Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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giovedì 29 settembre 2011

Pallebianco di Marco Travaglio

(foto agrpress)
Se Berlusconi lasciasse la guida del governo, si aprirebbe una possibilità: si potrebbe ricominciare a discutere del ruolo della magistratura in questo paese...”. Ecco finalmente spiegato, grazie al professor Angelo Panebianco, perché anche il Corriere della Sera ha deciso, con 17 anni di ritardo, di scaricare B: per poter finalmente parlare “di cose come l’uso politico delle intercettazioni e la fine che hanno fatto, grazie al famoso circo mediatico-giudiziario, la tutela della privacy, la presunzione di non colpevolezza, eccetera”. Insomma del “grande scontro fra politica e magistratura” che, a suo dire, cominciò il 3 ottobre 1985, quando Cossiga proibì, minacciando l’invio dei carabinieri, al Csm di difendere – come prevede la Costituzione e la legge istitutiva dell’organo di autogoverno delle toghe – i magistrati aggrediti e minacciati da Craxi per aver osato scoprire con le mani nel sacco vari socialisti ladri a Torino (scandalo Zampini), Milano (P2, Ambrosiano, Calvi, caso Icomec), a Savona (caso Teardo), a Trento (inchieste di Carlo Palermo) e così via. Panebianco la racconta così: “Cossiga inviò una lettera in cui vietava al Csm di mettere ai voti una censura nei confronti del presidente del Consiglio Craxi. Cossiga, Costituzione alla mano, negò che il Csm fosse dotato di tale potere di censura. Alcuni anni dopo Cossiga diventò oggetto di un attacco concentrico della magistratura militante” (tutte balle: la magistratura non prese alcuna iniziativa contro Cossiga dopo il 1985: ne aveva presa una la Procura di Torino nel 1980, quando Cossiga era premier e fu accusato di aver avvertito Carlo Donat Cattin che il figlio terrorista Marco era ricercato, dopodiché quest’ultimo si diede alla latitanza; ma Cossiga fu salvato dalla Camera dell’impunità, che negò l’autorizzazione a procedere). Dopodiché, ça va sans dire, lo “s c o n t ro ” proseguì “con Mani Pulite”. E qui l’acuto Panebianco rivela che, sì, “la corruzione c’era ed era tanta, ma era ‘di sistema’ e per questo avrebbe richiesto una soluzione politica, non penale”. Ecco: siccome rubavano in tanti, la soluzione era una bella amnistia. Lo “scontro ” proseguì nel ‘94 con “l’avviso di garanzia che raggiunse Berlusconi a Napoli durante una conferenza internazionale”: il fatto che la Fininvest corrompesse la Guardia di Finanza è, per Panebianco, un dettaglio irrilevante. Per evitare lo scontro, i pm avrebbero dovuto fingere di non accorgersene e, trovate le prove, mangiarsele. Ora, liquidato B., bisognerà bilanciare “il grave squilibrio fra democrazia rappresentativa e potere giudiziario”, dimostrato dalle “centomila intercettazioni ” dell’inchiesta di Bari, “cose da pazzi (e il Csm zitto)”. Forse Panebianco non sa che gli intercettati a Bari sono una quarantina (Tarantini più le mignotte reclutate per sollazzare B. e infilarsi negli appalti Finmeccanica e nella Protezione civile); che centomila sono le telefonate intercettate; e che il Csm non ha alcun potere di sindacare sul numero di telefoni intercettati da una Procura, visto che già ci pensano il Gip, il Riesame, la Corte d’appello e la Cassazione. Il tuttologo del Corr iere propone infine di “vietare di intercettare, anche in modo indiretto, chi occupa cariche istituzionali”, il tutto “per convincere gli investitori a fidarsi di nuovo di gente come noi”. Che si fidino di gente come lui, è improbabile. Ma è ancor più improbabile che si riesca a impedire che un governante sia indirettamente intercettato. A meno che Panebianco non pensi di vietare di intercettare 60 milioni di italiani, anche se coinvolti in giri di droga e prostituzione, perché potrebbero chiamare il presidente del Consiglio o venirne chiamati, magari da un cellulare peruviano. Così finalmente potremmo dire agli investitori: “Fidatevi dei nostri politici, sono tutti incensurati perché non possiamo più scoprire i loro delitti”. E vedere di nascostol’effetto che fa.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 8 luglio 2011

Io e Italianieuropei Niente da nascondere di Massimo D’Alema

Caro Direttore, non ho alcuna difficoltà a rispondere alle affermazioni e ai quesiti posti da Marco Travaglio nel suo articolo pubblicato ieri su Il Fatto. L’On. Cesare De Piccoli non è mai stato mio “luogotenente”, era europarlamentare dei Ds in Veneto e non risulta essere stato neppure rinviato a giudizio per alcuna tangente, né della Fiat né di nessun altro. Io non ho mai ricevuto alcun finanziamento illecito dal Cavallari. Il contributo, a mia memoria, fu registrato in bilancio, come dissi anche ai magistrati. I giudici decisero di non compiere gli accertamenti perché, come recita il decreto di archiviazione, “allo stato, peraltro, appare ultronea ogni altra indagine diretta a verificare, come nel caso dell’episodio riferito dall’On. D’Alema, in termini lievemente diversi da quelli esposti dal Cavallari, se i fatti di illecito finanziamento in favore di partiti o esponenti politici, denunciati dal presidente del CCR, possano essere sussunti nell’ambito di una diversa – e meno grave – fattispecie delittuosa (…), comunque depenalizzata dall’art. 32 L. 24 novembre 1981, n. 689”. Non fu pertanto accertato se vi fu un reato penale di illecito finanziamento oppure una irregolarità amministrativa, peraltro depenalizzata dalla legge. Mi rendo conto che l’accertamento sarebbe stato difficile da compiere dopo tanti anni ed essendo il Pci ormai sciolto.
Tuttavia di quel mancato accertamento la principale vittima sono stato io, perché è rimasta l’ombra di un sospetto infondato che poi più volte è stato usato contro di me.
Non mi sono trincerato dietro alcuna immunità europea. Non ne avevo bisogno anche perché la richiesta della Procura di Milano era di poter usare le intercettazioni nel procedimento contro un’altra persona e non contro di me. Il Parlamento europeo, a larghissima maggioranza e senza alcun mio intervento, ritenne la richiesta non motivata.
NON CAPISCO a quale titolo il senatore Alberto Tedesco venga definito mio “fedelissimo”. Oltretutto, all’epoca dei reati che gli vengono contestati, non era neppure membro del nostro partito, bensì leader di un movimento socialista pugliese che aveva sostenuto in modo determinante il Presidente Nichi Vendola nel corso della campagna elettorale per la Regione. Dalle migliaia di pagine relative alle indagini sulla sanità pugliese, depositate al Senato, si può constatare la mia totale estraneità da quelle vicende e che non c’è neppure una telefonata tra Tedesco e me. Conosco invece Sandro Frisullo da molti anni e sono rimasto stupito e addolorato per le vicende che lo hanno riguardato. D’altro canto egli si è dimesso immediatamente dalla giunta regionale e non è stato ricandidato alle elezioni. Vedremo alla fine, quando vi sarà la sentenza, quali sono state esattamente le sue responsabilità in vicende rispetto alle quali sono completamente estraneo.
Vorrei aggiungere che quella di collegarmi a fatti o inchieste che non mi riguardano attraverso espressioni fantasiose del tipo “luogotenente” o “fedelissimo”, quando non esiste alcun elemento concreto che mi chiami in causa, è una tecnica allusiva e diffamatoria.
Vincenzo Morichini, che conosco da tanti anni, non è e non è mai stato mio socio di barca. Ho acquistato una imbarcazione usata da lui nel 1994.
L’imprenditore Viscardo Paganelli ha dichiarato – come riportato dagli organi di informazione – di non aver mai concesso aerei per voli gratuiti. Abbiamo accettato l’invito di Morichini il quale, per quello che noi ne sappiamo, ha regolarmente pagato quei voli.
La Fondazione Italianieuropei svolge le proprie attività dal 1997. Non è l’ufficio attraverso il quale io svolgo la mia attività politica. È stata la prima fondazione di cultura politica finanziariamente indipendente: ogni anno raccoglie sul mercato le risorse finanziarie per portare avanti il proprio lavoro di ricerca e le proprie attività.
Ha un patrimonio complessivo pari ad 1.646.454 che è il frutto della capitalizzazione degli interessi attivi sul patrimonio e dei contributi versati negli anni da privati cittadini e da società.
Le ulteriori risorse finanziarie della Fondazione derivano dai versamenti ricevuti per contribuire alla realizzazione delle sue iniziative, dalla pubblicità e dalla vendita dei prodotti editoriali (la rivista “Italianieuropei” e altre pubblicazioni edite dalla società Solaris, controllata dalla Fondazione) distribuiti in edicola e in libreria. Un’altra forma di finanziamento è rappresentata dagli abbonamenti alla rivista. Le inserzioni pubblicitarie pubblicate sulla rivista prevedono pacchetti il cui costo varia da . 5.000 ad . 30.000 in base alle pagine acquistate annualmente.
In questi oltre dieci anni di attività i contributi alla Fondazione sono pervenuti da grandi aziende ma anche da piccole imprese e privati cittadini. Non si può rimproverare alla Fondazione Italianieuropei di aver accettato contributi da imprenditori che, successivamente, sono stati oggetto di indagine. Sarebbe come chiedere a “Il Fatto” la garanzia che nessuna delle imprese che sottoscrivono contratti pubblicitari con il quotidiano sarà mai oggetto di indagini. Si tratta cioè di una richiesta insensata.
LA PARMALAT ha stipulato un regolare contratto di pubblicità sulla rivista “Italianieuropei” nel 2002, ben prima che ci fosse alcun sospetto di indagine su Calisto Tanzi. Il contratto fu solo parzialmente onorato. Non abbiamo quindi querelato Tanzi, il che non avrebbe avuto alcun senso. Al seguito della crisi irreversibile dell’azienda, predisponemmo domanda di insinuazione al passivo in quanto creditori, ricevendo alla fine un piccolo risarcimento in azioni Parmalat.
La raccolta della pubblicità e dei contributi alle attività è svolta sia direttamente dalla Fondazione e dalla Solaris che attraverso una concessionaria ed altre società senza vincolo di esclusività.
Una di queste società era la SdB di Morichini. L’accordo con la SdB è stato siglato nel dicembre 2009 ed era finalizzato alla raccolta di contributi a valere per l’anno 2010. Il rapporto di collaborazione con la stessa è cessato al termine del 2010 e non è stato rinnovato.
I contributi raccolti sono stati regolarmente riportati in bilancio, secondo le modalità previste dalla legge. La Fondazione Italianieuropei è totalmente estranea ai rapporti intercorsi tra Morichini e gli imprenditori in questione. Escludo nella maniera più assoluta che imprenditori abbiano versato contributi dietro promessa, da parte della Fondazione Italianieuropei o mia, di favori o appalti. Se qualcuno ha fatto credere loro questo, li ha ingannati.
Le fondazioni legalmente riconosciute devono infatti iscriversi nel registro delle persone giuridiche istituito presso le Prefetture (D.P.R. 361/2000) ove devono depositare lo statuto e l’atto costitutivo e, successivamente, le eventuali modifiche apportate.
Le società di capitali, come la nostra controllata Solaris, sono tenute alla iscrizione dei bilanci annuali nel registro delle imprese.
LA FONDAZIONE Italianieuropei approverà nei prossimi giorni il bilancio 2010. Tale bilancio e i dati relativi saranno pertanto resi pubblici in base alle procedure previste dalla normativa vigente. Infatti si tratta di dati pubblici, ma che contengono anche dati sensibili ai sensi del D.Lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali), in quanto dai finanziamenti si potrebbe desumere l’orientamento di chi ha elargito il contributo .
Per quanto ci riguarda abbiamo più volte sollevato, e continuiamo a farlo anche adesso, l’esigenza di regolare le modalità di finanziamento delle fondazioni ad esempio attraverso sistemi di incentivazione fiscale per i donatori, codici di autoregolamentazione, comitati etici e sistemi di trasparenza e controllo oltre a quelli già previsti.
D’altro canto, le indagini che sono in corso da parte della Magistratura, alla quale rinnovo la mia piena fiducia, non potranno che confermare l’assoluta correttezza e trasparenza del nostro operato.


Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'


link collegati:

Grazie per la risposta ma non basta, “È troppo pretendere chiarezza sui soldi alla Fondazione?”di Marco Travaglio


Cinque Dalemmi di Marco Travaglio



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mercoledì 6 luglio 2011

Pallonari e pallisti di Marco Travaglio

Siccome gli italiani sono un popolo di pallonari e i tre quarti dei giornalisti una manica di pallisti, ci voleva Calciopoli per far capire che la prescrizione e l’assoluzione sono cose opposte. Cos’è accaduto? Che il pm sportivo Palazzi ha chiuso le indagini sulle intercettazioni di Calciopoli relative all’Inter e ha sostenuto che, telefonando ai designatori arbitrali, l’Inter di Moratti e Facchetti ha violato l’art. 1 (“slealtà sportiva”) e l’art. 6 (“illecito sportivo”), ma non può essere punita perché è tutto prescritto. A meno che, si capisce, l’Inter non rinunci alla prescrizione. Palazzi equipara l’Inter agli altri club puniti per Calciopoli: Fiorentina, Lazio e Milan. Tutti tranne uno: la Juventus di Moggi e Giraudo, protagonista di fatti “di differente gravità, protrazione e invasività”, dunque fuori concorso e giustamente retrocessa in Serie B e privata di due scudetti. Però il pm sportivo ricorda che la sua tesi accusatoria contro Milan, Fiorentina, Lazio e ora Inter è già stata sconfessata dalla Corte federale, secondo cui non basta telefonare ai designatori per commettere illecito: occorre che le pressioni arrivino agli arbitri e li condizionino. La qual cosa Palazzi non è riuscito a provare per nessun club, eccetto la Juve. Dunque è verosimile che, anche se l’Inter rinunciasse alla prescrizione, verrebbe assolta o privata di qualche punto. E, siccome le presunte pressioni interiste non sortirono effetti e ai tempi della Triade Bianconera l’Inter perdeva campionati truccati, nessuno scudetto deve passare di mano. Ciò detto, sarebbe un bel gesto da parte di Moratti rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Così potrà finalmente difendersi nel processo sportivo (penalmente, gli inquirenti napoletani hanno già ritenuto che non c’è nulla di rilevante). Già, perché finora hanno parlato solo Palazzi e Moggi con la sua corte di avvocati e giornalisti à la carte. Se poi l’Inter fosse assolta, non resterebbe alcun’ombra nella sua storia, se non quella di aver tentato di difendersi dalla Cupola per vie traverse anziché con una pubblica denuncia. Ma, per invitare l’Inter a rinunciare alla prescrizione, come sempre deve fare chi non ha nulla da temere ed è raggiunto da sospetti infamanti, bisogna avere le carte in regola. Cioè farlo sempre. Tanto più per politici coinvolti in processi penali. Quando la Cassazione accertò che Andreotti era stato mafioso fino al 1980, reato “commesso” ma prescritto, tutti i grandi giornali e tg, anche “de sinistra”, titolarono “assolto”. Idem i servi di B. quando le sei volte che il padrone la fece franca per prescrizione. Due fra i giornalisti più attivi nel gabellare le prescrizioni per assoluzioni sono Giuliano Ferrara e Pigi Battista. Grande è stato dunque lo stupore dei lettori del Corriere nel leggere l’intemerata all’Inter di un certo Battista, probabilmente un omonimo, che in veste di “juventino” reclama “la restituzione motu proprio dello scudetto usurpato”, perché “con la prescrizione crolla la pretesa dell’Inter di incarnare ‘la squadra degli onesti’”. Intanto il Foglio di Ferrara sostiene che “crolla il castello di accuse di Calciopoli”: nessuna “cupola” Moggi, nel calcio “come nell’era Craxi si viveva in un sistema condiviso”. Ora, basta leggere le telefonate di Moggi e Giraudo per notare l’abissale differenza con quelle di Facchetti e Moratti. Ma, anche se fosse vero che l’Inter faceva le stesse cose della Juve, non crollerebbe nulla, semmai si aggiungerebbe un’architrave alla Cupola: 1 ladro più 1 ladro fa 2 ladri, non 0 ladri. Anche Moggi e la Juve, tornati amorevolmente insieme, sfidano l’Inter a rinunciare alla prescrizione. Peccato che la Juve di Moggi, Giraudo e Agricola si sia salvata in Cassazione nel processo del doping proprio grazie alla prescrizione. Chissà se fa ancora in tempo a rinunciarvi, e se le conviene: negli anni del doping vinse tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Non vorremmo che Pigi ne chieda la restituzione. Motu proprio.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 26 giugno 2011

Sì, c’è da essere storditi di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Dalle stalle alle stalle di Marco Travaglio

Dopo una settimana di rivelazioni sulla P4, Pdl e Pdmenoelle (come lo chiama Grillo) hanno finalmente scoperto di chi è la colpa: dei giudici che intercettano e dei giornali che informano. Anziché felicitarsi del fatto che, ancora una volta, un pugno di pm e di cronisti hanno scoperchiato una cupola occulta e dunque incostituzionale che condiziona le istituzioni senz’alcun mandato elettivo né controllo democratico, salvando quel che resta della politica, i due maggiori partiti di governo e opposizione (si fa per dire) concordano sull’urgenza di una legge che imbavagli almeno la stampa. La parola d’ordine è “vietare la pubblicazione di intercettazioni prive di rilevanza penale”. Triplice scemenza.
1) Se le intercettazioni sulla P4 abbiano o no rilevanza penale lo decidono i magistrati, non i politici o i giornalisti.
2) Un’intercettazione ha rilevanza penale anche se non contiene una specifica notizia di un reato, ma serve a delineare il contesto e la personalità criminale delle persone indagate in base ad altre prove: qui la Procura intende dimostrare che la P4 è un centro di potere occulto “diretto a interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, amministrazioni ed enti pubblici”, pilotando ministeri, nomine, leggi, scelte politiche e aziendali (Rai, Eni, Enel, Trenitalia).
3) La stampa ha il diritto, anzi il dovere di pubblicare tutte le notizie utili ai cittadini: che siano rilevanti penalmente, o politicamente, o eticamente, o giornalisticamente. La privacy c’entra come i cavoli a merenda, infatti il Codice della privacy (decreto 196/2003) considera legittima “l’informazione anche dettagliata” su vicende private quando è “indispensabile per l’originalità dei fatti o per la qualificazione dei protagonisti”. Se una ministra, per far approvare dal governo e dalle Camere un provvedimento a lei caro, si rivolge a un tizio, Bisignani, che non fa parte né del governo, né del Parlamento, è importante sapere qual è la natura dei suoi rapporti anche privati con quel soggetto. Se da anni si discute di “mignottocrazia” (copyright di Paolo Guzzanti), come può essere politicamente e giornalisticamente irrilevante se il superministro occulto definisce “mignotta” una ministra? E se si discute di compravendita di parlamentari, non è forse doveroso riportare la conversazione in cui il ministro Frattini parla di “comprare 5-6 senatori” perché “si spostino” dove fa comodo al governo? Questi partiti col culo sporco possono approvare la legge Mastella (già votata nel 2007 da tutta la Camera, esclusi 9 deputati) o la legge Alfano o quel che pare a loro. La Mastella è la peggiore di tutte: vietato pubblicare il testo, il contenuto e persino il riassunto di qualsiasi atto d’indagine (intercettazioni, ma anche interrogatori, avvisi di garanzia, mandati di cattura), fino all’udienza preliminare e, se l’indagine viene archiviata, silenzio perpetuo; per il cronista che scrive lo stesso, carcere fino a 30 giorni o multe fino a 100 mila euro. Ma la approvino pure. Tanto qualunque bavaglio s’inventino s’infrangerà contro la Costituzione, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che regolarmente condanna gli Stati appena s’azzardano a perseguire i giornalisti che svelano notizie vere, pubbliche o private che siano, su chi ricopre pubbliche funzioni. A questo proposito, se avesse davvero voluto violare la privacy di alcune gentildonne del Pdl, la stampa avrebbe pubblicato ben di peggio di quel che è già uscito, carte alla mano, sui loro rapporti coi vertici della P4. Se i politici non vogliono veder pubblicate le loro intercettazioni con faccendieri, pregiudicati, piduisti e piquattristi, non hanno che da selezionare meglio le proprie frequentazioni. Il cosiddetto ministro Alfano sostiene che “la legge va approvata prima della pausa estiva perché i buoi sono scappati dalla stalla”. A leggere certe intercettazioni, più che i buoi, sono scappate le mogli dei buoi.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 25 giugno 2011

Max The Fox di Marco Travaglio

“Ora è molto tardi per fare una legge sulle intercettazioni e del tutto inopportuno intervenire per decreto. Ma il problema c’è: non è giusto mettere sui giornali la vita privata delle persone. Leggiamo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che fare con vicende penali, ma sono sgradevolmente riferite a vicende personali. Non è una cosa positiva. Occorre proteggere i cittadini”. Chi l’ha detto? Massimo D’Alema naturalmente. Puntuale come una merchant bank, ogni qualvolta B. è travolto in uno scandalo, arriva la Volpe del Tavoliere a levarlo d’impaccio. O almeno a fare pari e patta. Fa sempre così, da 17 anni. Breve riepilogo delle puntate precedenti. Nel ‘94 B. finisce nei guai a Milano per le tangenti alla Finanza: D’Alema finisce nei guai a Bari per un finanziamento illecito di 20 milioni dal re delle cliniche pugliesi, l’imprenditore malavitoso Cavallari (prescrizione). Nel ’96 B. è politicamente morto e l’Ulivo di Prodi si accinge a una sonante vittoria: Max va in pellegrinaggio a Mediaset per esaltarla come “grande risorsa del Paese” e garantire che non la sfiorerà nemmeno con un dito. B. medita di ritirarsi a vita privata: D’Alema s’inventa la Bicamerale per riscrivere “insieme” la Costituzione, specie sulla giustizia, lo trasforma in padre ricostituente e manda in soffitta il conflitto d’interessi. Nel ’98 Prodi e Ciampi portano l’Italia in Europa: Bertinotti li rovescia in men che non si dica e l’indomani D’Alema è già pronto con una maggioranza alternativa, rimpiazzando Rifondazione coi ribaltonisti di Mastella, Cossiga e Buttiglione e dichiarando morto l’Ulivo. Nel ’99 Rete 4 perde la concessione, ma D’Alema – impegnatissimo a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” Colaninno, Gnutti e Consorte per l’assalto a Telecom – la salva regalandole la licenza per trasmettere in proroga sulle frequenze che spettano a Europa7. Nel 2001 B. risorge dalle sue ceneri e governa cinque anni: unica opposizione i girotondi, i pacifisti, i no global, infatti D’Alema raccomanda di evitare la piazza. Nel dicembre 2005 B. è alla canna del gas, dopo aver perso le amministrative e le europee, mentre l’Unione di Prodi ha 15 punti di vantaggio in vista del voto politico del 2006: ma ecco saltar fuori le intercettazioni sull’ultimo colpo di genio di Max, l’appoggio alla scalata illegale dell’Unipol di Consorte alla Bnl (“Vai, Gianni, facci sognare!”). Pari e patta con le scalate di Fiorani e Ricucci ad Antonveneta ed Rcs sponsorizzate dal centrodestra. Così l’Unione si mangia quasi tutto il vantaggio e Prodi vinciucchia per 25 mila voti, troppo pochi per governare senza i ricatti dei partitini. Nel 2009 B., dopo un anno di governo, è già alla frutta per lo scandalo D’Addario-Tarantini: ben presto si scopre che “Gianpi” le mignotte le portava nei giorni pari a Palazzo Grazioli e in quelli dispari a Sandro Frisullo, vicepresidente della giunta Vendola e dalemiano di ferro. Una Bicamerale a luci rosse. Nel 2010 B. è di nuovo sputtanato dalle rivelazioni di Wikileaks: Max non può mancare e infatti salta fuori un cablo dell’ambasciatore Spogli a Washington su quel che gli ha confidato D’Alema nel 2007: “La magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano”. Infatti i giudici baresi arrestano anche l’altro assessore dalemiano di Vendola, Alberto Tedesco, provvidenzialmente rifugiatosi al Senato. Nel 2011 B. perde comunali e referendum: D’Alema offre un bel governo istituzionale col Pdl. Scandalo P4: Bisignani trafficava con vari ministri, ma accompagnava pure il gen. Poletti da D’Alema (e da chi, se no?). Ora B. ci riprova col bavaglio ai giornali che pubblicano intercettazioni pubbliche. Max The Fox concorda, ma dice che “per una legge è tardi”. Ci penserà lui quando tornerà al governo. Per lui la missione del centrosinistra è sempre stata questa: completare l’opera del centrodestra. Il guaio è che quegli stronzi degli elettori non l’hanno ancora capito.

fonte articolo e vignetta 'IL Fatto Quotidiano'
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venerdì 25 febbraio 2011

Lo zio d’Egitto di Marco Travaglio

(vignetta Rosalba Falzone)




Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione).



David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così:
“Non ti vorrei disturbare
preferisco non chiamarti
però continuo a sognarti
non ti so dimenticare.
Tu rondine d’oltremare
io gabbiano d’Occidente.
Ti penso continuamente.
E tu, mi senti nel vento?
Anche soltanto un momento
mentre bombardi la gente?
Mi pensi, tra vento e mare
sparando sui funerali?
Ma non vorrei disturbare
preferisco non chiamarti)
mando una stella a cercarti
sperando ti raggiunga
m’insegnasti il bungabunga
come potrei non amarti?”.
Com’è noto, B. dà il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby...”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah, bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 19 gennaio 2011

Seminfermità mentale di Marco Travaglio

Per spiegare Tangentopoli, il pm più spiritoso di Mani Pulite ripete spesso: “In ogni economia il numero dei ladri non può mai superare il numero dei derubati. Quando i ladri arrivano al 51% cominciano a derubarsi fra loro e il sistema implode”. Ora ci risiamo. Umilio Fede che fa la cresta sui “prestiti” del Cainano a Lele Mora è l’emblema di una corte famelica e predona, dove tutti derubano tutti e alla fine chi paga il conto è sempre Lui, il povero B. Una certa Faggioli ha fretta, “mi restano solo mille euro, devo fare cassa per forza”, e aspetta speranzosa un nuovo Bunga bunga. Ma corre voce che Lui “voglia ridurre le cene” e soprattutto i dopocena, così una tale Iris medita: “È ora che iniziamo a rubare qualcosa in casa”. Un’altra erinni ipotizza la soluzione finale: “Che palle 'sto vecchio, fra un po’ ci manda affanculo tutte quante... quella è la volta buona che lo uccido... vado io a tirargli la statua in faccia”. Cioè: lui s’illude di averle fulminate col suo charme, “volete mettere il piacere della conquista?”. E quelle, subornate dal partito dell’odio, lo chiamano “la nostra fonte di lucro”, “che schifo quell’uomo”, “l’ho visto out, ingrassato, imbruttito, più di là che di qua, è diventato pure brutto (prima invece era un figo pazzesco, ndr): deve solo sganciare. Spero sia più generoso, io non gli regalo un cazzo...”. Uno sciame di cavallette assatanate e sanguisughe parassite, tutte addosso a quel pover’ometto, fra l’altro anziano e gravemente malato, a succhiargli il sangue (anche). A lui che ha già dovuto pagare Craxi, finanzieri, giudici, Mills, un migliaio di parlamentari (i “responsabili” due volte, comprati e ricomprati), servi, giornalisti, giornalisti servi, papponi, ruffiani, mezzane, mignotte (due volte, per i Bunga bunga e poi per il silenzio), e ora deve pure comprarsi una fidanzata. E cos’è, un bancomat? Un caso di circonvenzione di incapace, ma di massa. E dire che lui, a modo suo, tentava di comunicare la sua infermità: quando ne faceva travestire qualcuna da infermiera è perché aveva bisogno di cure, altro che giochini erotici. Solo che quelle non capivano, e nemmeno Lele Mora, che così erudiva una pupa: “Visto che sarai l’infermiera ufficiale, devi fargli uno scherzo... devi prenderti su... quello che misura la pressione finto e poi un camicione”. Roberta: “Quello da dottoressa... con sotto niente ovviamente...”. Lele: “Lo devi comprare oggi... poi ti metti lo stetoscopio sulla camicina da infermiera e sotto le autoreggenti bianche...”. Roberta: “Guarda Lele lo faccio, ti giuro... non mi manca il coraggio”. Lele: “Gli dici: ‘Sorpresa! Sono l’infermiera, la devo visitare...’”. Roberta: “Una visita privata per accertarmi il suo stato di salute...”. Lele: “Esatto... sai quanto si diverte lui... da ridere da morire”. Roberta: “Infatti per quel poco che l’ho conosciuto sta allo scherzo”. Lele: “Sì, sì, fa il finto malato”. Roberta: “Sì, l’ha già fatto proprio ieri sera”. Lele: “Comunque impressione ottima, meravigliosa. Si prevede un grande futuro per te, amore”. Gente insensibile: quello sta male davvero e pensano che finga. Ora il povero infermo rischia grosso, anzi può dirsi fortunato: chiunque altro, al posto suo, sarebbe già in galera. Le richieste a Ruby “racconta cazzate, cerca di passare per pazza” in cambio di soldi sono un caso da manuale di inquinamento probatorio. Per molto meno c’è l’arresto in flagrante. Ma lui, volpino, ha l’asso nella manica. Dalla lettura delle carte già s’intravede l’arma segreta: basta coltivarla e tutto andrà per il meglio. Dia retta a noi, Cavaliere, che le vogliamo bene. Lasci perdere i cattivi consigliori che le rubano parcelle da favola e la mandano a sbattere con le solite leggi ad personam o le solite ricusazioni che non funzionano mai. Adotti la difesa di Michele Misseri modello Arcore. Si presenti in tribunale con un’infermiera armata di stetoscopio e pompetta per la pressione. Passare per pazzo, per lei, è più facile che per Ruby e per lo zio di Sarah: basta qualche cazzata di repertorio e il gioco è fatto. La seminfermità mentale non gliela leva nessuno.


fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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