MEDICI, INFERMIERI E REGISTI. E UN CAPANNELLO DI ONOREVOLI. PREPARATI E “PULITI”, OVVIAMENTE!
In data 5 novembre giunge a tutti i deputati e senatori una lettera a firma Ignazio La Russa. Un parlamentare fra i parlamentari esorta i colleghi a farsi scrutinare sulla questione droga. Chiaro che tutti coloro che si faranno testare sono “puliti”. Prontamente la Camera dei deputati provvede. Ai piedi di una delle scale da cui si accede all’Aula, compare un “check point Charlie”: due medici, un’infermiera o assistente in camice, un funzionario di Montecitorio, un tavolino, un registro. C’è l’effetto simbolico. Per entrare devi accettare o rifiutare (con la debita impressione di sospetto). C’è l’effetto teatrale, come in uno spettacolo d’avanguardia: un assembramento di medici, come se fosse accaduta una disgrazia. E c’è l’aspetto politico. Trovi infatti una fila di colleghe e colleghi deputati che sostano in attesa del nuovo rito parlamentare: lo strappo del capello. Curiosamente nessuno discute due aspetti, certo impropri e anche un po’ ridicoli, di questo evento, tutt’altro che normale in un Parlamento. Il primo aspetto è una constatazione banale: farsi “testare” nel giorno previsto, dopo una bene orchestrata campagna di annunci che dura da settimane, è il sogno dei più accaniti “utilizzatori finali” della droga. È il paradiso degli atleti che, invece, vengono sorpresi a caso, in un momento imprevisto, da test come questi. Qui basta saperlo. Fai una figurona offrendoti allo strappo del capello, e il giorno dopo si celebra. Quanto ai molti che si sono fatti strappare il capello perché ci hanno davvero creduto (operazione non facilissima per i molti calvi della legislatura), sorprende la forza di una cultura sgangherata che non sa cosa fare con le droghe e sembra ignara del rispetto dovuto ad un Parlamento. Ecco infatti il punto più interessante. La lettera che invita tutti noi deputati al fatidico test del capello, giunge in tutte le caselle della Camera su carta intestata “il ministro della Difesa”. Dunque è il ministro della Difesa, con tutto il peso che quel ministro ha nel governo, a chiedere il test del capello. Chiedere o ordinare? Un potente ministro dispone, e subito si forma il posto di blocco con addetti in camice bianco. Immediatamente si formano gruppi di deputati pronti a obbedire al ministro. Qualunque sia l’esito dei test, inevitabile dire: c’è qualcosa di stupefacente in questa malinconica e marginale vicenda. Il silenzio del presidente della Camera e dei capi gruppo parlamentari, almeno a sinistra, è certo un motivo in più d’imbarazzo. È incredibile e umiliante che un Parlamento scatti di fronte al ministro della Difesa gridando “agli ordini”.
(Cosentino e Berlusconi) Uno s’illude che esista un limite alle fesserie. Poi ascolta Maurizio Lupi e si mette il cuore in pace. L’altra sera l’ubiquo pretino devoto a San Silvio era in pellegrinaggio a Ballarò. Dove gli è toccato difendere pure San Nicola, nel senso di Cosentino, il sottosegretario che sarebbe già in galera se non si fosse rifugiato per tempo in Parlamento e al governo. Il cosiddetto onorevole Lupi strillava: “Non si può parlare del caso Cosentino in tv, tantomeno nel servizio pubblico, in assenza di Cosentino e del suo avvocato”. E l’impavido Floris: “Giusto, qui non si fa cronaca giudiziaria”. Non sia mai che gli scappi una notizia. Scodinzolini non avrebbe saputo dire meglio. Così del caso Cosentino ha parlato solo Lupi, ovviamente per assolvere San Nicola: “Non può essere un camorrista visto che fa parte di un governo e di un partito quotidianamente impegnati nella lotta alle mafie”. E giù la solita sfilza di dati sui beni sequestrati e sui latitanti arrestati, come se a sequestrarli e ad arrestarli fossero il Popolo della libertà e il governo Berlusconi. Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana. Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino. Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete. Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare. Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania. Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”. La regione s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati. Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse. Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra. Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati. Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso). Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due. L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes. La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra. Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione. Ed eccoci al Pdl. Cosentino è coordinatore regionale. Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”. Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa). Qualche anno fa, su MicroMega, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie. Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario. Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista. Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione. Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni. Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.
Il problema non è se Augusto Minzolini possa o non possa fare editoriali: che dovrebbe fare il direttore di un telegiornale? Il problema è che, in quella Pravda ad personam che è diventata il Tg1, roba da far rimpiangere Mimun e persino Riotta, Augusto Minzolini mente. Racconta balle. In continuazione. A furia di menarla con la par condicio e il contraddittorio, si è perso di vista il nucleo centrale dell’informazione: che non è accontentare la destra o la sinistra o tutt’e due, ma appunto informare. Due mesi fa, quando Menzognini attaccò i manifestanti per la libertà di stampa difendendo il suo mandante che aveva appena denunciato le dieci domande di Repubblica, disse che anche Tony Blair aveva querelato la Bbc: non era vero, Blair non ha mai querelato la Bbc. Fu nominata una commissione d’inchiesta indipendente che accertò un errore commesso dalla Bbc sulla manipolazione governativa delle notizie sulle armi di Saddam. Il presidente e il direttore generale della rete pubblica si dimisero. Senz’alcuna denuncia. L’altra sera Menzognini ha accusato il pm Ingroia di aizzare la gente a ribaltare la maggioranza democraticamente eletta. E’ falso: Ingroia non l’ha mai detto. Poi Menzognini ha sostenuto che l’immunità copre i deputati anche in Germania, Inghilterra, Spagna e Parlamento europeo. Non è vero. In Inghilterra non c’è alcuna immunità parlamentare, né per le indagini né per gli arresti (l’anno scorso un deputato finì in carcere). In Germania l’immunità, pur prevista, non viene mai esercitata, tant’è che il Parlamento all’inizio di ogni legislatura autorizza preventivamente e automaticamente le eventuali indagini a carico di suoi membri (due anni fa un deputato fu addirittura perquisito nel suo ufficio al Bundestag). Idem in Spagna, dove mai in trent’anni le Cortes hanno negato un’autorizzazione a procedere (tranne nel caso di un ex giudice divenuto deputato, accusato di aver diffuso per sbaglio la foto del fratello di un indagato al posto di quella dell’indagato). Gli europarlamentari godono delle immunità previste (le rare volte che lo sono) nei rispettivi paesi di provenienza. Menzognini racconta che i nostri Padri costituenti avevano previsto l’immunità per sottrarre gli eletti dallo strapotere della magistratura. Falso anche questo: prevedevano l’autorizzazione a procedere per evitare che giudici troppo vicini al governo (si veniva dal fascismo) perseguitassero esponenti dell’opposizione per reati politici, tant’è che era consentito negarla solo in caso di evidente persecuzione politica (fumus persecutionis). Nessun Padre costituente poteva immaginare che quello strumento eccezionale sarebbe stato abusato per proteggere esponenti della maggioranza da processi per reati comuni e gravissimi, per giunta commessi al di fuori delle loro funzioni, e addirittura prima di esercitarle. Mentre l’altroieri Menzognini sproloquiava, il suo Tg1 ometteva la notizia del giorno: la richiesta d’arresto per camorra del sottosegretario Cosentino. Cioè: Menzognini commenta le notizie che censura. Ieri, finalmente, anche il Tg1 delle 13.30 s’è accorto del caso Cosentino. Titolo: “Polemiche su Cosentino”. Ecco: una richiesta d’arresto diventa una “polemica”. Per nascondere i fatti, si cambiano le parole. Come domenica, quando il TgPravda ha descritto l’ennesima legge salva-premier per mandare in prescrizione i processi Mills e Mediaset con queste soavi paroline: “La maggioranza è tesa a cercare soluzioni che consentano al governo di lavorare con tranquillità”. Naturalmente Menzognini continuerà a raccontare frottole senza tema di smentita, forte dell’appoggio dei suoi mandanti e del fatto che i milioni di telespettatori del suo tg, nel 70-80 per cento dei casi, non hanno altri strumenti per informarsi. Resta da capire quale sanzione sia prevista in Italia per i giornalisti che mentono sapendo di mentire. A parte, si capisce, la direzione del Tg1.
Lo scrittore tra politica, cultura e il nuovo libro (Immagine e intervista tratta da 'Il Fatto Quotidiano') Stefano Benni,che libro è il tuo “Pane e tempesta?” Lo decideranno i lettori. Sento dire che è il mio “ritorno alla comicità”. Forse si ride più che nei due o tre precedenti, ma non mi sembra di aver mai rinunciato all’ironia. E’ una fuga dall’attualità o un modo di raccontarla di nascosto? Si possono scrivere libri ambientati in anni o secoli passati che raccontano il presente meglio di una cronaca giornalistica o di un “attualissimo” e litigioso dibattito televisivo. I libri non urlano uno sopra l’altro. Tutt’al più si fanno concorrenza. C’è qualcuno che somiglia a te nel libro?O a qualcuno che conosci?O che conosciamo noi? Indovina. E’ un libro pieno di umorismo. A che serve, se serve, ridere oggi? Ti rigiro la domanda. Ho letto i tuoi ultimi corsivi e li ho trovati pieni di vena comica. Perché lo fai? Perché è inutile? Ci sono molti modi di ridere: alcuni inquietano e fanno riflettere, altri divertono e basta, altri sono meccanici e stupidi. Diciamo che “non servono”, anzi sono sleali le risate preregistrate della televisione. E anche la satira, talvolta, può essere banale e retorica. Ti si legge di rado,da un po’di tempo, sui giornali. Poche cose da dire o troppe? Ho sempre avuto periodi di grafomania e periodi di secca. In realtà, invecchiando, mi sembra che le parole siano diventate più pesanti, mi sento più responsabile e ci metto molto a scrivere anche un articolo di venti righe. Ma presto ci riproverò. Siccome ti si legge e sente poco, mi fai un riassunto di come la vedi? Seria, ma non disperata per l’Italia. Quasi disperata per la terra, il clima, i virus da laboratorio, le guerre che non finiscono e tutto il resto. Perché te ne sei andato da Bologna? In primo luogo non c’erano molte occasioni o stimoli di lavoro. In secondo luogo non andavo più allo stadio perché il Bologna calcio è molto decaduto. Ma soprattutto ho seguito mio figlio che è venuto a studiare a Roma. Non rientri nemmeno ora che al posto di Cofferati c’è Delbono? Torno spesso a Bologna, ho ancora tanti amici, ma non fa più per me. E’ una città depressa, ha perso il senso dell’ironia, non tollera la minima critica. Ma forse ultimamente qualcosa sta cambiando. Possibile che sia meglio Roma? Roma è dieci città diverse, belle e orribili. Quando ti stanchi di una, puoi scappare in un’altra. E poi io sono sempre in giro. Hai votato ultimamente? Il voto e il confessionale sembrano l’unica forma di privacy rimasta in Italia, non so ancora per quanto. Vedo già le telecamere in agguato su urne e chiese. Perciò non te lo dico. Alle primarie del Pd? No, alle primarie non ho votato, ma non sfotto chi ci è andato. Rutelli se ne va con Casini, D’Alema se ne va in Europa, la Binetti resta. E’ perché non si può avere tutto dalla vita? Casini, che non ha mai goduto delle mie simpatie, ha dimostrato in questi ultimi anni meno attaccamento al potere di Rutelli. D’Alema, in Europa va benissimo, lo vedrei bene anche come assessore in Tasmania o allenatore del Chelsea, meno sproloquia di ribaltoni in patria e meglio è. La Binetti… oddio, abbiamo avuto Mastella ministro della Giustizia e ci preoccupiamo della Binetti? Battiato mi ha detto che ha votato Bersani ma non può dirsi di sinistra perché non sa cosa sia nell’Italia di oggi. Puoi aiutarlo? Gli dico che un centro di gravità permanente forse non lo trova più, ma tanti pianetini di intelligenza, nel cosmo delle idee italiane, forse sì. Per esempio dove? Vicino al “grande” volontariato, a volte assistito e burocratizzato, stanno nascendo forme di solidarietà civile più agili e autonome. I “vecchi” immigrati, per esempio, si riuniscono per aiutare i nuovi immigrati, creano sportelli di assistenza, gestiscono campi di gioco e doposcuola, danno vita da soli alla solidarietà che le istituzioni negano. E lo fanno alla luce del sole, non con le mafiette etniche che hanno imperversato finora. Rimpiangeremo Prodi? Possibile che l’unico che ha battuto due volte Berlusconi sia a casa, mentre quelli che han sempre perso guidano l’opposizione? Sì, ha vinto due volte, perché in Italia a volte la mamma buona e brontolona può battere il babbo megalomane. Ma Prodi ha sempre convinto i suoi elettori, mai i suoi eletti. Ti soddisfa l’opposizione del Pd? Forse sto invecchiando e ho sentito male: hai detto veramente “opposizione del Pd”? Che consiglieresti a Bersani? Di andare più in giro per l’Italia e meno in tv. Di preferire gli esempi agli slogan. Di non affidare il futuro della sinistra ai giudici. Ma tanto nessuno ascolta i consigli dei “dissidenti”, vengono sollecitati solo la settimana prima delle elezioni. A parte i giudici, che non godono di grande popolarità nemmeno nel Pd, già sento l’obiezione del Politburo: ecco la solita sinistra “minoritaria“ e “perdente”. La politica che a me dà speranza oggi è in gran parte fuori dal Parlamento. Ci sono mille realtà più o meno di opposizione che continuano a non rassegnarsi alla miseria dei tempi. Si obietta: ma non sono un partito e forse non lo diventeranno mai. La ragione è che affrontano situazioni complesse e concrete, la semplificazione dell’attuale politica le snaturerebbe. Minoritario è chi ha sempre meno idee e le copia dai vincitori. Perdente è chi perde il legame con la complessità di un paese. Tu continui testardamente a non andare in televisione a promuovere i tuoi libri. Perché? Li promuove il mio editore e li promuovo io andando nelle librerie. L’ho già detto, voglio farcela avendo come primo sponsor la mia scrittura, e finora ci sono riuscito. Magari prima o poi andrò da Fazio, così il mio editore la smette di martellarmi i coglioni. Ma ci andrò quando il libro avrà conqui statoisuoilettori.Comunqueloscan dalo vero è che in televisione non si parla mai dei libri di Vespa. Solo tre-quattrocento ore ogni volta. Perché questa emarginazione? Sottoscrivo, faremo una petizione contro l’oscuramento di Vespa. Tu intanto ti esibisci anche in teatro e Baricco dice che sei il migliore a leggere in Italia. Mi fa piacere la stima di Baricco, anche se mi ha procurato l’odio di un bel po’ di attori. Ma non temano: sono solo uno che legge con passione, non un attore professionista. Lo so che Berlusconi solo a nominarlo fa star male: ma pensi che sia davvero finito o almeno stia finendo? Berlusconi forse sì. La sua corte, il suo sistema di potere, lo sfascio delle regole, la tendenza degli italiani a non sentirsi più responsabili di nulla, questo non finirà presto. Qual è la cosa di lui che ti dà più fastidio? Il suo vittimismo rabbioso. E’ vero che viene denigrato e attaccato. Ma, a differenza degli altri leader europei, ha un bell’esercito mediatico che lo difende. E lui passa la maggior parte del suo tempo a ringhiare e odiare. Odia i due terzi del paese che dovrebbe governare. E poi la smetta di dire: “Ridatemi l’onore”. Vada ai processi e se lo riprenda. L’onore e la dignità non sono merci da lodi o leggine. Una cosa buona su di lui. Credo che sia sinceramente affezionato alla sua famiglia. Figli, nipoti eccetera. Alla moglie, meno. Questa non valeva, dimmi un’altra cosa buona. Ma è una tortura! Diciamo che è nella lista degli italiani più sexy, meno di Brunetta ma più di Topo Gigio. Perché, secondo te, gli italiani gli hanno perdonato rapporti con la mafia, corruzioni, fondi neri, leggi vergogna, conflitti d’interessi, cazzate e porcate assortite, ma ha perso consensi per le escort? Perché in questi ultimi tempi i giornali si sono mobilitati e indignati per Noemi cento volte più che per Dell’Utri o per le leggi ad personam. Guardi mai la tv? Non ho la televisione, quindi la guardo poco, ma ormai è lei che guarda me. In albergo, al ristorante, a casa di amici, persino in taxi. Ovviamente, ogni tanto vedo qualcosa di decente. Ma non mi va di aspettare ore col telecomando in mano per beccare dieci minuti interessanti. Mi piacciono la Gabanelli e il “Dottor House”. Programmi sanguinari, come vedi… Sei fra quelli che sperano in Obama o fra quelli che già non ne possono più della retorica pro Obama? Ma ci ricordiamo cos’era Bush? Sono fra quelli che sperano in Obama e ritengono la sua vittoria un mezzo miracolo. Questo non vuole dire che Obama sia un modello esportabile in Italia.Veltroni voleva fare Obama ed è finito a fare \Tyson. Ora che il nostro è pappa e ciccia con Putin e ha perso per strada l’amico Bush, ci salverà la Cia? Credo che i rapporti tra Putin,il Kgb e la Cia siano buonissimi. Una volta auspicavi la morte di Andreotti per potergli aprire la gobba e vedere la scatola nera: non pensi che, quando morirà, la sua scatola nera sarà già vecchia e superatadaglieventienonfregherà più niente a nessuno? Non è una battuta mia. Questa della scatola nera è una battuta di Grillo e non auspicava affatto la morte di Andreotti, diceva “quando ciò succederà”. Ma credo che la scatola nera di Andreotti,come quella di Berlusconi,resterà in fondo al mare. Ti meraviglia scoprire che lo Stato trattò con la mafia anche per fondare la Seconda Repubblica? Ma dai, davvero? Giuro. Bè, è tempo di holding… E di joint venture… Ti capita mai di rimpiangere qualcosa del passato? Qualche momento della Prima Repubblica, o l’epoca di Mani Pulite e della Primavera di Palermo, o i girotondi, l’Ulivo o cosa? Rimpiango la speranza di non tornare a certi orrori che c’era, a sinistra e a destra, nel dopoguerra. Che te ne pare della svolta del nostro amico Grillo? Lo preferivo quando faceva più controinformazione e meno proclami politici. Però è una persona onesta. Si può detestare quello che scrive, ma il suo blog è un nuovo giornale nato senza lobby alle spalle, una voce in più nel tanto auspicato pluralismo. Il suo blog, per esempio, è stato il primo a denunciare le morti inspiegabili di persone arrestate. Hai qualche rimpianto nel tuo lavoro? Non avere mai fatto nulla con De André. Eravamo amici, troppo rispettosi della riservatezza dell’altro. E’ il solo vero rimpianto intellettuale che ho. Se garantisci che non mi quereli, ti chiedo una risposta da intellettuale : che fanno oggi gli intellettuali, sempreché ne esistano ancora? Gli intellettuali sono di cento tipi diversi. I cortigiani, i presenzialisti, gli eremiti, i tromboni, gli organici, i mistici. Ma ce ne sono molti che non si sono venduti. E per intellettuali non intendo solo scrittori, ma anche i giornalisti, i maestri di scuola, gli studenti, i geologi, gli idraulici creativi e chiunque metta idee nel suo lavoro. E gli immigrati che ci portano la loro cultura, non solo i loro bisogni. Perché hai fatto la pubblicità al tuo libro sul Fatto Quotidiano e hai dato l’unica intervista a noi? Perché siete una cosa nuova. Mi piace la vostra veste grafica, sembrate un giornale ucraino degli anni Sessanta. Comunque il mio giornale resta sempre il Manifesto. Ho imparato moltissimo lavorando con loro. Quindi scriverai qualcosa per noi? Quando tu e Santoro apparirete in televisione come uomini-sandwich con la copertina del mio libro. Cosa manca alla sinistra italiana? L’ho già detto. Per me, e forse anche per altri, mancano esempi. Non parole, cambi di marchio,slogan rockettari, cartelloni stradali, dibattiti televisivi e concertoni. Esempi, semplici esempi di diversità dalla politica attuale. Dare esempi è infinitamente più difficile che inventarsi slogan. Come va a finire? Berlusconi si dimette e il giorno dopo una cometa distrugge la terra.
Signor ministro, il 4 novembre lei è intervenuto su Raiuno in occasione della Giornata delle Forze Armate. Mi permetta, anzitutto, di esprimerle il mio apprezzamento per essersi esibito col suo solito invidiabile autocontrollo, che le permette di mantenere sempre i modi e le parole a un livello di pacatezza espressiva e di proprietà linguistica che ci si aspetterebbe di trovare soltanto in un monaco zen o in maggiordomo inglese. E di ringraziarla perché, dopo essersi già rivolto a me con moderazione e gentilezza il 1 ottobre a Porta a Porta con un raffinato “lei fa schifo!”, mi ha anche difeso a La vita in diretta dal “pubblico in studio che voleva linciare quella specie di professore che si chiama Odofredi, che non ha nessun titolo scientifico per essere un esperto di religione e va in tutte le trasmissioni”. Limitandosi giustamente a citare in trasmissione le Forze Armate per pochi secondi, lei ha raggiunto un doppio e meritorio scopo. Da un lato, ha evitato di trasformare in un vuoto e retorico omaggio il ricordo dei giovani militari costretti a morire all’estero in sedicenti “missioni di pace”. E dall’altro lato, ha potuto concentrarsi sulla difesa del nostro Stato dal proditorio attacco che gli era appena stato sferrato dalla Corte europea, osservando pacatamente: “Possono morire, ma il crocifisso resterà in tutte le aule delle scuole. Possono morire, loro e quei finti organismi internazionali”. I giudici che hanno emanato quella sentenza avevano infatti avuto l’ardire di ingerire nelle nostre faccende di casa, arrivando persino a ricordare che l’ostensione dei crocifissi è un retaggio del fascismo. Cos’altro avrebbe dunque potuto dire un ex militante del glorioso Fronte della Gioventù, più volte parlamentare (come già suo padre) dell’altrettanto glorioso Movimento sociale italiano? Semmai sono coloro che fascisti non lo sono mai stati, a lamentarsi dell’ostensione pubblica di un simbolo che nel Novecento è stato sistematicamente associato ai regimi totalitari di destra, da Franco a Salazar a Pinochet. Un simbolo che, piaccia o no agli apologeti, ha sempre grondato sangue: dapprima, dei tanti condannati a quel terribile supplizio dall’Impero romano, e poi, del numero molto maggiore di vittime che sono state immolate nel suo nome dai cristiani, a partire da quando Costantino lo adottò nel 312 nella battaglia di Ponte Milvio, e seguendo con le Crociate (appunto), l’Inquisizione e la Conquista. Un simbolo che è sistematicamente usato per nominare il nome di Dio invano, dalle cerimonie pubbliche civili (co-officiate dall’immancabile prete o vescovo di turno) alle “benedizioni dei cannoni” militari (anche recenti, come prova il fatto che il cardinal Bagnasco, presidente della Cei, è un generale dell’esercito in pensione). E’ forse questa la “tradizione” a cui fanno appello coloro che invece il crocifisso continuano a volerlo vedere esposto, sostenendone la supposta innuocuità ? Invece la sua presenza nei luoghi pubblici, dalle aule ai tribunali, si configura come una subdola pubblicità occulta, che ha il compito di assuefare silenziosamente la mente dei cittadini di qualunque età all’idea che il cristianesimo faccia parte del nostro tessuto sociale. E lo stesso scopo hanno le trasmissioni televisive, di intrattenimento o (dis)informazione, che bombardano il telespettatore con sceneggiati, servizi, dibattiti e notizie ad argomento religioso, soprattutto su Raiuno: su quella stessa rete, cioè, che dedica sistematicamente più spazio nei suoi telegiornali al Papa che al presidente della Repubblica, e ogni domenica trasmette persino la messa, ma che ciò nonostante lei, signor ministro, ha definito a La vita in diretta “insopportabile” perché si è permessa di domandare anche il parere degli atei, sulla questione del crocifisso! Lei dice che non ho “nessun titolo scientifico per essere un esperto di religione”, volendo forse dire che non sono competente in materia. Evidentemente lei non sa che io ho scritto un paio di libri sull’argomento, ma io so che lei sbaglia (o mente) quando dice che “l’Italia è un paese dove tutti non possiamo non dirci cristiani”: solo un terzo degli italiani partecipa infatti regolarmente alle funzioni religiose, e assegna l’otto per mille alla Chiesa. Gli altri non potete annetterveli a piacere, benché cerchiate di farlo battezzandoli da bambini prima che siano in grado di intendere e volere, indottrinandoli con l’ora di religione quando ancora si stanno formando, e derubandoli dell’otto per mille da adulti quando non lo assegnano (dirottandolo poi quasi completamente ai preti). Questa connivenza tra Stato e Chiesa è contraria alla sentenza della Corte Costituzionale del 20 novembre 2000, secondo la quale “l’atteggiamento dello Stato dev’essere segnato da equidistanza e imparzialità, indipendentemente dal numero di membri di una religione o di un’altra”. E’ esattamente ciò che ci richiama a fare la Corte europea, ricordando che “una tale posizione di equidistanza e di imparzialità è il riflesso del principio di laicità, che per la Corte Costituzionale ha natura di principio supremo”. Il principio di laicità è stato rivendicato dall’Europa attraverso il rifiuto del richiamo alle radici cristiane nella sua Costituzione, nonostante le reiterate richieste di Giovanni Paolo II. E’ giunta l’ora che l’Italia si adegui anch’essa a questo principio, non solo abolendo i crocifissi dalle scuole e dai luoghi pubblici, ma anche denunciando il Concordato di Mussolini e Craxi e gli anacronistici privilegi che esso concede alla Chiesa cattolica, con buona pace dei membri ex fascisti ed ex socialisti di un governo che finora si è distinto per essere forte coi suoi deboli cittadini, ma debole coi forti prelati.
(vignetta Bandanas) Il piccolo zar antidroga con una dichiarazione insultante contro Stefano Cucchi ha superato ogni limite di decenza. In poche righe Carlo Giovanardi è riuscito a condensare il suo livore verso le persone di cui dovrebbe, per il suo incarico, occuparsi e preoccuparsi. «Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto soprattutto perché pesava 42 chili». Il sottosegretario trascura il dettaglio, di cui si sta occupando la magistratura, della causa e delle responsabilità delle gravi lesioni sul suo corpo e della violazione del suo diritto di difesa. Giovanardi ha spesso attaccato i giudici in nome del garantismo, ma solo per difendere i suoi amici; quando si tratta di un soggetto fragile, “tossicodipendente”, le garanzie non valgono più e lo si può calpestare e violentare perché si tratta di un cittadino di serie B. Per l’ex ministro non è importante scoprire le ragioni della morte di un giovane inerme, prigioniero dello Stato a causa di leggi criminogene. No, quello che gli interessa è incolpare la droga (quale?) che riduce le persone come larve, che "diventano zombie". Chi conosce bene Giovanardi non si stupisce delle sue affermazioni, che sono proprie del suo stile di finta bonomia e di peloso buonsenso; il nostro rimarrà addirittura sbigottito delle tante reazioni che arrivano giustamente a chiedere le sue dimissioni, perché penserà di aver detto pane al pane e vino al vino. D’altronde il suo approccio scientifico è dimostrato dal rifiuto della distinzione fra droghe leggere e pesanti, che per il sottosegretario non esiste perché “tutto fa brodo” quando si tratta di stordire il proprio cervello con sollecitazioni chimiche psicoattive (citazione testuale tratta dalla presentazione dell’ultima relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia). Forse una ragione in questa uscita così rozza esiste. Giovanardi teme che finalmente qualcuno chieda conto di cosa ha prodotto la legge che porta il suo nome: il numero sempre più alto di tossicodipendenti in carcere, ben 30.528 (dal 27% del 2007 al 33% del 2008). Se a questi si aggiungono altri 26.931 incarcerati per spaccio si capisce bene la criminalizzazione di massa che la legge produce. Ma queste sono inezie per chi ha assunto il ruolo di salvatore dei giovani dal male assoluto, dal vizio e dalla malattia che la droga rappresenta. Non importa se il costo di salvare le anime è lo schiacciamento dei corpi. Purtroppo l’elenco delle vittime diventa sempre più lungo e troppo spesso la persecuzione è dovuta al consumo dell’innocente marijuana. La campagna moralistica e ideologica si è arricchita in questi giorni del test antidroga ai parlamentari. La crisi forse irrimediabile della politica si è mostrata plasticamente nella coda dei rappresentanti del popolo così terrorizzati e ricattati da offrire la propria urina e il proprio pelo sull’altare della demagogia.
Domenica abbiamo domandato in prima pagina al “nuovo” Pd di Bersani se “discuterà della moralità dei candidati”. Il “nuovo” Pd di Bersani ha subito raccolto l’appello. Infatti, nella “nuova” Direzione, fa il suo trionfale ingresso il senatore Nino Papania da Alcamo (Trapani), ex Margherita. Lo stesso a cui hanno appena arrestato l’autista-giardiniere-factotum per mafia. Lo stesso che nel 2002 ha patteggiato a Palermo 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio: era indagato per aver sistemato in posti pubblici diversi disoccupati privi dei titoli di legge, in un giro di assunzioni facili per cui sindacalisti senza scrupoli prendevano tangenti. Nel 2008 Dario Franceschini annunciò: “Non presenteremo candidati con procedimenti in corso né con sentenze passate in giudicato”. Strano: Papania fu ricandidato dopo il patteggiamento e rieletto per la terza volta senatore (diversamente da Nando Dalla Chiesa, colpevolmente incensurato). Scelta lungimirante: il 4 novembre la Dda di Palermo ha arrestato il suo braccio destro Filippo Di Maria, considerato l’autista, il cassiere e l’uomo di fiducia del boss di Alcamo, Nicolò Melodia detto “il macellaio”, catturato nel 2007 assieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo. Nei giorni pari Di Maria scarrozzava il boss Melodia, in quelli dispari il senatore Papania. Arrotondava. “Emerge – annota la Mobile di Trapani – da numerose conversazioni che Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro ad amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore”. Ed era attivissimo “in occasione di alcune competizioni elettorali”: come “le primarie 2005 per il candidato premier” e “per il candidato alla presidenza della Regione Sicilia” (contro Rita Borsellino e per Ferdinando Latteri). “Lo staff del sen. Papania – scrive il gip – e altri politici locali contattavano ripetutamente il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza”. Il Giornale gongola: “Anche il Pd ha il suo ‘stalliere’ mafioso”. Ma naturalmente chi fosse Di Maria non lo sapeva nessuno. Infatti la nuova Direzione del Pd non ha trovato un posto per due simboli dell’antimafia come Rosario Crocetta e Beppe Lumia (la Borsellino non è iscritta). Ma a Papania sì, in quota Franceschini. E questa sarebbe l’opposizione. Poi c’è il centrodestra, con i suoi Berlusconi, Dell’Utri e Cosentino. E’ la famosa “alternanza”.
II giorno 24 ottobre 2009, alle ore 13.23, in Roma, negli Uffici del Raggruppamento operativo speciale carabinieri, è presente Vidal Silva José Alexandre:
Il mio nome d’arte è Natalia e non Natalì. Confermo che ieri sera ho parlato con una giornalista donna che è venuta presso l’abitazione di via Gradoli, poco prima di voi. (...)
Domanda: Hai mai subìto controlli da parte dei carabinieri?
Risposta: In una circostanza, probabilmente, a mia memoria a fine giugno, tra le 15 e le 17, ma non posso essere più precisa, in cui ero a casa con Piero – così io lo chiamo –, sono venuti due carabinieri in borghese, ossia Carlo e quello bellino di cui vi ho parlato questa notte, quando non ho voluto verbalizzare le mie dichiarazioni. In quell’occasione, eravamo insieme in intimità, quando hanno suonato al campanello. Io ho aperto senza guardare lo spioncino, perché credevo fosse una mia amica. Mi sono trovato davanti i due carabinieri, in borghese, che mi hanno mostrato il tesserino. Carlo ha chiesto se stavo con qualcuno. Io gli rispondevo negativamente. Loro sono entrati, dicendo che alcuni amici miei gli avevano riferito che io avevo un cliente che gli interessava molto vederlo. Quindi, in camera da letto, hanno visto Piero in mutande (bianche). Carlo, quindi, mi obbligava ad uscire nel balcone e andava con l’altro carabiniere in camera da Ietto a parlare con Piero. Io non ho quindi sentito quello che si sono detti. Sono stati a parlare circa 20 minuti mentre io ero sempre costretta a stare fuori in balcone. Loro, infatti, avevano chiuso la finestra, in modo tale che io non potessi né tentare di entrare, né tantomeno ascoltare la conversazione. Come detto, dopo venti minuti, mi facevano rientrare. I due carabinieri, pertanto, alla mia presenza, minacciavano Piero, dicendogli che se lo avessero portato in caserma perché stava con un transessuale, gli avrebbero rovinato la carriera. Io pregavo Carlo di non portare Piero in caserma ma di portare me, perché altrimenti lo avrebbero rovinato. A quel punto Carlo mi obbligava ancora una volta ad uscire in balcone, chiudendo anche in questa circostanza la porta dello stesso. Vedevo che i due carabinieri continuavano a parlare con Piero che sembrava molto imbarazzato e nervoso. Dopo al massimo 5 minuti mi hanno consentito di rientrare dentro e io ho sentito che Carlo voleva 50 mila euro per lui e 50 mila euro per l’altro carabiniere. Volevano i soldi subito. Ma Piero non li aveva. A quel punto Carlo si rivolgeva all’altro carabiniere e gli diceva di andare fuori e di chiamare Nicola. Quindi il carabiniere giovane usciva per pochi minuti e quando rientrava scuoteva la testa, ma non so cosa significasse. Carlo, quindi, chiedeva a Piero il numero del cellulare, ma Piero gli dava quello dell’ufficio. I due carabinieri volevano un appuntamento per ricevere i soldi. Dopo che i due carabinieri se ne sono andati, Piero mi ha confidato che i predetti gli avevano rubato oltre 2 mila euro dal portafoglio. Non so se hanno preso altro. Volevano portare via anche il mio computer ma alla fine hanno desistito, perché li ho minacciati di chiamare la polizia. Piero, dopo circa 5-10 minuti, se ne è andato. Era molto agitato e preoccupato. Prima di terminare la spiegazione di questo evento voglio ribadire che quando sono venuti da me i due carabinieri e hanno sorpreso Piero non c’era droga. Ribadisco che durante le circostanze che Piero è venuto a casa mia nessuno ha girato alcun video. Non posso però dirvi se Carlo e l’altro carabiniere abbiano ripreso qualcosa, ossia abbiano girato il video nel momento in cui (per la prima volta – quella durata oltre 20 minuti) mi hanno chiuso fuori, perché fecero in modo di chiudere anche le tende. Mai Piero ha portato cocaina con lui e mai io gliela ho data. Domanda: Come raggiungeva la sua abitazione il sig. Marrazzo? Risposta: Non posso fornirvi indicazioni al riguardo, poiché lui quando veniva, suonava il campanello ed entrava. Non l’ho mai visto con alcuna macchina, né se fosse accompagnato da qualcuno. Domanda: Ha subìto altre rapine da parte di carabinieri? Risposta: L’unica volta che i due carabinieri sono venuti a casa mia è stata quella che vi ho descritto. Tuttavia, sono molto noti nelI’ambiente dei trans, perché soliti entrare nelle case e rubare tutti i soldi e oggetti di valore. Ad una mia amica (transessuale), di nome Raquel che abita in via dei Due Ponti 150, da quanto da lei riferitomi, hanno rapinato 1.600 euro in contanti, un computer e tanti profumi di marca. Domanda: Conosce il sig. Cafasso Gianguarino? Risposta: Non credo di conoscerlo, avrei bisogno di vederlo in foto, ma tale nome non mi dice niente. Domanda: Conosce Rino? Risposta: Rino sì, lo conosco di nome, perché si dice, nell’ambiente, che portasse droga ai trans. So che è morto, sempre per averlo appreso nell’ambiente. Non so dirvi se Rino di cui ho sentito dire in questi termini sia Cafasso Gianguarino. Secondo verbale del giorno 27 ottobre 2009 L’ultima volta che Marrazzo è venuto da me, i primi di luglio, dopo circa un quarto d’ora che lui era arrivato, sentii bussare con forza sulla porta. Pensai che potesse essere una mia amica con la quale avevo concordato di andare in lavanderia prima della telefonata di Marrazzo, ma poi sentii gridare: “Carabinieri”. Aprii ed entrarono due persone. In casa eravamo solo io e Marrazzo. I due dissero di essere carabinieri e chiesero dov’era l’altro trans, perché sapevano che era in corso una festa con due trans, ma io dissi che non c’era nessun altro. Mi chiusero sul balcone, da dove io non riuscivo a vedere che cosa succedeva all’interno dell’appartamento. In casa non c’era droga, né Marrazzo aveva portato droga. Escludo di aver visto un piatto con della polvere bianca sul tavolo. Sul tavolo io ho visto solo i soldi che Marrazzo ci aveva appoggiato sopra. Io posseggo dei piatti di colore bianco con sul bordo dei disegni di colore rosso, blu e marrone. I carabinieri sono entrati in tutti i locali della casa, compresi la camera da letto e il bagno. Quando i due uomini sono andati via, il denaro che Marrazzo aveva appoggiato sul tavolo non c’era più. In casa mia non ho trovato piatti diversi da quelli miei. Prima di andarsene i due uomini volevano prendersi il mio computer, ma io ho detto che non potevano farlo e che avrei chiamato la polizia. Poco prima di andare via, uno dei carabinieri, quello alto, ha detto all’altro “vai a chiamare Nicola” o “vai a parlare con Nicola”, e ha dato all’altro un cellulare che teneva in mano fin dal momento in cui era entrato in casa mia. L’uomo più basso è uscito in quanto dentro casa mia il telefonino prende male. Quando è rientrato, l’uomo più basso ha fatto un gesto con la testa, ma io non so dire cosa significasse. Posso ancora riferire che il carabiniere più alto quando è entrato in casa mia aveva in mano un telefono cellulare anche se non stava parlando al telefono, e ha mantenuto il suo cellulare sempre in mano, consegnandolo all’altro quando, come sopra ho detto, quest’ultimo è uscito per parlare con Nicola o per chiamarlo. Non so dire se i due carabinieri hanno fatto delle foto e delle riprese quando erano in casa mia. Circa quaranta minuti dopo questo fatto, Marrazzo mi ha chiamato dicendomi di andare a casa sua. Quando arrivai da lui, prima di entrare nel palazzo, c’era un uomo di vigilanza, come o anche più alto di me, che mi fece segno di entrare; preciso che quando arrivai, quest’uomo stava parlando al telefono. Una volta entrato in casa, Marrazzo, che era solo, mi disse che i carabinieri gli avevano portato via anche 2 mila o 2.200 euro che aveva nel portafogli e che era molto nervoso perché temeva che i due potessero fargli qualcosa di male.
Natalia vede il filmato Riconosco le circostanze relative all’episodio dei primi di luglio, in cui sono intervenuti i carabinieri. Riconosco perfettamente casa mia. Le scene in cui si vedono me e Marrazzo sono state girate nei primi minuti, subito dopo che i carabinieri erano entrati, e prima che io fossi chiusa sul balcone. Prendo visione del piatto con dentro della polvere bianca, una cannuccia e un tesserino, e, lì vicino, del denaro. Il denaro è quello che Marrazzo aveva appoggiato proprio lì. Il piatto è uno di quelli di mia proprietà. Quanto alla polvere e alla cannuccia non li ho mai visti; non sono miei e non li ha portati Marrazzo. La polvere e la cannuccia non li ho mai neanche notati. Neanche il tesserino lo avevo mai visto. Prendo visione delle immagini in cui il denaro appare collocato vicino al televisore: non so dire come mai il denaro si trovi lì, perché quella mazzetta di denaro Marrazzo l’aveva lasciata sul tavolino. Dopo che i carabinieri e, in seguito, Marrazzo, se ne sono andati, io mi sono fatto una doccia, poi ho chiamato con il telefono fisso delle mie amiche. Dopo, come ho già detto, sono andata da Marrazzo, con un taxi che ho chiamato al 3570. Non sono sicura, ma mi pare che, prima di andare via, Marrazzo abbia fatto una telefonata al suo autista.
Un’intervista? Certo, facciamola, ma non iniziamo con questa storia di Tonino e Luigi fratelli coltelli, per favore”.
No, on. Antonio Di Pietro, iniziamo da qui. Non ci sono guerre. Io e de Magistris la pensiamo allo stesso modo. Una sola cosa non facciamo: andare a letto insieme. Per il resto lavoriamo per costruire un grande partito che sia il perno di una alternativa all'attuale sistema di potere berlusconiano e che abbia al centro della sua politica il rinnovamento delle classi dirigenti. Su questo mi trovi una sola differenza con de Magistris. Le dirò di più, insieme deploriamo l'atteggiamento di quei giornali che seminano zizzania. Però de Magistris raccoglie un'area che spinge l'acceleratore sulla questione morale e punta a rivoluzionare Italia dei valori. E dove sta la differenza con Di Pietro? Parliamo del Sud e delle prossime elezioni regionali. Tutto il partito, unito, mette al primo posto la discontinuità col passato. Noi crediamo che l'alternativa si costruisca dando vita e partecipando a coalizioni, ma non ci sentiamo costretti a presentarci insieme agli altri a tutti i costi. Voglio dire che noi saremo rigidi nella scelta delle nostre candidature, lo stesso atteggiamento pretendiamo dai nostri eventuali alleati. Campania. Qui sta prendendo corpo la candidatura del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca... L'accordicchio al meno peggio non mi interessa. Lì dobbiamo fare i conti col fallimento del bassolinismo e la destra dei Cosentino e dai Cesaro. Ci vogliono nomi forti. Personalità dalla moralità a prova di bomba. Mi sono informato sulle vicende giudiziarie di De Luca, e dico che è meglio che si faccia giudicare dai tribunali. La nostra posizione è netta: no a candidati condannati, a persone rinviate a giudizio impegnate in ruoli di governo. In Calabria il suo partito si è spaccato sulla proposta di candidare l'industriale Filippo Callipo. Ma quale spaccatura? Ci sono persone come l'onorevole Aurelio Misiti che alla nostra proposta hanno preferito un rapporto con Loiero. Oggi ho letto che l'onorevole Misiti ha detto sì al Ponte sullo Stretto, come vede ci sono differenze di fondo non solo sulle candidature. Noi proponiamo Callipo, un industriale che ha detto no alla 'ndrangheta perché è un elemento di discontinuità. L'ho detto a Bersani: scegliamo Callipo, facciamo un programma di vera alternativa e andiamo avanti. Non mi pare che il centrosinistra in Calabria voglia abbandonare Loiero. Se sarà così si assumeranno tutta intera la responsabilità di consegnare la regione al centrodestra. Intanto in molti stanno lasciando Idv, l'onorevole Pino Pisicchio e il suo conterraneo, il senatore Peppino Astore. Dicono che il partito si è spostato troppo a sinistra. Peppino è un amico, ma dico che se ci sono persone che non si riconoscono più nello sforzo di Idv per il rinnovamento della politica e delle istituzioni, è bene che si facciano da parte. Ma voglio dire al caro Peppino che anche se dovesse cadere Berlusconi non passeremo mai col centrodestra. E poi la distinzione fra destra e sinistra è obsoleta, qui si tratta di trovare politiche che vadano incontro alle drammatiche esigenze di chi è senza lavoro, delle fasce deboli. Pisicchio e Astore passeranno con Casini e Rutelli nella mini Dc ? Noi siamo bipolaristi, non credo a un terzo polo. Casini sta solo praticando la politica dei due forni. Molti trasformisti e riciclati in Idv, un “partito taxi”, per dirla con Enrico Mattei... Ora si scende. Il rinnovamento della classe dirigente, a cominciare dalle prossime candidature, sarà radicale. Ho letto le critiche di Micromega e anche de Il Fatto. Stiamo facendo un'opera di liberazione da alcune presenze, ma non ci facciamo tirare per la giacchetta da chi non è neppure iscritto al partito. E poi mi lasci dire che trovo singolare alcuni atteggiamenti, c'è chi come Micromega mi critica perché nel partito ci sono i riciclati, e chi mi attacca perché quando qualche trasformista va via non riceve neppure una telefonata da Di Pietro
In questi quindici anni la parola “dialogo”, peggio se associata alla parole “riforme” e “giustizia”, ha mietuto più vittime dell’influenza suina. Di chiunque abbia abboccato al dialogo con Berlusconi, non è rimasta traccia vitale. Infatti Pier Luigi Bersani, pur essendo un D’Alema travestito e rivestito, continua a ripetere che “dialogo” è un termine malato, jettatorio, e lui non lo vuole nemmeno pronunciare. Preferisce vivere. E’ già qualcosa, ma non basta. Perché il guaio non è la parola: è la sostanza. Per sapere che cosa intenda Berlusconi per dialogo, basta leggere i suoi house organ. L’altroieri Il Foglio spiegava che “il Cav. prepara il Gran Consiglio di maggioranza sulla giustizia” e ha pronto “un documento politico per chiudere con l’assedio di Milano e una legge esplicitamente ad personam”, determinato com’è a “porre la propria messa in sicurezza dal Tribunale di Milano come primo punto nell’agenda del Pdl e della maggioranza”, anche a costo di “rischiare la crisi di governo e ad azzardare nei rapporti con Fini e la presidenza della Repubblica”. Siamo alla soluzione finale. L’impunito, come scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera, l’ha già annunciato ai suoi: “Stavolta avverrà tutto alla luce del sole, spiegherò personalmente al Parlamento e al paese”. Che cosa spiegherà? Che il punto primo e unico del suo programma di governo è una legge che cancelli i suoi processi o, meglio ancora, i suoi reati. Ci sono addirittura trenta bozze di legge pronte al varo, che passano per la prescrizione dei processi o dei reati, oppure per il trasloco dei dibattimenti da Milano a Roma, dove tradizionalmente riposano in pace per sempre, con l’aggiunta di una maialata che cancellerebbe pure i procedimenti tributari. Prendere o lasciare. Non c’è dunque alcuna “riforma della giustizia” all’ordine del giorno. C’è l’ennesima porcata impunitaria, stavolta presentata come tale, senza nemmeno l’ipocrisia di camuffarla da riforma erga omnes e di trovare qualche prestanome che la firmi per conto terzi. La firmerà lui, in tandem con i suoi onorevoli avvocati. E’ un colpo di Stato contro la Costituzione e contro il diritto universale, che vuole le leggi “generali e astratte”: per tutti, non per uno solo. A questo punto le chiacchiere (e il “dialogo”) stanno a zero. Se esistesse uno Stato e una classe politica, tutti i partiti non golpisti presenti in Parlamento – dal Pd all’Idv, dall’Udc ai finiani del Pdl agli eventuali leghisti dissenzienti – dovrebbero firmare una mozione che li impegni a opporsi con ogni mezzo a qualunque legge che riguardi, direttamente o indirettamente, i processi del premier. Ma, siccome di leghisti dissenzienti non se ne vedono più da anni e siccome i finiani e i casiniani, finora, sono sempre rientrati all’ovile quando si trattava degli affari privati del padrone, basta e avanza una dichiarazione congiunta del Pd e dell’Idv. Perché una legge ordinaria tagliata su misura del premier violerebbe la Costituzione, dunque finirebbe come tutte le altre: cassata dalla Consulta (sempreché il capo dello Stato – che incredibilmente seguita a invitare i magistrati a “dialogare” col governo anziché intimare al governo di rispettare la magistratura – sia disposto a perdere un’altra volta la faccia promulgando l’ennesima legge destinata al macero). Dunque l’impunito, per la sua personale “messa in sicurezza”, ha bisogno di una legge costituzionale. Che però richiede tempi lunghi (doppia lettura: Camera-Senato-Camera-Senato) e maggioranza dei due terzi. Altrimenti, prima che entri in vigore, si dovrebbe attendere il referendum confermativo, rischioso e di là da venire. Ecco perché, per la prima volta nella sua storia, Berlusconi ha bisogno del dialogo con l’opposizione. E, per la prima volta, l’opposizione ha il coltello dalla parte del manico. C’è da sperare che non lo usi, come sempre, per fare harakiri.
I tuoi sguardi furtivi senza espressione, muta richiesta di aiuto, segreto desiderio. Così ho creduto.
I tuoi silenzi, timida paura, delicata resistenza per non ferire nessuno. Così ho creduto.
I bei momenti, pochi e indimenticabili, segno inespresso di un impossibile desiderio. Così ho creduto.
Illusioni create, finti sorrisi donati accompagnando false verità. Mi sembra impossibile. Così ho capito.
Una storia di un amore impossibile, sperato e sottilmente corrisposto. Un intreccio idilliaco vissuto con notevole impeto amoroso. Poi alla fine il colpo di scena. La scoperta di una illusione provocata per realizzare altri interessi personali.(Massimo Imperato)
(vignetta Bandanas) Signore e signori, ce l’abbiamo fatta: ieri è uscito il nuovo libro di Vespa. Nuovo si fa per dire, visto che anche i non pochi che non l’avrebbero letto neppure sotto tortura lo conoscono ormai a memoria, grazie alla maratona di anticipazioni forzate che da un mese intasa tg e giornali. Quel poco che ancora sfuggiva è stato pubblicato ieri dai principali quotidiani, che si sono strappati di mano gli ultimi brandelli dell’opus magnum dell’Erodoto abruzzese, risparmiando così ai suoi numerosi fans e groupies l’incomodo di accalcarsi nottetempo presso le librerie e sborsare 20 euro. Ora che l’invasione delle vespe è finita, se ne gioverà la salute degli eventuali lettori, ma soprattutto dell’autore, costretto da settimane a fatiche erculee: sempre lì a telefonare a Silvio per estorcergli un commento a caldo sull’ultima menata, poi a comunicare il verbo alle agenzie, poi a passare le notti in bianco, schiena naturalmente curva e piaghe da decubito, per conficcare la sbobba di giornata in un libro intitolato “Donne di cuori. Da Cleopatra a Berlusconi”, che invece è diventato “Due di picche. Da Tizio, Caio e Sempronio a Bondi, Cicchitto e Apicella”. C’è persino una “rivelazione” sul Milan. Manca solo un passaggio sul maltempo e sull’influenza suina (onde evitare perigliose associazioni di idee). L’indomani poi altre corvées per inseguire smentite e controsmentite: tipo l’altro giorno, quando il Senofonte aquilano ha anticipato una frase di Fini sugli uzzoli monarchici dell’ometto, dopo aver anticipato che i due avevano fatto pace, allora ha dovuto precisare che “questa parte del colloquio con Fini è avvenuta prima del chiarimento di ottobre con Berlusconi che nello stesso libro, in un secondo colloquio, Fini ha definito positivo”. Urge datazione al carbonio-14, come per la Sindone. Il guaio oltretutto è che, per quanto si impegni a sparar cazzate in esclusiva per Bruno, l’ometto non è più quello di un tempo: ripete sempre lo stesso repertorio, come i guitti a fine carriera. Anche perché ha già detto e contraddetto tutto una dozzina di volte. Sì al dialogo, anzi no. Me gusta D’Alema, anzi mai detto. Voglio il Quirinale, mai pensato al Quirinale. Sono un premier eletto dal popolo, voglio che il premier sia eletto dal popolo. E il piccolo scrivano maculato lì davanti in ginocchio ad annuire col capino: “Certo sire, me lo segno sire, ohhh sìììì ancoraaaa sireeeeee”. Mai un ma, un però, un ohibò. Infatti le uniche domande vere non sono sue, ma di Repubblica. Erano dieci, ma l’insetto ne ha segate due: quelle a cui l’ometto non poteva rispondere con un no secco, ma avrebbe dovuto spiegare l’inspiegabile (perché ha dato quattro versioni su Noemi Letizia? Come concilia il Family Day e la legge antiprostitute con sexy-festini ed escort di Palazzo?). Sono rimaste le altre otto, seguite da altrettante non-risposte, subito accolte con gridolini di giubilo dalla stampa di regime: quella che diceva “Non deve rispondere” e adesso esulta “Ha risposto!” anche se non è vero. Ora questo sistema di replica indiretta postdatata con coitus interruptus, questo parlare a Vespa perché suocera intenda, può rivelarsi utilissimo al Cavaliere per risparmiare tempo prezioso: anziché recarsi ben due volte l’anno in Parlamento, potrebbe affidare all’insetto i suoi decreti perché li anticipi alla stampa, pregando poi deputati, senatori e Napolitano di fargli sapere, sempre in forma di anticipazione del prossimo libro di Vespa. Ma la formula può tornar comoda pure ai testimoni e agl’imputati reticenti. Anziché avvalersi della facoltà di non rispondere, che insospettisce il giudice, potranno optare per un più elegante “Ne ho già parlato con Vespa, saprete tutto dalle anticipazioni”. O meglio: “Mi avvalgo della facoltà di rispondere a Vespa”. Cioè, appunto, di non rispondere. Fa più fine e non impegna.
Lo psicologo Lingiardi: “la politica deve dare diritti e tutele”
“Qualsiasi tentativo di cambiare un orientamento omosessuale è destinato al fallimento. La psicoterapia serve a riconoscere la propria omosessualità, non a correggerla”. Parola di Vittorio Lingiardi, medico, psicoanalista, direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica della Sapienza. E coordinatore del convegno internazionale Omosessualità e psicoterapia che si terrà oggi a Roma e che ha richiamato oltre 1500 psicologi italiani e stranieri. Perchè allora un omosessuale si rivolge a un analista? “Perchè vive un conflitto a causa dell’interiorizzazione di uno stigma che viene dall’esterno. In generale, l’omosessualità è ancora vista come una devianza, una sfortuna, un’anomalia”. Chi è il paziente tipo? “Giovani sotto i 30 anni, nell’età in cui si struttura la personalità. Adolescenti che temono di dare un dispiacere ai genitori. Giovani che risentono di un contesto sociale discriminatorio. Perciò è fondamentale dare diritti e mostrare rispetto”. Qual è il messaggio della politica italiana? “Sembra dire: fate quello che volete, ma non vi riconosciamo come persone normali. Il messaggio implicito, simbolico, è che un omosessuale è una persona disordinata, deviante. Una falsità assoluta. L’omosessualità è stata de-pennata da quasi 40 anni dal novero delle malattie. La patologia vera, forse, è l'omofobia”. Dovremmo curare gli omofobi? “La fobia è un concetto psicopatologico. Noi abbiamo in terapia gli omosessuali e non gli omofobi, ma facendo un paragone è come se dovessimo far ragionare gli ebrei e non gli antisemiti”. Di cosa ha paura l'omofobo? “L'omosessualità lo spaventa perchè rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile, l'attivo e il passivo. L’omosessualità disorienta l’omofobo. Poi c'è la paura di ciò che non si conosce, dell’ignoto. Infine c'è anche una sorta di inaccettabile invidia per chi vive liberamente la propria sessualità”. Viviamo in un paese di omofobi? “Fortunatamente no, ma una posizione culturale molto diffusa è l’omonegatività. Molti di noi lo sono e non lo sanno L'omonegatività è ideologica, pensa: Gli omosessuali non sono sbagliati, ma perchè si dovrebbero sposare, o adottare i bambini, quindi avere gli stessi diritti gli altri? È lo stesso ragionamento di uno che non si sente razzista, ma non riconosce gli stessi diritti agli stranieri”. Che cosa dovrebbe fare, invece, la politica? “Dare diritti. Negarli significa discriminare, disconoscere delle categorie. La politica italiana è molto irresponsabile, non si rende conto che il suo atteggiamento è omonegativo quindi genera sofferenza. Si dovrebbe fare una legge che consenta ai gay di sposarsi, se lo vogliono. Permettere ai gay di adottare i bambini, perchè i figli hanno prima di tutto bisogno di affetto, non di modelli maschio/femmina e c’è un’ampia letteratura scientifica che evidenzia questa tesi. Invece non c’è neppure una legge contro l’omofobia. Per fortuna le persone, soprattutto i ragazzi, sono più aperte dei propri rappresentanti”. Perchè allora ci sono tanti episodi di violenza contro i gay? “Più le persone esprimono la propria diversità, più la cosa infastidisce. In una situazione in cui il presunto ‘diverso’ sta al proprio posto ci sono meno aggressioni, perchè chi deve sentirsi anomalo si sente tale e non disturba nessuno. Se il presunto diverso vive serenamente il proprio orientamento, la cosa inquieta chi vorrebbe discriminarlo. Che quindi desidera punirlo. È una reazione simile al razzismo. Infatti, nei paesi in cui l'omofobia è un aggravante di reato, è equiparata alle discriminazioni razziali”. Ma, insomma, che cos’è l’omosessualità? “Una variante normale della sessualità, un’espressione delle tante sessualità possibili. La realtà è più complessa delle semplificazioni. Non esiste un modello unico della sessualità. Non è mai esistito nella storia umana. Da medico posso assicurare che le sessualità sono plurali”. Nell’approccio terapeutico, c’è differenza tra gay e lesbiche? “Le donne sono più disposte ad assecondare la propria natura. Il ruolo del maschio, come dipinto dalla società, stride di più con lo stereotipo del gay. Infatti, i pazienti, sono per lo più maschi”
(vignetta Bandanas) Premesso che l'on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori - come informano quotidianamente i giornali - si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia" in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell'ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l'estate a De Magistris perché non s'era ancora dimesso da magistrato (l'ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall'avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori? È normale che l'Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d'interessi? Se non andiamo errati, l'Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d'interessi”, contempla il seguente art. 37: “L'avvocato ha l'obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa... interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato. Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell'Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant'è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l'effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l'articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?
Nasce dalla fede la reazione isterica di tanti politici alla sentenza di Strasburgo? Marinella Perroni, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane e docente all’università pontificia S. Anselmo di Roma, dove insegna Nuovo Testamento, nutre forti dubbi. “In questo succedersi di polemiche – spiega – si avverte che non è in gioco Gesù Cristo né il modo di vivere la fede, ma dai toni enfatici e retorici si capisce che la croce diventa pretesto per altri scopi”. È sorpresa dalla virulenza del dibattito? “Mi dispiace che sull’onda del conflitto manchi un discorso sereno sulla convivenza tra più religioni e opzioni. Tra l’altro le discussioni odierne mi sembrano poco fondate sulla realtà. In molte aule il crocifisso non c’è e se c’è, non sta nelle teste di tanti giovani. Semmai servirebbe un discorso serio sullo stato della fede nel nostro paese”. C’è qualcosa di rivoltante nell’esibirsi di esponenti politici. La Russa che urla Possono morire! Non lo toglieremo mai. Berlusconi che si fa fotografare impugnando il crocifisso. “Di fatto il richiamo alla croce rimanda ad altre questioni: il richiamo all’identità, la difesa dell’ ‘italianità’ e, più nel profondo, la paura dell’immigrazione e dell’Islam. Ma se in paesi europei come la Germania, la Francia, l’Inghilterra, i crocifissi in classe non ci sono, forse sono nazioni che hanno perso le radici cristiane? Oppure hanno un rapporto diverso con la fede?”. Colpisce in questo clamore il rifiuto di accettare il confronto con l’Altro, con i diversamente credenti. Perchè? “Probabilmente perché in altre parti d’Europa si ha l’esperienza con più modalità di cristianesimo. In Italia no. I cristiani di altre confessioni da noi sono piccole minoranze, non portano voti e allora si presenta come unica opzione quella cattolico-romana. Eppure sappiano che storicamente la croce può anche essere un segno ambiguo, usato per altri scopi: si sono uccisi uomini, nel suo nome. Ce lo ha spiegato Giovanni Paolo II chiedendo perdono. Mi creano disagio gli atteggiamenti superficiali: senza la Bibbia il richiamo al crocifisso è ambiguo. Se parliamo di valori, andiamo veramente alla ricerca del suo significato profondo. A me le strumentalizzazioni, siano clericali o anticlericali, non interessano”. Politici e uomini di Chiesa sostengono che il simbolo trasmette valori universali, validi per credenti non credenti. “Qui il ragionamento si fa duplice. È indubitabile che a partire da Paolo di Tarso la predicazione della croce può raggiungere il mondo intero e ha qualcosa da dire a tutti. Ma dire che tutti sono obbligati a crederci e a sottostarvi sarebbe strumentale. C’è un messaggio rivolto a tutti, ma non c’è il diritto di imporlo”. Le croci, le edicole, le cappelle lungo le strade sono certo segni di tradizione e devozione popolare. Si può dire altrettanto dei simboli affissi negli spazi istituzionali, che ricordano semmai l’alleanza tra trono e altare di altri tempi? “Non c’è dubbio che la decisione di esporlo in certi ambienti abbia il significato di esprimere la confessionalità dello Stato. Anche se il più delle volte nessuno ci fa caso. Vorrei che se ne potesse dibattere serenamente,in un clima democratico. E se anche in una classe ci fossero soltanto due alunni atei, che si sentono lesi nella loro libertà, è giusto che le loro argomentazioni fossero degne di essere discusse. È terribile che la croce possa servire a fare violenza, anche solo verbale. La croce è un testo, una narrazione della morte e resurrezione di Cristo, che invita ad un comportamento da tenere. Guai se diventa un pretesto. Perchè non si riesce a fare una riflessione ad alto livello sulla sentenza della Corte di Strasburgo?”. L’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica, qui e nel caso della volontà di imporre che l’insegnamento di religione abbia i voti come le altre materie, non ha origine nella paura di non poter basare la propria influenza sul libero consenso delle coscienze? Si ricorre alla legge perché la fede è minoritaria? “Il fatto è che l’Italia è la prima e ultima provincia del Vaticano. E dunque assume un valore esemplare. Personalmente vorrei che certe cose si capissero senza l’intervento della Corte europea. Da credente non permetterei mai che qualcuno mi impedisse di portare la croce al collo e respingo gli sghignazzi alla Odifreddi. Però vorrei che la Chiesa aprisse una riflessione con tutte le anime della cattolicità e del cristianesimo del nostro paese su ciò che significa essere testimoni della fede oggi in Italia”
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io. Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”. Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare). Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”). Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo. Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.
(vignetta Bandanas) Accade di chiedere all’edicolante il Fatto e di essere apostrofati da un signore con queste parole: adesso la pianterete di attaccare Silvio solo perché a lui piacciono le donne... Frase dozzinale ma che coglie in pieno il punto politico del caso Marrazzo. Nel giudizio comune (anche tra chi non vota a destra) l'impatto choc delle frequentazioni del governatore pd del Lazio, le trans, la coca, i ricatti hanno fatto evaporare e quasi svanire la vicenda di Berlusconi e delle escort di palazzo Grazioli. Davanti a Natalie chi si ricorda più di Patrizia? E l'occhio del telefonino acceso sul lettone di Putin non sembra quasi un’innocente evasione davanti al degrado violento che tracima dai sottoscala di via Gradoli? Del resto, chi si ricorda più della giovane Noemi e delle famose dieci domande? In realtà, in quell'avanspettacolo di terz'ordine che è diventata la politica italiana stiamo parlando di due generi diversi. Di qua l'horror. Di là il cochon. Ma non è affatto detto che se il protagonista ridicolo dell'ammucchiata (nel senso del mucchio di signorine) fa anche il presidente del Consiglio, egli non ne debba trarre le dovute conseguenze come ha fatto Marrazzo dimettendosi. Poiché, riteniamo, la reputazione delle persone non è misurabile con un più o con un meno a seconda della specie sessuale che si frequenta, e che si paga. Insomma, la faccia, se uno la perde la perde. Vero è che per perderla bisogna averla. Certo che questo discorso non convincerebbe affatto i tanti signori dell'edicola convinti che contro il loro amato cavaliere sia in atto una persecuzione faziosa da parte della solita sinistra. Peggio per loro, verrebbe da dire. Il problema sono gli altri, la maggioranza degli italiani che, contrariamente ai conti truccati dell'informazione unica, non hanno votato per Berlusconi. E' nel profondo di questa opinione pubblica diffusa e articolata che il veleno del caso Marrazzo si sta rapidamente depositando. Convincendo i più, ogni giorno di più e ogni verbale di più e ogni festino di più e ogni bugia di più che in fondo in questo paese non si salva proprio nessuno. Nel migliore dei casi queste due frenetiche settimane trascorse a parlare di viados e di sniffate hanno livellato la questione morale. Nel senso che non si nota più. Non a caso il premier, come resuscitato dalle disgrazie altrui, riappare sulla scena più ringalluzzito che mai. Deciso, dicono, a sferrare l'attacco finale contro l'odiata magistratura e a regolare i conti con gli alleati infidi grazie al manganello dei suoi giornali e delle sue tv. Come resistere a uno a cui piacciono le donne?
Nell’aprile del 2003, in una memorabile intervista al Corriere, l’on. avv. Niccolò Ghedini s’impegnò solennemente a non rallentare il processo Sme con impedimenti istituzionali del premier: “Berlusconi ha interesse a chiudere il processo in tempi rapidi perché, nonostante tutto, auspica una soluzione positiva”. Infatti due mesi dopo arrivò il lodo Schifani. Il 21 maggio 2008 giurò e spergiurò a Repubblica: “Non c’è nessuna volontà di fermare il processo Mills. Siamo alla fine, aspettiamo l’assoluzione, sospenderlo sarebbe un suicidio processuale”. Liana Milella lo incalzò: “Magari fate un altro lodo Schifani…”. E lui, sarcastico: “Magari durante l’estate, teniamo le Camere aperte per una riforma costituzionale da fare in 10 minuti per le alte cariche? Come si può pensare una cosa del genere?”. Lì per lì quella del lodo estivo sembrò una battuta: invece era una notizia. Infatti il 21 luglio il lodo Alfano era cosa fatta, e con legge ordinaria (nemmeno Ghedini, due mesi prima, avrebbe immaginato che il capo dello Stato avrebbe firmato un simile obbrobrio). L’avvocato Mavalà è un tipo simpatico, ma è come il suo illustre cliente: quando è serio mente per la gola, la verità la dice solo quando scherza. O forse, in cuor suo, pensa davvero che l’illustre cliente sia innocente: poi gli parla e cambia subito idea, anzi cambia la legge. Perché, se c’è un italiano incrollabilmente convinto della colpevolezza di Berlusconi, è Berlusconi. Parte avvantaggiato su tutti gli altri: lui sa quel che ha fatto, gli altri no. Dunque, dopo aver più volte auspicato la “rapida conclusione” dei processi e giurato che “non c’è alcuna volontà di fermarli”, Ghedini sta ricominciando a fermarli perché la rapida conclusione non arrivi mai. Come dice Luttazzi, “mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca”. Ieri Mavalà ha chiesto il rinvio della prima udienza del processo Mediaset, fissata per il 16 novembre, perché quel giorno il presidente imputato sarà impegnatissimo a un convegno sulla sicurezza alimentare. E, quando si parla di mangiare, non vuole distrazioni. I giudici potrebbero processarlo in contumacia, come han sempre fatto, visto che in 13 anni di processi ha presenziato a tre sole udienze. Ma lui ora ha deciso che “voglio esser presente a ogni udienza”. Peccato che non ci sia mai: “Impedimenti istituzionali” 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. I pranzi con Tarantini, le cene con Bossi, i dopocena con Apicella e/o la D’Addario, le feste per i 18 anni di Noemi, i festini con veline in Sardegna, il comitato “Meno male che Silvio c’è”, la manutenzione delle dodici ville, il cineforum con Signorini sui filmati di Marrazzo coi trans. Una vitaccia. Due estati fa, per dare un’idea della sua grama esistenza, esibì in conferenza stampa una pagina a caso della sua agenda di statista: “30 luglio 2008. Ore 9.40 uscita di casa. Ore 10 Enel Civitavecchia (poi non ci andò); ore 12 Yushchak (una modella ucraina). Ore 13 Masi (Mauro, allora segretario di Palazzo Chigi, ora dg Rai). Ore 13.30 colazione per 80 anni di Cossiga con Letta e Ghedini (che però saltò). Ore 16 Previti (il pregiudicato) e telefonata a Bossi. Manna (Evelina); Troise (Antonella), Staderini (Marco, Cda Rai). Ore 19 De Girolamo (Nunzia, neodeputata carina). Ore 19.30 Bassetti (produttore tv). Ore 20.30 Selvaggia (un’amica). Sardegna compleanno Barbara (la figlia)”. Dite voi se questo sant’uomo può perder tempo in tribunale. Una volta, dopo mesi di inseguimento, Ilda Boccassini propose ai giudici di convocarlo la domenica. Ma lui aveva un legittimo impedimento anche lì: “La domenica vado alla Santa Messa”. Con le pie donne Yushchak, Evelina, Antonella, Patrizia e Selvaggia. Alfonso invece fa il chierichetto.
(Autore vignetta Bandanas) La croce non si impone.E’ il messaggio che viene da Strasburgo, dove la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che i crocifissi nelle aule scolastiche rappresentano una doppia violazione. Perché negano la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e al tempo stesso violano la libertà degli alunni. Il governo italiano, tanto attento alla fede cristiana nei suoi proclami quanto a-religioso nei comportamenti del suo leader, ha subito deciso di presentare ricorso. Agitazione al centro e a destra, dove il ministro Frattini paventa un “colpo mortale all'Europa”, mentre l'Udc Rocco Buttiglione parla di “sentenza aberrante da respingere”. Prudenza nel centrosinistra: il neo-segretario Pd Bersani si limita a definire la presenza del crocifisso nella aule una “tradizione inoffensiva”. Eppure la Corte europea dei diritti dell’uomo è solo responsabile di chiarezza. Non è la sua una scelta antireligiosa, come si affrettano a diffondere le prefiche che lamentano continuamente la perdita delle «radici cristiane d’Europa». Al contrario è il limpido riconoscimento che i simboli religiosi sono segni potenti, che incidono sulle coscienze. Da tempo l’Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, un’espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così. O meglio, tutto questo insieme di richiami è certamente comprensibile ma non può cancellare il significato profondo e in ultima istanza esplicito di un crocifisso esposto in un ambiente scolastico o nell’aula di un tribunale. Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso ad una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in “quel” simbolo? E’ lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un’altra religione sia che abbiano fatto un’opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no. Già negli anni Novanta nel paese natale di papa Ratzinger la Corte Costituzionale tedesca sancì con parole pregnanti che nessuno può essere costretto a studiare “sotto la croce”, perché la sua esposizione obbligata è lesiva della libertà di coscienza. Persino la cattolicissima Baviera – lo riferì a suo tempo anche l’Avvenire non disdegnando la soluzione – ha affrontato il problema. In quel Land tedesco il crocifisso è di norma esposto nelle aule scolastiche: se però degli studenti obiettano, le autorità scolastiche aprono un confronto che può condurre alla rimozione del simbolo. Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l’Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un’esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali). Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica. La Corte europea dei diritti dell’uomo afferma invece un principio basilare: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa apertura e neutralità, rifiuto del monopolio. Ci voleva la tenacia di una madre finlandese trasferita in Italia, Soile Lautsi, per intraprendere insieme al marito Massimo Albertini la lunga marcia dal consiglio di classe di una scuola di Abano al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale, alla Corte di Strasburgo perché l’Italia fosse ammonita a rispettare questo elementare principio. Se si chiede alla coppia cosa le ha dato la tenacia di non arrendersi al conformismo delle autorità, la riposta è sobria: “L’amore per i figli, il desiderio di proteggerli. E loro, cresciuti nel frattempo, ci hanno detto di andare avanti”. Sostiene la conferenza episcopale italiana che la sentenza di Strasburgo suscita “amarezza e perplessità”, perché risulterebbe ignorato il valore culturale del simbolo religioso e il fatto che il Concordato riformato del 1984 riconosce i principi del cattolicesimo come “parte del patrimonio storico del popolo italiano”. È questa parola “parte” che i vescovi dovrebbero non dimenticare. Il cattolicesimo non è più religione di Stato né esiste nella Costituzione repubblicana un attestato di religione speciale, rispetto alla quale altre fedi o orientamenti filosofici sono di seconda categoria.
Esiste in Italia un’autorità indipendente che si chiama Garante della privacy, che negli ultimi quindici anni, soprattutto ma non solo nella persona di Stefano Rodotà che ne è stato presidente, ha lanciato sacrosante grida d'allarme sui sistemi di controllo satellitare che ci spiano ovunque, sulle tecniche di profiling che servono a discriminare i lavoratori magari in base alle condizioni di salute, sull'abuso dei nostri dati sensibili negli aeroporti con la scusa di difenderci dai terroristi, sull'abuso di telecamere per strada con la scusa di difenderci dai rapinatori eccetera eccetera. Eppure a mia memoria nessuna di queste sacrosante grida d'allarme ha mobilitato in Italia uno schieramento a difesa della privacy perduta pari a quello che oggi si stringe a difesa della vita privata degli uomini politici, da Berlusconi a Marrazzo e facendo - indebitamente - d'ogni erba un fascio. Al contrario, il ritornello imperante nelle democrazie occidentali, soprattutto dopo l'11 settembre 2001, è stato che di fronte ai rischi della sicurezza la privacy poteva e doveva andare a farsi benedire, e i princìpi liberaldemocratici pure. Domanda, spero lecita: come mai oggi la privacy ridiventa sacra, e i principi liberaldemocratici pure? Come mai, oggi in Italia, c'è chi si senteminacciato più dal telefonino dell'amante di una notte che dalla telecamera di una banca, più dal gossip che da Echelon? Perché con i nuovi mezzi di registrazione e duplicazione del reale lo spionaggio si democratizza, scrive sul Corsera Pierluigi Battista rimpiangendo «la vecchia Inquisizione» a fronte della «inedita e spietata dittatura tecno-pettegola» di oggi, come se stesse qui e solo qui il rischio di passare il confine fra democrazia e totalitarismo (e sei televisioni in mano a un premier? e i plebisciti contro la divisione dei poteri?). Marco D'Eramo invece, su queste stesse pagine (29/10), va al sodo, invocando il ripristino di quel caposaldo della modernità che era la barriera fra pubblico e privato, nonché della conseguente e tollerante distinzione fra vizi privati e pubbliche virtù, il tutto nientemeno che a difesa dell'autonomia del politico secondo Dumont, nonché di una opposizione «politica» a Berlusconi contro un antiberlusconismo impolitico e gossiparo. Siamo a questo dunque, all'invocazione della doppia morale - cattolica, anzi democristiana - a presidio di una politica in stato terminale, e dell'ipocrisia dei politici che predicano famiglia e praticano prostituzione? Prendo atto. Con buona pace di Dumont, le categorie della modernità politica arrivano alla nostra tarda modernità largamente usurate non dalle chiacchiere ma dai fatti. Tra i quali fatti non ci sono solo i telefonini che filmano e i giornali che pubblicano, né soltanto la personalizzazione della politica che presta il fianco alla personalizzazione del linciaggio mediatico (Rina Gagliardi sul Riformista). C'è, ad esempio, che la barriera fra pubblico e privato poteva reggere finché c'era una barriera fra uomini attori della vita pubblica e donne custodi - mute - del focolare privato: si chiamava patriarcato. Saltata la seconda barriera, salta anche la prima: oggi le donne - mogli, amanti e prostitute che siano, angeli o streghe - parlano, e parlano in pubblico. La massima «vizi privati, pubbliche virtù», coniata a tutela degli uomini pubblici, ha perso la garanzia del silenzio femminile. Dire questo non significa, vorrei rassicurare D'Eramo, fare ideologia 'antimaschilista': significa stare ai fatti, e non perdere la bussola. Una bussola che aiuta, per esempio, a distinguere fra il caso Berlusconi e il caso Marrazzo: l'uno denudato dalla denuncia - politica - del suo sistema di potere da parte di sua moglie (e poi di altre testimoni), l'altro da un agguato - antipolitico - di quattro carabinieri nella casa - privata - di una trans. Differenze troppo sottili e troppo scomode per chi (l'apparato mediatico della destra e quello terzista al gran completo) preferisce cavarsela con la graduatoria del disdoro fra escort e trans. C'è però un'altra bussola che non andrebbe persa, e che passa, ha ragione Mariuccia Ciotta (29/10), per la piegatura del senso di parole come libertà, desiderio, piacere. Da mesi sento circolare pelosissime preoccupazioni (su l'Altro-gli Altri, in sintonia col Foglio) che sorvegliare sul rapporto fra sesso e potere significhi lavorare per il re di Prussia, ovvero per il moralismo dei bacchettoni e della Cei, tradendo il mandato libertario che ci viene dal Sessantotto, dal femminismo e dalla stagione che legò sessualità e politica. Senonché le parole hanno un senso, e la storia anche. Il sexgate di Berlusconi (e quello di Marrazzo) non è il compimento del '68, come sostiene un «giovane Pd» intervistato giorni fa su Repubblica: ne è casomai il rovesciamento. La libertà sessuale non equivale al mercato del sesso, la creatività del desiderio non equivale alla commercializzazione del piacere. Nel '68 e seguenti a nessuno e a nessuna sarebbe venuto in mente di farsi scudo della massima «vizi privati pubbliche virtù»: i vizi si trattava di portarli e rivendicarli allegramente alla luce del sole, correndo i rischi relativi. Infatti si può guadagnare libertà a spese della privacy. Come si può difendere la privacy a spese della libertà.
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