Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 12 agosto 2011

LA LINEA DEL PIAVE di Alberto Asor Rosa

Nella storia di questo disgraziato paese (l’Italia, intendo, per chi non ami le metafore), c’è una sindrome spesso ricorrente: si chiama la linea del Piave. Funziona così. Per anni, talvolta per decenni, gli alti comandi, i Governi, le classi dirigenti in genere, prendono decisioni inique, sbagliate, avventurose, persino ciniche e anche delinquenziali: l’incredibile mediocrità degli alti comandi medesimi, la strategia irresponsabile dell’attacco frontale, il mostruoso disavanzo di bilancio, l’incapacità del ricambio, la stralunata soggezione dell’interesse pubblico agli interessi privati o di gruppo, ne rappresentano le manifestazioni più significative ed esemplari. Poi, ad un certo punto, dai e dai, si verifica la catastrofe: le linee cedono, il bilancio crolla, l’economia va in pezzi, le classi dirigenti, d’ogni razza e colore - ripeto: d’ogni razza e colore – annaspano nel vuoto che loro stesse hanno creato. È a quel punto che a qualcuno viene in mente la linea del Piave: gli interessi non sono più diversi, separati e magari contrapposti, diventano “unico”. La catastrofe si può affrontare solo tutti insieme, senza più differenze né di razza, né di colore, né di collocazione sociale, né di orientamento politico. E questo, a pensarci bene, è anche giusto: chi, infatti, vorrebbe vedere gli austriaci a Milano o a Venezia?
Se poi, come nel caso di oggi, la linea del Piave assume dimensioni planetarie, la solidarietà di tutti intorno a un modello unico di soluzione assume un’evidenza ancor più eloquente: o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno. E anche questo potrebbe essere giusto. Ma vediamo fino a che punto il discorso del Piave regge e, ammesso che regga, quali diverse impostazioni gli si possono dare.
Facciamo (almeno noi) un passo indietro e torniamo in Italia. Negli ultimi tre- quattro mesi è accaduto nel nostro paese qualcosa che in precedenza sarebbe stato inimmaginabile: e cioè un cambiamento vistoso della costituzione materiale, un aggiustamento invisibile dei meccanismi decisionali. Tutte le più importanti scelte in materia politica ed economica sono state, non certo prese, ma indotte con forza e con, appunto, autorevolezza “dall’alto”. E quale esempio più lampante di “Camere congelate” di quelle che, nel giro di quarantotto ore, hanno votato un bilancio dello Stato strangolatorio e, nel caso di certi partiti, addirittura apertamente non condiviso? Non sto dicendo né che sia stato un bene né che sia stato un male: mi limito per ora a constatare che è accaduto. Ricordate il mio articolo sul manifesto del 13 aprile?(leggi l'articolo) «Ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instauri quello che io definirei un normale “stato di emergenza”, eccetera eccetera». L’unico auspicio di quell’appello che non sia stato per ora praticato è il ricorso all’Arma dei carabinieri e alla polizia di Stato: non ce n’è stato bisogno, e comunque la magistratura e le forze dell’ordine erano impegnate in altro (sempre però nei dintorni: Papa, Milanese, Penati, Bisignani eccetera eccetera).
Ma in generale la linea più volte adottata è andata puntualmente in quella direzione, tacciata allora dai pulpiti più diversi d’imbecillità, provocazione, golpismo, ecc. ecc. Oggi tutti i dubbi e le riserve sono svaniti nel nulla: la linea estrema di difesa delle istituzioni repubblicane e dell’economia e coesione sociale nazionali è diventata il Governo del Presidente (non quello del Consiglio, naturalmente), universalmente invocato dalle forze, partitiche e d’opinione, che si collocano all’opposizione dell’attuale maggioranza parlamentare.
Restiamo anche noi all’interno del ragionamento, ma al tempo stesso prendiamoci la libertà di porci - di porre – alcune domande decisive: a favore di chi? Con quali mezzi? Con quale, non solo istituzionale, ma anche politica autorevolezza? Le linee del Piave, in sé e per sé considerate, non servono a scardinare i sistemi, servono a confermarli e a renderli ancora più inattaccabili. La difesa del “bene comune” è pagata sempre da una sola parte. Sul Piave (storicamente, non metaforicamente inteso) la linea fu tenuta dalla leva dei ’99, giovani diciottenni gettati in massa nel rogo a difendere l’integrità e l’unità nazionale. Oggi nel tritacarne dell’unità nazionale sono destinati ad essere macinati - alfieri del tutto involontari d’un patriottismo a senso unico - gli anziani e le famiglie deboli, i pensionati, gli operai, i giovani (soprattutto i giovani), i piccoli e medi borghesi, impiegati e professionisti, gli uni e gli altri ovviamente senza rendite parassitarie alle spalle. Sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questa situazione si è già sfarinato il fronte delle opposizioni: il Terzo Polo ha subito adottato la linea della massimizzazione dei “sacrifici popolari” (davvero singolare in questo quadro – mi sia permesso di osservarlo - l’atteggiamento della formazione che recentemente ha scelto di chiamarsi “Futuro e Libertà”: non dovevano essere la forza di rinnovamento del quadro politico italiano e sono finiti alleati in tutto e per tutto subalterni dei moderati più moderati?). Ma lo sfarinamento ha già raggiunto vertici e settori anch’essi in precedenza inimmaginabili: vedere la Camusso, leader di un’organizzazione operaia e popolare come la Cgil, collocarsi anche fisicamente, quasi a segnare il rapporto gerarchico nuovo testé costituitosi, alle spalle della Marcegaglia, leader delle organizzazioni padronali, ha avuto la portata e il valore di un manifesto, ben comprensibile ai più.
La linea del Piave, per essere minimamente condivisa prima che accettata e praticata, avrebbe bisogno di molte condizioni, di cui per ora non si vede traccia, anzi, per essere più esatti, quasi nessuno parla. A scopo puramente provocatorio, come di consueto (poi fra qualche mese si vedrà meglio), ne elenco due, una di carattere economico-sociale, l’altra di carattere politico, la seconda, ovviamente, condizione sine qua non perché la prima diventi credibile.
La condizione economico-sociale è la conservazione integrale dello Stato sociale, e cioè, per essere più precisi, di quell’insieme di statuti, regole, leggi e abitudini, che garantiscono la libertà e il benessere ai cittadini più deboli. Quanto al pareggio di bilancio, bisognerebbe chiedersi se le cure prospettate, in dimensioni e rapidità di tempi, non siano destinate ad ammazzare il cavallo invece di rimetterlo in piedi. La distribuzione dei pesi e delle misure, e le loro conseguenze effettive, devono perciò fin d’ora essere elencate con estrema precisione: l’obiettivo, infatti, è garantire con assoluta certezza - e la cosa è tutt’altro che impossibile - che dalla crisi ci si proponga di uscire con uno stato più giusto, non con uno più infame.
La condizione politica è che dalla crisi si esca con un riassetto del sistema di potere che almeno garantisca la riapertura di una nuova fase. Dobbiamo invece prendere atto che finora si è andati nella direzione esattamente contraria: e cioè - nella più pura tradizione delle linee del Piave nazionali (ma almeno Cadorna nel ’17 perse il posto) - la crisi ha paradossalmente rafforzato, o almeno lasciato più tranquillo, il Governo Berlusconi: è entrato a far parte anch’esso, infatti, della “soluzione unica nazionale” della crisi. Ma questo è intollerabile, e quindi inaccettabile: significherebbe far pagare al paese, come prezzo per uscire dalla crisi, la perpetuazione delle ragioni più profonde della crisi medesima, l’inaffidabilità, il discredito, interno ed internazionale, l’assoluta mancanza del senso dell’interesse pubblico da parte dei suoi governanti.
Perché la linea del Piave sia almeno decentemente compresa e condivisa, occorre che il governo del Presidente metta in programma questa apertura di una nuova fase in netta, inequivocabile discontinuità con quella precedente: anche ricorrendo, in tempi ragionevoli, ad un nuovo responso elettorale. Ai costituzionali - notoriamente ce ne sono molti e di molto eccellenti – va richiesta con urgenza una rilettura del primo comma dell’art. 88 della Costituzione, il quale recita (com’è universalmente noto): «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti; sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Le interpretazioni correnti, che depotenziano in genere la facoltà del Capo dello Stato di assumere autonomamente tale decisione, mi sembrano estremamente discutibili, e perciò andrebbero ridiscusse, in una situazione come questa in cui si potrebbe da un momento all’altro avere bisogno di disporre tranquillamente di tale estrema risorsa.
Insomma: il Governo del Presidente comporterebbe una netta e puntuale individuazione dei pesi e delle misure da adottare, una equa distribuzione dei sacrifici, una preliminare scelta di campo a favore delle classi e dei ceti più deboli e, preliminarmente e contestualmente, la ricostituzione d’un quadro politico in grado di giocare la partita nella piena dignità ed efficacia dei suoi possibili mezzi (e uomini). Altrimenti, sarà un confuso, inane e un po’ disperato tentativo di tenere in piedi il sistema a favore dei soliti “amici”. Non sarebbe una bella cosa, e non funzionerebbe.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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sabato 19 febbraio 2011

Se il Milan paga il bunga bunga del suo presidente di Roberto Ferrucci

Siamo lo zimbello d’Europa. E non soltanto d’Europa. Per colpa di un tizio impresentabile e dei suoi sgherri, pronti a difenderlo in tutti i modi per una manciata di denari, pronti a vendersi, a umiliarsi, a distruggersi. Il tizio ostenta la sua impresentabilità da anni, a dire il vero, ma negli ultimi tempi, in uno slancio di inaudita onnipotenza, ha acuito questa sua attitudine invisibile ancora oggi alla maggior parte degli italiani. Chiunque di voi abbia oltrepassato più o meno di recente qualunque confine, lo sa. Prima ridono, poi ti guardano con compatimento e, se gli stai simpatico, ti domandano come mai? Come potete voi italiani accettare questo schifo? E voi, italiani, non sapete che dire. Dentro monta solo una profonda vergogna. Sentimento ormai persistente in tanti di noi, oggi.
E allora di cosa stupirsi se un vecchio squalo come l’ex centravanti scozzese Joe Jordan ci ha calcato la mano, nel corso del match di Champions League fra Milan e Tottenham? Gennaro Gattuso non ci dirà mai quali siano state le frasi pronunciate da Jordan per provocarlo. Non sorprenderebbe affatto se quelle e altre paroline da lui utilizzate alludessero al «Bordello Italia», che altro non è che l’attuale immagine all’estero del nostro paese. Va detto che il Milan non poteva non aspettarselo, un agguato del genere. Sempre ammesso, come potrebbe, che il tema dell’agguato fosse questo. Di certo, non riscuotiamo simpatia.
Nessuno l’ha notato, ma nella recente amichevole fra Germania e Italia, i fischi al nostro inno erano quasi unanimi. Qualche fischio c’è sempre, certo, ma in così gran quantità e da un pubblicoda sempre fra i più corretti, fa pensare. Coincidenze? Mah. Resta che la reazione dei milanisti all’agguato non è stata altro che il ritratto di un nervosismo esasperato, nient’affatto latente. Del resto non si può pensare che le vicende dell’utilizzatore finale non riverberino il loro squallore negli immediati dintorni delle proprietà del capo del governo. Milan compreso.
E se l’Italia si porta dietro ovunque l’immagine sordida offerta dal suo capo, figuriamoci il Milan, che del suo capo è l’emblema, il punto di partenza, il biglietto da visita della sua discesa in campo.
Il Milan subirà tutto questo, vada sé. Il suo leader vacilla, è diventato ancor più di sempre la patetica macchietta di se stesso. C’è una domanda però. Si possono paragonare i giocatori del Milan ai pasdaran del Parlamento, pronti a tutto in nome del capo? Ammesso che le provocazioni di Jordan fossero legate alle tristi abitudini del premier, come leggere la reazione di Gattuso? Non ti permettere di toccare il nostro capo? Oppure: guarda che noi non siamo come lui. Se così fosse, pensate quanto sarebbe forte, simbolico, che l’abbandono, l’ammutinamento al capo, partisse e segnasse finalmente la fine lì dove tutto è incominciato: il Milan. Giocatori che fanno outing, stufi, tanto quanto noi, di essere indicati come anomalie dell’Europa, che si dissociano, che chiedono di essere ceduti per vergogna e sfinimento (quello che sta accadendo a Pirlo?).
Di quanto e come il berlusconismo si sia incistato dentro tutti noi è testimone la titubanza collettiva. In un momento in cui le piazze dovrebbero essere occupate a oltranza, fino allo sfinimento del potere ridicolo che ci governa, noi assistiamo invece rassegnati. Ma occupare le piazze è roba da eversori, e noi, che diamine, mica lo siamo. Ha ragione Nanni Moretti, gli italiani non sono un popolo da insurrezione. Il nostro massimo sono manifestazioni come le recenti, splendide, certo, cariche di sdegno e di civiltà, vero, che hanno ridato dignità a un paese, certo, ma fatte il sabato e la domenica, per non disturbare troppo. Abbiamo acquisito gesti e linguaggi del berlusconismo. Il livello della nostra indignazione non va oltre all’ormai noto e acquisito: «Mi consenta, vergogna». Se qualcuno osa dire che trattasi di un debosciato da quattro soldi, di un omuncolo che ha sedotto l’intestino degli italiani, con le sue tv e gli slogan speculari a quelli del suo alleato di fiducia, la Lega, non sei altro che uno squadrista, un sovversivo. E allora, non ci resta che il tribunale di Milano o, vedi mai, la rivolta dei giocatori rossoneri. Oppure, più che probabile, la Presidenza della Repubblica. Poffarbacco.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 26 gennaio 2011

LA DEMOCRAZIA E IL VOTO di Oliviero Beha

Ora che ha vinto le primarie alla pummarola, Cozzolino respinge accuse e sospetti: sono tutti invidiosi della sua vittoria, i voti li ha presi lui, il Pd rialza la testa. Può essere. Ma l’idea del voto che sostiene e giustifica la democrazia comincia a darmi il mal di capo. Non lo ripete forse tutti i giorni il simpatico Caimano dionisiaco (“gli italiani mi amano e soprattutto mi hanno votato e mi rivoteranno”) alla faccia di qualunque reato, penale, morale, metaforico, estetico gli venga imputato? È dunque proprio così, ossia la faccenda di chi ti vota mette a tacere qualunque altra considerazione? Vediamo. Mettiamo che per partecipare alle primarie del Pd la direzione del partito avesse imposto nel napoletano, naturalmente votandola a maggioranza, la regola per cui il candidato dovesse avere un cognome che finisse per forza in “ino”. Porta bene, sembra un segno del destino (rima…!), non è vero? Non è un diminutivo, per carità: anzi. Non è la Napoli di Pomicino, Bassolino, Iervolino? Sarebbe giusto, sarebbe ridicolo, sarebbe democratico, sarebbe dirigistico, sarebbe dirigistico/democratico? E trasferito a Berlusconi, il voto è tutto in democrazia e giustifica tutto? Ci pensavo leggendo due giorni fa un documentato articolo non su queste colonne né su Repubblica o sull’Unità, scandalosi fogli anti-silvieschi, bensì sul Giornale del medesimo: trattava del rischio per la libertà se avesse vinto qualcuno invece che qualcun altro. Una forma di resipiscenza, un attacco di autocritica, la voglia di allargare gli orizzonti? Semplicemente un pezzo dedicato non all’Italia ma alla Tunisia. Il titolo era “Se a Tunisi la democrazia minaccia la libertà” e il sommario “…le prossime elezioni libere potrebbero vedere il successo degli islamisti…”. Dunque il rischio fondamentalista annidato come una serpe in seno nelle urne. Fondamentalismo religioso, naturalmente. E il fondamentalismo economico, quello aziendalista, quello affarista? Non voglio rifare la storia di Hitler che vinse le elezioni dell’inverno tedesco dopo l’estate grulla della democrazia di Weimar puntando sul lavoro che avrebbe dovuto far riemergere dalla crisi. E i posti di lavoro spuntarono, infatti, ma con l’industria bellica... Né mi rifaccio ai teorici inglesi del “cuore nero della democrazia”, di quel buco che si apre quando c’è chi utilizza democraticamente le elezioni per poi dare svolte antidemocratiche. Oppure al libro di Colin Crouch di qualche anno fa, “Postdemocrazia”, ed. Laterza, che analizzava i rischi di non vedere che cosa stava accadendo alla qualità della democrazia in un’epoca così differente e cangiante nei suoi modelli e nei suoi limiti. Più banalmente rilevo che gli anticorpi sono finiti da un pezzo, e la democrazia solo elettoralistica sta divorando se stessa, in una sorta di trasfigurazione della Costituzione e dei suoi articoli in una melmosa “costituzione materiale” giustificata da quella stessa Carta che pure nega nella pratica quotidiana. Dove sono i poteri di controllo istituzionali o di sistema, tra cui quello di una stampa libera, che non guardi in faccia nessuno, cane da guardia per difendere le istituzioni ma comunque e da chiunque, da qualunque tipo e dose di Berlusconi e di berlusconismo ci piova addosso, dalla maggioranza come dall’opposizione? Ha senso riempirsi ancora la bocca ormai bavosa di democrazia senza vederne il buco, in un formaggio groviera che vale per l’Italia e non solo?


Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Imbarazzi intestinali di Marco Travaglio

lunedì 24 gennaio 2011

Perché la Chiesa ha cambiato idea su Berlusconi di Filippo Gentiloni

(vignetta 'Il Fatto Quotidiano')
Fino a ieri la stampa cattolica era stata piuttosto tenera nei confronti di Berlusconi e del suo comportamento privato. Forse per una certa gratitudine nei suoi confronti, nonchè per il timore di perdere i vantaggi che il premier aveva sempre dimostrato per il mondo cattolico. Oggi non più. L’atteggiamento è cambiato. Fra gli altri, l’autorevole “Regno” apre l’editoriale con decisione: «Dopo Berlusconi, le elezioni». Dunque no ad una continuazione di Berlusconi e anche no alla possibilità di altri governi; si deciso per una svolta.
Come mai? Che cosa ha fatto cambiare decisamente la posizione di buona parte del mondo cattolico? Il “Regno” risponde con precisione. I tempi sono cambiati, il mondo di Prodi non c’è più. Le opposizioni sono deboli, frantumate.
A destra come a sinistra la democrazia è svuotata. La fine di Berlusconi è necessaria, ma non sufficiente: non rappresenta una alternativa politica seria. L’eventuale intesa fra Casini e il Pd non rappresenta una alternativa vera. Come anche le prospettive proposte da Fini. E anche il Pd continua ad essere marginale. Perciò Berlusconi può reggere ancora. Una situazione, dunque, incerta. Perciò la stessa gerarchia ecclesiastica si sta dimostrando insicura, ben diversa da come era al tempo della Democrazia Cristiana. Significative le recenti parole del cardinale Ruini: «Ritengo – come opinione puramente personale – che un contributo potrebbe venire da un rafforzamento dell’esecutivo, naturalmente nel pieno rispetto della distinzione fra i poteri dello stato». In questo quadro Ruini sostiene l’utilità del federalismo. Una posizione piuttosto nuova nel cattolicesimo italiano. La gerarchia ecclesiastica sembra disponibile a modificare il suo tradizionale atteggiamento nei riguardi della politica italiana. L’antico sostegno ad un partito, e ad una sola posizione, sembra abbandonato per sempre, a favore di un equilibrio fra le parti, sostenuto e benedetto dalla chiesa, senza né benedizioni né condanne.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 22 gennaio 2011

E ORA SU LA TESTA di Rossana Rossanda

(vignetta tratta da 'Il Fatto Quotidiano')
Non è piacevole essere oggi un’italiana all’estero. Tanto meno se si è stata una sia pur minuscola tessera di ceto politico, due volte consigliere comunale e una volta deputata, una cui l’antipolitica fa venire il nervoso. E perdipiù comunista libertaria, specie rarissima, orgogliosa di sé e di un paese che, fino agli anni Sessanta e con diverse code nei Settanta, pareva il laboratorio politico più interessante d’Europa.
Oggi gli amici che incontro non dicono più: ma che disgrazia quel vostro Berlusconi! Mi chiedono: Com’è che l’avete votato tre volte? Che è successo all’Italia? Una come me si trova a balbettare. Perché hanno ragione, non si può più fare del premier il caso personale di uno che ha fatto troppi soldi, che ha tre televisioni, che prende il paese per un’azienda di sua proprietà, che sa che molti sono acquistabili e li acquista, e adesso, gallo attempato, si vanta dei suoi exploits su un numero illimitato di pollastrine: «Vorreste tutti essere come me, eh??».
E’ vero che l’Italia lo ha votato e rivotato. E’ vero che non c’è traccia di una destra formalmente civile che di lui ne ha abbastanza, né di un sedicente centro deciso a liberarsene. E neanche di una sinistra capace di rischiare un «buttiamolo fuori con le elezioni». La destra tutta perché gli è ancora complice, il centro perché lo è stato, la sinistra perché il sistema elettorale bipolare le faceva comodo contro le sue ali meno docili. Metà dell’Italia è berlusconiana, l’altra metà è azzittita, e non c’è imputazione - ignoranza, prevaricazione, corruzione, soldi, attentato ai minori - mossa al personaggio che sia in grado di scuoterla. Anzi. C’è qualche verità nelle vanterie di costui, se più se ne sente più tutti si accucciano per calcoli loro. Perfino i media, che sarebbero di opposizione, sono diventati un buco della serratura per voyeurs intenti a sfogliare pagine su pagine o ad ascoltare minuti su minuti di dialoghi sul prezzo per un appalto o per togliersi le mutande.
Che ci è successo? Da quando? Perché? Sarebbe una discussione interessante. Si potrebbe sprofondare in una storia secolare di servaggi, Francia o Spagna pur che se magna. O di una unità nazionale sotto una monarchia codina, tardiva e ben epurata di ogni fermento rivoluzionario - i giacobini napoletani decapitati o appesi nel giubilo dei lazzari e sanfedisti, la repubblica romana repressa, e soltanto le tracce dell’ammodernamento giuridico di Napoleone al nord. Non sarà del tutto casuale che siamo stati noi a inventare il primo fascismo europeo. Ci deve essere qualcosa di guasto nella coscienza della penisola. Alcuni di noi pensano che soltanto la presenza di un partito comunista che non mollava sui diritti sociali ha costretto il paese alla democrazia, come un tessuto fragile ma fortemente intelaiato, che non si è lacerato finché i comunisti non si sono uccisi da soli. Tutto da vedere, se se ne avesse voglia. Ma chi ne ha? Lo slogan nazionale è: fatti gli affari tuoi. Vota chi si fa i suoi. Non è una storia soltanto italiana, tutta l’Europa va a destra. Ma da noi si esagera. In Francia un vecchio ed elegante signore, Stephan Hessel, che non alza la voce ma non ha mai taciuto, ha scritto un opuscolo: Indignatevi! Ne sono sparite subito quasi un milione di copie. Una settimana fa voleva parlare della Palestina, glielo hanno impedito. E lui e i suoi lettori si sono trovati fuori, in migliaia, di notte, con un freddo polare, nella piazza del Pantheon, a gridare: Basta! Perché noi no? Si sta meglio con la testa alta, invece che fra le spalle e gli occhi a terra. Non so se lo farà Vendola. Non credo che lo farà Bersani. Ma chiudiamo con il cinismo del chi se ne frega. Indigniamoci!

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Pubiche funzioni di Marco Travaglio






RUBYGATE - Quelle prostitute di palazzo Grazioli di Christian Raimo

sabato 15 gennaio 2011

Foto di regime, il principe e la corte di Ida Dominijanni

(vignetta Mauro Biani)
Uso della prostituzione minorile e concussione aggravata non sono due reati leggeri per nessuno, tantomeno per un presidente del consiglio. E la richiesta del rito immediato sta a significare che le prove in possesso della procura di Milano sono consistenti. Siamo di fronte all’atto giudiziario che sigla una sequenza di cosiddetti scandali sessuali», meglio definita fin dall’inizio da Veronica Lario «ciarpame politico», che dura da ventuno mesi, e che contiene in sé tutti gli elementi necessari a un giudizio politico sul regime di Silvio Berlusconi, anche a prescindere dalla prova tecnica di un reato penale.
Chiunque, di fronte a tanta evidenza, cederebbe il passo, si imporrebbe cautela, abbasserebbe i toni. Berlusconi e la sua corte no. Quando, nell’autunno scorso, si seppe dai giornali che il premier aveva personalmente telefonato alla questura di Milano, la notte del 27 maggio scorso, perché Kharima el Marhouh, in arte Ruby, minorenne marocchina arrestata per furto, venisse rilasciata in quanto «nipote di Mubarak » e affidata a Nicole Minetti, il premier prima negò poi rivendicò: «l’ho fatto per bontà», «amo le donne» e «meglio amare le donne che essere gay». Oggi fa il gradasso e dice che non vede l’ora di difendersi dal reato inventato di «cena privata a casa del presidente». I suoi, intanto, organizzati in due armate, ripassano e ripetono il copione.
L’armata politica grida alla giustizia a orologeria e al complotto destabilizzante; l’armata giuridica, Ghedini & co., prepara i cavilli per sfilare l’inchiesta dalla procura di Milano e le carte per usufruire di quel che resta del legittimo impedimento; Gaetano Quagliariello, testa di ponte fra i due battaglioni, sentendo parlare di prove «aspetta di vedere i preservativi» (parole sue). Non è da escludere che la seconda armata riesca nel suo intento di diluire nel nulla l’ennesima inchiesta a carico del premier. Ma qui non è, o non è solo, il seguito giudiziario della vicenda il punto. Sempre nell’autunno scorso, fu di Carlo Freccero l’acuta osservazione che quel verbale della questura di Milano da cui risultava la telefonata notturna del premier rompeva improvvisamente e definitivamente, con un inoppugnabile dato di realtà, la fiction scritta, prodotta e interpretata con successo per vent’anni da Silvio Berlusconi.
A romperla in verità c’era già stata la parola di due donne, Veronica Lario e Patrizia D’Addario, la moglie e la prostituta uscite allo scoperto per denunciare di quanto ciarpame e di quanta corruzione fosse fatta quella fiction; Masi sa che nella misoginia imperante, non solo berlusconiana, la parola di due donne vale meno di un verbale. E dietro quel verbale ce n’erano altri, in procura, a resocontare un’inchiesta su un presunto giro di prostituzione organizzato a beneficio del premier dai suoi fidi, Mora, Fede, Minetti per le feste di Arcore nello stesso ruolo che fu di Tarantini per le feste di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Questo è lo stato del principe e della corte. Questa è la fotografia del regime che va sotto il nome, ormai in tutto il mondo, di «berlusconismo».
Ora il punto è il seguente. Da ventuno mesi ci sentiamo ripetere, dalla maggioranza e dall’opposizione, la stessa solfa. Dalla maggioranza: sono «intrusioni indebite della vita privata»; a casa propria ognuno può fare quello che vuole, e la legge non ci può entrare; il premier è un simpatico libertino perseguitato da magistrati delinquenti e dalla stampa di sinistra talebana. Dall’opposizione, fatte salve poche e meritevoli eccezioni: lo stile di vita del premier non è un esempio di moralità, ma non ci interessa, se non per le questioni di sicurezza e di decoro istituzionale che solleva; non è su questo che Berlusconi va combattuto e battuto, ma sulla politica «vera», l’economia, il malgoverno, i deputati comprati e venduti. Lasciamo perdere gli insuccessi strategici e tattici di cui è stata costellata, anche di recente, questa strada, e torniamo alla fotografia del regime. Il fatto è che nella soap
dei cosiddetti «scandali sessuali» che va avanti da ventuno mesi, derubricata da destra e da sinistra a fatto minore, c’è tutta, ma proprio tutta, la quintessenza del berlusconismo. Sconfinamento fra pubblico e privato, politicizzazione della biografia e privatizzazione della politica; contrabbando dell’arbitrio per libertà (tutto si può fare); riduzione a supermarket della vita pubblica e privata (tutto si può comprare, dalle donne ai parlamentari); uso della sessualità come protesi del potere; uso dei ruoli sessuali («veri uomini» e «vere donne») come maschere rassicuranti per identità, maschili e femminili, incerte; uso razzista della bellezza; imperativo del godimento come surrogato del desiderio; pratica dell’illegalità come risposta beffarda alla crisi dell’autorità e della legge; eccetera. Prima la politica di un’opposizione degna di questo nome si deciderà a occuparsi di questo fascio di questioni con una proposta culturale degna di
questo nome, prima spunterà l’alba del dopo-regime. Diversamente la fiction scritta, prodotta e interpretata da Silvio Berlusconi continuerà a calamitare la sua audience, e i cavilli di Ghedini a occupare le cronache.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Nel reparto bunga-bunga vince il sì, ma di misura di Alessandro Robecchi





Scudi subumani di Marco Travaglio





Si scaldi Previti a bordocampo di Marco Travaglio

venerdì 24 dicembre 2010

Se il Natale affoga nel trionfo del mercato di Enzo Mazzi

Può apparire inopportuno parlar di Natale sul manifesto, disteso com’è nella vignetta di Vauro sul lettino di rianimazione, moribondo per i colpi di Babbo letale Tremonti. Ma non è affatto inopportuno. Perché Natale vuol dire «rinascita» oltre ogni speranza: dal «no future» al «new future». La cosa vale per tanti luoghi della lotta sociale, piazze, tetti, ciminiere, fabbriche e scuole occupate dove inevitabilmente la potente simbologia della rinascita legata al Natale viene intrecciata con i motivi della lotta riaccendendo il fuocomorente della speranza. È sempre stato così. Perché prima che essere una festività religiosa il Natale è un simbolo, anzi un insieme complesso di simboli legati al senso della rinascita perenne. Come tale mantiene una potenza che si radica sia nel tempo lontano della millenaria evoluzione culturale, sia nel profondo, perché sgorga dall’inconscio, ne rivela i segreti, conduce alle origini più nascoste che motivano l’esistenza.
Questo senso simbolico può alimentare la speranza in una situazione sociale e politica di totale disperazione per molti? Val la pena di spendere qualche spunto di riflessione. L’inafferrabilità e la misteriosità del nostro essere crea in noi un senso di angoscia che tentiamo di elaborare attraverso appunto l’espressione simbolica. Tutto ciò che può richiamare il perenne nascere e rinascere dell’esistenza e della vita, oggetti, eventi, relazioni, è stato assunto nel corso deimillenni come strumento per dare senso. Non sappiamo da dove veniamo e non sappiamo dove andiamo e ci affidiamo al costante rinascere del sole che richiama la rinascita perenne come anima del cosmo intero. Altro esempio sono i cicli dell’albero il quale fin da tempi antichissimi diviene simbolo di vita in continua evoluzione. Il grande antropologo romeno Mircea Eliade attribuisce al simbolo dell’albero ben sette diverse interpretazioni, tutte articolate intorno all’idea di cosmo vivente in perenne rigenerazione. Il Natale cristiano nasce su questa linea millenaria di creazione simbolica. I racconti evangelici dell’infanzia di Gesù sono mitici, non storici. Non narrano fatti realmente accaduti. Gesù ad esempio quasi certamente non è nato a Betlemme, non in una stalla, e via di questo passo. I racconti evangelici dell’infanzia offrono simboli. Essi portano l’eco di reali ansie, esperienze e progetti di vita delle comunità cristiane della fine del primo secolo. Di fronte alla morte in croce e al fallimento di tutte le loro attese di giustizia questa povera gente cerca di nuovo un senso alla propria esistenza alimentandosi ai simboli antichi della rigenerazione: tutto è vita, tutto muore e tutto rinasce.
Poi viene la Chiesa del potere imperiale che trasforma la nascita e la morte e la resurrezione di Gesù in un progetto divino di salvezza universale trascendente, ma senza riscatto storico. E nascono due percorsi paralleli del cristianesimo: quello del potere e quello dei movimenti di base. A volte in conflitto, a volte intrecciati fra loro.
È così che il sogno, il dolore e la volontà di riscatto e di liberazione delle prime comunità cristiane hanno dato nei secoli anima e senso alla gioia festosa del Natale. Ma oggi che il sogno e il riscatto sono al lumicino e che il Natale affoga nel trionfo del mercato diventando una festa senz’anima, vale ancora la pena di guardare l’altra faccia, quella vitale e generativa, tenuta viva nei secoli da un cristianesimo ribelle? Interessa a qualcuno: a studenti, precari, disoccupati, senza
speranze? Oppure è solo archeologia? Si può abbandonare completamente la presa su una simbologia così potente? Forse no.
Anche noi, Comunità dell’Isolotto, in solidarietà con tutta questa umanità resistente e il manifesto, proviamo ancora una volta a vivere creativamente il Natale nella Veglia che faremo alle Baracche dell’Isolotto di Firenze, a partire
dalle 22,30 di oggi.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 16 dicembre 2010

Come arginare il Cavaliere trionfatore di Michele Prospero

(vignetta Pietro Vanessi)
Quali sono le prospettive che si aprono dopo il voto della camera? Con i metodi brutali di acquisizione del consenso che esprimono al meglio lo spirito del suo tempo, Berlusconi assesta un duro colpo ai nemici ma si ritrova solo con un incerottato governo di minoranza in mano. Potrà forse, resistendo ancora un po’ nel fortino assediato di palazzo Chigi, riuscire a strappare qualche altro voto e portarlo a sostegno della sua (poco) nobile causa. Con questo trasformismo molecolare non potrà andare molto avanti nella sua azione secondo un indirizzo politico di maggioranza. Non perché il cavaliere abbia davvero una strategia politica diversa da quella del puro tirare a campare per evitare brutti guai. Ma dell’obiettivo di allargare la sua incerta maggioranza non se ne parla proprio anche adesso che la Lega non farebbe più la voce grossa. Incassata la agognata sopravvivenza, il cavaliere busserà inutilmente, se davvero poi lo farà, alle porte sbarrate del centro. Non troverà molti inquilini disposti ad ascoltare le sue sirene.
Neanche le pie raccomandazioni di qualche alto prelato o la minaccia di fare caccia grossa tra le fila scudocrociate riusciranno ad aprire una breccia significativa perché la rottura di Casini era stata consumata per ragioni sistemiche oggettive e non per calcoli di corto respiro. Sarebbe davvero una ben strana mossa quella di un improvviso soccorso bianco al cavaliere proprio quando il bipolarismo si conferma esangue. Casini non ha alcuna convenienza politica a ridare un pericoloso ossigeno al cavaliere e ad infliggere il colpo micidiale a Fini. Il leader dell’Udc viene da una scuola troppo importante per ignorare che esiste oggi una convenienza sistemica (cui persino il Pd non potrà dirsi estraneo) a contribuire alla sopravvivenza politica del gruppo di Fli. Una convergenza al centro pare inevitabile. E non si tratta peraltro di un semplice e costoso ripiego imposto dal destino crudele ad una banda umiliata e confusa. Il voto, malgrado tutto, introduce un elemento di chiarezza spezzando l’equivoco, che Fli non aveva mai dissipato, che vedeva gli uomini di Fini barcamenarsi tra annunci di permanenza nella area della destra (di cui si contestava solo la distruttiva leadership berlusconiana) e ammiccamenti verso le aggregazioni terzo poliste. Qual è oggi la reale identità di Fli? Partito da Sarkozy, per definire il suo profilo di politico di una destra moderna, in realtà Fini scopre maggiori affinità elettive con la Merkel. La sua cultura politica su punti cruciali è molto più assimilabile a quella del cancelliere tedesco che non a quella populistica dell’Eliseo. Il voto dell’aula non bloccherà le grandi manovre al centro, anzi per certi versi le accentuerà. Il terzo polo, che registra l’infondatezza del bipolarismo attuale e il decadimento berlusconiano, è destinato a compiere un tratto di strada insieme con la sinistra.
Non ha alternative a un compromesso con la sinistra (su temi essenziali come la legge elettorale, la contrattazione nazionale, la precarietà, il ruolo del pubblico, i diritti civili).
E la sinistra? Dovrebbe ripensare al ventennio funesto che ha alle spalle e schivare ogni tentazione di competere con la destra accettando il suo prediletto terreno, quello del populismo e del leaderismo. Nei primi anni ’90 fu la sinistra a evocare il fantasma del cesarismo. La fata malefica referendaria aveva ormai accecato la lucidità politica. Segni invitò i cittadini a travolgere il Quirinale di cartoline con l’invito a incaricarlo quale presidente del consiglio. Occhetto non fu da meno e arrivò a concepire una raccolta popolare di firme per indurre il capo dello Stato a sciogliere anticipatamente le camere “delegittimate”. Padri involontari della seconda repubblica populista e cesarista sono stati gli apprendisti stregoni del nuovismo e del direttismo.
Rimosso il vano chiacchiericcio sulla vocazione maggioritaria, al Pd non resta altro compito realistico che quello di operare come una forza cerniera in grado di costruire una grande coalizione tra quanto si muove alla sua sinistra e le forze che si raccoglieranno attorno al centro moderato.
In passaggi come quelli odierni, che evocano comunque un salto di qualità, occorrerebbe sempre riaprire il terzo capitolo del Principe. Machiavelli vi scriveva che anche «nelle cose di stato», come nella malattia del corpo fisico di ognuno, «nel principio del suo male, è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l’avendo in principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare». All’inizio di una vicenda caotica e inedita nelle sue manifestazioni molto difficile è capire il senso degli eventi, più semplice è però affrontarli con il piglio adeguato una volta che se ne ha la percezione. Se si trascurano i dettagli più rilevanti dei processi in corso si fallisce non solo nella diagnosi ma anche nell’azione politica. Così avvenne nel 1993
quando un processo fortemente regressivo in atto nel paese fu interpretato in maniera
del tutto fantasiosa come la rivoluzione italiana ormai trionfante.
Se la crisi del sistema berlusconiano ha potuto evolvere fino ai limiti del collasso definitivo ciò è dovuto in gran parte alla proposta forte avanzata in estate di un governo di transizione. Con essa è stato possibile accompagnare lo sfilamento di Fini dal Pdl. Quando era ormai sul punto di tramortire, Berlusconi ha scongiurato con le unghie la perdita di potere. In nessun altro paese un leader così malandato riuscirebbe a conservare il potere. Il suo stesso partito avrebbe tutto l’interesse a sostituire un cavallo azzoppato e inadeguato. Ma il Pdl non è un partito, è una persona sola al comando che difende la fortezza del potere quale che siano i costi dell’arroccamento cieco sul piano istituzionale. Malgrado la battuta d’arresto del voto, l’escrescenza del cavaliere è ancora “facile a curare” purché si operi però con la consapevolezza che il sistema è avvitato in una crisi. Per uscirne occorre un altro gioco, non quello vecchio tutto all’insegna del bileadersimo. All’opposizione tocca costruire un’alternativa di sistema politico.
Con il voto della camera la proposta del governo di transizione cessa di essere una proposta credibile e in grado di immettere dinamismo nel sistema. Ha giocato per intero la sua funzione, ora occorre cambiare carta. In questa legislatura non sono più immaginabili governi senza il cavaliere. Ora è lui a condurre le danze. Può campicchiare (ma la Lega lo permetterebbe?) ma non governare perché costretto a convivere con frequenti imboscate. La tentazione del voto è troppo allettante. Berlusconi del resto ha ottenuto quello che voleva: salvare le pelle e con in mano la fiducia andare al Quirinale per richiedere un voto anticipato. In questo duello finale con il colle il cavaliere stavolta ha armi convincenti dalla sua parte. Non è come nel 1994 quando senza più i numeri dalla sua andò da Scalfaro a sollecitare il ritorno alle urne. Non poté ricevere il gradito dono perché Forza Italia era allora solo il terzo partito e quindi in aula erano possibili altre soluzioni di governo che in effetti furono sperimentate. Ora è diverso. Il voto ha dato a Berlusconi la certificazione che la sua proposta di urne subito gode dei consensi della maggioranza. È difficile per il Quirinale apporre resistenza.
Andare al voto con questa legge elettorale per il cavaliere è un’ipotesi di alto gradimento. Con il 40 per cento dei voti potrebbe ancora spuntarla e prendersi così il 55 per cento dei seggi per poi virare vero il Colle. Il suo calcolo è che le opposizioni tra loro ideologicamente molto distanti marceranno in ordine sparso e quindi, con il 60 per cento dei consensi, si accontenteranno di spartirsi il 45 per cento dei deputati. Dinanzi alla cupa prospettiva di un cavaliere trionfatore occorre inventare qualcosa di nuovo come risposta ad una triste emergenza.
Al voto con una grande alleanza costituzionale che si doti di un programma minimo e trovi su alcuni punti qualificanti dei compromessi di alto profilo? È molto difficile,ma forse se ne riparlerà.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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IL PALAZZO E LA STRADA - «Dentro» e «fuori», la verità della fiction di Ida Dominijanni

venerdì 10 dicembre 2010

ALEMANNO- Amici, camerati, parenti, compari di Sandro Medici

(vignetta bandanax)















Si va dicendo che il sindaco Alemanno sia un provetto scalatore. Egli stesso, appena si presenta un’occasione, se ne vanta con orgoglio, automagnificando la sua abilità labirintico-muscolare. Non possiamo che riconoscerglielo. Lo sforzo che sta producendo per arrampicarsi (vanamente) sulle vetrate del Campidoglio, negando le sue responsabilità a proposito delle quasi duemila assunzioni clientelari nelle aziende municipalizzate, è davvero eroico. Soprattutto dopo che ha perduto chi gli guardava le spalle, il suo caposcorta Giorgio Marinelli, che l’altro ieri si è coraggiosamente congedato.
«È ritornato in polizia in via precauzionale – ha detto il sindaco – per evitare speculazioni politiche». Dove le «speculazioni» sono i suoi due figli generosamente assunti, uno all’azienda trasporti (Atac) e l’altra all’azienda ambientale (Ama).
E i figli di Marinelli sono solo due dei quasi duemila che sono andati a ingrossare le fila delle municipalizzate comunali,
all’indomani dell’insediamento della giunta Alemanno e fino a queste ultime settimane. Si tratta di un campionario clientelare davvero ragguardevole, una galleria di figure di risulta e di complemento tanto sfacciata quanto arrogante. L’intera platea politica della destra romana, a tutti i livelli della scala gerarchica, ne ha beneficiato.
Oltre a figli e figlie, c’è la gamma completa delle relazioni familiari, cognati, cugini, nuore e generi compresi, oltre a mariti, mogli, fidanzati, fidanzate, e svariati ex; una quota significativa è poi composta da segretari, assistenti e collaboratori (tra cui una cubista, anzi hostess): di parlamentari, assessori,
consiglieri, presidenti di municipio, dirigenti e funzionari; emergono anche congiunti di sindacalisti, ovviamente connotati a destra; e non manca qualche ex squadrista e c’è perfino unm assone della P2.
L’ampiezza dello scandalo fa impallidire qualsiasi ricordo di passate gestioni. Le amministrazioni democristiane, socialdemocratiche o socialiste del secolo scorso, anche nei decenni ruggenti, al confronto appaiono dilettanti.
La sensazione che affiora da questa storia è di profondo avvilimento. Siamo di fronte a un potere politico che diventa agenzia di collocamento per i proprio sodali, amici-camerati-parenti-compari. Con un’ingordigia straripante, insaziabile, famelica. Da dove origini tanta furia sta forse nell’istintivo impulso di accaparramento di una classe politica culturalmente mediocre e priva di qualsiasi remora etica. Che è un po’ il tratto distintivo della destra romana, e non da ora.
Una destra accresciuta in una rabbiosa marginalità, da cui non è mai riuscita a emanciparsi: neanche dopo aver vinto le elezioni comunali nell’aprile del 2008 e dunque chiamata a imprimere un cambiamento politico in una città che per quindici anni l’aveva esclusa e respinta. Una prova cruciale per Alemanno e i suoi: fallita rovinosamente.
E non soltanto per questa oscena vicenda clientelare, ma anche (forse soprattutto) per tutti il resto, per l’incapacità ormai conclamata di gestire un’area metropolitana tanto suggestiva quanto complessa, di collaudare un modello di governo territoriale dignitoso.
E non saranno i tanti annunci strombazzati, dalla Formula uno alla demolizione di Tor Bella Monaca, ad attenuare il giudizio politico negativo sulla destra in Campidoglio; anzi, rischiano di aggravarlo.
L’impressione è che siamo già al precoce crepuscolo di una esperienza nata sugli errori altrui, più che per meriti propri. Una stagione politica che forse sarebbe bene si estinguesse rapidamente per non danneggiare ulteriormente una città già abbondantemente provata, oltre che indignata dal clientelismo montante di chi l’amministra in modo malsano e indecente.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Il marcio su Roma di Alessandro Robecchi

mercoledì 8 dicembre 2010

I nostri politici e Lombroso di Oliviero Beha

(vignetta Sergio Staino)
C’era una volta, tanto tempo fa, la distinzione/opposizione tra il Paese “legale” e il Paese “reale”. Che fine abbia fatto quest’ultimo, è sotto gli occhi di tutti. Un paese in cui la realtà è sembrata essere sostituita quasi perfettamente dalla realtà televisiva, ricostruita a piacimento. Quasi, però. Che oggi stia andando in pezzi chi lo può negare? Nel mio infinitesimale, vi racconto di impiegati degli Autogrill in autostrada che alla cassa o al banco insistono affinché tu oltre al caffè compri anche un biglietto della lotteria. Ma insistono troppo “disperatamente” con una espressione professionale da facce preoccupate, quasi che da quella tua giocata al supernalotto dipenda il loro futuro... Oppure di hostess Alitalia che esasperate dal niente che funziona non per colpa loro nell’ennesimo ritardo con bambini accampati tra i parcheggi degli aerei con una grinta da Rosa Luxemburg chiosano “è anche colpa vostra, che non protestate”, riferendosi presumibilmente anche a quel pasticciaccio brutto per niente gaddiano della vecchia compagnia di bandiera. Ma se il paese “reale” affonda gridando appena lo può, il paese “legale” che ha ormai perso per strada questo anacronistico aggettivo dandogli il significato contrario è ormai afasico, non dice più nulla. Parla, certo, con le parole della politica. E se dieci giorni fa tutto ruotava intorno alla Carfagna e ora almeno quella giostra si è fermata come era prevedibile che si fermasse, cioè con Cosentino continua a rappresentare il meglio dei Casalesi, adesso è tutto un attendere il fatidico derby sulla fiducia. Ma a parte i piani B veri o presunti di Berlusconi, a parte le ipotesi di ammucchiate varie, a parte la saturazione di Bersani e il solito piglio di Di Pietro, con Vendola miglior riservista a disposizione, la politica dov’è? Fare cadere Berlusconi, d’accordo: ma per fare che, con chi, con quale programma “mentre fuori piove”, fuori da un Parlamento chiuso per ferie o per calciomercato ? È una politica dei “vecchi maneggioni” detto da Berlusconi che con essi è rimasto in sella, oppure del “se ne vada a casa” dell’opposizione che è un’esortazione ma non un programma che costruisca alcunché. È necessario, ma non sufficiente. Se dunque le parole non sono né pietre ma gusci vuoti, anche per il paese “illegale” come per quello “reale” non ci restano che le facce. Quelle non si mascherano anche se si truccano. Delle loro facce essi hanno bisogno, non avendo quasi null’altro e comunque niente da dire.” Sono” i loro volti, in mancanza d’altro e in pienezza tv. Così si va dal Berlusconi oramai attore consunto cui corrono dietro le truccatrici per asciugarne il colante cerone,al Bersani dal volto di lavoratore non abbastanza segnato né espressivo, e dal volto di politico non abbastanza incisivo né comunicativo. È buono, sì, ma per ripetere “vada a casa” come un elettore deluso. Dal Tremonti docente impotente perché non riesce a farsi seguire né dagli studenti né dal Financial Times (cfr.la classifica dei ministri europei del ramo), al Rutelli “vorrei ma non posso”. Dal Casini “è ancora un bell’uomo” al Fini disposto a tutto, quindi a niente, sfuggente nel profilo di combattente da salmeria. Del resto sia anni fa che adesso il Caimano lo ha detto al giovane rottamatore Renzi, del Pd, allora lontano dal Comune di Firenze ma già alla provincia nel cursus previsto: ”Mi piaci proprio, hai una bella faccia”. Mancava soltanto il finale, che è d’attualità oggi. Non gli ha detto “Ragazzo, vieni via con me?”

Fonte articolo 'Il Fattto Quotidiano'
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sabato 4 dicembre 2010

Riforma Gelmini, frutto bipartisan di Alberto Burgio

(vignetta Mauro Biani)
Proviamo a fare un primo bilancio della battaglia sull’università, all’indomani del voto della camera sulla cosiddetta riforma Gelmini. Che si tratti di una legge pessima non vale la pena di ripeterlo. Dovesse andare in vigore (se il governo sopravvivrà e avrà tempo e forza per varare i decreti attuativi), ci troveremmo un’università ancor più autoritaria (tutto il potere ai rettori e agli amministratori, tutti i concorsi in mano agli ordinari), ancora più classista (per l’ulteriore aumento delle tasse di iscrizione), ancora più privatizzata (per l’ingresso delle imprese nei consigli di amministrazione e nelle fondazioni), ancora più ostile nei confronti dei giovani (tutti precarizzati) e ancora più sbilanciata a favore della ricerca applicata (a detrimento dei saperi «inutili» distanti dal mercato). Questo lo sappiamo, e del resto parlano da sé lo scomposto attivismo della Crui e le pressioni della Confindustria coi suoi organi di stampa (in questo caso il Corriere della sera ancor più del Sole-24 Ore). Agli industriali dell’università non è mai interessato altro che poter sfruttare gratuitamente laboratori e saperi per i propri affari. Questa «riforma» glielo promette, il resto è retorica.
Ciò che nonostante tutto sorprende è lo spreco di menzogne sparse a piene mani lungo tutto l’iter della legge (circa due anni). Bugie sui fondi disponibili, bugie sulla lotta ai baroni, bugie sulla sorte dei ricercatori.
L’unico sussulto di sincerità – a tutti càpita a volte di sbagliare – la sedicente ministra l’ha avuto qualche giorno fa quando, sicura ormai del voto favorevole, ha detto che la sua «riforma» l’avrebbe finalmente fatta finita con «l’egualitarismo del ’68». Se pensiamo alla divisione della ricchezza in questo Paese, non si sa se ridere o infuriarsi.
Questo revanscismo di una oligarchia di mediocri e di ignoranti barricati nel privilegio e orgogliosi della propria arroganza è l’aspetto più vergognoso di questa vicenda indecente. Anche se lo stenografico del senato non ne reca traccia (chissà poi perché), la gaffe della ministra che sbaglia accento su egida (pronunciò «egìda», tra il divertito sconcerto dell’aula) resta un paradigma. E un monumento alla meritocrazia di cui costei ama riempirsi la bocca.
Già, la meritocrazia. Tutti zelanti custodi del merito in Italia. Nessuno o quasi sembra accorgersi che premiare i meriti è giusto se non comporta la violazione di diritti (e studiare e formarsi è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini), se a tutti è data la possibilità di dare il meglio di sé e se si dispone di seri criteri di valutazione. Dove queste condizioni non sono assicurate, la meritocrazia è solo la foglia di fico del darwinismo sociale.
Come disse l’amicone di Putin al fedele Vespa, occorreva por fine allo sconcio di un Paese in cui anche i figli degli operai sognavano di diventare dottori. In verità quel sogno era sfumato già da molto tempo, ma certo una legge ad hoc è una bella soddisfazione. E una garanzia.
Il punto, oggi, è capire come si sia arrivati a questo risultato. Non nel lungo periodo, questo lo sappiamo: la Gelmini compie l’opera di distruzione avviata dai suoi predecessori, Berlinguer, Zecchino e Moratti in primis. No: la questione è come mai il ddl ha superato lo scoglio delle commissioni ed è arrivato indenne al voto della camera, mentre il governo, paralizzato, sprofonda tra discariche e festini selvaggi. Fino al crack del Popolo della libertà la domanda non si sarebbe nemmeno posta.
Ma il giocattolo si è rotto e damesi il governo traballa su ogni provvedimento, tant’è che la camera ha dovuto chiudere i battenti sino al 14 dicembre. Anche sull’università il governo è andato sotto su qualche emendamento, al punto di riaccendere le speranze degli studenti e di quella parte del corpo docente che, una volta tanto, è uscita dal suo tradizionale – e complice – torpore. Però il disegno di legge ce l’ha fatta. Come mai? Che cosa l’ha protetto in tutti questi mesi nel disastro generale della maggioranza e ancora in questi giorni, mentre la rivolta infuriava? Quale forza gli ha permesso di arrivare in fondo, in un parlamento blindato come un bunker?
L’unica risposta onesta – almeno evitiamo ipocrisie – è che questa è una «riforma» bipartisan. E che a sponsorizzarla c’è anche il presidente della Repubblica.
Il segretario del Partito democratico salito fin sul tetto di Architettura. Ha lamentato la carenza di fondi per l’università. Ha detto che il governo ha sbagliato a incaponirsi e, finalmente, ha votato contro martedì alla camera. Ma questo dissenso, vero o simulato, non sposta di una virgola il fatto che nel merito la «riforma» realizza un progetto in gran parte concepito dagli "esperti" del Pd. Che vede di buon occhio l’ingresso dei privati e la precarizzazione dei ricercatori.
Che cavalca la retorica «modernizzatrice» della meritocrazia. E che considera un inservibile vecchiume l’idea costituzionale di una università pubblica al servizio del «progresso intellettuale di massa», come dimostra la brillante formula della «concorrenza tra gli atenei », quasi si trattasse di supermercati o di compagnie di assicurazione.
Ciò che la Gelmini dice sull’egualitarismo del ’68 sono in tanti a pensarlo anche tra i suoi sedicenti oppositori. Che costoro non abbiano nemmeno il coraggio di ammetterlo pubblicamente ha molto a che fare col disastro di questo Paese.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Democrazia Km Zero - La politica perduta di Pierluigi Sullo



UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

venerdì 3 dicembre 2010

Democrazia Km Zero - La politica perduta Pierluigi Sullo

(vignetta Mauro Biani)
A mia memoria, ma potrei sbagliare, il tentativo di invadere il Senato da parte di un corteo di studenti è un evento inedito. In decenni di movimenti sociali di ogni genere, a nessuno era mai venuto in mente di cercare di entrare nei palazzi delle massime istituzioni, Senato, Camera o Palazzo Chigi. Assediarli, circondarli, avvicinarsi tanto da far sentire la propria voce sì, è accaduto innumerevoli volte. E il fatto che qualche giorno dopo anche questo sia stato reso impossibile sigillando un’area molto vasta attorno a queste sedi istituzionali, anche questo evento contiene una novità.
Da una parte, studenti e ricercatori hanno comunicato chiaramente che non riconoscono o rispettano più la distanza tra cittadini e rappresentanti: la sacralità di cui il ruolo di parlamentare è stato investito dalla Costituzione e che è sopravvissuta, nonostante tutto, fin qui, si è di colpo sbriciolata. Dall’altra parte, i rappresentanti, e quelli che formalmente sono i loro delegati a governare il paese, si sono tramutati nel marziano a Roma, quello di Ennio Flaiano: un’astronave si è posata nel centro di Roma e ha alzato i suoi schermi protettivi per rendersi irraggiungibile dagli esseri umani. Mi pare che il primo episodio, quello del Senato, sia stato al tempo stesso opravvalutato e sottovalutato.
Si è esagerato in retorica, riflesso condizionato di un’altra epoca, quella appunto in cui chiunque accettava il fatto che lì, in quei palazzi, fosse depositata la sovranità popolare espressa con il voto. Ma, oltre queste condanne di circostanza,
non si coglie, da parte della politica, quanto l’autorevolezza della rappresentanza sia precipitata. La «crisi di sistema» di cui parla Massimo D’Alema è reale, benché la sua ricetta sia, come al solito, un misto di conservatorismo e di machiavellismo: mettiamo insieme tutti quelli che sembrano portare rispetto per le istituzioni e in questo modo saniamo la ferita aperta dal quindicennio berlusconiano. Occorre ben altro, e l’aspettativa che si è creata attorno alla figura di Nichi Vendola vuol dire, almeno dal lato della credibilità dei politici, che molti vanno cercando qualcosa o qualcuno che scarti nettamente dalla deriva del sequestro delle istituzioni da parte di partiti e lobby. Ad esempio: perché i finiani hanno votato la legge Gelmini sull’università? Risposta: solo per una scelta tattica, perché non gli conveniva, far cadere con la legge anche il governo, vogliono aspettare il 14 dicembre. Morale: della rivolta generalizzata di studenti e docenti non gli interessa in realtà nulla. Come sempre, ogni questione, anche la più drammatica o urgente, diventa una pedina nell’ossessivo e autistico Risiko che la politica gioca con se stessa.
Una riprova è quel che sta accadendo nelle grandi città dove in primavera si voterà per rinnovare i sindaci. Il centrosinistra sembra oscillare tra la ricerca di candidati-vetrina e la riproposizione dei soliti noti. A Milano, com’è noto, il giocattolo si è rotto grazie a Giuliano Pisapia e alla miriade di associazioni che ne hanno sostenuto la candidatura nelle primarie. E a Bologna potrebbe ripetersi lo stesso fenomeno. Ma a Torino il sindaco uscente, Chiamparino, l’uomo convinto di poter battere Vendola alle primarie nazionali, ha proposto di candidare Piero Fassino, già segretario dei Ds, già ministro e oggi senza un incarico preciso.
Sembra facile: uno si alza dalla sedia e la offre al suo socio. Gli elettori devono solo dire sì. Ed è quel che è capitato a Roma due anni fa quando, andato via Walter Veltroni per candidarsi a «premier » contro Berlusconi, il posto di sindaco di Roma fu offerto a Francesco Rutelli, che era già stato sindaco della città prima di Veltroni e, nelle elezioni nazionali precedenti, candidato «premier» contro Berlusconi. Il risultato è che oggi sindaco di Roma è Gianni Alemanno. Ma lo stesso fenomeno si sta producendo a Napoli: dei tre candidati attuali alla candidatura a sindaco due provengono dalla vecchia nomenclatura bassoliniana, il terzo dall’antico Pci, e lo stesso Bassolino, che forse perfino spera di ridiventare sindaco dopo i trionfi regionali, dice che sono impresentabili.
Per chi voteranno i cittadini che organizzano da sé la raccolta differenziata o gli studenti che vanno a manifestare a Pompei, tra un crollo e l’altro? Chi ridarà loro la politica perduta?

Fonte articolo 'IL Manifesto'
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UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

sabato 27 novembre 2010

L’antiamore vincente di Berlusconi di Christian Raimo

(vignetta Mauro Biani)
In attesa di governicchi istituzionali, discese in campo di montezemoli, terzi poli e poletti, crisi pilotate, Bersani che racconta per la ventesima volta la metafora del cerino, di lacerazioni interne agli schieramenti, Casini redivivo, resistenze da ultimi giapponesi delle truppe berlusconoidi, Mara Carfagna che si atteggia a pasionaria, ecco, noi, facciamo un’altra ipotesi. Immaginiamo che nei prossimi tempi venga invece fuori un video, finalmente! Venti minuti che ritraggono un rapporto sessuale di Berlusconi con qualcuna delle sue ragazze pagate. Non si sa chi l’ha fatto, non si sa chi come è arrivato alla tale redazione, non si sa se c’è un ricatto dietro... Subito le reazioni sarebbero ovviamente clamorose, ultimative. L’opposizione, i giudici, i giornali, l’opinione pubblica, la Chiesa, chiunque: quello che succede ogni volta, ma stavolta elevato all’ennesima potenza.
E mettiamo che nel video si veda – come per uno qualsiasi dei tanti filmati che vengono caricati ogni giorno su youporn – un Berlusconi che goda e faccia godere questa ragazza, scherzi, mosse da macho, parolacce, sculacciate, pose erotiche: una scopata come tante. Ma mettiamo ancora che il giorno dopo, Berlusconi invece di dimettersi da ogni ruolo pubblico, di nascondersi sommerso dalla vergogna, di ammettere di avere avuto un comportamento dissoluto, di essere ormai incontenibile, o di essere malato addirittura; ancora una volta rilanci e dica: «Avete visto, ho settantacinque anni, e mi faccio minimo una donna al giorno». Dichiarazioni indignate, manifestazioni in piazza, scomuniche.
Potrebbe esserci velocissimo, un super-rimpasto di governo. Un rimescolamento politico globale. Elezioni. Campagne moralizzatrici. Eccetera. E poi? Altri video. Dichiarazioni a gò gò. Sputtanamenti incrociati. Una sessuopoli che coinvolge politici e vari e eventuali.
Ossia. Non è forse questo che stiamo aspettando? Una scena orgiastica terminale che ci faccia veramente dire basta, non a questo governo, ma a questo tardo impero prolungato oltre ogni limite? E se invece il sentimento di massa fosse l’opposto di quello che pensiamo ci accomuni? E se gli italiani non volessero (come auspicava Vendola nella sua videolettera) un paese più sobrio, e rispetto a un video del genere, alzassero invece le spalle, o provassero anche un po’ di arrapamento, o di invidia – come di fronte alle foto di una Ruby o di una Nadia Macrì postate con grande dovizia sui siti di Repubblica.it o del Corriere.it ?
Dall’altra parte, in attesa del momento del crollo definitivo, del tempo di non ritorno, con queste crisi ormai cicliche del modello berlusconiano, ogni volta tentiamo di trovare quale sia il punto critico che, come in un sistema di leve instabili, faccia crollare tutto il moloch. C’è per esempio chi dice che a parte tutto la vera questione è quella della legalità (1): è un reato andare con le minorenni, è un reato l’abuso di potere, è un reato gestire palazzo Chigi come la propria garconniere. C’è chi non è d’accordo e ribatte che la vera questione è quella del declino del ruolo delle istituzioni (2): un presidente del consiglio puttaniere non è una bella immagine, chi ci dovrebbe rappresentare nel mondo ci fa vergognare e ridere dietro. Ma per altri il punto non è ancora centrato, per qualcuno si tratta piuttosto di una questione di sicurezza (3): abbiamo un
premier ricattabile, in balia dei suoi ruffiani e delle marchette malintenzionate. O ancora, c’è chi replica che anche questo non c’entra nulla, il vero nodo è la questione morale (4): avete presente con che schifoso corruttore di ragazzine, rimestatore di ciarpame, abbiamo a che fare? avete presente quanto quest’uomo se ne frega delle regole, perfino quelle del più comune senso del pudore? E c’è pure chi non è d’accordo con nessuna di queste prospettive e sostiene che l’unico discorso che andrebbe sostenuto è quello politico (5): questo governo non sta facendo nulla per il bene del paese, paralizzato dall’infinito vortice delle beghe sessuali e giudiziarie del suo leader.
E potremmo continuare, o ricominciare da capo.
La cruda realtà però è che su nessuno di questi piani è stata possibile fino ad ora una sconfitta decisiva di Berlusconi ipse e – soprattutto – della sua cultura.
Ogni contrasto possibile, o anche tutte queste formule di denuncia messe insieme non hanno dato un risultato acquisito, e soprattutto ci lasciano con l’inquietante sensazione che – a Berlusconi sconfitto, uscito dall’agone, morto – lo scenario sociale e politico che si aprirebbe potrebbe essere anche peggiore.
Qual è forse allora il rimosso che non vogliamo considerare, cos’è che ci permetterebbe di capire quale è il volto del potere berlusconiano? Paradossalmente, la vera facies di Berlusconi è proprio quella che abbiamo di fronte agli occhi. Perché in fondo lui non fa altro che portare l’osceno (l’ob-sceno, quello che è fuori dalla scena) in primo piano. Gli affidi lampo delle igieniste dentali, le selezioni all’ingresso di Fede, le canzoni di Apicella, le barzellette su negri, troie & froci: vi sembra che tutto questo sia nascosto nel suo comportamento? vi sembra che Berlusconi occulti una parte del suo carattere e dei suoi modi di fare?
E allora domandiamoci piuttosto qual è la più profonda oscenità che ci mostra? Non l’illegalità, non l’immoralità, non la volgarità, non l’incompetenza politica. Ma una lesione più lacerante – perché è quella che ci attraversa. Una ferita che abbiamo difficoltà a riconoscere perché riguarda anche noi.
La verità è che le vicende sessuali del nostro presidente del consiglio mettono in evidenza il funzionamento del capitalismo nella sua versione più cristallina, e elementare, indifferente all’umano.
L’osceno che ci viene spalancato non è quello di un capo di stato settantaquattrenne che va con le ragazzine infischiandosene della sua sicurezza personale e del buon nome delle istituzioni. No: l’osceno è il consumo dell’essere umano come gadget. Un cinismo abissale mescolato a un narcisismo patologico che ci fa pensare che gli esseri umani siano cose di basso valore. A questo sono state ridotte le Ruby e le Noemi. A puri oggetti. A piccole icone portatili. A nomi sulla bocca di tutti. E non solo perché prostitute, ragazze-immagine (come si dice in un neologismo accettato e aberrante), ma perché figure completamente svincolate dalla loro umanità.
La domanda allora diventa un’altra. Non è più come far cadere Berlusconi, o come sbarazzarci della sua cultura, ma: noi, sapremmo restituirgli questa umanità? Quando, per fare un esempio apparentemente moralista, clicchiamo sulle foto di Ruby sugli schermi dei nostri computer, quale differenza profonda c’è tra noi e Berlusconi che esamina i photo-book che gli procura Emilio Fede? Quale diversità sostanziale c’è tra il ballare il bunga bunga e lo scaricarsi il nuovo calendario di Maxim reclamizzato dal Corriere in questo modo: Jihane senza veli – marocchina (come Ruby) da calendario? Ogni volta, cos’è che stiamo pensando?
È forse in questo senso che potremmo comprendere perché il piano sul quale si può sconfiggere il berlusconismo è proprio quello sul quale lui e i suoi imitatori si dichiarano leader incontrastati. Ed è – sembra una boutade – quello dell’amore. Senza che ce ne accorgessimo, l’impoverimento umano del ventennio berlusconiano ha riguardato fino in fondo la sterilizzazione della forza erotica, ossia di quella possibilità che abbiamo, attraverso l’amore, di unire il desiderio al godimento. L’amore è questo, ed è insieme la capacità di riconoscere il proprio desiderio ma anche il suo limite, la sua incertezza. L’amore, mostrandoci la nostra profonda parzialità, ci rende intimamente umani. E ci libera da quel demonio del vedere gli altri come semplici oggetti o come creature inattingibili. L’amore è quella chance che abbiamo che di conoscere l’altro senza che questa relazione annulli noi o lui.
Il capitalismo cinico, di cui il berlusconismo è solo la versione più compiuta, ha invece svuotato e continua a svuotare l’amore di qualsiasi senso. Non esiste più referente per ciò che significa desiderio, mancanza, intimità, immaginazione. Si vede bene come il suo partito dell’amore è una delle tante ideologie mortifere che ha deturpato la simbolica amorosa. Il rapporto con l’altro (non solo l’altro sesso) nel suo universo di ville certose è ridotto amero consumo. La seduzione è equiparata al ricatto dei soldi e dei braccialetti uguali per mille. La tenerezza è un’igienista dentale che ti viene a recuperare in questura e poi ti lascia nuovamente per strada. La fiducia è quello di un papi o un Brunetta che ti promette di aiutarti con i tuoi affari ma poi non si fa più sentire. Berlusconi è l’antiamore. Solo allora se riuscissimo a pensare quanto il cinismo delle nostre vite ci faccia alle volte assomigliare a lui, forse potremmo cominciare a essere veramente diversi da questo tipo di uomo incapace di amare.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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