Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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domenica 26 giugno 2011

Sì, c’è da essere storditi di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 24 giugno 2011

Quando c’era Lui, cara Lei di Marco Travaglio

(vignetta bucnic)
Dinanzi allo sconcio delle intercettazioni che immortalano la Rai, già “servizio pubblico” e “prima azienda culturale del Paese”, come un’appendice della P4, il presidente Paolo Garimberti è riuscito a dire soltanto che l’azienda che presiede a sua insaputa ha subìto qualche “schizzo di fango”. Come se ci fosse bisogno delle intercettazioni per scoprire ciò che tutti sapevano, e cioè che Masi & gli altri affossatori della Rai sono eterodiretti. Uno sconcio che, almeno per la Rai, è peggio della P2, visto che la P4 e i suoi manutengoli ai piani alti di Viale Mazzini sono riusciti dove persino Gelli aveva fallito: cancellare dai palinsesti i due programmi giornalistici di maggior successo dell’ultimo anno, Vieni via con me e Annozero. Le indagini di Trani e di Napoli dimostrano carte alla mano che la cacciata di Santoro è avvenuta su ordine diretto del presidente del Consiglio per mano di un Masi letteralmente telecomandato da Bisignani e di una Lei molto vicina a quegli ambienti. Quanto basterebbe perché Garimberti prenda quelle carte e monti sul primo aereo per Strasburgo per denunciare all’Europa una palese violazione del principio comunitario di non ingerenza dei governi nell’informazione. Così magari la Procura di Roma e il Tribunale dei ministri, che da un anno si rimpallano la patata bollente delle intercettazioni di Trani, si deciderebbero a fare qualcosa. L’altra notte, in uno di quei programmi-marchetta che infestano i palinsesti estivi della Rai, Milly Carlucci in quel di Amalfi insigniva Garimberti del premio Biagio Agnes per le mirabolanti imprese del servizietto pubblico sui 150 anni dell’unità d’Italia. Garimberti commentava giulivo: “Speriamo di meritarcelo”, tra gli applausi di Vespa, assiso in seconda fila. Ma sì che ve lo meritate, quel premio: a vita ve lo meritate, visto avete superato il maestro. Nemmeno Biagione, campione della Rai lottizzata di De Mita & C., dove però lavoravano Grillo e tanti altri irregolari, avrebbe mai osato mettere alla porta Santoro e Saviano. Ora, se tutto va bene, sistemeranno anche Milena Gabanelli e la squadra di Report. Dopo 14 anni di onorato servizio, il capo dell’ufficio legale Rai, Lo Giudice, avvocato del Giornale berlusconiano e figlio del difensore di Craxi, ha comunicato a Milena che, non essendo lei dipendente, non ha diritto alla “manleva”. Cioè alla copertura legale per contratto (che non esclude la rivalsa dell’azienda in caso di condanna per dolo o colpa grave). Tutte balle: anche Giuliano Ferrara è un esterno Rai, guadagna il quintuplo della Gabanelli per vomitare ogni sera i suoi liquidi organici contro i nemici del suo padrone, ma lui la manleva ce l’ha. Altrimenti eviterebbe di calunniare questo e quello. Tanto paghiamo noi: come direbbe Ricucci, fa il frocio col culo degli altri. La Gabanelli invece, che in 14 anni di inchieste complicatissime non ha mai perso una causa né un processo per diffamazione, è considerata una fonte possibile di “danni erariali” per l’azienda che ingrassa grazie a lei. Dunque non può rinnovare il contratto che scade il 31 agosto, quello nuovo è irricevibile: lei lavora per la Rai ma, se qualcuno le fa causa, affari suoi. Roba mai vista in un’azienda editoriale. È come se un poliziotto venisse spedito a sedare una rivolta in carcere, ma casco, armi e giubbotto antiproiettile dovesse pagarseli lui. Solo il Cda può sanare la ferita. Ma lì comanda il centrodestra, con Petroni e la Bianchi Clerici che nominarono un dg incompatibile, Meocci, attirando sulla Rai una multa di 14 milioni (“danno erariale”?); e con gli altri che hanno assunto Minzolini, ora indagato dalla Corte dei conti e dalla Procura per 60 mila euro di spese non rimborsabili pagati con la carta di credito aziendale (“danno erariale”?). Quando anche la Gabanelli sarà accompagnata alla porta, qualche intercettazione svelerà i veri mandanti dell’operazione. E qualche presidente, uno a caso, farà la bocca a cul di gallina e piangerà sul fango versato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 21 giugno 2011

EDITTO ANTI SANTORO-PRESTIGIACOMO SAPEVA. E MASI CACCIÒ LA BUSI di Antonio Massari e Marco Lillo

La ministra Stefania Prestigiacomo sapeva che il duo Bisignani-Masi voleva licenziare Santoro. E dalle carte dell’inchiesta sulla P4 si scopre che fu Masi a far fuori, dalla conduzione del Tg1, la giornalista Maria Luisa Busi. "Pure la docu-fiction ti hanno fatto ieri... è una vergogna... gente che fa roba del genere è da licenziare...": è il 26 marzo 2010 quando gli investigatori ascoltano, per la prima volta, direttamente dalla voce di Bisignani, l’idea di licenziare il conduttore di Annozero. Masi non batte ciglio: "Oggi ho scritto una lettera riservata... non lo voglio fare adesso se no questi ci fanno due giorni di campagna elettorale surrettizia... ho chiesto al presidente, come avevo già detto in CdA, di fare un Consiglio Straordinario su Santoro, perché il Consiglio mi deve dare un segnale... siccome questo a maggio scade Annozero ...io devo sapere che fare... il Consiglio mi vota che non facciamo più Annozero e poi negozio io l'uscita... perché su ‘sta roba non se può più andare avanti...". A maggio Masi dice Bisignani: “Senti, ho chiuso con Santoro...". Sembra che stia parlando di una sorta di accordo – e poi gli spiega che la notizia di lì a poco finirà sulle agenzie, quindi consiglia Bisignani di avvisare il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e di tacere, invece, con Dagospia. Il 23 settembre, però, la situazione precipita con l’editoriale in cui Santoro pronuncia l’ormai famoso “Vaffan’ bicchiere” e il giorno dopo la Finanza intercetta questa conversazione tra Bisignani e Masi:
B: menamo o famo.. questo è un pazzo veramente eh
M: vabbè poi ti dico a voce finalmente ha fatto l'errore che volevo io (…) con questa roba qui lo sospendo io vado... mercoledì porto la sospensione eh (…) che è aziendale, fatto tutto, già deciso... tra l'altro sono tutti d'accordo (…) vedrai. Garimberti la vota gli altri due dove stanno (…) la sospensione è 10 giorni, la si inizia con una sospensione da 10 giorni, però, è un segnale mica da ridere eh, con la sospensione non può andare in onda, tante cose
B: salta una puntata! (…) o due.
M: è un segnale mica da ridere eh Gigi.
È A QUESTO PUNTO che Bisignani si mostra disponibile a incaricare un suo avvocato per redigere la lettera di ammonimento. Lettera che viene trascritta sotto dettatura. Ed ecco il testo dettato a Bisignani dall’avvocato Gabriele Arcuri:
“Egregio dottore, in riferimento a quanto emerso nel corso della trasmissione ... i toni contenuti nelle predette espressioni sono apparse in aperto e inequivocabile contrasto con quanto da sempre rappresenta la società in Italia e nel mondo. Il perpetrarsi di un atteggiamento di evidente ...”. La scena ricorda la famosa lettera scritta da Totò e Peppino, soprattutto quando Bisignani interviene per dare il suo suggerimento: “Qua metti il concetto di servizio pubblico”. “Lo devo mettere?”, risponde l’avvocato. “Be..., il concetto di servizio pubblico, sì. Poi vai avanti”, continua Bisignani, che aggiunge: “Una sentenza, una cosa , un cazzo, non ce lo mettiamo?”. Questo è il servizio pubblico nel pensiero di Bisignani e anche di Masi che, il giorno dopo, viene contattato dal lobbista per la consegna dello scritto. In altre intercettazioni, si sente Bisignani soddisfatto della strategia adottata, tanto da esclamare, “Santoro (…) lo licenziamo". Soddisfatto anche Masi che, il 10 ottobre, dice frasi del tipo: “Santoro in fuga”, “Abbiamo vinto, è morto”, “Gli stamo a spaccà il culo”, “Sò arrapato come una bestia”.
DALL’INCHIESTA emerge che anche la ministra del’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, alla quale non sembra opportuno, era al corrente del piano di Bisignani: “Tu lo vuoi fare?” chiede. E Bisignani risponde: “Si, se non lo fai adesso non lo fai più. Un destro così non ti verrà mai più nella vita”. Il progetto però naufraga e intercettando Masi si scopre che l’ex direttore generale della Rai è convinto di essere riuscito a portare a termine una sola operazione: “L'unica cosa che mi era uscita vera”, dice il 26 luglio 2010, “è di togliere la Busi, perché l'ho fatta io d'autonomia e non è passata dal Consiglio”. Maria Luisa Busi aveva lasciato la conduzione del Tg1 il 21 maggio. Masi però parla anche con Luca Cordero di Montezemolo ed è lui stesso ad ammetterlo davanti ai pm: “Tanto il Bisignani quanto il Cordero di Montezemolo mi rappresentarono una questione riguardante la Fenech e una produzione di fiction dalla stessa proposta; io non ho fatto alcun intervento”. Masi parla anche di Minoli: la sua posizione “mi era stata segnalata anche da Letta; in particolare con il Bisignani si parlava della nomina del Minoli come responsabile delle attività della Rai per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità di Italia; Minoli mi veniva segnalato quotidianamente anche, per esempio, da Amato. Ruffìni non voleva ospitare sulla seconda serata di Rai3 la trasmissione di Minoli; di fatto, poi, è accaduto il contrario nel senso che ha avuto ragione Ruffìni e continua ad andare in onda in seconda serata su Rai 3 Parla con me della Dandini”. E di Monica Setta: “Massimo Liofredi la proteggeva, io non la volevo. Io dico al Bisignani di informare e di parlare di tali questioni il dottor Letta. (…). Bisignani, per la verità insieme a tanti altri, mi ha chiesto la cortesia di far lavorare la Monica Setta, ma io non l'ho rinnovata perché fa una tv che non mi piace”. E ancora: “Chiesi a Bisignani di mettermi in contatto con Capezzone sapendo che avevano buoni rapporti...anche per Anna La Rosa mi ha telefonato tutto l’arco politico istituzionale, ritengo compreso Bisignani”.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 18 giugno 2011

Il lavoro, che spettacolo- Santoro: «Una Woodstock dell’informazione» di Micaela Bongi

(foto repubblica.it)
Lungo via dei Carracci, la strada che costeggia la ferrovia, sfila una specie di corteo, a piedi e in bicicletta, che non si sa bene dove deve arrivare: «E da quella parte villa Angeletti? », tutti domandano. Si va a vedere la serata di Michele Santoro per i 110 anni della Fiom, «Signori entra il lavoro, tutti in piedi». Tutti in piedi nel parco, tantissimi ragazzi, sotto un palco quadrato circondato dal pubblico, lontano dagli studi televisivi, con un maxischermo in fondo al pratone e i monitor appesi alle torri delle luci e dell’amplificazione. Non è un talk show con il dibattito in studio, né è costruito come se lo fosse, come lo era invece Raiperunanotte, altra serata santoriana bolognese, l’Annozero fuori dal palinsesto perché c’era la campagna elettorale per le regionali, l’anno scorso, e i vertici Rai avevano deciso così: black out dell’informazione. Ma qualcosa, molto anzi, è cambiato anche da allora, quando pure quella serata dimostrò che era possibile rompere il meccanismo della tv generalista classica, anzi ormai vecchia, ostaggio dei partiti e del conflitto di interessi.
Le manifestazioni dei mesi scorsi e poi le elezioni amministrative e i referendum hanno dimostrato che “oscurare” non si può, perché il flusso della comunicazione, l’informazione trova altre strade nonostante i diktat, gli zelanti dirigenti berlusconiani e la commissione di vigilanza. Annozero nel palinsesto dell’autunno non c’è, ma l’ammaccato sire di Arcore e i suoi cortigiani non sono riusciti a cancellare quella voce.
Non che a viale Mazzini le cose vadano per il meglio. Solo ieri Fabio Fazio e Giovanni Floris hanno raggiunto l’intesa per i loro contratti. Invece Milena Gabanelli arriva al parco di villa Angeletti e chiarisce che i vertici della tv pubblica le hanno fatto una proposta impossibile, che «non tutela né me né i miei collaboratori». È la solita storia della copertura legale per Report che la Rai non intende assicurare, vecchio chiodo fisso dell’ex direttore generale Mauro Masi che a quanto parte ha fatto proseliti.
E così, dopo un altro anno di minacce, di tentativi di far saltare le trasmissioni sgradite e palazzo Grazioli, di pressing incessante su Raitre, arrivano qui i «senza contratto» della tv pubblica, per una battaglia comune, per la Costituzione, i diritti. E per il «Raipride», pure, come dice Serena Dandini che alle nove apre la serata in diretta su Current (che a fine luglio dovrà lasciare la piattaforma di Sky che non ha rinnovato il contratto, ancora) e in rete. «Sembra Woodstock», scherza la conduttrice quando il pratone è ormai pieno. Sono arrivati Vauro, l’altro «conduttore» che apre con le sue vignette e incalza a distanza Bonanni dopo averci litigato in collegamento su La 7, e Max Paiella, che prova i suoi Minzolini e Belpietro e canta I want to break free. C’è il pm Antonino Ingroia («non sono venuto per esibirmi o per fare un comizio», dirà, ma per raccontare la sua storia di siciliano) e c’è Angelo Guglielmi, la storia di Raitre.
Arriva Maurizio Crozza, versione Marchionne. E poi Teresa de Sio, i Subsonica, Daniele Silvestri… Le operaie della Omsa sono in prima fila sotto il palco, in attesa di salire, già alle sette di sera, nei loro camici verdi.
La serata si scalda, si aspetta di capire cosa farà Michele Santoro nel suo ruolo «inedito», è passata l’intervista all’Olgettina girl Iris Berardi che dice «tutti i genitori sarebbero contenti di vedere i propri figli fare quello che ho fatto io» ma ad Arcore «andavamo a dormire se poi qualcuna andava in camera sua non lo so»; è passato il video di Renato Brunetta ormai stracult che si scaglia contro i precari, e la precaria del ministero del lavoro Maurizia Russo Spena può far sentire la sua voce al ministro almeno da Bologna, tra gli applausi… E nel pratone è «totosorpresa». Arriverà Adriano Celentano? Il suo staff dice di no, eppure qualcuno giura di averlo visto all’hotel Majestic e subito si sparge la voce, ma poi pare che no, non sarà lui il «super ospite». Si sussurra che arriverà Roberto Benigni. Poi il sussurro diventa una conferma. Serena Dandini manda il video su «Chi comanda in Italia», P2, P3, P4? E comprare Corrado Guzzanti con le sue improbabili ma a quanto pare molto plausibili logge, da «Aniene».
Non è la Rai, neanche questa. Non può essere la Rai, ma qualcosa è cambiato

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 17 giugno 2011

INCHIESTA P4 · Parla il sindaco De Magistris: «Stesso contesto della P2. Allora Papa stava al ministero di Mastella» intervista di Adriana Pollice

Politica, massoneria, imprenditori, pezzi di Stato: gli ingredienti dell’indagine dei pm napoletani John Woodcock e Francesco Curcio sulla P4 sono gli stessi dell’inchiesta «Why not» condotta da Luigi de Magistris, allora magistrato in servizio a Catanzaro, attuale sindaco di Napoli. Il nome che lega i due filoni di indagini è quello di Luigi Bisignani, il più giovane iscritto alla P2 di Licio Gelli, condannato per la tangente Enimont negli anni 90, approdato poi al salotto buono della seconda Repubblica. Più potente di Gianni Letta, dicono a Roma, capace di influenzare le decisioni di colossi come l’Eni, Finmeccanica, Generali, fino a sponsorizzare Mauro Masi come dg Rai. C’è chi dice che sia dietro le fortune politiche di sottosegretaria come Daniela Santanchè. Amico di Italo Bocchino, di Clemente Mastella, di Angelo Balducci e Guido Bertolaso. Amico di tutti, con un ufficio addirittura a Palazzo Chigi, dove farebbe il consulente. Secondo i pm di Napoli sarebbe la mente di una associazione segreta in grado di infiltrarsi nelle procure e tra le forze dell’ordine per acquisire informazioni utili a fabbricare dossier, agevolare o stroncare carriere, controllare appalti. Stessa idea di De Magistris all’epoca di «Why not»: sarebbe stato lui uno dei referenti del sistema individuato in Calabria, la sua posizione archiviata quando l’inchiesta fu messa in mano ad altri. Nei documenti però si trovano tracce dei rapporti, ad esempio, conWalter Cretella Lombardo, potente generale della Guardia di finanza, e con Salvatore Cirafici, il dirigente Wind responsabile della gestione delle richieste di intercettazioni e tabulati inviate all’azienda telefonica dalle procure italiane

De Magistris, è sorpreso dall’inchiesta di Napoli?
Per capire chi è Bisignani dobbiamo tornare al 2007. A giugno inizio a indagare sull’intreccio tra appalti pubblici, la massoneria coperta («La Loggia di San Marino»), vertici dei servizi, l’allora numero due della Guardia di Finanza, esponenti politici e degli affari, come Antonio Saladino, un imprenditore referente della Compagnia delle Opere, e Finmeccanica. All’inizio di luglio iscrivo Bisignani nel registro degli indagati. La sua perquisizione stranamente va a vuoto, allora
ebbi l’impressione che fosse stato avvisato, era volato a Londra. In compenso all’improvviso l’attività ispettiva del ministero della Giustizia, retto allora da Clemente Mastella, nei miei confronti ha un’accelerazione: arriva il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, poi coinvolto nella P3, l’inchiesta «Why not» viene trasferita alla procura generale e io spedito al Csm. Comincia poi un’opera di delegittimazione contro di me e la procura di Salerno, che indaga sulmio caso. Facile immagine che dietro c’è la spinta fortissima di Bisignani. La democrazia italiana
è inquinata dai poteri occulti e io ci ho rimesso la toga.

Dalla P2 alla P4, c’è continuità oppure si tratta di fenomeni differenti?
È lo stesso contesto fatto di organizzazioni segrete e colletti bianchi della criminalità organizzata, si infiltrano nelle procure, negli apparati dello stato, nelle imprese, nella politica per gestire la spesa pubblica e i fondi europei, costituiscono un governo occulto del paese in violazione della Legge Anselmi.
Anche gli uomini sono spesso gli stessi. Ancora nel 2007 nella perquisizione a Saladino, trovai un biglietto dove, in riferimento ad alcuni appalti ministeriali per l’informatizzazione, era scritto «rivolgersi ad Alfonso Papa», allora ai vertici del ministero retto da Mastella. Cioè allo stesso ex pm, diventato parlamentare Pdl, indagato per la P4, amico dell’ex Procuratore di Roma Achille Toro, indagato
con Miller per la P3. Del resto Papa, quando era con me pubblico ministero a Napoli, si è sempre messo di traverso in tutte le battaglie che riguardavano la giustizia.

Certe scelte del governo trovano una ragione negli interessi di Berlusconi, e forse più ancora nella copertura di questa rete di potere?
Rimandare tutto al premier è un grave errore. La P4, come le altre, va molto oltre Berlusconi. Certo, il presidente del Consiglio è un riferimento per le strategie dei piduisti, è l’interprete ideale delle loro istanze, ma stiamo parlando di un sistema che non si ferma al centrodestra, intercetta anche il centrosinistra e tutti gli ambiti della vita pubblica. Se Bisignani ha un ufficio a Palazzo Chigi è perché è amico di molti politici di differenti colori. È questa capacità di penetrazione che spiega molte stranezze italiane. Viviamo in un’apparente legalità formale che spesso permette l’abuso del diritto, leggi incostituzionali, promozioni dirette e trasferimenti ingiusti di servitori dello stato. È un potere ricattatorio bipartisan.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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sabato 19 marzo 2011

Omnia sozza sozzis di Marco Travaglio

(vignetta nonleggerloblog)
Augusto Minzolini sta poco bene. Solo chi l’ha conosciuto vent’anni fa quando sfrecciava per i palazzi romani in motorino, sbucava da dietro le porte, s’inguattava sotto i tavoli travestito da fioriera sempre a caccia di indiscrezioni, pettegolezzi, retroscena, a volte persino di qualche notizia (tipo il patto “della crostata” D’Alema-Berlusconi a casa Letta), può comprendere la gravità della sindrome che l’ha colpito. Un tempo cercava le notizie, ora le nasconde (ultime imprese: il linciaggio di Saviano e la sordina ai fischi contro B.). Fatte le debite proporzioni, è come se l’ispettore Derrick scippasse una vecchietta, o se Berlusconi mandasse indietro una minorenne. La nomina a direttore del Tg1, macchina con autista e carta di credito incorporati, gli è stata fatale. Non bastandogli il magro stipendio di 550 mila euro l’anno a spese dei contribuenti, ha iniziato a usare la carta di credito aziendale a destra e manca, fino a un ragguardevole totale di 86 mila euro in 15 mesi, di cui 68 mila non giustificati secondo il suo stesso protettore Mauro Masi. Spesso l’ubiquo direttorissimo risultava nel suo ufficio a Roma, mentre la carta, ormai dotata di vita propria, strisciava allegramente fra Marrakech e Dubai. Ora è inquisito dalla Corte dei conti e anche la Procura di Roma indaga. L’ha rivelato ieri il Fatto, ma alla Rai lo sanno tutti, visto che da due settimane la Guardia di finanza entra ed esce da viale Mazzini 14 chiedendo di lui. Anziché prendersela eventualmente con i pm, magari indagando sul colore dei loro calzini, Minzolingua se l’è presa col Fatto, mandando in onda un servizio ai confini della realtà firmato da tali Oliva e Prignano. I due han rivelato allo scelto pubblico del Tg1 il vero movente del nostro penultimo scoop: cioè l’indagine sull’assalto a Telecom Argentina. Il Tg1 spiega che l’abbiamo rivelata per “presentare Bernabè come difensore dell’azienda contro chi vuole portarle via Telecom Argentina”, così “il manager si ritrova sulla poltrona di presidente esecutivo”. Ma non basta: il Fatto mette pure in prima pagina la notizia che il neodirettore generale Telecom, Luciani, inviso a Bernabè, è indagato per un giro di sim false. “Telecom – notano i due minzosegugi – è un pallino fisso del Fatto, che nell’ultimo mese ha ospitato sei pubblicità a tutta pagina dell’ex monopolista telefonico”. Capita l’allusione? Il Fatto rivela l’indagine su Telecom Argentina e mette in prima pagina l’inchiesta su Luciani in cambio di 6 pagine pubblicitarie di Telecom. L’idea che un giornale dia notizie vere, possibilmente prima degli altri, semplicemente perché questo è il compito dei giornali, non sfiora neppure i minzoboys: se uno dà una notizia vera, dev’esserci sotto qualcosa. Magari del vil denaro. Questa gente è talmente abituata a fare così, da pensare che tutti facciano così. “Omnia munda mundis”, dice spesso Massimo Fini, “e omnia sozza sozzis”. Ma con noi il Tg1 casca male. Il Fatto è l’unico giornale d’Italia che, per aver osato avanzare qualche dubbio su un prodotto finanziario dell’Enel, è stato avvertito dall’Enel che non avrebbe più avuto pubblicità dell’Enel. Non perché siamo dei campioni di eroismo: semplicemente perché pensiamo che i giornali debbano contenere innanzitutto notizie: e, se qualcuno pensa di barattarle con la pubblicità, può tenersi la pubblicità. Cose che capitano nei giornali che hanno sempre più lettori, a differenza del Tg1 che ha sempre meno telespettatori. Ieri Minzolingua se l’è presa pure col consigliere Rai Rizzo Nervo, reo di aver chiesto al vertice aziendale di fare qualcosa sullo scandalo delle note spese, attivando le procedure disciplinari previste in casi come questo. “Tutte le iniziative di Rizzo Nervo – ha replicato il direttorissimo – sono frutto della sua incommensurabile faziosità”. Ma qui di fazioso ci sono solo 68 mila euro in cerca d’autore. Ora Minzo minaccia: “A tanta faziosità è necessario rispondere con un’iniziativa altrettanto clamorosa”. Tipo, per esempio, restituire il maltolto?

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 6 marzo 2011

Due Minzo e due misure di Marco Travaglio


Tre settimane fa l’ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, ha patteggiato 19 mesi di reclusione per peculato e truffa: quand’era vicepresidente della Regione Emilia Romagna aveva usato la carta di credito d’ufficio per qualche ameno viaggetto all’estero con la sua segretaria-fidanzata, facendo pagare il conto di circa 20 mila euro ai contribuenti. Qualche giorno prima, il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha stabilito che il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, ha tenuto un comportamento impeccabile spendendo in 14 mesi circa 86 mila euro con la carta di credito aziendale per pranzi, cene e viaggi all’estero, da solo o in compagnia di un’amica, anche quando risultava in ferie o presente a Saxa Rubra: tutto in conto agli abbonati. Non la pensa così la Procura della Corte dei conti del Lazio, che ha aperto un’inchiesta su Minzolini per danno erariale. Infatti non sembra, ma la Rai è un ente pubblico, controllato dal Tesoro. Curiosamente però non risultano iniziative dalla Procura di Roma, sebbene la Cassazione abbia più volte stabilito che i dirigenti Rai (compresi i direttori di rete e tg) sono incaricati di pubblico servizio: dunque, se intascano indebitamente denaro dell’azienda, rispondono di peculato esattamente come i pubblici ufficiali. Si dirà: forse la Procura di Roma è più tollerante in materia di peculato di quella di Bologna? Impossibile sostenerlo: a Roma l’ex portavoce finiano Salvatore Sottile è stato condannato in primo grado a 8 mesi per peculato per aver fatto prelevare Elisabetta Gregoraci con l’auto blu della Farnesina. Ma non basta. Dal sito della Corte dei conti apprendiamo un’altra storia esemplare: quella dell’avvocato A. P., dirigente dell’ente pubblico Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente), condannato dalla giustizia penale per peculato e da quella contabile per danno erariale perché “utilizzava indebitamente la carta di credito aziendale al fine di sostenere spese personali non pertinenti all’incarico ricoperto (acquisti di abbigliamento, carburante, generi alimentari, ecc.), per un importo pari a 96.405,53”. E chi l’ha denunciato? La sua stessa azienda, l’Enea. Che gli aveva assegnato la carta di credito per le trasferte lavorative, mentre lui la usava anche “per regolare spese di natura strettamente privata... abbigliamento, gioielleria, farmaci, derrate alimentari, intrattenimento, nonché spese di alloggio e ristorazione assolutamente inconferenti con missioni di servizio”. Tipo 137 cene da 300 euro a botta all’Ostharia Pizzeria Bocaletto di Roma, “per un importo pari a 42.368,70”; tipo l’iscrizione al Circolo sportivo di Montecitorio; tipo lo shopping al supermercato Pim o al Gs di Anguillara, tipo soggiorni all’hotel Corte dei Principi Anguillara, e così via. Carriera (giustamente) finita. Ora facciamo un giochino, tipo “trova l’errore”. Cos’hanno in comune A. P. e Minzolingua? Tre cose: entrambi lavorano in una società pubblica, sono incaricati di pubblico servizio e sono accusati di abuso della carta di credito aziendale per spese private (uno per 96 mila euro, l’altro “solo” per 86). E che differenza c’è fra A. P. e il direttorissimo Minzolingua? Tre cose. A. P. s’è visto ritirare la carta di credito dall’Enea, che l’ha licenziato e denunciato alla giustizia contabile e penale: in sede contabile è stato condannato a risarcire l’Enea per 96 mila e rotti euro; in penale, dopo l’indagine della Procura di Roma, ha patteggiato 2 anni di reclusione per peculato. Minzolini, invece, è più che mai al suo posto, anzi da quel pulpito cristallino dà lezioni di correttezza agli altri; la Rai si guarda bene dal licenziarlo e dal denunciarlo (come chiede di fare il consigliere Nino Rizzo Nervo), anzi l’ha già assolto. E la Procura di Roma non risulta aver aperto alcuna indagine. Eppure, dinanzi a una notizia di reato, l’azione penale sarebbe obbligatoria. Ma queste toghe rosse sono proprio dappertutto.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 18 febbraio 2011

UNITÀ D’ITALIA: Centocinquant’anni o ventiquattro? di Alessandro Robecchi

Questa mattina è in programma un atteso consiglio dei ministri. Non si farà a L’Aquila, perché nonostante il Tg1 si è diffusa la notizia che la città è distrutta. Né a Napoli, perché corre voce che la monnezza sia ancora in agguato a dispetto delle promesse di papi. Si farà a Roma alle nove e mezza, perché è un periodo che Berlusconi va a letto presto. Forse sarà il primo consiglio dei ministri aperto da una telefonata di Mauro Masi, ma questo ancora non si sa con certezza, perché gli scherzi telefonici del direttore generale della Rai funzionano solo se sono a sorpresa.È certo invece che La Russa non prenderà a calci nessuno, forzando così la sua natura. Il Consiglio deiministri di questa mattina si occuperà di alcune piccolezze, per esempio di come truffare gli italiani con «campagne informative» sulle centrali nucleari. Il clou della toccante cerimonia riguarderà però la festa del prossimo del 17 marzo. Si festeggia l’Unità d’Italia, che come tutti sanno ha centocinquant’anni, anche se aveva detto a Berlusconi di averne ventiquattro, e lui le ha dato una busta con ventimila euro.
Nonostante siano tutti favorevoli a fare festa il 17 marzo, le posizioni restano distanti: si farà festa facendo festa oppure si farà festa lavorando e fingendo che non sia festa? A lanciare il dibattito fu, qualche settimana fa, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che, pur entusiasta della ricorrenza, pregò le istituzioni di non dire troppo in giro che è una festa, se no la gente non va a lavorare. Il sistema produttivo italiano perderebbe due miliardi, disse. È bastato questo per mandare il governo nella più terribile confusione: da una parte gli ex colonnelli di An risoluti a festeggiare come pazzi, dall’altra i colonnelli leghisti decisi a festeggiare senza muoversi dal tornio. Venuto a conoscenza delle due posizioni, il ministro del Lavoro Sacconi ha dichiarato: «Sarebbe meglio lavorare e festeggiare insieme» (giuro, l’ha detto veramente!). A sbilanciarsi è stata solo la ministra Maria Stella Gelmini, secondo la quale lavorare nel giorno di festa sarebbe «fare un atto d’amore verso il nostro paese», subito sbertucciata dai presidi e dagli studenti, oltreché dalla sua alleata Polverini che ha detto che nel Lazio le scuole saranno chiuse. Un chiaro caso di coesione nella maggioranza. La posizione della Lega, è più articolata: «Assurdo fermare il Paese per la festa del 150esimo», titolava la Padania settimana scorsa. Le faceva eco Bossi («Bisogna lavorare»), cui seguiva il sempre libero e autonomo pensiero di Calderoli («Bisogna lavorare»).
Quanto alle opposizioni, a partire dal Pd e dal sindaco di Torino Chiamparino, è chiaro che la festa dev’essere una festa, anche se a più d’uno lo spettacolo di Calderoli che lavora, almeno per un giorno, sarà parso affascinante. Alla fine, si deciderà questa mattina in un festante, seppur lavorativo, per dirla alla Sacconi, consiglio dei ministri. L’esito del dibattito sarà noto prima di mezzogiorno. Non si prevedono caroselli per le strade anche a causa dell’indifferenza di un giovane italiano su tre che, comunque vada, il 17 marzo non andrà a lavorare, essendo disoccupato.

fonte articolo'Il Manifesto'
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giovedì 17 febbraio 2011

I Masi comunicanti di Marco Travaglio

(vignetta gianfalco)
La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza, direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 29 gennaio 2011

L’OFFENSIVA DI BERLUSCONI - Il Caimano chiama il pubblico per aizzare la piazza di Norma Rangeri

(vignetta Giannelli-Il Corriere)
Dal bunker berlusconiano un altro videomessaggio, il terzo dall’inizio dell’anno, atterra nelle case degli italiani per scandire i tempi e dettare le modalità dell’estrema difesa. Il Caimano che incita la folla all’assalto del Tribunale, si appella al popolo televisivo sventolando la bandieradella democrazia. Nel forsennato tentativo di non affogare sotto i colpi di accuse che lo inchiodano al ruolo di promotore della prostituzione di stato, Berlusconi appare sugli schermi dopo aver ordinato ai suoi colonnelli, durante il consiglio dei ministri, di accelerare la pratica dell’oscuramento di Annozero. Si presenta ai telespettatori seduto alla solita scrivania mentre è ancora fresca l’eco del pesantissimo intervento del direttore generale, Mauro Masi, in diretta giovedì sera da Santoro per dissociarsi dal programma che discuteva delle prostitute di Arcore. Il premier annuncia al pubblico che sarà lui a scegliere i magistrati più adatti a giudicarlo e dichiara che «il livello di guardia è stato superato».
Il videomessaggio arranca in una rappresentazione che deve convincere chi non legge i giornali e poco sa dei fatti. Aggiunge che «è giunto il momento di ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello stato», assicura che «il governo andrà avanti». Come sempre nella tecnica del ribaltamento della verità, come accade appunto nella drammatica scena conclusiva dello spietato e lucido film di Nanni Moretti, il protagonista dell’attacco forsennato alla divisione costituzionale dei poteri, il politico che chiama la piazza all’assalto contro l’ordine giudiziario che osa processarlo, Berlusconi si ritaglia il ruolo della vittima per costituire l’alibi dell’ultimo strappo.
Durante il videomessaggio lo vediamo replicare il mantra della violazione della privacy, e recitare la parte del cittadino comune afferrando la cornetta di un telefono per agitarla davanti alle telecamere e concludere che siamo tutti spiati. Non è lui che ha violato ogni legge, pubblica e privata, ma è il potere giudiziario che è andato «oltre ogni limite» e dunque va ricondotto a più obbedienti comportamenti.
Isolato, indebolito, politicamente alle corde Berlusconi torna a parlare agli italiani dopo averlo già fatto il 14 gennaio, all’indomani della sentenza della Cassazione sul legittimo impedimento, e il 19 gennaio dopo la consegna in parlamento delle carte della procura di Milano. Nonostante il consiglio dell’amico Giuliano Ferrara di andare in tv per affrontare le accuse in un confronto diretto con i giornalisti, il capo del governo insiste sul collaudato copione del monologo che non ammette replica.
Di fronte a un comportamento politico che non rispetta nessun altro potere se non il proprio, e a una strategia mediatica che non ammette il contraddittorio della libera informazione, il gioco si fa duro. E alla piazza si dovrà rispondere, da parte delle opposizioni, con la piazza.
La presenza estesa e forte degli operai e degli studenti nelle decine di manifestazioni organizzate dalla Fiom in tutto il paese, alleggerisce questo clima plumbeo emette in campo un argine democratico. Mentre cresce, con l’accavallarsi di iniziative pubbliche, l’appuntamento del 13 febbraio, una mobilitazione della società civile sollecitata da un appello di donne rivolto a tutti, ma in particolare agli uomini (perché «se non ora quando?») per ritrovarsi a Roma nello stesso giorno in cui probabilmente Berlusconi chiamerà il Pdl a piazza Duomo a Milano.
Assestati i colpi secchi al potere parlamentare e giudiziario, fino a far tremare ogni punto di equilibrio (dal senato alla camera, alla presidenza della repubblica), stiamo arrivando a un nuovo tornante. Se alle elezioni si dovrà arrivare, il massimo esperto di propaganda le prepara infuocando la piazza. Reale e virtuale.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Masi umani di Marco Travaglio

Masi umani di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Più che di scudi umani, è il caso di parlare di casi umani. Anzi di Masi umani, vista la figura da cioccolataio che si è autoinflitto il direttore della Rai libera di Bananas. Il suo repentino rinculare da “Annozero viola le regole” a un più modesto “potrebbe violare le regole”, prim’ancora che il programma avesse inizio, fa di lui un cittadino onorario dello Zimbabwe (sempreché lo Zimbabwe non abbia nulla in contrario). Era stato lui stesso, al telefono con Innocenzi (Agcom) a sua volta mobbizzato dal premier per bloccare la puntata sul caso Mills, a spiegare che B. “ha in mente una roba che non esiste: che qualcuno possa dire a Santoro ‘stasera non puoi parlare del processo Mills’. Uno può scrivergli ‘stai attento a ciò che dici’, ma non ‘non puoi fare la trasmissione’. Tu ex ante non puoi far nulla, neanche nello Zimbabwe. Tu devi prima vederla, la trasmissione... Che fai, in un paese dell’Occidente gli dici ex ante: ‘Non la puoi fare?’”. Ma ora il Cainano è intervenuto con un bungabunga ex post su Masi, che l’altra sera ne portava tutti i segni. Del resto è tutta una catena di ex ante. Le Papi-girl premono ex ante sulla Minetti. Che preme ex ante sul premier. Che preme ex ante su chiunque gli capiti a tiro, da Masi al ministro Romani. Un trenino che non finisce mai. Conosciamo anche le parole, sempre misurate ma molto persuasive, che B. usa in questi casi (sempre dall’inchiesta di Trani): “Siete una barzelletta, non un’Authority! Vergognatevi di portare a casa i soldi! Se foste persone serie vi sareste già dimessi!”. E questi casi umani, o Romani, memori dei soldi (nostri) che portano a casa, sono pronti anzi proni a tutto, anche a esporsi a figure che farebbero vergognare una scimmia col sedere pelato. Prendete il povero on. Sisto, già maltrattato dai genitori che lo battezzarono Paolo. Giovedì alle 8 della sera, dopo un’esistenza trascorsa nel più grigio anonimato, viene catapultato da Bonaiuti ad Annozero, inatteso e insalutato ospite: “Preparati, è il tuo momento”. Lui si fionda dal sarto, acciuffa un abito buono, avverte parenti e amici di guardare Santoro perché c’è anche lui, travolge i controlli al passo carraio, si precipita al trucco e quando è bello pronto per entrare in studio, impomatato e inamidato a lucido, già pregustando le due ore di notorietà che gli cambieranno la vita, ecco la ferale notizia: “Lei non può entrare, non è stato invitato”. Prova a balbettare che l’ha inviato il premier in persona. Invano gli vien fatta notare la lievissima differenza fra inviato e invitato. A quel punto, mestamente, Paolo Sisto rientra nel cono d’ombra da dove era venuto. Ma prendete pure il leghista Brigandì, padano-messinese, avvocato di Bossi e dunque membro del Csm, che sfila dagli archivi il fascicolo personale della Boccassini con le carte top secret sul suo fidanzato del 1980, che puntualmente finiscono sul Giornale. Che s’ha da fare per campare. O prendete gli agcomici Mannoni, Martusciello, Savarese e Napoli costretti a chiedere all’Authority di censurare Annozero per aver trattato l’inchiesta Rubyconi, come fanno peraltro tutti i giornali del mondo e tutte le tv del resto del mondo. Intanto Romani, la cui competenza sui programmi tv è pari a quella di Frattini Dry su casa Tulliani, denuncia fantomatiche “violazioni” di Annozero: “Ha trasmodato i limiti della corretta informazione” (li decide il governo) dando “ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche, che sarebbero state proferite da soggetti coinvolti nell’attività di indagine della Magistratura requirente”. Cioè: le Papi-girls chiamano B. “brutto vecchio”, “pezzo di merda” e “culo flaccido”, o narrano i bungabunga a tassametro, e la colpa è di Annozero perché il Codice di Framarzo sui processi penali in tv lo proibirebbe. E i plastici vespiani di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia e Avetrana? Urge nuovo Codice di Fracazzo per specificare che i soli processi di cui è vietato parlare in tv sono quelli di B. Gli unici di interesse pubblico.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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L’OFFENSIVA DI BERLUSCONI - Il Caimano chiama il pubblico per aizzare la piazza di Norma Rangeri





COSÌ BERLUSCONI ORDINÒ: “CHIUDETE ANNOZERO” di Antonio Massari