Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 4 dicembre 2010

Riforma Gelmini, frutto bipartisan di Alberto Burgio

(vignetta Mauro Biani)
Proviamo a fare un primo bilancio della battaglia sull’università, all’indomani del voto della camera sulla cosiddetta riforma Gelmini. Che si tratti di una legge pessima non vale la pena di ripeterlo. Dovesse andare in vigore (se il governo sopravvivrà e avrà tempo e forza per varare i decreti attuativi), ci troveremmo un’università ancor più autoritaria (tutto il potere ai rettori e agli amministratori, tutti i concorsi in mano agli ordinari), ancora più classista (per l’ulteriore aumento delle tasse di iscrizione), ancora più privatizzata (per l’ingresso delle imprese nei consigli di amministrazione e nelle fondazioni), ancora più ostile nei confronti dei giovani (tutti precarizzati) e ancora più sbilanciata a favore della ricerca applicata (a detrimento dei saperi «inutili» distanti dal mercato). Questo lo sappiamo, e del resto parlano da sé lo scomposto attivismo della Crui e le pressioni della Confindustria coi suoi organi di stampa (in questo caso il Corriere della sera ancor più del Sole-24 Ore). Agli industriali dell’università non è mai interessato altro che poter sfruttare gratuitamente laboratori e saperi per i propri affari. Questa «riforma» glielo promette, il resto è retorica.
Ciò che nonostante tutto sorprende è lo spreco di menzogne sparse a piene mani lungo tutto l’iter della legge (circa due anni). Bugie sui fondi disponibili, bugie sulla lotta ai baroni, bugie sulla sorte dei ricercatori.
L’unico sussulto di sincerità – a tutti càpita a volte di sbagliare – la sedicente ministra l’ha avuto qualche giorno fa quando, sicura ormai del voto favorevole, ha detto che la sua «riforma» l’avrebbe finalmente fatta finita con «l’egualitarismo del ’68». Se pensiamo alla divisione della ricchezza in questo Paese, non si sa se ridere o infuriarsi.
Questo revanscismo di una oligarchia di mediocri e di ignoranti barricati nel privilegio e orgogliosi della propria arroganza è l’aspetto più vergognoso di questa vicenda indecente. Anche se lo stenografico del senato non ne reca traccia (chissà poi perché), la gaffe della ministra che sbaglia accento su egida (pronunciò «egìda», tra il divertito sconcerto dell’aula) resta un paradigma. E un monumento alla meritocrazia di cui costei ama riempirsi la bocca.
Già, la meritocrazia. Tutti zelanti custodi del merito in Italia. Nessuno o quasi sembra accorgersi che premiare i meriti è giusto se non comporta la violazione di diritti (e studiare e formarsi è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini), se a tutti è data la possibilità di dare il meglio di sé e se si dispone di seri criteri di valutazione. Dove queste condizioni non sono assicurate, la meritocrazia è solo la foglia di fico del darwinismo sociale.
Come disse l’amicone di Putin al fedele Vespa, occorreva por fine allo sconcio di un Paese in cui anche i figli degli operai sognavano di diventare dottori. In verità quel sogno era sfumato già da molto tempo, ma certo una legge ad hoc è una bella soddisfazione. E una garanzia.
Il punto, oggi, è capire come si sia arrivati a questo risultato. Non nel lungo periodo, questo lo sappiamo: la Gelmini compie l’opera di distruzione avviata dai suoi predecessori, Berlinguer, Zecchino e Moratti in primis. No: la questione è come mai il ddl ha superato lo scoglio delle commissioni ed è arrivato indenne al voto della camera, mentre il governo, paralizzato, sprofonda tra discariche e festini selvaggi. Fino al crack del Popolo della libertà la domanda non si sarebbe nemmeno posta.
Ma il giocattolo si è rotto e damesi il governo traballa su ogni provvedimento, tant’è che la camera ha dovuto chiudere i battenti sino al 14 dicembre. Anche sull’università il governo è andato sotto su qualche emendamento, al punto di riaccendere le speranze degli studenti e di quella parte del corpo docente che, una volta tanto, è uscita dal suo tradizionale – e complice – torpore. Però il disegno di legge ce l’ha fatta. Come mai? Che cosa l’ha protetto in tutti questi mesi nel disastro generale della maggioranza e ancora in questi giorni, mentre la rivolta infuriava? Quale forza gli ha permesso di arrivare in fondo, in un parlamento blindato come un bunker?
L’unica risposta onesta – almeno evitiamo ipocrisie – è che questa è una «riforma» bipartisan. E che a sponsorizzarla c’è anche il presidente della Repubblica.
Il segretario del Partito democratico salito fin sul tetto di Architettura. Ha lamentato la carenza di fondi per l’università. Ha detto che il governo ha sbagliato a incaponirsi e, finalmente, ha votato contro martedì alla camera. Ma questo dissenso, vero o simulato, non sposta di una virgola il fatto che nel merito la «riforma» realizza un progetto in gran parte concepito dagli "esperti" del Pd. Che vede di buon occhio l’ingresso dei privati e la precarizzazione dei ricercatori.
Che cavalca la retorica «modernizzatrice» della meritocrazia. E che considera un inservibile vecchiume l’idea costituzionale di una università pubblica al servizio del «progresso intellettuale di massa», come dimostra la brillante formula della «concorrenza tra gli atenei », quasi si trattasse di supermercati o di compagnie di assicurazione.
Ciò che la Gelmini dice sull’egualitarismo del ’68 sono in tanti a pensarlo anche tra i suoi sedicenti oppositori. Che costoro non abbiano nemmeno il coraggio di ammetterlo pubblicamente ha molto a che fare col disastro di questo Paese.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Democrazia Km Zero - La politica perduta di Pierluigi Sullo



UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

venerdì 19 novembre 2010

Indro ci manchi di Marco Travaglio

L’altra sera mi viene incontro una signora e mi dice: “Mi capita di pensare sempre più spesso a Indro Montanelli. A lei no?”. Anche a me, cara signora. Penso a lui ogni volta che apro il Pompiere della Sera e al posto dei suoi editoriali trovo quelli di Panebianco, Ostellino, Galli della Loggia, Battista e, al posto della sua “Stanza”, trovo la rubrichina paracula di Sergio Romano (ieri questo ambasciatore da Ferrero Rocher assolveva Craxi e Andreotti dalle loro responsabilità sul debito pubblico, attribuendolo al destino cinico e baro). Penso a lui quando sento i campioni della “nuova destra” finiana scoprire con modico ritardo chi è l’uomo, anzi l’ometto che hanno servilmente servito per quasi vent’anni. Penso a lui quando leggo il Giornale da lui fondato e faccio il confronto con quel che è diventato (da ieri Feltri raccoglie firme non contro i camorristi, ma contro Saviano). Penso a lui quando vedo il Tg1 e sento dire che Minzolini è un giornalista. Penso a lui, soprattutto, quando vedo all’opera questo centrosinistra che il grande Indro fu costretto a votare e sostenere, causa B., negli ultimi 7 anni della sua vita. Non mi riferisco agli elettori, che anche ai tempi del Montanelli anticomunista lo leggevano, magari di nascosto, apprezzando e invidiando la sua libertà totale e la sua scrittura meravigliosa. Mi riferisco ai partitocrati, intellettuali e artisti “organici” al seguito, i polli di batteria che han sempre cantato nel coro, i giullari di corte che negli anni ‘70 bazzicavano le Botteghe Oscure perché l’aria tirava da quella parte, poi quando il vento cambiò diventarono craxiani e poi berlusconiani o dalemiani (fa lo stesso, basta conservare i lauti contratti con Mediaset, Mondadori, Einaudi, Medusa, Endemol), e ora tifano per il governo tecnico di unità nazionale per uscire dal berlusconismo senza vincitori né vinti, magari regalando un bel salvacondotto a B., ma sì, chissenefrega se corrompeva giudici o prendeva i soldi dalla mafia, pari e patta e un bacio sopra. Questi signorini col culetto sempre al caldo non hanno mai capito chi fosse Montanelli. Abituati a voltar gabbana un giorno sì e l’altro pure, pensarono che l’avesse voltata anche lui nel ‘94, quando ruppe con B. per una questione di principio (il conflitto d’interessi): infatti gli diedero subito il benvenuto nel club, accreditando la leggenda della sua conversione alla sinistra in articulo mortis. Non lo sfiorava neppure l’idea che fosse rimasto l’anarchico conservatore individualista di sempre, refrattario a ogni conformismo, corte e coro. Lo stesso che, fascista, lasciò il fascismo nel 1937, all’apogeo del regime, mentre tutti correvano a mettersi a vento, e pagò la rottura con due anni di galera e una condanna a morte per mano nazifascista. Lo stesso che nel dopoguerra denunciò il conformismo dell’antifascismo, quello che fece dire a Flaiano: “In Italia esistono due fascismi: quello propriamente detto e l’antifascismo”. Lo stesso che, prima firma del Corriere, abbandonò il suo giornale che virava a sinistra per fondare un Giornale controcorrente. Lo stesso che, quando B. divenne suo editore e si legò a Craxi, prese a bombardare Craxi. Lo stesso che, quando il suo editore entrò in politica, rifiutò di trasformare il Giornale in quel che poi è diventato e, a 85 anni, fondò la Voce. Lo stesso che riconobbe sempre “un solo padrone: il lettore”. L’altra sera gli autori di Vieni via con me han fatto leggere al povero Silvio Orlando una listarella di cose incredibili fra cui questa: “Che quelli di sinistra fossero entusiasti prima di Montanelli e poi di Fini”. In realtà non c’è nulla di incredibile. Se a sinistra molti simpatizzano per Fini è perché Fini (come prima Bossi) sta buttando giù B., mentre la sinistra l’ha sempre tenuto su. E se a sinistra molti simpatizzarono per Montanelli è perché ha detto, su B., cose che nessuno a sinistra ha mai osato dire. Non perché fosse diventato di sinistra. Ma perché era rimasto un uomo libero. Una cosa che questa sinistra non riesce neppure a immaginare.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 1 novembre 2010

Osservazioni semantiche e semiologiche sul neologismo Bunga bunga di Adriana Di Domenico

(vignetta Claudio Ruiu)
Bunga bunga è una, anzi due parole intensamente evocative e metaforicamente onomatopeiche. Provate a pronunciarle lentamente, in tonalità di basso, prolungando il suono cupo della U: Buuungaa buuungaa. Ed ecco apparire un'intera tribù africana raccolta in cerchio intorno allo stregone che dirige un gruppetto di suonatori di tamburo (il tipico tamburo africano che si vedeva nei film). La cerimonia, rigorosamente in notturna, ha lo scopo di evocare gli spiriti dei defunti in funzione propiziatoria. Nelle tenebre a malapena squarciate da poche fiaccole, i neri ovviamente non si vedono quasi, mentre lo stregone, avvolto in pelli di leopardo, è illuminato dal fuoco acceso davanti a lui e ai suonatori che percuotono i loro strumenti sempre con la stessa lugubre cadenza: Buuu-ngaa buu-ngaa.
Provate ora a pronunciare la/le parole velocemente, con un ritmo sincopato: Bùn-gà bùn-gà: vi troverete nel mezzo di una sfrenata danza caraibica, con atletici giovanotti bruniti e sensuali fanciulle adorne di fiori mentre i tamburi suonano freneticamente. Il tutto tra vento, sole, mare, palmizi ondeggianti e una serie di villette che, dicono, appartengono a un simpatico signore italiano.
Il Bunga Bunga può essere tutto, per esempio un ballo degli anni sessanta: "se prima eravamo in due a ballare il bunga bunga, adesso siamo in trenta a ballare il bunga bunga"; oppure un raro animale esotico, un pappagallo africano o un buffo mammifero marsupiale australiano; o ancora un mantra, una formula magica, un'invocazione agli dei o ai demoni ricca di profonde vibrazioni e risonanze interiori.
Ma pare che al momento l'unico Bunga bunga che interessa il popolo italiano sia una sorta di gioco di società o di gruppo che si svolge generalmente in ville o palazzi, una specie di girotondo o mosca cieca o le Belle Statuine o Buongiorno Nonnino! I giochi della nostra infanzia più o meno lontana vivono una nuova stagione, opportunamente aggiornati e corretti. Chi sta sotto è sempre il Nonnino, detto affettuosamente Papi, mentre gli altri, o meglio le altre, si dispongono in cerchio, scappano emettendo finti gridolini mentre il Nonno bendato allunga le mani, si atteggiano nelle pose più svariate, possibilmente orizzontali, e vanno a riverire il Nonnino seduto sul suo trono, mettendosi con devota umiltà in ginocchio davanti a lui. Come si pronunciano le parole in questa forma particolare di Bunga bunga? Anche qui libertà assoluta: con strilletti, risolini, cinguettii, finti gemiti, sospiri ... Gli esclusi dal gioco, viceversa, possono prodursi in invettive, interviste, dibattiti, espressioni di collera, invidia, riprovazione, articoli di giornale, ospitate televisive, approvazione, compiacenza, ilarità, di tutto e di più.
Noi, cittadini comuni, non abbiamo più parole né suoni.

Fonte articolo 'Il filo di Ariadne'
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mercoledì 27 ottobre 2010

Balla che ti passa di Marco Travaglio

Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l'una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso. Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi. A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno. Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa). Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso. Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Lodo di madre ignota di Marco Travaglio




Silvio, alzati e cammina di Alessandro Robecchi




Todo lodo di Marco Travaglio


sabato 23 ottobre 2010

Io libero tu occupato di Marco Travaglio

(vignetta Ruiu)
L’altra sera ad Annozero, fra una palla e l’altra, Belpietro è riuscito a dire che il Fatto perde copie. Vista l’attendibilità della fonte, ci siamo subito preoccupati e siamo andati a controllare. Nel primo anno di vita, abbiamo venduto in media 64.540 copie al giorno, più oltre 40 mila abbonamenti. Totale: 105 mila. Già nel 2009, anche se non era certo questo il nostro obiettivo, superavamo Libero che nell’agosto 2009-luglio 2010 sotto la direzione Belpietro (subentrato a Feltri l’estate scorsa) ha venduto 91.175 copie medie (dati Ads). Siamo in calo? Al contrario: luglio 2010, 64.883 copie (abbonamenti esclusi), agosto 70.541, settembre 72.050. Chi ci mantiene? I lettori. Nei primi nove mesi 2010 abbiamo ricavato 21.186.140 euro tra vendite e abbonamenti e solo 418 mila euro di pubblicità. Contributi per l’editoria dalla Presidenza del Consiglio: zero. Dipendenti: 35 giornalisti e 5 non giornalisti. Vediamo ora Libero. Nella relazione al bilancio al 31 dicembre 2009, approvato dall’assemblea dei soci alla presenza del consigliere Belpietro, si ammette “la riduzione di 33 mila copie al giorno”. E si legge: vendite di settembre 2009, 78.406 copie (contro le 109 mila del luglio 2009, ultimo mese di Feltri); ottobre: 75.838 copie; novembre 71.032; dicembre 70.612. Nell'ottobre 2006 Feltri ne vendeva 153.991. Tre anni dopo, Belpietro è precipitato a meno della metà: 75.838. Da agosto 2009 a luglio 2010 Libero ha “tirato” (cioè stampato) – sempre secondo i dati Ads – 189.671 copie medie. Ma le rese, cioè le copie invendute che tornano indietro dalle edicole, sono una montagna: 82.488 copie. I contributi governativi infatti premiano gli spendaccioni, essendo basati sulle tirature lorde: più stampi, più spendi, più incassi e più distruggi carta al macero. Filippo Facci attribuisce generosamente a Libero 100 mila copie, cioè la differenza fra tiratura e rese: 102.182 dall’estate 2009 a quella 2010. Ma quelle non sono le copie vendute in edicola (91.172), bensì quelle genericamente “diffuse”. Il dato include le copie cedute in blocco fuori edicola, a chissà chi (magari gli ospedali dell’editore Angelucci, enti, alberghi, treni) e chissà con quali sconti. Quelle vendute fuori edicola sono 17.841, di cui 14.185 “in blocco”. Il dato di Libero paragonabile al nostro di settembre 2010 (72.050 in edicola più 40 mila abbonati: 112 mila copie “vere”) è la misera cifra di 73.334 che l’Ads classifica come “vendita canali previsti dalla legge”. Come si mantiene, allora, Libero? Grazie al contributo governativo: l’ultimo noto, nel 2008, era di 7,2 milioni di euro. E grazie alla pubblicità raccolta dalla concessionaria Visibilia dell’on. Daniela Santanchè (che ha appena lasciato il campo alla Publikompass, gruppo Fiat): 10,8 milioni. A Concita De Gregorio, direttore de L’Unità, che lamentava la distorsione del mercato pubblicitario che premia la concessionaria di Libero, Facci ha risposto sventolando le dure leggi del mercato: “L'Unità vende 42 mila copie, Libero supera le 100 mila: basterebbe questo a chiudere il discorso”. In realtà ne apre due, di discorsi: quello delle copie e quello della pubblicità graziosamente concessa agli amici del governo da società statali, parastatali, concessionarie pubbliche, ministeri, aziende autonome ecc. Dal bilancio di Libero 2009 risulta che la raccolta pubblicitaria (10,8 milioni) è cresciuta del 26,5% (+2,3 milioni sul 2008), in un mercato dei quotidiani che flette del 18,6% (dato Nielsen) e a fronte di un crollo di copie vendute (per mascherarlo, il bilancio 2009 di Libero non riporta più i ricavi da vendita). Morale della favola: il Fatto vende 40 mila copie più di Libero e chiude il suo bilancio in largo attivo senza un euro di fondi pubblici e con appena 400 mila euro di pubblicità. Libero vende 40 mila copie in meno e sta in piedi, con un organico più del doppio del nostro (98 dipendenti contro 40), grazie ai 10 milioni di pubblicità e ai 7 di fondi pubblici. Con quei soldi in più, noi potremmo creare un altro Fatto e assumere altri 100 giornalisti. Ma preferiamo restare così: piccoli e liberi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 16 ottobre 2010

L'importanza di partecipare alla manifestazione della FIOM di Guido Paniccia

La precedente nota serba chiara all'interno un discorso viscerale, sanguigno, molto di parte è piuttosto evidente. Tutto e forse troppo permeato di emotività, fazioso quasi, teso allo schierarsi, a ragione secondo me, perché si è nel giusto. Chi si oppone a ciò, afferma con una certa sicumera illuminante però, che è in gioco anche altro; gli effetti della globalizzazione costringe a pensare categorie più complesse, rivedere parametri sino ad ora universali. Si dovrebbe affrontare il discorso con consapevolezza ed un certo coraggio, mettere in discussione antiche certezze, ora quasi vetuste ed obsolete, in nome della competitività globale, sul modello delle economie emergenti viste come i nuovi baluardi dell'economia mondiale. Affermando questo poi, il messaggio che Confindustria e Federmeccanica {scavalcata insolentemente dalla FIAT giova ricordarlo nella vicenda Pomigliano} ci consegnano è quello un po' stantio degli ultimi tempi, secondo il quale è necessario lavorare di più, aumentare la produttività così risolvendo d'incanto tutte le problematiche industriali del bel paese. Che poi equivale a dire che gli operai italiani sono un tantino sfaticati, quando non fannulloni. Paolo Mieli, persona colta ed equilibrata alquanto, commentando gli avvenimenti ha affermato con un certo professionale distacco, che d'ora in avanti non si tornerà più indietro. Il professor Giuliano Amato, politico di lungo corso, ha ricordato come secondo lui, Marchionne e la FIAT vorrebbero portare gli operai italiani a lavorare come i tedeschi, e non come lavorano i cinesi, secondo le paure espresse dalle maestranze di Pomigliano e Termini Imerese. Il che magari sarà anche vero, ma non si può omettere dal ragionamento che in Germania ad esempio, un operaio guadagna molto di più rispetto ad un suo omologo italiano. Ma non solo, il potere d'acquisto qui da noi ha perduto molta capacità negli ultimi anni rispetto agli altri paesi d'Europa. Ammesso che le ragioni portate da questa corrente di pensiero fosse universalmente valide, ci si dimentica però di quella variabile del processo produttivo che risponde alla persona, a colui che in fabbrica ci vive, ed a volte ci muore pure. In questi giorni si fa un gran parlare di tutto, anche ad un livello altamente specialistico rispetto alla materia lavoro, con argomenti che possono anche far vacillare, tanto la loro analisi si rivela apparentemente conoscitiva e precisa, ma non in molti accennano a porre al centro del problema la vita, intesa come qualità dei lavoratori. Credo sia sconfortante. Così come sconfortante è la posizione assunta dalle altre confederazioni sindacali, la CISL innanzitutto che, per bocca del suo segretario Raffaele Bonanni, incita Corso Marconi ad non piegarsi al ricatto della FIOM {?!?}. Credo che dichiarazioni di questo tipo non predispongono animi già agitati, alla tranquilla analisi del momento difficile, e diventa quasi fisiologico la reazione dure ed incentrata sulla contestazione aperta. Nel caso specifico, attraverso lanci di uova e manifestazioni rumorose [e fumose], ma mai particolarmente violente, tali quelle che erano solite praticare le squadracce fasciste evocate da Bonanni, che evidentemente ha praticato lo sport preferito da certi italiani dell'ultima ora, di farla fuori del vaso. Non una parola sulla perdita di competitività da parte delle aziende italiane, che metta al centro altre cause scatenanti, come non aver investito risorse nel campo della ricerca., ad esempio. Ora senza dilungarci troppo in argomenti che bisognerebbe conoscere a fondo dal punto di vista economico, viene più di un sospetto sulle reali intenzioni della maggiore industria italiana, che pretende di far firmare un accordo al 95% della classe lavoratrice di Pomigliano, salvo poi non discutere con una parte dei soggetti in causa, del piano industriale. Prendere o lasciare e per di più, a scatola rigidamente chiusa. Penso non sia necessario essere un economista per capire che discorsi di questo tipo sono molto pericolosi ed infidi al contempo, ma non solo per chi lavora in FIAT, ma per tutti i lavoratori di questo paese, nonché per coloro, e sono pure tanti che il lavoro lo hanno perso. È passata un po' in sordina la notizia ad esempio che, nell'Ateneo di Bologna ai ricercatori che minacciavano di bloccare l'attività didattica per protestare contro la mannaia gelminiana, sia stata paventata l'assunzione del metodo Marchionne [si parla già di metodo!], rimpiazzando di sana pianta i rivoltosi con forza lavoro maggiormente disperata, e quindi facilmente plasmabile alla nuova tendenza dell'efficientismo di quest'Italia berlusconizzata nella testa ed ahimé ho paura, anche nel cuore!

Ribadisco pertanto l'importanza di dare un segnale forte, partecipando in massa alla manifestazione di sabato 16 Ottobre a Roma.

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martedì 12 ottobre 2010

Afghanistan, quei fondi fantasma per la ricostruzione di Luigi De Magistris

(vignetta Mauro Biani)
Da tanto tempo chiediamo il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan. Non solo sull’onda tragicamente emotiva successiva alla morte dei nostri militari. La presenza italiana nella guerra afgana non solo viola la Costituzione (art. 11: «l’Italia ripudia la guerra…come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»), ma è priva di senso in uno scenario paurosamente confuso.
Il Presidente Obama, alcuni giorni fa, ha bollato come fallimentare la guerra degli Usa in Afghanistan, costata all’America migliaia di morti e miliardi di dollari. Il Senato americano ha diffuso i risultati di un’inchiesta dalla quale emerge che i talebani – la cui sconfitta è stata la ragione fondante della guerra
– controllano società beneficiarie di ingenti finanziamenti statunitensi per l’Afghanistan.
I primi risultati degli accertamenti che stiamo effettuando al parlamento europeo evidenziano che circa i 2/3 dei finanziamenti internazionali destinati alla ricostruzione dell’Afghanistan non sono mai giunti a destinazione finale. I prenditori e predatori di soldi pubblici godono per tutto questo. Aumentano esportazioni e utilizzo di armi in Afghanistan. In questo settore la spesa pubblica non viene tagliata (come per scuola, università, ricerca, giustizia e sicurezza). Gli interessi dei signori della guerra si sono rimpinguati.
Questa crescita esponenziale di spese militari è coincisa con la nascita della Difesa SPA, con la privatizzazione di gran parte dei servizi del ministero della difesa, secondo i desideri del ministro La Russa. Lo stesso sistema che hanno creato per la Protezione civile connection. Giocano con la pelle di giovani italiani, quasi tutti meridionali, anche perché gli danno soldi invece che le paghe di fame solitamente previste per i militari.
Il golpismo del governo italiano si misura anche nella politica estera e di difesa. Secondo La Russa bisognerebbe inviare cacciabombardieri e procedere ai bombardamenti. L’Italia dovrebbe, quindi, dichiarare lo stato di guerra. E’ duro ascoltare i pensieri e le emozioni di militari italiani che credono nella funzione che esercitano, convinti di partecipare a una missione di pace, mentre sono stati mandati al massacro, senza difesa, solo per interessi economici, affari e genuflessione ai desiderata del governo americano. In Afghanistan si sta consumando anche la sconfitta della Nato che, dopo il crollo del muro di Berlino, non ha più ragione di esistere. Non possiamo lavorare per l’Europa unita e federale, magari dal Portogallo alla Russia, amica e non succube degli Usa, e nello stesso tempo puntare armi convenzionali e nucleari verso Est. L’Afghanistan può risorgere con le armi della diplomazia, con la cooperazione civile sottratta ai signori della corruzione, con il ruolo delle ong più importanti, con una vera missione di pace sotto l’egida dell’Onu. Via da lì, al più presto, prima che sia troppo tardi.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ritirarsi subito di Giuliana Sgrena




La farsa afghana di Giuliana Sgrena

sabato 9 ottobre 2010

Informazione a orologeria di Marco Travaglio

In attesa di sapere dai giudici se il Buono, il Brutto e il Cattivo hanno commesso reati, una cosa già si sa per certo: tanto per cambiare il trio del Giornale racconta un sacco di balle.
Mortimer Sallusti: “Lunedì ho scritto che i Pm ci intercettano e Travaglio mi ha dato del mitomane. Ora si vede che non lo ero”.
Due balle in due righe: non ho mai scritto che Sallusti è un mitomane e soprattutto né lui né Porro sono stati intercettati (il telefono controllato era quello del portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, al quale Porro inviava sms e telefonava minacciando o millantando dossier).
Porro: “Era uno scherzo, una gag con un amico che conosco dal ‘94”. Strano, al telefono dice ad Arpisella: “Questa è la quinta telefonata che ti faccio in cinque anni”. In ogni caso l’amico prende subito la gag per una minaccia. Forse perché, quando chiede a Porro “davvero o è una boutade?”, quello risponde: “Un po’ è vero”.
Nessuno, alla notizia di un dossier del Giornale sulla Marcegaglia subito dopo le sue critiche al governo, pensa a uno scherzo. Non Crippa, braccio destro di Confalonieri (“Se parte Feltri va avanti due settimane”). Non la Marcegaglia, che chiama Confalonieri (“Ho sicuramente percepito l’avvertimento di Porro come un rischio reale e concreto”). Non Confalonieri, che chiama Feltri e poi richiama la Marcegaglia. Per dirle che era tutto uno scherzo di Porro? Che Feltri non ne sa nulla? No, che “è tutto a posto, il Giornale ha desistito” (lo racconta lei ai Pm). Desistito da cosa? Non certo dalle gag. Feltri dice che la prova dello scherzo sta nel presunto movente delle minacce: ottenere un’intervista dalla Marcegaglia, figurarsi, chi se ne frega di quella “rompicoglioni”. Purtroppo Porro non chiama Arpisella per avere un’intervista, ma perché la Marcegaglia, sul Corriere, ha criticato il governo B. e le campagne anti-Fini: “Al Giornale erano piccati per le mie dichiarazioni contro l’azione del governo”. È normale che un giornalista si lagni col portavoce del presidente di Confindustria perché ha criticato non lui, ma il governo? Queste crisi d’identità capitano ai giornalisti che lavorano per il capo del governo. In un altro Paese, si direbbe “conflitto d’interessi”. E non solo al Giornale, visto che Arpisella garantisce che Marcegaglia ha “concordato” la nomina di Riotta a direttore del Sole 24 Ore “con il benestare di Berlusconi e Letta”. Complimenti vivissimi. Dopo anni passati a sentire le geremiadi berlusconiane contro l’“uso politico della giustizia” e la “giustizia a orologeria”, abbiamo una prova su strada dell’uso politico dell’informazione e dell’informazione a orologeria. Appena qualcuno critica o danneggia B., gli house organ sparano a vista. Per questo ogni paragone fra il Giornale (o Libero, anzi Occupato) e i giornali normali suona fesso. Quando la Santanchè (parlamentare del Pdl e concessionaria pubblicitaria prima di Libero,ora del Giornale), Sallusti (prima vicedirettore di Libero, ora del Giornale) e Belpietro (prima direttore del Giornale e di Panorama, ora di Libero) tirano in ballo le inchieste del Fatto su Schifani, fingono di non capire la leggera differenza. Noi, quando abbiamo una notizia, la pubblichiamo e, se dobbiamo criticare qualcuno, lo critichiamo. Il Giornale e Libero non hanno mai scritto un rigo contro Fini finché non ha iniziato a dissentire da B. Noi, prima di scrivere di Schifani, gli chiediamo se ha qualcosa da rispondere, non preannunciamo al suo portavoce che “gli rompiamo il cazzo per venti giorni”, salvo poi non scrivere niente perché quello chiama il padrone (nel nostro caso non saprebbe chi chiamare). Feltri, il 14 settembre 2009, intimò a Fini di rientrare nei ranghi (“Ultima chiamata: o cambia rotta o lascia il Pdl”): “Oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse di personaggi di An per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme”. Noi, con tutti i nostri limiti e difetti, siamo giornalisti. Loro che cosa sono?

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Il buono, il brutto e il cattivo di Marco Travaglio




Marcegaglia e Il Giornale: 'Poteri di carta' di Norma Rangeri




Ballusti di Marco Travaglio

giovedì 7 ottobre 2010

CRONACHE ITALIANE - Una risata ci seppellirà di Alessandro Robecchi

L’orchestrina che suonava sul Titanic, pur con l’acqua alle ginocchia, aveva almeno il suo stile. Le filastrocche zozze delle osterie cantate da ebbri, pur terribili, contengono qualcosa di schiettamente popolare. Così come l’Italietta gretta-gretta dei campanili e dei localismi beceri partoriva tra tanto obbrobrio almeno i suoi caratteri letterari, i don Camilli, i Pepponi, i cumenda, i "teroni", roba spicciola, ma vera, oro zecchino in confronto alla rivoltante scenetta andata in onda ieri all’ombra di Montecitorio. «Il patto della pajata», scrivono le cronache, e ci sguazzano, in quella che si chiama "informazione soft" di cui si gonfiano i telegiornali. Coda alla vaccinara versus polenta, rigatoni e lambrusco, a suggellare la tregua controvoglia tra la Lega scorreggiona e il generone romano, tra il Bossi del dito medio e l’Alemanno sindaco piccolo-piccolo di una città grande-grande, con una Polverini governatrice in vernacolo (vedemo, annamo…) al cui confronto la sora Lella sembra Rita Hayworth. Il potere travestito da popolino, e di lui più grezzo e becero, e al tempo stesso finzione di un incontro per dovere, di due poteri che si odiano, costretti ad andare a braccetto per non far crollare il castello, non far finire a processo il capo, portare a casa interessi contrapposti: costruzioni precarie, ognuna poggiata sulle deboli pochezze dell’altra.
Calderoli a bocca piena, Polverini che imbocca Bossi, La Russa aggressivo e Gasparri gasparrico come al solito, dialetti incrociati e rivendicazioni gastro-territoriali, in un enorme disegno di Grosz che descrive tutta la ripugnanza e lo schifo di un potere logoro e sazio. Weimar, al confronto, pare Topolinia. Troppo facili le ironie su questo incrocio tra suburra e Bagaglino, su questo intrecciarsi di povertà culturali che regna sul paese, e lo schiaccia. Film di quart’ordine e di volgarità assoluta, così come le barzellette del capo supremo e la di lui ricchezza. La trappola è nota: il colore, la nota satirica, lo sberleffo che strappa la risata e castiga, o prova a farlo.Ma non è – questa volta – una trappola in cui cadere. Troppo facile, e troppo poco, e anche impossibile – va detto – mettere in burla questo potere più di quanto faccia lui stesso.
Intorno, dietro, accanto, un Paese impoverito e stanco, bloccato dalle cricche, senza modernità, neppure più quella feroce del mercato, ridotto a trastulli di potentati etnico-affaristici. Solo pochezze infinite e teatrini, di cui non ridere nemmeno, tanto che pure i militanti del Pd, con i loro stornelli di scherno alla scenetta patetica dei rigatoni e della polenta, partecipano al gioco, fanno parte per così dire del desolante quadretto, fanno cadere le braccia tanto quanto. Senza conflitto, senza speranza, senza fronti avversi che possano scuoterlo, il potere deve fare da sé pure quello: crearsi la sua opposizione, farsi la sua satira da sé, ridicolizzarsi da solo.
La bocca piena di sugo e il boccone nel gozzo, il rutto facile, la battuta al posto
del ragionamento, la menzogna al posto della verità, la barzelletta al posto del racconto e la puttana al posto dell’amore. La pajata, la polenta, er vino, la risata sgangherata e il volemose bene che copre l’affilar di coltelli e gli interessi – banche, nomine, poltrone – zozzi pure loro. Questo è quanto. Una prece, e chi può, si metta in salvo.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 6 ottobre 2010

Italia tra farsa e tragedia di Oliviero Beha

vignetta Mauro Biani)
“Italia sì Italia no”, cantavano ormai un secolo fa a Sanremo Elio e le Storie Tese, titolo del brano “La terra dei cachi”. Ebbene, siamo andati molto indietro da allora, riconoscendone un grande merito per la scesa a Berlusconi senza però far torto ai suoi sedicenti avversari. Guardiamoci intorno: un Paese altro che dei cachi, in piena crisi economica ed etica, in un buco nero culturale, con la politica ridotta ad affare personale anche quando si ammanta di gualdrappe valoriali o programmatiche. Ma rimaniamo al punto: di “Italia sì Italia no” è rimasta solo la seconda. Nell’ordine degli ultimi venti giorni: no alla contestazione a Schifani nella Festa del Pd a Torino “perché non stava bene non far parlare la seconda carica dello Stato”, anche se invitarlo e accettare l’invito non pareva formalmente opportuno e comunque di Schifani andava illustrata la sagace biografia piena di ombre. Invece no, solo luci e divieto di contestarlo per farci raccontare “qualcosa di lui in Sicilia”, alla Elio Vittorini. No naturalmente al petardo contro Bonanni, come contro nessuno, che l’autrice sia una figlia di magistrato o una zia di ferroviere. No – e vorrei vedere – agli agguati a Belpietro come a chiunque altro, specie se di genere letale o tendenzialmente tale. No alle scritte evangeliche a Palermo (sarà stata la mafia, come no...) che discutono “questa” Chiesa del Papa, e no agli “I love Milingo” che disturbano perfino nella vetrina di una libreria forse per un eccessivo richiamo esotico. E potrei infilare una serie di no di oggi come di ieri e dell’altro ieri, su alcuni dei quali non transigere, su altri discutere, su altri (quasi) sghignazzare. Ma la domanda è: i sì dove sono e per chi sono? Dov’è finita l’Italia dei cachi positivi di Elio & company, dove rintracciamo una scorza affermativa nel Paese dei divieti? E ancora: la moltitudine di italiani scontenti, deboli, disoccupati, precari, malati o malsanati, distribuiti in tutte le fasce povere e misere di quest’Italia, che deve fare per dire “basta”? Per dire no a qualcosa, a una situazione che li ha trascinati in questo stato, alla mancanza di futuro per inconsistenza del presente e azzeramento del passato? Che devono fare costoro e sono tanti e non necessariamente “di sinistra” (o addirittura di “sinistra onomatopeica”, di quella radicalchic che suona tanto bene come le monete nel taschino), per manifestare il loro dissenso? Perché qualcuno – non necessariamente Elio né le Storie Tese – non ce lo dice con un minimo di faccia e di credibilità? Perché non ci fanno l’elenco chiaro di ciò che “si può fare” per dire basta a un Paese di cachi marciti? Se la politica è questa, chi volete che affidi alla politica la propria protesta o richiesta di dignità/lavoro/identità? Se i ricchi sono sempre più ricchi e in numero sempre più ristretto assediati dai poveri sempre più miseri, come volete che vada a finire bene? È tanto difficile da deglutire il concetto che i “sì” vanno trovati e di corsa perché il Paese non prenda velocità lungo la china del precipizio? E che nel frattempo i “no” vanno addirittura facilitati affinché comunque non si sparpaglino con rischi ancora maggiori? Come può ad esempio Berlusconi, come sempre il migliore di noi, trattare la magistratura così, “infamandola”, senza rendersi conto che sta affossando il Paese che sta governando, indipendentemente dai suoi torti (tanti) e le sue ragioni (che non vanno escluse a priori anche se assai in lontananza)?
P.S. Se questo è catastrofismo, riscuotere i dividendi di un Paese così ridotto come lo chiamate?

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 5 ottobre 2010

La strategia del Caimano di Nicola Tranfaglia

(vignetta Romaniello)
Quel che si chiedono gli italiani che (malgrado le frequenti delusioni che ci danno da molto tempo le classi dirigenti italiane) seguono da lontano o da vicino la politica è semplice: quale sarà la strategia di Berlusconi nei prossimi mesi e come reagiranno le opposizioni, o almeno quella parte di opposizione che vuole mandare a casa il presidente del Consiglio, indegno - questo ormai è chiaro - di restare al suo posto.
Diciamo subito che la tregua attuale tra i due cofondatori del Pdl, ex partito dell’amore divenuto ora partito dell’odio e della cricca massonico-affaristica, è alla base delle ultime dichiarazioni di Berlusconi sul completamento della legislatura e sullo «scudo giudiziario» di cui il capo del governo ha assoluto bisogno per non essere condannato all’interdizione dei pubblici uffici dopo la probabile decisione abrogativa della Consulta a dicembre sul «legittimo impedimento». Uno «scudo giudiziario» che contemplerà non soltanto il Lodo Alfano costituzionale ma anche il ritorno del «processo breve» o meglio della prescrizione generalizzata che costituisce, per così dire, l’altra gamba della politica giudiziaria di Berlusconi. Saranno i finiani a decidere quindi nei prossimi mesi se andare alle elezioni, a un altro governo o a prorogare fino alla primavera o addirittura all’autunno prossimo la legislatura e la contraddittoria maggioranza parlamentare.
Se hanno fatto un nuovo «patto segreto» con il Caimano per salvarlo dalla condanna per corruzione nel processo Mills, inevitabile agli inizi del 2011 e di processi successivi, butteranno amare la questione morale sollevata da Fini qualche tempo fa e perderanno qualsiasi capacità di attrazione elettorale per chi resta fedele alla costituzione repubblicana.
Se invece si opporranno allo «scudo» come faranno sicuramente (almeno spero) le opposizioni nei prossimi mesi, si andrà presto alle elezioni anticipate. Allo stato dei fatti sembra probabile che il «patto scellerato» sarà osservato da Fini per qualche mese di fronte ai propri interessi elettorali e la crisi di regime, ormai in corso, durerà ancora per quattro-cinque mesi fino alla prossima primavera 2011.
Questo è davvero inaccettabile per la maggioranza degli italiani come per le forze politiche che si collocano in una nuova coalizione di centro-sinistra decisa a battersi per un’alternativa costruttiva alla crisi e alla fine del berlusconismo dopo 16 anni di vita.
Lo stato del paese, devo ricordarlo, è sempre più tragico ed è strano che le classi dirigenti del centro-sinistra (o di una parte di esso) non ne prendano atto fino in fondo.
Le istituzioni fondamentali per le nuove generazioni - la scuola, l’università, la ricerca scientifica - hanno messo l’Italia in coda all’Europa e i forti tagli operati negli ultimi due anni che hanno significato più di otto miliardi di euro per la scuola, più di un miliardo di euro per l’università e lo sfascio quasi completo della ricerca pubblica mostrano l’arretramento del nostro paese in un settore fondamentale per lo sviluppo economico e civile. La mobilitazione dei ricercatori universitari che chiedono concorsi e un nuovo stato giuridico hanno raggiunto una grande intensità e stanno bloccando le principali università.
Sul piano dell’ambiente e della sopravvivenza della popolazione, il ritorno del problema dei rifiuti e delle discariche, particolarmente a Napoli e in Campania, rivela che le difficoltà non sono state superate e che la Protezione civile non è in grado o non vuole affrontare in maniera efficace un problema che provoca tumori a volte insuperabili per le popolazioni interessate. Ma la mancanza di lavoro e l’aumento della disoccupazione soprattutto giovanile colpisce parti sempre più ampie della popolazione italiana, non soltanto nel Mezzogiorno.
Quel che funziona ormai in Italia con il governo Berlusconi è soltanto il sempre più esteso connubio tra politica, mafia e affari (titolo di un mio libro Laterza del 1992, sempre ristampato) e l’ingresso dei metodi mafiosi nelle istituzioni pubbliche piuttosto che il funzionamento dello Stato secondo le regole costituzionali e legali come dice la Carta del ’48.
E questo avviene mentre sempre di più esponenti del governo ma anche delle più alte istituzioni (come il Senato della repubblica) balzano all’attenzione interessata dei giudici in varie parti del paese a causa di un passato recente
pieno di ombre pesanti. È grave che il presidente del Senato Schifani, indagato in passato per le sue frequentazioni mafiose, e ora di nuovo con ogni probabilità sotto inchieste per le sue azioni di anni fa, non senta il bisogno di chiarire le sue spiegazioni e dare spiegazioni sugli quegli anni. È un problema di chiarezza istituzionale, necessaria secondo la nostra Costituzione.
Come bisogna aggiungere che anche il presidente della Camera non ha chiarito fino in fondo la vicenda, assai meno grave che lo riguarda, e il ruolo dei Tulliani nella vicenda di Montecarlo.
Da tutto ciò deriva una crisi di regime che si aggrava ogni giorno con un presidente del Consiglio che insulta i magistrati, le donne, l’opposizione ed è lontano anni luce dalla situazione reale del paese e degli italiani.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Chiamate le guardie di Marco Travaglio



Silvio triste, solitario y final di Alessandro Robecchi

lunedì 4 ottobre 2010

Cricca di Enrico Mentana

Breve premessa personale. Quando ero uno studente liceale a Milano il mio principale strumento di informazione era la televisione della Svizzera Italiana. Non era un esotismo o una stravaganza: all’inizio degli anni Settanta (per noi nella Penisola un periodo di forti tensioni sociali, in cui il terrorismo cominciava ad affacciarsi) il Tg ticinese era un porto franco, in cui i fatti del mondo venivano raccontati in maniera più disinibita e diretta, e gli stessi fatti italiani non sparivano nella melassa delle prese di posizione politiche, come succedeva invece nel paludatissimo Telegiornale unico della Rai. Imparai a conoscere il sistema elvetico seguendo rubriche che forse neanche i teleutenti svizzeri ascoltavano molto, come “Oggi alle Camere Federali”. Quarant’anni dopo non ho dimenticato quel battesimo informativo, e posso ben capire lo sconcerto e lo sbalordimento che nella “vicina Confederazione” (quanto mi piacevano quelle frasi fatte!) può suscitare oggi una vicenda come quella della ormai famosa cricca. Sì, d’accordo, l’Italia non è mai stata la Svizzera quanto a senso dello stato, e tanto meno per senso civico dei cittadini. Ma con le storie che emergono in queste settimane sembra di tornare indietro nel tempo… (....), eppure le storie della cricca sembrano provenire dalla Roma pre-unitaria, capitale dello Stato Vaticano in cui attorno al potere papalino si era solidamente insediato un ceto rapace legato a doppio filo agli ambienti della Santa Sede e ai suoi possedimenti, che lucrava sulla costruzione di case e chiese, sul mantenimento e il restauro dei luoghi di culto, sull’esazione delle imposte e sulle stesse opere di carità, mentre il popolo assisteva impotente e docile, pago com’era dell’indotto di una capitale che dava briciole per tutti. La Roma di oggi, capitale di una nazione chiave dell’Europa, ma ancora in parte sede dello Stato Vaticano, è davvero così diversa da quella?

Non lo dico solo perché tutto è cominciato, cronologicamente parlando, con i lavori per il Giubileo del Duemila, ma perché le dinamiche che l’hanno resa a lungo invisibile e quindi vincente sono tipiche di un paese senza controllo democratico né trasparenza della macchina governativa. Perché questa congrega affaristica si è sviluppata lungo un decennio pieno di appalti e grandi eventi, fondata su una salda alleanza tra esponenti di poteri forti, ciascuno in un ruolo chiave nel suo settore. C’era il provveditore delle opere pubbliche, il gestore dei beni vaticani, il costruttore specializzato nel ramo sicurezza, il magistrato influente nella procura, il generale della finanza applicato ai servizi segreti, e avevano tutti insieme trovato la benevolenza del plenipotenziario della protezione civile: oplà, il gioco è fatto. I ministri, sindaci e governatori potevano cambiare, centro-destra o centro-sinistra, ma la cricca era sempre lì ad allungare le mani su tutto, pronta a sfornare il progetto, l’approvazione, il parere favorevole, il soggetto attuatore, l’appalto, la stima di maggiori costi, l’adeguamento, il collaudo. In mezzo un dedalo di parenti e sodali, una rete di favori reciproci, di società in comune: come in una paradossale commedia in cui pochi attori erano chiamati a recitare ciascuno più e più ruoli, controllante e controllato, decisore e beneficiato… È la storia di un gruppo di persone che hanno scambiato lo stato per l’albero della cuccagna, da cui si può staccare di tutto. Queste persone abbiamo imparato a conoscerle senza averle mai viste: il costruttore Anemone, il provveditore Balducci, l’architetto Zampolini e tanti altri. Di nessuno di loro conosciamo un credo politico, la loro ideologia era l’accaparramento, non fermandosi di fronte a nulla. Corrompevano e lucravano sulle Opere Vaticane come sul terremoto dell’Aquila, sulle caserme militari o perfino sulle epidemie gravi (come accadde per il padiglione per la cura della Sars da farsi in fretta e furia nel principale ospedale per le malattie infettive di Roma, mai ultimato: ora la Sars è stata debellata). Il loro terreno di safari, di caccia grossa, erano i cosiddetti Grandi Eventi: che spesso erano grandi soprattutto per loro. Sembravano muoversi nel loro habitat, nella capitale che mette territorialmente vicini ministeri, enti pubblici e tante strutture centrali, comprese quelle dei servizi segreti, e dove c’è un ceto arraffone che sa arrangiarsi alla grande al riparo di ogni governo, e che magari la fa sotto il naso a ministri svagati o inesperti, o riesce a lusingarne altri in mille modi, donne e soldi compresi. Un osservatore che dall’estero guarda l’Italia si può chiedere: ma non era stato scoperto tutto il malaffare al tempo di Mani Pulite? Non si era spazzata via tutta la corruzione? Non erano stati cacciati tutti i mariuoli? Non si era predisposto un nuovo apparato di leggi, regole e controlli per impedire che la malapianta ricominciasse ad attecchire e a crescere?

La verità è che i vizi non si cancellano per legge, e che le epidemie, anche quelle sociali, non si ripropongono mai nella stessa forma. Tangentopoli era un sistema, una enorme doppia contabilità che riguardava il rapporto tra affari e politica: nelle inchieste che scossero l’Italia tra il 1992 e il 1994 furono pesantemente coinvolti i vertici di tutte le principali società italiane, pubbliche e private (non si dimentichino i suicidi di Raul Gardini e del presidente dell’Eni in carcere, ma anche gli arresti degli uomini Fiat e dello stesso De Benedetti, per non parlare delle inchieste su Mediaset), e tutti i segretari amministrativi dei principali partiti furono colpiti. Era l’intero establishment italiano, imprenditoriale e politico, il cuore del sistema: appalti, concessioni, forniture in cambio di soldi neri alla macchina dei partiti (e ovviamente poi c’era chi intascava in proprio). Nelle infrastrutture ovviamente il sistema raggiungeva il suo apice: spesso non si capiva se di pagassero tangenti per realizzare le opere pubbliche o si costruivano le opere pubbliche per creare tangenti… Per questo furono varate leggi severissime, che ebbero come inevitabile effetto collaterale il blocco di ogni opera pubblica per molti anni: quale amministratore locale rischiava il carcere per un cavalcavia nuovo, a causa di un ricorso o di una firma sbagliata? E inevitabilmente le spinte lobbistiche, e anche una più legittima necessità di rivitalizzare il settore delle costruzioni, portarono al superamento graduale di quelle leggi. Il paesaggio però era cambiato: non c’era più la tassa della politica in quanto tale, e c’era invece una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e della stessa informazione, che prima dell’esplosione di Tangentopoli aveva dormito – con poche eccezioni - sul sistema delle ruberie, salvo scatenarsi all’epoca degli arresti eccellenti.

Così sono nate le cricche: ci vuole l’uomo giusto nel sistema delle opere pubbliche, il costruttore in grado di gestire ogni lavoro, dalla caserma dei servizi segreti alla tinteggiatura del monolocale, il notaio di fiducia, il progettista amico, la rete di committenti ben dispiegata e cointeressata agli utili, il palo nella guardia di finanza e quello nella magistratura. Così sono tutti insieme nella banda, chi deve decidere l’opera, chi la deve costruire, chi la deve controllare, chi la deve collaudare, chi deve vigilare sulla regolarità dei pagamenti e delle procedure. Bingo! Il politico a quel punto è solo il terminale, nazionale o locale, di un sistema già autosufficiente: lo si aiuta a comprare una casa, o chissà cosa altro, è indispensabile all’affare, ma non ne è il motore. Conta la cricca, o “il sodalizio”, come l’ha chiamato il magistrato che pochi giorni fa ha respinto la richiesta di scarcerazione di Angelo Balducci, quello che ancora un anno e mezzo fa una nota ufficiale della Protezione civile definiva «la massima autorità istituzionale in materia di appalti e di realizzazione di opere per conto dello Stato». Oggi invece per il giudice di Firenze è un soggetto pericoloso anche per “i legami profondi con soggetti di livello istituzionale elevato” esercitati tramite “la messa a disposizione di se stesso, della propria carica e dei propri poteri, a volte illimitati, in cambio di utilità di vario genere o della promessa di utilità”. Vi ricordo solo alcuni degli incarichi di Balducci: presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Gentiluomo di Sua Santità, commissario speciale ai Grandi Eventi… Può bastare?

Fonte articolo 'Il Caffé'
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Prostituzione civile di Marco Travaglio

lunedì 16 agosto 2010

Berlusconi, che carattere di Christian Raimo

La scena politica italiana presente assume ogni giorno tratti più spettacolari e tardo-imperiali: un’apocalisse di serie b, un viale del tramonto scalcinato, una tragedia che si è già trasformata in farsa e che si ripete come in una sit-com in syndication sui canali satellitari, l’audio delle risate registrate ormai usurato. Le varie narrazioni che Berlusconi ha sdoganato negli ultimi anni sono diventate un modello pervasivo, ritrovabile in mille ambiti sociali e culturali, sono le forme di vita con cui si presenta spesso lo scenario politico, quello culturale, quello semplicemente umano: è l’Italia che si racconta, e si lascia guardare, sfatta e mostruosa, senza pudore. C’è la storia di quello che lo beccano con le mani in pasta e non si giustifica, c’è quello che dice una bugia e dichiara appena dopo di non averla detta, c’è quello che fa il gallo con le donne e si vanta con gli amici, c’è quello che dice che qualsiasi problema c’è lo aggiusta lui...
Berlusconi è un carattere sempre più poliedrico, autocontraddittorio, imprendibile ma definitivo, di questa commedia all’italiana acida e ripetitiva. Per questo suo diventare «carattere», Berlusconi è oggi ancora più pericoloso: anche quando sarà uscito dalla dimensione pubblica, la sua figura (le sue infinite figure) – non le sue idee politiche, beninteso – resteranno. Questo è quello che si dice il berlusconismo oltre Berlusconi: la sua forza è di essere riuscito a rendere il linguaggio pubblico non più referenziale, ma perennemente performativo, attoriale. Non importa cosa Berlusconi dica – il significato non è più passibile di verifica (come è per Frege un enunciato linguistico), ma è solo performance: il senso di quello che viene pronunciato è il suo effetto. Ma se vogliamo forse focalizzarci su quali sono i due tratti che meglio rappresentano la sfaccettata, inafferrabile maschera di questo commediante dobbiamo rifarci ad altri personaggi emblematici del nostro tempo. Cogliere le ragioni di successo del personaggio in altre figure, provare a considerare come – è così in ogni tradizione drammaturgica che si rispetti – Berlusconi sia oltre che seminale anche derivativo.
Tra i personaggi che più ci svelano il senso del «carattere» Berlusconi possiamo trovare Jean Claude Romand, Telespalla Bob e Rupert Pupkin. Ricordiamo chi sono. Jean Claude Romand sale alle cronache il 9 gennaio 1993 perché in un incendio nella bassa Lorena muoiono sua moglie, i suoi figli, i genitori, i suoceri, il suo cane, mentre lui la scampa per un pelo. Subito si scopre in realtà che è stato proprio Romand ad aver appiccato fuoco alla casa e ad aver sterminato la famiglia. Ma questa scoperta atroce non è la più sconvolgente. La verità impensabile che sta dietro alla vicenda è che quest’uomo mente sistematicamente da diciotto anni. Come ricostruisce Emmanuel Carrère nel romanzo-inchiesta L’avversario, Romand ha cominciato a fantasticare la propria vita quand’era all’università, millantando con i suoi la buona riuscita di un esame che invece non aveva passato, per poi continuare senza interruzione a mentire fino a quando non poteva più non essere sbugiardato: a quel punto ha dato fuoco al suo mondo.
Nel frattempo ha inventato di essersi laureato, ha finto di essere un mportante medico dell’Oms, si è sposato e ha condotto una vita borghese per cui è stato ammirato, come marito, padre, uomo, professionista. In realtà la sua esistenza è stata uscire di casa tutte le mattine dicendo di andare al lavoro e passare invece intere giornate, per anni, per decine d’anni, a passeggiare nei boschi o a bere caffè in qualche bar dell’autogrill. Si è sostentato per tutto questo tempo grazie ai soldi affidatigli dai parenti a cui ha promesso fruttuosi (ma inesistenti) tassi d’interesse in banche svizzere. Quando non è riuscito più a controllare questa montagna di invenzione, ha preferito far esplodere tutto ciò che aveva intorno a sé.
Telespalla Bob è invece un personaggio dei Simpson. Il suo vero nome è Robert Underdunk Terwilliger, ma è conosciuto come Telespalla Bob (Sideshow Bob, nell’originale) perché è stato la spalla televisiva di Krusty il Clown, prima di finire in prigione proprio per aver cercato di vendicarsi contro Krusty, colpevole ai suoi occhi di averlo vessato per anni, relegandolo a un ruolo infimo di spalla. Il suo piano di rivalsa è fallito perché Bart Simpson l’ha scoperto attirandosi così proprio l’ira omicida di Telespalla. Nelle varie puntate successive in cui compare, Telespalla Bob segue una lunga parabola circolare di tentativi di uccidere Bart, carcerazioni, redenzioni, nuovi piani assassini, etc…Nel finale di una delle più belle puntate dei Simpson, «Il promontorio della paura», nella quinta serie, Bart riceve alcune lettere anonime scritte col sangue che lo minacciano di morte: l’autore, noi spettatori lo sappiamo, è proprio Telespalla Bob, desideroso di vendetta, che in carcere pur di griffare col proprio sangue la carta, vediamo cadere più volte svenuto. Quando Telespalla Bob viene rilasciato (riesce a convincere la giuria che il tatuaggio che ha inciso sul petto, Die Bart Die, non vuol dire «Muori BartMuori»,ma è tedesco e sta per «Il Bart Il»), la famiglia dei Simpson chiede dunque aiuto al Fbi, che decide per un programma di protezione testimoni, facendo cambiare identità a Homer e compagnia. Non sono più i Simpson, ma i Thomson: che si trasferiscono in una casa-barca in riva a Horror Lake. Nel viaggio transamericano non si accorgono però che Telespalla Bob li riesce a pedinare agganciandosi al sotto della macchina. E una notte scatta l’agguato: Telespalla Bob sale a bordo della barca-casa, lega tutti i Simpson tranne Bart e si appresta a compiere la sua vendetta. Bart, ormai condannato a morte, gli chiede allora di poter veder esaudito un ultimo desiderio: assistere alla rappresentazione del Fantasma dell’opera. Telespalla Bob è incerto, ma alla fine accetta, e ingegnandosi con costumi super-improvvisati (stracci come parrucche…) interpreta tutti i personaggi dell’opera, in un’intensa performance da one-man show che dura ore. È il tempo che serve perché la barca, senza nessuno al timone, finisca per arenarsi sugli scogli e perché la polizia allertata dalla scomparsa dei Simpson, arresti Telespalla Bob.
Il terzo personaggio, Rupert Pupkin, è invece frutto della fantasia di Paul Zimmermann, sceneggiatore di Re per una notte, film di Martin Scorsese del 1983. Rupert Pupkin è un comico dilettante ma assai convinto del proprio talento, interpretato da Robert De Niro. All’inizio lo conosciamo come un semplice fan del comico televisivo Jerry Langford (impersonato da Jerry Lewis), ma dopo un cordiale incontro fortuito, Pupkin comincia a perseguitarlo, si apposta di fronte gli studi: vuole a tutti i costi un’audizione. Jerry Langford passa dalla cortesia all’insofferenza. E Pupkin decide con la complicità di una sua amica di sequestrare Langford e di ricattare la polizia: lo ucciderà se non gli lasciano fare un’apparizione nello show televisivo di prima serata. La polizia accetta e la performance di Pupkin, che lui chiosa con la frase del titolo «Meglio re per una notte che buffone per tutta la vita», avrà un enorme successo. Subito dopo la serata, viene arrestato. Ma dopo qualche anno di prigione che gli servirà a scrivere la sua biografia di artista incompreso e folle, otterrà la fama agognata.
Cerca le somiglianze Dove sono le somiglianze tra questi tre personaggi e il personaggio Berlusconi? Nella dialettica quasi schizoide tra il desiderio di piacere, la potenza narcisistica e la rabbia cieca che si scatena nel caso questo desiderio venga frustrato. Romand non riesce ad accettare il suo insuccesso e costruisce un ricatto paralizzante con se stesso: sceglie di rinunciare all’intera autenticità nella sua vita pur di vedersi riconosciuto in un ruolo che susciti l’ammirazione degli altri. Telespalla Bob vuole vendicarsi delle angherie di Krusty il clown che non lascia emergere il suo talento, e trasforma la sua voglia di palcoscenico in pura violenza omicida diretta contro Bart; il quale Bart però, intuendo la personalità scissa di Telespalla Bob, per salvarsi, fa leva proprio sul suo desiderio wagneriano di esibizione, e gli chiede di rappresentargli da solo un’intera opera teatrale. Rupert Pupkin è invece più efficace nel gestire questi istinti narcisistici: il ricatto che mette in atto pur di poter apparire in tv sa che lo priverà di anni di libertà, ma gli consentirà anche di diventare famoso e ammirato, ammirato anche in quanto ha perseguito il proprio obiettivo senza sconti.
Il desiderio di piacere a tutti i costi e la violenza di rappresaglia nel caso il mondo non risponda più alla propria proiezione narcisistica sono proprio le caratteristiche della psicosi berlusconiana (sua e nostra, della società che gli è intorno) di questo ultimo tratto della sua commedia quasi ventennale (diciott’anni, proprio come il tempo in cui regge la menzogna di Romand, viene da riflettere). Da una parte il suo atteggiamento suasivo, seducente, le barzellette ripetute inmodo sempre più compulsivo, l’assoluta assenza di autocritica, l’ergersi a modello di successo in ogni campo (politico, economico-sociale, ma anche sessuale, relazionale, genetico...); dall’altra il livore con cui viene affrontata la possibilità di opposizione a questa sua idea proiettiva del mondo. Non sono le critiche dei giornali o degli altri partiti politici o dei finiani che Berlusconi non tollera, magli è letteralmente insopportabile qualunque cosa che scalfisca la sua realtà. Il prezzo del delirio narcisistico è illimitato.
Romand fa esplodere la sua casa e stermina la sua famiglia, Telespalla Bob impazzisce nell’ultima puntata in cui appare, Rupert Pupkin è capace di sequestrare e uccidere, pur di portare a termine il suo disegno.
È chiaro che stretti tra le corde di questo ricatto portato alle sue estreme conseguenze ci siamo ancora noi. E questa non è una semplice metafora. Possiamo ragionare proprio come in realtà le più efficaci e condivise forme di opposizione culturale a questo dilagare berlusconiano, abbiano dei toni simili: speculari, o complementari. Non sembrerà un caso che, negli ultimi anni, meccanismi di difesa narcisistica si siano annidati anche nei più strenui oppositori del «discorso» berlusconiano. Prendiamo ancora due casi simbolici: Daniele Luttazzi e Roberto Saviano. Il caso di Daniele Luttazzi, emerso in rete un paio di mesi fa, ha delle assonanze inquietanti con la vicenda di Romand. Il comico di Santarcangelo – il leader della satira, studioso dei meccanismi delle narrazioni emotive, teorico raffinato della retorica comica – viene accusato da una serie di fan (diventati ex dopo la vicenda) di aver attinto in modo massiccio al repertorio di comici americani per lo più sconosciuti in Italia, come BillHicks, Emo Phillips, George Carlin... L’accusa è più pungente: quello che gli si rimprovera è di non aver mai ammesso questi debiti, anzi di essersi sempre scagliato a gran voce contro coloro, come Paolo Bonolis o Silvio Berlusconi stesso, che copiavano le sue battute. Per esempio a Bonolis rivendicava la paternità della freddura «come si fa a capire quando una mosca scoreggia? Vola dritta», e a Berlusconi di essersi appropriato di quella che dice: «Quanti anni hai, bambino? Cinque? Pensa che alla tua età io già ne avevo sette». Il problema è appunto che anche queste due battute sono rispettivamente di George Carlin e di Eddie Izzard. Di fronte a un sito come ntvox.blogspot.com che elenca centinaia di plagi per una massa di un terzo del suo intero repertorio comico, Luttazzi si è difeso dichiarando di seminare questi omaggi-plagi nei suoi spettacoli per cautelarsi in caso di processi per volgarità, vilipendio: un metodo che ha copiato, questo sì esplicitamente, da Lenny Bruce – quando questo venne processato dimostrò che le battute più oscene dei suoi monologhi erano farina del sacco di Aristofane.
Ma il punto che Luttazzi non coglie è un altro: è come se si fosse messo in una posizione in cui lui ha deciso di non poter essere più attaccabile. È il paradosso della vittima, che è stato e che è. Un artista di valore estromesso dal fare il suo mestiere – una mortale censura di stato. Purtroppo però in nome di questo paradosso sembra che nessuno possa muovere più nessuna critica a Luttazzi, o quanto meno che lui non le recepisca. E così i suoi fan o ex-fan alzano il tiro, fino a spulciare ogni iota del suo repertorio in cerca di plagi e fino a massacrare la sua credibilità artistica. Ne valeva la pena? Un terribile vicolo cieco Potremmo chiamare questo paradosso della vittima nella sua versione estrema «il cul-de-sac di Eric Clipperton». Eric Clipperton è un personaggio di Infinite Jest di David Foster Wallace: un bravo tennista incapace di perdere che gioca sul campo con una racchetta in una mano e una pistola puntata alla tempia nell’altra, che pone ai suoi avversari un ricatto costante: se non vinco, mi sparo. L’assurdità geniale che coglie Wallace è che Clipperton non è una schiappa, ma è un atleta di talento: probabilmente vincerebbe gran parte dei match a cui partecipa, ma non sa perdere.
Non vi sembra – e qui arriviamo a un punto delicato – un vicolo cieco in cui si è infilato l’unica figura veramente contrastiva a Berlusconi degli ultimi anni, Roberto Saviano? Saviano è quanto di più conflittuale l’opposizione culturale abbia saputo creare nei confronti della maschera berlusconiana. Uomo del Sud, giovane, intellettuale, stigmatizzatore morale fino al suicidio civile… Saviano rappresenta – da un punto di vista dell’immaginario – la vera opposizione al berlusconismo. Eppure ne incarna specularmente una debolezza strutturale: il narcisismo portato alle sue estreme conseguenze. Anche Saviano non è criticabile, a meno di rendersi complice di una sua gogna. Anche Saviano come Eric Clipperton si è messo nella posizione terribile per cui se non gli viene data visibilità continuamente, se l’attenzione dei media cala su di lui, se non viene difeso, noi lettori saremmo più ignari della criminalità di questo paese e alla fine la malavita avrà buon gioco a vendicarsi delle sue denunce. Anche Saviano in fondo dice: se non mi leggete, se non siete d’accordo con me, mi fanno fuori – o comunque chi mi critica fa il gioco sporco della calunnia mafiosa (quella di un Roberto Castelli o di un Emilio Fede per dire che hanno fatto loro rispetto a Saviano la formula camorristica: che vuole questo che ha fatto i soldi?). Il libro di Dal Lago, molto impreciso e pretestuoso in vari punti, coglieva però questo nodo.
E il ricatto di Saviano è assurdo per due motivi. Uno perché appunto è uno scrittore di talento, un ottimo giornalista, e in definitiva – ed è questo un altro equivoco che andrebbe chiarito – un perfetto uomo politico. Due, perché questa strategia comunicativa di Saviano non intacca l’avversario con cui se la prende in un punto fondamentale: quello del narcisismo mediatico.
La faccia di Saviano sparata sull’Espresso o su Vanity Fair o moltiplicata per mille nelle pubblicità ma anche la sua ammirazione per personaggi-icona come Bono Vox o Leo Messi impedisce a chi lo ascolta di non associarlo anche a una maschera promozionale che è la stessa di Berlusconi o di un Fabrizio Corona: finisce per farlo diventare un corpo-icona. Compie, non volendo probabilmente, una conferma implicita a quel linguaggio berlusconiano che ci dice: si è ciò che si appare. L’unico obiettivo a cui aspiriamo tutti in fondo è avere attenzione dagli altri, essere sotto l’occhio dei riflettori.
Da questo cul-de-sac Saviano come ognuno di noi dovrebbe cominciare a svincolarsi, provare a guarire da quel ceppo virale del berlusconismo per cui il mondo è proiettato su di noi.

Fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'