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di 'Per quel che mi riguarda'
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mercoledì 21 settembre 2011

ECONOMIA ITALIANA - Con Silvio B. dieci anni di declino di Pitagora

(vignetta Mauro Biani)
Standard & Poor’s ha abbassato di un gradino (da A+ ad A) il giudizio sui titoli dello stato italiano a «causa dell’indebolimento delle prospettive di crescita e dell’incertezza del contesto politico», aggiungendo che «le prospettive rimangono negative». L’agenzia si è quindi lasciata aperta la possibilità di procedere a breve a un ulteriore declassamento, tenendo presente che «il debito pubblico dell’Italia è il più alto tra i paesi sovrani con rating A». In ogni caso, il giudizio rimane nella fascia più elevata di voto.
Al di là della decisione, di fatto scontata in presenza di condizioni di mercato che attribuiscono alla carta italiana un premio al rischio più elevato rispetto alla bassa probabilità di bancarotta stimata dell’agenzia di rating, appaiono di un certo interesse le motivazioni fornite.
La sostenibilità dell’elevato debito pubblico è messa in discussione dalle insufficienti prospettive di crescita dell’economia italiana che, in linea con le principali istituzioni internazionali (Bce, Fmi, Ocse), sono state abbassate e dalla «fragilità della coalizione di governo e delle divergenze politiche all’interno del Parlamento che continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisiva al difficile contesto macroeconomico».
In seguito all’interpretazione malevola del governo, secondo cui il giudizio sarebbe stato «influenzato da considerazioni politiche», l’agenzia ha diffuso una nota in cui si dice che «la valutazione è basata su un’analisi dettagliata e indipendente delle prospettive economiche e fiscali dell’Italia e sulle ipotesi relative all’andamento atteso del debito». L’agenzia ha poi precisato che «i rating indicano come diverse iniziative politiche possono impattare l’affidabilità finanziaria e non intendono dare alcun suggerimento sulle politiche che un governo dovrebbe o non dovrebbe perseguire». Dopo poche ore, il Presidente della Confindustria si è espressa in termini più netti dichiarando che «non c’è più tempo: o il governo è in grado di mettere in piedi una serie dimisure gravi, serie, anche impopolari, sennò deve andare a casa».
Il punto é che in oltre otto anni di governo della destra in quest’ultimo decennio il declino dell’economia italiana è stato enorme. Il Pil del nostro Paese è stato sopravanzato da quello della Cina, dell’India e del Brasile; altri Paesi ci tallonano con tassi di crescita attesi molto più elevati del nostro; quello della Turchia è più elevato di quello cinese; il peso dell’Italia negli scambi commerciali è crollato; malgrado politiche retributive del lavoro sfavorevoli, la competitività delle nostre aziende nel mercato mondiale è calata; sebbene la domanda di prodotti esteri sia debole per il calo dei redditi delle famiglie, l’interscambio delle partite correnti è negativo; non esistono «campioni nazionali» nei comparti tecnologicamente avanzati.
La ricchezza pro-capite degli italiani, distribuita in modo sempre più diseguale è diminuita in media di quasi un punto percentuale all’anno. La povertà si è diffusa e va interessando ceti sociali prima benestanti. L’indebitamento delle famiglie è cresciuto a ritmi elevati. Per quanto riguarda i conti pubblici si è sprecato il dividendo dell’euro non perseguendo all’inizio del decennio il pareggio di bilancio quando era un obiettivo di semplice portata, anche in virtù della migliore reputazione allora goduta dallo stato italiano in seguito al risanamento realizzato nel lustro precedente. I governi di destra hanno dissipato l’apprezzamento dei mercati accrescendo costantemente la spesa e allentando i controlli amministrativi, preventivi e susseguenti.
L’improvvisazione di questa estate nel formulare con colpevole ritardo una manovra correttiva dei conti pubblici e le intrinseche debolezze e ingiustizie di quella approvata in assenza di qualsiasi approfondimento da parte del Parlamento sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In una situazione di crollo della fiducia degli investitori che ha portato all’inusuale intervento dell’Eurosistema dell’acquisto di titoli di stato e al commissariamento del governo da parte di quelli francese e tedesco, la richiesta di S&P di un ricambio nelle politiche economiche del nostro Paese appare non solo ragionevole, ma scontato.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 20 agosto 2011

E tassare i ladri? di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto. Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo. Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete. Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri. Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse. Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più. Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anziché degli onesti. Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltreché riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato. Perché non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel? Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ‘99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa. Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 14 agosto 2011

E i topi fingono di abbandonare la nave di Alessandro Robecchi

(vignetta Claudio Ruiu)



















Abilmente travestiti da Gianni e Pinotto, i due più pericolosi rapinatori del paese hanno messo a segno il loro colpo migliore. Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, quelli che hanno aumentato di 250 miliardi il debito pubblico in tre anni (chapeau!), hanno compiuto il più grande furto della loro epoca. Sacconi faceva il palo, e anche per questo è strano che non li abbiano presi. Vittime della rapina: ceti medi e bassi penalizzati dal taglio dei servizi e dell’assistenza (che i rapinatori astutamente chiamano tagli ai costi della politica), e quella parte minoritaria di ceti medi e medio-alti che paga le tasse. Beneficiari della rapina, le categorie protette dal governo Berlusconi: i super-ricchi che vivono di rendite e gli evasori fiscali. Mentre si valutano gli effetti della rapina, i rapinatori si mostrano dispiaciuti. È un vecchio trucco: il povero Silvio si duole di aver derubato gente per bene e aiutato i soliti delinquenti a cavarsela ancora una volta, è contrito di aver messo le mani nelle tasche degli italiani, invece che, come tradizione e vanto, sul culo delle italiane. Si registrano, in più, alcuni testacoda assai divertenti.
Quello del vicedirettore di Libero, per esempio, un certo Bechis che annuncia: «Mi autosospendo da elettore del centrodestra». Uh, che ridere! Sarà lo stesso Bechis che in decine di occasioni abbiamo visto in tivù strologare sul genio di Silvio? Non sarà un po’ comodo autosospendersi adesso? Dove ha vissuto negli ultimi anni, su Saturno? resti lì, Bechis, andiamo, un po’ di dignità! Sorprendente anche un certo Feltri Vittorio, che sbraita e strepita sulla manovra iniqua, e che avrebbe preferito, bontà sua, una patrimoniale e una riforma delle pensioni. Niente male per uno che è andato in pensione a 53 anni (nel ’97) e che negli ultimi decenni è stato il primo tifoso del padrone di Arcore, e da lui sontuosamente stipendiato. È proprio vero: quello dei topi che fingono di abbandonare la nave è uno spettacolo unico, straordinario, impagabile. Peccato davvero che invece ce lo facciano pagare. E carissimo, anche.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 9 agosto 2011

PARLAMENTO · L’apertura estiva farà il pieno, tutti insieme inutilmente di Andrea Fabozzi

Riunione inutile, dunque affollata. Ci saranno tutti giovedì mattina nella sala del Mappamondo alla camera dei deputati ad ascoltare il ministro Tremonti. Non solo i componenti delle commissioni affari costituzionali e bilancio di camera e senato (150 parlamentari) ma anche i segretari dei partiti con i vice, i capigruppo e tutti quelli più o meno utili che vorranno dare il loro contributo di presenza. L’evento è decisamente di quelli in cui si nota di più chi non c’è rispetto a chi c’è. Si torna a lavorare d’agosto e con poco impegno (e zero spesa) l’onorevole può timbrare il cartellino anti-casta. Così Alfano, Casini, Di Pietro, Rutelli ci saranno e ci sarà anche Bersani con tutto lo stato maggiore del Pd. In aggiunta, non in sostituzione di altri parlamentari perché tanto non c’è niente da votare. Due tre ore e ci si rivede a settembre. Nell’intenzione del Pd, bisognerà incastrare il ministro dell’economia sulle responsabilità del governo.
Tremonti dovrà dare delle risposte sul «commissariamento» europeo e su dove pensa di trovare i venti miliardi che mancano. «Attendiamo proposte concrete nell’interesse del paese», ha detto ieri il deputato democratico Boccia. Ma non andrà così. L’adunata dei parlamentari è stata convocato per un’altra ragione, per consentire a Tremonti di «riferire sulla riforma dell’art. 81 della Costituzione». Riferire, nemmeno presentare un disegno di legge perché il Consiglio dei ministri non ne ha parlato, tutto quello che si sa è uscito da una conferenza stampa. Una volta ascoltato il ministro, e dichiarato qualcosa alla stampa, poi, gli onorevoli dovranno ricominciare da zero se e quando un testo di legge arriverà in parlamento (alla camera, ha detto Gianni Letta). Dopo le ferie, con calma. Più utile sarebbe stato far lavorare d’estate le commissioni competenti di Montecitorio in sede referente su una proposta del governo o del parlamento (sull’articolo 81 non mancano, ce n’è persino una di uno svelto senatore Pdl che l’ha presentata cinque giorni fa). Ma certo si sarebbe notato di meno.
Tutto questo ammesso che la riforma dell’articolo 81 della Costituzione sia fattibile.
Secondo il senatore Morando del Pd (Sole 24 Ore di domenica scorsa) è così: il vincolo del pareggio di bilancio può essere scritto in Costituzione velocemente, addirittura nei tre mesi minimi previsti dalla procedura di revisione costituzionale. Senza ostruzionismo e senza referendum confermativo perché è una riforma che trova tutti d’accordo. È d’accordo anche una altro senatore del Pd, Stefano Ceccanti, costituzionalista, che pure fa notare come il governo sia in ritardo perché già a marzo con il patto Euro plus si era impegnato a recepire il vincolo del pareggio di bilancio previsto dalle regole del bilancio Ue - anche se non necessariamente con una legge costituzionale. Secondo Ceccanti va bene dunque la riunione di giovedì, ma il parlamento dovrebbe contemporaneamente dare un segnale agli elettori, per esempio mettendo in calendario un’altra modifica costituzionale: la riduzione dei parlamentari.
Invece, sostiene il responsabile economia e lavoro del Pd, Stefano Fassina, l’idea di modificare l’articolo 81 della Costituzione per introdurre il vincolo del bilancio in pareggio è completamente sbagliata. «La politica economica nazionale deve poter conservare una sua autonomia», ragiona Fassina, secondo il quale questo è l’orientamento del Pd e chi è invece favorevole alla riforma «parla a titolo personale». «Dopo aver rinunciato alla politica monetaria (con la moneta unica europea) - aggiunge Fassina - decidere di rinunciare anche alle politiche di bilancio vorrebbe praticamente dire che la politica non deve occuparsi tout court di economia». Che poi è quello che in qualche modo il governo cerca di dire, quando propone anche una seconda riforma costituzionale per stravolgere l’articolo 41 e scrivere che nell’attività economica «tutto quello che non è proibito è lecito». Una riforma, quest’altra, tanto estremista e sgangherata che è impossibile trovare qualcuno nel Pd disposto ad accettarla.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 3 agosto 2011

SENZA FIDUCIA di Galapagos

(immagine tratta da 'Il Manifesto')





















Il Financial Times di ieri ha chiuso un editoriale con una frase lapidaria: «nessuno è indispensabile», né Berlusconi, né Tremonti. Il ministro dell’Economia finora aveva goduto di buona fama. Il problema è che all’improvviso è scoppiato lo scandalo Milanese e Lionel Berber, il direttore del giornale, non ha perdonato a Tremonti la scarsa moralità nel pagare cash, cioè in «nero», l’affitto dell’appartamento di via Campo Marzio. Insomma, la fiducia è venuta meno. Non solo a Berber: il governo viene accusato di non essere in grado di affrontare la crisi finanziaria (ma non stavamo meglio degli altri?) e non avere il coraggio di affrontare l’opinione pubblica, mentendo sulle scelte di politica economica.
Questo spiega l’attacco all’Italia di questi giorni. C’è la speculazione, ma gli speculatori fanno il loro «mestiere» e attaccano utilizzando anche sfruttando il caos greco o quello degli Stati Uniti. La speculazione anticipa le tendenze. Una tendenza certa è che questo governo è morto e, quando c’è un morto, i vivi sono disposti a sbranarsi.
Oggi Berlusconi parlerà alla Camera: ripeterà le stesse promesse, farà la sceneggiata, largamente preparata, annunciando che in mattinata il Cipe ha sbloccato 7,5miliardi di fondi Fas che serviranno allo sviluppo. Annuncerà il lancio della Banca del Mezzogiorno, grandi investimenti nel Sud, citando cifre enormi (100 e più miliardi) che ha già promesso in decine di occasioni. Ma Berlusconi non è il solo responsabile in questo governo di marionette che - tanto per dirne una - vota la fiducia sulla manovra correttiva e due settimane più tardi si accorge che i ticket sono una vera schifezza.
In realtà è tutta la manovra che fa schifo, a cominciare dai tempi. Solo uno sprovveduto (Berlusconi non lo è) o un opportunista (Berlusconi lo è) poteva non capire che l’Italia era da settimane sotto tiro e che una manovra in due tempi era assolutamente sbagliata: rinviare al 2014 il risanamento dei conti è stato un errore fatale che ha fatto emergere tutta la debolezza del governo e la fragilità dell’economia. O meglio, la «furberia» di lasciare in eredità al futuro governo i tagli pesantissimi, come accaduto in passato.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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lunedì 27 giugno 2011

Palazzo Chigi L’habitat ideale delle lobby. Autonomia di bilancio, segretezza e tanti soldi. Facile chiedere agli 'amici' di Eduardo di Blasi

La chiamano “autonomia finanziaria e contabile” ed è il meccanismo che permette alla Presidenza del Consiglio dei ministri (ma anche, di rimbalzo, alla Protezione civile) di spendere – di fatto – miliardi di euro senza alcun controllo. Il sistema consente a Palazzo Chigi di adoperare i propri fondi in “autonomia”, senza cioè rendere conto al ministro dell’Economia per “contrattare” gli stanziamenti, né alla Corte dei conti di mettere in atto un controllo preventivo che abbia una qualche efficacia.
I soldi sono messi in mano al Segretariato generale che ha la possibilità di spenderli in autonomia e, nella maggior parte dei casi, anche con una certa segretezza legata al ruolo “sensibile” del Palazzo di governo.
PER CAPIRE come funziona il sistema dobbiamo immaginare un fiume che nasce dal ministero dell’Economia e finisce nella palude del governo: un fiume che non ha argini prima di immergersi nella sua destinazione finale. Prendiamo la breve nota che, a fine anno, la Presidenza presenta per rendicontare le proprie spese. Nel 2006 l’ammontare dei soldi ottenuti da Palazzo Chigi era intorno al miliardo e seicento milioni ma a fine anno il governo ne aveva impegnato uno e duecento, nel 2007 si era passati a tre miliardi e cento milioni stanziati ma se ne erano impegnati due e duecento, dei tre miliardi e 300 milioni avuti nel 2008 se ne erano invece impegnati solo due e cento. Che siano impegnati o meno, però, quei fondi continuano a restare nel salvadanaio della Presidenza, da mettere nel conto dell’anno successivo o da spendere per altro. Facciamo un esempio: si è deciso di investire sette milioni per un sito Internet? Se ne impegna uno soltanto? Bene, gli altri sei tornano nel calderone per essere allocati da un’altra parte dal sottosegretario alla Presidenza, che è in qualche misura come l’amministratore unico del Palazzo. Ma c’è di più: perché tra il bilancio di previsione e quello effettivo, vale a dire tra la richiesta iniziale e quella finale, l’anno scorso ci fu un dislivello di un miliardo e mezzo. Un’enormità.
È OVVIO che un sistema che permette così elevate capacità di spesa, un controllo a bassa intensità, una minima trasparenza (data solo dalla nota assai sintetica che spiega che si sono spesi 3 miliardi invece di uno e mezzo) e una scelta che sta in capo a pochissime persone, è il luogo ideale per l’annidarsi di cricche, lobby, amici e amici degli amici.
Nei corridoi di via della Mercede si racconta di come un imprenditore che aveva la propria attività nella strada in cui viveva un ex segretario alla Presidenza avesse vinto un appalto proprio in quella sede di governo. E certo ci si stupisce che un ristoratore che ha un negozio di due vetrine in un quartiere periferico della Capitale sia riuscito a conquistare il bando per la ristorazione nientemeno che alla Presidenza del Consiglio. Nulla di illegale, probabilmente, ma la il problema “strutturale” è davanti gli occhi di tutti se si pensa che i magistrati napoletani stanno mettendo le mani proprio sugli appalti del Palazzo.
COME A PERUGIA e a Roma si indaga sugli appalti della Protezione civile e su quelle ordinanze in deroga che finivano per favorire imprenditori vicini a uomini dello Stato, così, seguendo la scia della P4, i pm napoletani Henry John Woodcock e Francesco Curcio sono finiti per impattare nella Italgo di Anselmo Galbusera che già aveva avuto rapporti con Palazzo Chigi ai tempi in cui quella società si chiamava Delta e fu messa al setaccio dalle indagini di Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi.
Tra i tagli da compiere sul comparto pubblico, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva inizialmente ipotizzato di mettere mano anche al sistema dell’autonomia. A vedere le indiscrezioni fatte filtrare dal ministero di via XX Settembre sulla manovra da 43 miliardi da annunciare in settimana, l’assalto con le forbici al Palazzo di governo sembra essere fallito ancor prima di partire.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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giovedì 3 febbraio 2011

Contro l’articolo 41, Costituzione stravolta di Gaetano Azzariti

(vignetta Alex di Gregorio)
Il governo è in agonia, ma continua a rivoltarsi scompostamente. Fuori tempo massimo tenta di ritrovare nuova energia nell’ideologia neoliberista che era all’origine dei suoi successi “giovanili”. Era questa la grande promessa che avrebbe permesso al berlusconismo di imporsi non solo sul piano dell’immaginario collettivo e del (mal)costume, ma anche sul piano più elevato della storia e delle visioni del mondo. L’ambizione più grande del centro-destra italiano dagli anni ’90 è stata quella di provare ad abbandonare il sistema sociale definito dalla costituzione repubblicana. Un modello costituzionale comune a tutte le democrazie contemporanee europee. La nostra non è mai stata una costituzione «bolscevica» (solo Berlusconi poteva fraintendere), non ha, però, mai permesso una deriva neoliberista. La “forza” della costituzione italiana è in ciò: essere una tavola di valori condivisi da tutti, che si può interpretare secondo indirizzi politici anche molto distanti, ma sempre entro un ambito costituzionale delimitato. Su queste basi, in Italia, è stato possibile il progresso civile e politico. Troppo lungo sarebbe spiegare perché a un certo punto tutto ciò s’è interrotto. Limitiamoci a constatare che dalla generale richiesta di “attuare” la costituzione si è passati ad un’altrettanto generale pretesa di “cambiare” il testo che aveva garantito il progresso in Italia. È noto che tra i protagonisti del cambiamento di prospettiva c’è stata gran parte della sinistra. È stato questo un errore storico dal quale sarà difficile riprendersi. Ma ora interessa parlare d’altro. Interessa qui parlare dell’ondata neoliberista che si è abbattuta tardivamente in Italia. Dopo la rivoluzione thatcheriana e reaganiana, anche in Italia la destra ha provato a imporre il suo neoassolutismo.
Il neoliberismo inteso come un assoluto trascendente, prodotto di un pensiero unico, lo scardinamento della democrazia pluralista per come è stata concepita nella nostra storia contemporanea. Da questo punto di vista era “naturale” che individuasse nella cultura “compromissoria” della costituzione un nemico.
Se si voleva imporre una visione unilaterale che facesse strage dei diritti sociali e dell’organizzazione equilibrata dei poteri, diventava necessario cambiare il carattere complessivo della costituzione vigente. La “grande riforma” e le pulsioni costituenti hanno avuto questo senso profondo. Una consapevole strategia di abbattimento del nostro sistema costituzionale pluralistico che ha avuto il suo apice nella riforma della seconda parte della costituzione approvata dal parlamento dalla maggioranza di centro-destra e respinto dal corpo elettorale nel 2006. Fu quello il più importante tentativo di imporre un’“altra” costituzione, che assumeva il premierato assoluto e il neoliberismo ideologico come suo unico fondamento costituzionale. La costituzione pluralista uscì vincitrice da quello scontro terribile, le concezioni totalitarie neoliberali, espresse da un Berlusconi nel pieno del suo vigore polemico, furono sconfitte. Forse è da quel momento – dal referendum costituzionale del 2006 - che può datarsi la fine del berlusconismo come ideologia, la conclusione della parabola politica del centro-destra. In fondo una fine sul campo più “nobile” di quella postribolare che la cronaca di questi giorni ci racconta.
In tal modo si spiegherebbe anche il fatto - altrimenti incomprensibile – del fallimento politico del governo di centro-destra nell’attuale legislatura: sebbene abbia ottenuto la più ampia maggioranza parlamentare mai registrata in Italia, è nato “morto”, perché privato di ogni reale prospettiva di sviluppo. La crisi economica e l’assenza di ogni alternativa politica hanno fatto il resto. Oggi cominciamo ad accorgercene. Anche se “morto” il centro-destra continua però a governare, e vista l’assenza di strategie alternative “vive” non c’è da stupire.
E così ci riprova, auspicando la riscrittura dell’articolo 41 della nostra costituzione. Il senso “ideologico” complessivo che si vuole assegnare appare chiaro: stravolgere il compromesso costituzionale, modificando l’equilibrio che in
materia d’iniziativa economica ha definito la costituzione pluralista italiana. Si vorrebbe rendere assoluta la libertà degli imprenditori privati e cancellare i contrappesi dell’utilità sociale del rispetto della dignità umana che la nostra
costituzione invece impone. Soprattutto escludere, così come prevede il terzo comma, la possibilità di un coordinamento dell’iniziativa economica pubblica e privata dettata dell’interesse generale della collettività. Eliminare insomma ogni diversa ragione che non sia quella dell’impresa. Un disegno eversore del sistema costituzionale. Un disegno che si pone per questo governo ormai fuori tempo massimo. Non passerà.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 26 dicembre 2010

Il 90% dei metalli rari è nelle mani di Pechino di Loretta Napoleoni

Questa settimana sono tornati alla ribalta i metalli rari. Il Dipartimento di energia statunitense ha infatti pubblicato un rapporto dettagliato sulla situazione mondiale che suggerisce la necessità di potenziare la ricerca e l'esplorazione in questo settore. Al momento la Cina produce più del 90% dei metalli rari, gode dunque di una solidissima posizione di monopolio. Tra questi ce ne sono cinque, in particolare, che gli americani definiscono strategici perchè nei prossimi decenni diventeranno sempre più importanti per l'economia mondiale: dysprosium, terbium, neodymium, europium and yttrium.
Il Dysprosium, ad esempio, aiuta a mantenere il magnetismo dei minerali anche ad altissime temperature. Questo minerale è reputato fondamentale per tutta l'industria dell'energia rinnovabile. Il 98% della produzione mondiale di Dysprosium proviene dalle miniere del sud della Cina ed i cinesi sono perfettamente coscienti del suo valore. Dal 2006 Pechino ha imposto una tassa del 25% sul Dysprosium e Terbium e del 15% sull'esportazione di altri metalli rari. Oggi giorno il costo di una libra di Dysprosium in Cina è 95 dollari mentre fuori ne costa 135. Questi differenziali giustificano la decisione di molte società che lavorano nel settore dell'energia rinnovabile di trasferire la produzione in Cina, un paese che ormai domina il paesaggio dell'energia rinnovabile. Dalle lampadine al neon fino alle macchine elettriche ed alle gigantesche turbine eoliche, Pechino è al centro di una nuova industria che potrebbe rivoluzionare l'utilizzo energetico dell'intero pianeta.
A detta degli americani le restrizioni all'esportazione dei metalli rari imposte dai cinesi negli ultimi anni hanno aggiunto circa 40 dollari al costo di ogni libbra di questi prodotti venduta fuori della Cina. A detta degli americani questi differenziali di prezzo sono alla base del successo Cinese in quest'industria. È però anche vero che il basso costo della manodopera cinese rispetto a quella occidentale, i problemi di ambiente relazionati all'estrazione di questi minerali in occidente - le miniere tedesche ed americane sono state chiuse dieci anni fa -, l'ampia ricerca in questo settore e le generose sovvenzioni governative offerte dal governo cinese fanno della Cina il luogo ideale per un'industria innovativa come quella dell'energia rinnovabile. L'appello americano non ha suscitato grandi interesse tra i partner occidentali, troppo impegnati al momento nella difesa dell'Euro. Come sempre l'occidente fa una politica reattiva invece che pro-attiva. Nel 1990 Den Xiaoping fece un'importante dichiarazione: "L'occidente ha i capitali la Cina ha i metalli rari". E da allora Pechino lavora pazientemente ed inesorabilmente al loro potenziamento.


fonte articolo 'Il Caffé'
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martedì 19 ottobre 2010

Un missionario in paradiso di Marco Travaglio

L’Italia è ultima dei paesi industrializzati, a pari merito con la Corea del Sud, negli aiuti ai paesi poveri. Nell’ultimo anno il governo ha addirittura ridotto a un terzo i suoi già miseri stanziamenti rispetto al 2009, quando ospitammo il G8 e B. s’impegnò ad aumentarli. Ma c’è una piccola eccezione, nella nostra proverbiale taccagneria: lo Stato caraibico di Antigua e Barbuda, che fin dal 2005 dirama comunicati grondanti gratitudine per il nostro premier-missionario: “Mr. Berlusconi si è offerto di aiutare Antigua e Barbuda a ridurre ulteriormente il loro debito nei confronti di altri Paesi del mondo. In un incontro bilaterale col premier Spencer alle Nazioni Unite, il premier italiano ha dichiarato che parlerà personalmente con altri capi di governo europei con i quali Antigua e Barbuda hanno impegni debitori, per convincerli a condonare il dovuto”. Che tesoro. Tre anni dopo, in vacanza ad Antigua, B. svelava all’inviato del Corriere i nobili motivi di quello slancio di generosità verso l’indigente popolazione del noto paradiso fiscale (in cima alla lista grigia dell’Ocse) costretta a vivere di stenti in apposite bidonville a forma di caveau e società off-shore: le nuove ville in costruzione per sé, la prole e i calciatori del Milan. “Guardi qui che spettacolo, quell'altra casa su quel promontorio è di Shevchenko. Ci sono state praticate ottime condizioni perché i nostri nomi fungono da calamita per il mercato europeo e americano. Ma la decisione finale l'ho presa per dare un sostegno al mio amico Gianni Gamondi (già architetto di villa Certosa, con relativi abusi, ndr), che è il regista di tutta la progettazione ambientale e architettonica... Lì ci sarà una grande piscina-lago, poi i negozi, la Marina, il golf da 18 buche, il ristorante. Davvero un posto da sogno. Ieri ero a pranzo col premier Baldwin Spencer, gli ho chiesto il voto per l'Expo di Milano. Abbiamo parlato anche di questo complesso, uno dei fiori all'occhiello dell'isola... La baia ha un nome strano, Nonsuch Bay, sembra napoletano, nun saccio. Per ovviare, Spencer (che parla un napoletano fluente, ndr) ha buttato lì un’idea: cambiargli il nome. Farla diventare, in mio onore, The President Bay”. Ora, grazie a Report, scopriamo che l’ex premier Lester Bird ha autorizzato B&C a cementificare il promontorio e la baia, poi B&C han regalato una bella villa anche a lui. Intanto B. si batteva come un leone per convincere l’Europa a ristrutturare i due terzi del debito estero di Antigua. E il sito di Milano Expo 2015 annunciava progetti per “l’impiego del sistema satellitare per prevenire terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche... in Bangladesh, Sudafrica e Isole Caraibiche” e “utilizzare specialità ittiche nell’industria della pesca... in Gabon, Fiji, Togo, Antigua e Barbuda”. Nel 2008 il Comune di Milano finanziava “il progetto ‘Accendi la luce nel tuo quartiere’ per l’illuminazione delle strade a St John’s”, capitale di Antigua. Iniziativa che la sindaca Lottizia Moratti, dopo un vertice con Spencer, spiegava come un passo decisivo “nella lotta alla delinquenza”. Ai Caraibi, s’intende. Il Comune di Milano finanziava pure “iniziative nei campi dell’istruzione, dello sport, delle risorse marine e costiere, dei collegamenti aerei”. Già nel 2004 il governo B. aveva investito 9 milioni di dollari (soldi nostri) per sviluppare l’ICT nei Caraibi, compresa Antigua, ma anche St. Lucia (toh). Che potrebbero persino avere la banda larga prima dell’Italia. In attesa di sapere se il fratello della compagna di Fini possieda un’off-shore a St. Lucia e un alloggio di 55 mq a Montecarlo, già sappiamo che B. ha varie ville in un paradiso fiscale, costruite da una società di prestanomi e intestate a off-shore su terreni pagati 22 milioni a chissà chi tramite l’Arner Bank indagata per riciclaggio a Milano e Palermo. Si attendono ora 90 prime pagine del Giornale e di Libero, con raccolte di firme per le dimissioni di B., più servizi speciali su Panorama, Porta a Porta, Matrix, Tg1, Tg2, Tg4, Tg5, Studio Aperto. Ma anche no.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 11 ottobre 2010

La felicità si ritrova oltre il pil economico di Loretta Napoleoni

Tutti sanno che il PIL è un cattivo indicatore del benessere, non esiste però un valore che possa sostituirlo, almeno fino ad ora. Il governo canadese ha da poco introdotto l'indice del benessere che contiene otto indicatori tra cui la vitalità della propria comunità, la scolarità, l'ambiente e la partecipazione democratica. Anche i francesi stanno per lanciare un indice simile che includerà valori quali il progresso economico e la felicità.
Da sempre gli economisti inseguono la quantificazione di sentimenti come la felicità, Adam Smith ne parla nei sui scritti e Jeremy Bentham sostiene che la società debba porsi come obiettivo la felicità delle masse. Nessuno però è ancora riuscito a racchiudere questi sentimenti in un dato perché in realtà nessuno ancora sa cosa rende felice la gente. Esistono però alcuni parametri che gli economisti sono riusciti ad individuare. E tutti sembrano confermare che l'antico detto "la ricchezza non rende felici". I russi arricchitisi dopo la caduta del comunismo ed i peruviani che negli anni Novanta hanno visto il loro reddito quintuplicare ammettono di non essere più felici che in passato, anzi molti sostengono di essere più infelici. Il motivo? L'incertezza che la democrazia in Russia e la crescita economica sostenuta in Perù hanno prodotto, alla radice dunque c'è l'ansietà.
Più che il denaro a renderci felici è una vita tranquilla, tra gli indicatori massimi c'è un matrimonio stabile, la buona salute ed un reddito sufficiente per condurre una vita comoda. Il divorzio e soprattutto la disoccupazione sono le cause principali dell'infelicità. Ma mentre dal primo ci si riprende senza un lavoro non è possibile superare la depressione.
Anche l'età gioca la sua parte, si diventa progressivamente più infelici fino ai 40 anni e si riprende ad essere felici intorno ai 50 e lo si è sempre di più man mano che si invecchia.
Esistono poi fattori irrazionali legati al condizionamento della società che influenzano la felicità. Dall'inizio della recessione, e quindi dai primi mesi del 2008, gli americani sono stati progressivamente più infelici seguendo l'andamento negativo del Dow Jones. Quando questo ha smesso di scendere la gente è tornata ad essere felice, eppure l'economia non è migliorata anzi la recessione è peggiorata. I media e la narrazione dei politici sulla crisi avevano legato il suo andamento a quello degli indici di borsa.
Sempre negli Stati Uniti le disuguaglianze di reddito sono fonte di preoccupazione per i ricchi che hanno idee di sinistra, ma non per tutti gli altri che invece sono certi che un giorno saranno i nuovi Bill Gates, un sogno pressoché irrealizzabile.

Fonte articolo 'Il Caffé'
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martedì 21 settembre 2010

UNICREDIT: Una guerra per banche di Galapagos

La Libia è «molto soddisfatta»; la Lega è «imbufalita»; Profumo, l’amministratore delegato, invece, tace. E potrebbe dimettersi oggi. A questo punto sale l’attesa per il Consiglio di amministrazione straordinario che si terrà in giornata e per il Comitato strategico di Unicredit fissato per giovedì: sarà il presidente della banca, il tedesco Peter Rampl - che potrebbe assumere ad interim la carica di amministratore delegato al posto del dimissionario Profumo - che aggiornerà i soci sulla presenza e sulle intenzioni dei libici la cui colpa è di avere aumentato la loro partecipazione nelle banca salendo complessivamente al 7,5% del capitale.
I soldi di Gheddafi piacciono (ne sa qualcosa la Fiat) ma non piace che Tripoli metta il naso negli affari della società nelle quali ha acquisto partecipazioni. Non piace soprattutto alla Lega.
La Libia (la Banca centrale) è presente da molti anni nel capitale di Unicredit. All’inizio come socio del Banco di Roma, poi dopo la fusione dell’istituto romano con Unicredit, in quest’ultima con il 4,99% del capitale che per oltre il 65% è sul mercato. Il problema nasce negli ultimi tempi: il Lia, Libyan Investment Authority, un fondo sovrano che fa capo a Tripoli, comincia a comprare sul mercato azioni di Unicredit e comunica alla Consob di averemesso insieme il2,57% del capitale. Mettendo insieme la quota del Banca centrale libica e quella della Lia, i libici toccano quota 7,56%. Iniziano le proteste: è troppo, visto che esiste un limite statutario del 5% al possesso di capitale. A nulla vale l’obiezione che si tratta di due entità giuridiche distinte: chi accusa sostiene che è tutto nella mani di Muammar Gheddafi.
Altro protagonista della vicenda è la Lega. Alcuni mesi fa, Bossi dichiarò: «È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice: prendetevi le banche. E noi lo faremo». Il riferimento del gran capo
della Lega era in particolare a due grandi banche: Unicredit e San Paolo Intesa la cui caratteristica fondamentali è di essere controllate (ma non maggioritariamente) da alcune Fondazioni bancarie. Avere uomini della Lega nominati direttamente ai vertici di queste due banche è molto difficile; più semplice è mettere le mani su alcune Fondazioni, nei cui consigli di amministrazione, siedono molti rappresentanti degli enti locali. E negli enti locali nel Nord la Lega ha fato il «pieno».
Non è un caso che nel recente rinnovo del Cda della Fondazione Cassa di risparmio di Verona, la Lega ha piazzato 8 suoi uomini (su 25 consiglieri rinnovati) dei quali 4 nominati dal comune di Verona, il cui sindaco è il leghista Flavio Toti. Il quale ha accusato Profumo di aver gestito «questa vicenda in proprio». Da sottolinere che il controllo delle Fondazoni significa controllo degli utili che vengono girati dalle banche alle Fondazioni e da queste distribuite «in beneficenza». E si tratta di cifre cortese: solo negli ultimi due anni le Fondazioni del Nord est hanno distribuito in beneficenza quasi 1,5 miliardi di euro.
E’ evidente che se i flussi di utili si riducessero (cosa non improbabile se verranno applicati i nuovi parametri patrimoniali previsti dall’accordo di Basilea3) la capacità «clientelare» della Lega di fare beneficenza diminuirebbe. Altro rischio è che Unicredit, con soci di riferimento pieni di denaro, potrebbe chiamare tutti soci a sottoscrivere aumenti di capitale. Che, ovviamente, non piacciono alle Fondazioni: non a caso hanno minacciato di uscire dalle banche.
Ma non ci sono solo i libici e la Lega a tramare contro Unicredit: cioè anche un fronte tedesco. Nel 2005, infatti, Unicredit lanciò un’Opa sulla tedesca Hypo Vereinsbank Ag (controllata da Hvb) dalla quale a cascata mise le mani anche su Bank Austria Creditanstal e Bph (controllate da Hvb). Da allora, i tedeschi esprimono il presidente di Unicredit. Che attualmente è Peter Rampl. Fatto significativo, Rampl ha accusato l’a. d. Alessandro Profumo di non consultarlo e di prendere tutte le decisioni strategiche da solo. L’accusa è stata pubblicata dalla Sudddeutsche Zeintung, quotidiano pubblicato a Monaco di Baviera, città natale di Rampl e sede della Hvb, la banca rilevata nel 2005 da Unicredit,
che nella capitale della Baviera ha la sede della banca d’investimenti del gruppo.
Insomma anche dalla Germania arrivano attacchi a Profumo. Dimenticando che la Hypo, ora Unicredit, ha superato la crisi finanziaria senza patemi d’animo e senza aiuti pubblici, al contrario di moltissimi altre banche tedesche.
Infine c’è lui: Alessandro Profumo. Per ora tace e non gode dell’appoggio del governo di centrodestra. Ieri sera Radiocor lo dava in procinto di dimettersi. Il gioco sarebbe svelato. Finora era evidente che Berlusconi non sapeva scegliere tra il fare uno sgarbo ai libici o alla Lega, assatanata di potere. Cioè di soldi, ma incapace di gestire una banca come dimostra il caso di CreditEuronord che fece un «botto» gigantesco. Poi fu salvata dalla Popolare di Lodi di Fiorani che evitò a parecchi mamanager leghisti guai seri con la giustizia.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 25 luglio 2010

Le newco del mondo libero di Alessandro Robecchi

(vignetta Mauro Biani)
Grazie alle nostre talpe nella sede centrale Fiat, a Detroit, siamo giunti in possesso dei futuri piani di sviluppo dell’azienda americana. Eccoli.
La Fiat Lapa, burinissima e riconoscibile dai tatuaggi sulle portiere, verrà prodotta nel Borneo meridionale. L’accordo prevede sgravi fiscali per i prossimi duemila anni ad aziende guidate da figli di scrittori imbolsiti il cui nome cominci per E e finisca per lkann. Per ogni operaio assunto, il governo darà alla Fiat l’equivalente di ottomila dollari in banane. Marchionne si è mostrato interessato. Il Corriere della Sera ha lodato la maturità dei sindacati locali.
La Fiat Kakka, la monovolume di forma cilindrica allungata, sarà prodotta in Corea del Nord. I sindacati nordcoreani sono entusiasti per il salto di qualità salariale dei loro iscritti: «Una banana al mese per una famiglia nordcoreana è come vincere al totocalcio». I turni di lavoro di 32 ore consecutive con una pausa per il bagno di ventisei secondi sono considerati lussi occidentali, «esagerati» secondo La Stampa di Torino.
La Fiat Sòla, la macchina sportiva per fughe veloci, si produrrà molto probabilmente in Brasile. Il governo si impegna a fornire alla Fiat sgravi fiscali, soldi in contanti per ogni operaio assunto e incentivi per tutti i manager con la panza che si presentino in maglione anche se ci sono 54 gradi all’ombra. Tutto in anticipo, così quando Fiat dirà che non se fa più niente, avrà
già incassato un discreto gruzzoletto e potrà annoverare la Fiat Sòla tra i suoi successi.
La Fiat Panda. Dovevano farla a Pomigliano, ma disgraziatamente il sindacato non è collaborativo come quello di Pyongyang. In linea con lo stile Fiat, chiuderà anche Mirafiori e il nuovo modello si costruirà in Serbia, con un nuovo nome. Si chiamerà Fiat Rappresaglia: per ogni macchina costruita si licenzieranno quattro lavoratori italiani. I rastrellamenti sono già cominciati a Termini Imerese e risaliranno la
penisola nei prossimi mesi.

Fonte articolo 'Il Manifesto'


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Sergio 0’guappo di Alessandro Robecchi





L’assedio di Pomigliano di Erri De Luca






REPUBBLICA DI ROBOT di Valentino Parlato

sabato 10 luglio 2010

Manovra, rottura fra regioni e Tremonti «Con questi tagli il federalismo fatelo voi» di Daniela Dalerci

È finita male, peggio non poteva, l’incontro fra governo e regioni. Con i presidenti, di sinistra centrosinistra e destra, pronti a restituire le deleghe del decentramento al governo. Gesto senza precedenti, clamorosa inversione a ’U’ dal decentramento degli ultimi dieci anni, dalle leggi Bassanini alla riforma del titolo V della Costituzione. E clamorosamente, proprio nell’anno in cui il federalismo è l’arma di propaganda della Lega per mantenere in piedi la maggioranza di governo.
Ieri Palazzo Chigi ha sbattuto la porta in faccia alle regioni (con i comuni è andata leggermente meglio, ma nel merito le versioni divergono), Tremonti non ha accettato nessuna richiesta, i saldi della manovra e i tagli rimangono inalterati. Alle parole dei presidenti il ministro persino sbuffa e dà segni di insofferenza. Vasco Errani, presidente della conferenza stato regioni, già usa toni durissimi: parla di «conflitto istituzionale», conferma l’intenzione di rimettere nelle mani del governo le deleghe. Prima era un’ipotesi di ultima spiaggia, ora ci siamo approdati. Le regioni si dichiarano pronte a monitorare meglio le spese, a fare una commissione con Palazzo Chigi contro gli sprechi. Ma nell’immediato senza una riduzione dei tagli il federalismo diventa solo eliminare o compromettere i servizi essenziali ai cittadini. Il pugliese Nichi Vendola per primo si dichiara indisponibile alla parte del sicario. «A questo punto faranno il federalismo con il morto. La vera crisi sarà quando non potremo garantire i diritti ai cittadini, perché vedremo calare la scure sul trasporto pubblico locale, sul sostegno alle piccole e medie imprese e non potremo fare politiche di aiuto alla famiglia». Per il resto, aggiunge, «ho l’impressione che il governo sia commissariato dal ministro dell’economia.
Ma se Tremonti è in grado di far camminare da solo i treni, lo faccia». Stesso tono e stessi contenuti da parte dei presidenti Pdl Gianni Chiodi e Roberto Formigoni. Restituzione delle deleghe, «non c’è altra strada» per il presidente dell’Abruzzo. In termini finanziari, le deleghe che le regioni vogliono riconsegnare pesano per poco più di 3 miliardi di euro di trasferimenti a fronte dei 4 miliardi 350 milioni che lo stato vuole tagliare a partire dal 2011. «Abbiamo spiegato una volta di più che questa manovra è insostenibile perché si ripercuote pesantissimamente sui cittadini, impedendoci di dare i servizi essenziali», attacca il presidente della Lombardia, «abbiamo avanzato le nostre proposte ragionevoli. Ci è stato
risposto che la manovra è immutabile anche nella sua composizione. Il che ci appare francamente poco motivato». E allora che il governo metta in cantiere una legge per riprendersi le deleghe, che lo faccia già nella finanziaria, «non un gesto di ripicca né di protesta ma la presa d’atto di una situazione: senza le risorse, non possiamo garantire le funzioni che ci sono state trasferite». «Siamo uniti e compatti, governatori di ogni colore politico», continua Formigoni, «volevamo trovare un accordo. Testardamente continuiamo a cercarlo. Certo dobbiamo dire ai nostri cittadini quali saranno le conseguenze di questi tagli sui servizi. E per questo abbiamo chiesto che il presidente del consiglio annunci insieme a noi ai cittadini quali saranno le conseguenze dei tagli». Un chiusura grave da parte del governo, spiega anche Claudio Martini, ex presidente della Toscana e oggi impegnato su questi temi nel Pd. «Il governo continua a nascondersi dietro al fatto che tutti i paesi europei sono stati costretti a una manovra, il che è vero, perché la crisi è profonda e l’unico a negarla era stato Berlusconi. Ma nessun altro paese l’ha caricata quasi esclusivamente sulle regioni. Ed è paradossale che ciò accada proprio nell’anno in cui si è parlato di federalismo a più non posso». Ma Tremonti tira dritto. E la sua replica è al limite dello sfottò: «I governatori hanno chiesto la restituzione delle deleghe? Vediamo. Se intanto le regioni ci ridanno la delega per i controlli sulle pensioni d’invalidità, siamo assolutamente d’accordo...». Appunto, una provocazione, che continua così: «I pendolari non staranno per strada....». E visto che, giura, con i comuni è andata bene, «sono convinto che votata la manovra e passata questa fase, ci ritroveremo attorno a un tavolo. Anche con le regioni».

Fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'


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Errata manovra di Valentino Parlato



Il gatto e la volpe di Loris Campetti



Le mani in tasca ai ladri di Marco Travaglio

lunedì 5 luglio 2010

Svizzera felice in un’europa ancora povera di Loretta Napoleoni

Nel vecchio continente è tornato a soffiare il vento del protezionismo. Emanuel Todd, statistico ed economista di fama mondiale suggerisce a Sarkozy di introdurre i dazi doganali per aiutare l’economia francese. Ma non illudiamoci, l’uragano di nazionalismo europeo proviene dagli Stati Uniti dove da settimane illustri economisti come Paul Krugman incitano il presidente ed il congresso a proteggere l’economia americana. Pochi politici riescono a resistere al fascino discreto del protezionismo, una formula che in tempi di crisi economica riesce sempre a far salire la popolarità di chi la applica.
***
Persino in Gran Bretagna, un paese che si è sempre dichiarato a favore del libero commercio e che ha dato i natali ad Adam Smith e David Ricardo, il nuovo governo di coalizione ricorre spesso alla retorica nazionalista. Il bilancio lacrime e sangue che George Osborne ha presentato poche settimane fà vuole rivitalizzare l’economia nazionale abbandonando quel cosmopolitismo che caratterizzava new labour. Il paese ha smesso di guardare oltre oceano ed in Europa e invece vuole tornare ad essere al centro del Commonwealth, l’unione delle nazioni che un tempo appartenevano all’Impero, questo il sunto del discorso innaturale al foreign office del nuovo ministro degli esteri, William Hague.
***
I sintomi del protezionismo li conosciamo tutti: indebolimento dell’Unione Europea, un fenomeno al quale stiamo già assistendo da quando l’asse Parigi Berlino ha iniziato ad incrinarsi. La crisi dell’euro ha fatto precipitare gli indici di gradimento dei due leader, Sarkozy è sceso a quota 26% e la Merkel può contare su un modesto 40%. Nessuno dei due può permettersi di non ascoltare l’elettorato ed i tedeschi non hanno alcuna intenzione di salvare l’Europa con i loro risparmi mentre i Francesi chiedono misure protezioniste in difesa dell’agricoltura e dell’industria nazionale. Il resto dell’Europa che si inventi qualcosa, faccia come sta facendo la Gran Bretagna, tiri la cinghia e si approvvigioni sul mercato dei capitali, questo il sunto della politica protezionista franco-tedesca.
***
Neppure la perdita di valore dell’euro preoccupa Sarkozy o la Merkel, al contrario la debolezza della moneta unica è positiva per le esportazioni dalle quali dipende la Germania, secondo esportatore al mondo dopo la Cina ed anche la Francia. Ma il protezionismo è un boomerang micidiale. Gran parte del commercio tra i paesi dell’Eu avviene all’interno dell’unione. Salvando la poltrona i due leader potrebbero sacrificare la bilancia commerciale. A far precipitare la crisi del ’29 nella grande depressione fu la risposta protezionista delle nazioni coinvolte. E come negli anni ’30 l’unica isola felice è la Svizzera. La storia potrebbe ripertesi!


Fonte articolo 'Il Caffé'


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La Svizzera mercato sicuro nei Mondiali della Finanza di Loretta Napoleoni

lunedì 21 giugno 2010

La Svizzera mercato sicuro nei Mondiali della Finanza di Loretta Napoleoni

Tra lo sbigottimento dei tifosi spagnoli la Svizzera batte la Spagna al primo girone dei mondiali di calcio, ma anche quelli greci rimarrebbero a bocca aperta se conoscessero le statistiche ufficiali che registrano i movimenti di capitali del loro paese. Beneficiaria della crisi sovrana greca è infatti la Svizzera, è nei forzieri delle sue banche che da un paio di mesi arrivano grosse somme prima investite in Grecia o nel debito greco. A disinvestire sono naturalmente greci e stranieri. Ma la reticenza ad acuistare il debito sovrano non si limita solo ai paesi che come la Grecia si trovano in bilico tra solvibilità e bancarotta, piuttosto sembra dilagare un po’ dovunque nell’area dell’euro. Dalla Francia all’Italia, dalla Spagna al Portogallo, la Svizzera diventa per ricchi e meno ricchi l’unico mercato sicuro dove parcheggiare la ricchezza.

Parliamo principalmente di denaro contante. Pochi infatti sono disposti ad acquistare azioni ed obbligazioni di qualsiasi genere e l’oro e’ ormai arrivato a livelli proibitivi, anche se l’International Herald Tribune questa settimana riporta un aneddoto singolare: all’aeroporto di Dubai c’è un chiosco che vende lingotti d’oro. Pare che davanti ci sia sempre una fila lunghissima di viaggiatori desiderosi di portarsene qualcuno a casa. Che la Svizzera diventasse un rifugio finanziario durante questa crisi lo sapevamo tutti. Già da un anno la domanda mondiale di franchi si è impennata al punto da costringere la banca centrale ad intervenire sul mercato aperto vendendo moneta nazionale onde evitare una rivalutazione che sarebbe stata deleteria per le esportazioni del paese. Pochi però si aspettavano che la corsa al Franco diventasse una maratona mondiale.

Mentre in Europa, dunque, imperversa la lotta contro debito pubblico e deficit di bilancio e mentre i governi dell’Unione Europea si arrabattano producendo piani di austerità difficilmente realizzabili per covincere i mercati a continuare a prestargli i soldi necessari per servire il debito, Berna raccoglie i frutti di una politica saggia, che solo un anno fa era considerata eccessivamente conservatrice. Il giro di vite imposto alle proprie banche all’indomani della crisi del credito sembra essere servito a qualcosa.

Le prime a guadagnarci sono proprio le banche. E dato che tutti i trasferimenti di capitali avvengono alla luce del sole, i politici europei hanno smesso di accusare la Svizzera di proteggere gli evasori o di essere un paradiso fiscale. L’ultimo calcolo del Boston Consultancy Group, una think tank americama che stima a 7 miliardi di dollari il valore del denaro straniero che usfruisce dello status di paradiso fiscale svizzero non ha suscitato alcun scalpore. Berna ha persino accettato di fornire all’Irs americana, l’ufficio delle tasse, i tabulati dei clienti statunitesi.

Gli investitori leggittimi più agguerriti hanno iniziato a convertire i loro conti in euro in franchi svizzeri. Ed anche se il tasso d’interesse è minimo rispetto a quello delle obbligazioni europee ed a volte non copre neppure quello dell’inflazione la protezione che le banche svizzere offrono rispetto a quelle dell’Unione Europea più che compensa queste perdite: niente rischio di cambio e d’insolvenza, ecco la formula vincente della repubblica elvetica. Così nei prossimi giorni la presentazione dei bilanci dei giganti Credit Suisse e Ubs potrebbe riservare una piacevole sorpresa per gli svizzeri. Un buon bilancio dunque.


Fonte articolo 'Il Caffé'

lunedì 14 giugno 2010

Il vecchio che avanza di Alessandro Robecchi

Come ogni anno allo scoccare dell’estate aspetto con ansia tre cose: le granite, i bagni al mare, e l’assemblea dei giovani di Confindustria. Specialmente questo evento mi mette di buonumore: i giovani imprenditori sono i figli dei vecchi imprenditori, il ripetersi dei cognomi è confortante: sentendo recitare dai figli le trite favolette padronali uno pensa: «Ma‘sta cazzata non l’aveva già detta il padre?», e si rassicura sulla tenuta della famiglia come istituzione. L’altro giorno è toccato a Federica Guidi, figlia di Guidalberto Guidi (Ducati energia), che si fregia del titolo di giovane nonostante i quarant’anni suonati. Ha subito mandato un caro pensiero ai giovani, quelli veri, dicendo che hanno paura del futuro. E questo, naturalmente, perché «viviamo al di sopra delle nostre possibilità». Insomma: ci rammolliamo nel lusso con welfare e pensioni. Poi è passata allo sport nazionale: picconare la Costituzione. L’articolo 41, ovviamente, che con la libertà d’impresa non c’entra niente, ma la cui abolizione
consentirebbe una più spensierata introduzione della schiavitù. E poi l’articolo 75, quello che vieta i referendum abrogativi in materia fiscale. Lei invece vorrebbe usare proprio i referendum contro le tasse. Lo dice in modo arguto: «Consentire al popolo di decidere in che misura tassarsi». È chiaro che non pensa al popolo (aliquota 23 per cento), ma ai suoi amici figli di imprenditori lì davanti (aliquota 43 per cento), che infatti si spellano le mani applaudendo. I giovani imprenditori
sì che sono coraggiosi: dicono cose che i vecchi imprenditori pensano da sempre ma si vergognano di dire in pubblico. Telegiornali, potere politico, gazzette e commentatori gioiscono. Che grinta! Che coraggio! Mancavano solo le trombette stile Sudafrica. Chissà, forse tutti sperano di leggere un giorno su una scheda elettorale: «Vuoi abolire l’Irpef?». Niente male per una giovane di mezza età, ma tranquilli: può ancora peggiorare.


Fonte articolo 'Il Manifesto'


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I ladri rubano, le guardie pagano di Marco Travaglio

giovedì 27 maggio 2010

IL GATTO E LA VOLPE di Loris Campetti

Il ragionamento di Berlusconi non fa una piega: «quand'ero imprenditore» televisivo «riuscivo a risparmiare sui costi aumentando pure l'audience». Sottinteso, che gli italiani facciano come me, invece di lamentarsi dei tagli ai salari o dell'innalzamento dell'età pensionabile.
Applicando il format di Sua Emittenza, alcuni milioni di lavoratori pubblici dovrebbero produrre di più con un salario più basso. Chi è costretto a pagare ticket più pesanti sui farmaci in seguito ai tagli agli enti locali dovrebbe evitare di ammalarsi.
E se si abbassano i livelli di sicurezza nelle strutture pubbliche? No problem, sarà sufficiente fare più attenzione a non farsi male, a non intossicarsi, e via sognando. Ancora: è vero che i poveri saranno sempre più poveri, però dovranno consumare di più, sennò te la saluto la ripresa.
Berlusconi e Tremonti, notoriamente in disaccordo su molti punti della manovra economica, ieri si sono presentati alla stampa nei panni del gatto e la volpe, tutti e due con voce ora suadente ora sfottente.
Quel che hanno raccontato conferma il carattere odiosamente classista e dunque ingiusto del metodo scelto per attenuare gli effetti di una crisi che fino a ieri non c'era, mentre adesso il governo impone i sacrifici. Non dicono «lacrime e sangue», come si era lasciato sfuggire il sottosegretario Gianni Letta, ma ogni provvedimento trasuda ingiustizie.
L’aspetto più grave della manovra è proprio che l’intero costo sia fatto ricadere sui più poveri, chiamati a pagare per garantire ai ricchi di mantenere immutato il loro
tenore di vita. Berlusconi ha detto bugie, affermando che «il nostro debito è inferiore a quello della Germania». Tremonti ha raccontato storielle sulle pensioni 'invalidità regalate a chi ha «un fischio nelle orecchie».
Chi di due sia il gatto e chi la volpe non è chiaro, certo entrambi sperano di trovarsi di fronte tanti pinocchietti da imbambolare.
Forse però la volpe è Tremonti, che ha subito tenuto a precisare come la manovra e (la sua filosofia) sia «del presidente del consiglio», un modo per dirgli che con la Lega, i presidenti delle provincie sbianchettate, i lavoratori pubblici strizzati se la deve vedere lui, il gatto. Bisognerà vedere se è vero che il gatto ha sette vite.
Ai lavoratori dipendenti, ai giovani e ai precari lasciati senza futuro (come ci spiega l’Istat), a cui viene presentato il conto però, non sono tanti pinocchietti.
Non lo è certamente il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani che ha annunciato lo sciopero generale del suo sindacato (quattro ore, organizzato territorialmente ma pur sempre uno sciopero generale) e prima ancora una manifestazione nazionale a Roma, il 12 giugno. E’ una bella sorpresa, una decisione non facile e tutt’altro che scontata che evidenzia il ruolo subalterno (complice) di Cisl e Uil e tiene aperta una possibilità di risposta di massa alla politica antipopolare del governo.

ps. Nessun giornalista ha chiesto alla strana coppia ragione del mega condono di due milioni di case fantasma, o dei 120 (o 156?) miliardi di evasione fiscale. Sarà perché, come ci ha tempestivamente comunicato la Guardia di Finanza, tra i 7 mila evasori pizzicati con le mani in un sacco contenente 7 miliardi di dollari, il 14% è composto da giornalisti, oltre che da dentisti e avvocati?

Fonte articolo 'Il Manifesto'

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Le mani in tasca ai ladri di Marco Travaglio

Le mani in tasca ai ladri di Marco Travaglio

Per una volta B. dice la verità: “Non mettiamo le mani in tasca agli italiani”. Le mette direttamente al collo, anche perché in tasca troverebbe poco, a furia di pescare nelle tasche sbagliate, quelle dei soliti noti che pagano fino all’ultimo euro di tasse. Si attende con ansia che qualcuno dall’opposizione risponda con un altro slogan: “Mettiamo le mani in tasca ai ladri”.
1) La prima proposta l’ha lanciata ieri il Fatto: tassare di un altro 10% i 100 miliardi appena rientrati con lo scudo fiscale al prezzo stracciato del 5%. Siccome i titolari avrebbero dovuto pagarne 430 in tasse, ne hanno risparmiati 38: è troppo portargliene via 15 in tutto, cioè meno della metà del dovuto?
2) Nel 2007 il Guardasigilli Mastella creò una commissione per l’autofinanziamento della Giustizia, con magistrati come Greco, Davigo e Ielo. Ne nacque un ddl (ovviamente mai approvato) che fissava una cauzione sulle impugnazioni, per scoraggiare il contenzioso o almeno per renderlo più redditizio. Nel paese dei tre gradi e delle cinque fasi di giudizio, e della prescrizione prêt-à-porter, tutti ricorrono dappertutto per perdere tempo. Tanto è gratis. Perché non imporre un cip di 2 mila euro per ogni ricorso (salvo che per i non abbienti) che rimane allo Stato se il ricorso (al Riesame, in Appello e in Cassazione) si rivela infondato? Hai fatto girare a vuoto la macchina, ora paga le spese, e non simbolicamente (oggi il ricorso in Cassazione “costa” 49 euro). Si dirà: lo Stato non recupera che il 3% delle spese di giustizia. Per forza: alla fine nessuno paga. Basta affidare i ricorsi non all’imputato, ma al difensore che, responsabile in solido, si farebbe anticipare i quattrini dal cliente. In Cassazione, fra civile e penale, arrivano ogni anno 100 mila ricorsi. Nel penale, la metà viene subito dichiarata inammissibile e un altro 25% a fine processo: il 75% di ricorsi respinti (35 mila su 50), con cauzioni di 2 mila euro, porterebbe allo Stato 70 milioni l’anno. Più quelli per il civile. Più, nel penale, quelli in Appello e al Riesame.
3) Anziché gingillarsi con le solite giaculatorie contro l’evasione, basta copiare una legge penale tributaria a scelta fra quelle esistenti nel mondo, e gli evasori finirebbero automaticamente in galera. Non c’è paese al mondo che non abbia in cella nemmeno un evasore, a parte l’Italia. Negli Usa si celebrano 3 mila processi l’anno per reati fiscali e gli evasori detenuti sono migliaia: le pene arrivano a 15 anni. In Italia, grazie alla riforma “carezze agli evasori” del 2001 (governo Amato) che rimpiazzò la 516/82 impropriamente detta “manette agli evasori” (che in manette non ci finivano neanche prima), è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un evasore passi per le porte di un carcere. La legge-porcata esclude dal reato più grave di “dichiarazione fraudolenta” (carcere fino a 6 anni) le “violazioni degli obblighi contabili”: cioè tutte le operazioni di sottofatturazione e omessa fatturazione tipiche di commercianti, artigiani e professionisti (il 90% dell’evasione). L’avvocato o il medico incassano parcelle in nero? Il ristoratore “dimentica” la ricevuta? Reato minore: “dichiarazione infedele”, fino a 3 anni di reclusione (prescrizione dopo 7 e mezzo, impossibile arrivare per tempo a sentenza) che in concreto si assottigliano a tal punto da essere convertibili in modiche multe tipo divieto di sosta. Altro regalo agli evasori: le “soglie di non punibilità”, come per il falso in bilancio modello Berlusconi: la dichiarazione infedele, per costituire reato, deve causare un’evasione oltre i 100 mila euro e la dichiarazione fraudolenta oltre i 75 mila. Sotto, niente penale. Sarà un caso, ma tanta generosità produce 120 miliardi di imposte evase all’anno. Basterebbe un decreto (l’urgenza è evidente) che raddoppi le pene e cancelli le soglie per mandare in galera i primi evasori e indurne molti altri a pagare di corsa. Sarà poco raffinato, ma mentre si bloccano stipendi e si tagliano pensioni alle persone oneste, noi sogniamo un politico italiano disposto a dire “in galera gli evasori”. Se c’è, batta un colpo.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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