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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 26 agosto 2011

FUOCO AMICO Cgil in rivolta contro il Pd «Scelga da che parte stare» di Antonio Sciotto

(vignetta portoscomic)
In Cgil non è piaciuto affatto il fuoco di fila del Pd contro lo sciopero del 6 settembre, visto che la fase è molto grave, l’attacco al lavoro è forte: tutto ci si aspetta da un partito di opposizione, e soprattutto di centrosinistra, tranne che vada a criticare chi scende in piazza per difendere salari, pensioni e diritti già pesantemente martoriati dalla crisi e dal governo. Ma la leader Susanna Camusso, attentissima ai rapporti con tutte le realtà fuori dalla Cgil, ha scelto di non manifestare contrarietà, e ieri è tornata sull’argomento ribadendo che «la posizione di Bersani è corretta»: «È uno strano dibattito questo, non è che agli scioperi generali dei sindacati debbano aderire i partiti», ha tagliato corto. In Cgil non è piaciuto affatto il fuoco di fila del Pd contro lo sciopero del 6 settembre, visto che la fase è molto grave, l’attacco al lavoro è forte: tutto ci si aspetta da un partito di opposizione, e soprattutto di centrosinistra, tranne che vada a criticare chi scende in piazza per difendere salari, pensioni e diritti già pesantemente martoriati dalla crisi e dal governo.
Ma diversee categorie della Cgil, dai pubblici alla scuola, dai meccanici agli agroalimentari, sono tutt’altro che teneri verso il maggior partito di opposizione. Credono che il Pd debba mostrare maggiore coerenza, visto che come la Cgil ha presentato una «contromanovra», e che sia arrivato il tempo di «scegliere da che parte sta". "Credo che abbia dato fastidio, ai partiti e agli altri sindacati, il fatto che ci abbiamo azzeccato coi tempi e con le modalità dello sciopero – dice Rossana Dettori, segretaria Fp, i lavoratori pubblici – Penso che la politica, e in particolare il Pd, si siano impantanati nel dover dire “sì” o “no” a troppe persone: invitano a tenere l'unità a tutti i costi, ma magari Bersani avrebbe dovuto leggere nel merito quello che chiediamo». «Io ho scritto lettere a tutti i partiti, suggerendo emendamenti – continua Dettori – Ma ecco cosa abbiamo: Fioroni praticamente ci prende per pazzi irresponsabili, Fassina in modo più moderato esprime perplessità sull'efficacia. Ogni dubbio è legittimo, ma criticare un’iniziativa del sindacato a favore delle fasce deboli, è veramente troppo». «Con Cisl e Uil l’unità importante, ma deve essere nel merito: da quando è al governo Berlusconi, hanno sempre fatto da stampella all'esecutivo. La Cgil ha scioperato sotto Prodi e nelle regioni di centrosinistra.
La manovra, solo nel pubblico impiego, mette a rischio le tredicesime, dà il tfr dopo 24 mesi, lamobilità forzata, il blocco di turn over contratti. Che Cisl e Uil non si muovano è incomprensibile».
Per Mimmo Pantaleo, segretario Flc (scuola e ricerca), «la manovra è devastante, c'è un attacco feroce ai diritti del lavoro, e quindi la Cgil ha fatto bene a scioperare. Quanto all'opposizione, invece che stare a giudicare, dovrebbe piuttosto mettere in campo una forte iniziativa nel Paese». «Cisl e Uil hanno scelto di essere subalterne al governo – continua Pantaleo – Che altro si può dire quando sotto un attacco così violento al lavoro, e in particolare quello pubblico, stanno fermi? La nostra mobilitazione è solo all’inizio: continuerà in autunno con le scuole, le università, i movimenti, per cambiare la manovra, ma anche per dare una vera alternativa politica al Paese. Le forze di opposizione, in questa fase, devono scegliere da che parte stare, e ce ne sono solo due in campo: il governo che attacca e devasta il lavoro, la scuola, il pubblico, e i movimenti e il sindacato che tentano di resistere e cambiare il segno».
«Il Pd sbaglia – dice senza dubbi Stefania Crogi, segretaria degli agroindustriali Flai – Capisco che debba tener conto di tutte le sue anime interne, alcune di riferimento alla Cisl, ma non è tempo di bilancini. La manovra è pesantissima e adesso si devono fare scelte chiare. Il Pd capisca che stiamo usando le armi proprie del sindacato, le uniche che abbiamo. Loro come noi hanno presentato una contromanovra, ma possono agire con gli emendamenti. Ma noi con che cosa se non lo sciopero?» «Quanto a Cisl e Uil – continua Crogi – io sono per perseguire l'unità fino alla morte, ma qui non siamo noi a rompere l'unità. L'accordo del 28 giugno era firmato anche da loro, e quello che ha scritto il governo nell'articolo 8 è un totale stravolgimento. Si mettono diritti indisponibili come l'articolo 18 nelle mani delle “rappresentanze aziendali”, dicendo che queste ultime possono derogare a leggi e contratti. Ma rappresentanze di chi? Non c'è neanche scritto “confederali”, si cancellano tutti i paletti conquistati con l'accordo del 28 giugno».
Maurizio Landini (Fiom, metalmeccanici)non comprende «come non si possa essere d’accordo con uno sciopero che difende il lavoro e la Costituzione». «Il problema è – spiega – che si continua ad avere una visione antiquata dei rapporti tra i sindacati, non prendendo atto del fatto che l'unità di azione non c'è più: e che, se ci deve essere, sarà da ricostruire sul merito». «Il governo per legge cancella tutto il diritto del lavoro: non solo elimina di fatto l'articolo 18, ma dà retroattività all'accordo del 28 giugno.
Come mai Cisl, Uil e Confindustria non difendono un testo siglato anche da loro?». «Il vero nodo – conclude Landini – non sta oggi nel sommare le sigle, sapere chi viene o no allo sciopero della Cgil. Si deve individuare il disagio delle persone, i loro bisogni, e l’opposizione ha la debolezza di non riuscire a farlo. Il Palazzo è lontano dai lavoratori, dai precari, dai pensionati, non vede che la società esprime un grande desiderio di cambiamento. Il sindacato tenta di farlo, con lo sciopero e non solo con quello, ed è già un punto di partenza».

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 12 agosto 2011

LA LINEA DEL PIAVE di Alberto Asor Rosa

Nella storia di questo disgraziato paese (l’Italia, intendo, per chi non ami le metafore), c’è una sindrome spesso ricorrente: si chiama la linea del Piave. Funziona così. Per anni, talvolta per decenni, gli alti comandi, i Governi, le classi dirigenti in genere, prendono decisioni inique, sbagliate, avventurose, persino ciniche e anche delinquenziali: l’incredibile mediocrità degli alti comandi medesimi, la strategia irresponsabile dell’attacco frontale, il mostruoso disavanzo di bilancio, l’incapacità del ricambio, la stralunata soggezione dell’interesse pubblico agli interessi privati o di gruppo, ne rappresentano le manifestazioni più significative ed esemplari. Poi, ad un certo punto, dai e dai, si verifica la catastrofe: le linee cedono, il bilancio crolla, l’economia va in pezzi, le classi dirigenti, d’ogni razza e colore - ripeto: d’ogni razza e colore – annaspano nel vuoto che loro stesse hanno creato. È a quel punto che a qualcuno viene in mente la linea del Piave: gli interessi non sono più diversi, separati e magari contrapposti, diventano “unico”. La catastrofe si può affrontare solo tutti insieme, senza più differenze né di razza, né di colore, né di collocazione sociale, né di orientamento politico. E questo, a pensarci bene, è anche giusto: chi, infatti, vorrebbe vedere gli austriaci a Milano o a Venezia?
Se poi, come nel caso di oggi, la linea del Piave assume dimensioni planetarie, la solidarietà di tutti intorno a un modello unico di soluzione assume un’evidenza ancor più eloquente: o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno. E anche questo potrebbe essere giusto. Ma vediamo fino a che punto il discorso del Piave regge e, ammesso che regga, quali diverse impostazioni gli si possono dare.
Facciamo (almeno noi) un passo indietro e torniamo in Italia. Negli ultimi tre- quattro mesi è accaduto nel nostro paese qualcosa che in precedenza sarebbe stato inimmaginabile: e cioè un cambiamento vistoso della costituzione materiale, un aggiustamento invisibile dei meccanismi decisionali. Tutte le più importanti scelte in materia politica ed economica sono state, non certo prese, ma indotte con forza e con, appunto, autorevolezza “dall’alto”. E quale esempio più lampante di “Camere congelate” di quelle che, nel giro di quarantotto ore, hanno votato un bilancio dello Stato strangolatorio e, nel caso di certi partiti, addirittura apertamente non condiviso? Non sto dicendo né che sia stato un bene né che sia stato un male: mi limito per ora a constatare che è accaduto. Ricordate il mio articolo sul manifesto del 13 aprile?(leggi l'articolo) «Ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instauri quello che io definirei un normale “stato di emergenza”, eccetera eccetera». L’unico auspicio di quell’appello che non sia stato per ora praticato è il ricorso all’Arma dei carabinieri e alla polizia di Stato: non ce n’è stato bisogno, e comunque la magistratura e le forze dell’ordine erano impegnate in altro (sempre però nei dintorni: Papa, Milanese, Penati, Bisignani eccetera eccetera).
Ma in generale la linea più volte adottata è andata puntualmente in quella direzione, tacciata allora dai pulpiti più diversi d’imbecillità, provocazione, golpismo, ecc. ecc. Oggi tutti i dubbi e le riserve sono svaniti nel nulla: la linea estrema di difesa delle istituzioni repubblicane e dell’economia e coesione sociale nazionali è diventata il Governo del Presidente (non quello del Consiglio, naturalmente), universalmente invocato dalle forze, partitiche e d’opinione, che si collocano all’opposizione dell’attuale maggioranza parlamentare.
Restiamo anche noi all’interno del ragionamento, ma al tempo stesso prendiamoci la libertà di porci - di porre – alcune domande decisive: a favore di chi? Con quali mezzi? Con quale, non solo istituzionale, ma anche politica autorevolezza? Le linee del Piave, in sé e per sé considerate, non servono a scardinare i sistemi, servono a confermarli e a renderli ancora più inattaccabili. La difesa del “bene comune” è pagata sempre da una sola parte. Sul Piave (storicamente, non metaforicamente inteso) la linea fu tenuta dalla leva dei ’99, giovani diciottenni gettati in massa nel rogo a difendere l’integrità e l’unità nazionale. Oggi nel tritacarne dell’unità nazionale sono destinati ad essere macinati - alfieri del tutto involontari d’un patriottismo a senso unico - gli anziani e le famiglie deboli, i pensionati, gli operai, i giovani (soprattutto i giovani), i piccoli e medi borghesi, impiegati e professionisti, gli uni e gli altri ovviamente senza rendite parassitarie alle spalle. Sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questa situazione si è già sfarinato il fronte delle opposizioni: il Terzo Polo ha subito adottato la linea della massimizzazione dei “sacrifici popolari” (davvero singolare in questo quadro – mi sia permesso di osservarlo - l’atteggiamento della formazione che recentemente ha scelto di chiamarsi “Futuro e Libertà”: non dovevano essere la forza di rinnovamento del quadro politico italiano e sono finiti alleati in tutto e per tutto subalterni dei moderati più moderati?). Ma lo sfarinamento ha già raggiunto vertici e settori anch’essi in precedenza inimmaginabili: vedere la Camusso, leader di un’organizzazione operaia e popolare come la Cgil, collocarsi anche fisicamente, quasi a segnare il rapporto gerarchico nuovo testé costituitosi, alle spalle della Marcegaglia, leader delle organizzazioni padronali, ha avuto la portata e il valore di un manifesto, ben comprensibile ai più.
La linea del Piave, per essere minimamente condivisa prima che accettata e praticata, avrebbe bisogno di molte condizioni, di cui per ora non si vede traccia, anzi, per essere più esatti, quasi nessuno parla. A scopo puramente provocatorio, come di consueto (poi fra qualche mese si vedrà meglio), ne elenco due, una di carattere economico-sociale, l’altra di carattere politico, la seconda, ovviamente, condizione sine qua non perché la prima diventi credibile.
La condizione economico-sociale è la conservazione integrale dello Stato sociale, e cioè, per essere più precisi, di quell’insieme di statuti, regole, leggi e abitudini, che garantiscono la libertà e il benessere ai cittadini più deboli. Quanto al pareggio di bilancio, bisognerebbe chiedersi se le cure prospettate, in dimensioni e rapidità di tempi, non siano destinate ad ammazzare il cavallo invece di rimetterlo in piedi. La distribuzione dei pesi e delle misure, e le loro conseguenze effettive, devono perciò fin d’ora essere elencate con estrema precisione: l’obiettivo, infatti, è garantire con assoluta certezza - e la cosa è tutt’altro che impossibile - che dalla crisi ci si proponga di uscire con uno stato più giusto, non con uno più infame.
La condizione politica è che dalla crisi si esca con un riassetto del sistema di potere che almeno garantisca la riapertura di una nuova fase. Dobbiamo invece prendere atto che finora si è andati nella direzione esattamente contraria: e cioè - nella più pura tradizione delle linee del Piave nazionali (ma almeno Cadorna nel ’17 perse il posto) - la crisi ha paradossalmente rafforzato, o almeno lasciato più tranquillo, il Governo Berlusconi: è entrato a far parte anch’esso, infatti, della “soluzione unica nazionale” della crisi. Ma questo è intollerabile, e quindi inaccettabile: significherebbe far pagare al paese, come prezzo per uscire dalla crisi, la perpetuazione delle ragioni più profonde della crisi medesima, l’inaffidabilità, il discredito, interno ed internazionale, l’assoluta mancanza del senso dell’interesse pubblico da parte dei suoi governanti.
Perché la linea del Piave sia almeno decentemente compresa e condivisa, occorre che il governo del Presidente metta in programma questa apertura di una nuova fase in netta, inequivocabile discontinuità con quella precedente: anche ricorrendo, in tempi ragionevoli, ad un nuovo responso elettorale. Ai costituzionali - notoriamente ce ne sono molti e di molto eccellenti – va richiesta con urgenza una rilettura del primo comma dell’art. 88 della Costituzione, il quale recita (com’è universalmente noto): «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti; sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Le interpretazioni correnti, che depotenziano in genere la facoltà del Capo dello Stato di assumere autonomamente tale decisione, mi sembrano estremamente discutibili, e perciò andrebbero ridiscusse, in una situazione come questa in cui si potrebbe da un momento all’altro avere bisogno di disporre tranquillamente di tale estrema risorsa.
Insomma: il Governo del Presidente comporterebbe una netta e puntuale individuazione dei pesi e delle misure da adottare, una equa distribuzione dei sacrifici, una preliminare scelta di campo a favore delle classi e dei ceti più deboli e, preliminarmente e contestualmente, la ricostituzione d’un quadro politico in grado di giocare la partita nella piena dignità ed efficacia dei suoi possibili mezzi (e uomini). Altrimenti, sarà un confuso, inane e un po’ disperato tentativo di tenere in piedi il sistema a favore dei soliti “amici”. Non sarebbe una bella cosa, e non funzionerebbe.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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venerdì 5 agosto 2011

Berlusconi, L’OSTAGGIO dei poteri forti di Loris Campetti

(vignetta Mauro Biani)
L’economia mondiale va a rotoli e quella italiana rotola più velocemente delle altre. Le borse non sono l’unico né il più fedele indicatore della salute dell’economia reale, ma in questo caso interpretano abbastanza bene la condizione materiale delle persone colpite dalle conseguenze disastrose provocate dal dominio di una finanza che ha spodestato la politica. In Italia la crisi è moltiplicata da un governo irresponsabile, incapace di un minimo di autonomia dai diktat degli organismi internazionali e guidato da un cialtrone che dopo essersi piegato al dominio dei mercati ne denuncia la stupidità, invita i suoi concittadini a comprare azioni Mediaset e nel pieno di un confronto drammatico con le parti sociali racconta barzellette contro Magistratura democratica.
L’Italia rotola più velocemente anche perché non c’è un’opposizione politica all’altezza del compito e della sfida, incapace di avanzare un’altra idea di società e ricette opposte a quelle del governo per uscire dalla crisi. Se anche uno dei pezzi più importanti dell’opposizione sociale, la Cgil, rinuncia al suo compito e a rappresentare e guidare il disagio sociale, il rischio di un crack generale si fa più consistente e lo sbocco del malcontento potrà prendere strade pericolose.
Sembrava che tutti, dalle grandi testate giornalistiche che sostituiscono ormai i partiti, alla Confindustria ai sindacati alle opposizioni politiche, chiedessero una «discontinuità», che in italiano vuol dire liberare Palazzo Chigi e il paese da Berlusconi. Chi sognando governi tecnici o di transizione per fare le stesse cose contro giovani, lavoratori e pensionati, magari un po’ peggio e un po’ prima di Berlusconi, chi puntando alle elezioni (per fare le stesse cose?). Il tutto sotto l’auspicio di un presidente della Repubblica che ripete quotidianamente i suoi appelli all’unità nazionale. Sono bastati pochi giorni per aggiustare il tiro della Grande Alleanza Sociale e precisare gli obiettivi dell’offensiva. Ora sarebbe irresponsabile, con la casa che brucia, aprire una crisi di governo. Piuttosto bisogna condizionare il governo, dettargli un’agenda più aggressiva e in nome della crescita accelerare lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro, usando il grimaldello del fisco per smantellare il contratto nazionale. A chiedere l’uscita di scena di Berlusconi sono rimasti sul versante politico Bersani e su quello sociale Camusso, che in nome di un’alleanza salvifica aveva messo sul tavolo i sacrifici sociali e buttato dalla finestra patrimoniale e Tobin tax. Salvo poi scoprire, e con lei Bersani, che l’unico soggetto in grado (forse) di far saltare il banco non sono le opposizioni sociali e politiche, ma i mercati.
Berlusconi resta al suo posto, più debole, più pericoloso, ostaggio di poteri forti (banchieri e padroni) che tanto forti non sono, e neanche capiscono bene quel che sta succedendo. Emma Marcegaglia è costretta a frenare un Sergio Marchionne ringhiante contro Palazzo Chigi, perché Corriere della Sera e Sole 24Ore hanno aggiustato il tiro e chiamano i pompieri per spegnere l’incendio. C’è poco tempo per ritrovare la ragione e ornare a pensare che non c’è alternativa - a Berlusconi, al liberismo, all’ingiustizia sociale - senza conflitto.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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