Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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sabato 3 settembre 2011

Se il governo ignora la Costituzione di Gaetano Azzariti

(vignetta solleviamoci's blog
Dilettanti al potere. Un governo e una maggioranza non solo incapaci di gestire i conti pubblici e di prospettare una coerente manovra di risanamento economico-finanziario, ma anche del tutto privi della necessaria cultura costituzionale di governo. Tutti i punti qualificanti la manovra d’agosto sollevano infatti delicate questioni di compatibilità con la nostra Costituzione. A iniziare dalla goffa proposta di cancellare il riscatto degli anni di studio e di quello dedicato al servizio militare, senza porre mente al fatto che una tale misura si prospettava in evidente conflitto con alcuni principi di fondo del sistema giuridico: dal principio generale del «giusto affidamento» del cittadino alla violazione di diritti acquisiti. Per non dire della discriminazione tra i sessi che, forse per la prima volta nella storia della repubblica, avrebbe penalizzato gli uomini anziché le donne.
Ma anche quel che è rimasto della manovra mostra una generalizzata ed evidente insensibilità ai limiti che la nostra Costituzione impoe alla politica e all’economia. Così, il contributo di solidarietà, che è restato solo per i dipendenti pubblici, appare misura eticamente riprovevole in un paese che ha il più alto tasso di evasione ed elusione fiscale, finendo per penalizzare unicamente chi già fornisce una piena e leale contribuzione in base al proprio reddito. La violazione del principio d’eguaglianza è palese, discriminando tra lavoratori pubblici e privati. E poi basta leggerla la costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Se solo alcuni, a parità di reddito, sono tenuti a contribuire è evidente che si passa da un sistema progressivo di tassazione a un sistema che discrimina in base alla categoria di appartenenza, violando gli articoli 3 e 53 della Carta.
Anche l’eliminazione dei vantaggi fiscali per le cooperative non sembra tener conto di quanto espressamente scrive il nostro testo costituzionale. L’articolo 45 riconosce la funzione sociale della cooperazione e rinvia alla legge la «promozione» per assicurarne i caratteri e le finalità specifici. È perciò che non possono porsi sullo stesso piano le coop e le società di capitali, le quali peraltro hanno meno vincoli e possono liberamente operare sul mercato. Sebbene sia evidente che il carattere di mutualità e l’assenza di fini di speculazione privata del sistema cooperativo è un orizzonte che fuoriesce dalla «cultura» mercantilistica dell’attuale maggioranza, il punto è però che in questo caso un’equiparazione, almeno per i profili fiscali, tra soggetti diversi (spa e coop) non appare conforme a costituzione.
Non solo le misure definite a Arcore appaiono costituzionalmente improponibili. E’ l’intero decreto legge originariamente proposto a mostrare una collezione di criticità costituzionali. Così l’articolo 4 stabilisce norme per la privatizzazione del servizi pubblici locali, riproponendo disposizioni analoghe, se non identiche, a quelle abrogate per via referendaria (il primo dei quesiti su cui siamo stati chiamati a votare), con evidente elusione della volontà popolare e in spregio a quanto stabilito dalla Costituzione in materia referendaria (art. 75).
Anche per quanto riguarda i tagli agli enti locali si pone una delicata questione. Questi tagli, secondo la denuncia di tutti i rappresentanti delle istituzioni regionali e comunali, finirebbero per compromettere i primari servizi sociali, quei «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». In proposito, la Costituzione stabilisce una regola aurea. Quando vengono messi in discussione tali «livelli essenziali» spetta, in via esclusiva, allo Stato centrale provvedere. Invece l’unico problema del governo pare sia quello di ridurre il deficit e sottrarre i finanziamenti agli enti locali, disinteressandosi del fatto che in tal modo si finiscono per compromettere i diritti dei cittadini, in evidente conflitto con il carattere «sociale» della nostra democrazia costituzionale.
Infine, il governo, con allegra disinvoltura, ha voluto approfittare del decreto rivolto al risanamento della finanza pubblica per introdurre una disciplina che ha tutt’altro scopo. All’articolo 8 viene regolata la contrattazione collettiva di lavoro, estendendo quella aziendale a scapito di quella nazionale. La questione è assolutamente controversa politicamente, mi limito in quest’occasione a rilevare l’improprietà costituzionale della misura prevista. Sia per ragioni di metodo sia per ragioni dimerito. Per quanto riguarda il metodo sono note le reiterate sollecitazioni del Capo dello Stato ai governi di evitare di adottare decreti legge «eterogenei», contenenti cioè norme non collegate direttamente all’oggetto specifico del decreto. Le giuste critiche presidenziali sono mosse dalla convinzione che non si possano introdurre discipline normative abusando della Costituzione, approfittando cioè dei tempi rapidi e della scarsa possibilità di discussione che il parlamento ha in sede di conversione dei decreti, in assenza peraltro dei requisiti della straordinaria necessità e urgenza. In questi casi deve essere seguita la via ordinaria del disegno di legge autonomo. Eppure a questo governo deve essere apparso più comodo introdurre una norma che ha per oggetto le relazioni sociali e non invece il risanamento del debito pubblico e che non ha alcun presupposto d’urgenza; con buona pace della corretta applicazione della Costituzione e delle sollecitazioni del Quirinale. Ma è anche nel merito che la normativa appare costituzionalmente discutibile. L’ambito di contrattazione aziendale, s’è detto, viene esteso, potendosi spingere a regolare praticamente l’intera organizzazione del lavoro, nonché le modalità di assunzione e di recesso dal rapporto di lavoro. Ciò impone due parallele riflessioni: da un lato c’è da dubitare che la contrattazione possa sostituire un’adeguata disciplina normativa (l’ha rilevato anche la Banca d’Italia), lasciando alle parti la disponibilità dei diritti dei lavoratori; dall’altro bisogna domandarsi se non c’è il rischio che in tal modo finiscano per venir compromessi i diritti costituzionali indisponibili. I precedenti (i contratti aziendali Fiat) lasciano prevedere il peggio: l’ammissibilità delle cosiddette clausole di responsabilità e la possibilità di definire le «conseguenze» del recesso aprono la porta alla negoziazione anche dei diritti del lavoro che la Costituzione tutela direttamente e che non possono essere «contrattualizzati».
Insomma, l’intera manovra appare lontana da ogni preoccupazione d’ordine costituzionale. Sarebbe auspicabile che le forze di opposizione si richiamassero alla cultura costituzionale che deve improntare ogni atto dei poteri pubblici in uno stato democratico e pluralista. Molte delle incongruenze e l’iniquità complessiva della manovra si spiegano anche in tal modo. Il rispetto dello spirito della Carta avrebbe imposto una manovra non meno incisiva, ma almeno improntata ai criteri della progressività (art. 53) e della redistribuzione delle risorse (art. 3, secondo comma).

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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lunedì 8 agosto 2011

Il rebus delle riforme e la Costituzione di Lidia Ravera

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-07.08.11)

“TUTTO È LIBERO tranne ciò che è vietato”, ha detto, nella Conferenza Stampa Straordinaria, il Ministro Tremonti, con la sua voce soffice, inadeguata a profetizzare sventure, quanto a risolverle. Più che una frase è un indovinello, un rebus, un’ abracadabra. Che cosa vorrà dire? Che l’imprenditore, se non scarica una lupara sulle tibie della concorrenza, può fare tutto quello che vuole? Anche fottersene della tutela dei lavoratori, dei loro diritti, della loro salute, della loro sicurezza? Chi è “La madre di tutte le liberalizzazioni”, di cui ha biascicato il Ministro sdrucciolando sulle “erre” ? La compianta Rosetta Bossi vedova Berlusconi? Mamma Tremonti? La signora Marchionne Senior? No, la madre di tutte le liberalizzazioni è un delitto annunciato: la soppressione dell’articolo 41 che, in poche righe, progetta una società civile: l’iniziativa privata, dice “non può svolgersi in modo da recar danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana” . Poi dice: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata a fini sociali”. Mentre il Paese cola a picco, la Costituzione è l’unica bandiera che possiamo sventolare, l’unico orgoglio, l’unica scialuppa per cui vale la pena di metterci in salvo. Evidentemente non ce la meritiamo più. E questa, forse, era l’unica triste notizia, di quella straordinaria Conferenza Stampa.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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sabato 12 marzo 2011

La Costituzione va in piazza di Gaetano Azzariti

(vignetta tratta da 'Il Fatto Quotidiano')
«A difesa della Costituzione» non è uno slogan qualsiasi. La manifestazione di oggi può rappresentare una svolta se riuscirà a chiarire - finalmente - qual è il terreno sul quale si sta svolgendo, in Italia, il più impegnativo scontro politico, ma anche la più profonda battaglia culturale. E non da oggi. L’intero ultimo ventennio s’è caratterizzato per la volontà di modificare il «patto costituente». È in particolare la nascita del berlusconismo che dà origine e impulso a un ciclo politico post-costituzionale. La «discesa in campo» dell’imprenditore Berlusconi è esplicitamente motivata dalla fine del sistema costituzionale classico.
Il partito-azienda che egli promuove non ha alcun legame con la Costituzione. Anzi la costituzione è per esso un corpo estraneo, un intralcio alla realizzazione immediata degli scopi politici da conseguire. La divisione dei poteri, le garanzie dei diritti, le misure di bilanciamento tra gli organi politici, il rispetto per i ruoli distinti e le prerogative di ciascun soggetto istituzionale (dal Parlamento alla magistratura, dalla Corte costituzionale al Presidente della repubblica), che rappresentano l’essenza del costituzionalismo democratico, diventano d’improvviso solo un impaccio. È la Costituzione che «impedisce di governare», che ostacola il governo del fare. Un governo che trae la sua legittimazione unicamente dal consenso di una minoranza di cittadini, fatta passare per una maggioranza di popolo (se non per tutto il popolo unitariamente inteso) grazie ad una distorsione elettorale accompagnata da una propaganda ingannevole. Come in tutti i regimi populisti ciò che unicamente conta è l’acclamazione, il poter ricondurre il potere a una fonte d’origine popolare, non al popolo reale, nelle sue divisioni e i suoi contrasti, bensì al suo volto mitico. Una volta investito del potere il "sovrano" non ha più limiti, è egli – egli solo – che opererà per il bene del popolo, con fare paterno. L’"eletto" del popolo (non invece eletto dal popolo) non potrà certo essere giudicato per le modalità con cui opera, la delega di potere politico a lui conferita è assoluta, non può esservi un contropotere, nessun diritto può farsi valere dinanzi a chi incarna senza sbavatura alcuna il popolo nella sua "identità totale". Quanto di più lontano dall’idea che il costituzionalismo ha imposto nella modernità giuridica, spezzando proprio la convinzione medioevale dell’assolutezza della sovranità. Il costituzionalismo ha imposto la supremazia delle regole su quella del potere: oggi non a caso si torna a parlare di "neomedioevalismo istituzionale".
Eppure in Italia questa storia di lungo regresso è apparsa ai più la forma politica nuova, in grado di dare risposta all’evidente crisi della democrazia rappresentativa. Una crisi, quella della rappresentanza politica, che non poteva – e non può - essere negata. Per un lungo trentennio la nostra vita democratica è stata organizzata dai partiti di massa, che assorbivano l’intera rappresentanza popolare. Legittimati in questo ruolo da una chiara disposizione costituzionale (l’articolo 49), i partiti storici che avevano dato vita alla repubblica e innervato - nel bene e certamente anche nel male – la democrazia costituzionale italiana, erano tutti ben consapevoli che il loro potere, e quello dei tanti leader che si sono avvicendati al governo, aveva una essenziale base di legittimazione nella Costituzione. Lo scontro politico poteva essere acceso e le divisioni inconciliabili, ma la tavola di valori costituzionali, il progetto emancipante che in essa era iscritto, non venivano esplicitamente contestati da nessuno.
Le ideologie del Novecento dividevano, ma la costituzione univa. Porsi sopra la legge non sarebbe stato concepibile, voleva dire attentare alla Costituzione. La fedeltà alla Costituzione non poteva essere discussa a pena dell’esclusione dal circuito della rappresentanza politica. Poi non è più stato così. Se ci si vuole interrogare sulle ragioni di fondo che hanno indotto le diverse forze politiche (chi più chi meno) ad abbandonare la strategia della legittimazione costituzionale, non ci si può fermare a constatare la crisi dei partiti politici di massa. Non v’è infatti un nesso necessario tra un certo tipo di partito e la costituzione. Quest’ultima va ben oltre le specifiche forme organizzative che assume la libera dialettica politica, nei singoli paesi e nei diversi contesti storici. Negli Stati Uniti – ad esempio – partiti di massa di stampo europeo non sono mai esistiti e la personalizzazione del potere è iscritta nella cultura democratica di quel popolo, ma il rispetto per i Padri fondatori e per l’higher law non ha mai cessato di porsi a fondamento indiscusso di ogni potere, anche di quello presidenziale. In Europa, non si vede nessun ordinamento politico, pur se in crisi, contestare la legittimazione della lex superior e anzi il "patriottismo costituzionale" è indicato come la via da perseguire per superare le difficoltà della politica e riequilibrare le divisioni sociali che la recessione economica rende laceranti. n Italia il regime populista sembra in una fase agonica, ma tenta l’ultimo assalto alla legge suprema, progettando un’epocale riforma costituzionale della giustizia. Alla piazza del 12 marzo è affidato l’immenso compito di raccogliere la bandiera caduta della costituzione per respingere nel passato, da dove è arrivato, il cavaliere medioevale che ci governa.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 4 marzo 2011

Sistema Tedesco di Marco Travaglio

Si leggono strane cose a proposito del prossimo voto della Giunta per le autorizzazioni a procedere sull’arresto del senatore dalemiano Alberto Tedesco, che nel frattempo ha traslocato dal Pd al Gruppo misto. Pigi Battista sul Corriere tira in ballo il garantismo e il giustizialismo, che c’entrano come i cavoli a merenda. Nicola Porro, sul Giornale, delira di “presunzione di innocenza”, come se un arresto significasse colpevolezza. Poi esorta il Pd a salvare Tedesco, per non lasciare solo il suo padrone. Nessuno ricorda mai quel che prevede la Costituzione: gli arresti spettano al gip e non al Parlamento, dunque a decidere sulle esigenze cautelari (gravi indizi di colpevolezza e pericolo di fuga e/o reiterazione del reato e/o inquinamento delle prove) è il gip e non il Parlamento. Infatti l’arresto di Tedesco è già stato disposto dal gip De Benedictis, assieme a quello di altri cinque presunti suoi complici: i cinque sono già finiti in manette, Tedesco no perché nel frattempo s’è rifugiato a Palazzo Madama. Ma il Senato non è chiamato ad autorizzare l’arresto, bensì la sua esecuzione. E, per farlo, non può entrare nel merito delle accuse, ma solo esaminare l’eventuale fumus persecutionis, che si verifica quando un magistrato pazzo, incapace o fellone, inventa accuse inconsistenti o fasulle col preciso intento di perseguitare il politico in quanto tale. Nel caso Puglia basta un’intercettazione a caso fra le centinaia depositate per capire che di carne al fuoco ce n’è molta, niente fumus e molto arrosto; quanto alla persecuzione politica, è ridicolo soltanto ipotizzarla, visto che la magistratura barese, dalle indagini sull’ex governatore Fitto a quelle sul giro Tarantini-Berlusconi-Frisullo, ha indagato a 360 gradi senza sconti a nessuno. Dunque non c’è alcun motivo lecito che giustifichi un diniego dell’autorizzazione all’arresto. In un paese civile tutti i membri della giunta direbbero così: “Non so se Tedesco sia innocente o meno, né se vada arrestato o meno: questo lo decidono i giudici, che sono lì apposta. So che Tedesco non è un perseguitato politico, ma un cittadino raggiunto da gravi sospetti che va giudicato dalla magistratura. Se il gip ritiene che debba attendere il processo in carcere, non posso né voglio ostacolare il normale corso della giustizia”. Invece la capogruppo Pd, Anna Finocchiaro, curiosamente ex magistrato, non si sbottona: “Valuteremo nel merito”: ma questa è l’unica cosa che il Senato non può fare. Felice Casson, altro ex pm, dice: “La base ci chiede di schierarci in modo netto dalla parte dei magistrati” e anche questo non ha senso: qui non si tratta di schierarsi pro o contro i giudici, ma di lasciarli lavorare in autonomia. Il Pd Giovanni Legnini spiega addirittura: “A noi tocca solo valutare la fondatezza della richiesta di arresto, capire se esiste veramente il rischio di reiterazione del reato paventato dalla Procura... Io ho forti perplessità in punta di diritto: da due anni Tedesco non è più assessore, ma si sostiene che per il solo fatto di essere parlamentare può ancora influenzare la sanità pubblica pugliese. Non vorrei che passasse il principio che una persona solo perché parlamentare dev’essere arrestata”. E meno male che Legnini è avvocato, perché è raro riuscire a concentrare un tale cumulo di corbellerie in così poche parole: da trent’anni nessun parlamentare è mai stato arrestato, perché il Parlamento ha sempre respinto le decine di richieste di autorizzazione; alla giunta non tocca giudicare la fondatezza di un bel nulla; il rischio di reiterazione non è paventato dalla Procura, ma acclarato dal gip e il Senato non può sindacarlo, salvo sostituirsi ai giudici e trasformarsi in quarto grado di giudizio. Se Tedesco ritiene infondata l’ordinanza del gip, ricorrerà al Riesame e in Cassazione, non certo al Senato. Annunciando le sue dimissioni per una tesi un po’ copiata, il ministro Guttenberg ha detto: “Sono il ministro della Difesa, non dell’Autodifesa”. Ma quello è tedesco, il nostro è Tedesco.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 1 marzo 2011

REPLICHE FINALI di Ida Dominijanni

(vignetta Mauro Biani)
Qualunque attore di prima o di quarta categoria, a un certo punto, cambia copione. Qualunque comico cambia barzelletta, qualunque cantante cambia ritornello. Sanno, tutti, che altrimenti il pubblico si stanca. Berlusconi no. Perché per quanto ci provi, non è né un attore né un barzellettiere né uno chansonnier. E’ un pubblicitario, e la regola della pubblicità è una sola: ripetere, ripetere, ripetere.
Dev’essere per questo che giusto al culmine della sua vulnerabilità, mentre infila il tunnel di una sequenza processuale decisiva per la sostanza e per l’immagine della sua persona e del suo potere, invece di imporsi cautela spara a mitragliate l’intero repertorio del suo sovversivismo costituzionale, arricchito per l’occasione da uno sfregio a Napolitano e al suo «enorme e puntiglioso staff». Conosciamo lo spot, già andato in onda con regolarità questa sì puntigliosa a ogni tornante degli «scandali» degli ultimi anni: per colpa della Costituzione e dei suoi garanti, capo dello Stato e Consulta, in Italia tutto il potere è in mano al parlamento, che è un’accozzaglia di nullafacenti, e alla magistratura, che è un’accozzaglia di psicopatici. Governo e presidente del consiglio, invece, non ne hanno alcuno. Vorrebbero fare ma non possono. Vorrebbero correre ma vengono continuamente intrappolati dalla congiura dei vincoli procedurali:
fai una legge e lo staff del Quirinale ti fa le pulci, la rifai e te la boccia una Camera, la rifai e te la blocca di nuovo il Quirinale, riesci a farla finalmente approvare e te la boccia la magistratura appellandosi alla consulta. Povero premier:
lacci e lacciuoli, e cavilli legali, identici a quelli che gravano sulle sue gesta imprenditoriali martoriate dai processi Mediatrade e Mills. Il governo come l’azienda, non fa differenza in una concezione del potere come arbitrio assoluto, dove le regole sono un impiccio e la Costituzione un impaccio.
Più difficile, a rigore di logica politica, è capire dove Berlusconi voglia arrivare alzando di giorno in giorno l’asticella dello scontro istituzionale. Uno spot nuovo, che va in onda da qualche giorno, lo mostra sicuro di poter finalmente riformare tutto, giustizia e assetto dei poteri, una volta libero da quella zavorra che si chiamava Fini. Ma anche questo spot è truccato, perché Berlusconi non può non essersi accorto che la Costituzione e i suoi organi di garanzia hanno retto per diciassette anni ai suoi reiterati assalti e reggeranno ancora. Così come è truccato il suo attacco alla scuola pubblica, non perché il suo governo non l’abbia effettivamente distrutta, ma perché in quest’ultima circostanza è platealmente volto alla ricerca di indulgenze vaticane per i suoi peccati. Dunque non c’è nessun respiro strategico in questa ennesima campagna pubblicitaria: c’è solo il disperato tentativo di arroccarsi, ironia della storia, sullo slogan del nemico principale del Cavaliere degli esordi: resistere, resistere, resistere. Tanto più se lo spot va in onda a Milano. Dove a maggio si vota, e per il presidente del Milan tutto è concepibile, ma non l’ipotesi di una sconfitta in casa. Sarà per questo che dallo stesso palco da cui attacca il Quirinale invita i suoi militanti a un bel bunga bunga, «quattro salti e quattro chiacchiere in allegria»: a Milano il tribunale va disertato, ma la piazza è ancora quella decisiva per saggiare la tenuta dell’incanto populista.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ora basta scherzi di Marco Travaglio

Qualcosa, lentamente, si muove. Il Cainano perde consensi a rotta di collo grazie agli scandali scoperti dalle Procure, a dispetto dei cretini che favoleggiano del gran favore che gli fa chi indaga su di lui e chi lo descrive per quello che è. Il 75% degl’italiani è contrario al ritorno dell’immunità. Napolitano comincia a rimandargli indietro qualche legge e si spera continui a farlo con le prossime norme ad personam: prescrizione breve, processo breve, bavaglio e via delinquendo. Infatti B., sull’orlo di una crisi di nervi, attacca pure il Quirinale. Sa bene che, nei prossimi mesi, oltre a giocare in casa nel governo dei servi e nel Parlamento dei compravenduti, dovrà misurarsi su altri tre terreni decisamente più ostici: il Tribunale di Milano; i referendum di Di Pietro e degli ambientalisti su legittimo impedimento, acqua pubblica e nucleare (ottima la mossa dell’ex pm di coinvolgere Fini); e le piazze, dove sono in programma un bel po’ di manifestazioni per la Costituzione. Vendola, oltre alle critiche per la malagestione della sanità pugliese, merita un plauso per il passo di grande maturità fatto con la candidatura di Rosy Bindi a premier di un governo di salute pubblica. A Torino più di 50 mila cittadini sfidano freddo e pioggia per scegliere il candidato sindaco di centrosinistra. A questo punto, però, basta un errore per invertire la rotta, far dimenticare gli scandali di regime e riportare in vita il nano morente. Da oggi, per esempio, il centrosinistra ha un’ottima occasione per farsi (e farci) del male: la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato inizia a esaminare la richiesta di autorizzazione all’arresto di Alberto Tedesco, il socialista dalemiano che nel 2005 Vendola ebbe la sventurata idea di nominare assessore alla Sanità della Puglia nonostante i macroscopici conflitti d’interessi, salvo poi doverlo defenestrare appena indagato; nel frattempo Tedesco, esponente di un partitino neosocialista, era confluito nel Pd e il Pd lo paracadutò in Senato, con relativa immunità, al posto di Paolo De Castro, appositamente traslocato all’Europarlamento. Una mossa che ricalcava quella del Pdl, che aveva nominato deputato e ministro l’ex governatore Raffaele Fitto, pure lui indagato per tangenti nella sanità pugliese: così, quando arrivò la richiesta d’arresto, la Camera la respinse. Ora la scena rischia di ripetersi. Il gip Giuseppe De Benedictis che ha disposto la cattura di Tedesco ha già arrestato cinque suoi coindagati che non hanno avuto l’accortezza di rifugiarsi in Parlamento: il caposcorta di Vendola, il braccio destro dell’ex assessore, due imprenditori e il direttore generale dell’Asl di Lecce, protagonisti con Tedesco – secondo il gip – di “un collaudato sistema criminale e clientelare” di “lottizzazione sistematica” per favorire non i più meritevoli, ma gli amici degli amici. Tedesco è accusato di vari episodi di concussione, corruzione, turbativa d’asta, abuso e falso. “Voglio il giudizio immediato come Berlusconi”, ha detto il senatore. Merita di essere accontentato. Ma, per evitare che inquini le prove o ripeta il reato, il gip ha stabilito che attenda il processo in cella assieme ai suoi complici. Finora in Parlamento ha sempre respinto le richiesta di cattura di suoi membri, tanto sotto il centrodestra quanto sotto il centrosinistra. Pdl e Lega votano sempre no ai giudici, sia per salvare gli amici, sia per ricattare gli avversari facendo pesare di averli salvati (“siamo tutti uguali”). Questa vergogna deve finire. Si spera che il Pd (ma anche Fli, Udc e Idv) dica subito sì alla cattura di Tedesco e inviti i colleghi del centrodestra a fare altrettanto. Tanto più che questo prevede la Costituzione, fuorché nel caso eccezionale di fumus persecutionis (mai come ora insostenibile, vista l’enorme mole di indizi prodotti dal gip). Giustizialismo e garantismo non ci azzeccano nulla: si tratta di ripristinare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Gli italiani, di destra e di sinistra, premieranno chi ha il coraggio di cominciare.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 3 febbraio 2011

Contro l’articolo 41, Costituzione stravolta di Gaetano Azzariti

(vignetta Alex di Gregorio)
Il governo è in agonia, ma continua a rivoltarsi scompostamente. Fuori tempo massimo tenta di ritrovare nuova energia nell’ideologia neoliberista che era all’origine dei suoi successi “giovanili”. Era questa la grande promessa che avrebbe permesso al berlusconismo di imporsi non solo sul piano dell’immaginario collettivo e del (mal)costume, ma anche sul piano più elevato della storia e delle visioni del mondo. L’ambizione più grande del centro-destra italiano dagli anni ’90 è stata quella di provare ad abbandonare il sistema sociale definito dalla costituzione repubblicana. Un modello costituzionale comune a tutte le democrazie contemporanee europee. La nostra non è mai stata una costituzione «bolscevica» (solo Berlusconi poteva fraintendere), non ha, però, mai permesso una deriva neoliberista. La “forza” della costituzione italiana è in ciò: essere una tavola di valori condivisi da tutti, che si può interpretare secondo indirizzi politici anche molto distanti, ma sempre entro un ambito costituzionale delimitato. Su queste basi, in Italia, è stato possibile il progresso civile e politico. Troppo lungo sarebbe spiegare perché a un certo punto tutto ciò s’è interrotto. Limitiamoci a constatare che dalla generale richiesta di “attuare” la costituzione si è passati ad un’altrettanto generale pretesa di “cambiare” il testo che aveva garantito il progresso in Italia. È noto che tra i protagonisti del cambiamento di prospettiva c’è stata gran parte della sinistra. È stato questo un errore storico dal quale sarà difficile riprendersi. Ma ora interessa parlare d’altro. Interessa qui parlare dell’ondata neoliberista che si è abbattuta tardivamente in Italia. Dopo la rivoluzione thatcheriana e reaganiana, anche in Italia la destra ha provato a imporre il suo neoassolutismo.
Il neoliberismo inteso come un assoluto trascendente, prodotto di un pensiero unico, lo scardinamento della democrazia pluralista per come è stata concepita nella nostra storia contemporanea. Da questo punto di vista era “naturale” che individuasse nella cultura “compromissoria” della costituzione un nemico.
Se si voleva imporre una visione unilaterale che facesse strage dei diritti sociali e dell’organizzazione equilibrata dei poteri, diventava necessario cambiare il carattere complessivo della costituzione vigente. La “grande riforma” e le pulsioni costituenti hanno avuto questo senso profondo. Una consapevole strategia di abbattimento del nostro sistema costituzionale pluralistico che ha avuto il suo apice nella riforma della seconda parte della costituzione approvata dal parlamento dalla maggioranza di centro-destra e respinto dal corpo elettorale nel 2006. Fu quello il più importante tentativo di imporre un’“altra” costituzione, che assumeva il premierato assoluto e il neoliberismo ideologico come suo unico fondamento costituzionale. La costituzione pluralista uscì vincitrice da quello scontro terribile, le concezioni totalitarie neoliberali, espresse da un Berlusconi nel pieno del suo vigore polemico, furono sconfitte. Forse è da quel momento – dal referendum costituzionale del 2006 - che può datarsi la fine del berlusconismo come ideologia, la conclusione della parabola politica del centro-destra. In fondo una fine sul campo più “nobile” di quella postribolare che la cronaca di questi giorni ci racconta.
In tal modo si spiegherebbe anche il fatto - altrimenti incomprensibile – del fallimento politico del governo di centro-destra nell’attuale legislatura: sebbene abbia ottenuto la più ampia maggioranza parlamentare mai registrata in Italia, è nato “morto”, perché privato di ogni reale prospettiva di sviluppo. La crisi economica e l’assenza di ogni alternativa politica hanno fatto il resto. Oggi cominciamo ad accorgercene. Anche se “morto” il centro-destra continua però a governare, e vista l’assenza di strategie alternative “vive” non c’è da stupire.
E così ci riprova, auspicando la riscrittura dell’articolo 41 della nostra costituzione. Il senso “ideologico” complessivo che si vuole assegnare appare chiaro: stravolgere il compromesso costituzionale, modificando l’equilibrio che in
materia d’iniziativa economica ha definito la costituzione pluralista italiana. Si vorrebbe rendere assoluta la libertà degli imprenditori privati e cancellare i contrappesi dell’utilità sociale del rispetto della dignità umana che la nostra
costituzione invece impone. Soprattutto escludere, così come prevede il terzo comma, la possibilità di un coordinamento dell’iniziativa economica pubblica e privata dettata dell’interesse generale della collettività. Eliminare insomma ogni diversa ragione che non sia quella dell’impresa. Un disegno eversore del sistema costituzionale. Un disegno che si pone per questo governo ormai fuori tempo massimo. Non passerà.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 21 dicembre 2010

Armati sì, ma di Costituzione di Marco Travaglio

Massima gratitudine ai noti statisti Alfano, Maroni, La Russa, Mantovano e Gasparri per avere spiegato agli studenti anti-Gelmini che cosa il governo si aspetta dalla loro manifestazione di martedì: il sangue. Il regime ha bisogno di violenze e feriti (e se ci scappa il morto, pazienza), per portare a termine il suo disegno incostituzionale sull’Italia. Il mercato dei deputati è bastato per la striminzita fiducia del 14 dicembre, ma per conservare le poltrone e approvare le leggi vergogna ancora in cantiere (tra cui la Gelmini) ci vuol altro. Bisogna costringere l’Udc a rimpiazzare Fli, restituendo al governo quella maggioranza di 50-60 deputati necessaria a rimetterlo in sicurezza a Montecitorio. Il Vaticano si sta molto prodigando in tal senso, ma occorre un 11 settembre all’italiana per simulare un clima da emergenza democratica che aiuti B. a gabellare per interessi nazionali i suoi affaracci penali, a farsi scudo delle istituzioni in pericolo per perpetuare la sua voglia d’impunità. Il nemico è alle porte, stringiamoci a coorte. Per questo la banda soffia sul fuoco con proposte impraticabili: vietare le piazze a persone incensurate con provvedimenti da stadio, minacciare i tribunali per cambiare le sentenze a proprio uso e consumo, arrestare preventivamente qualcuno perché Gasparri pensa che potrebbe commettere reati, cazzate così. Roba che una persona normale si vergognerebbe non dico di enunciarla, ma pure di pensarla. Però utilissima a soffiare sul fuoco, nella speranza che domani si scateni il caos, magari con l’aiuto di qualche reduce di quella manovalanza della violenza da sempre pronta a “destabilizzare per stabilizzare”. Ora, grazie a Gasparri & C., chi domani sarà in piazza (speriamo tanti) sa cosa si attende da lui il regime: che sfasci tutto, crani, ossa, bancomat, automobili. La violenza è l’ultima speranza di un governo disperato. Chi gli farà questo regalo sa fin d’ora che non solo la porcata Gelmini, ma altre e ancor peggiori porcate verranno grazie a quella violenza. Chi invece vuole contrastare il regime sa quel che deve fare: il contrario di quel che si aspetta il regime. Una manifestazione oceanica e pacifica, addirittura beffarda nella sua imperturbabile legalità. Un corteo dove non solo non si lancia nulla, ma magari si raccattano cicche e cartacce per gettarle nel più vicino cassonetto. L’ideale sono migliaia di giovani che sventolano la Costituzione in faccia a chi la calpesta. Per questo domani Il Fatto sarà avvolto da un inserto con i principi fondamentali della nostra democrazia. Pensate che smacco, per i tifosi della guerra, vedere gli studenti sbandierare non il libretto rosso di Mao, ma la Carta costituzionale: come l’aglio per i vampiri, la corda per l’impiccato. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, di religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali”. “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca”. “L’Italia ripudia la guerra…”. “Ogni cittadino può circolare… liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” senza “nessuna restrizione per ragioni politiche”. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente…” e “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”. “La responsabilità penale è personale…”. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, sì alle scuole private ma “senza oneri per lo Stato”. “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione... sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale... e la dignità umana”. “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. “Vietata... la riorganizzazione del disciolto partito fascista”. Questa è la vera rivoluzione.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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