Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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giovedì 30 giugno 2011

MAURIZIO LANDINI: «Ora la parola ai lavoratori» intervista al segretario della Fiom di Loris Campetti

Landini, confermi il giudizio critico sull’accordo dopo aver potuto leggere il testo?
Il giudizio non può che essere negativo e rappresenta un arretramento, un cedimento della Cgil su almeno due punti fondamentali. Primo, non c’è l’obbligatorietà del voto dei lavoratori che per noi della Fiom, ma mi sembrava anche per la confederazione, è imprescindibile; secondo, si apre alla possibilità di deroga al contratto nazionale. Vorrei far notare che anche l’aspetto positivo che riguarda la certificazione delle organizzazioni sindacali non è sufficiente di per sé a garantire un percorso contrattuale democratico, perché non esclude la possibilità di stipulare accordi separati. L’unica garanzia a questo fine è il voto delle lavoratrici e dei lavoratori. La Cgil avrebbe dovuto considerarlo discriminante, anche raccogliendo la domanda di democrazia che rimbomba nelle strade, nelle piazze e nelle urne. E infine, ma solo per l’ovvietà di questa mia critica lo metto al fondo, ti pare che si possa accettare un divieto di sciopero nascosto dietro il termine «tregua»?

Al punto 8 si chiede al governo di incrementare le azioni finalizzate a ridurre tasse e contributi intervenendo sul livello contrattuale aziendale. Che ne pensi?
Ne penso male. In un paese in cui l’80% dei lavoratori è in aziende con meno di 50 dipendenti, quale redistribuzione della ricchezza garantirebbe un intervento riguardante una piccola minoranza? È un altro modo per sterilizzare i contratti nazionali.

Come si tradurrà concretamente il vostro giudizio negativo?
Domani (oggi per chi legge, ndr) si riunisce il Comitato centrale della Fiom per analizzare l’accordo, nel contesto di una manovra economica iniqua e pesante per chi lavora. Io ritengo e proporrò al confronto interno che la Cgil coinvolga tutti i lavoratori chiedendo loro un giudizio sul testo che a noi non piace. È una prassi prevista dallo statuto confederale che perlomeno gli iscritti debbano essere attori di una scelta delicata e impegnativa come questa, che non può essere demandata al solo gruppo dirigente. La Cgil ha una storia democratica che non può essere cancellata d’autorità.

Lo statuto della Fiom prevede addirittura l’obbligatorietà del voto di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti, sulle piattaforme e sugli accordi. Sareste disposti di fare una deroga?
Non se ne parla proprio. Io sono il segretario generale della Fiom e non intendo, in alcun modo, venir meno a una regola fondante della mia organizzazione. Ti faccio notare che lo statuto della Fiom è stato approvato dalla Cgil: dov’è il problema?

C’è il rischio che la ferita aperta da questo accordo unitario possa mettere in moto una dinamica centrifuga?
Fuori dai denti: qualcuno si chiederà se ha ancora senso per la Fiom restare nella Cgil? Queste sono sciocchezze. La Fiom è nata nel 1901 come sindacato generale e ha contribuito a dare origine alla Cgil. Noi qui restiamo e continuiamo a batterci perché i punti di vista dei lavoratori abbiano peso in tutte le scelte e nella definizione della linea sindacale. La Fiom non si arrende. Solo per farti un esempio, a settembre avvieremo il percorso democratico per il rinnovo del contratto nazionale, a partire dall’assemblea di settembre di tutti i delegati. Il primo punto sarà il vincolo che la piattaforma e l’accordo abbiano valore esclusivamente dopo il referendum di tutti i lavoratori, se l’esito del voto sarà positivo. Noi restiamo dentro la Cgil perché siamo la Cgil, e lo siamo proprio con queste nostre modalità.

I firmatari dell’accordo sostengono che non è stata introdotta la retroattività, in modo tale che la Fiat non sarebbe salvata da eventuali sentenze di condanna sugll’accordo di Pomigliano. Non è una buona notizia?
Non mi è chiaro se le cose stanno proprio così, ma prendo in parola i firmatari e di conseguenza la Fiom chiederà alla Fiat di riaprire la trattativa.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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sabato 18 giugno 2011

Il lavoro, che spettacolo- Santoro: «Una Woodstock dell’informazione» di Micaela Bongi

(foto repubblica.it)
Lungo via dei Carracci, la strada che costeggia la ferrovia, sfila una specie di corteo, a piedi e in bicicletta, che non si sa bene dove deve arrivare: «E da quella parte villa Angeletti? », tutti domandano. Si va a vedere la serata di Michele Santoro per i 110 anni della Fiom, «Signori entra il lavoro, tutti in piedi». Tutti in piedi nel parco, tantissimi ragazzi, sotto un palco quadrato circondato dal pubblico, lontano dagli studi televisivi, con un maxischermo in fondo al pratone e i monitor appesi alle torri delle luci e dell’amplificazione. Non è un talk show con il dibattito in studio, né è costruito come se lo fosse, come lo era invece Raiperunanotte, altra serata santoriana bolognese, l’Annozero fuori dal palinsesto perché c’era la campagna elettorale per le regionali, l’anno scorso, e i vertici Rai avevano deciso così: black out dell’informazione. Ma qualcosa, molto anzi, è cambiato anche da allora, quando pure quella serata dimostrò che era possibile rompere il meccanismo della tv generalista classica, anzi ormai vecchia, ostaggio dei partiti e del conflitto di interessi.
Le manifestazioni dei mesi scorsi e poi le elezioni amministrative e i referendum hanno dimostrato che “oscurare” non si può, perché il flusso della comunicazione, l’informazione trova altre strade nonostante i diktat, gli zelanti dirigenti berlusconiani e la commissione di vigilanza. Annozero nel palinsesto dell’autunno non c’è, ma l’ammaccato sire di Arcore e i suoi cortigiani non sono riusciti a cancellare quella voce.
Non che a viale Mazzini le cose vadano per il meglio. Solo ieri Fabio Fazio e Giovanni Floris hanno raggiunto l’intesa per i loro contratti. Invece Milena Gabanelli arriva al parco di villa Angeletti e chiarisce che i vertici della tv pubblica le hanno fatto una proposta impossibile, che «non tutela né me né i miei collaboratori». È la solita storia della copertura legale per Report che la Rai non intende assicurare, vecchio chiodo fisso dell’ex direttore generale Mauro Masi che a quanto parte ha fatto proseliti.
E così, dopo un altro anno di minacce, di tentativi di far saltare le trasmissioni sgradite e palazzo Grazioli, di pressing incessante su Raitre, arrivano qui i «senza contratto» della tv pubblica, per una battaglia comune, per la Costituzione, i diritti. E per il «Raipride», pure, come dice Serena Dandini che alle nove apre la serata in diretta su Current (che a fine luglio dovrà lasciare la piattaforma di Sky che non ha rinnovato il contratto, ancora) e in rete. «Sembra Woodstock», scherza la conduttrice quando il pratone è ormai pieno. Sono arrivati Vauro, l’altro «conduttore» che apre con le sue vignette e incalza a distanza Bonanni dopo averci litigato in collegamento su La 7, e Max Paiella, che prova i suoi Minzolini e Belpietro e canta I want to break free. C’è il pm Antonino Ingroia («non sono venuto per esibirmi o per fare un comizio», dirà, ma per raccontare la sua storia di siciliano) e c’è Angelo Guglielmi, la storia di Raitre.
Arriva Maurizio Crozza, versione Marchionne. E poi Teresa de Sio, i Subsonica, Daniele Silvestri… Le operaie della Omsa sono in prima fila sotto il palco, in attesa di salire, già alle sette di sera, nei loro camici verdi.
La serata si scalda, si aspetta di capire cosa farà Michele Santoro nel suo ruolo «inedito», è passata l’intervista all’Olgettina girl Iris Berardi che dice «tutti i genitori sarebbero contenti di vedere i propri figli fare quello che ho fatto io» ma ad Arcore «andavamo a dormire se poi qualcuna andava in camera sua non lo so»; è passato il video di Renato Brunetta ormai stracult che si scaglia contro i precari, e la precaria del ministero del lavoro Maurizia Russo Spena può far sentire la sua voce al ministro almeno da Bologna, tra gli applausi… E nel pratone è «totosorpresa». Arriverà Adriano Celentano? Il suo staff dice di no, eppure qualcuno giura di averlo visto all’hotel Majestic e subito si sparge la voce, ma poi pare che no, non sarà lui il «super ospite». Si sussurra che arriverà Roberto Benigni. Poi il sussurro diventa una conferma. Serena Dandini manda il video su «Chi comanda in Italia», P2, P3, P4? E comprare Corrado Guzzanti con le sue improbabili ma a quanto pare molto plausibili logge, da «Aniene».
Non è la Rai, neanche questa. Non può essere la Rai, ma qualcosa è cambiato

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 16 giugno 2011

110 ANNI DELLA FIOM - Noi e Santoro, lavoro comune di Maurizio Landini

Cosa c’entrano la Fiom e la festa nazionale per i suoi 110 anni con Santoro e i suoi ospiti? La scelta che abbiamo fatto è stata di non organizzare una semplice ricorrenza, un ricordo delle ragioni che diedero vita agli albori del 1900 alla Federazione Impiegati e Operai Metallurgici, ma di partire da quelle ragioni per riportare alla luce una storia storia e tante lotte. Oggi attuali come allora. La scelta è di ridare la dignità di bene comune, di patrimonio di tutti, al lavoro, alla democrazia, ai diritti, al contratto nazionale e alla legalità: le cinque parole d'ordine che erano alla base della grande manifestazione nazionale della Fiom del 16 ottobre 2010.
Proprio dall'esperienza di quel giorno vogliamo ripartire, dalla rete di rapporti con i movimenti, le associazioni e i soggetti della società civile che si sono incontrati in piazza San Giovanni a Roma. Quella manifestazione nasce da Pomigliano, dallo scatto di dignità dei lavoratori del Gian Battista Vico che si sono rifiutati di sottostare al ricatto della Fiat che chiedeva loro di rinunciare ai diritti, altrimenti Marchionne avrebbe chiuso la fabbrica. Con il loro straordinario atto di coraggio, nel nostro Paese si è tornati a parlare delle condizioni di chi lavora, di democrazia e rappresentanza, di contratto come elemento di tutela e solidarietà generali. E questa attenzione è cresciuta ancora grazie alla battaglia contro i tre licenziamenti di Melfi e a quella delle lavoratrici e dei lavoratori di Mirafiori. Si è affermata la consapevolezza che quella battaglia non riguardasse solo i dipendenti della Fiat, o l'insieme dei metalmeccanici.
Nel frattempo sono scese in piazza le donne, gli studenti, i precari e tanti altri, sono cresciuti i movimenti per l'acqua e contro il nucleare. L'impegno per la tutela dei beni comuni si è fatto strada insieme all'idea che si può dire di no, perché un altro modello di sviluppo e di relazioni tra le persone è possibile, che la competizione non si deve giocare a danno delle condizioni di lavoro. Le conquiste strappate con le lotte del Novecento sono costantemente sotto attacco, il diritto di sciopero, che quelle conquiste ha consentito, verrebbe cancellato qualora passasse il disegno della Fiat.
Per questo faremo una Festa che racconti la storia delle lotte della Fiom e, contemporaneamente, analizzi la situazione attuale proponendo risposte alternative, una via diversa di uscita dalla crisi che non riproponga la stessa filosofia e persino le stesse ragioni che l'hanno provocata. Abbiamo invitato tanti ospiti a dare il loro contributo su come difendere il contratto nazionale, le leggi e la Costituzione. E non potevamo, in questo contesto, non affrontare il tema della libertà di informazione. Abbiamo chiesto a Michele Santoro di organizzare liberamente una serata sui temi a lui cari. La risposta è stata entusiasta e, dopo di lui, hanno dato l'adesione convinta i suoi tanti ospiti. La Festa si chiama «Signori, entra il lavoro». Santoro ha ripreso questo titolo e ha aggiunto «Tutti in piedi». «Tutti in piedi» per il rispetto del lavoro e dei lavoratori, che siano metalmeccanici o giornalisti, «Tutti in piedi» per la libertà di espressione e di scelta dei propri rappresentanti, che siano politici o sindacali, «Tutti in piedi» per la difesa dei beni comuni. Vi aspettiamo a Bologna dal 16 al 19 giugno e a Milano dal 24 al 26. * segretario generale della
Fiom

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 29 gennaio 2011

L’OFFENSIVA DI BERLUSCONI - Il Caimano chiama il pubblico per aizzare la piazza di Norma Rangeri

(vignetta Giannelli-Il Corriere)
Dal bunker berlusconiano un altro videomessaggio, il terzo dall’inizio dell’anno, atterra nelle case degli italiani per scandire i tempi e dettare le modalità dell’estrema difesa. Il Caimano che incita la folla all’assalto del Tribunale, si appella al popolo televisivo sventolando la bandieradella democrazia. Nel forsennato tentativo di non affogare sotto i colpi di accuse che lo inchiodano al ruolo di promotore della prostituzione di stato, Berlusconi appare sugli schermi dopo aver ordinato ai suoi colonnelli, durante il consiglio dei ministri, di accelerare la pratica dell’oscuramento di Annozero. Si presenta ai telespettatori seduto alla solita scrivania mentre è ancora fresca l’eco del pesantissimo intervento del direttore generale, Mauro Masi, in diretta giovedì sera da Santoro per dissociarsi dal programma che discuteva delle prostitute di Arcore. Il premier annuncia al pubblico che sarà lui a scegliere i magistrati più adatti a giudicarlo e dichiara che «il livello di guardia è stato superato».
Il videomessaggio arranca in una rappresentazione che deve convincere chi non legge i giornali e poco sa dei fatti. Aggiunge che «è giunto il momento di ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello stato», assicura che «il governo andrà avanti». Come sempre nella tecnica del ribaltamento della verità, come accade appunto nella drammatica scena conclusiva dello spietato e lucido film di Nanni Moretti, il protagonista dell’attacco forsennato alla divisione costituzionale dei poteri, il politico che chiama la piazza all’assalto contro l’ordine giudiziario che osa processarlo, Berlusconi si ritaglia il ruolo della vittima per costituire l’alibi dell’ultimo strappo.
Durante il videomessaggio lo vediamo replicare il mantra della violazione della privacy, e recitare la parte del cittadino comune afferrando la cornetta di un telefono per agitarla davanti alle telecamere e concludere che siamo tutti spiati. Non è lui che ha violato ogni legge, pubblica e privata, ma è il potere giudiziario che è andato «oltre ogni limite» e dunque va ricondotto a più obbedienti comportamenti.
Isolato, indebolito, politicamente alle corde Berlusconi torna a parlare agli italiani dopo averlo già fatto il 14 gennaio, all’indomani della sentenza della Cassazione sul legittimo impedimento, e il 19 gennaio dopo la consegna in parlamento delle carte della procura di Milano. Nonostante il consiglio dell’amico Giuliano Ferrara di andare in tv per affrontare le accuse in un confronto diretto con i giornalisti, il capo del governo insiste sul collaudato copione del monologo che non ammette replica.
Di fronte a un comportamento politico che non rispetta nessun altro potere se non il proprio, e a una strategia mediatica che non ammette il contraddittorio della libera informazione, il gioco si fa duro. E alla piazza si dovrà rispondere, da parte delle opposizioni, con la piazza.
La presenza estesa e forte degli operai e degli studenti nelle decine di manifestazioni organizzate dalla Fiom in tutto il paese, alleggerisce questo clima plumbeo emette in campo un argine democratico. Mentre cresce, con l’accavallarsi di iniziative pubbliche, l’appuntamento del 13 febbraio, una mobilitazione della società civile sollecitata da un appello di donne rivolto a tutti, ma in particolare agli uomini (perché «se non ora quando?») per ritrovarsi a Roma nello stesso giorno in cui probabilmente Berlusconi chiamerà il Pdl a piazza Duomo a Milano.
Assestati i colpi secchi al potere parlamentare e giudiziario, fino a far tremare ogni punto di equilibrio (dal senato alla camera, alla presidenza della repubblica), stiamo arrivando a un nuovo tornante. Se alle elezioni si dovrà arrivare, il massimo esperto di propaganda le prepara infuocando la piazza. Reale e virtuale.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Masi umani di Marco Travaglio

giovedì 13 gennaio 2011

FIAT - Lettera al Presidente della Repubblica di Rossana Rossanda

All’ on. Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica

Signor Presidente,
non credo di mettere in causa l’esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.
Ora, ferma restando la libertà di opinione dell’attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo. L’art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l’organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l’obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.
Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una azienda privata possa obbligare i dipendenti a un referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte Costituzionale non ammetterebbe.
Ma mi permetto di chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che nella maggiore azienda italiana si indica un referendum fra lavoratori su un «accordo» con
la proprietà che preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di fondo, come quello di sciopero garantito dall’art. 40 e dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si considera che tale referendum possa essere tenuto, è legittimo che in quell’accordo si dichiari che il sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di ogni attività nell’azienda? So che alcuni sindacati si appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è quanto meno assai discutibile.
Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare, intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se la possibilità di agire d’un sindacato, fra l’altro ad oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti fondamentali che distinguono una democrazia da una dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno di noi, e sono certa che Lei condivide questa preoccupazione.
Voglia scusare l’irritualità di questo mio rivolgersi alla Sua persona, e, in attesa d’un suo cenno, La ringrazio fin d’ora per l’ascolto.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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A Mirafiori in gioco la democrazia di Loris Campetti

martedì 11 gennaio 2011

A Mirafiori in gioco la democrazia di Loris Campetti

(vignetta Romaniello)
C’è un signore con la borsetta che gira il mondo cercando di vendere la suamerce aprezzo fisso. Non è un mercante arabo, nessuna trattativa è prevista: se vi va è così, altrimenti tanti saluti. Il liberismo nella globalizzazione non è un suq, la crisi e la concorrenza non perdonano e il ’900 è morto e sepolto con i suoi lacci e diritti. Il nostro mercante si chiama Sergio Marchionne, parla americano e detesta i dialetti, che sia sabaudo o partenopeo. È più capace nel vendere promesse in cambio di cieca obbedienza che non automobili. Nessuno le vuole, è merce vecchiotta. Ma lui giura che rinnoverà e triplicherà la produzione, darà lavoro a tutti, tanto lavoro. 10 ore al dì anzi 11, pause ridotte, mensa solo se c’è tempo, sciopero nisba, neanche un’influenza. È scritto sul contratto: se voti sì ti riassumo, investo per il futuro tuo e della fabbrica, sennò riparto con la mia valigetta e qualche pezzente più pezzente di te in qualche stato più pezzente di quello italiano lo troverò di sicuro.
Ecco il referendum con cui il 13 e il 14 Marchionne chiederà a 5.300 operai delle Carrozzerie di Mirafiori di prendere o lasciare: il 51% di sì farà vivere la fabbrica, il no la chiuderà. Che c’è di nuovo rispetto a Pomigliano? Una raffinatezza: i sindacati che non hanno firmato l’accordo non avranno più accesso alle linee di montaggio. Nessun delegato, del resto, neanche quelli dei sindacati complici, potrà essere eletto dai lavoratori,sarannonominati d’ufficio dagli stati maggiore.
Ci sono tre reazioni al diktat. La prima, maggioritaria in politica, al governo, tra sindacati e gli imprenditori, batte le mani e minaccia gli operai: che aspettate a piegare quella schiena? Non vorrete perdere investimenti e lavoro per un principio ammuffito? Guai a voi se farete fuggire all’estero la Fiat. La seconda reazione è quella della Fiom, che si oppone ai ricatti e informa gli operai di quel che stanno per votare, indicendoa ssembleee distribuendo a tutti il testo dell’accordo. Così potranno decidere concognizione di causa se il gioco vale la loro dignità.
Ci sono diritti non vendibili scritti in leggi,contratti,nello Statuto nella Costituzione e gli accordi o sono frutto di contrattazione o non esistono. La Fiom non riconosce la validità del referendum-truffa.
Poi c’è una terza reazione, uguale alla seconda ma con un finale diverso: noi siamo contrari, ma se il ricatto vincesse la Fiom dovrà riconoscere il risultato, adeguarsi e apporre la propria firma per non essere espulsa dalla fabbrica. È il punto di vista della maggioranza del gruppo dirigente Cgil.
Non sempre il pragmatismo riduce i danni. La forza accumulata dalla Fiom si fonda sull’ascolto dei lavoratori, sulla condivisione, sulla rappresentanza democratica. È tutta da dimostrare la possibilità che la Fiat possa cancellare il sindacato più rappresentativo, mentre è prevedibile che una rinuncia della Fiom a difendere la dignità della sua gente spezzerebbe quel legame straordinario e un’aspettativa che va crescendo ben oltre le fabbriche.
In questa settimana, ancora una volta a Torino, si gioca unapartita che riguarda la democrazia italiana.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 17 ottobre 2010

C’È FUTURO di Valentino Parlato

La giornata di ieri a Roma promossa dalla Fiom è stata, a mio parere, una giornata decisiva. Un invito, o una sfida, al mondo dei partiti e anche degli intellettuali a uscire dalla palude e dalle dispute, di stile berlusconiano, contro Berlusconi.
Gli operai metalmeccanici sono stati negli anni passati, e lo sono anche oggi, l’espressione più moderna e forte della classe operaia, quelli che ogni giorno hanno a che fare con le innovazioni e gli arbitrii del capitalismo nostrano. E, aggiungo, i progressi delle nostre società sono stati promossi dalle innovazioni industriali e dalla politica dei protagonisti di quelle innovazioni.
Non è stato affatto casuale che all’apertura della enorme manifestazione di piazza San Giovanni abbiano parlato studenti, insegnanti, ricercatori. I metalmeccanici hanno coinvolto e portato a rappresentanza anche la cultura. Il nesso metalmeccanici e cultura è antico e, senza citare Marx, strutturale. Come a dire, ripetendo convinzioni di un passato migliore, la classe operaia promuove la cultura impegnata nell’antico intento di rivoluzionare la società.
Quella di ieri è stata una sfida a quel che resta in Italia delle culture e della politica di orientamento democratico. In Italia e anche in Europa (le vittorie elettorali delle varie destre incombono) si sta andando al peggio. La grande manifestazione di ieri, l’illuminato discorso di Maurizio Landini e anche il consenso di Guglielmo Epifani allo sciopero generale - seppur posticipato - hanno detto a tutti noi e ai vari partiti non berlusconiani (ma dal berlusconismo infettati) che si può dire no, che si può cambiare rotta. I partiti (piccoli) della sinistra radicale hanno aderito. Il Pd, che dovrebbe essere l’erede del dimenticato Pci, è rimasto incerto e diviso: ulteriore e grave segno della crisi italiana. Perché il Pd non ha aderito alla manifestazione dei metalmeccanici, lavoratori fondamentali dell’industria italiana e del progresso del nostro paese?Un interrogativo grave che pesamolto su di noi, ma che dovrebbe pesare anche su di loro.
Non ci spero,ma sarei molto grato a Bersani se volesse dare una sua spiegazione al manifesto. Ma forse pensa che il manifesto (che una quarantina d’anni fa diede al Pci utili suggerimenti) sia peggio dei metalmeccanici, i quali, a suo avviso, sarebbero diventati o sono estremisti dannosi.
Estremisti quelli che sono il maggiore sostegno del reddito nazionale?
Credo che, se non al manifesto, una spiegazione alla Fiom e alla Cgil Bersani dovrebbe pur darla. La grande manifestazione di ieri ha dimostrato che l’Italia è meno peggio di quanto gli attuali rassegnati dirigenti
del Pd pensano. Dicano qualcosa e non solo qualche titolo scetticamente elogiativo dell’imponente manifestazione di ieri.Dicano se vogliono o no capire qualcosa
e fare qualcosa per e con gli operai metalmeccanici. Una volta ci dicevamo che il Pci era il migliore rappresentante della classe operaia. Non aspettiamo una risposta, perché il Pd non sa che dire. In ogni modo martedì il manifesto pubblicherà il testo integrale del discorso di Landini in piazza San Giovanni.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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