Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 1 ottobre 2011

Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 29 settembre 2011

Pallebianco di Marco Travaglio

(foto agrpress)
Se Berlusconi lasciasse la guida del governo, si aprirebbe una possibilità: si potrebbe ricominciare a discutere del ruolo della magistratura in questo paese...”. Ecco finalmente spiegato, grazie al professor Angelo Panebianco, perché anche il Corriere della Sera ha deciso, con 17 anni di ritardo, di scaricare B: per poter finalmente parlare “di cose come l’uso politico delle intercettazioni e la fine che hanno fatto, grazie al famoso circo mediatico-giudiziario, la tutela della privacy, la presunzione di non colpevolezza, eccetera”. Insomma del “grande scontro fra politica e magistratura” che, a suo dire, cominciò il 3 ottobre 1985, quando Cossiga proibì, minacciando l’invio dei carabinieri, al Csm di difendere – come prevede la Costituzione e la legge istitutiva dell’organo di autogoverno delle toghe – i magistrati aggrediti e minacciati da Craxi per aver osato scoprire con le mani nel sacco vari socialisti ladri a Torino (scandalo Zampini), Milano (P2, Ambrosiano, Calvi, caso Icomec), a Savona (caso Teardo), a Trento (inchieste di Carlo Palermo) e così via. Panebianco la racconta così: “Cossiga inviò una lettera in cui vietava al Csm di mettere ai voti una censura nei confronti del presidente del Consiglio Craxi. Cossiga, Costituzione alla mano, negò che il Csm fosse dotato di tale potere di censura. Alcuni anni dopo Cossiga diventò oggetto di un attacco concentrico della magistratura militante” (tutte balle: la magistratura non prese alcuna iniziativa contro Cossiga dopo il 1985: ne aveva presa una la Procura di Torino nel 1980, quando Cossiga era premier e fu accusato di aver avvertito Carlo Donat Cattin che il figlio terrorista Marco era ricercato, dopodiché quest’ultimo si diede alla latitanza; ma Cossiga fu salvato dalla Camera dell’impunità, che negò l’autorizzazione a procedere). Dopodiché, ça va sans dire, lo “s c o n t ro ” proseguì “con Mani Pulite”. E qui l’acuto Panebianco rivela che, sì, “la corruzione c’era ed era tanta, ma era ‘di sistema’ e per questo avrebbe richiesto una soluzione politica, non penale”. Ecco: siccome rubavano in tanti, la soluzione era una bella amnistia. Lo “scontro ” proseguì nel ‘94 con “l’avviso di garanzia che raggiunse Berlusconi a Napoli durante una conferenza internazionale”: il fatto che la Fininvest corrompesse la Guardia di Finanza è, per Panebianco, un dettaglio irrilevante. Per evitare lo scontro, i pm avrebbero dovuto fingere di non accorgersene e, trovate le prove, mangiarsele. Ora, liquidato B., bisognerà bilanciare “il grave squilibrio fra democrazia rappresentativa e potere giudiziario”, dimostrato dalle “centomila intercettazioni ” dell’inchiesta di Bari, “cose da pazzi (e il Csm zitto)”. Forse Panebianco non sa che gli intercettati a Bari sono una quarantina (Tarantini più le mignotte reclutate per sollazzare B. e infilarsi negli appalti Finmeccanica e nella Protezione civile); che centomila sono le telefonate intercettate; e che il Csm non ha alcun potere di sindacare sul numero di telefoni intercettati da una Procura, visto che già ci pensano il Gip, il Riesame, la Corte d’appello e la Cassazione. Il tuttologo del Corr iere propone infine di “vietare di intercettare, anche in modo indiretto, chi occupa cariche istituzionali”, il tutto “per convincere gli investitori a fidarsi di nuovo di gente come noi”. Che si fidino di gente come lui, è improbabile. Ma è ancor più improbabile che si riesca a impedire che un governante sia indirettamente intercettato. A meno che Panebianco non pensi di vietare di intercettare 60 milioni di italiani, anche se coinvolti in giri di droga e prostituzione, perché potrebbero chiamare il presidente del Consiglio o venirne chiamati, magari da un cellulare peruviano. Così finalmente potremmo dire agli investitori: “Fidatevi dei nostri politici, sono tutti incensurati perché non possiamo più scoprire i loro delitti”. E vedere di nascostol’effetto che fa.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 29 luglio 2011

Il porticciolo delle nebbioline di Marco Travaglio

Ma come parli? Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in un suo film. Su come parla Bersani ci ha illuminati ieri Barbara Spinelli (leggi l'intervista), a proposito dell’etichetta di “macchina del fango” ai giornali che lo criticano. Ma l’andazzo berlusconiano di qualificare la cronaca e la critica come “fango”, “attacco”, “veleno”, “delegittimazione” sta contagiando settori della magistratura. L’Espresso ospita un’intervista al procuratore aggiunto e capo della Dda di Roma Giancarlo Capaldo, contitolare di quasi tutte le più scottanti inchieste degli ultimi anni. Dalla P3 a Fastweb al versante romano del caso Milanese. Capaldo parla come i politici: si fanno “troppe intercettazioni” che finiscono col produrre “gossip” e “dossier ricattatori”, col “mettere in piazza la vita privata delle persone” e soprattutto “portano gli indagati a non parlare più al telefono dei loro traffici” (ammesso e non concesso che sia vero, siamo in pieno non-sense: se gli indagati parlassero di più ma li si intercettasse di meno, il saldo sarebbe comunque zero). Poi attacca a testa bassa i colleghi napoletani che hanno il torto di aver raccolto a verbale le dichiarazioni di Marco Milanese, deputato tremontiano, che racconta una cena con lui e Tremonti: a suo avviso “creano processi paralleli o coincidenti” e si prestano a manovre per “delegittimare il nostro lavoro riportando alla mente l’idea del ‘porto delle nebbie’ che non c’è più”. Poi aggiunge che fantomatiche “altre procure non vedono bene che Roma sia la sede giudiziaria più importante d’Italia, come se Roma volesse appropriarsi di cose che non le appartengono”. Capaldo passa per il “buono” fra i capi dell’ex porto delle nebbie, che si è appena liberato del “cattivo” Achille Toro, beccato un anno fa ad avvertire alcuni inquisiti della “cricca” della Protezione civile delle indagini. Ora però si scopre quel pranzo di metà dicembre 2010, pochi giorni dopo la notizia che Milanese era indagato a Napoli, organizzato dall’avvocato Fischetti con Tremonti, Capaldo e lo stesso Milanese. Si dirà: Capaldo non indagava su Milanese. Già, ma proprio questo è il problema: a quel tempo la sua Procura aveva già raccolto possibili notizie di reato su Milanese. Ne aveva parlato Marco Iannilli, arrestato per l’affare Mockbel e coinvolto nell’inchiesta Finmeccanica. E ne aveva riparlato Fabrizio Testa, nominato consigliere dell’Enav proprio grazie a Milanese, raccontando di essersi interessato per far comprare la barca del braccio destro di Tremonti da un imprenditore in cambio della sua “protezione politica”. Invece di iscrivere Milanese nel registro degli indagati, Capaldo ci andò a cena con Tremonti a casa Fischetti. E sempre a casa Fischetti – racconta l’imprenditore Alfonso Gallo ai pm di Napoli – si svolsero altre cene per pilotare il trasloco delle indagini sulla P4 da Napoli a Roma. Sarà un caso, ma a marzo di quest’anno la Procura di Roma propose informalmente a quella di Napoli di trasferire il fascicolo per competenza nella Capitale. In effetti è curiosa quest’ansia degli inquisiti eccellenti di tutta Italia di approdare a Roma. La città è molto bella, ma forse gli inquisiti ne apprezzano altre virtù, meno turistiche e più giudiziarie. Capaldo, sull’Espresso, parla di un “attacco, attraverso la mia persona, anche al mio Ufficio”. Parole bizzarre, visto che a pranzo con Tremonti e Milanese ci è andato lui, non l’ufficio. Una leggerezza? Può darsi. È vero, come dice Capaldo, che “Milanese non era ancora indagato a Roma”. Ma lo era a Napoli, lo sapevano tutti e forse avrebbe dovuto esserlo anche a Roma (come lo fu poi per iniziativa di un altro pm romano ma di scuola milanese, Paolo Ielo). E comunque era più volte citato nei verbali raccolti dal suo Ufficio solo tre giorni prima. Ora, per carità, può darsi che il Fodria (Forze Oscure della Reazione in Agguato) cospiri per “attaccare” e “delegittimare” il dottor Capaldo e, attraverso la sua persona, l’Ufficio. Ma se evitasse di pranzare con indagati, i terribili cospiratori faticherebbero un po’ di più.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 12 marzo 2011

Prima comprava i giudici ora li riforma di Marco Travaglio

A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”. Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 8 marzo 2011

Bravo Silvio di Marco Travaglio

Finalmente, dopo 17 anni, B. ha fatto (o almeno annunciato che farà) una cosa normale: si presenterà in tribunale a difendersi nei (e non dai) suoi processi. E intanto ha stoppato la tragicomica iniziativa di uno dei suoi più fervidi cortigiani, Luigi Vitali: una leggina per accorciare vieppiù i termini di prescrizione dei reati se a commetterli è un incensurato ultrasessantacinquenne (l’amato Silvio va per i 75). Naturalmente il presidente del Consiglio non merita, per questo, alcun complimento: solo nel Paese di Sottosopra ci si meraviglia se qualcuno fa una cosa normale. Vedi gli elogi tributati ad Andreotti perché non insultò i giudici che lo processavano per mafia; e a Cuffaro che, condannato a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è andato in carcere senza darsi alla latitanza. In ogni caso è giusto riconoscere che, dopo aver tentato di cancellare i suoi processi con una quarantina di leggi su misura, ed esservi in gran parte riuscito, il premier si è rassegnato all’idea di farsi processare. C’è voluto parecchio tempo, ma alla fine – salvo ribaltoni dell’ultima ora – ci è arrivato anche lui. La domanda, a questo punto, è semplice: perché l’ha fatto? Anzitutto, perché non aveva alternative. Nonostante il dispiegamento di forze politico-mediatiche messo in campo per delegittimare l’inchiesta sul caso Ruby, B. non è mai stato disarmato come in questa battaglia. Il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato alla Consulta per scippare il processo al Tribunale di Milano e dirottarlo al Tribunale dei ministri, previa autorizzazione a procedere della Camera (che la negherebbe su due piedi, come ha sempre fatto) è un fuciletto ad acqua: l’ha spiegato il presidente Ugo De Siervo che non spetta alla Consulta, ma al giudice ordinario (Gip, Tribunale, Corte d’appello, Cassazione) stabilire se un reato è ministeriale o meno; e l’ha ribadito la Cassazione stessa, respingendo con perdite le pretese impunitarie di Mastella. In ogni caso il conflitto alla Consulta non bloccherebbe il processo Ruby, che andrebbe comunque avanti con la sfilata di papponi e Papi-girls, almeno fino alla vigilia della sentenza. Anche darsi alla fuga inventando “legittimi impedimenti” a raffica non servirebbe a nulla: dichiarando incostituzionale la legge sul legittimo impedimento, la Consulta ha stabilito che spetta al tribunale decidere, di volta in volta, se l’impedimento è reale e legittimo, il che significa che in molti casi le udienze si terrebbero in sua assenza. E comunque non gli conviene abusarne, visto che a giugno c’è il referendum dipietrista. Ma, soprattutto, c’è un attore che per 17 anni è rimasto assente nella guerra di B. alla magistratura: l’opinione pubblica. Che non è genericamente la “gente”, ma quei cittadini che, correttamente informati, fanno sentire la propria voce in piazza, sondaggi, elezioni. Grazie al monopolio berlusconiano dell’informazione, che ha provveduto a disinformare sui vari processi per corruzione, fondi neri, falso in bilancio, evasione fiscale, l’opinione pubblica s’è fatta idee confuse e spesso sbagliate dei fatti contestati (e in gran parte accertati) a carico di B. Ora, invece, la vicenda Ruby è di una tale semplicità che tutti han potuto comprenderla, anche senza e contro l’informazione di regime. Un vecchio malvissuto paga ragazzine in cambio di sesso e poi, quando una di esse – una prostituta marocchina minorenne senza documenti – viene fermata per furto, si attiva per farla rilasciare, spacciandola per la nipote di Mubarak, prima che parli. Ce n’è abbastanza perché persino a molti dei suoi elettori (per non parlare di quelli leghisti) salga il sangue alla testa. Quando i fatti nudi e crudi riescono a raggiungere i cittadini, il tiranno è spacciato. È questa improvvisa ventata di normalità che ha costretto B. a una condotta normale. Resta un grande rimpianto: quanti anni fa ci saremmo liberati di lui se informazione e opposizione avessero fatto il proprio mestiere?

Fonte articolo e vignetta 'Il fatto Quotidiano'
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martedì 1 marzo 2011

REPLICHE FINALI di Ida Dominijanni

(vignetta Mauro Biani)
Qualunque attore di prima o di quarta categoria, a un certo punto, cambia copione. Qualunque comico cambia barzelletta, qualunque cantante cambia ritornello. Sanno, tutti, che altrimenti il pubblico si stanca. Berlusconi no. Perché per quanto ci provi, non è né un attore né un barzellettiere né uno chansonnier. E’ un pubblicitario, e la regola della pubblicità è una sola: ripetere, ripetere, ripetere.
Dev’essere per questo che giusto al culmine della sua vulnerabilità, mentre infila il tunnel di una sequenza processuale decisiva per la sostanza e per l’immagine della sua persona e del suo potere, invece di imporsi cautela spara a mitragliate l’intero repertorio del suo sovversivismo costituzionale, arricchito per l’occasione da uno sfregio a Napolitano e al suo «enorme e puntiglioso staff». Conosciamo lo spot, già andato in onda con regolarità questa sì puntigliosa a ogni tornante degli «scandali» degli ultimi anni: per colpa della Costituzione e dei suoi garanti, capo dello Stato e Consulta, in Italia tutto il potere è in mano al parlamento, che è un’accozzaglia di nullafacenti, e alla magistratura, che è un’accozzaglia di psicopatici. Governo e presidente del consiglio, invece, non ne hanno alcuno. Vorrebbero fare ma non possono. Vorrebbero correre ma vengono continuamente intrappolati dalla congiura dei vincoli procedurali:
fai una legge e lo staff del Quirinale ti fa le pulci, la rifai e te la boccia una Camera, la rifai e te la blocca di nuovo il Quirinale, riesci a farla finalmente approvare e te la boccia la magistratura appellandosi alla consulta. Povero premier:
lacci e lacciuoli, e cavilli legali, identici a quelli che gravano sulle sue gesta imprenditoriali martoriate dai processi Mediatrade e Mills. Il governo come l’azienda, non fa differenza in una concezione del potere come arbitrio assoluto, dove le regole sono un impiccio e la Costituzione un impaccio.
Più difficile, a rigore di logica politica, è capire dove Berlusconi voglia arrivare alzando di giorno in giorno l’asticella dello scontro istituzionale. Uno spot nuovo, che va in onda da qualche giorno, lo mostra sicuro di poter finalmente riformare tutto, giustizia e assetto dei poteri, una volta libero da quella zavorra che si chiamava Fini. Ma anche questo spot è truccato, perché Berlusconi non può non essersi accorto che la Costituzione e i suoi organi di garanzia hanno retto per diciassette anni ai suoi reiterati assalti e reggeranno ancora. Così come è truccato il suo attacco alla scuola pubblica, non perché il suo governo non l’abbia effettivamente distrutta, ma perché in quest’ultima circostanza è platealmente volto alla ricerca di indulgenze vaticane per i suoi peccati. Dunque non c’è nessun respiro strategico in questa ennesima campagna pubblicitaria: c’è solo il disperato tentativo di arroccarsi, ironia della storia, sullo slogan del nemico principale del Cavaliere degli esordi: resistere, resistere, resistere. Tanto più se lo spot va in onda a Milano. Dove a maggio si vota, e per il presidente del Milan tutto è concepibile, ma non l’ipotesi di una sconfitta in casa. Sarà per questo che dallo stesso palco da cui attacca il Quirinale invita i suoi militanti a un bel bunga bunga, «quattro salti e quattro chiacchiere in allegria»: a Milano il tribunale va disertato, ma la piazza è ancora quella decisiva per saggiare la tenuta dell’incanto populista.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 24 febbraio 2011

Manganelli di Marco Travaglio

Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio. Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti. Ieri, per esempio, il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla Polizia dopo 25 anni di onorato servizio “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”. Provvedimento firmato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Consulente informatico di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, Genchi ha fatto arrestare e condannare centinaia di mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi (ultimi della serie, Cuffaro e Dell’Utri). Non contento, ha collaborato alle indagini di Luigi De Magistris sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità di destra, centro e sinistra. Insomma ha dato fastidio alle mafie e alle cricche bipartisan che infestano il Paese. Due anni fa, Manganelli l’aveva sospeso dal servizio per aver risposto su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. E l’aveva risospeso per aver rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. Due condotte ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”. Un anno fa terza sospensione, quella letale, preannunciata da Panorama e sollecitata da una minaccia dell’apposito Gasparri (“Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”). Motivo: Genchi, a un convegno degli amici di Grillo e al congresso Idv, ha osato criticare B. per la scandalosa strumentalizzazione dell’attentato di Tartaglia (il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni” per un dente rotto). Pensava che anche i poliziotti, per giunta in aspettativa e sospesi dal servizio, fossero liberi cittadini con libertà di parola. S’illudeva. Non sapeva che, senz’alcuna riforma, è stato reintrodotto il reato di lesa maestà. Infatti, è proprio l’offesa all’“onore e prestigio del presidente del Consiglio” che gli è costata la cacciata dalla Polizia: offesa che nemmeno B. aveva notato, visto che non l’ha mai querelato. Ma ormai l’Italia è di sua proprietà e chi tiene alla carriera dev’essere più berlusconiano di B., sterminando gli irregolari, gli spiriti liberi, i cani sciolti che osano stonare nel coro del conformismo bipartisan. Così il capo di quella Polizia che ancora nel giugno 2010 elogiava Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”, l’ha destituito. Invece i poliziotti condannati per la mattanza e le torture al G8 di Genova 2001, per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli, per l’omicidio di Federico Aldrovandi e per vari casi di stupri e abusi restano tutti in servizio, anzi qualcuno ha fatto carriera. E l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, condannato in Appello per aver indotto il questore di Genova alla falsa testimonianza, coordina felicemente i servizi segreti. Le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni” né “l’immagine della Polizia” né tantomeno “l’onore” del premier. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: zitto e mena.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 6 febbraio 2011

Scatti & ricatti di Marco Travaglio

Il bello di certi giornali è che usano parole prive di qualsiasi attinenza con la realtà. L’altroieri Napolitano (finalmente, speriamo che duri) respinge al mittente il decreto sul federalismo varato dal governo in barba al Parlamento che l’aveva appena bocciato: decreto “irricevibile”, governo “scorretto”. Il Pompiere della Sera titola: “Napolitano corregge il governo”. Corregge? Che lingua parlano in via Solferino? È tanto difficile chiamare le cose col loro nome? Da qualche giorno Il Fatto racconta ciò che tutti, nelle redazioni dei giornali e nei Palazzi della politica, sanno: e cioè che alcune fra le decine di ragazze e mignotte che vanno e vengono dalle ville del premier hanno scattato foto e girato filmati dei loro incontri ravvicinati col Papi desnudo. E qualcuna ha deciso di farci un bel po’ di soldi, da quando il premier – non richiesto – ha giurato in tv a reti unificate (le sue) che le feste in casa sua sono elegantissime e castissime, trasformando così quegli scatti e quei video in altrettante prove delle sue bugie al popolo italiano. Qualche foto è stata trovata dalla polizia in cellulari, pc e cassetti delle Papi-girls. Altre sono gelosamente conservate dalle ragazze. Altre ancora le ha tolte dalla circolazione Emilio Fede, che dice alla Minetti: “Ho dato 10 mila euro a una che aveva foto scattate col telefonino”. La Procura comunica che le foto in suo possesso non hanno rilevanza penale né ritraggono il premier nudo. Ma nulla può dire sulle altre. Persino Libero ha scritto: “Com’era da sospettare le foto... faranno arrossire i protagonisti e le protagoniste... Nelle immagini e nei video sequestrati... ci sono tanti corpi, ma mancano i reati... A partire da Nicole Minetti, forse qualcuno si vergognerà di fronte a una consigliera regionale con le zinne di fuori” (Libero, 4 febbraio, pag.   6  ). Ieri però, con agile piroetta, Belpietro attribuisce al Fatto la notizia che ha dato anche lui e titola in prima pagina: “Vogliono ucciderlo con una foto”. Ucciderlo? Ma è stato proprio B. a consegnarsi mani e piedi alle ragazze con i suoi videomessaggi e le sue indagini difensive che dipingono i festini ad Arcore come una via di mezzo fra il ballo delle debuttanti e la mensa della Caritas. Se non l’avesse fatto, pubblicare quelle immagini sarebbe violazione della sua privacy. Invece ora è diritto-dovere di cronaca. E poi: non fu forse Belpietro, quando dirigeva il Giornale, a “uccidere” Silvio Sircana con le foto che lo ritraevano sulla sua auto vicino a un trans sul marciapiede? Disse di averlo fatto perché i paparazzi che l’avevano scattata avrebbero potuto ricattare il portavoce di Prodi, dunque un personaggio pubblico. Forse che Sircana è più pubblico di B.? Sircana oltretutto non era indagato e disse di non aver nulla in contrario alla pubblicazione delle foto, giurando di non aver fatto altro che una sbirciatina, mentre B. è indagato per prostituzione minorile e chi gli portava ragazze a pagamento è inquisito per sfruttamento della prostituzione. Dunque, oltre alla ricattabilità del premier, qui c’è anche in ballo la prova del giro di “escort” chez B. Il Giornale, sempre più comico, crede persino a Ghedini e Longo: “Attenti, spacciano i fotomontaggi di Silvio”. Fotomontaggi? Che B. si denudasse davanti a ragazze maggiorenni o minorenni l’hanno già raccontato, al telefono e a verbale, diverse protagoniste dello scandalo. Eventuali foto sarebbero solo una conferma. Dunque pubblicabili per evidente interesse pubblico. Nessun reato per chi le pubblica né per chi le scatta: la legge punisce chi riprende persone dentro le mura domestiche, ma solo se vi si intrufola di soppiatto o usa teleobiettivi dall’esterno. Chi invece viene invitato a casa di Tizio è liberissimo di scattare foto e girare video. Noi comunque non abbiamo né scattato né acquistato foto: abbiamo solo scritto che chi le possiede le ha messe in vendita. E allora che diavolo vogliono da noi Ghedini, Longo e il loro postino, il Garante della privacy? A parte minacciarci, s’intende.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 5 febbraio 2011

Ghedini sotto il letto di Marco Travaglio

(l'alfabeto del bunga bunga di Alessandro Fucecchi)
Dicono che B. sia un grande comunicatore. Balle: è solo il padrone dei mezzi di comunicazione. Basta vedere come gestisce gli scandali sessuali che lo inseguono da tre anni, da quando il trapianto di pompetta gli restituì almeno l’illusione del ritorno agli anni verdi. Avrebbe potuto dire, escludendo reati e sfidando i pm a dimostrarli: “La sera, dopo una giornata trascorsa con Bondi, Cicchitto, Capezzone e Bonaiuti, roba che non auguro al mio peggior nemico, mi piace allungare le mani sulle mie amiche consenzienti con un gruppo di vecchi sporcaccioni, poi alcune me le porto a letto e, se fanno le prostitute, le pago”. Il Vaticano avrebbe protestato un paio di minuti, poi sarebbe tornato a cuccia in cambio di qualche milione in più alle scuole private. Mons. Fisichella avrebbe invitato a “contestualizzare il bungabunga”, come del resto le bestemmie. E lui si sarebbe liberato di tutti i ricatti di quell’orda di velociraptor siliconate che ora vanno in giro per le redazioni a offrire foto e video col Papi desnudo. Invece, giurando a reti unificate “mai pagato una donna in vita mia” e “mai frequentato minorenni”, ha trasformato in notizie d’interesse pubblico qualsiasi particolare della sua vita privata. Comprese le foto. Perché si tratta di stabilire se il capo del governo dice la verità o mente. Se avesse ammesso di essere un “vecchio porco”, come ha scritto l’amico Belpietro, avrebbe trasformato in violazione della privacy (dunque reato) la pubblicazione di qualunque foto o video di bungabunga & affini (salvo quelle che dimostrassero il reato di sesso a pagamento con minorenni). Non l’ha fatto e così ha reso quelle foto pubblicabili in nome del diritto, anzi dovere di cronaca, visto che sembrano sbugiardarlo. Queste cose dovrebbe saperle molto meglio di noi il Garante della Privacy: organismo solitamente sonnacchioso, riprende improvvisamente vita non appena sente le parole “foto” e “Berlusconi”. Infatti ieri ci ha inviato un fax dal titolo: “Diffusione di dati personali relativi all’on. Silvio Berlusconi”. Svolgimento: “Si trasmette l’allegata segnalazione inviata dagli avv. Ghedini e Longo, in nome e per conto dell’on. Berlusconi, al fine di acquisire ogni elemento ritenuto utile alla valutazione del caso segnalato, con particolare riguardo all’articolo ‘Un’asta per le foto’. Si prega di dare riscontro...”. In pratica il Garante fa il postino degli avvocati del premier, che in una letterina di due pagine ci avvertono che B. “ha conferito incarico a questi difensori di procedere in ogni sede a sua tutela per i fatti di cui in premessa”, cioè la notizia delle foto all’asta, perché – tenetevi forte – “foto del Presidente svestito in atteggiamenti intimi con ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di fotomontaggi e/o di manipolazioni”. Se ne deduce che B., quando si spoglia per fare le sue cose, tiene sempre Ghedini e Longo sotto il letto o nel guardaroba a controllare. Il guaio è che poi i due, sul più bello, si abbioccano. Ghedini giurò che la D’Addario non era mai entrata a Palazzo Grazioli e che le registrazioni della sua notte con B. erano false, poi si scoprì che era tutto vero, ma lui s’era assopito. Gli On. Avv. avvertono poi che “chi rivela o diffonde notizie o immagini indebitamente procurate che attengono alla vita privata e si svolgono nei luoghi di abitazione” commette reato. Non sanno forse, né il Garante-postino li informa, che la privacy vien meno davanti al dovere di cronaca sui personaggi pubblici. In ogni caso esprimiamo agli avvocati da spogliatoio la più sentita solidarietà. Così come al Garante, che dovrà presto occuparsi di un’altra drammatica denuncia: quella del membro leghista del Csm Matteo Brigandì, sottoposto a “perquisizione corporale” e financo “spogliato” dalla polizia. Una pratica davvero umiliante e disumana. Passi rischiare la pelle per 1.500 euro al mese, ma vedere Brigandì nudo no: questo, per un poliziotto, è davvero troppo.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 4 febbraio 2011

Pirlamento di Marco Travaglio

Pur avendone viste e fatte tante, mai il Parlamento italiano si era umiliato come ieri votando un testo talmente comico che nessuno oserebbe mai ripeterlo a voce alta senza scoppiare a ridere. Com’è noto, la Camera doveva approvare la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di restituire alla Procura di Milano la richiesta di consentire la perquisizione degli uffici del rag. Giuseppe Spinelli, contabile di B. e amministratore di varie società Fininvest: sulla sua porta campeggia la scritta: “Segreteria on. Silvio Berlusconi”. Dunque Spinelli beneficia di una sorta di “immunità contagiosa” che gli deriva dallo sfiorare ogni tanto la sacra persona di B., non a caso ribattezzato “lo Spirito Santo” dall'amica mignotta Michelle al telefono con la Minetti. Invece di dire sì o no alla Procura,il Pdl ha rispedito gli atti su Spinelli al mittente perchè il reato contestato a B. sarebbe di competenza del Tribunale dei ministri e non di quello ordinario. Cioè: la Procura chiede “che ora è?” e la Camera risponde “piove”. Le motivazioni le ha illustrate in giunta il 27 gennaio l'on. Maurizio Paniz, uomo dal proverbiale autocontrollo visto che è riuscito a pronunciare queste parole senza cadere in preda alla ridarola: “Nel contattare la Questura di Milano, il Presidente del Consiglio ha voluto tutelare il prestigio internazionale dell'Italia, giacché presso la medesima questura era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un Capo di Stato estero. È del tutto evidente che il Presidente del Consiglio si è preoccupato di tutelare le relazioni internazionali del nostro Paese. Non gli si può negare credito per aver creduto alle affermazioni della giovane... È quindi evidente che il reato dovrebbe essere conosciuto dal Collegio per i ministri... Per questi motivi è pregiudiziale il profilo della competenza funzionale... con restituzione degli atti per incompetenza dell'autorità procedente”. Traduzione: B. agì nelle funzioni di premier per scongiurare la crisi internazionale con l'Egitto che sarebbe seguita all'arresto della nipote di Mubarak. Cioè “Ruby”, prostituta minorenne nata in Marocco, fermata per furto senza documenti né fissa dimora. Queste baggianate il buontempone ha ripetuto ieri in aula, con esercizi maxillofacciali davvero rimarchevoli, visto che non gli è sfuggita nemmeno una risata. Nella fretta, Paniz non ha spiegato perchè, alla notizia che la nipote di Mubarak era agli arresti, B. non chiamò Frattini che non sembra, ma è il ministro degli Esteri) né l'ambasciata al Cairo per avvertire Mubarak dello scampato pericolo per la nipotina e/o per capire come sia mai potuto accadere che il presidente egiziano abbia una nipote marocchina. Paniz trascura pure un altro mistero: perchè B., strappata la nipote di Mubarak dalle grinfie della Polizia, non raccomandò alla Minetti di tenerla con sé, anzi non le disse nemmeno di quell'altolocata parentela, tant'è che la Nicole appena uscì dalla Questura la scaricò sul marciapiede, lasciando che tornasse ad abitare con la collega Michelle e a esercitare il mestiere più antico del mondo, mettendo di nuovo in pericolo i rapporti fra il Cairo e Milano2? Ma soprattutto Paniz non spiega dov'è scritto che, tra le funzioni del premier, rientrino i rapporti internazionali, che spettano al ministro degli Esteri (l'art. 95 della Costituzione e la legge 400/1988, che regolano le funzioni del capo del governo, non vi fanno alcun cenno). Eppure i delirii di Paniz hanno avuto la maggioranza: si son trovati 315 deputati disposti a dichiarare che B. telefonò in questura per scongiurare una crisi con l'Egitto. Chissà le risate ieri sera, quando sono rientrati a casa e han raccontato la loro ultima impresa a mogli e figli. Che s'ha da fare per campare. Anzi, per fargliela scampare. Mubarak comunque è in una botte di ferro. Casomai i rivoltosi lo arrestassero, B. chiamerà la questura del Cairo: “È lo zio di Ruby, liberatelo”.

fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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