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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 26 agosto 2011

Silviomat di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto Quotidiano-26.08.11)
Lo stanno spolpando vivo. Altro che “dieta depurativa tisanoreica a base di erbe” di cui favoleggiano i giornali per spiegare il dimagrimento di “quattro chili in otto giorni”. Qui siamo di fronte a una liposuzione di dimensioni industriali, a un’idrovora piazzata direttamente nelle sue tasche che pompa milioni in quantità da oleodotto. Un continuo salasso a opera di centinaia di insaziabili sanguisughe attaccate a quel corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando qualcuna poteva sistemarla a Raifiction con una telefonatina all’amico Saccà perché “sta diventando pericolosa, s’è messa a dire delle cose pazzesche in giro”. Ora gli tocca pagare tutti lui (a parte alcune centinaia di servi travestiti da parlamentari e una da consigliera regionale, che manteniamo noi con tutti gli annessi e connessi). Ecco, la biografia del Grande Compratore si divide in due fasi: quella del palazzinaro parvenu che paga mafiosi, piduisti, politici, giudici, ufficiali delle Fiamme Gialle per gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi accettare in società; e quella del politico che paga testimoni, avvocati, papponi, mignotte e complici vari perché non vadano a raccontare in giro quel che sanno di lui o han fatto con lui o per lui. Prima comprava la gente per riempirsi la bocca, ora per tapparla agli altri. Prima per guadagnare, ora per non finire in galera. Più che un premier, un bancomat: il Silviomat dal quale tutti possono prelevare la somma desiderata, e senza bisogno di pin. Un prelievo oggi, un prelievo domani: di questo passo lo perdiamo. 600mila dollari a Mills per testimoniare il falso. 9,5 a Dell’Utri, che ogni tanto ha qualche sprazzo di memoria. Una decina di milioni alle Papi Girl per affitti, capricci e cure dentistiche (l’igiene orale innanzitutto). 5 milioni promessi a Ruby “per fare la pazza” più qualche bustona farcita di contanti e gioiellazzi assortiti “per non farla prostituire”, senza dimenticare i 60mila euro per avviarla alla carriera di estetista con tanto di “laser anti-depilazione” (un autentico strumento di tortura: appena finito di depilarti, te lo spari e ti ricrescono i peli). 1,2 milioni a Lele Mora, compresa la percentuale per Fede. E ora 500mila euro una tantum più 20mila mensili a l’amico Gianpi Tarantini, arrestato e imputato per droga, corruzione e favoreggiamento della prostituzione: l’amico ideale per uno statista. È quello che gli portava le D’Addario a domicilio. Poi, per non levargli l’illusione di averle conquistate col suo fascino magnetico, le pagava pure. Sperava di entrare nel giro della Protezione civile. Ma prima di raggiungere la cassa finì in galera. Se va a processo, saltan fuori le telefonate: meglio convincerlo a patteggiare. Niente processo, niente intercettazioni. I versamenti scoperti dai pm di Napoli sono tranquillamente confermati da B.: “Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito: mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così”. Per la cronaca, il piccolo fiammiferaio disperato è segnalato in questi giorni a Cortina e abita pure a Roma in zona via Veneto. Nelle intercettazioni, si sentono frasi del tipo “quello là dobbiamo metterlo con le spalle al muro”, “bisogna batter cassa”. Lo dicevano già le velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve sganciare”, “Finché c’è lui si mangia”. Abbiamo il premier più ricattato del mondo, ma che sarà mai. Che problema c’è se il capo del governo stipendia un pappone reo confesso transitato dalle patrie galere? Ora Ferrara ci spiegherà che, via, “così fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero, Obama, Cameron e persino la Merkel hanno almeno un pappone a libro paga). I pompieri della sera scomoderanno Stuart Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo d’ufficio al liberalismo classico. Mons. Fisichella inviterà a “contestualizzare” la cosa. E al Meeting di Rimini qualche prete à porter ricorderà che pure la Maddalena doveva avere per forza un pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere...

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 2 luglio 2011

MEDIASET, I dolori del giovane Piersilvio di Alessandro Robecchi

(vignetta tratta da cristianbelcastroblog)
Non so perché, ma i dolori del giovane Piersilvio mi lasciano piuttosto freddino e indifferente. E sì che le ho provate tutte, anche le cipolle, eppure nemmeno una lacrimuccia mi spunta per l’ultima accorata esternazione del giovane Berlusconi. Gli fa paura l’atmosfera che si respira, povero Piersilvio. Di più! Teme «l’astio nei confronti di mio padre che spesso diventa astio contro Mediaset». Forse corre l’obbligo di ricordare al giovane erede qualche dettaglio, che magari gli possa far tornare alla mente come mai le fortune politiche del padre sono legate a doppio filo a Mediaset.
Sarà perché i telegiornali di quell’azienda sono diretti da Emilio Fede, un anziano sotto processo con l’accusa di portare prostitute proprio al papà colpito da tanto astio? Oppure da Clemente Mimun, uno che quando lavorava in Rai diceva che l’informazione doveva essere «un presidio antiguai» per papi Silvio? Sarà mica che si tende a pensare a Silvio Berlusconi e al suo potere come un tutt’uno con le sue aziende perché le sue aziende sbertucciano un magistrato come Mesiano per i suoi calzini? O perché i figuranti di Forum si lanciano in un peana contro i fancazzisti terremotati aquilani che si ostinano a vivere in albergo a sbafo? O perché i figuranti delle trasmissioni Mediaset li abbiamo trovati a fare i manifestanti pro-Silvio fuori dal Palazzo di Giustizia? Oppure sarà per il mistero glorioso di un’azienda che pur calando negli ascolti aumenta negli introiti pubblicitari, miracolo dovuto a un padrone che è anche padrone della politica italiana, guarda il caso?
Il vittimismo di Piersilvio è tale quale quello del babbo: chiagne e fotte (anche se il padre fotte di più, credo). E tutto questo proprio nella settimana in cui le intercettazioni rivelano che alcuni ruoli chiave in Rai (l’azienda concorrente) lavoravano per lui, mettendo mano ai palinsesti, infiltrati colpevoli di vero e proprio spionaggio industriale.
Metodo Berlusconi, insomma, in politica e negli affari. Non è per niente facile impietosirsi per le parole di Piersilvio mentre si leggono le telefonate di Deborah Bergamini, una ex segretaria di papà diventata vice direttore dei palinsesti Rai tutta impegnata a danneggiare l’azienda pubblica per favorire Mediaset. E che dire di certi ceffi piazzati da papà a fare il direttore generale della concorrenza? Dov’era il timoroso Piersilvio, allora? Era distratto? Non gridava all’astio? Non si appellava all’etica? Che il babbo nominasse per anni i vertici della concorrenza non lo turbava?
E questo solo per dire di politica, concorrenza sleale, etica in Berlusconi- style. Ci sarebbe poi da dire dell’offerta culturale, quella che produce ragazze Olgettina-style e distrazioni di massa. Ma non è il caso, davvero, di parlare di tivù. Il guasto operato daMediaset in questi anni (diciassette di sicuro) non riguarda né la tivù né l’estetica, ma la democrazia. C’è astio nei confronti di papà Silvio? Era ora! Significa che il paese si sta risvegliando. Questo ricadrà sulle sue armi propagandistiche, Mediaset prima di tutte? Inevitabile, e speriamo, in maniera devastante: deberlusconizzare non sarà facile né a Mediaset né in Mondadori per gente che si chiama Berlusconi. Quanto alla favoletta dell’eccellenza italiana la lasciamo ai gonzi che ancora ci credono. Andiamo, gente, ci sono in onda Fede, Mimun, Brachino, e l’eccellenza quando arriva?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 1 febbraio 2011

La Lega ce l’ha molle di Marco Travaglio

Un tempo era il Re Mida e trasformava in oro qualunque cosa toccasse. Poi divenne il Re Merda, ma menava gramo solo agli altri. Ora invece porta sfiga anche a se stesso. È talmente disperato che chiede aiuto perfino a Bersani per un “piano bipartisan per la crescita” (soprattutto la sua), subito respinto al mittente. E viene scaricato financo da D’Alema. Il che è davvero tutto dire. Il suo mortifero contagio miete vittime a ritmi ormai quotidiani. Prendete Mubarak: regnava tranquillo sull’Egitto da trent’anni, poi lui l’ha evocato come zio di Ruby e l’ha stecchito sul colpo. E la Lega? A furia di abbracciare il suo cadavere politico, s’è trasformata geneticamente: perso quel che restava della sua carica vitale e celodurista, è diventata un budino verde gelatinoso, molliccio, tremolante. Bobo Maroni scrive letterine tremebonde al Pompiere della Sera, roba che nemmeno Bondi dei tempi d’oro, denunciando “l’antiberlusconismo manicheo, elitario e inconcludente” (tipo quello della Lega delle origini, quando B. era “il mafioso di Arcore”) e invocando “una tregua” con linguaggio doroteo. Fa una certa tristezza ricordare che proprio 20 anni fa la Lega teneva il suo congresso fondativo: “La rivoluzione della Lega – tuonò Bossi – è l’unica rivoluzione possibile!”. Da allora molta vaselina è passata sotto i ponti padani, visto com’è finito il noto movimento rivoluzionario che oggi si aggira in pantofole nelle mense e negli angiporti del magnamagna romano. Come diceva Longanesi, “in Italia le rivoluzioni cominciano in piazza e finiscono a tavola”. Figurarsi l’entusiasmo dei lumbard duri e puri nell’apprendere che l’altro giorno Flavio Tosi, il terribile sindaco di Verona con 85 denti, tutti canini, s’è ridotto a intitolare “con orgoglio e soddisfazione” un ponte sull’Adige a Mariano Rumor, elogiandolo come “grande statista veneto e italiano, che non solo fu una delle figure che segnarono politicamente il nostro Paese, ma che ancor oggi è per tutti noi un modello e un esempio di come è possibile fare politica in modo onesto, con grande impegno e dedizione a servizio della gente”. Rumor, il “pio Mariano” fondatore dei dorotei, il premier dei governicchi balneari, il maestro del dolce far nulla e del tirare a campare, il triumviro del Pi-ru-bi (Piccoli-Rumor-Bisaglia), l’omino curiale, lattiginoso ed effeminato dalla manina flaccida e sudaticcia? Rumor nuovo “modello ed esempio” dei leghisti? Pare proprio di sì, a giudicare come si muove un altro ex celodurista come Calderoli, il coniglietto mannaro che ogni giorno smussa un pezzo di federalismo per farlo digerire a questo e quello. Col risultato che ormai – scrive Luca Ricolfi sulla Stampa – persino i federalisti più convinti “vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma una mesta, lenta e non detta agonia del federalismo”. E arrivano ad “augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici della riforma sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale”. Basti pensare che, dopo gli ultimi assalti dei comuni del Centro-Sud, si dà per scontato che il federalismo non ridurrà, ma aumenterà la pressione fiscale. Un affarone. Senza contare – ricorda Ricolfi – “l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori”. Infatti, fra l’aborto del federalismo e i racconti edificanti delle bunga-bunga girls, la Lega che fino a qualche mese fa volava nei sondaggi oggi perde punti a rotta di collo. Ci vorrebbe il Carroccio di 20 anni fa, o almeno di 15, per scaricare il “mafioso di Arcore” prima di finire nella tomba con lui. Ma non si esclude che un paio di capoccia lumbard, pur decrepiti e malmessi, conservi ancora un pizzico di memoria. Alzheimer permettendo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Il federalismo fiscale è una boiata pazzesca di Marco Travaglio

martedì 11 gennaio 2011

Il federalismo fiscale è una boiata pazzesca di Marco Travaglio

Da anni i “terzisti” e i “riformisti”, cioè i berlusconiani camuffati da indipendenti che la sanno lunga, ci raccontano che in tutte le democrazie, le opposizioni collaborano amorevolmente con i governi, si guardano bene dall’auspicarne la caduta, non demonizzano i premier, men che meno tentano “spallate” né si sognerebbero mai di tirare la giacchetta al capo dello Stato. Questa barzelletta, che vale solo quando governa B., l’ha ripetuta ieri Sandro Bondi in un articolo sul Pompiere della Sera (l’unico giornale che ancora gli dà retta, a grande richiesta dei lettori che si leccano i baffi): “In Italia, dopo il voto del 14 dicembre, si è aperta una fase politica nuova. Non a caso l’on. Casini per primo ha fatto riferimento al confronto e alla collaborazione avviata negli Usa fra Repubblicani e Democratici dopo le elezioni di medio termine... Possibile che anche in Italia non si possa trovare in Parlamento un accordo su materie quali il federalismo?”. Gli piacerebbe: visto che il suo governo ha una maggioranza ridicola e nella commissione bicamerale sul federalismo è addirittura in minoranza, arrivano le opposizioni e votano il federalismo, così il governo si salva e magari lui conserva la poltrona lisciandosi Casini perché non voti la mozione di sfiducia contro di lui. Bella la vita, eh, James? Naturalmente negli Usa sta accadendo l’esatto contrario di quel che racconta Bondi: appena raggiunta la maggioranza al Congresso nelle elezioni di mid-term, i Repubblicani hanno cacciato la speaker democratica Nancy Pelosi, sostituendola con uno dei loro, e hanno annunciato che sarà loro cura radere al suolo la riforma sanitaria di Obama e poi, a seguire, tutte le altre. Pare che non leggano Il Pompiere e nemmeno Il Riformista, che da anni raccomandano alla sinistra di non cancellare, una volta al governo, le leggi vergogna della destra. Ora, per carità, è comprensibile che il nostro ministrucolo dei Beni culturali, peggiore financo della Bono Parrino, ci provi. Ma la tragedia è che c’è chi gli crede. Dall’Udc al Pd al Fli è tutto un offrire “dialogo” a Calderoli. Del resto, i finiani a suo tempo la legge-delega sul federalismo la votarono, così come l’Idv, mentre il Pd si astenne (al solito non aveva una linea sul tema, anzi ne aveva dodici) e solo l’Udc votò contro. Oggi però è chiaro a tutti che, dopo la fiducia ottenuta, anzi comprata da B. il 14 dicembre, c’è una sola, ultima speranza di farlo cadere: che il federalismo fiscale venga bocciato. Così la Lega si ritirerà nelle sue valli, portandoci a votare. Quindi, se davvero Udc, Fli, Pd e Idv vogliono rovesciare il governo, hanno un modo semplice e chiaro per dimostrarlo: il 21 gennaio, quando saranno chiamati a votare sulla boiata pazzesca chiamata federalismo fiscale, dicano tutti quanti No. L’Idv e i finiani ammettano di aver sbagliato a votare a suo tempo Sì. Il Pd sia coerente con lo studio del suo deputato Stradiotto, presentato a fine dicembre sui guasti devastanti della legge Calderoli. L’Udc confermi il suo No senza mercanteggiare il Sì in cambio del “quoziente familiare” o di altre pretese magari giuste, ma irrealizzabili. Gli elettori non solo non se ne avranno a male, ma li ringrazieranno: checché ci raccontino giornali e tg di regime, agli italiani del federalismo fiscale non frega assolutamente niente. In ottobre, il Pompiere pubblicò un illuminante sondaggio di Mannheimer sulle priorità degli italiani: al primo posto la riduzione delle tasse (39%), seguita da giustizia (20), aiuti al Sud (16), sicurezza (13) e, fanalino di coda, il federalismo fiscale (13). Eppure quella menata che interessa solo a un italiano su 10 (i leghisti, e nemmeno tutti) monopolizza da anni il dibattito politico. Il che spiega perché il governo perde consensi e l’opposizione pure. In vista del voto del 21, Bersani, Fini, Casini e Di Pietro potrebbero convocare un campione di elettori e porre loro la seguente domanda: preferite il federalismo fiscale o la caduta di B.? La risposta ci pare quasi di intuirla.

fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'
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