Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 4 ottobre 2011

Opposizione a sua insaputa di Marco Travaglio

(vignetta tratta da depresso gioioso)
Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione. Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze. Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli. La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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sabato 20 agosto 2011

E tassare i ladri? di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto. Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo. Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete. Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri. Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse. Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più. Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anziché degli onesti. Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltreché riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato. Perché non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel? Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ‘99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa. Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 9 agosto 2011

PARLAMENTO · L’apertura estiva farà il pieno, tutti insieme inutilmente di Andrea Fabozzi

Riunione inutile, dunque affollata. Ci saranno tutti giovedì mattina nella sala del Mappamondo alla camera dei deputati ad ascoltare il ministro Tremonti. Non solo i componenti delle commissioni affari costituzionali e bilancio di camera e senato (150 parlamentari) ma anche i segretari dei partiti con i vice, i capigruppo e tutti quelli più o meno utili che vorranno dare il loro contributo di presenza. L’evento è decisamente di quelli in cui si nota di più chi non c’è rispetto a chi c’è. Si torna a lavorare d’agosto e con poco impegno (e zero spesa) l’onorevole può timbrare il cartellino anti-casta. Così Alfano, Casini, Di Pietro, Rutelli ci saranno e ci sarà anche Bersani con tutto lo stato maggiore del Pd. In aggiunta, non in sostituzione di altri parlamentari perché tanto non c’è niente da votare. Due tre ore e ci si rivede a settembre. Nell’intenzione del Pd, bisognerà incastrare il ministro dell’economia sulle responsabilità del governo.
Tremonti dovrà dare delle risposte sul «commissariamento» europeo e su dove pensa di trovare i venti miliardi che mancano. «Attendiamo proposte concrete nell’interesse del paese», ha detto ieri il deputato democratico Boccia. Ma non andrà così. L’adunata dei parlamentari è stata convocato per un’altra ragione, per consentire a Tremonti di «riferire sulla riforma dell’art. 81 della Costituzione». Riferire, nemmeno presentare un disegno di legge perché il Consiglio dei ministri non ne ha parlato, tutto quello che si sa è uscito da una conferenza stampa. Una volta ascoltato il ministro, e dichiarato qualcosa alla stampa, poi, gli onorevoli dovranno ricominciare da zero se e quando un testo di legge arriverà in parlamento (alla camera, ha detto Gianni Letta). Dopo le ferie, con calma. Più utile sarebbe stato far lavorare d’estate le commissioni competenti di Montecitorio in sede referente su una proposta del governo o del parlamento (sull’articolo 81 non mancano, ce n’è persino una di uno svelto senatore Pdl che l’ha presentata cinque giorni fa). Ma certo si sarebbe notato di meno.
Tutto questo ammesso che la riforma dell’articolo 81 della Costituzione sia fattibile.
Secondo il senatore Morando del Pd (Sole 24 Ore di domenica scorsa) è così: il vincolo del pareggio di bilancio può essere scritto in Costituzione velocemente, addirittura nei tre mesi minimi previsti dalla procedura di revisione costituzionale. Senza ostruzionismo e senza referendum confermativo perché è una riforma che trova tutti d’accordo. È d’accordo anche una altro senatore del Pd, Stefano Ceccanti, costituzionalista, che pure fa notare come il governo sia in ritardo perché già a marzo con il patto Euro plus si era impegnato a recepire il vincolo del pareggio di bilancio previsto dalle regole del bilancio Ue - anche se non necessariamente con una legge costituzionale. Secondo Ceccanti va bene dunque la riunione di giovedì, ma il parlamento dovrebbe contemporaneamente dare un segnale agli elettori, per esempio mettendo in calendario un’altra modifica costituzionale: la riduzione dei parlamentari.
Invece, sostiene il responsabile economia e lavoro del Pd, Stefano Fassina, l’idea di modificare l’articolo 81 della Costituzione per introdurre il vincolo del bilancio in pareggio è completamente sbagliata. «La politica economica nazionale deve poter conservare una sua autonomia», ragiona Fassina, secondo il quale questo è l’orientamento del Pd e chi è invece favorevole alla riforma «parla a titolo personale». «Dopo aver rinunciato alla politica monetaria (con la moneta unica europea) - aggiunge Fassina - decidere di rinunciare anche alle politiche di bilancio vorrebbe praticamente dire che la politica non deve occuparsi tout court di economia». Che poi è quello che in qualche modo il governo cerca di dire, quando propone anche una seconda riforma costituzionale per stravolgere l’articolo 41 e scrivere che nell’attività economica «tutto quello che non è proibito è lecito». Una riforma, quest’altra, tanto estremista e sgangherata che è impossibile trovare qualcuno nel Pd disposto ad accettarla.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 5 agosto 2011

Berlusconi, L’OSTAGGIO dei poteri forti di Loris Campetti

(vignetta Mauro Biani)
L’economia mondiale va a rotoli e quella italiana rotola più velocemente delle altre. Le borse non sono l’unico né il più fedele indicatore della salute dell’economia reale, ma in questo caso interpretano abbastanza bene la condizione materiale delle persone colpite dalle conseguenze disastrose provocate dal dominio di una finanza che ha spodestato la politica. In Italia la crisi è moltiplicata da un governo irresponsabile, incapace di un minimo di autonomia dai diktat degli organismi internazionali e guidato da un cialtrone che dopo essersi piegato al dominio dei mercati ne denuncia la stupidità, invita i suoi concittadini a comprare azioni Mediaset e nel pieno di un confronto drammatico con le parti sociali racconta barzellette contro Magistratura democratica.
L’Italia rotola più velocemente anche perché non c’è un’opposizione politica all’altezza del compito e della sfida, incapace di avanzare un’altra idea di società e ricette opposte a quelle del governo per uscire dalla crisi. Se anche uno dei pezzi più importanti dell’opposizione sociale, la Cgil, rinuncia al suo compito e a rappresentare e guidare il disagio sociale, il rischio di un crack generale si fa più consistente e lo sbocco del malcontento potrà prendere strade pericolose.
Sembrava che tutti, dalle grandi testate giornalistiche che sostituiscono ormai i partiti, alla Confindustria ai sindacati alle opposizioni politiche, chiedessero una «discontinuità», che in italiano vuol dire liberare Palazzo Chigi e il paese da Berlusconi. Chi sognando governi tecnici o di transizione per fare le stesse cose contro giovani, lavoratori e pensionati, magari un po’ peggio e un po’ prima di Berlusconi, chi puntando alle elezioni (per fare le stesse cose?). Il tutto sotto l’auspicio di un presidente della Repubblica che ripete quotidianamente i suoi appelli all’unità nazionale. Sono bastati pochi giorni per aggiustare il tiro della Grande Alleanza Sociale e precisare gli obiettivi dell’offensiva. Ora sarebbe irresponsabile, con la casa che brucia, aprire una crisi di governo. Piuttosto bisogna condizionare il governo, dettargli un’agenda più aggressiva e in nome della crescita accelerare lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro, usando il grimaldello del fisco per smantellare il contratto nazionale. A chiedere l’uscita di scena di Berlusconi sono rimasti sul versante politico Bersani e su quello sociale Camusso, che in nome di un’alleanza salvifica aveva messo sul tavolo i sacrifici sociali e buttato dalla finestra patrimoniale e Tobin tax. Salvo poi scoprire, e con lei Bersani, che l’unico soggetto in grado (forse) di far saltare il banco non sono le opposizioni sociali e politiche, ma i mercati.
Berlusconi resta al suo posto, più debole, più pericoloso, ostaggio di poteri forti (banchieri e padroni) che tanto forti non sono, e neanche capiscono bene quel che sta succedendo. Emma Marcegaglia è costretta a frenare un Sergio Marchionne ringhiante contro Palazzo Chigi, perché Corriere della Sera e Sole 24Ore hanno aggiustato il tiro e chiamano i pompieri per spegnere l’incendio. C’è poco tempo per ritrovare la ragione e ornare a pensare che non c’è alternativa - a Berlusconi, al liberismo, all’ingiustizia sociale - senza conflitto.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 4 agosto 2011

MA LA SINISTRA NON C’È di Valentino Parlato

Viene da dire che siamo proprio messi male. Silvio Berlusconi, che sciocco non è, ha fatto un discorso di ordinaria amministrazione. Come ha detto, già nel corso della trasmissione, Guido Gentili del Sole 24 ore, è un discorso che avrebbe potuto fare tre mesi fa. Talvolta far finta di niente – come ha fatto Berlusconi – è un modo accorto di fronteggiare problemi che non si è in grado di risolvere. Nessuna proposta, nessuna iniziativa nel discorso del Cavaliere, quasi un tutto va bene madama la marchesa. In ogni modo io resto dove sono.
Francamente deludente in questa situazione di crisi italiana e mondiale la replica del Partito democratico, per bocca di Bersani. Critiche, denunce, ma zero proposte. Nulla su cosa il maggiore partito di opposizione propone in alternativa allo scorrere dei fatti, alla resistenza di Berlusconi, ai rischi del disastro per l’economia (e non solo) del nostro paese. Berlusconi è messo assai male e l’elusività del suo discorso lo conferma, ma rebus sic stantibus continuerà a occupare Palazzo Chigi. E addirittura si permette attraverso la voce del neosegretario del suo partito Angelino Alfano di accusare l’opposizione di essere partito dei mercati e non dei cittadini.
«Da tutto ciò che accade – scriveva Alfredo Reichlin sull’Unità di ieri – emerge l’estrema debolezza della politica». E – sempre Reichlin – si domanda se «è abbastanza chiara la nostra diversità politica». Domanda non da poco.
Il discorso di Berlusconi è stato assolutamente elusivo, ma egualmente elusiva è stata la replica di Bersani. Non basta accusare Berlusconi dei fallimenti che sono sotto gli occhi di tutti, se non si ha l’intelligenza e la forza di proporre un’alternativa che non sia solo la richiesta di elezioni anticipate. Il Pd deve (dovrebbe) avere la forza e l’intelligenza di proporre un’alternativa di governo. Gli esiti dei referendum e delle recenti elezioni amministrative dovrebbero incoraggiarlo. C’è una società che di Berlusconi ha cominciato a stancarsi, ma a questa società bisogna offrire serie proposte per uscire dalla crisi e dai fallimenti bancari, per combattere l’attuale decrescita e la crescita dei disoccupati.
Dire che Berlusconi è cattivo, se non si propone nulla di buono, serve solo a far continuare, e sempre in peggio, la crisi del paese.
Insomma, c’è una seria crisi della politica e, aggiungerei, della sinistra. Ma Berlusconi – lo conferma il suo discorso di ieri – è proprio messo male, solo che il suo star male mette al peggio l’Italia e questo, paradossalmente, lo rafforza.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ultima chiamata di Marco Travaglio

(foto tratta da referendum legge elettorale)
Chi si salverà dall’apocalisse prossima ventura della Seconda Repubblica? Non B., le cui performance al bungabunga, per quanto penose (soprattutto per le ragazze), sono comunque migliori di quella di ieri alla Camera. Non Bossi, che ha deciso di perire con lui, abbracciato al suo cadavere politico. Non Tremonti, avviato sul viale del tramonto per casini di case. Non i Responsabili o come diavolo si chiamano: basta guardarli in faccia. Potrebbero salvarsi gli oppositori, almeno quanti riusciranno a essere o almeno ad apparire alternativi alla casta e al berlusconismo: ma appaiono tutti impallati, ingessati, imbalsamati. Bersani e D’Alema li possiamo salutare con una prece, grazie alle gesta dei loro fedelissimi Morichini, Pronzato, Penati & C. Ma il Pd è un grande partito e potrebbe redimersi con un salto di genere (Bindi) o di generazione (Zingaretti). Piercasinando è un simpatico trasformista, ma basta dare un’occhiata accanto a lui per notare Cesa e sentirsi male. Rutelli non pervenuto. Fini ha sbagliato tutte le mosse tranne una (mollare B.). Vendola si dibatte tra un’immagine di leader movimentista e una realtà di governatore continuista e parecchio sgangherato. Di Pietro oscilla fra un passato di tribuno da piazza e una concorrenza grillina che lo spinge a cercar voti fra i centrodestri in fuga. Eppure un’occasione d’oro per scrollarsi di dosso la puzza di casta ce l’avrebbero: il referendum elettorale per cancellare il Porcellum di Calderoli (e Casini) e riportare in vita il Mattarellum. Che aveva mille difetti, ma almeno consentiva agli elettori di scegliersi direttamente – collegio per collegio, con l’uninominale – il 75% dei parlamentari (il resto era distribuito col proporzionale). Il quesito porta le firme di Di Pietro, di alcuni big democratici (Bindi, Veltroni, Parisi) e di Migliore di Sel. L’11 luglio è stato depositato in Cassazione e ora si tratta di raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre. Dopodiché non si potranno più proporre referendum sino a fine legislatura, il che significa che alle elezioni del 2013 dovremmo votare con il Porcellum, cioè lasciar nominare i 945 parlamentari da cinque segretari di partito. A meno che, si capisce, il Parlamento non cambi la legge elettorale: mission impossible, visto che non solo non c’è una maggioranza su una proposta alternativa, ma i due partiti maggiori sono spaccati al loro interno su una miriade di proposte inconciliabili. Solo la pistola puntata del referendum potrebbe indurre le Camere a un estremo atto di resipiscenza. Dunque non si scappa: bisogna raccogliere mezzo milione di firme in meno di due mesi. Parisi e Di Pietro hanno annunciato al Fatto che passeranno l’estate ai banchetti (l’Idv anche per abolire le province). Ma gli altri? Che aspettano i finiani ad aderire e darsi da fare, per sottrarre a Pdl e Lega i voti di tanti italiani di destra schifati da una legge che è la quintessenza della casta? E l’Udc? E Sel? Ma soprattutto: a che gioco gioca il Pd? Le feste estive dell’Unità (o come diavolo si chiamano) sono il luogo ideale per raccogliere le firme. Ma l’astuto Bersani, non contento di aver boicottato e ignorato i referendum su legittimo impedimento, acqua e nucleare, salvo cavalcarli quando si rischiava di vincerli e metterci il cappello quando si sono vinti, sta ripetendo quel tragico errore per tenere insieme il Pd, diviso – tanto per cambiare – su cinque o sei posizioni. D’Alema, all’inseguimento di Casini, tifa proporzionale. E il maggioritario Veltroni, che era addirittura fra i promotori, ha cambiato idea: come sempre è pro “ma anche” contro. Ora però i casi sono due. O il Pd (con Fli, Sel e Udc) dà una mano a Di Pietro e a Parisi, e allora le firme si raccolgono, il referendum si fa, il quorum si raggiunge e il Parlamento di nuovo eletto dal popolo recupera un briciolo di autorevolezza. Oppure crolla tutto e chi finisce sotto le macerie è bene che ci resti. Ps. Da oggi sono in vacanza, quindi questa colonna si diraderà un pochino. Ma conto di tornare presto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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domenica 31 luglio 2011

Tremonti, un giallo che non funziona di Alessandro Robecchi

(vignetta Roberto Mangosi)
Gentile editore, le invio una breve sinossi della trama del mio prossimo giallo a sfondo politico. Cordiali saluti.
Il ministro del Tesoro, capo della Guardia di Finanza, si sente pedinato dalla Guardia di Finanza. C’è il fondato sospetto che il Presidente del Consiglio ce l’abbia con lui, il che lo spinge a pagare l’affitto ogni settimana in contanti a un inquisito suo amico, e a sostenere che è tutto regolare, pur essendo una cosa che se fai nella vita vera arriva la Guardia di Finanza e ti fa un culo così. Quale Guardia di Finanza? Quella che tifa Tremonti o quella che tifa Berlusconi contro Tremonti? Sempre che l’affitto non lo pagasse invece il solito imprenditore, come da verbali, e allora la Guardia di Finanza dovrebbe andare anche da lui. Abbiamo abbastanza Guardia di Finanza in Italia o dobbiamo prendere degli stagionali?
In ogni caso, la giusta esigenza di Tremonti di non dormire in una caserma della Guardia di Finanza, dove non si sentiva sicuro, lo ha spinto a dormire a casa di Milanese, dove invece si sentiva sicuro. Sicuro
di fare una figura di merda. Nel frattempo il Presidente del Consiglio, quello che ha amici nella Guardia di Finanza che forse spiavano e pedinavano il ministro del Tesoro capo della Guardia di Finanza, è minacciato di morte da Gheddafi.
Senza dubbio una mossa pubblicitaria: ora Gheddafi starà simpatico a tutti.
O forse solo un modo per sviare l’attenzione e confondere chiunque, compresa la Guardia di Finanza, che non sa più chi pedinare: Tremonti? Gheddafi? L’imprenditore che paga l’affitto?
Tutti si aspettano da un momento all’altro le dimissioni di qualcuno,ma siccome l’economia traballa e i famosi mercati ci cacano in testa, nessuno si dimette. Fine.
Gentile Robecchi, la sua trama fa schifo, non è credibile, è troppo assurda. Affitto in contanti? Pedinamenti? Va bene la fiction e la fantasia, ma non esageriamo! Quale paese potrebbe sopportare tanto senza cominciare una sommossa? Cordialmente,l’Editore.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Tunnel carpale di Marco Travaglio

(vignetta Matteo Bertelli)

Il tunnel carpale scavato da B. sotto i tribunali col piede di porco dei suoi legislatori e con la lingua dei suoi servi, ivi compresi i magistrati che infestano il ministero, ci regala la tanto sospirata Riforma Epocale della Giustizia. Dopo 17 anni di cincischiamenti sporadici che allungavano qua e là i dibattimenti, accorciavano prescrizioni, abolivano reati, abbassavano pene, condonavano condanne, svuotavano galere, silenziavano pentiti e testimoni, favorivano imputati di serie A, limavano le unghie ai pm e le laccavano agli avvocati, scudavano premier e ministri, il Senato ha finalmente varato un provvedimento organico, sistematico, scientifico, definitivo: la morte del processo. Ma sì, un bel colpo secco, ci si leva il dente e non se ne parla più. Sotto gli occhi di quel monumento alla legalità che è Schifani, ovviamente indagato per mafia, passa una legge che farebbe vergognare Al Capone, beffardamente battezzata “processo lungo”. Come a dire: vi aspettavate il processo breve? E invece approviamo quello lungo: ci eravate cascati, eh? È una specie di gioco delle tre carte (anzi, mezza dozzina) per disorientare i cittadini, che hanno altro a cui pensare, e il capo dello Stato, che ha la sua età: processo breve, prescrizione breve, salva-Ruby, salva-Mondadori, riforma del Csm, azione penale discrezionale, separazione delle carriere, responsabilità civile, lodo Alfano-bis, neo-immunità e poi zac!, processo lungo, tiè. La norma voluta da Falcone, che dà valore di prova alle sentenze definitive nei processi su fatti analoghi, non c’è più: in ogni processo di mafia bisognerà ridimostrare che esiste Cosa Nostra. E se il rapinatore A viene condannato in Cassazione per aver rapinato una banca col rapinatore B, nel processo al rapinatore B bisognerà risentire tutti i testimoni: se A uguale B, non è detto che B sia uguale A. Tutto questo perché la Cassazione ha già stabilito che Mills fu corrotto da B., il che lascia presagire che B. abbia corrotto Mills, ma B. non vuol proprio sentirselo dire. Nel processo “toghe sporche”, B. e Previti chiesero di sentire tutti e 1700 i giudici passati per Roma nell’ultimo mezzo secolo per dimostrare che non li avevano corrotti proprio tutti. Il Tribunale di Milano rise molto e condannò Previti (B. se l’era già svignata). Col processo lungo, che obbliga i giudici a sentire tutti i testi “pertinenti” anche se inutili, il processo sarebbe in pieno corso, in primo grado, con l’escussione del 900° teste o giù di lì, e si trascinerebbe fin verso il 2035, salvo prescrizione o decesso dei testi, degl’imputati e dei giudici, si capisce. E così il processo Parmalat, dove Tanzi voleva sentire tutti e 35 mila gli azionisti del gruppo. E così il processo Eternit (nomen, omen), dove pure i difensori si accontentavano di 9.841 testimoni. Il bello di questa 42° legge ad personam è che è pure ad canaglias: vale per tutti. I colpevoli, s’intende, visto che gli innocenti e le vittime non hanno interesse a tirare in lungo, non foss’altro che per finire presto e non pagare l’avvocato in eterno. Se tutto va bene, e se esisterà ancora l’Italia, in settembre sarà approvata anche alla Camera e comincerà a dispiegare i suoi balsamici effetti. Sempreché il capo dello Stato, che l’altroieri commemorava spiritosamente Rocco Chinnici, non s’accorga dell’art. 111 della Costituzione: quello che raccomanda umoristicamente la “ragionevole durata dei processi”. E sempreché il neoministro Zitto Palma abbia l’accortezza di accompagnare il “processo lungo” con una norma complementare ormai imprescindibile. Perché tener aperti tutti quegli enti inutili chiamati “palazzi di giustizia” che costano un occhio fra giudici, pm, poliziotti, carabinieri, finanzieri, cancellieri, uscieri, segretari, se basta un avvocato con l’elenco telefonico sotto il braccio per far saltare tutto? Dopo il “processo lungo” s’impone l’ultima riforma epocale: il “tribunale chiuso”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 30 luglio 2011

GIUSTIZIA: Il governo delle disuguaglianze di Giuseppe Di Lello

(vignetta Sarx88-Il Fatto-30.07.11)
Sarà pur traballante per i colpi subiti con le elezioni amministrative, i referendum e le inchieste sui vari scandali, ma per gli affari personali - giustizia in primis - il cavaliere tiene saldamente in pugno la sua maggioranza parlamentare e continua a servirsene per ottenere l’impunità nei tanti processi che ancora lo assillano. Cambia nome il guarda sigilli ma non cambiano gli spartiti che rimangono quelli scritti da Ghedini e compari. La musica è sempre la stessa: rimodellare il processo penale per farne uno strumento adeguato a proteggere i potenti, inutile per l’accertamento della verità ma utile per procurare lungaggini e prescrizioni da rivendere poi come assoluzioni sul mercato elettorale.
L’accorciamento dei tempi di prescrizione con la ex Cirielli da solo non bastava senza un complementare allungamento dei tempi del processo che garantisse con maggior sicurezza il raggiungimento dello scopo: ed ecco il processo irragionevolmente lungo.
In barba al giusto processo del novellato articolo 111 della Costituzione che lo
vorrebbe di ragionevole durata per approdare ad una sentenza definitiva e non ad una prescrizione. Non a caso giusto processo e ragionevole durata sono termini complementari e inscindibili e non si vede come il processo possa continuare a definirsi giusto pur diventando infinito: molto probabilmente la Corte costituzionale sarà chiamata a sciogliere questo rebus.
Il giudice del dibattimento non avrà più il potere di ammettere solo le testimonianze utili all’accertamento dei fatti, ma dovrà sorbirsi, a pena di nullità, tutte quelle indicate dalle parti, ad eccezione delle testimonianze vietate dalla legge o manifestamente non pertinenti. Le sentenze passate in giudicato in altri processi poi non potranno essere più utilizzate ai fini della prova del fatto in esse accertato e, nel caso venissero acquisite, la difesa potrebbe chiamare a testimoniare tutte le persone le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la motivazione della sentenza. Non solo dunque il giudicato non vale più nulla, ma si può addirittura richiamare in campo testimoni già sentiti che potrebbero modificare la versione dei fatti già resa, con buone prospettive per la revisione di sentenze definitive.
Berlusconi sa bene che la riforma della giustizia da lui sognata passa necessariamente per alcune modifiche costituzionali, con tempi lunghi che non coincidono con la residua durata della legislatura. Semmai dovesse andare in porto, alla fine ci sarebbe sempre un referendum confermativo senza quorum: con l’aria che tira, il suo sogno andrebbe comunque in frantumi. È quindi ovvio che le vere modifiche a cui tiene sono queste salva premier, da attuare con leggi ordinarie messe al sicuro con voti di fiducia. La Lega, dopo avere cercato di salvarsi l’anima e l’elettorato con l’arresto di Papa e, forse, a settembre con quello di Milanese, al Senato ha votato compatta e convinta l’ennesima legge ad personam e la voterà di nuovo alla camera. Chi sperava che sul fronte della legalità potesse procurare guai a Berlusconi deve prendere atto che così non è e mai sarà: il sodalizio negli affari reggerà fino alla fine e la sinistra dovrà contare sulle sue sole forze per tentare di arginare questa deriva di regime che sta scardinando lo stato di diritto. È una battaglia improba che non si può vincere con i soli appelli a «buttarlo giù» perché Berlusconi sa ben resistere a tutto, slogan compresi.
È necessario abbandonare ogni tentazione di aderire ai richiami alla coesione nazionale e puntare invece ad una saldatura tra lotte sociali e difesa della democrazia. Il «tanto peggio, tanto meglio» praticato da questo governo sulla pelle degli strati sociali più indifesi va combattuto su tutti i fronti.
Guerre, povertà, disuguaglianze sociali e disuguaglianze dei cittadini di fronte alla legge si tengono tutte insieme e cedere su alcune vuole dire solo fare il gioco di Berlusconi e dei finti moderati.

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venerdì 22 luglio 2011

Morto un Papa se ne fanno altri di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Il primo parlamentare della storia repubblicana che va in carcere senz’aver sparato un colpo (gli altri quattro on. det. erano tutti accusati di armi e sangue) si porta dietro un delirio collettivo che dà il segno dell’impazzimento del nostro agonizzante regimetto. Mentre gli arresti di politici si susseguono al ritmo di uno al giorno (ieri hanno riacchiappato l’ottimo Prosperini), politici e commentatori al seguito dicono cose che uno normale si vergognerebbe di pensare. Mario Pepe e Osvaldo Napoli, del Partito degli Onesti, vaticinano: “Così finiremo tutti dietro le sbarre”, facendo intendere che se qualcuno è momentaneamente a piede libero è solo perché non l’hanno ancora scoperto: forse sanno cose che noi ancora non sappiamo. Lucio d’Ubaldo, uno dei senatori Pd che han salvato Tedesco, spiega che lui è “garantista”: ma il garantismo significa che l’imputato ha il diritto di difendersi fino in fondo, non che i mandati di cattura li emettono i politici al posto dei giudici. Forse confonde Cesare Beccaria con Cesare Previti. Bersani, a proposito dell’indagine per tangenti sul suo braccio destro Penati (quello sinistro, Pronzato, è già dentro), non trova di meglio che dire “sono cose vecchie di dieci anni”, come se un ladro fosse meno ladro solo perché ha rubato qualche tempo fa. Ottimo anche l’on. avv. Paniz: “Chi vuole Papa in carcere vuole che i parlamentari siano meno uguali degli altri”. Già perché, com’è noto, i cittadini comuni non vengono mai arrestati, mentre i parlamentari sempre. Tedesco è in stato confusionale: prima dice che “la carcerazione preventiva è una barbarie” (l’ha scoperto solo ora che è toccata a lui), poi però chiede ai colleghi di avallare il suo arresto: il che significa che nemmeno lui vede fumus persecutionis ai suoi danni, infatti qualcuno gli fa notare che ha confessato e dovrebbe dimettersi da senatore. Lui naturalmente si tiene stretto il seggio con immunità incorporata e, appena salvato, dice “grazie al centrodestra”. Cioè al Partito degli Onesti che salva tutti gl’inquisiti, a prescindere. L’abolizione della logica tocca lo zenit sul Giornale e su Libero, che sono l’uno l’inserto satirico dell’altro. Feltri denuncia i “due pesi e due misure” per Papa e Tedesco, uno finito in carcere e l’altro rimasto in Senato: “Come al solito l’ha fatta franca chi è di sinistra e chi è dello schieramento opposto è stato mazziato”. E Belpietro, con lo stampino: “Se sei del Pd non ti arrestano... Non pensavamo che militare a sinistra garantisse un lasciapassare per evitare la galera... Si sta ripetendo quel che accadde una ventina d’anni fa quando... le richieste di arresto e gli avvisi di garanzia riguardarono una sola parte... Una cosa è certa: Papa ha sbagliato partito”. Forse non sanno, Feltri e Sallusti, che il partito di Papa, quello degli Onesti per intenderci, ha votato contro l’arresto sia di Papa sia di Tedesco, mentre tutti gli altri han votato a favore. Dunque Papa ha azzeccato il partito giusto. Il suo guaio è che la maggioranza ha deciso di votare a scrutinio segreto e alla Camera gli alleati leghisti l’hanno impallinato, mentre al Senato hanno in parte salvato Tedesco con la complicità dei soliti pidini sciolti, nascosti dietro l’anonimato, all’insegna del “cane non morde cane”. In ogni caso, se Tedesco non è finito dentro come meritava, è grazie al Pdl. Punto. Fosse dipeso dai magistrati, Tedesco sarebbe stato arrestato come Papa, visto che entrambi erano destinatari di un’ordinanza di custodia. Quanto a vent’anni fa, cioè a Tangentopoli, i primi politici arrestati dopo Mario Chiesa furono esponenti del Pds: Li Calzi e Soave. Non perché fossero di sinistra, ma perché prendevano tangenti. Ecco, ciò che manca totalmente nei commenti del dopo-Papa, anche in quello del presidente della Repubblica sul fantomatico “scontro fra politica e magistratura” (ma dove? ma quando? ma tra chi e chi?), è un piccolo dettaglio: se, oggi come vent’anni fa, tanti politici finiscono sotto inchiesta è perché tanti politici rubano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 21 luglio 2011

TEATRO DELLA POLITICA - Che spettacolo la casta in un giorno da leoni di Alessandro Robecchi

Se siete di quelli che se la prendono ogni giorno con la famosa casta, che costa e non produce, questo è il giorno di cambiare idea. Pochi, infatti, sanno produrre spettacoli di arte varia, commedie degli equivoci, teatro dell’assurdo come i rappresentanti del governo del fare. Ieri, a grande richiesta del fare ridere.

Primo atto Lo spettacolo è cominciato in mattinata, con una protagonista assoluta, Stefania Prestigiacomo, e alcuni nobili figuranti, tra cui Fabrizio Cicchitto, la spalla ideale di ogni comico. Trama entusiasmante. Su una mozione della Prestigiacomo, i ministri votano contro. Cicchitto percorre l’aula a grandi passi dando misteriose indicazioni, La Russa si agita come al solito, sempre Cicchitto viene alle mani con la ministra Brambilla (era dato 6 a 1 a Las Vegas, ma solo in caso di ko tecnico prima della quarta ripresa), ma purtroppo Verdini li divide. La Prestigiacomo si mostra donna tutta d’un pezzo e davanti alla sua stessa mozione stupisce amici e avversari astenendosi. Poi, invece di suicidarsi con un rituale giapponese, dichiara: «Non mi sento sconfessata». Applausi, richiesta di bis, standing ovation.
Risultato: il decreto rifiuti torna in commissione, il che è un’oggettiva vittoria della Lega. Che così andrà a votare per l’arresto di Alfonso Papa con un fagiano nel carniere, e si sospetta che renderà il favore.

Secondo atto.
Si svolge in due luoghi diversi. Al Senato si vota per l’arresto di Alberto Tedesco, Pd, accusato di corruzione. Alla Camera si vota per l’arresto di Alfonso Papa, Pdl, accusato di estorsione, concussione e altro. Un tipo in gamba. Quella che segue è una sommaria cronaca di cui Ionesco sarebbe invidioso.

Ore 11.40 Siamo contro il voto segreto per Papa. Lo dicono quasi all’unisono Rosi Bindi e Di Pietro. Temono che la Lega approfitti del voto segreto per dire una cosa e farne un’altra.

Ore 12.45 Bersani annuncia che il Pd voterà per l’arresto in tutti e due i casi, per Tedesco e per Papa.

Ore 12.50 Alfonso Papa si dice «sereno».

Ore 12.52 Franceschini lancia l’allarme: il ritorno in commissione del decreto rifiuti è la merce di scambio che la Lega incassa in cambio del voto contro l’arresto di Papa.

Ore 13.05 Marco Reguzzoni, della Lega, risponde indignato a Franceschini e accusa il Pd di volere lui il voto segreto per votare di nascosto contro l’arresto di Papa. Pensiero contorto, ma eccitante.

Ore 13.08 Italo Bocchino chiede il voto palese. La Lega gli grida Scemo, scemo. Eppure la Lega voleva il voto palese, quindi grida scemo a uno che ha la sua stessa posizione. Si teme il diffondersi del virus Prestigiacomo: proporre una cosa e votarsi contro. Purtroppo nessuno si trasforma in un bacellone verde come nei romanzi di fantascienza horror. Obiettivamente è un errore della sceneggiatura, pensavamo meglio.

Ore15.35Fabrizio Cicchitto chiede il voto segreto nella speranza che alcuni del Pd salvino Papa alla Camera per salvare poi Tedesco al Senato. Però dice di farlo per combattere il cinismo. Omeopatia.

Ore 15.36 Alfonso Papa: «Vivo questa giornata con grande serenità». Se fosse vero sarebbe l’unico.

Ore 15.53 Alberto Tedesco fa sapere che voterà sì al suo arresto e chiede il voto palese, forse per vedere chi è d’accordo con lui. È disposto anche a spararsi in un piede, ma solo con sparo palese.

Ore 15.56 Alfano, segretario del partito degli
onesti, chiede di votare contro l’arresto di Papa, pur sottolineando che non è per l’impunità. Ai mondiali di tuffi sarebbe un carpiato, voto 9.8, solo l’ingresso in acqua un po’ scomposto.

Ore 16.07 I Responsabili chiedono il voto segreto. Tutti meno uno, un tale Pisacane che si indigna perché qualcuno ha firmato al posto suo. Verbale: il Responsabile Pisacane non è responsabile della sua firma, ma ritirare la firma,perché non è sua, sarebbe irresponsabile.

Ore16.32 Visto che il voto sarà segreto, chi voleva il voto palese cercherà di votare facendo vedere bene cosa vota. Pd e Idv comunicano al mondo che voteranno con il dito indice, in modo che non ci siano dubbi. Indicativamente, è un bel gesto. Mostrare il medio, invece, è maleducato. Avere il pollice opponibile, come mostra questa giornata parlamentare, non è stato poi questo grande affare.

Ore 17.00Il tempio della democrazia rappresentativa scopre nuove forme di espressione. Nei cessi della Camera spunta la scritta: «Cosentino camorrista, Papa in galera». Per l’esame calligrafico ci vorranno gli investigatori di C.S.I.

Ore 18.12 Berlusconi si dice «ottimista sul voto». Il nostro consiglio, invece è di non farsi mai consigliare da lui un cavallo nella terza corsa, se non volete buttare i soldi.

Ore 18.16 Alfonso Papa parla della sua coscienza, di Dio, degli uomini e della Verità. A occhio e croce pare un po’ meno sereno di prima.

Ore 18.23 Berlusconi applaude l’accorato intervento di Alfonso Papa. Lo applaudono anche i ministri seduti ai banchi del governo. Il ministro Maroni, invece, è seduto ai banchi della Lega e non applaude. Bossi non c’è.

Ore 18.34 Divertente siparietto di Fabrizio Cicchitto sul giacobinismo, che «ha fatto tante vittime nel secolo scorso e rischia di farne anche in questo secolo». Meno degli incidenti d’auto, comunque.

Ore 18.36 L’arresto di Alfonso Papa viene concesso con 319 voti, la maggioranza era fissata a 302, per cui si può dire che 17 giacobini hanno fatto nuove vittime inquesto secolo. Meno degli incidenti d’auto, comunque.

Ore 18.50 Con ben 14 minuti di ritardo sul collega Papa, anche Alberto Tedesco taglia il traguardo della votazione con voto segreto, ma al Senato. 151 contrari e 127 favorevoli. Per lui l’arresto è negato, nonostante il suo voto e quello del suo partito. Al Senato l’opposizione è impotente. Tranne D’Alema che è potente pure lì.

Ore 18.51 Alcuni deputati Pdl lasciano la Camera in lacrime. Ci si chiede se soffrano davvero o se abbiano riso tantissimo, come tutti noi.

Ore 18.59 L’onorevole Fabrizio Cicchitto detta
alle agenzie alcune furibonde parole di condanna per l’accaduto. Tangentopoli 2, la vendetta, può cominciare.

Ore 19.00 Sipario. Recensioni entusiastiche, pubblico in visibilio. Spuntano a Roma le prime bancarelle che vendono forconi. Inquietante segnale di giacobinismo.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 20 luglio 2011

ABBIATE SFIDUCIA di Oliviero Beha

(vignetta Nardi)
Media italiani non governativi e stampa internazionale rimarcano come l’attuale momento di crisi italiano, tra Borsa e “spread” nel differenziale con i titoli di Stato tedeschi, non possa dipendere soltanto dalla speculazione. Invece Berlusconi e la sua corte, pittorescamente politico-mediatica, abbondano nell’uso del termine “speculazione” temo non riferita alla filosofia. Ma se l’abisso non dipende solo dagli speculatori dei mercati, c’è invece una crisi profondissima di credibilità e di presentabilità di questo governo, sempre secondo chi lo critica e vi si oppone. Una crisi di faccia, di facce e di facciata che spaventa. A mio avviso, persino il premier, in un momento di buon umore esilarato dei suoi, in privato sarebbe tentato di ammetterlo: abbiamo perso la faccia, dai e dai, ne abbiamo fatte troppe. Non si può pretendere che lo ammetta in pubblico, ma l’uomo o il Caimano è troppo intelligente, troppo atleta resistente del potere nel suo stupendo ventennio, per non saperlo. Scilipoti o non Scilipoti, curiosa assonanza con gli apoti di Prezzolini “che non la bevono” (Scilipoti invece se la divora...), ormai la presentabilità e la credibilità dell’esecutivo in esercizio sono andate in fumo, “bruciate” assieme ai miliardi di euro di Piazza Affari. Sembrerebbe dunque un discorso chiuso, e da riaprire solo nell’opzione pendente: governo tecnico, di salute pubblica, ammucchiata per “traghettare il Paese”, oppure elezioni anticipate per salvarlo fin da subito dal Mostro? Almeno è questo il tenore della quotidianità informativa. Temo che non basti. Sacrosanto l’interrogativo sulla porzione di credibilità rimasta a questo esecutivo, vicina allo zero. Ma se allargassimo il compasso al resto del Paese, opposizione compresa? Chi oggi è credibile e riscuote fiducia, specie in un momento di simile difficoltà? Chi, leader, partito o schieramento, non ha scheletri negli armadi pronti a spuntare fuori quasi da soli e neppure troppo polverosi (per dire che sono anche sufficientemente recenti)? Chi ha la faccia per chiedere sacrifici a un Paese massacrato fiscalmente nelle fasce più deboli? Chi può parlare in nome di qualche cosa, che non sia il necessario ma non sufficiente “Berlusconi a casa” bersanianamente ripetuto come una giaculatoria? Chi può davvero dimostrare, cioè non semplicemente esternare senza rischio alcuno di essere preso sul serio, che vuole immediatamente autoridursi i privilegi da “casta” ormai a rischio di assedio da parte degli otto milioni di italiani “in povertà” che a lorsignori sembrano fastidiosi e lontanissimi dai Palazzi? Sono stati capaci perfino di astenersi dal voto sull’abolizione delle Province (come è accaduto troppo spesso in passato in un elenco interminabile che spiega lo stallo di oggi), nascondendosi dietro capziosi giochi lessicali e sottovalutando l’impatto fortemente simbolico di tale voto... e tutto ciò in attesa di una effettiva abolizione di bacini elettorali di cui non possono evidentemente fare a meno. Dunque se è sfiducia, è sfiducia generalizzata che però non può venire strumentalizzata come difesa di Berlusconi, il maggiore in grado all’origine del precipizio. Ma neppure possiamo essere raggirati da Cavalieri Bianchi o Rosa che hanno razziato il territorio dove hanno potuto con la giustificazione che il Caimano faceva peggio. E allora ce lo teniamo? No. Ma come sostenevano le donne di Siena manifestando dal basso contro un alto impresentabile e complice o almeno complementare, la politica va cercata oltre la politica, oltre questa politica. Se non abbiamo più fiducia in queste figure/figuri, sta a vedere che adesso è pure colpa nostra: cornuti e mazziati. Bella speculazione da parte di tutti, niente da dire.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Vocazione minoritaria di Marco Travaglio

(vignetta Natangelo-Il Fatto)
Il Pd cresce nei sondaggi, insieme all’Idv, mentre il Pdl è in caduta libera e i dirigenti leghisti rischiano il linciaggio per mano padana. Dunque, come sempre in questi casi, i suoi leader vengono colti da un senso di vertigine che li porta a fare e a dire cazzate per gettare alle ortiche il vantaggio conquistato a loro insaputa. Hanno vinto le comunali perché non sono riusciti a candidare chi volevano loro. Hanno messo il cappello sui referendum che mai si sarebbero fatti se fosse dipeso da loro. Poi han cominciato a farsi le pippe sulla legge elettorale, litigando sulla consueta mezza dozzina di proposte. E a partorire fumisterie politichesi sul nuovo governo (istituzionale, di garanzia, di responsabilità, del presidente, tecnico, elettorale, balneare) che dovrebbe sostituire quello di B. se B. facesse la grazia di dimettersi, come chiedono loro e come non farà mai. Dialoghetti ridicoli di Bersani con Maroni e con Casini, manco un caffè con Di Pietro e Vendola, gli alleati naturali, per non indispettire gli avversari naturali. Siccome la gente è infuriata per la manovra del governo che ruba ai poveri per dare ai ricchi, il Pd ha la bella pensata di dire no, ma senza opporvisi né presentarne una alternativa. E quando Idv, Fli e persino Udc votano per abolire le province, fa quadrato con Pdl e Lega per conservare quelle greppie inutili che ci costano 14-17 miliardi l’anno. Naturalmente il Pd è per l’arresto di Papa e Milanese, ma fa melina per cinque mesi su quello del compagnuccio Tedesco, dando l’impressione di farsi ricattare dal Pdl. Così la gente inferocita, anziché rivolgere i suoi forconi contro il governo, li orienta verso tutti i grandi partiti, Pd compreso. Poteva mancare il solito contributo al disastro da parte di Max & Uolter? No che non poteva. Ecco D’Alema alla festa di Roma additare al pubblico ludibrio non i ladri della patria che se la stanno mangiando pezzo per pezzo, ma il “moralismo paranoide” di chi “ha creato un clima di odio nei miei confronti” (copyright di B.) e la “delegittimazione morale dell’avversario” (copyright di B.). Poi, per mettere in fuga qualche altra vagonata di elettori, rivendica la Bicamerale e il suo indefesso impegno contro il conflitto d’interessi. Perché allora, negli 8 anni del centrosinistra, non fu mai risolto? “La sinistra decise di dare la priorità alla riforma del titolo V della Costituzione”. Ah beh allora. I suoi amici inquisiti Morichini, Pronzato, Tedesco, Frisullo, Paganelli? “Non direi che il Pd sia coinvolto nella questione morale… Accuse di tipo maniaco compulsivo: qualunque cosa succede è colpa mia”. Intanto Veltroni, quello della “vocazione maggioritaria” del Pd, si fa intervistare da Cazzullo sul Corriere. Frasi ficcanti, icastiche, tacitiane. “Berlusconi oggi è il problema”. Oggi? E l’anno scorso? E quatto anni fa, quand’era l’“interlocutore privilegiato” per “dialogare” di “riforme condivise” per la “legittimazione reciproca”? “Oggi”, diversamente dal suo passato di noto statista, B. “si occupa di Papa e della sentenza Mondadori” anziché del Paese. Ma va? Dunque non resta che affidarsi al suo proverbiale senso di responsabilità: “Deve avere la misura minima di capire che per una volta deve far prevalere gli interessi della Nazione sui propri”. Cioè andarsene spontaneamente e cedere il passo, magari con un inchino di cortesia, a “un governo presieduto da una persona affidabile e credibile”: un “governo di decantazione” con tutti dentro (“consenso larghissimo”), già auspicato da Uolter e dall’affidabile e credibile Pisanu (ripetiamo: Pisanu). La nuova speranza è Angelino Jolie: “Quando Alfano è diventato segretario Pdl, gli ho telefonato. Gli ho detto che ha due possibilità: può fare il secondo di B. oppure può essere l’uomo di una nuova destra, civile, rispettosa delle regole”. Alfano. Nuova destra. Civile e rispettosa delle regole. Alfano. Viva sorpresa dall’altro capo del filo: “Uolter, non è che hai sbagliato numero?”.

Fonte articolo 'IL Fatto Quotidiano'
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lunedì 18 luglio 2011

BISIGNANI-GATE La Lega già cede, Papa può sperare nel voto segreto di Andrea Fabozzi

(vignetta Natangelo- Il Fatto-17.07.11)
«Non vorrei che a qualcuno venisse il rimorso di aver mandato una persona ingiustamente in carcere». Dopo settimane di silenzio, ieri è tornato a parlare con i giornalisti Alfonso Papa, il deputato del Pdl che la procura di Napoli vuole arrestare per il suo coinvolgimento nell’inchiesta cosiddetta «P4» sulla consorteria di Luigi Bisignani.Ma più che sul rimorso, Papa sa di poter contare sulla volontà di resistenza del governo e dei suoi colleghi di maggioranza. Il voto che lo riguarda, in calendario mercoledì, è stato trasformato da Berlusconi in qualcosa di simile a una questione di fiducia. «Salviamolo o torniamo al ’92», ha detto evocando scenari da Tangentopoli. E come tante volte in questi tre anni, la Lega potrebbe decidere di mettere da parte i proclami bellicosi proprio all’ultimo momento, quando si tratta di votare, scegliendo di accettare la disciplina della coalizione. Questa volta sarà ancora più facile visto che il voto sarà segreto.
Venerdì, dopo che i suoi deputati in giunta si erano astenuti invece di votare per l’arresto di Papa, Bossi era stato lapidario: «In galera», aveva detto per correggere il tiro. E ieri la Padania si arrampicava sugli specchi, sostenendo che comunque l’astensione dei due leghisti era stata decisiva per assicurare il numero legale e dunque per permettere alle opposizioni di far passare il sì all’arresto. Ma non è vero: il numero legale nella giunta è di sei deputati e le opposizioni ne hanno messi insieme dieci. E dunque nessuna meraviglia se ieri dalla Lega sono arrivati i primi segnali di una svolta che, se ci sarà, non sarà comunque dichiarata ma nascosta dal voto segreto. «La linea del partito è chiara, siamo per autorizzare l’arresto di Papa - ha detto proprio Paolini, uno dei due deputati che si sono astenuti in giunta - mase ci sarà il voto segreto è possibile che qualche singolo parlamentare possa esprimersi diversamente». E voto segreto sarà, com’è prassi per le questioni che riguardano le singole persone: basta la richiesta di cinquanta deputati o di un capogruppo. L’ammissione del leghista Paolini, va detto, è stata fatta all’agenzia di stampa AdnKronos il cui editore e direttore Giuseppe Marra è coinvolto con Papa nell’inchiesta P4, ma non è indagato. Maurizio Paniz - il deputato che ha convinto la maggioranza a votare senza vergogna che Berlusconi era in buona fede su Ruby Mubarak - ieri ha garantito che il Pdl sarà granitico nel respingere la richiesta di arresto. Ha dovuto farlo perché qualche timido accenno di dissenso c’era pur stato. Contemporaneamente Dario Franceschini si è affrettato a rassicurare che i deputati del Pd voteranno per l’arresto e soprattutto che nessuno del partito di Bersani chiederà il voto segreto. Perché invece il sospetto è che nel buio dell’aula ci possa essere uno scambio tra la sorte di Papa e quella del senatore Tedesco, la cui richiesta di arresti domiciliari (inchiesta sanità in Puglia) aspetta di essere esaminata dall’aula da più di tre mesi, da quando la giunta ha terminato il suo lavoro. Ieri alcuni parlamentari del Pdl, sulla scorta di un articolo del Giornale, hanno mandato segnali al Pd, chiedendo che anche su Tedesco venga presa presto una decisione. Ma finora è stato il presidente del senato e con lui la conferenza dei capigruppo a tenere la questione in stand-by. «Io sono pronto da mesi, le mie conclusioni sono stampate», dice il relatore Li Gotti (Idv). a.fab.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 16 luglio 2011

AAA cercasi palo di Marco Travaglio

(vignetta tratta da giustizia.usb)
Siccome la politica è noiosa e ogni tanto c’è bisogno di svago, è partita la caccia al nuovo ministro della Giustizia. Si tratta di rimpiazzare Angelino Jolie, che s’è messo in testa di essere il segretario del Pdl e nessuno osa contraddirlo. E qui sta la prima difficoltà: come si fa a sostituire il nulla? Oddio, trovare un altro nulla non è così complicato. Infatti il pensiero di tutti è corso a Frattini Dry, quello che si crede il ministro degli Esteri anche se nessuno se n’è mai accorto (all’ambasciata americana lo chiamano affettuosamente “il fattorino” e ogni tanto lo invitano alle feste per farsi quattro risate). Con la sua fronte inutilmente spaziosa, almeno quanto quella di Angelino, il pelo superfluo della Farnesina potrebbe essere proprio l’uomo ideale. Il guaio è che B. ha bisogno di qualcuno minimamente presente a se stesso, visto che un Guardasigilli non gli basta: a lui serve un prestanome, anzi un palo. Uno che gli tenga il sacco. C’è da annullare quel brutto risarcimento a De Benedetti che fa piangere la piccola Marina e scivolare in bagno Papi Silvio. Eppoi qui stanno partendo i rastrellamenti e servirà presto non una leggina ad Nanum, ma una vagonata di porcate una più porca dell’altra. Bisogna tenersi pronti a depenalizzare la corruzione per salvare Milanese e Papa, e persino la mafia per salvare Romano. Occorre qualcuno di mano lesta e mente pronta, mentre Frattini ha la reattività di un bradipo con l’artrosi (infatti, mentre tutti lo indicavano per Via Arenula, lui s’è detto “sorpreso”: dopo tre anni deve ancora realizzare di essere ministro degli Esteri). No, ci vuole ben altro. Si era parlato di Lupi, che è un tipo sveglio, ma non è mica scemo: infatti ha rifiutato. Cicchitto è subito sfumato: forse un piduista alla Giustizia lo boccerebbe persino Napolitano. Niente da fare nemmeno per la Bernini: ha il grave handicap di essere laureata in Legge e, quel che è peggio, incensurata. Nemmeno un avviso di garanzia, un mandato di cattura: una tipa sospetta, forse un’infiltrata delle procure. Così s’è pensato di riesumare il leghista Castelli, “l’ingegner ministro” di Borrelli, quello che per combattere meglio l’illegalità aveva portato al ministero Alfonso Papa e, a furia di consulenze d’oro, s’è guadagnato una condanna della Corte dei conti, mentre il Parlamento di Roma ladrona lo salvava dai tribunali. Ma anche lui è tramontato: la Giustizia spetta di diritto al Partito degli Onesti. E allora s’è autocandidato Brunetta, sempreché gli sfugga anche quest’anno il Nobel per l’Economia (un atto dovuto). Sua, del resto, l’idea geniale di moltiplicare la produttività dei tribunali mettendo i tornelli all’ingresso. Ma, per quanto B. detesti i magistrati, sciogliergli alle calcagna un Brunetta è parso troppo persino a lui. Così nelle ultime ore sono salite le quotazioni dell’on. avv. Donato Bruno, già socio di Previti, una garanzia. Si dice che molti temano di esser indagati appena entrati al ministero. E allora perché non valorizzare il sottosegretario Caliendo, che è già indagato (P3), o il ministro Romano, già imputato (mafia)? Qualcuno azzarda in extremis la candidatura di Nitto Palma. Ma, Nitto per Nitto, molto meglio Santapaola. Qualcuno, infine, preferirebbe un tecnico. Tipo Carlo Nordio, noto per dare sempre ragione ai berluscones e per andare a cena con Previti. O, meglio ancora, Augusta Iannini in Vespa, già cocca di Squillante, da dieci anni al ministero prima con Castelli, poi con Mastella, infine con Angelino, che accompagna spesso a Palazzo Grazioli trattenendosi anche quando ministro e premier sono usciti (che s’ha da fare pur di non tornare a casa). Ma a questo punto tanto vale fare ministro direttamente Vespa. Che così smetterebbe di ospitare a Porta a Porta i datori di lavoro della sua signora e s’intervisterebbe da solo. Ieri B. spiegava alla Camera la sua rovinosa caduta in bagno: “Sul pavimento c’era qualcosa di viscido”. Era Vespa che si portava avanti col lavoro.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 9 luglio 2011

GOVERNO · Tregua gelida tra Tremonti e Berlusconi. Il ministro ai pm: temo la cura Boffo Il gong prima dell’ultimo round di Matteo Bartocci

(vignetta Ellekappa tratta da Repubblica)
Vizi privati e pubbliche virtù. O almeno ci provano. Quella tra Berlusconi e Tremonti è la più forzata delle tregue. Dopo essersene dette di tutti i colori, il primo ministro e il primo dei ministri pranzano insieme a sorpresa a palazzo Chigi per provare a siglare un’intesa su come procedere. L’unico altro commensale ammesso a tavola è Gianni Letta.
L’Italia vede «l’abisso Grecia» e un pasdaran berlusconiano come Osvaldo Napoli intona l’inno alla responsabilità nazionale. In parole povere: smettiamola di litigare.
Pare facile. Tremonti ha dato del «cretino» a Brunetta e del «furbetto» al premier. E Berlusconi lo invita a pranzo proprio nel giorno in cui, sull’odiata Repubblica, lo apostrofa come «l’unico che non fa gioco di squadra, a lui il consenso non interessa, a noi sì. Tanto dove va?». Attorno al ministro - nella bufera per la corruzione e i lussi attorno al suo factotum Marco Milanese, dal governo arriva una solidarietà puramente di facciata. Lo stesso Alfano si limita a dire che «è una persona per bene». Non a caso il colloquio tra Tremonti e il premier viene definito «gelido» da chi ne ha saputo i contenuti. Tremonti è privo di sponde solide sia in parlamento che nel partito che nel governo. Sa che stavolta si gioca tutto e solo l’emergenza può tenerlo ancora a galla.
Ancora una volta sono circolate voci sulle sue dimissioni. Chi lo ha visto lo ha giudicato «provato» dalle inchieste attorno a uno dei suoi pochi fedelissimi. Milanese era qualcosa di più di un consigliere politico. Addetto alle nomine nel parastato e ai rapporti con le commissioni parlamentari. Uomo di mano, relatore dell’ultima manovra lacrime e sangue alla camera in piena tempesta con Fini. Dai verbali che filtrano da Napoli, nel suo interrogatorio del 17 giugno scorso Tremonti ha detto ai pm che vogliono arrestare Milanese di temere «il metodo Boffo» su di sé.
Guarda caso, ecco spuntare pochi giorni dopo la vicenda della sua casa, affittata da Milanese ma a sua disposizione e ristrutturata gratis da imprese poi beneficiate di appalti del ministero. Guido Crosetto, sottosegretario tra i più ostili al super-ministro, bolla la vicenda della casa offerta da Milanesecome un problema di «braccino corto», lo sanno tutti che Tremonti è tirchio: «Se ti offre un caffè fai un comunicato stampa».
Frasi ad effetto che non rafforzano certo la tenuta del governo. Il nuovo mantra berlusconiano è che il pareggio di bilancio nel 2014 promesso all’Europa non si discute anche se la manovra si può cambiare in parlamento. Berlusconi stesso vorrebbe cancellare il superbollo dei Suv, attenuare i tagli alle pensioni, ridimensionare le tasse sui titoli. Sul perché sia stata approvata con un decreto legge se era una semplice «bozza di lavoro» Tremonti si difende dicendo che restare con la manovra aperta in parlamento fino a settembre sarebbe stato un massacro per un debito pubblico nel mirino della speculazione. Può darsi. Sta di fatto che nell’ultimo mese «collegialità» e insulti plateali sono stati il pane quotidiano della maggioranza. E la stessa tabellina diffusa dall’Economia dimostra che quasi 16 miliardi della manovra dipendono dalla delega fiscale, cioè da un provvedimento di per sé di più lunga attuazione.
Le redini del bilancio sbandano. E in serata si fa sentire di nuovo il Quirinale: «Bisogna insistere nello sforzo per tenere sotto controllo i conti pubblici», dice Napolitano a 360 gradi. Martedì Tremonti volerà a Bruxelles per l’Ecofin.
In valigia, oltre ai dolori italiani, la fresca nomina a coordinatore dei ministri finanziari del Ppe.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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