Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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domenica 3 luglio 2011

La giornata di Angelino di Alessandro Robecchi

(vignetta Sergio Staino)



















Primo tra i grandi quotidiani nazionali, il manifesto è lieto di offrire ai suoi lettori il programma della giornata-tipo del nuovo segretario del PdL, Angelino Alfano, eletto spontaneamente per acclamazione dopo che Silvio Berlusconi aveva ordinato di acclamarlo.

Ore 7 - Sveglia. Preparazione vassoio con thé, biscotti, marmellate, yogurt.

Ore 7.30 - Servizio in camera al Presidente del partito: thé, biscotti, marmellate, yogurt. Assistenza alla vestizione. Complimenti sul virile vigore mattutino del Presidente.

Ore 8.30 - Riunione con il Presidente. Appunti su quel che il Presidente vorrebbe dire in giornata: riforma della giustizia, clima di astio, legge sulle intercettazioni.

Ore 9.30 - Vibrante discorso del nuovo segretario del PdL: servono urgentemente la riforma della giustizia e la legge sulle
intercettazioni. Critiche al clima di astio che si respira nel paese.

Ore 12 - Il nuovo segretario del PdL si diletta in cucina: linguine al pesto, filetto ai ferri, insalata, gelato tricolore.

Ore 13 - Servizio un salotto per il Presidente: linguine al pesto, filetto ai ferri, insalata, gelato tricolore.

Ore 14.30 - Manutenzione guardaroba, lucidatura scarpe, scelta cravatte, stiraggio biancheria, scelta cerone e cosmetici.

Ore 17 - Preparazione merenda, valutazione lista degli ospiti: se presente Scilipoti aggiungere due salsicce piccanti.

Ore 20 - Preparazione per comparsa in telegiornali amici (Tg1 e Tg5) con lungo discorso inaugurale di una segreteria autonoma e indipendente. Sottolineare il ruolo insostituibile del Presidente.

Ore 21.30 - Finalmente libero, il segretario del PdL può levarsi le scarpe di vernice, massaggiarsi i piedi stanchi, togliere l’uniforme, mangiare qualcosa in cucina e ritirarsi nella stanza della servitù. Disponibile, s’intende, per eventuali chiamate notturne.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 2 luglio 2011

La banda degli onesti di Marco Travaglio

Finalmente il gran giorno è arrivato: Angelino Jolie è diventato segretario (B. avrebbe preferito una segretaria, ma le candidate sono tutte impegnate a sfuggire alla Buoncostume). I suoi margini di autonomia sono piuttosto ristretti, viste le curiose procedure dell’investitura: prima l’ha nominato B., poi l’ha eletto per acclamazione il Consiglio nazionale del Pdl, dove nessuno lo voleva dunque l’han votato tutti. Ma la sua missione è immane: un’impresa che ricorda quella degli studenti somari che, una volta bocciati, tentano di recuperare due o tre anni in uno non essendo riusciti a farne uno in uno. Angelino però non se ne rende conto, infatti ieri era più felice del solito di essere Angelino. Più gaudioso di lui solo il Cainano, che non vedeva l’ora di sbolognargli un partito in fase terminale, metà defunto e metà inseguito dalla gendarmeria: “Figliolo, tra poco tutto questo sarà tuo...”. E Jolie, ignaro, giù a ridere. Siccome il suo eloquio è aria fritta, e la fisiognomica ha la sua importanza, molti presenti in sala son rimasti colpiti soprattutto da quell’ombra di ricrescita pilifera che ornava il suo capino non più implume, ma impreziosito da uno strato vaporoso, quasi etereo di lanugine. Licheni? Muffa? Saggina? Un nido di rondini inopinatamente planato fin lassù? I maligni assicurano che Jolie abbia ritentato con l’ennesimo trapianto, come suggerito a suo tempo dal Cavaliere bitumato, per dotarsi di una chioma più acconcia al prestigioso incarico. Ecco dov’era finito, negli ultimi tempi: si stava guadagnando l’investitura con una full immersion dal tricologo, perché anche l’occhio vuole la sua parte e Jolie vuol essere ancora più Jolie. I precedenti erano tutt’altro incoraggianti: ogni reimpianto pilifero era miseramente naufragato. Non solo i magistrati, ma pure i capelli finti disobbedivano al Guardasigilli, che ogni mattina mestamente li raccoglieva a mazzi sul cuscino e nel lavandino. Ma lì era ancora un semplice ministro. “Adesso – si è detto fra sé e sé – voglio un po’ vedere se oseranno staccarsi un’altra volta appena impiantati e precipitare al suolo a rotta di collo, ora che sono il Segretario”. Così è tornato speranzoso dal tricologo, che ha fatto il miracolo: al posto del solito ovetto sberluccicante e catarifrangente, sul cocuzzolo martoriato dall’alopecia è spuntata una piccola siepe che ricorda, almeno da lontano, alcune piante ornamentali da giardino pensile, tipo il pittòsporo, “arbusto dicotiledone a foglia lucida, coriacea e persistente”. Il guaio è che ogni mattina un apposito giardiniere dovrà potare Angelino per dare regolarità alla siepina parietale ancora malcerta, sporadica, maculata a pelle di leopardo. Quasi posticcia, come incollata o peggio poggiata lì alla meglio, dunque esposta a ogni folata di vento. Ma almeno ieri l’impalcatura ha retto. Un filino irrigidito per non perdere manco una foglia, Jolie ha sfoderato “il santino della mia prima campagna elettorale”, portatogli da papà in una teca per reliquie. Ha mulinato la lingua come nemmeno Bondi: “Era il '94: a 23 anni vidi in tv un Imprenditore che aveva il sole in tasca, sentii un jingle, credetti in quell’Uomo e in quella musica, in quel progetto di società dove chi ha talento e merito deve farsi avanti”. Sotto il palco, la Minetti si sentiva chiamata in causa e plaudiva giuliva. Gli ex coordinatori Verdini e La Russa, Gatto&Volpe, guardavano il Bugs Bunny della Trinacria senza muovere un muscolo, appena un filo di bava verde agli angoli della bocca, pronti a disossarlo alla prima occasione. Attimi di gelo quando il Segretario ha invitato i presenti a versare le quote mensili, perché il Cainano è stufo di mantenerli tutti: alla parola “pagare”, qualcuno metteva mano alla fondina come un anno fa, quando Fini li minacciò con la parola “legalità”. Ma era un attimo. Poi di nuovo applausi scroscianti, quando Jolie ha chiamato a raccolta “il partito degli onesti”: in prima fila, a spellarsi le mani, Alfonso Papa e Nick Cosentino. Chiaro che stava parlando di loro.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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giovedì 16 giugno 2011

Fategli la carità di Marco Travaglio

Si sono svolte in Sant’Ambrogio le esequie del sen. Romano Comincioli, compagno di classe e di altre belle cose di Silvio B., presente alla cerimonia. Funerale anomalo: le salme erano due, ma ne è stata tumulata una sola. In chiesa anche Ricucci, Mora, Minetti, don Verzé, Confalonieri, Paolo B., Schifani e alcuni incensurati nascosti nel tabernacolo. Al termine della toccante cerimonia, distrutto dal dolore, il premier in gramaglie ha pianto sul sagrato con gli ex compagni per la dipartita di quanto ha di più caro: i soldi che dovrà presto restituire a De Benedetti per lo scippo Mondadori se sarà condannato anche in appello: “Rischio di dover pagare 2.500 miliardi di lire. Ma dove li trovo i soldi?”. Al drammatico interrogativo proviamo a rispondere noi, ormai gli unici a volergli bene, con alcuni suggerimenti che sgorgano dal cuore per un piano draconiano di austerità con tagli lineari, orizzontali ma anche verticali per non escludere Brunetta.

1) Pdl: eliminare i peli superflui, dunque Frattini e Alfano (che nel primo mese da segretario unico non ha ancora trovato nemmeno una sedia dove sedersi). Restituire, ove possibile, i prestiti d’uso ai legittimi proprietari: Cicchitto alla P2, Ferrara alla Cia, Quagliariello a Pera, Capezzone a Pannella, Apicella alla pizzeria Marechiaro, Dell’Utri a Cosa Nostra, Formigoni al suo stilista, Gasparri a Mel Brooks, la Santanchè a chi se la piglia. Tre coordinatori sono troppi, tantopiù che talvolta sparisce l’argenteria. Uno basta e avanza: Bondi, che s’accontenta di pane e acqua, non fa rumori molesti, non sporca e dove lo metti sta.

2) Governo. Tagliare i rami secchi restituendo Brunetta a Biancaneve o all’Unione Venditori Gondolette P.za San Marco, la Carfagna a Davide Mengacci o alla Calendari Camionisti Production, Giovanardi e la Gelmini all’Intelligence.

3) Mediaset. Trasferire Mastrota e Vinci da Canale5 alla Rai al posto di Santoro, così li paghiamo noi. Tosare Fede: lui sa perché.

4)Mondadori: sfoltire l’iperproduzione limitandosi ai libri con aspettative di vendita sopra le 10 copie. Ergo basta poesie di Bondi. Che può sempre metter su una casa editrice (Bondadori).

5) Medusa. Spostare Rossella, che solo di aperitivi, noccioline e olive costa un occhio, a Raicinema, per la logica Vinci-Mastrota.

6) Milan. Cedere Pato. O, se proprio insiste, lo paga Barbara.

7) Stampa e propaganda. Ridurre permanenti a Veneziani, colpi di sole a Del Noce e mèches a Facci. Eliminare i doppioni: se hai già Feltri, a che ti serve Sallusti? Se hai già Ostellino, a che ti serve Signorini? Se hai già il Giornale, a che ti serve Libero (e viceversa)? Se hai il Foglio, a che ti serve il Foglio?

8) Bigiotteria. Affiancare a B. infermieri di sesso maschile, pronti con la camicia di forza appena lo coglie il raptus dello shopping compulsivo (collanine, farfalline, perline & affini). Persuadere Paolo B. a trovarsi un lavoro onesto e vivere con mezzi propri.

9) Day Hospital. Razionalizzare lifting (max 1 l’anno), trapianti piliferi e penieni (1 al mese), catramatura parietale (1a settimana).

10) Cosa Nostra. Sospendere o rateizzare versamenti ai clan: nei momenti di crisi tutti si devono sacrificare, a partire dagli amici.

11) Nano real estate. Cinque ville al mare sono più che sufficienti, vendere o affittare le altre 95. Subaffittare loculi eccedenti mausoleo Arcore e inviare fattura del suo a Fede: lui sa perché.

12) Hardcore. Avvertire i fornitori di gnocca di alleggerire i cargo per villa S. Martino (non più 30 ragazze, ma 10 posson bastare, evitando però le gemelle se no sembran

9). Ricondurre le Papi-girl all’autosufficienza finanziaria e recuperare le somme già versate, con le buone (tagliando le mani al ragionier Spinelli) o con le cattive (ricattandole con la minaccia di sputtanarle per sempre rivelando che sono state a letto con B.). Recuperare laser anti-depilazione da 60 mila euro donato a Ruby perché non si prostituisse e metterlo su eBay pregando molto.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 23 marzo 2011

Non avrai altro nano di Marco Travaglio

I pacifisti di destra sono uno spettacolo impagabile. Meglio della foca ammaestrata che palleggia col muso. Ce la mettono tutta, poveretti, per nobilitare la loro battaglia contro l’intervento in Libia per compiacere B., scavalcato da Sarkozy, da Cameron, dai danesi e dal primo che si sveglia la mattina. Ma, essendo nuovi del mestiere, i guerrafondai travestiti da Gandhi non trovano proprio le parole. Come tutti i neofiti, mancano dei fondamentali. Talvolta, sentendosi parlare, scappa da ridere anche a loro. Ferrara, Feltri, Belpietro, Sallusti, Allam, Ostellino e le due vedove inconsolabili di Craxi, Boniver&Maglie. In questi dieci anni si son bevuti di tutto senza un plissè: le palle sulle armi di distruzione di massa, sull’alleanza Saddam-Bin Laden, sulla “guerra al terrorismo” e l’“esportazione della democrazia” e sulla “missione di pace” a Baghdad e Kabul. Han digerito di tutto, senza neanche un ruttino: le torture di Abu Ghraib, gli arresti illegali a Guantanamo, le bombe al fosforo su Falluja, le stragi di centinaia di migliaia di civili. Ora, all’improvviso, in prodigiosa coincidenza con la bottega di B., fremono di sdegno per qualche raid sulla Libia. Ferrara rimpiange “il guerrafondaio Bush”, altro che il mollaccione di Obama. Gli sfugge che in Iraq gli anglo-americani se la son data a gambe e in Afghanistan i talebani sono più forti di prima. Poi definisce l’operazione Libia “politicamente dubbia e ambigua” dovuta all’“attivismo sconsiderato” di Sarkozy: ma lo stesso si può dire di dieci anni di inutili massacri in Iraq e Afghanistan per soddisfare l’invidia del pene di un minus habens come George W. La Maglie, esperta di esteri e note spese, osserva che “Gheddafi con l’islam civettava ma dei fondamentalismi era avversario”: già, esattamente come Saddam. Feltri è contro i raid perché “Gheddafi ce la farà pagare con azioni terroristiche”. Oh bella, è quel che è accaduto a Londra e Madrid proprio a causa della “guerra al terrorismo” di Bush-Blair-B.: ma chi diceva che era meglio starsene a casa era accusato di “subire il ricatto dei terroristi”, anzi di essere amico loro. Magdi Cristiano Allam scrive sul Giornale che “a vincere saranno gli integralisti islamici... l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama”. Ma va? Non è quel che è accaduto dopo dieci anni di esportazione della democrazia tra gli applausi di Magdi, di Cristiano e di Allam? Belpietro e Sallusti han tentato, all’inizio, di parlar d’altro (mercoledì titolavano: “Bocchino inguaiato dalla moglie” e “La moglie sbugiarda Bocchino”). Poi han dovuto rassegnarsi a parlare della Libia, facendo lo slalom parallelo con B. Un’escalation impagabile. Il Giornale: “Via alle bombe su Gheddafi”, “Costretti alla guerra”, “Fate in fretta”, “L’Italia si blinda”, “L’Italia bombarda la Francia”. Libero: “Ci mancava solo la guerra al beduino”, “Bombe e affari loschi”, “A loro il petrolio, a noi i clandestini”. Ostellino, quello che minimizzava financo le torture di Abu Ghraib, domanda “che senso ha intervenire contro il ‘tiranno’ Gheddafi dopo averlo sostenuto a lungo?”, senza precisare chi l’ha sostenuto a lungo né spiegare che senso avesse intervenire contro Saddam dopo averlo sostenuto a lungo. E s’indigna perché “in Libia sì e in altre parti del mondo, dove si sono consumati autentici genocidi, no”, insomma è “un’iniziativa para-coloniale all’insegna d’interessi nazionali accuratamente celati all’opinione pubblica”: le stesse cose si potevano dire per l’Iraq, ma lui se ne guardava bene. Il più tenero è Sallusti che, anche nell’epocale crisi nordafricana, bada al sodo: il padrone. Quel nanerottolo di Sarkozy voleva oscurarlo, “prenderci per i fondelli”, “fare il furbo” e papparsi “petrolio, gas e affari”. Ma “non è facile mettere Berlusconi alla porta... quella vecchia volpe ha fiutato una brutta aria”, “fatto terra bruciata” e “circondato Sarkozy”. “Poche ore e l’Italia ha ripreso in mano la situazione” perché, avverte zio Tibia, “il futuro della Libia è soprattutto affare nostro”. Che si sappia: non avrai altro nano all’infuori di lui.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 22 marzo 2011

Il Grande Jettatore di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Claudio Rinaldi si domandava spesso come mai gli oppositori di B. non insistano mai su un argomento a presa facile e rapida, per un popolo superstizioso come il nostro: l’indiscutibile e formidabile potere jettatorio del Cavaliere. Non su tutti, si capisce: a se stesso ha sempre portato buono, mentre agli altri, cioè a tutti noi, ha sempre menato gramo. La cronologia parla da sé. 1994: B. è al governo da un mese e l’Italia perde in malo modo il Mondiale di calcio; cinque mesi dopo si scatena sul Nord Italia un’alluvione da paura; poi Bossi gli stacca la spina. Seguono cinque anni relativamente tranquilli, durante i quali l’Italia entra persino in Europa e Mediaset entra persino in Borsa. 2001: è tornato al governo da quattro mesi, ed ecco l’11 settembre, seguito dalle guerre in Afghanistan e in Iraq con tutti gli annessi e connessi, comprese le sconfitte dell’Italia agli Europei e ai Mondiali di calcio. Nel 2006 torna Prodi e l’Italia vince i Mondiali di Germania. Nel 2008 il Cainano rientra a Palazzo Chigi ed ecco abbattersi sul pianeta la più devastante crisi finanziaria dal 1929. Gli amici Blair e Bush, reduci dalle scampagnate col terzo B., chiudono le rispettive carriere inseguiti dai loro popoli inferociti. Nel 2010 l’Italia perde il solito Mondiale. Lui frattanto chiama la questura per spacciare Ruby per la nipote di Mubarak e al raìs egiziano, al potere da trent’anni, cominciano a fischiare le orecchie. Poi spiega che il bunga-bunga gliel’ha insegnato Gheddafi, al quale cominciano a prudere le terga. Tanto più che B. gli ha appena baciato l’anello. Nella conferenza stampa di fine anno B. dichiara orgoglioso: “Sono amico personale di Mubarak, Ben Alì e Gheddafi”. I tre sventurati non fanno in tempo a toccarsi e vengono travolti l’uno dopo l’altro dalle rivolte popolari in Egitto, Tunisia e Libia. Putin sospende prudenzialmente tutti gli incontri con l’amico B. e, per precauzione, gli fa rispondere al telefono da un bravo imitatore. Non sia mai che il contagio si trasmetta anche per via vocale. Intanto B. annuncia il ritorno al nucleare dopo 24 anni: gli effetti si fanno subito sentire a Tokyo, con l’esplosione della centrale di Fukushima col contorno di terremoto e tsunami. Ora Gheddafi fa lo slalom fra le bombe e i missili che gli sganciano i caccia occidentali, compresi i nostri. Non che il Colonnello sia un campione di coerenza e di affidabilità: ma, in confronto al nostro, lo diventa. Meno di tre anni fa, B. aveva firmato con lui, a Bengasi, un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che prevedeva – oltre a 5 miliardi di dollari di danni coloniali in cambio del blocco dei flussi migratori – l’impegno di ciascuno dei due paesi a non impicciarsi negli affari interni dell’altro: “Le Parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti a essa inerenti, compreso in particolare il diritto alla libertà e all’indipendenza politica. Esse rispettano altresì il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale” (art. 2). Con tanti saluti ai diritti civili e umani: “Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito del buon vicinato”. Non solo: “L’Italia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia” (art. 4). Cioè l’Italia diventava alleata della Libia, ma anche della Nato nemica della Libia. E B. s’impegnava a non fare nulla di ciò che sta facendo contro la Libia. Il Parlamento italiano ratificò il tutto nell’aprile 2009 (Pdl, Lega e Pd). E il povero Gheddafi si fidò. Peggio per lui. Doveva saperlo che già prima di B. l’Italia non ha mai finito una guerra dalla stessa parte in cui l’ha iniziata. Ora, con B., ci superiamo: restiamo alleati di Gheddafi (come da Trattato), però lo bombardiamo. Ma solo un po’.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 16 marzo 2011

Allarme atomico evacuato Giannino di Marco Travaglio

Prima vittima italiana del disastro nucleare giapponese: da cinque giorni non si hanno più notizie di Oscar Giannino, editorialista di Panorama, Messaggero, Gazzettino, Mattino, Radio 24. Precisamente da sabato, quando sulla prima pagina del quotidiano romano del costruttore Caltagirone è apparso un suo commento dal titolo definitivo: “Nucleare sicuro, è la prova del nove”. Sdegnato contro chi osava “diffondere e amplificare notizie sull’allarme nucleare”, il variopinto esperto sentenziava: “Orbene, se allo stato degli atti una prima cosa si può dire, è che proprio la terribile intensità del fenomeno abbattutosi sul Giappone ci consegna una nuova conferma del fatto che, in materia di sicurezza di impianti nucleari, i passi in avanti compiuti negli ultimi decenni sono stati notevolissimi, tali da reggere nella realtà dei fatti, senza creare pericoli per ambienti e popolazioni” ecc. Insomma “le procedure automatiche d’arresto dei reattori si sono subitaneamente attivate” e “le centrali hanno tenuto”. Ergo “tentare di dimostrare che il nucleare non possiamo permettercelo è dimostrazione di crassa ignoranza tecnologica”. Purtroppo quel crasso ignorante tecnologico del premier Naoto Kan non legge il Messaggero: infatti ha intimato ai residenti nel raggio di 30 km da Fukushima di evacuare di corsa o di barricarsi in casa. Nel frattempo il Giannino ha fatto perdere le sue tracce: fonti non confermate lo segnalano tutto fosforescente col costumino fucsia nel reattore 2, mentre fa l’aerosol e i tuffi nella vasca di raffreddamento. Il Messaggero lo rimpiazza prontamente con Alberto Clò (“Dal nucleare non si può prescindere”) ed Ennio Di Nolfo (guai a “trarre conclusioni frettolose e improvvisate. Sarebbe un esercizio futile”). Questi giganti del pensiero andrebbero spediti immantinente in Giappone come motivatori delle popolazioni in fuga. Uno abita sotto una centrale, la sente esplodere tre volte a notte, vede uscirne simpatici funghi atomici e sarebbe quasi tentato di turarsi il naso e darsela a gambe. Ma ecco sull’uscio il professor Di Nolfo, giunto appositamente dall’Italia per ammonirlo: “Alt! Niente frettolose o improvvisate conclusioni, sarebbe esercizio futile. Faccia un bel respiro e si rilassi col Messaggero”. Dove si segnalano altri titoli memorabili: “Le emozioni influenzano le scelte dell’Occidente”, “Un incidente che frena il Rinascimento Nucleare”. Già, perché al confronto la Firenze di Lorenzo il Magnifico era Neanderthal. Del resto, rassicurano gli esperti del Messaggero, le centrali italiane prossime venture avranno “un sistema ridondante di sicurezza”, con ben “quattro sistemi di raffreddamento” (più Oscar Giannino che succhia la mentina e soffia aria fresca); “il rischio che la nube giapponese arrivi in Italia è davvero remoto, vista la distanza molto elevata” (ma va?); e comunque anche in Giappone è tutto sotto controllo, anche se il governo giapponese non lo sa: “Nessuna fuoriuscita dal nocciolo, solo fughe radioattive di lieve entità”, per giunta “indotte dai tecnici degli impianti per far uscire il vapore in eccesso”. Due scoreggine, non di più. Intanto il Pompiere della Sera, che ha tra i suoi azionisti i costruttori Ligresti e Toti, ci regala un ardito calcolo di Massimo Nava: “È scientifico che il rischio zero non esista. Ma in Francia nessun grave incidente è avvenuto in 1450 anni (dato ottenuto moltiplicando 58 reattori per 25 anni di funzionamento medio ciascuno)”. Moltiplicando poi per Pi greco, si può desumere che nessun grave incidente nucleare s’è verificato in 4553 anni, a partire dal 2542 a.C., quando i fenici s’insediarono nel Mediterraneo. Sono soddisfazioni. Del resto Il Tempo del costruttore Bonifaci – “non possiamo chiudere tutte le centrali francesi” che stanno a due passi da noi: dunque tanto vale farcene qualcuna in casa. È logica pura: siccome ho un vicino piromane che potrebbe incendiare la casa, la incendio prima io. Così lo frego.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 27 febbraio 2011

Le ultime ore del raìs di Alessandro Robecchi

(vignetta Mauro Biani)


























Il manifesto, grazie a una rischiosa operazione di intelligence, è in grado di rivelare i dettagli delle ultime ore di Muammar Gheddafi.

Venerdì, ore 14 – Riunione nella caserma di Tripoli. Presenti l’avvocato El-Ghedin e il ministro della giustizia Al-Fanh, si studiano soluzioni all’emergenza per salvare il Colonnello. Il ciambellano Gian-Al-Lettah serve il thé e consiglia moderazione.

Venerdì ore 16.30 – Videomessaggio del Colonnello ai promotori della Jamahiriya, un duro attacco ai giudici di Bengasi e la promessa di cambiare la Costituzione. Il principale telegiornale libico, diretto da El-Minzolinh, manda il messaggio in edizione integrale.

Venerdì ore 20 – Nomina del consigliere di corte Julian- El-Ferrar a commentatore
unico in un programma dopo il telegiornale di El-Minzolinh. Dovrà sostenere le ragioni dell’aviazione libica contro le tribù dei puritani e screditare i giudici di Bengasi.

Venerdì ore 22 – Serata informale e danza del ventre con NicolMinh-Etti. Cerimonia
di consegna delle buste, la nipote di Bokassa riceve due giacimenti petroliferi, le altre solo sei cammelli.

Sabato ore 11 – Nuova riunione con Al-Fanh e El-Ghedin. Si tenta la strada della prescrizione breve verso l’aeroporto. Il ciambellano Gian-Al-Lettah pulisce il pavimento e consiglia moderazione.

Sabato ore 13 – Riunione con i mercenari assoldati per la resistenza. Presenti Sci-Il-Ipot e l’astuto El-Guzzant. Il comico Bar-Baresch parla delle sue esperienze teatrali e dei suoi successi di intellettuale. Il Colonnello di diverte molto e gli getta ossi di pollo.

Sabato ore 19,30 – Al-El-Sallust porta al Colonnello vecchie foto di trent’anni fa in cui gli insorti di Bengasi baciano il fidanzato. Al-Brachinh mostra un ribelle con le calze celesti. Il ciambellano Gian-Al-Lettah stende i panni e consiglia moderazione.

Sabato ore 23 – Il Colonnello riunisce i figli e si complimenta per gli ottimi risultati di bilancio ottenuti dalle sue aziende.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 25 febbraio 2011

Lo zio d’Egitto di Marco Travaglio

(vignetta Rosalba Falzone)




Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione).



David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così:
“Non ti vorrei disturbare
preferisco non chiamarti
però continuo a sognarti
non ti so dimenticare.
Tu rondine d’oltremare
io gabbiano d’Occidente.
Ti penso continuamente.
E tu, mi senti nel vento?
Anche soltanto un momento
mentre bombardi la gente?
Mi pensi, tra vento e mare
sparando sui funerali?
Ma non vorrei disturbare
preferisco non chiamarti)
mando una stella a cercarti
sperando ti raggiunga
m’insegnasti il bungabunga
come potrei non amarti?”.
Com’è noto, B. dà il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby...”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah, bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 20 febbraio 2011

La sua Africa di Marco Travaglio

(Joseph Habineza e a destra Berlusconi a Villa Certosa(DAL SETTIMANALE OGGI)
Qualche mese fa fece scalpore, si fa per dire, la notizia che nella classifica mondiale dei paesi meno corrotti, l’Italia era stata scavalcata dal Ruanda, piazzandosi al 67° posto. Ora, sempre dal Ruanda, giunge notizia (ne parla la locale agenzia di stampa Rna, ripresa dal sito missionario alberwandesi.blogspot.com ) che il ministro della Cultura e dello Sport, Joseph Habineza, si è dimesso dal governo dopo che alcune sue foto che lo ritraggono avvinghiato ad alcune ragazze, pare a una festa per San Valentino, erano finite su Internet (le pubblichiamo qui a fianco). Bunga-bunga? Per carità, mica siamo ad Arcore. Balli, abbracci, bacetti e una mano malandrina spalmata sul sedere di una pulzella. Tanto basta, in Ruanda, per dare le dimissioni, prontamente accettate dal premier di Kigali. Habineza non ha detto che la ragazza era la nipote di Mubarak, non ha ricordato di essere eletto dal popolo, non ha minacciato riforme costituzionali né manifestazioni di piazza. Non risultano, in Ruanda, polemiche sulla violazione della privacy, la presunzione di innocenza, le foto a orologeria e l’antihabinezismo, né appelli del capo dello Stato ad abbassare i toni, né convegni di giornalisti governativi con mutande appese né interventi del Garante, né editoriali degli Ostellino locali (in Ruanda non ce ne sono) sulle ragazze sedute sulla propria fortuna. Chissà le risate, in Ruanda, quando apprenderanno che nella civilissima Europa c’è un paese governato da un tizio non solo fotografato con quattro o cinque squinzie sulle ginocchia, le mani posate sulle “fortune” di due di esse, pochi giorni dopo aver sfilato al Family Day, ma pure rinviato a giudizio per induzione alla prostituzione minorile e concussione. Due anni fa suscitò grande costernazione la notizia che Mediaset chiudeva il Bagaglino per mancanza di pubblico. Il motivo della crisi era lo stesso che fa di “Cetto La Qualunque” un film neorealista, ma molto minimalista: il Bagaglino, valicate le mura del salone Margherita, è ormai dappertutto. L’altra sera, per esempio, ha fatto tappa al Circolo degli Scacchi, che ha sede a Palazzo Rondanini al Corso, cenacolo – scrivono i giornali – dell’“aristocrazia romana”. Lì infatti le nobili “ammiratrici” del Cainano hanno organizzato una “serata per sole donne” con “selezionatissimi invitati” (così li chiama il Corriere della Sera): ospiti d’onore Lui, il fido Apicella “munito di chitarra” e l’onorevole Annamaria Rossi. “Nessuna di noi era minorenne, purtroppo”, ha commentato la più aristocratica fra loro, la principessa Nicoletta Odescalchi, “molto invidiata dal Cavaliere per il favoloso Caravaggio che custodisce nel suo palazzo”. C’erano anche altre “nobildonne”, come “l’ideatrice della festa, la duchessa Nicoletta Maresca di Serracapriola”, che s’è fatta aiutare “dal conte suo amico Lupo Bracci”. “Quattro tavoli da dieci persone – annota ancora il Corriere – e menu semplice: timballo, filetto in crosta e torta millefoglie con in cima una tipica decorazione scacchistica, caselle bianche e nere di panna e cioccolato. Era giovedì sera ma gli ospiti non hanno visto né Benigni né Santoro, ‘la tv non c’era proprio’, taglia corto il principe Mario Chigi, parco di parole e altri dettagli”. Si sa soltanto che il principe di Arcore e Milanello – come “rivela il maestro Apicella”, marchese della Vongola – “ha cantato la canzone ‘Senza te’, che scrissero insieme e fa parte del vecchio album, e poi, da bravo presentatore, ha annunciato la performance dell’on. Bernini, che si è esibita in ‘Summertime’ di Gershwin, riscuotendo calorosi applausi”. La contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, impegnata nel varo di una nave con il ragionier Ugo Fantozzi, ha inviato un saluto denso di rammarico per non poter essere della partita. Viva commozione anche in Ruanda.

Fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 15 febbraio 2011

Bufala Bill di Marco Travaglio


A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa. Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B. Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto. Perché si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente. Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro. Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi”. E chi sarà mai? La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”. Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola... difendeva la libertà sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica... Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”. Capìta la doppia morale della sinistra in piazza? Un milione di persone difende la dignità della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti. Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta. Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità delle donne e B. è innocente. E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico? Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava? Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra. Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie. Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione. Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan. Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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sabato 12 febbraio 2011

Ferrara, l’arma letale di Marco Travaglio

(vignetta vadelfio)
Caro Cavaliere, siamo sempre noi: quelli che le han sempre detto tutto in faccia, mai dietro le spalle. Gli unici di cui può fidarsi. Dia retta: lasci perdere Giuliano Ferrara. Col suo bacio della morte, ne ha fatti secchi più lui che il colera. Ricorda il Pci? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda Craxi? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda il primo governo Berlusconi? Lui c’era, ministro dei Rapporti col Parlamento e portavoce: sappiamo com’è finito, dopo sette mesi appena. Ricorda le elezioni al Mugello? Lui c’era: sappiamo com’è finita, centrodestra al 16% e Di Pietro in trionfo. Ricorda la guerra in Iraq? Lui c’era, anzi era più bushiano di Bush, tant’è che le truppe angloamericane entrarono in Baghdad a bordo di Giuliano Ferrara: sappiamo com’è finita, una ritirata che Caporetto al confronto fu una marcia trionfale. Ricorda la lista No Aborto? Ferrara c’era: sappiamo com’è finita, più uova in faccia che voti. Non le rammento le percentuali d’ascolto da albumina dei programmi tv di Ferrara e i bilanci comatosi del Foglio, che ha più giornalisti che lettori, perché temo che lei li conosca meglio di me. Fra le grandi catastrofi del Novecento, Ferrara ha mancato soltanto il terremoto di Messina e l’ultimo viaggio del Titanic, ma non per cattiva volontà: perché non era ancora nato. Per ulteriori informazioni rivolgersi alle ultime vittime dei suoi mortiferi effluvi: D’Alema, da lui sostenuto per il Quirinale (fu eletto Napolitano); Rutelli, da lui appoggiato per il Campidoglio (vinse Alemanno); Veltroni, da lui elogiato per il dialogo con lei (e ora disperso); Sarah Palin, da lui lanciata contro Obama (infatti...). Ancora quattro mesi fa, Fini aveva il vento in poppa, poi Ferrara pericolosamente gli si avvicinò e gli fece financo dei complimenti: non se n’è più riavuto, pover’uomo. Ultimamente, guardandosi intorno in cerca della prossima preda, non ha visto che una distesa di cadaveri. Poi, in lontananza, ha scorto un solo uomo, diciamo un ometto, ancora in vita: lei, Cavaliere. E le si è avventato contro per completare l’opera. Ora le dà consigli, le scrive discorsi, le fa interviste decidendo le domande e le risposte (le ha fatto persino dire “sono un peccatore”: ma come si permette?), monologa al Tg1 grazie alla momentanea assenza di giornalisti (infatti c’era la Petruni) e ora le organizza pure una strana manifestazione al Teatro Dal Verme (e dove, se no?), con mutande appese e testimonial del calibro di Ostellino e Sallusti (lo zio Tibia, quello che si crede Giovanni Rana e va in tv a conversare del più e del meno con Cavour e Garibaldi). Il tutto per difendere i bungabunga “contro i puritani”: lui che fino all’altroieri la menava con il Family Day e voleva addirittura obbligare le donne sterili a impiantarsi embrioni malati nell’utero. Ecco, Cavaliere, non le viene il dubbio che Ferrara sia l’arma letale che le sganciano addosso i suoi nemici interni? Si guardi allo specchio, signor Presidente: fino a qualche settimana fa lei sguazzava nella discoteca del bungabunga con trenta-quaranta supergnocche da urlo e ora si aggira mesto fra un Ferrara, un Sallusti, un Signorini e un Brachino (c’era pure Brachino, abbiamo letto, all’ultimo vertice di Arcore: ma si rende conto, Brachino?). Noi che ormai la capiamo al volo, abbiamo colto il significato profondo di quella sua frase, l’altro giorno: “Fosse per me, andrei per il mondo a fondare ospedali”. Era un estremo, disperato tentativo di liberarsi della morsa di questi parassiti e saprofiti che le succhiano gli ultimi umori vitali. Se ne stanno lì come i secondi della boxe, appollaiati all’angolo a dare buoni consigli, mentre lei sul ring prende botte da orbi sempre più suonato e rintronato: “Vai Silvio che sei il migliore!”, “Avanti così che è fatta!”, “Ancora un destro e hai la vittoria in pugno!”. Lo sanno benissimo che, se lei molla, devono trovarsi un lavoro, o un altro padrone. Dia retta a noi, li mandi a lavorare e se ne vada per il mondo a fondare ospedali. Così magari, finalmente, la ricoverano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 8 febbraio 2011

Se telefonando di Marco Travaglio

(foto Repubblica)
Il filmato che immortala l’onorevole Mimmo Scilipoti con la cornetta del telefono in mano mentre ascolta l’audiomessaggio del presidente del Consiglio, suo nuovo spirito guida, è il reperto di un’epoca. E un grande sketch della commedia all’italiana con vago sapore retrò che meriterebbe una ripresa in bianco e nero e un apparecchio telefonico in grafite, di quelli inchiodati al muro come nelle case polverose dei nostri bisnonni. Il fatto che, nell’era di Internet, di Skype, delle videoconferenze e degli avatar, il “grande comunicatore” rinverdisca i fasti del telefono fisso, con filo e spinotto, fa tenerezza. A quando il ritorno all’alfabeto morse? Ai piccioni viaggiatori? Ai messi a cavallo? Questo festival del modernariato riporta alla mente i telefoni bianchi. Il romanzo La concessione del telefono di Camilleri. Franca Valeri nei panni della sora Cecioni. Bice Valori in quelli della centralinista Rai: “Pronto, parla il centralone della Rai Televisione. Il telefono è occupato. Come dice, è un deputato? In tal caso signorsì, pronto prego parli qui!”. La gente rideva di gusto, anche perché non aveva ancora visto Scilipoti con la cornetta in mano. Riguardatevi la foto dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo di Gotto in estasi, gli occhi socchiusi, la boccuccia a cul di gallina, il fiato trattenuto, la cornetta fra le dita protesa verso il microfono e sollevata verso il cielo, come il prete che porta in processione il Santissimo. Tutt’intorno, sull’attenti, uno sparuto manipolo di fedeli: i “responsabili”, che fino all’altro giorno dicevano peste e corna del Cainano e ora – folgorati sulla via di Arcore in seguito a improvvisa crisi mistica – delibano estatici ogni sua parola e sospiro che fuoriesce dal gracchiante apparecchio. È il rito sacro della telefonata domenical-mattutina del premier alle convention di questo o quel partitucolo appena comprato: tre o quattro deputati non di più, accatastati su palchi improvvisati in salette d’albergo rigorosamente prive di pubblico. Ancora in pigiama dopo una notte di bunga bunga, la voce impastata e arrochita dall’oltretomba, il Cavaliere di Hardcore concede una chiamatina ai Responsabili di Moffa & Scilipoti e una ai Pionatiani di Pionati, tra una pompetta e l’altra. Poi torna ai consueti impedimenti istituzionali: Ruby, Iris, Noemi, la Fico e così via. Dice sempre le stesse cose, quelle che poi ripeterà anche nel videomessaggio serale ai Promotori della libertà, anche lì solo in versione audio col corredo della solita foto della prima comunione. Ma questi eroi dei nostri tempi son contenti lo stesso: basta un “Ciao a tutti”, un “Bella giornata eh?”, un “Saluti e baci”, un “Viva la figa” telefonico per garantire agli sventurati l’apertura di tutti i tg. Ben si comprendono dunque la febbrile attesa e la rapita soddisfazione dei destinatari di ogni chiamata, grazie a cui strapperanno qualche nanosecondo di celebrità televisiva da spendere con parenti e amici. S’immagina che ogni volta si giochino a sorte l’onore di estrarre dal tabernacolo la preziosa cornetta tempestata di lapislazzuli, di tenerla in mano per diffondere la voce del padrone, di ostenderla come reliquia a favore di telecamera, di prendere il volo con essa elevandosi verso l’empireo. Come il barone di Münchausen che pretendeva di saltare più in alto di se stesso afferrandosi per il codino. Se, come dice Ostellino in dolce stil novo, le Papi-girl “sono sedute sulla propria fortuna”, Scilipoti & C. la stringono addirittura fra le dita. Mestiere usurante, il loro (la logorrea del premier impone faticosi esercizi ginnici per tonificare la muscolatura del braccio). Ma anche pregno di gratificazioni. La sera, al paesello natio, si possono vantare al Bar Sport: “Visto? Oggi è toccato a me!”. E i bambini, interrogati a scuola sul mestiere del genitore, fanno un figurone: “Ma come, prof, non lo sa? Papà è il reggicornetta di Berlusconi”. Sono soddisfazioni, povere stelle. Una telefonata allunga la vita. E soprattutto il vitalizio.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'



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lunedì 7 febbraio 2011

In esclusiva le foto oscene del premier Silvio Berlusconi di Alessandro Robecchi

(vignetta Sergio Staino)
Nella settima potenza mondiale sono in vendita alcune fotografie del capo del governo desnudo che si intrattiene con alcune signorine desnude pure loro. Cribbio, ho detto, compriamole. Ho chiamato il direttore: quanto abbiamo in cassa? Settantadue euro e quaranta. Ho fatto una colletta tra i redattori, ho raccolto altri ventisei euro, quattro bottoni e due buoni pasto.
Ho capito che noi del manifesto quelle fotografie, che costano un milione, non potremo averle. Come fare, allora, per mostrare all’Italia foto oscene del Presidente del Consiglio? Semplice, usiamo quelle che circolano già. E che sono ancora più oscene, se possibile.
Tipo quella di Berlusconi a Onna (L’Aquila) che saluta i morti del terremoto vestito da partigiano per rimpannucciarsi un po’ di consenso, mentre già gli amichetti della cricca si spartiscono soldi e appalti. Oppure quella foto oscena del 2000 (disponibile anche il video a Porta a Porta) in cui Berlusconi Silvio dice che «appena potrà» andrà a «incontrare papà Cervi», che però, irrispettosamente, era morto da trent’anni. O ancora si potrebbe pubblicare la foto (c’è il video pure qui) di Silvio Berlusconi che mima una mitragliata a una giornalista russa, accanto all’amico Putin, presidente di un paese dove i giornalisti vengono mitragliati sul serio. Oscenissima. O ancora, ci sarebbe la foto di quando Silvio Berlusconi diceva seriamente (2003) che «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino».
E via via fino ai giorni nostri: fotografie oscene di Berlusconi ne esistono migliaia, entrarne in possesso non è per niente difficile, se giornali e tivù le vogliono possono chiamare qui, gliele spediamo gratis. Poi c’è la più oscena di tutte le fotografie: l’immagine, a colori, in alta definizione, di un Paese che da vent’anni sopporta tutto questo, lo difende, lo assolve, lo ammira. Un paese che lascia la sua dignità al guardaroba e si siede in platea, pronto alla spettacolo, aggiustandosi con piccoli tocchi delle dita le grandi fette di prosciutto sugli occhi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 5 febbraio 2011

IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI SILVIO B. di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Se davvero Giuliano Ferrara è tornato all’ovile, a fare il consigliere del Rocco Siffredi di Arcore, gli consigliamo di chiedere subito un aumento, o almeno di stipulare una buona assicurazione che lo copra dai rischi delle scemenze che va dicendo il suo capo. Non solo infatti Silvio Berlusconi ha ripreso a suonare la solfa delle procure cattive e golpiste, ma si è anche avventurato, in terra d’Europa, sul ghiaccio sottile della politica internazionale. «Mubarak è un uomo saggio e un punto di riferimento preciso per il Medio Oriente», ha detto. E anche: «Mi auguro che in Egitto ci possa essere una continuità di governo». E siccome il Consiglio d’Europa di Bruxelles non è la sala del bunga-bunga c’è da pensare che qualcuno sia almeno un po’ arrossito.
Mentre tutto il mondo chiede a Mubarak di andarsene, Obama esige una transizione immediata, gli egiziani non ne possono più, la polizia spara sulla gente e la rivolta impazza, ecco il nostro mister Bean travestirsi da analista internazionale. Ha aiutato la nipote di Mubarak, del resto, e non si tirerà indietro se c’è da aiutare lo zio. In più, appoggiando un dittatore al tramonto, è possibile si aspetti qualche contropartita
e un po’ di gratitudine, che so, una dichiarazione di Mubarak ancora in sella che dica: ebbene sì, Ruby è mia nipote. In ogni caso, il salvagente gettato da un premier alle corde sbertucciato e irriso in tutto il mondo non è esattamente un aiuto farterno e forse Mubarak, chiuso nel suo bunker avrà sospirato: oh, no, ci mancava pure questa. Quanto alle cancellerie europee, poi, saranno oggi nel più grande imbarazzo: compatire Berlusconi più per le note vicende a luci rosse o per le sue intuizioni in politica estera? Un bel dilemma. Certo, un bravo psichiatra potrebbe vederci una proiezione tutta personale: che un uomo piccolo piccolo aggrappato come una cozza allo scoglio della sua seggiola presidenziale auspichi per un altro potente «una continuità di governo» è abbastanza illuminante. Ma si sa, e lui non perde occasione per dirlo: è generoso, aiuta chi ha bisogno. Ora aggiunge Mubarak alla lista dei suoi impresentabili amici, da Putin a Gheddafi a Lukashenko. Ma non neghiamo al nostro Premier qualche brillante intuizione: «Le persone che sono in piazza in Egitto, rispetto agli 80 milioni della popolazione, sono veramente poche». C’è il genio del grande sondaggista. E c’è di che far vibrare d’orgoglio il nostro ministro degli esteri, quel tal Frattini che mentre il Nord Africa esplodeva se ne stava a sciare sulle Alpi. Siamo davvero una grande potenza: decine di giovani ragazze possono testimoniarlo.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 3 febbraio 2011

Da Minzolingua a Renzullingua di Marco Travaglio

Il Tg1 ha scritto ieri sera un altro pezzo di grande televisione. Stavolta Minzolingua non ha leccato in proprio, ma ha paracadutato a Palazzo Grazioli uno dei suoi più scalpitanti cavalli di razza: Daniele Renzulli. Chi era costui? I colleghi più anziani ricordano che arrivò al Tg1 con fama di amico dell’autista di Fanfani, dunque democristiano, dunque giornalista. Poi quel gran genio di Johnny Raiotta pensò bene di promuoverlo caporedattore dell’Economia. Il sopraggiungere di Scodinzolini non lo colse comunque di sorpresa: Renzullingua divenne un minzoliniano di ferro, firmando tutti i documenti di solidarietà al direttorissimo ingiustamente criticato per la sua rocciosa indipendenza. Ieri finalmente è scoccata la sua ora: “Dai, Renzulli, passa dal barbiere, mettiti il vestito buono, lucida le scarpe, succhia una mentina, avverti amici e parenti e presentati a Palazzo Grazioli da Lui. Non preoccuparti per le domande: te le detta Bonaiuti e comunque servono solo a rendere un po’ meno palloso il vecchio bollito, ché l’ultimo videomessaggio ha messo in fuga pure Bondi. Occhio a non sbagliare: certe occasioni capitano una volta nella vita”. Il giovanotto, gli va riconosciuto onestamente, non ha tradito le attese. Nonostante la salivazione azzerata, l’occhio pallato e la sudorazione a Vajont, ha tenuto testa da par suo al presidente del Consiglio, mettendolo spesso all’angolo con domande ficcanti. La prima: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Colpito e affondato dalla virulenza dell’intervistatore, B. vacilla, per riprendersi a stento: e ha spiegato che la colpa della crescita zero è dell’articolo 41 della Costituzione, curiosamente in vigore anche negli anni del boom economico, ma ora sarà prontamente abolito. Il nostro eroe, però, non è tipo da lasciarsi invischiare dalle risposte dell’avversario, infatti è già pronto col secondo uppercut: “Lei è sceso in campo nel '94 promettendo la rivoluzione liberale: per dare una scossa alla nostra economia è venuto il momento di andare fino in fondo?”. Qui il Cainano, già legnoso sulle gambe a causa delle notti insonni, si accascia alle corde con lo sguardo che implora pietà. E, in stato confusionale, biascica supercazzole tipo “piano casa... Sud... fiscalità di vantaggio... federalismo”. Implacabile, Renzulli lo finisce con il ko: “Lei ha fatto una proposta di collaborazione all’opposizione, che ha risposto che non è credibile. Dietro questo rifiuto, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?”. Il nano bollito, dal tappeto, delira: “Il problema principale è il debito pubblico che abbiamo ereditato dai governi del passato... moltiplicato 8 volte dal 1980 al '92 dalle vecchie forze politiche, con i comunisti in primo piano, negli anni del consociativismo”. Qui si chiude l’intervista, ma solo per i telespettatori. Renzulli invece rimane lì e si scatena, ricordando a B. alcune verità scomode. Dal 1980 al '92 si susseguirono i premier Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato: 6 Dc, 2 Psi, 1 Pri, nessun comunista (il Pci era all’opposizione). È grazie a loro se, in quei 12 anni, il debito pubblico passò dal 60 al 118% del Pil. Consociativismo? L’aumento più vertiginoso si registrò nei quattro anni di Craxi (1983-'87: da 456 a 890.000 miliardi di lire). Di cui B. era amico, finanziatore ed elettore. E chi erano i consiglieri economici di Craxi negli anni in cui il debito raddoppiava? Tremonti, Siniscalco, Brunetta e Sacconi. B. li ha promossi tutti e quattro ministri. Queste e altre verità Renzullingua ha ricordato al premier in coda all’intervista. Purtroppo, sul più bello, l’hanno tagliato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 2 febbraio 2011

Parte Napolitano e parte nopeo di Marco Travaglio

Massima e affettuosa solidarietà al direttore del Messaggero, Roberto Napoletano, al quale è toccata in sorte una telefonata col suo quasi omonimo Giorgio Napolitano. Ma soprattutto massima e affettuosa solidarietà ai lettori del Messaggero, che ieri si sono imbattuti in un titolone di prima pagina: “Napolitano: allarme fondato”. Qualcuno avrà pensato a un improvviso squillare dell’antifurto al Quirinale a causa di una visita dei ladri (evento tutt’altro che sorprendente, essendo il palazzo frequentato da politici). Invece no: l’allarme – informa l’occhiello – riguarda “i conflitti che travalicano l’ambito politico e investono le istituzioni”. Il catenaccio sottostante, dalla viva voce del capo dello Stato, chiarisce definitivamente il tutto: “I riconoscimenti da più parti preludano a uno sforzo per abbassare i toni”. L’epigramma del rompicapo dello Stato, subito preso in consegna dai migliori enigmisti, occultisti e decrittatori del pianeta, pare uscito da un vecchio gioco di società: il “telefono senza fili”, in cui il primo giocatore sussurra una frase al vicino, il quale a sua volta riferisce quanto ha capito all’orecchio del terzo concorrente e così via, finché, di equivoco in equivoco, l’ultimo partecipante se ne esce con una frase che non ha più nulla a che fare con quella di partenza. Si teme dunque che, causa malfunzionamento dei centralini del Messaggero, Napolitano non abbia detto a Napoletano che “i riconoscimenti da più parti preludano a uno sforzo per abbassare i toni”. Ma, puta caso: “I toni da più parti preludano a un riconoscimento per abbassare gli sforzi”. Oppure: “Gli sforzi da più parti preludano a un tono per abbassare i riconoscimenti”. O ancora: “I preludi da più parte riconoscano un tono per abbassare gli sforzi” o “per sforzare l’abbassamento”. O meglio: “I toni da più parti abbassino uno sforzo per riconoscere il preludio” o “per preludere al riconoscimento”. Le variazioni sul tema tendono all’infinito. In attesa di un comunicato chiarificatore dei portavoce del Colle, ci inerpichiamo su per l’impervio testo siglato r.n. (così si firma il pudico Napoletano per non esser confuso con Napolitano): una colata di piombo su tre quarti di pagina, pur contenendo tre sole frasi virgolettate del Presidente.
1) “Ho avuto nei giorni scorsi fondati motivi per esprimere allarme di fronte al moltiplicarsi e acuirsi di conflitti che travalicano e investono le istituzioni”. Segue esegesi del direttore, con glosse e note a piè di pagina: “Il capo dello Stato ha ancora qualcosa da dire, e lo fa a modo suo, con un linguaggio asciutto...”. Ecco: non bagnato, né umido: asciutto.
2) “La fondatezza di tale allarme è stata da più parti riconosciuta, il che è da considerarsi positivo se prelude a uno sforzo generale per abbassare i toni”. Qui, immaginando i primi mancamenti fra gli inermi lettori, Napoletano provvede alla traduzione simultanea: “Come dire: se tutti riconoscono che la situazione è seria (e lo è), tutti si comportino di conseguenza, maggioranza e opposizione, perché la posta in gioco è davvero elevata”. Roba forte, gliele ha cantate chiare. Ma sventuratamente – denuncia Napoletano interpretando Napolitano – si susseguono “più o meno evidenti tentativi di tirarlo per la giacchetta, da una parte o dall’altra”. Il Presidente, per motivi imperscrutabili, non porta normali giacche, ma giacchette. Anzi una sola.
3) “In quanto al dibattito pubblico che si è innescato – con l’espressione di pareri anche da parte di politici e costituzionalisti – sulle responsabilità e prerogative del Presidente della Repubblica, lo seguo con attenzione ma non intendo ovviamente pronunciarmi nel merito di alcuna tesi o interpretazione”. Questo sì è parlar chiaro. Infatti Napoletano prontamente traduce: “Parola di Giorgio Napolitano, uomo delle istituzioni, che non si fa tirare per la giacchetta (aridaje, ndr) ma non resta inerte”, anzi “chiede agli altri la responsabilità che esige da sé”. E qui il direttore, stremato, si accascia al suolo. La prognosi è riservata.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 29 gennaio 2011

Masi umani di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Più che di scudi umani, è il caso di parlare di casi umani. Anzi di Masi umani, vista la figura da cioccolataio che si è autoinflitto il direttore della Rai libera di Bananas. Il suo repentino rinculare da “Annozero viola le regole” a un più modesto “potrebbe violare le regole”, prim’ancora che il programma avesse inizio, fa di lui un cittadino onorario dello Zimbabwe (sempreché lo Zimbabwe non abbia nulla in contrario). Era stato lui stesso, al telefono con Innocenzi (Agcom) a sua volta mobbizzato dal premier per bloccare la puntata sul caso Mills, a spiegare che B. “ha in mente una roba che non esiste: che qualcuno possa dire a Santoro ‘stasera non puoi parlare del processo Mills’. Uno può scrivergli ‘stai attento a ciò che dici’, ma non ‘non puoi fare la trasmissione’. Tu ex ante non puoi far nulla, neanche nello Zimbabwe. Tu devi prima vederla, la trasmissione... Che fai, in un paese dell’Occidente gli dici ex ante: ‘Non la puoi fare?’”. Ma ora il Cainano è intervenuto con un bungabunga ex post su Masi, che l’altra sera ne portava tutti i segni. Del resto è tutta una catena di ex ante. Le Papi-girl premono ex ante sulla Minetti. Che preme ex ante sul premier. Che preme ex ante su chiunque gli capiti a tiro, da Masi al ministro Romani. Un trenino che non finisce mai. Conosciamo anche le parole, sempre misurate ma molto persuasive, che B. usa in questi casi (sempre dall’inchiesta di Trani): “Siete una barzelletta, non un’Authority! Vergognatevi di portare a casa i soldi! Se foste persone serie vi sareste già dimessi!”. E questi casi umani, o Romani, memori dei soldi (nostri) che portano a casa, sono pronti anzi proni a tutto, anche a esporsi a figure che farebbero vergognare una scimmia col sedere pelato. Prendete il povero on. Sisto, già maltrattato dai genitori che lo battezzarono Paolo. Giovedì alle 8 della sera, dopo un’esistenza trascorsa nel più grigio anonimato, viene catapultato da Bonaiuti ad Annozero, inatteso e insalutato ospite: “Preparati, è il tuo momento”. Lui si fionda dal sarto, acciuffa un abito buono, avverte parenti e amici di guardare Santoro perché c’è anche lui, travolge i controlli al passo carraio, si precipita al trucco e quando è bello pronto per entrare in studio, impomatato e inamidato a lucido, già pregustando le due ore di notorietà che gli cambieranno la vita, ecco la ferale notizia: “Lei non può entrare, non è stato invitato”. Prova a balbettare che l’ha inviato il premier in persona. Invano gli vien fatta notare la lievissima differenza fra inviato e invitato. A quel punto, mestamente, Paolo Sisto rientra nel cono d’ombra da dove era venuto. Ma prendete pure il leghista Brigandì, padano-messinese, avvocato di Bossi e dunque membro del Csm, che sfila dagli archivi il fascicolo personale della Boccassini con le carte top secret sul suo fidanzato del 1980, che puntualmente finiscono sul Giornale. Che s’ha da fare per campare. O prendete gli agcomici Mannoni, Martusciello, Savarese e Napoli costretti a chiedere all’Authority di censurare Annozero per aver trattato l’inchiesta Rubyconi, come fanno peraltro tutti i giornali del mondo e tutte le tv del resto del mondo. Intanto Romani, la cui competenza sui programmi tv è pari a quella di Frattini Dry su casa Tulliani, denuncia fantomatiche “violazioni” di Annozero: “Ha trasmodato i limiti della corretta informazione” (li decide il governo) dando “ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche, che sarebbero state proferite da soggetti coinvolti nell’attività di indagine della Magistratura requirente”. Cioè: le Papi-girls chiamano B. “brutto vecchio”, “pezzo di merda” e “culo flaccido”, o narrano i bungabunga a tassametro, e la colpa è di Annozero perché il Codice di Framarzo sui processi penali in tv lo proibirebbe. E i plastici vespiani di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia e Avetrana? Urge nuovo Codice di Fracazzo per specificare che i soli processi di cui è vietato parlare in tv sono quelli di B. Gli unici di interesse pubblico.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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