che non parla, ma ansima. Ora le foto pubblicate qui a fianco dimostrano un altro fatto per noi notorio: anche Frattini Dry è un ministro degli Esteri a tempo perso, nel senso che perde inutilmente tempo a fare il ministro. Il vero capo della nostra diplomazia è Valter Lavitola, ingiustamente sminuito dalla stampa come “faccendiere”, “Valterino”, “direttore de l’Avanti!”. Scherziamo? Lavitola, momentaneamente latitante, è l’uomo chiave del governo, l’architrave del sistema. Ma guardatelo: con che piglio scende dall’aereo della Presidenza del Consiglio dietro al premier! E con quale autorevolezza siede al tavolo del presidente di Panama! Poi, certo, per tenerlo buono, ha lasciato un posto e un pasto caldo anche a Frattini, onde evitare che si accorga di non essere il ministro degli Esteri, ma un semplice “fattorino”, come lo chiamano i diplomatici Usa nei cablo svelati da Wikileaks. E chissà come chiamano Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica a sua insaputa, ieri autrice del seguente comunicato: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern (Ginevra, ndr) e i laboratori del Gran Sasso (Abruzzo, ndr), l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”. Wow! Mentre i soliti disfattisti denunciavano la paralisi delle grandi opere, pomposamente annunciate da B. nel Contratto con gli italiani alla scrivania di Vespa, il governo, zitto zitto, senza farsene accorgere, realizzava un supersonico tunnel di 732 km. scavando nella dura roccia del Gran Sasso. Un’opera ciclopica, faraonica, titanica. Al confronto, la piramide di Cheope e la Muraglia Cinese ci fanno una pippa. Nessuno aveva sospettato nulla, finché un neutrino malandrino ha rovinato l’effetto sorpresa: il premier contava di inaugurare la nona meraviglia del mondo nella prossima campagna elettorale, sottolineando l’enorme sforzo sostenuto a dispetto degli ambientalisti affetti da sindrome Nimby e della pesante eredità dei precedenti governi pagati da Einstein per perpetuare la sorpassata teoria della relatività, e annunciando il prossimo passo: uno speciale collegamento del supertunnel a Nord col Tav in Valsusa (un’altra piccola galleria da Ginevra a Torino) e a Sud col Ponte sullo Stretto (un piccolo scavo fra il Gran Sasso e Reggio Calabria). Ma nulla sfugge a Gelmini occhio di lince. Che fosse il ministro più acuto e perspicace del governo lo si sospettava da tempo, ma ieri ha superato se stessa, a riprova del fatto che il cervello umano, purché collocato nella testa giusta, viaggia più veloce della luce e persino dei neutrini. Permane anche un’altra scuola di pensiero, tipica dei disfattisti, che riferiamo per puro dovere di cronaca e che sostiene dell’inesistenza del tunnel e del relativo stanziamento di 45 milioni. La spiegazione, secondo i malpensanti, andrebbe cercata fra queste quattro.

1) La ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca ha voluto adeguarsi al livello medio dell’Istruzione, Università e Ricerca creato dalle sue riforme.

2) La ministra non sa cosa sia un neutrino e, avendo appreso che alcuni dei medesimi erano partiti da Ginevra raggiungendo rapidamente il Gran Sasso, ha dedotto che, data la distanza e in assenza di aeroporti abruzzesi, abbiano viaggiato in auto o in treno.

3) L’unico tunnel realizzato dal governo B. è quello scavato nella testa, peraltro molto spaziosa, della ministra.

4) Dopo il contributo dato alla fuga dei cervelli, la Gelmini ha visto fuggire anche il suo. Il corpo però rimane saldamente in Italia.


fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 24 settembre 2011

Cicciolina, la casta non sei tu di Caterina Soffici

Meglio una spogliarellista di un ladro” commentò Leonardo Sciascia. “Meglio le luci rosse che i fondi neri” disse Giovanni Spadolini accogliendo l’arrivo di Cicciolina in Parlamento dal 1987 al 1992. Il 26 novembre l’ex onorevole pornostar compirà 60 anni e quindi inizierà a intascare i 3.108 euro di pensione. La notizia rimbalza da qualche giorno con grande scandalo. Cicciolina? Ma se non si è quasi mai vista in Parlamento. Cicciolina? Eppure non c’è bisogno di un novello Sciascia per affermare che è più onorevole dare una pensione a Cicciolina che a uno Scilipoti, a un Paniz o a uno qualsiasi dei deputati pidiellini che nel giorno in cui negano l’arresto per Milanese si mettono in fila per fare un pat pat solidale sulla spalla del collega indagato. Lo scandalo rimane un altro, ossia che la Casta continui a intascare un vitalizio dopo solo 5 anni di lavoro mentre agli altri comuni mortali è chiesto di posticipare l’età del riposo e alle donne di ritirarsi a 65 anni.
Così anche il Financial Times non perde l’occasione per sfottere l’ennesima volta il paese zimbello d’Europa e nota come “nell’anno in cui si suppone che l’Italia celebri il 150 compleanno da nazione moderna” fanno notizia anche altri compleanni. Si cita quello di un “imbonitore” che ne compirà 75 la settimana prossima (il quotidiano della City lo descrive così: “La chirurgia plastica, il make up e gli impianti di capelli lo fanno sembrare più giovane solo finché la macchina fotografica non si avvicina”). E poi si citano i 60 anni di Cicciolina (“Little Fleshy One”) e la relativa pensione che viene presentata come “simbolo del brutto andazzo della politica italiana”.
Queste ipocrite ondate di indignazione sembrano dettate più da ragioni di opportunismo bacchettone, bigottismo e moralismo perbenista che di indignazione anti Casta (ricordiamoci che sono 2.330 gli ex onorevoli pensionati). La guerra andrebbe fatta ai vitalizi tout court, a quelli che sommano il vitalizio parlamentare con altre pensioni, ai doppi e tripli assegni, ai baby pensionati e via elecando. Invece ci si scandalizza di Cicciolina. La quale, interpellata, ha risposto con dignità che lei rispetta una legge dello Stato e che dovessero tagliare i vitalizi ai parlamentari si adeguerebbe “ma sarà molto difficile che la votino, perché io prenderò tremila euro lordi al mese, ma ci sono deputati e senatori che ne prendono più di 15 mila” . Se poi si ricordano le circostanze della candidatura radicale di Cicciolina, non si può altro che solidarizzare con la ex starlette. Lei era la provocazione in carne e ossa. Lei era la porno denuncia di ben altri sconci parlamentari e in virtù di questo ventimila persone l’avevano scelta. Mica gente come la Nicole Minetti, eletta nel listino bloccato su volere di Papi.
Hanno chiesto a Cicciolina se sarebbe andata a una festa a Palazzo Grazioli invitata da B. Sapete cosa ha riposto? “Mi invitavano da destra e sinistra. Ho sempre declinato perché avevo la mia vita, i miei gatti, le mie serate. Dovevo lavorare, non perdere tempo per farmi promettere delle cose per una notte di amore. Non me ne fregava niente”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 23 settembre 2011

CRISI D’OPPOSIZIONE di Norma Rangeri

(vignetta Umberto Romaniello)
Scontato, ma non per questo meno indecoroso, il voto parlamentare che ieri ha salvato dall’arresto il deputato Marco Milanese e Berlusconi con lui. Qualche franco tiratore, la conferma di uno stallo, di un vuoto di governo nel momento di massima crisi economica, di imbarazzante decadenza morale, di vertiginosa inconsistenza politica. Si naviga a vista mentre i bollettini di guerra di borse e spread si accoppiano alla continua revisione, al ribasso, del Tesoro sulle previsioni di crescita dell’economia italiana. Persino il Fondo monetario internazionale ormai esterna i suoi dubbi con riferimenti espliciti alla capacità del presidente del consiglio di garantire stabilità degli equilibri politici e coesione sociale.Del resto si tratta di dubbi non solo legittimi ma ampiamente confermati da inequivocabili segnali provenienti dal cuore del potere berlusconiano.
In una giornata i titoli Mondadori e Mediaset hanno perso centosessanta milioni, un risultato direttamente legato alle fibrillazioni della vigilia del voto su Milanese. Un crollo sul mercato delle aziende presidenziali è utile pro-memoria del conflitto di interessi che opera come una sorta di governo-ombra, nitidamente rappresentato anche dall’ennesimo rinvio delle nomine Rai (direzioni di reti e di testate), da tempo sospese nel limbo di smottamenti imprevedibili.
Berlusconi resiste, non molla ma sa bene che salvare le proprie imprese e restare al governo è un unico programma. Per attuarlo dovrà sparare tutti i colpi di riserva, affrontando una campagna di comunicazione che non prevede prigionieri e ha bisogno di una televisione senza opposizioni credibili, ridotta a voce del padrone. Oggi più di sempre. Eppure la crisi e l’agonia del centrodestra non trovano una risposta delle opposizioni. Come prigioniere di un perverso effetto-contagio, proprio in questo momento chi dovrebbe rappresentare un’alternativa è invece al massimo della sua afasia politica.
Se in campo ci fosse una «manovra della sinistra», una moralità da spendere per la credibilità di una nuova classe di governo, potremmo rischiare il successo di una vera inversione di rotta e rompere il recinto della cittadella berlusconiana. Come hanno dimostrato le ultime prove elettorali (amministrative e referendarie) vinte su gambe robuste: un programma di radicale cambiamento, la credibilità delle leadership che se ne facevano garanti, la prefigurazione di una sinistra sociale e popolare.
Assistiamo invece alle passerelle dei soliti noti nei talk-show della sera, spese in una replica infinita dei vizi dell’avversario e delle proprie virtù. Scavalcati a sinistra non solo dalla piazza, come è naturale, ma dagli editoriali del giornalone della borghesia milanese che invoca il ritorno del vecchio Marx («Date a Marx unachance per salvare l’economia mondiale»). Ce lo vedete voi Bersani che cita il filosofo di Treviri quando ha difficoltà persino a farsi vedere in un comizio con Vendola e Di Pietro per non turbare l’umore di Casini?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Giustizia alla Milanese di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Ebbene sì, ci arrendiamo. Ha ragione il Cavalier Patonza: la giustizia italiana è politicizzata. Sentite il colonnello Salvatore Paglino, della Guardia di Finanza, che a Bari indagava su Tarantini per droga, prostituzione e corruzione assieme al pm Giuseppe Scelsi: “Il 26 giugno 2009 il dottor Laudati (appena insediato come procuratore capo, ndr) indisse una riunione... Disse che le indagini avevano creato preoccupazione nelle istituzioni; la sua presenza in loco era stata voluta dal ministro di Giustizia Alfano, al quale aveva garantito una soluzione...; e la situazione era arrivata a un punto di gravità tale da poter produrre effetti negativi sul governo, nonché sulla Gdf”. Paglino verrà fatto addirittura arrestare da Laudati. Ed ecco il racconto del pm Scelsi, subito estromesso dalle indagini: “Laudati disse che era molto amico del ministro della Giustizia (Alfano, ndr) che gli aveva concesso l’onore del tu e, grazie a questo, aveva garantito per me, impedendo l’avvio di un’ispezione; e che era stato mandato a Bari per conto del ministro”. Da allora le indagini si inabissano per due anni e vengono chiuse solo pochi giorni fa, quando la Procura di Napoli scopre che anche Tarantini sa delle presunte “frenate” di Laudati. Questi nega tutto, ma è singolare che sia Paglino (in una relazione di servizio), sia Scelsi (al Csm), sia Tarantini (intercettato) l’accusino di avere sterilizzato l’inchiesta che preoccupava B. Quanti Laudati ci sono negli uffici giudiziari italiani? Parecchi, a giudicare dalle troppe indagini sui potenti che si inabissano o finiscono in archivio. Poi, a politicizzare la giustizia, c’è il Parlamento, pieno di imputati, avvocati e qualche magistrato. Scelsi racconta che l’ex collega Maritati, deputato dalemiano, gli chiese notizie riservate sul coinvolgimento di amici di D’Alema nell’inchiesta. Un po’ quel che faceva l’ex pm Papa sull’altra sponda. Intanto gli onorevoli avvocati si occupano di salvare dalla galera gli onorevoli clienti o compari. E così il Parlamento s’è trasformato in un grado di giudizio aggiuntivo, spesso definitivo. Ieri Marco Milanese, accusato di vendere posti e appalti pubblici in cambio di soldi, gioielli, orologi di gran pregio, auto di lusso, s’è salvato dal carcere grazie al voto di 312 colleghi (compreso il suo), mentre i suoi coindagati sono finiti regolarmente dentro. Era già accaduto a tutti i deputati e senatori (escluso Papa), di destra e di sinistra, raggiunti nell’ultimo quindicennio da mandati di cattura per reati gravissimi. La legge consente alle Camere di negare il via libera all’arresto di loro membri solo in caso di fumus persecutionis, non certo in base a considerazioni politiche o a valutazioni delle prove difformi da quelle date dal giudice. Ma il Parlamento se ne infischia: bypassa a pie’ pari il fumus persecutionis (in effetti mai visto) e salva i compari di casta, anzi di cosca, per solidarietà di partito o di governo. Bossi, che aveva autorizzato l’arresto di Papa, l’ha negato per Milanese “per tenere in piedi il governo”. L’on. avv. Paniz ha avvertito eventuali dissenzienti: “Se arrestano Milanese, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. La stima della gente per i politici è bassina, ma anche la loro autostima non scherza. Come diceva Woody Allen, “la loro moralità è una tacca sotto quella degli stupratori di bambini”. Infine, a politicizzare la giustizia, ci sono le leggi di tolleranza zero per i poveracci e di tolleranza mille per lorsignori. La Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio del giovane etiope El Israel, reo di aver spezzato due rametti di un cespuglio cogliendo dei fiori nel parco per la fidanzata e di aver così “danneggiato un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa, con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto alla pubblica fede”. Il mascalzone rischia da 6 mesi a 3 anni di galera. Se Berlusconi, invece di continuare a corrompere, abusare e frodare, si decide a strappare qualche ramo di oleandro in un’aiuola, ce lo leviamo dalle palle.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 21 settembre 2011

ECONOMIA ITALIANA - Con Silvio B. dieci anni di declino di Pitagora

(vignetta Mauro Biani)
Standard & Poor’s ha abbassato di un gradino (da A+ ad A) il giudizio sui titoli dello stato italiano a «causa dell’indebolimento delle prospettive di crescita e dell’incertezza del contesto politico», aggiungendo che «le prospettive rimangono negative». L’agenzia si è quindi lasciata aperta la possibilità di procedere a breve a un ulteriore declassamento, tenendo presente che «il debito pubblico dell’Italia è il più alto tra i paesi sovrani con rating A». In ogni caso, il giudizio rimane nella fascia più elevata di voto.
Al di là della decisione, di fatto scontata in presenza di condizioni di mercato che attribuiscono alla carta italiana un premio al rischio più elevato rispetto alla bassa probabilità di bancarotta stimata dell’agenzia di rating, appaiono di un certo interesse le motivazioni fornite.
La sostenibilità dell’elevato debito pubblico è messa in discussione dalle insufficienti prospettive di crescita dell’economia italiana che, in linea con le principali istituzioni internazionali (Bce, Fmi, Ocse), sono state abbassate e dalla «fragilità della coalizione di governo e delle divergenze politiche all’interno del Parlamento che continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisiva al difficile contesto macroeconomico».
In seguito all’interpretazione malevola del governo, secondo cui il giudizio sarebbe stato «influenzato da considerazioni politiche», l’agenzia ha diffuso una nota in cui si dice che «la valutazione è basata su un’analisi dettagliata e indipendente delle prospettive economiche e fiscali dell’Italia e sulle ipotesi relative all’andamento atteso del debito». L’agenzia ha poi precisato che «i rating indicano come diverse iniziative politiche possono impattare l’affidabilità finanziaria e non intendono dare alcun suggerimento sulle politiche che un governo dovrebbe o non dovrebbe perseguire». Dopo poche ore, il Presidente della Confindustria si è espressa in termini più netti dichiarando che «non c’è più tempo: o il governo è in grado di mettere in piedi una serie dimisure gravi, serie, anche impopolari, sennò deve andare a casa».
Il punto é che in oltre otto anni di governo della destra in quest’ultimo decennio il declino dell’economia italiana è stato enorme. Il Pil del nostro Paese è stato sopravanzato da quello della Cina, dell’India e del Brasile; altri Paesi ci tallonano con tassi di crescita attesi molto più elevati del nostro; quello della Turchia è più elevato di quello cinese; il peso dell’Italia negli scambi commerciali è crollato; malgrado politiche retributive del lavoro sfavorevoli, la competitività delle nostre aziende nel mercato mondiale è calata; sebbene la domanda di prodotti esteri sia debole per il calo dei redditi delle famiglie, l’interscambio delle partite correnti è negativo; non esistono «campioni nazionali» nei comparti tecnologicamente avanzati.
La ricchezza pro-capite degli italiani, distribuita in modo sempre più diseguale è diminuita in media di quasi un punto percentuale all’anno. La povertà si è diffusa e va interessando ceti sociali prima benestanti. L’indebitamento delle famiglie è cresciuto a ritmi elevati. Per quanto riguarda i conti pubblici si è sprecato il dividendo dell’euro non perseguendo all’inizio del decennio il pareggio di bilancio quando era un obiettivo di semplice portata, anche in virtù della migliore reputazione allora goduta dallo stato italiano in seguito al risanamento realizzato nel lustro precedente. I governi di destra hanno dissipato l’apprezzamento dei mercati accrescendo costantemente la spesa e allentando i controlli amministrativi, preventivi e susseguenti.
L’improvvisazione di questa estate nel formulare con colpevole ritardo una manovra correttiva dei conti pubblici e le intrinseche debolezze e ingiustizie di quella approvata in assenza di qualsiasi approfondimento da parte del Parlamento sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In una situazione di crollo della fiducia degli investitori che ha portato all’inusuale intervento dell’Eurosistema dell’acquisto di titoli di stato e al commissariamento del governo da parte di quelli francese e tedesco, la richiesta di S&P di un ricambio nelle politiche economiche del nostro Paese appare non solo ragionevole, ma scontato.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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La malavitola di Marco Travaglio

(foto tratta da l'unità.it)
L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sorridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall'esilio del generale De Gaulle dopo l'occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent'anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L'altra sera il noto campione d'indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all'ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”:
1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare);
2) “un nuovo modo di guardare l'economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor's a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola);
3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all'avanguardia. Commentando l'indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c'entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c'ha i piccioli pure int'u culu e abbiamo saputo puro che c'ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco... E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all'estero”. “Te l'avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Tarantini”. “L'indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ragazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell'Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l'ha voluto commemorare da par suo.

fonte articolo 'Il fatto Quotidiano'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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giovedì 15 settembre 2011

Ego nos absolvo di Marco Travaglio

(vignetta Mario Biani)
L’altra sera al Tg1 una minzolina bionda presentata come “nostra inviata” nel senso che la paghiamo noi, interrogava severamente il procuratore di Napoli, Lepore, come se fosse lui l’imputato. Il tono era quello del “come si permette di convocare il premier?”. L’alto magistrato tentava di difendersi come poteva, ma l’impressione che i telespettatori ne ricavavano era che fosse (lui) reticente. Non si batteva il petto, non si discolpava, non chiedeva scusa per aver osato tanto. Intanto, dalle nuove intercettazioni, oltre alla conferma che aveva ragione l’Espresso sulla telefonata in cui B. istiga Lavitola alla latitanza, si scopre che gli ha pure garantito l’assoluzione: “Vi scagiono tutti”. Ecco, oltre all’imputato, al testimone e al pagatore dei medesimi, ora fa pure il giudice (a quando il cancelliere?). Tanto la cosiddetta informazione l’ha già assolto, dando per scontato che la legge è uguale per tutti fuorché per lui. Il caso ultimo è da manuale: non la solita indagine per uno dei tanti reati commessi da B., ma l’evenienza del tutto inedita di un’inchiesta su un reato commesso ai suoi danni. Dunque lui, com’è sempre avvenuto in tutto il mondo, dev’essere sentito come testimone-parte offesa: obbligato a presentarsi, a parlare e dire la verità. E, siccome non deve difendersi da nulla, senz’avvocato. La legge parla chiaro: se il testimone non si presenta la prima volta per un impedimento (che dev’essere legittimo, non una missione all’estero inventata apposta per l’occasione), può rinviare di qualche giorno. Ma poi, se continua a scappare, lo vanno a prendere i carabinieri. Siccome però è un parlamentare, per l’accompagnamento coatto occorre il permesso della Camera. E la maggioranza, essendo roba sua nel senso che se l’è mezza nominata e mezza comprata, lo negherà. A quel punto, ai giudici non resterà che rivolgersi alla Consulta per sollevare conflitto di attribuzione contro il Parlamento della (ultima) vergogna. Intanto in carcere c’è un signore, Tarantini, che attende di sapere se i giudici che l’hanno arrestato sono competenti: per saperlo occorre sentire B. su modalità, ragioni e luoghi dei pagamenti. Ma questo, ai garantisti all’italiana, non interessa. Infatti, anziché chiamare le cose con il loro nome, si son messi a strologare sull’ennesimo “scontro fra giustizia e politica”. Come se un pm che convoca un teste per rispondere alle domande potesse esser messo sullo stesso piano di quel teste che, avendo la coscienza lurida, sfugge alla Giustizia al punto da piegare non solo il Parlamento, ma anche le massime istituzioni europee ai suoi porci comodi. L’altroieri i siti del Corriere e di Repubblica titolavano sul presunto “scontro”. Ieri il Pompiere, per cambiare un po’, titolava a tutta prima pagina “Sfida tra i pm e Berlusconi”, mentre il pompierino Massimo Franco deplorava la “nuova guerra”. Sugli house organ, scontro e guerra diventavano comicamente “Silvio prigioniero politico”, “Il ricatto dei pm”, “L’ultima minaccia dei pm” (il Giornale), “Vogliono arrestare Silvio” (Libero). Secondo Belpietro, “i pm durante l’interrogatorio tenteranno di far scattare le manette per falsa testimonianza” (non sa, il pover’uomo, che l’arresto in flagranza per false dichiarazioni, voluto da Falcone contro l’omertà delle vittime di mafia, fu abolito da destra e sinistra nell’estate ‘95). Il Corriere ipotizza addirittura che, per evitare l’inesistente “conflitto istituzionale”, il testimone B. venga sentito con la badante Ghedini al fianco. Unico caso al mondo di teste interrogato col difensore. Il cronista scrive giustamente che, “senza il sostegno del difensore”, l’interrogatorio avrebbe “conseguenze imprevedibili”. Oh bella, e quali? Forse il Corriere vuole comunicarci che un mentitore professionale non potrà che mentire ai pm? E allora perché non lo scrive in prima pagina, invece di farfugliare di “scontri”? Chi pensa che, caduto B., l’Italia tornerà alla normalità è un povero illuso: B. prima o poi passa. Ma questa informazione indecente resta.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 13 settembre 2011

Quel nano triste da italiano in gita di Marco Travaglio

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-13.09.11)
Domani il presidente del Consiglio del noto Paese di merda volerà insalutato e indesiderato ospite a Strasburgo per illustrare all’Europa, che non gli aveva chiesto nulla ed era ignara di tutto, la settima versione della manovra economica, per giunta provvisoria visto che il Parlamento non l’ha ancora approvata e gli alleati leghisti han presentato 300 emendamenti. Il presidente del Parlamento europeo ha fatto sapere che potrà dedicare all’illustre turista in gita low cost “due minuti al massimo per una visita meramente privata”. Ha da fare col presidente polacco che, non dovendo scappare dai magistrati, aveva programmato la visita da mesi. Mai, del resto, le istituzioni europee erano stata usate da un capo di governo come alternativa alla latitanza. Il presidente della Commissione, il pacioso Barros, si rende felicemente complice della fuga solitaria dell’amico impunito, suo generoso coinquilino nel gruppo Ppe. Ma non ha potuto fare a meno di comunicare che, di quell’incontro, non aveva mai avvertito l’esigenza: “È stato chiesto la settimana scorsa dal governo italiano”, cioè dagli avvocati del premier, terrorizzati all’idea che vada a parlare da solo, senza di loro, con i pm. È talmente fuori che, lasciato a se stesso, può dirne di tutti i colori: entrare testimone e uscire indagato. Tant’è che Ghedini chiede ai pm di bruciare inutili tempi morti e sentirlo come indagato. Così potrà avvalersi della facoltà di non rispondere (riservata agli inquisiti e negata ai testi) o, nel malaugurato caso che apra bocca, provvederanno loro a fargli da badanti e, se le cose si mettono male, a trascinarlo via con qualche scusa. Sanno bene che, qualunque cosa dica, rischia grosso. Se continua a contar balle, e cioè che non ha subito ricatti perché per Tarantini e Lavitola è come una dama della San Vincenzo, scatta l’incriminazione per falsa testimonianza. Se invece, tanto per cambiare un po’, dice la verità, e cioè che ha dovuto sganciare tutti quei soldi perché Tarantini non lo coinvolgesse nei suoi traffici di prostituzione e, patteggiando, non facesse uscire le sue telefonate intercettate con le mignotte, i pm gli chiedono dove ha preso il denaro, da quali riserve occulte, chi ci ha pagato le tasse e perché ha violato una legge fatta da lui stesso che vieta i movimenti in contanti sopra i 5 mila euro. Il guaio è che lui, poveretto, non ha la più pallida idea di cosa sia il Codice penale: come dice Luttazzi, l’ha sempre scambiato per un catalogo di opzioni. Ieri, per esempio, ha espresso tutto il suo stupore per il fatto che i pm “vogliono a tutti i costi ascoltarmi come vittima di un’estorsione che io ho chiarito di non considerare tale”. Purtroppo, a decidere l’esistenza o meno di un’estorsione, non è la vittima del ricatto, ma il giudice: capita quasi sempre che il ricattato, proprio perché ricattato, neghi di esserlo. Se l’estorsione necessitasse dell’avallo dell’estorto, non si farebbe un processo contro la mafia del pizzo, visto che i commercianti che lo pagano negano sempre di pagarlo e, quando si dimostra il contrario, sostengono di aver aiutato una famiglia bisognosa. Proprio quel che racconta B. a proposito degli 800 mila euro a Tarantini, più affitto e 20 mila euro al mese. Chissà se domani, per riabilitare l’Italia screditata dalle sinistre, racconterà all’Europa di aver adottato la famiglia bisognosa di Tarantini, “passato dal benessere alla miseria a causa dell’intervento dei magistrati”. Tutto vero: il sant’uomo, accusato di traffico di droga, favoreggiamento della prostituzione e corruzione, è stato sette volte indagato, tre volte arrestato e una volta condannato in primo grado. Tutto chiaro: i magistrati han voluto perfidamente stroncare un’avviata carriera di spacciatore e magnaccia. Oggi a Strasburgo, dopo tante incomprensioni, qualcuno finalmente concorderà con B: “Silvio, ma lo sai che hai ragione? Il tuo è proprio un Paese di merda. Infatti lo governi tu e nessuno dice nulla”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 9 settembre 2011

La dolcevitola di Marco Travaglio

(vignetta SARX88-il fatto-09.09.11)
Gli pareva strano di non essere indagato. Ma come: lui, il massimo collezionista di reati della storia moderna e anche antica, scaduto a “parte offesa”? Dopo una vita passata a guadagnarsi accuse di strage, mafia, riciclaggio, corruzione giudiziaria e non, finanziamento illecito ai partiti, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, abuso d’ufficio, estorsione, prostituzione minorile, minaccia a corpo dello Stato, aggiotaggio, falsa testimonianza, calunnia e diffamazione, quando ormai per completare l’album gli mancavano solo il taccheggio al supermercato, l’immigrazione clandestina e l’abigeato, arriva dalle toghe rosse l’estremo oltraggio: un’indagine che, anziché accusarlo di aver commesso un reato, ipotizza che l’abbia subìto. Per molto meno, negli ambienti della mala, rischi di passare per frocio. Non sia mai. E così, appena ha saputo in anteprima dell’inchiesta di Napoli – la prima della storia in cui non figura come protagonista, ma come comparsa, per giunta vittima di un Gianpi e un Lavitola – ecco il colpo di reni per tornare l’imputato di un tempo: l’editto bulgaro telefonico a Lavitola, riparato a Sofia, per raccomandargli di restarsene all’estero. Consiglio che di lì a poco si rivelerà prezioso: Valterino scamperà al prevedibile mandato di cattura piovutogli sul capino nel giro di qualche giorno. Ma, sventuratamente, l’abile mossa ha fatto cilecca: come spiega Tinti qui a fianco, incitare alla latitanza non è reato (non lo è nemmeno la latitanza, che anzi è un diritto). Intendiamoci: B. non l’ha fatto apposta: era in assoluta buona fede, sinceramente convinto di delinquere un’altra volta, come ai bei tempi. Solo che non ce la fa più. Sarà l’età, o la mancanza di allenamento, o la lontananza dai vecchi complici Previti e Dell’Utri, o l’ansia da imputazione: ma non è più lui. Fino a pochi mesi fa commettere un reato gli riusciva facilissimo, naturale, come bere o respirare: ora invece, per quanti sforzi faccia, colleziona più fiaschi di una cantina sociale. Ma chi, come noi e le Olgettine, lo vorrebbe sempre in splendida forma, non deve disperare. L’ultima grande occasione si presenterà martedì, quando comparirà dinanzi ai pm di Napoli come testimone. Certo, “testimone” non è una bella cosa. Anche perché, in quella veste disonorevole, B. sarà interrogato senza avvocati, nudo come mamma Rosa l’ha fatto. E, senza Ghedini che gli dà i calcetti sotto il tavolo e alla mala parata lo porta via di forza, è capace di tutto: anche di confessare l’affondamento del Titanic e l’abbattimento delle Due Torri. L’ultima volta che gli capitò, nel ‘96, chiamato dagli avvocati di Dell’Utri a testimoniare nel processo di Torino per le false fatture di Publitalia, cercò di convincere i giudici che un po’ di evasione fiscale non ha mai fatto male a nessuno, anzi: quando ci vuole ci vuole. Risultato: Dell’Utri si beccò 3 anni di galera e, prudenzialmente, non lo chiamò più a testimoniare a suo favore, sennò gli davano l’ergastolo. Ora lo chiamano i pm di Napoli: vogliono sapere tutto sugli 800 mila euro passati a Tarantini (più affitto e stipendio mensile di 20 mila euro, tutto rigorosamente in nero, nell’ambito della rinata lotta all’evasione) e in parte trattenuti da Lavitola. I casi sono due: o il teste B. mentirà anche a verbale, perseverando nella barzelletta dell’elemosina “a una famiglia bisognosa”. Oppure – Dio non voglia – dirà la verità sulle orde di sanguisughe che lo stanno spolpando vivo a suon di ricatti e sui fondi riservati da cui attinge tutto quel contante per tacitare questo e quella. Nel primo caso, scatterebbe l’incriminazione per falsa testimonianza e ritroveremmo il formidabile imputato colpevole degli anni verdi (la prima imputazione fu proprio di falsa testimonianza sulla P2, a Venezia, nel 1989, e il primo processo non si scorda mai). Nel secondo, non lo riconosceremmo più e dovremmo rassegnarci alla sua ineluttabile fine. Forza Cavaliere, non ci deluda.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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