Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 19 agosto 2011

Pota contro Pato di Marco Travaglio

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-19.08.11)
Ma sì, in fondo che sarà mai. La Borsa di Milano perde un altro 6%, consolidandosi all’ultimo posto in Europa, ma solo perché Africa e Asia non sono pervenute. La Fiat di quel genio di Marchionne che piace a destra ma pure a sinistra (“un vero socialdemocratico”, lo benedisse Fassino) chiude a -11,8 per questioni di dettaglio: la gente non compra le sue auto nemmeno a spararle. Tonica anche Fondiaria-Sai di quell’altro gigante di Ligresti (-4,7). Quando si dice la classe dirigente. La famosa manovra-bis da 20 miliardi o giù di lì che doveva rassicurare l’Europa e i mercati, mettendo in fuga gli speculatori cattivi, è evaporata nel breve spazio di cinque giorni: la rapina ai fessi che pagano le tasse non piace al rapinatore per motivi elettorali (pare che lo voti anche qualche contribuente onesto), la rapina agli statali non piace agli statali, i tagli agli enti locali non piacciono alla Lega (che controlla molti enti locali), Tremonti è talmente suonato che non riesce neppure a spostare due o tre festività. I Responsabili, o come diavolo si chiamano, si fanno vivi dalle località belneari proponendo “emendamenti al decreto”: e certo la notizia che si muove anche Scilipoti deve aver ulteriormente elettrizzato i mercati. Rimane la liberalizzazione di alcuni canili municipali, se ce la fanno. Si era pensato tassare un pochino i ladroni scudati, ma qualcuno al governo s’è sentito chiamato in causa e non se n’è fatto nulla. Alla parola “scudo” il Cainano ha avuto un sussulto e, ridestatosi improvvisamente come ai bei tempi quando arrivava la Carfagna, ci ha preso gusto e ha proposto di farne un altro. Ma gli è andata buca pure quella: e se non riesce più nemmeno a fare la cosa che gli veniva meglio – i condoni – la situazione dev’essere seria. In compenso il premier si consola con una bitumatura parietale nuova di zecca: come ogni estate, s’è rifatto il manto stradale. Senza badare a spese: gli asfaltatori ci hanno dato giù pesante sul capino del Capo, ora mancano solo le striscioline pedonali per Brunetta. Bossi intanto non esce più di casa. L’altroieri ha dovuto annullare il comizio a Calalzo: non tanto perché la metà del pubblico non ci avrebbe capito niente, quanto perché l’altra metà avrebbe capito tutto. Insomma, rischiavano di materializzarsi i famosi “trecentomila padani pronti alle armi”, ma per sforacchiargli i pantaloni. Ieri poi è apparso in Cadore per alcuni secondi: l’hanno osteso brevemente come la Sindone, in canotta di ordinanza, poi l’hanno prontamente ritirato, prima che ridesse del nano a Brunetta e rimostrasse il manico alla “Boniver bonazza”, che ora siede al governo insieme con lui. Subito sul luogo del disastro sono accorsi alcuni pensionati della bocciofila, tra i quali Calderoli in salopette tirolese e Tremonti in maniche di camicia, che ieri compiva gli anni: 64 prima della chiusura dei mercati, 84 dopo. Era prevista anche una cena di compleanno, ma è stata annullata perché alcuni elettori padani avevano scoperto il ristorante. L’astuto Calderoli, in arte Pota, ha frattanto individuato il buco nero che inghiotte le migliori risorse del Paese: gli stipendi dei calciatori. Sono loro, insieme agli speculatori, a cospirare contro la nostra sanissima economia: bisognerà tosarli come meritano. Chissà che ne pensa Pato, fidanzato di Barbara B. Ecco: un duello rusticano Pota-Pato è proprio quel che ci vuole per rassicurare i mercati. Peccato che rischi di incrinare i già fragili equilibri nella Real Casa di Arcore. Manca ancora che il pover’ometto, nel fuggifuggi generale, venga scaricato pure dalla prole. L’ex ministro Martino, all’alba del 18° anno, ha finalmente scoperto che B. non è liberale (“Con Frattini, Brunetta, Tremonti, Sacconi, altro che partito liberale di massa: questo è il partito socialista di Carrara...”). Pure Ostellino è colto dai primi, timidi dubbi sul liberalismo di B., mollato persino da Belpietro, il che è tutto dire. Resistono Sallusti e Fede, che finiranno come i gatti: a leccarsi il culo da soli.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 5 agosto 2011

Berlusconi, L’OSTAGGIO dei poteri forti di Loris Campetti

(vignetta Mauro Biani)
L’economia mondiale va a rotoli e quella italiana rotola più velocemente delle altre. Le borse non sono l’unico né il più fedele indicatore della salute dell’economia reale, ma in questo caso interpretano abbastanza bene la condizione materiale delle persone colpite dalle conseguenze disastrose provocate dal dominio di una finanza che ha spodestato la politica. In Italia la crisi è moltiplicata da un governo irresponsabile, incapace di un minimo di autonomia dai diktat degli organismi internazionali e guidato da un cialtrone che dopo essersi piegato al dominio dei mercati ne denuncia la stupidità, invita i suoi concittadini a comprare azioni Mediaset e nel pieno di un confronto drammatico con le parti sociali racconta barzellette contro Magistratura democratica.
L’Italia rotola più velocemente anche perché non c’è un’opposizione politica all’altezza del compito e della sfida, incapace di avanzare un’altra idea di società e ricette opposte a quelle del governo per uscire dalla crisi. Se anche uno dei pezzi più importanti dell’opposizione sociale, la Cgil, rinuncia al suo compito e a rappresentare e guidare il disagio sociale, il rischio di un crack generale si fa più consistente e lo sbocco del malcontento potrà prendere strade pericolose.
Sembrava che tutti, dalle grandi testate giornalistiche che sostituiscono ormai i partiti, alla Confindustria ai sindacati alle opposizioni politiche, chiedessero una «discontinuità», che in italiano vuol dire liberare Palazzo Chigi e il paese da Berlusconi. Chi sognando governi tecnici o di transizione per fare le stesse cose contro giovani, lavoratori e pensionati, magari un po’ peggio e un po’ prima di Berlusconi, chi puntando alle elezioni (per fare le stesse cose?). Il tutto sotto l’auspicio di un presidente della Repubblica che ripete quotidianamente i suoi appelli all’unità nazionale. Sono bastati pochi giorni per aggiustare il tiro della Grande Alleanza Sociale e precisare gli obiettivi dell’offensiva. Ora sarebbe irresponsabile, con la casa che brucia, aprire una crisi di governo. Piuttosto bisogna condizionare il governo, dettargli un’agenda più aggressiva e in nome della crescita accelerare lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro, usando il grimaldello del fisco per smantellare il contratto nazionale. A chiedere l’uscita di scena di Berlusconi sono rimasti sul versante politico Bersani e su quello sociale Camusso, che in nome di un’alleanza salvifica aveva messo sul tavolo i sacrifici sociali e buttato dalla finestra patrimoniale e Tobin tax. Salvo poi scoprire, e con lei Bersani, che l’unico soggetto in grado (forse) di far saltare il banco non sono le opposizioni sociali e politiche, ma i mercati.
Berlusconi resta al suo posto, più debole, più pericoloso, ostaggio di poteri forti (banchieri e padroni) che tanto forti non sono, e neanche capiscono bene quel che sta succedendo. Emma Marcegaglia è costretta a frenare un Sergio Marchionne ringhiante contro Palazzo Chigi, perché Corriere della Sera e Sole 24Ore hanno aggiustato il tiro e chiamano i pompieri per spegnere l’incendio. C’è poco tempo per ritrovare la ragione e ornare a pensare che non c’è alternativa - a Berlusconi, al liberismo, all’ingiustizia sociale - senza conflitto.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 16 giugno 2011

110 ANNI DELLA FIOM - Noi e Santoro, lavoro comune di Maurizio Landini

Cosa c’entrano la Fiom e la festa nazionale per i suoi 110 anni con Santoro e i suoi ospiti? La scelta che abbiamo fatto è stata di non organizzare una semplice ricorrenza, un ricordo delle ragioni che diedero vita agli albori del 1900 alla Federazione Impiegati e Operai Metallurgici, ma di partire da quelle ragioni per riportare alla luce una storia storia e tante lotte. Oggi attuali come allora. La scelta è di ridare la dignità di bene comune, di patrimonio di tutti, al lavoro, alla democrazia, ai diritti, al contratto nazionale e alla legalità: le cinque parole d'ordine che erano alla base della grande manifestazione nazionale della Fiom del 16 ottobre 2010.
Proprio dall'esperienza di quel giorno vogliamo ripartire, dalla rete di rapporti con i movimenti, le associazioni e i soggetti della società civile che si sono incontrati in piazza San Giovanni a Roma. Quella manifestazione nasce da Pomigliano, dallo scatto di dignità dei lavoratori del Gian Battista Vico che si sono rifiutati di sottostare al ricatto della Fiat che chiedeva loro di rinunciare ai diritti, altrimenti Marchionne avrebbe chiuso la fabbrica. Con il loro straordinario atto di coraggio, nel nostro Paese si è tornati a parlare delle condizioni di chi lavora, di democrazia e rappresentanza, di contratto come elemento di tutela e solidarietà generali. E questa attenzione è cresciuta ancora grazie alla battaglia contro i tre licenziamenti di Melfi e a quella delle lavoratrici e dei lavoratori di Mirafiori. Si è affermata la consapevolezza che quella battaglia non riguardasse solo i dipendenti della Fiat, o l'insieme dei metalmeccanici.
Nel frattempo sono scese in piazza le donne, gli studenti, i precari e tanti altri, sono cresciuti i movimenti per l'acqua e contro il nucleare. L'impegno per la tutela dei beni comuni si è fatto strada insieme all'idea che si può dire di no, perché un altro modello di sviluppo e di relazioni tra le persone è possibile, che la competizione non si deve giocare a danno delle condizioni di lavoro. Le conquiste strappate con le lotte del Novecento sono costantemente sotto attacco, il diritto di sciopero, che quelle conquiste ha consentito, verrebbe cancellato qualora passasse il disegno della Fiat.
Per questo faremo una Festa che racconti la storia delle lotte della Fiom e, contemporaneamente, analizzi la situazione attuale proponendo risposte alternative, una via diversa di uscita dalla crisi che non riproponga la stessa filosofia e persino le stesse ragioni che l'hanno provocata. Abbiamo invitato tanti ospiti a dare il loro contributo su come difendere il contratto nazionale, le leggi e la Costituzione. E non potevamo, in questo contesto, non affrontare il tema della libertà di informazione. Abbiamo chiesto a Michele Santoro di organizzare liberamente una serata sui temi a lui cari. La risposta è stata entusiasta e, dopo di lui, hanno dato l'adesione convinta i suoi tanti ospiti. La Festa si chiama «Signori, entra il lavoro». Santoro ha ripreso questo titolo e ha aggiunto «Tutti in piedi». «Tutti in piedi» per il rispetto del lavoro e dei lavoratori, che siano metalmeccanici o giornalisti, «Tutti in piedi» per la libertà di espressione e di scelta dei propri rappresentanti, che siano politici o sindacali, «Tutti in piedi» per la difesa dei beni comuni. Vi aspettiamo a Bologna dal 16 al 19 giugno e a Milano dal 24 al 26. * segretario generale della
Fiom

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 16 gennaio 2011

Nel reparto bunga-bunga vince il sì, ma di misura di Alessandro Robecchi

(vignetta CaGi)
Ha vinto il sì - pur se di pochissimo - anche nei reparti bunga-bunga dello stabilimento di Arcore. Ora i turni per le signorine saranno più lunghi, la pausa per riposare solo di dieci minuti, il diritto di sciopero non più garantito. A quanto si apprende, avrebbero votato no le ragazze più sveglie, quelle che il lavoro lo conoscono, ne sanno le fatiche, la stanchezza, il logoramento che porta. Il palo della lap dance spesso freddo a inizio turno, la mensa sempre un po’ triste con le pennette tricolori e le canzoncine che inneggiano al padrone Berluschionne, l’umiliazione del ritiro delle buste con lo stipendio, senza contributi né assegni familiari. E intanto, dicono molte, sentite dalla questura, il piano industriale non è chiaro, non arriva, non te lo fanno nemmeno vedere. Altre denunciano una specie di caporalato: Emilio chiama Lele, Lele passa col furgone a prelevarle, loro arrivano in fabbrica e si cambiano: via i vestiti e su la tuta, da infermiera, da poliziotta, a seno nudo. Dopo la pausa (dieci minuti) alcune escono dai cancelli, stanche, altre restano per gli straordinari, che possono durare anche tutta la notte.
Il nuovo accordo prevede niente malattia prima dei festivi e niente diritto di sciopero, chi vota no perde anche il diritto all’appartamentino pagato dall’azienda. Hanno votato sì le più privilegiate, le impiegate, quelle passate dalla catena di montaggio ad incarichi più prestigiosi, come il reclutamento, o l’affido dalla questura di lavoratrici minorenni sorprese fuori dalla fabbrica senza documenti. Di queste condizioni di lavoro al limite del disumano, qualcuna parla, racconta al telefono alle colleghe, ruba qualche foto nei reparti e la mette sul suo computer. Il padrone, stock options comprese, guadagna mille, diecimila, centomila volte quello che prendono loro. Chi non ci sta è fuori dalla fabbrica, ributtata per la strada. Fabbrica Italia. E se compare una stella a cinque punte tracciata col rossetto sullo specchio del bagno? La stampa è molto allarmata: tornerà il terrorismo?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Scudi subumani di Marco Travaglio






Foto di regime, il principe e la corte di Ida Dominijanni





Si scaldi Previti a bordocampo di Marco Travaglio

giovedì 13 gennaio 2011

FIAT - Lettera al Presidente della Repubblica di Rossana Rossanda

All’ on. Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica

Signor Presidente,
non credo di mettere in causa l’esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.
Ora, ferma restando la libertà di opinione dell’attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo. L’art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l’organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l’obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.
Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una azienda privata possa obbligare i dipendenti a un referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte Costituzionale non ammetterebbe.
Ma mi permetto di chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che nella maggiore azienda italiana si indica un referendum fra lavoratori su un «accordo» con
la proprietà che preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di fondo, come quello di sciopero garantito dall’art. 40 e dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si considera che tale referendum possa essere tenuto, è legittimo che in quell’accordo si dichiari che il sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di ogni attività nell’azienda? So che alcuni sindacati si appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è quanto meno assai discutibile.
Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare, intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se la possibilità di agire d’un sindacato, fra l’altro ad oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti fondamentali che distinguono una democrazia da una dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno di noi, e sono certa che Lei condivide questa preoccupazione.
Voglia scusare l’irritualità di questo mio rivolgersi alla Sua persona, e, in attesa d’un suo cenno, La ringrazio fin d’ora per l’ascolto.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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A Mirafiori in gioco la democrazia di Loris Campetti

martedì 11 gennaio 2011

A Mirafiori in gioco la democrazia di Loris Campetti

(vignetta Romaniello)
C’è un signore con la borsetta che gira il mondo cercando di vendere la suamerce aprezzo fisso. Non è un mercante arabo, nessuna trattativa è prevista: se vi va è così, altrimenti tanti saluti. Il liberismo nella globalizzazione non è un suq, la crisi e la concorrenza non perdonano e il ’900 è morto e sepolto con i suoi lacci e diritti. Il nostro mercante si chiama Sergio Marchionne, parla americano e detesta i dialetti, che sia sabaudo o partenopeo. È più capace nel vendere promesse in cambio di cieca obbedienza che non automobili. Nessuno le vuole, è merce vecchiotta. Ma lui giura che rinnoverà e triplicherà la produzione, darà lavoro a tutti, tanto lavoro. 10 ore al dì anzi 11, pause ridotte, mensa solo se c’è tempo, sciopero nisba, neanche un’influenza. È scritto sul contratto: se voti sì ti riassumo, investo per il futuro tuo e della fabbrica, sennò riparto con la mia valigetta e qualche pezzente più pezzente di te in qualche stato più pezzente di quello italiano lo troverò di sicuro.
Ecco il referendum con cui il 13 e il 14 Marchionne chiederà a 5.300 operai delle Carrozzerie di Mirafiori di prendere o lasciare: il 51% di sì farà vivere la fabbrica, il no la chiuderà. Che c’è di nuovo rispetto a Pomigliano? Una raffinatezza: i sindacati che non hanno firmato l’accordo non avranno più accesso alle linee di montaggio. Nessun delegato, del resto, neanche quelli dei sindacati complici, potrà essere eletto dai lavoratori,sarannonominati d’ufficio dagli stati maggiore.
Ci sono tre reazioni al diktat. La prima, maggioritaria in politica, al governo, tra sindacati e gli imprenditori, batte le mani e minaccia gli operai: che aspettate a piegare quella schiena? Non vorrete perdere investimenti e lavoro per un principio ammuffito? Guai a voi se farete fuggire all’estero la Fiat. La seconda reazione è quella della Fiom, che si oppone ai ricatti e informa gli operai di quel che stanno per votare, indicendoa ssembleee distribuendo a tutti il testo dell’accordo. Così potranno decidere concognizione di causa se il gioco vale la loro dignità.
Ci sono diritti non vendibili scritti in leggi,contratti,nello Statuto nella Costituzione e gli accordi o sono frutto di contrattazione o non esistono. La Fiom non riconosce la validità del referendum-truffa.
Poi c’è una terza reazione, uguale alla seconda ma con un finale diverso: noi siamo contrari, ma se il ricatto vincesse la Fiom dovrà riconoscere il risultato, adeguarsi e apporre la propria firma per non essere espulsa dalla fabbrica. È il punto di vista della maggioranza del gruppo dirigente Cgil.
Non sempre il pragmatismo riduce i danni. La forza accumulata dalla Fiom si fonda sull’ascolto dei lavoratori, sulla condivisione, sulla rappresentanza democratica. È tutta da dimostrare la possibilità che la Fiat possa cancellare il sindacato più rappresentativo, mentre è prevedibile che una rinuncia della Fiom a difendere la dignità della sua gente spezzerebbe quel legame straordinario e un’aspettativa che va crescendo ben oltre le fabbriche.
In questa settimana, ancora una volta a Torino, si gioca unapartita che riguarda la democrazia italiana.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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