Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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sabato 26 marzo 2011

Maglie larghe di Marco Travaglio

Per raccontare l'Italia dell'ultimo ventennio, gli storici del futuro non potranno evitare un capitolo sulla stampa berlusconiana. Cioè alla corrente dadaista del giornalismo italiano rappresentata da Giornale, Libero, Panorama e TgLingua che, pur avari di notizie vere, regalano da anni al Paese grandi momenti di ilarità, buonumore e spensieratezza. Ieri, per esempio, Sallusti titolava in prima pagina: “Benzina più cara? Colpa di Nanni Moretti & C”. Al primo assembrarsi di infermieri sotto la sede del Giornale, qualcuno nota che anche a Libero c'è bisogno urgente di cure. Infatti pure Belpietro titola: “Ci tassano la benzina per pagare i filmetti”. Anche lui ce l'ha col governo che ritocca lievemente le accise per finanziare la guerra di Libia e rinnovare il contratto alle forze dell'ordine; qualche spicciolo andrà anche a ridurre i tagli alla tutela dei beni archeologici, ai musei, ai teatri, agli enti lirici, al Fondo unico per lo spettacolo, alla Biennale e a Cinecittà-Luce. Naturalmente “i filmetti” non c'entrano nulla, tantomeno Moretti che non ha mai chiesto un euro al Ministero e di solito i finanziamenti se li trova all'estero. Ma –si chiederanno gli storici del futuro– i giornali di destra non erano tenuti a verificare le notizie prima di darle? C'era forse una legge che li esentava dal farlo? No, si sono semplicemente garantiti un'ampia franchigia che consente loro di sparare la prima cazzata che passa per la testa, nell'assoluta certezza che nessuno ci fa più caso. Non solo non sono tenuti a scrivere cose vere, ma nemmeno verosimili. Un po' come Aldo Biscardi che, querelato dall'associazione arbitri, si difese così: “Lo sanno tutti che le cose che diciamo al Processo del Lunedì sono poco credibili”. Alla fine fu assolto con la decisiva motivazione che era “troppo poco credibile per poter diffamare qualcuno”. Un'altra caposcuola del surrealismo giornalistico è Maria Giovanna Maglie. Lei gli articoli non li digita al computer: li crivella con raffiche di kalashnikov. L'altroieri, in un delicato editoriale dal titolo “Il fronte di Lampedusa. Ora rischiamo l'invasione dei poligami”, spiega su Libero che a Genova “un macellaio marocchino vuole che gli autorizziamo la terza moglie” e “non sarebbe una scandalosa novità: in Italia ospitiamo graziosamente già 15 mila poligami ufficiali con relative famiglie, conseguenti costi sociali, devastante degrado della nostra civiltà”. Volete mettere, per dire, quei bei monogami italianissimi che sgozzano la moglie (per fortuna unica) tra le quattro mura di casa o molestano le figlie al calduccio del focolare domestico? Ora però, avverte la leggiadra editorialista, “provate a immaginare la stessa prepotente pretesa moltiplicata per la folla che da Lampedusa ci sta occupando e invadendo”. Un poligamo oggi, un poligamo domani e “allora sì che saremo minoranza schiacciata e reietta”, a meno che non si faccia tosto una legge per negare “il permesso di soggiorno a chi non rinuncia alla poligamia”. Com'è noto, i disperati che sbarcano mezzi morti a Lampedusa sono sceicchi travestiti da straccioni che nascondono sotto i cenci un harem di almeno cinque mogli per ciascuno. L'altro giorno il Giornale titolava a tutta prima pagina: “Il golpe dei magistrati” e, oltre a pubblicare le loro mail private, attribuiva loro cose mai scritte né pensate. Ieri uno di quei magistrati, additato come “golpista” solo per aver invitato i colleghi che lavorano al ministero a dimettersi, ha inviato una rettifica che è uscita senza una parola di replica. Evabbè, abbiamo dato del golpista a un giudice che non c'entrava nulla, che sarà mai. Zio Tibia, senza volerlo si capisce, ha anticipato Vauro e Vincino riportando in edicola il Male. Il mitico foglio satirico, nel '78, diffuse false prime pagine di Stampa, Corriere, Giorno e Paese Sera: “Clamoroso arresto di Ugo Tognazzi”, “E' il capo delle Br”, “Anche Vianello nella direzione strategica”. Se lo facesse oggi col Giornale, nessuno noterebbe la differenza.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 2 marzo 2011

Circonvenzione di rapace di Marco Travaglio

Gentile Cavaliere, scusi l’insistenza, ma abbiamo come l’impressione che Lei continui a farsi del male. Non per colpa Sua, ci mancherebbe: Lei non ha colpe, mai. Ma per colpa di chi La circonda e, se ci consente, La mal consiglia. L’altro giorno, per esempio, lei ha annunciato a una scelta platea di somari, fra i quali numerosi ministri, che Lei ha “rinunciato da tempo ad avere un telefonino perché il mio era esposto a ogni tipo di intercettazione”. Ora, non sappiamo chi Le abbia consigliato una simile scempiaggine, ma possiamo assicurarLe che costui L’ha ingannata. Anzitutto il Suo telefonino non è mai stato intercettato (dal 1994 Lei è un parlamentare e come tale non può essere ascoltato; prima, per quanto più volte indagato, non risulta che i giudici Le abbiano mai messo sotto controllo i telefoni, salvo una volta, nel 1983, quand’era sospettato di traffico di droga, accusa poi archiviata). Ogni qual volta è stata captata la Sua voce in conversazioni telefoniche, è perché i giudici stavano intercettando i telefoni dei Suoi interlocutori: personaggi indagati (l’immobiliarista Della Valle, Dell’Utri, Saccà, Cuffaro) o possibili vittime di Suoi reati (Ruby-Karima e altre Papi-girls). Il che significa, signor Presidente, che per non essere più ascoltato non le basterà rinunciare al telefonino personale e usare quello del suo caposcorta (come per la telefonata in Questura per Ruby) o di qualcun altro, o magari un’utenza fissa: se un giudice intercetta l’altro interlocutore, Lei può pure parlare da una cabina telefonica, sempre che arrivi all’apparecchio, ma la sua voce sarà registrata lo stesso. Quindi, se non vuol essere ascoltato, delle due l’una: o smette proprio di parlare (rendendo, fra l’altro, un gran servigio ai nostri timpani e alla nazione tutta), magari passando al più sicuro sistema dei pizzini molto in voga in ambienti a Lei vicini; oppure cerca di selezionare meglio i Suoi interlocutori, evitando mafiosi, corruttori, papponi e mignotte. Ogni anno, in tutta Italia, vengono intercettate dalle 5 alle 10 mila persone, perlopiù delinquenti matricolati: ecco, Lei tenti, per quanto possibile, di parlare con le altre (sono parecchie, circa 60 milioni). Vedrà che parlare con gente onesta non è poi così traumatico. Ci riescono in tanti. Sempre l’altroieri, Lei ha allietato la giuliva platea con la contabilità al dettaglio dei Suoi processi: “Oggi si celebra la 2.952esima udienza a mio carico. Io sono l’uomo più processato d’Italia, ho avuto 103 procedimenti, oltre 50 andati a dibattimento”. Scusi l’indiscrezione, ma chi Le scrive i testi? Chi le ha messo in testa queste baggianate? Olindo Sallusti? Filippo Mèches? Mutanda Ferrara o Mutandino Ostellino? Dia retta a noi, che i Suoi processi li seguiamo amorevolmente fin dall’inizio: i procedimenti sono una trentina in tutto, di cui 19 andati a dibattimento e gli altri archiviati. Anche ammettendo che ciascun dibattimento abbia prodotto cento udienze, cifra iperbolica, saremmo ben sotto le 2.000. A questo punto però, siccome Lei sostiene di avere “speso 600 miliardi di lire” (300 milioni di euro) in avvocati in 17 anni, ci sorge un sospetto: che i suoi avvocati non Gliela raccontino giusta. Del resto, sono gli stessi che Le avevano garantito la sopraffina costituzionalità del lodo Schifani, del lodo Alfano, del legittimo impedimento, dell’abolizione dell’appello ma solo per il pm, tutta robaccia regolarmente bocciata dalla Consulta (e non perché la Consulta sia di sinistra, ma perché la robaccia era incostituzionale). Già ci pare di vederli mentre s’inventano anche i processi che Lei non ha, per poter dire di averne vinto qualcuno: la mattina escono dicendo “Presidente, stamane c’è il processo Spectre”, “Oggi abbiamo il dibattimento del caso Supercazzola Brematurata”, “Domani non ci siamo, c’è ludienza sullo scandalo Comefosseantani”, “Veniamo dal tribunale, grazie a noi Lei è stato assolto dall’accusa di abigeato”. Poi vanno in camporella, o al biliardo, o al circo. E Lei paga.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 6 febbraio 2011

Scatti & ricatti di Marco Travaglio

Il bello di certi giornali è che usano parole prive di qualsiasi attinenza con la realtà. L’altroieri Napolitano (finalmente, speriamo che duri) respinge al mittente il decreto sul federalismo varato dal governo in barba al Parlamento che l’aveva appena bocciato: decreto “irricevibile”, governo “scorretto”. Il Pompiere della Sera titola: “Napolitano corregge il governo”. Corregge? Che lingua parlano in via Solferino? È tanto difficile chiamare le cose col loro nome? Da qualche giorno Il Fatto racconta ciò che tutti, nelle redazioni dei giornali e nei Palazzi della politica, sanno: e cioè che alcune fra le decine di ragazze e mignotte che vanno e vengono dalle ville del premier hanno scattato foto e girato filmati dei loro incontri ravvicinati col Papi desnudo. E qualcuna ha deciso di farci un bel po’ di soldi, da quando il premier – non richiesto – ha giurato in tv a reti unificate (le sue) che le feste in casa sua sono elegantissime e castissime, trasformando così quegli scatti e quei video in altrettante prove delle sue bugie al popolo italiano. Qualche foto è stata trovata dalla polizia in cellulari, pc e cassetti delle Papi-girls. Altre sono gelosamente conservate dalle ragazze. Altre ancora le ha tolte dalla circolazione Emilio Fede, che dice alla Minetti: “Ho dato 10 mila euro a una che aveva foto scattate col telefonino”. La Procura comunica che le foto in suo possesso non hanno rilevanza penale né ritraggono il premier nudo. Ma nulla può dire sulle altre. Persino Libero ha scritto: “Com’era da sospettare le foto... faranno arrossire i protagonisti e le protagoniste... Nelle immagini e nei video sequestrati... ci sono tanti corpi, ma mancano i reati... A partire da Nicole Minetti, forse qualcuno si vergognerà di fronte a una consigliera regionale con le zinne di fuori” (Libero, 4 febbraio, pag.   6  ). Ieri però, con agile piroetta, Belpietro attribuisce al Fatto la notizia che ha dato anche lui e titola in prima pagina: “Vogliono ucciderlo con una foto”. Ucciderlo? Ma è stato proprio B. a consegnarsi mani e piedi alle ragazze con i suoi videomessaggi e le sue indagini difensive che dipingono i festini ad Arcore come una via di mezzo fra il ballo delle debuttanti e la mensa della Caritas. Se non l’avesse fatto, pubblicare quelle immagini sarebbe violazione della sua privacy. Invece ora è diritto-dovere di cronaca. E poi: non fu forse Belpietro, quando dirigeva il Giornale, a “uccidere” Silvio Sircana con le foto che lo ritraevano sulla sua auto vicino a un trans sul marciapiede? Disse di averlo fatto perché i paparazzi che l’avevano scattata avrebbero potuto ricattare il portavoce di Prodi, dunque un personaggio pubblico. Forse che Sircana è più pubblico di B.? Sircana oltretutto non era indagato e disse di non aver nulla in contrario alla pubblicazione delle foto, giurando di non aver fatto altro che una sbirciatina, mentre B. è indagato per prostituzione minorile e chi gli portava ragazze a pagamento è inquisito per sfruttamento della prostituzione. Dunque, oltre alla ricattabilità del premier, qui c’è anche in ballo la prova del giro di “escort” chez B. Il Giornale, sempre più comico, crede persino a Ghedini e Longo: “Attenti, spacciano i fotomontaggi di Silvio”. Fotomontaggi? Che B. si denudasse davanti a ragazze maggiorenni o minorenni l’hanno già raccontato, al telefono e a verbale, diverse protagoniste dello scandalo. Eventuali foto sarebbero solo una conferma. Dunque pubblicabili per evidente interesse pubblico. Nessun reato per chi le pubblica né per chi le scatta: la legge punisce chi riprende persone dentro le mura domestiche, ma solo se vi si intrufola di soppiatto o usa teleobiettivi dall’esterno. Chi invece viene invitato a casa di Tizio è liberissimo di scattare foto e girare video. Noi comunque non abbiamo né scattato né acquistato foto: abbiamo solo scritto che chi le possiede le ha messe in vendita. E allora che diavolo vogliono da noi Ghedini, Longo e il loro postino, il Garante della privacy? A parte minacciarci, s’intende.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 20 gennaio 2011

’O Stellino ’nnammurato di Marco Travaglio

I cortigiani del latrin lover sono alla canna del gas: infatti son ridotti a citare ogni due per tre gli articoli di Piero Ostellino, aggiungendo che trattasi di un commentatore del Corriere, dunque comunista, quindi “non certo tenero”, ergo attendibile. In realtà Ostellino, dopo aver trascorso la prima metà della vita a incensare Craxi, ha deciso di passare la seconda a beatificare B. Ma sempre precisando che lui non sta con B., anzi, lui è un “liberale” (lo dice di continuo, per convincere soprattutto se stesso, anche perché è l’unico a crederci). Il guaio è che è innamorato perso e, per quanto lo mascheri, non riesce proprio a nasconderlo. L’idea di perdere, 18 anni dopo Craxi, il suo nuovo spirito guida lo angoscia a tal punto da indurlo a scrivere ogni giorno lo stesso articolo in sua difesa. Da qualche giorno sostiene che B., per carità, deve “difendersi davanti ai magistrati”. Ma che, nell’attesa (temiamo vana), i giornali non devono scrivere nulla: “La sede in cui verificare le accuse contestate non sono i media” e nemmeno “l’opinione pubblica” che, nonostante le quotidiane illuminazioni ostelliniane, sarebbe “frastornata dalle troppe notizie, spesso non sempre controllate”. Comprese – immaginiamo – quelle che ogni giorno pubblica il suo giornale. E le notizie, si sa, fanno male alla salute. Il bello di Ostellino è che, qualunque cosa dica, sfugge totalmente ai normali criteri della logica. Per cui riesce addirittura a sostenere, nello stesso articolo, tre tesi incompatibili fra loro.
1) “Di fronte a un’ipotesi di reato – soprattutto la prostituzione di una minorenne – è legittimo che la magistratura chiami B. a risponderne... come ogni altro cittadino”.
2) “Monitorare le persone che frequentano le abitazioni private” di B. è un “attacco”, una “violazione delle libertà individuali”, una “mostruosità giuridica e morale”, una “barbarie”.
3) “Alla magistratura è lecito chiedere di restare all’interno delle proprie funzioni, che non sono né politiche né morali”. Ma benedett’uomo: se un pm indaga su un giro di prostituzione, è ovvio che intercetti le eventuali prostitute. Non per incriminare queste, che non commettono reati, ma gli organizzatori e, in caso di minorenni, gli utilizzatori finali. E, se lo fa, non svolge funzioni politiche o morali, ma penali, visto che la legge punisce lo sfruttamento, il favoreggiamento della prostituzione e l’utilizzo di quella minorile. Accecato da Cupido, ‘O Stellino ‘nnammurato vede una grave “violazione della dignità delle donne”: ma non da parte di B. e della sua corte di ruffiani, papponi e mezzane, bensì da parte dei pm che “trasformano in prostitute – dopo averle intercettate e perquisite – le ragazze che frequentavano casa Berlusconi... la cui colpa è quella di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo”. In fondo che male c’è se, “consapevoli di essere sedute sulla propria fortuna, ne fanno – diciamo così – partecipe chi può concretarla?”. Wow! Ma questo è dolce stil novo! Al pover’uomo sfugge che pagare qualcuno perché recluti, istruisca, consegni a domicilio ragazze disponibili ad atti sessuali retribuiti, è un reato. E queste ragazze sono tecnicamente – in tutto il mondo – prostitute, senza bisogno che le toghe rosse le “trasformino”. E il “partecipe” è un delinquente. Scriviamo queste cose nel massimo rispetto del dramma di Ostellino, unico italiano rimasto (assieme a Bondi e Scilipoti) a credere a quel che racconta B. e a non accorgersi di vivere in un Truman Show dov’è tutto falso, finto, sceneggiato. L’altro giorno rivelava di non essere “mai stato invitato da B. in una delle sue abitazioni, tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza”. Dunque, per dire, non ha mai potuto ricevere nemmeno le cravatte con cui il Principale usa congedare frettolosamente Sallusti. È il momento di riparare: il Cavaliere inviti a Palazzo anche lui, lo renda “partecipe” di qualcosa, anche di seconda mano, fosse pure una farfallina d’argento o un bilocale in comodato in via Olgettina. Lui rifiuterà: certi servizietti li fa gratis. Ma sarà comunque un bel gesto.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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IL SATYRICON DI BERLUSCONI di Oliviero Beha





Seminfermità mentale di Marco Travaglio






LA FIDANZATA E LE ALTRE - L’imprevisto fatale di Ida Dominijanni

venerdì 7 gennaio 2011

È la stampa, sciocchezza di Marco Travaglio

Dalla lettura dei giornali, una domanda sorge spontanea: sarà la malapolitica a peggiorare l’informazione o la malainformazione a peggiorare la politica? È una bella gara. Che non si gioca soltanto sui media di stretta osservanza berlusconiana, tipo Il Giornale, Libero, Il Tempo (da sei mesi fanno sempre lo stesso titolo: “Fini è un delinquente”). Ma anche su quelli più normali. Se si esclude la felice parentesi del Corriere, che qualche giorno fa mise in prima pagina un fatto – la condanna del generale Ganzer per narcotraffico e l’eventualità (subito tramontata) delle sue dimissioni dal Ros – il resto è tutto un echeggiare l’ultima stantia dichiarazione di questo e quello. B. riesuma i comunisti. Napolitano invita al dialogo (un evergreen che si porta su tutto: la giustizia, la scuola, l’università, la Fiat, i tagli alla cultura). Bossi rutta qualcosa sul federalismo. Casini invita ad abbassare i toni. Tremonti forse fa la fronda ma forse no. Il Pd è diviso, nell’ordine, su tutto. Sono anni e anni che sentiamo gli stessi personaggi ripetere le stesse cose. La notizia sarebbe Berlusconi che scopre la fine del comunismo con 21 anni di ritardo, Napolitano che invita allo scontro, Bossi che urla “il federalismo è una boiata pazzesca!”, Casini che invita ad alzare i toni, Tremonti che scarica la Lega e sposa Berlusconi, il Pd compatto almeno sul segnale orario. In attesa che uno di questi miracoli si verifichi, le solite dichiarazioni dei soliti noti dovrebbero finire, a esser generosi, fra le brevi a fondopagina. Non troneggiare in copertina. E lasciare spazio alle notizie, cioè ai fatti, non alle chiacchiere, agli spifferi, ai retroscena (ci sono specialisti del ramo, i celebri “retroscenisti”, che cercano il retro a una scena che non c’è e raccontano con grande enfasi i sospiri di Moffa, i battiti di ciglia di Nucara, gli incisi di Pionati alla buvette come se parlassero di Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta). In nessun paese al mondo i giornali aprirebbero con “notizie” tipo “Nuovo monito di Napolitano” o “Berlusconi: ‘No alle elezioni’” o “Bossi: ‘Sì alle elezioni’” o “Pd: ‘Elezioni boh’”, o – volendo proprio folleggiare – “Cesa: ‘Sì al governo tecnico’”. Anche perché i poveri lettori che ancora si trascinano in edicola a versare l’obolo quotidiano, quando leggono certe leccornie, chiedono i soldi indietro. Mentre lamentano la classe politica più parolaia e inconcludente del pianeta, i giornali inseguono i politici fino all’ultimo monosillabo. Così, in un circolo vizioso senza fine, i politici passano le loro giornate a spararle sempre più grosse, nella certezza di un titolo nei tg della sera e sui giornali dell’indomani. Si spiegano così fenomeni sconosciuti nel mondo civile, tipo Gasparri o Stracquadanio o Capezzone, di cui si ignorano le opere, ma non le vaccate. Il giornalismo “due punti virgolette” è sciatto ma comodo: attende gli eventi, non si sbilancia, subappalta l’informazione a chi dovrebbe esserne controllato, non dà fastidio a nessuno. Poco importa se le cose dette da tizio o caio sono false: ci si limita a registrarle o a contrapporle alle repliche dell’altro fronte. Per esempio gli ultimi deliri telefonici del Cainano nel programma di Signorini su Canale5 dominano tg, siti e giornali (tranne il nostro): i comunisti “esistono ancora”, “hanno seminato miseria, disperazione e 100 milioni di morti” (deve averglielo detto Putin), “non sono cambiati” (magari) e “vogliono sbattermi in galera con la complicità dei pm” (volesse il cielo). Lo diceva già nel '94, dov’è la notizia? E poi D’Alema “ora veste in cachemire” (una sciarpa) e porta “scarpe su misura” (roba di 12 anni fa, ai tempi della Bicamerale). E “mai avuto tresche con donne di sinistra” (gli entrano in casa a decine, lui non sa nemmeno come si chiamano, ma chiede subito per chi votano). Un caso da legge Bacchelli diventa la notizia del giorno. Viene quasi da solidarizzare con Minzolingua: pure lui, beninteso, non dà una notizia nemmeno per sbaglio, ma almeno lo pagano per quello.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 5 gennaio 2011

Battista nel paese delle meraviglie di Marco Travaglio

Grazie di cuore a Pierluigi Battista, editorialista del Corriere, per aver mirabilmente riassunto in un solo articolo com'è ridotto il giornalismo italiano. Il punto di partenza del noto tuttologo esperto in niente sono le cimici che Bossi dice di aver trovato un paio di mesi fa nel suo ufficio al ministero (perché non sembra, ma Bossi è un ministro) e nella sua casa a Roma, ma si guardò bene dal denunciare. Di lì Cerchiobattista parte in quarta con un excursus storico (si fa per dire) nel mondo dello spionaggio politico-giudiziario, con citazioni dotte dei film “Le vite degli altri” e “Minority Report” (ma poteva pure starci, per coerenza, “Quel gran pezzo dell'Ubalda”). Da buon orecchiante, Battista si limita a evocare vicende che gli ronzano nella memoria smemorata, senz'avere la più pallida idea di come si siano concluse e quindi dell'importanza e del significato da attribuire a ciascuna. Ne esce un blob indistinto e lattiginoso dov'è tutto uguale: intercettazioni legittime su gravi reati e dossier criminali per screditare avversari politici, verità e menzogne, delitti e patacche, complotti e bufale, tragedia e farsa. Chi legge ha la sensazione di vivere in un paese dove tutti spiano tutti, un “onnipotente stato di polizia” modello “Gpu o Stasi o Kgb”, dove lo sport prediletto è “distruggere privacy e reputazione”. Così alla fine ha sempre ragione B. (ma anche il governo brasiliano, no?). Cogliamo fior da fiore. “...Berlusconi mostrò una cimice (poi ribattezzata 'il cimicione') che avrebbe violato la sua residenza...”. Battista non dice come andò a finire: il Gup di Roma archiviò il caso perché scoprì che, a piazzare il cimicione (un ferrovecchio non funzionante), era stato l'amico dell'addetto alla sicurezza di B. incaricato di “bonificargli” l'ufficio. Un caso di auto-spionaggio. Ma intanto il falso scandalo era servito a gettare un po' di fango sulla magistratura impicciona e a tirare la volata alla Bicamerale. “...Nel magazzino di Gioacchino Genchi sono passate milioni di record riguardanti tabulati telefonici (non proprio intercettazioni dunque) della classe dirigente, fra cui innumerevoli utenze di persone non indagate... informaticamente annotate per gravare come una nube di panico per chi, politico o non, vedeva distrutto e violato, in modo perfettamente legale beninteso, l'ambito della propria riservatezza...”. In realtà, essendo un consulente informatico incaricato da procure e tribunali di incrociare dati telefonici e telematici, Genchi ha avuto per le mani anche migliaia di intercettazioni, grazie a cui ha smascherato e fatto condannare decine di stragisti, omicidi, mafiosi, trafficanti di droga e così via (Battista, giustamente, li chiama “classe dirigente”). I quali, si capisce, parlano anche con persone non indagate. Resta da capire dove stia il problema, visto che in tutto il mondo le indagini si fanno così. “...intercettazioni a strascico che finiscono ai giornali prima ancora che all'attenzione degli interessati...”. Non è così: salvo rarissimi casi, le intercettazioni pubblicate dai giornali sono tratte da ordinanze non più coperte da segreto proprio perché già notificate agl'indagati. Ma tenetevi forte perché arriva il meglio: “...Cosa faceva il team della security Telecom accumulando dati su dati rovistando tra le mail dei malcapitati?”. Qui ci sono addirittura sentenze e confessioni: si sa, per esempio, che il team Tavaroli spiava il vicedirettore del Corriere, Massimo Mucchetti, sventuratamente non allineato con l'editore Tronchetti Provera, che secondo Tavaroli era perfettamente al corrente di tutto. L'unico non al corrente è Battista, che continua a domandarsi: “Cosa faceva il team?”. Giocava forse alla playstation? Del resto è un editorialista del Corriere, mica è tenuto a saperlo. “E cosa avvenne esattamente – s'interroga angosciato – nella storia in cui la Mussolini accusò Storace di aver messo su un apparato spionistico ai suoi danni?”. Avvenne che i responsabili dell'apparato furono condannati in tribunale, e Storace pure, come “promotore o istigatore”. Ma tutto questo Alice non lo sa.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 17 dicembre 2010

Ferrara nervoso, buon segno di Marco Travaglio

Barbara Spinelli ha scritto su Repubblica un commento di esemplare lucidità sulla vittoria di Pirro berlusconiana del 14 dicembre. Colpa delle opposizioni che “hanno interiorizzato l’accusa di tradimento e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un’alleanza parlamentare diversa” e “hanno ignorato l’art. 67 della Costituzione: ogni deputato è libero da vincoli di mandato”. Insomma han seguitato a parlare e pensare col vocabolario e la grammatica berlusconiani, gli unici luoghi dove si demonizza il concetto di “ribaltone”, da sempre consentito da ogni Costituzione democratica. E così, anziché pensare a un “Comitato di liberazione nazionale” dal Caimano, non han saputo proporre un’alternativa credibile: l’unica che, alle elezioni, può risparmiarci il ritorno dei morti viventi (il quarto). A ciò si aggiunge “il mese in più concesso da Napolitano”, usato da B. per “compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l’hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (escluso Di Pietro)”, immemori della lezione di Machiavelli: i nemici vanno “o vezzeggiati o spenti”. Ma spenti subito, la notte stessa, non un mese dopo averli avvertiti. L’articolo ha mandato in bestia il più ringhioso custode della cassaforte berlusconiana, da cui attinge a piene mani e piena panza da vent’anni: Giuliano Ferrara. Che ieri, sul Foglio, s’è scagliato contro la Spinelli (“Il delirio di Barbara”) con una violenza pari solo alla colata di piombo usata per farlo. L’articolo ferraresco è interessante non tanto per la diffusione (Il Foglio è ufficialmente in clandestinità), quanto per il nervosismo che denota: nella Banda B si teme che la Spinelli, a furia di insistere, venga ascoltata. La miglior prova che ha visto giusto. Ferrara definisce la Spinelli “ribaltonista e inconsapevolmente golpista” perché auspica di “sfiduciare B. con ogni mezzo possibile”: ciò che auspicano tutte le opposizioni del mondo. Non contenta, la golpista Spinelli invoca “una norma legislativa che impedisca a B. di ripresentarsi”: ma quella norma esiste già, la legge 361/1957, che dichiara ineleggibili i concessionari pubblici qual è B. (per giunta abusivo per Rete4), ma è stata sempre calpestata. Secondo Ferrara, poi, il mese in più concesso da Napolitano a Mediashopping sarebbe giustificato dall’urgenza di “approvare la legge di stabilità in un clima da bancarotta degli stati”: in realtà si poteva benissimo sfiduciare il governo a novembre, quando fu annunciata la mozione di sfiducia, aggiungendole un codicillo con la garanzia che la manovra sarebbe stata approvata comunque. Infine Ferrara sostiene, con grave sprezzo del ridicolo, che chi teme una vittoria elettorale di B. dimostra come il suo padrone conservi “il dominio pieno e incontrollato sulla coscienza civile diffusa della maggioranza effettiva degli italiani” a dispetto della “nota lobby” degli “italiani di minoranza”. Questo signore non conosce nemmeno i fondamentali dell’aritmetica: un conto sono i numeri in Parlamento, dopati dal mega-premio di maggioranza garantito alla coalizione che arrivi prima e superi il 35% dei voti; un altro sono i numeri del Paese, dove mai B. ha ottenuto il 51% dei voti, nemmeno nel 2001 all’apice della popolarità. Nel 2008 il Pdl, con dentro i finiani, prese il 37,4% dei voti validi (circa il 60% degli aventi diritto), cioè poco più del 20% degli italiani maggiorenni. Meno del 30, sommando pure la Lega. E, anche tra i voti validi, quelli andati alle opposizioni (Pd, Idv, Udc, sinistre varie), furono molti più di quelli raccolti da Pdl più Lega. Che però andarono al governo a causa della divisione delle opposizioni. Un motivo in più per dare ascolto alla Spinelli evitando di ripetere gli errori del passato. E per terrorizzare i servi di B. che, da una vita, su quegli errori campano. E ingrassano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 19 novembre 2010

Indro ci manchi di Marco Travaglio

L’altra sera mi viene incontro una signora e mi dice: “Mi capita di pensare sempre più spesso a Indro Montanelli. A lei no?”. Anche a me, cara signora. Penso a lui ogni volta che apro il Pompiere della Sera e al posto dei suoi editoriali trovo quelli di Panebianco, Ostellino, Galli della Loggia, Battista e, al posto della sua “Stanza”, trovo la rubrichina paracula di Sergio Romano (ieri questo ambasciatore da Ferrero Rocher assolveva Craxi e Andreotti dalle loro responsabilità sul debito pubblico, attribuendolo al destino cinico e baro). Penso a lui quando sento i campioni della “nuova destra” finiana scoprire con modico ritardo chi è l’uomo, anzi l’ometto che hanno servilmente servito per quasi vent’anni. Penso a lui quando leggo il Giornale da lui fondato e faccio il confronto con quel che è diventato (da ieri Feltri raccoglie firme non contro i camorristi, ma contro Saviano). Penso a lui quando vedo il Tg1 e sento dire che Minzolini è un giornalista. Penso a lui, soprattutto, quando vedo all’opera questo centrosinistra che il grande Indro fu costretto a votare e sostenere, causa B., negli ultimi 7 anni della sua vita. Non mi riferisco agli elettori, che anche ai tempi del Montanelli anticomunista lo leggevano, magari di nascosto, apprezzando e invidiando la sua libertà totale e la sua scrittura meravigliosa. Mi riferisco ai partitocrati, intellettuali e artisti “organici” al seguito, i polli di batteria che han sempre cantato nel coro, i giullari di corte che negli anni ‘70 bazzicavano le Botteghe Oscure perché l’aria tirava da quella parte, poi quando il vento cambiò diventarono craxiani e poi berlusconiani o dalemiani (fa lo stesso, basta conservare i lauti contratti con Mediaset, Mondadori, Einaudi, Medusa, Endemol), e ora tifano per il governo tecnico di unità nazionale per uscire dal berlusconismo senza vincitori né vinti, magari regalando un bel salvacondotto a B., ma sì, chissenefrega se corrompeva giudici o prendeva i soldi dalla mafia, pari e patta e un bacio sopra. Questi signorini col culetto sempre al caldo non hanno mai capito chi fosse Montanelli. Abituati a voltar gabbana un giorno sì e l’altro pure, pensarono che l’avesse voltata anche lui nel ‘94, quando ruppe con B. per una questione di principio (il conflitto d’interessi): infatti gli diedero subito il benvenuto nel club, accreditando la leggenda della sua conversione alla sinistra in articulo mortis. Non lo sfiorava neppure l’idea che fosse rimasto l’anarchico conservatore individualista di sempre, refrattario a ogni conformismo, corte e coro. Lo stesso che, fascista, lasciò il fascismo nel 1937, all’apogeo del regime, mentre tutti correvano a mettersi a vento, e pagò la rottura con due anni di galera e una condanna a morte per mano nazifascista. Lo stesso che nel dopoguerra denunciò il conformismo dell’antifascismo, quello che fece dire a Flaiano: “In Italia esistono due fascismi: quello propriamente detto e l’antifascismo”. Lo stesso che, prima firma del Corriere, abbandonò il suo giornale che virava a sinistra per fondare un Giornale controcorrente. Lo stesso che, quando B. divenne suo editore e si legò a Craxi, prese a bombardare Craxi. Lo stesso che, quando il suo editore entrò in politica, rifiutò di trasformare il Giornale in quel che poi è diventato e, a 85 anni, fondò la Voce. Lo stesso che riconobbe sempre “un solo padrone: il lettore”. L’altra sera gli autori di Vieni via con me han fatto leggere al povero Silvio Orlando una listarella di cose incredibili fra cui questa: “Che quelli di sinistra fossero entusiasti prima di Montanelli e poi di Fini”. In realtà non c’è nulla di incredibile. Se a sinistra molti simpatizzano per Fini è perché Fini (come prima Bossi) sta buttando giù B., mentre la sinistra l’ha sempre tenuto su. E se a sinistra molti simpatizzarono per Montanelli è perché ha detto, su B., cose che nessuno a sinistra ha mai osato dire. Non perché fosse diventato di sinistra. Ma perché era rimasto un uomo libero. Una cosa che questa sinistra non riesce neppure a immaginare.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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