Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 4 ottobre 2011

Opposizione a sua insaputa di Marco Travaglio

(vignetta tratta da depresso gioioso)
Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione. Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze. Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli. La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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giovedì 4 agosto 2011

Ultima chiamata di Marco Travaglio

(foto tratta da referendum legge elettorale)
Chi si salverà dall’apocalisse prossima ventura della Seconda Repubblica? Non B., le cui performance al bungabunga, per quanto penose (soprattutto per le ragazze), sono comunque migliori di quella di ieri alla Camera. Non Bossi, che ha deciso di perire con lui, abbracciato al suo cadavere politico. Non Tremonti, avviato sul viale del tramonto per casini di case. Non i Responsabili o come diavolo si chiamano: basta guardarli in faccia. Potrebbero salvarsi gli oppositori, almeno quanti riusciranno a essere o almeno ad apparire alternativi alla casta e al berlusconismo: ma appaiono tutti impallati, ingessati, imbalsamati. Bersani e D’Alema li possiamo salutare con una prece, grazie alle gesta dei loro fedelissimi Morichini, Pronzato, Penati & C. Ma il Pd è un grande partito e potrebbe redimersi con un salto di genere (Bindi) o di generazione (Zingaretti). Piercasinando è un simpatico trasformista, ma basta dare un’occhiata accanto a lui per notare Cesa e sentirsi male. Rutelli non pervenuto. Fini ha sbagliato tutte le mosse tranne una (mollare B.). Vendola si dibatte tra un’immagine di leader movimentista e una realtà di governatore continuista e parecchio sgangherato. Di Pietro oscilla fra un passato di tribuno da piazza e una concorrenza grillina che lo spinge a cercar voti fra i centrodestri in fuga. Eppure un’occasione d’oro per scrollarsi di dosso la puzza di casta ce l’avrebbero: il referendum elettorale per cancellare il Porcellum di Calderoli (e Casini) e riportare in vita il Mattarellum. Che aveva mille difetti, ma almeno consentiva agli elettori di scegliersi direttamente – collegio per collegio, con l’uninominale – il 75% dei parlamentari (il resto era distribuito col proporzionale). Il quesito porta le firme di Di Pietro, di alcuni big democratici (Bindi, Veltroni, Parisi) e di Migliore di Sel. L’11 luglio è stato depositato in Cassazione e ora si tratta di raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre. Dopodiché non si potranno più proporre referendum sino a fine legislatura, il che significa che alle elezioni del 2013 dovremmo votare con il Porcellum, cioè lasciar nominare i 945 parlamentari da cinque segretari di partito. A meno che, si capisce, il Parlamento non cambi la legge elettorale: mission impossible, visto che non solo non c’è una maggioranza su una proposta alternativa, ma i due partiti maggiori sono spaccati al loro interno su una miriade di proposte inconciliabili. Solo la pistola puntata del referendum potrebbe indurre le Camere a un estremo atto di resipiscenza. Dunque non si scappa: bisogna raccogliere mezzo milione di firme in meno di due mesi. Parisi e Di Pietro hanno annunciato al Fatto che passeranno l’estate ai banchetti (l’Idv anche per abolire le province). Ma gli altri? Che aspettano i finiani ad aderire e darsi da fare, per sottrarre a Pdl e Lega i voti di tanti italiani di destra schifati da una legge che è la quintessenza della casta? E l’Udc? E Sel? Ma soprattutto: a che gioco gioca il Pd? Le feste estive dell’Unità (o come diavolo si chiamano) sono il luogo ideale per raccogliere le firme. Ma l’astuto Bersani, non contento di aver boicottato e ignorato i referendum su legittimo impedimento, acqua e nucleare, salvo cavalcarli quando si rischiava di vincerli e metterci il cappello quando si sono vinti, sta ripetendo quel tragico errore per tenere insieme il Pd, diviso – tanto per cambiare – su cinque o sei posizioni. D’Alema, all’inseguimento di Casini, tifa proporzionale. E il maggioritario Veltroni, che era addirittura fra i promotori, ha cambiato idea: come sempre è pro “ma anche” contro. Ora però i casi sono due. O il Pd (con Fli, Sel e Udc) dà una mano a Di Pietro e a Parisi, e allora le firme si raccolgono, il referendum si fa, il quorum si raggiunge e il Parlamento di nuovo eletto dal popolo recupera un briciolo di autorevolezza. Oppure crolla tutto e chi finisce sotto le macerie è bene che ci resti. Ps. Da oggi sono in vacanza, quindi questa colonna si diraderà un pochino. Ma conto di tornare presto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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martedì 22 febbraio 2011

I rivoltagabbana di Marco Travaglio

(vignetta linuxap)
Nei paesi seri il voltagabbana è una figura losca, limacciosa, infida, puteolente. Uno che fa ribrezzo a tutti e dunque anche a se stesso. Striscia contro i muri, cerca il buio, spera di non esser notato e soprattutto di non apparire mai a colori, per nascondere meglio il rosso vergogna. In Italia invece il voltagabbana è un furbo di tre cotte, invidiato o almeno compreso, gode di ampio consenso e ammirazione: incede tronfio e giulivo alla luce del sole, convoca telecamere e conferenze stampa, rilascia interviste, dà lezioni, lancia moniti e appelli. Non avendo una reputazione da difendere, può fare e dire qualunque cosa. Se poi è un rivoltagabbana, di andata e ritorno, si vanta due volte, anzi due svolte. Finora, di quest’ultimo modello superaccessoriato con retromarcia multipla di serie, esisteva un solo prototipo: il Mastella, passato da destra a sinistra a destra. Ma ha presto fatto scuola: i berlusconiani divenuti finiani e tornati berlusconiani sono legione. Martedì scorso, sul volo Torino-Roma delle 11, mi ritrovo accanto Roberto Rosso da Vercelli. Lo conosco dal 1992 quando, giovane Dc (corrente Andreotti), creò il movimento “Mani Pulite” e con le sue denunce contribuì a far arrestare in blocco la giunta comunale di pentapartito della sua città. Due anni dopo era già in Forza Italia e lì bivaccò, per cinque legislature, fino a qualche mese fa, quando fu folgorato sulla via di Fli. Una crisi di coscienza per motivi ideali, infatti divenne subito coordinatore regionale dei finiani, facendo infuriare la Siliquini e Menardi (anch’essi rientrati a corte). I giornali ipotizzano un suo ritorno all’ovile. Glieli mostro, lui spalanca il sorrisone: “Tutte balle. Verdini mi chiama un giorno sì e l’altro pure, promette posti di governo, ma non ha capito chi è Roberto Rosso”. Poi si addormenta per il resto del volo. Due giorni dopo ripassa con B. Verdini aveva capito benissimo chi è Roberto Rosso. Il quale spiega al Giornale: “Verdini e Santanchè hanno fatto sì che si incuneasse nella mia coscienza l’idea di un ritorno a casa”. Perché “io sono pronipote di san Giovanni Bosco”, fondatore dei salesiani che lui confonde coi berlusconiani. Il santo dev’essergli apparso in sogno per rammentargli “la mia formazione cattolico-liberale” (era andreottiano, ma fa lo stesso) e metterlo in guardia dalla “deriva laicista che sta prendendo possesso del Fli”. Invece i bungabunga ad Arcore sarebbero molto piaciuti, al santo prozio. Ergo non poteva restare un istante di più “in un partito con l’ossessione dell’antiberlusconismo”. Che strano: a Bastia Umbra, Rosso era in prima fila a spellarsi le mani quando Fini urlò che B. doveva dimettersi. E il 15 dicembre votò la sfiducia al governo B. Poi, casualmente, ha scoperto che i finiani, massacrati per mesi da giornali e tv di B. per ordine di B., non simpatizzano per B. Strana gente, eh? Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata “la direzione nazionale, in cui ascoltavo discorsi da vecchio Msi”, “troppo di destra” per i suoi gusti. Purtroppo don Bosco non è apparso ad altri due rivoltagabbana, Barbareschi e Menardi, che invece lasciano Fli perché “vuole allearsi a sinistra con Vendola”. Poco importa se Fini l’ha sempre escluso. Menardi da Cuneo, che fino all’altroieri tuonava contro il “partito azienda”, dice che ci torna ma “per migliorarlo” e lo farà tutto da solo, con le nude mani. Anzi no, per ora non torna: “Resto a bagnomaria aspettando gli eventi”, farà un gruppo con gli altri come lui: “i Propositivi”, quelli che si propongono. Anche Barbareschi, dopo lo sblocco delle sue fiction Rai, roba da 10 milioni di euro, vuole dare “il mio contributo creativo” al Pdl con “il progetto di wikipolitics”: roba forte. Del resto lui, come Sordi ameregano a Roma, “stavo a Broadway”. E poi “Berlusconi mi ha ringraziato per la coerenza”. E “Verdini ha riconosciuto il mio atteggiamento corretto, serio”. E quando B. ti certifica la coerenza e Verdini la correttezza, puoi dormire tranquillo. È il marchio di garanzia.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 17 dicembre 2010

OPPOSIZIONE- Nessuno annacqui il suo vino di Valentino Parlato

(vignetta punchparide)
Michele Prospero, su il manifesto di ieri ci ha offerto un articolo(leggi l'articolo)stimolante e che invita a riflettere e ragionare. La crisi di Berlusconi – scrive Prospero – c’è ed è insanabile. Berlusconi fa appello ai parlamentari delusi dai loro partiti e un po’ per la delusione, e un po’ di più per l’offerta diministeri o sottosegretariati qualcosa raccoglierà. La crisi dei partiti è indiscutibile e le diserzioni non mancheranno. Ma tutto questo non risolve la crisi del Cavaliere, che sarà anche sempre più pressato della Lega, il cui peso è enormemente accresciuto dopo l’uscita di Fini.
In ogni caso nelle mani di Berlusconi (pur con il timore di una crescita della Lega) resta la carta delle elezioni anticipate, alla quale il Presidente della Repubblica avrà crescente difficoltà a opporre resistenza.
A questo punto per liberarci di Berlusconi si presentano due strade. La prima è quella del logoramento lento: con l’attuale risicata maggioranza il governo andrà un sacco di volte in minoranza. Insuccessi dopo insuccessi che alla fine dovrebbero portare a una crisi politica o (probabilmente) anche fisica dell’attuale presidente del Consiglio. Ma questa linea del logoramento lento (Berlusconi non è scemo) potrebbe anche logorare e indebolire i suoi attuali e possibili avversari.
L’altra linea - quella suggerita da Prospero – è quella delle elezioni anticipate con un cartello di tutti quelli che non stanno con Berlusconi. Con l’attuale legge elettorale, che dà il 55 per cento di parlamentari a chi ha preso il 40 per cento dei voti (e Berlusconi ha ancora credito nel nostro elettorato nel quale l’astensione è crescente) la proposta del fronte unico avanzata da Prospero appare ragionevole. Ma – a mio parere – con un pericolo gravissimo e cioè la berlusconizzazione dei nemici di Berlusconi oppure la loro dissoluzione in un litigioso pasticcio. Pertanto e penso soprattutto al Pd, e altro ancora, ciascuna forza dovrebbe fare uno sforzo di fortissima caratterizzazione.
Alla fine della Seconda guerra mondiale e con la resistenza, ci fu l’unità di tutte le forze antifasciste, ma ciascuno non rinunziò anzi esaltò la sua caratterizzazione. Togliatti fu d’accordo con Badoglio, i democristiani furono d’accordo con i comuni stima nessuno rinunziò, anzi esaltò la sua specificità. Togliatti non disse che il comunismo era passato di moda e neppure De Gasperi (che pure fece un mirabile discorso al teatro Brancaccio di Roma sul contributo dell’Armata rossa) disse mai che si doveva trovare una terza via tra comunisti e democristiani.
Tutto questo per dire a Michele Prospero che l’unità nazionale contro Berlusconi è (anche con l’attuale legge elettorale) l’unica via per liberarci di Berlusconi, ma – ripeto – solo a condizione che ciascuno esalti i suoi caratteri distintivi. Una lotta di liberazione (e quella storica non dimentichiamola) non si fa annacquando ciascuno i suoi caratteri distintivi.
L’obiettivo di battere Berlusconi, di liberarci del suo male non si può realizzare se ciascuno annacqua il suo vino. Ricordiamoci un po’ la storia. D’accordo con Prospero, ma alla condizione che ciascuna parte accentui, senza assurdi settarismi, la proprio fisionomia.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Come arginare il Cavaliere trionfatore di Michele Prospero




IL PALAZZO E LA STRADA - «Dentro» e «fuori», la verità della fiction di Ida Dominijanni

giovedì 16 dicembre 2010

Come arginare il Cavaliere trionfatore di Michele Prospero

(vignetta Pietro Vanessi)
Quali sono le prospettive che si aprono dopo il voto della camera? Con i metodi brutali di acquisizione del consenso che esprimono al meglio lo spirito del suo tempo, Berlusconi assesta un duro colpo ai nemici ma si ritrova solo con un incerottato governo di minoranza in mano. Potrà forse, resistendo ancora un po’ nel fortino assediato di palazzo Chigi, riuscire a strappare qualche altro voto e portarlo a sostegno della sua (poco) nobile causa. Con questo trasformismo molecolare non potrà andare molto avanti nella sua azione secondo un indirizzo politico di maggioranza. Non perché il cavaliere abbia davvero una strategia politica diversa da quella del puro tirare a campare per evitare brutti guai. Ma dell’obiettivo di allargare la sua incerta maggioranza non se ne parla proprio anche adesso che la Lega non farebbe più la voce grossa. Incassata la agognata sopravvivenza, il cavaliere busserà inutilmente, se davvero poi lo farà, alle porte sbarrate del centro. Non troverà molti inquilini disposti ad ascoltare le sue sirene.
Neanche le pie raccomandazioni di qualche alto prelato o la minaccia di fare caccia grossa tra le fila scudocrociate riusciranno ad aprire una breccia significativa perché la rottura di Casini era stata consumata per ragioni sistemiche oggettive e non per calcoli di corto respiro. Sarebbe davvero una ben strana mossa quella di un improvviso soccorso bianco al cavaliere proprio quando il bipolarismo si conferma esangue. Casini non ha alcuna convenienza politica a ridare un pericoloso ossigeno al cavaliere e ad infliggere il colpo micidiale a Fini. Il leader dell’Udc viene da una scuola troppo importante per ignorare che esiste oggi una convenienza sistemica (cui persino il Pd non potrà dirsi estraneo) a contribuire alla sopravvivenza politica del gruppo di Fli. Una convergenza al centro pare inevitabile. E non si tratta peraltro di un semplice e costoso ripiego imposto dal destino crudele ad una banda umiliata e confusa. Il voto, malgrado tutto, introduce un elemento di chiarezza spezzando l’equivoco, che Fli non aveva mai dissipato, che vedeva gli uomini di Fini barcamenarsi tra annunci di permanenza nella area della destra (di cui si contestava solo la distruttiva leadership berlusconiana) e ammiccamenti verso le aggregazioni terzo poliste. Qual è oggi la reale identità di Fli? Partito da Sarkozy, per definire il suo profilo di politico di una destra moderna, in realtà Fini scopre maggiori affinità elettive con la Merkel. La sua cultura politica su punti cruciali è molto più assimilabile a quella del cancelliere tedesco che non a quella populistica dell’Eliseo. Il voto dell’aula non bloccherà le grandi manovre al centro, anzi per certi versi le accentuerà. Il terzo polo, che registra l’infondatezza del bipolarismo attuale e il decadimento berlusconiano, è destinato a compiere un tratto di strada insieme con la sinistra.
Non ha alternative a un compromesso con la sinistra (su temi essenziali come la legge elettorale, la contrattazione nazionale, la precarietà, il ruolo del pubblico, i diritti civili).
E la sinistra? Dovrebbe ripensare al ventennio funesto che ha alle spalle e schivare ogni tentazione di competere con la destra accettando il suo prediletto terreno, quello del populismo e del leaderismo. Nei primi anni ’90 fu la sinistra a evocare il fantasma del cesarismo. La fata malefica referendaria aveva ormai accecato la lucidità politica. Segni invitò i cittadini a travolgere il Quirinale di cartoline con l’invito a incaricarlo quale presidente del consiglio. Occhetto non fu da meno e arrivò a concepire una raccolta popolare di firme per indurre il capo dello Stato a sciogliere anticipatamente le camere “delegittimate”. Padri involontari della seconda repubblica populista e cesarista sono stati gli apprendisti stregoni del nuovismo e del direttismo.
Rimosso il vano chiacchiericcio sulla vocazione maggioritaria, al Pd non resta altro compito realistico che quello di operare come una forza cerniera in grado di costruire una grande coalizione tra quanto si muove alla sua sinistra e le forze che si raccoglieranno attorno al centro moderato.
In passaggi come quelli odierni, che evocano comunque un salto di qualità, occorrerebbe sempre riaprire il terzo capitolo del Principe. Machiavelli vi scriveva che anche «nelle cose di stato», come nella malattia del corpo fisico di ognuno, «nel principio del suo male, è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l’avendo in principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare». All’inizio di una vicenda caotica e inedita nelle sue manifestazioni molto difficile è capire il senso degli eventi, più semplice è però affrontarli con il piglio adeguato una volta che se ne ha la percezione. Se si trascurano i dettagli più rilevanti dei processi in corso si fallisce non solo nella diagnosi ma anche nell’azione politica. Così avvenne nel 1993
quando un processo fortemente regressivo in atto nel paese fu interpretato in maniera
del tutto fantasiosa come la rivoluzione italiana ormai trionfante.
Se la crisi del sistema berlusconiano ha potuto evolvere fino ai limiti del collasso definitivo ciò è dovuto in gran parte alla proposta forte avanzata in estate di un governo di transizione. Con essa è stato possibile accompagnare lo sfilamento di Fini dal Pdl. Quando era ormai sul punto di tramortire, Berlusconi ha scongiurato con le unghie la perdita di potere. In nessun altro paese un leader così malandato riuscirebbe a conservare il potere. Il suo stesso partito avrebbe tutto l’interesse a sostituire un cavallo azzoppato e inadeguato. Ma il Pdl non è un partito, è una persona sola al comando che difende la fortezza del potere quale che siano i costi dell’arroccamento cieco sul piano istituzionale. Malgrado la battuta d’arresto del voto, l’escrescenza del cavaliere è ancora “facile a curare” purché si operi però con la consapevolezza che il sistema è avvitato in una crisi. Per uscirne occorre un altro gioco, non quello vecchio tutto all’insegna del bileadersimo. All’opposizione tocca costruire un’alternativa di sistema politico.
Con il voto della camera la proposta del governo di transizione cessa di essere una proposta credibile e in grado di immettere dinamismo nel sistema. Ha giocato per intero la sua funzione, ora occorre cambiare carta. In questa legislatura non sono più immaginabili governi senza il cavaliere. Ora è lui a condurre le danze. Può campicchiare (ma la Lega lo permetterebbe?) ma non governare perché costretto a convivere con frequenti imboscate. La tentazione del voto è troppo allettante. Berlusconi del resto ha ottenuto quello che voleva: salvare le pelle e con in mano la fiducia andare al Quirinale per richiedere un voto anticipato. In questo duello finale con il colle il cavaliere stavolta ha armi convincenti dalla sua parte. Non è come nel 1994 quando senza più i numeri dalla sua andò da Scalfaro a sollecitare il ritorno alle urne. Non poté ricevere il gradito dono perché Forza Italia era allora solo il terzo partito e quindi in aula erano possibili altre soluzioni di governo che in effetti furono sperimentate. Ora è diverso. Il voto ha dato a Berlusconi la certificazione che la sua proposta di urne subito gode dei consensi della maggioranza. È difficile per il Quirinale apporre resistenza.
Andare al voto con questa legge elettorale per il cavaliere è un’ipotesi di alto gradimento. Con il 40 per cento dei voti potrebbe ancora spuntarla e prendersi così il 55 per cento dei seggi per poi virare vero il Colle. Il suo calcolo è che le opposizioni tra loro ideologicamente molto distanti marceranno in ordine sparso e quindi, con il 60 per cento dei consensi, si accontenteranno di spartirsi il 45 per cento dei deputati. Dinanzi alla cupa prospettiva di un cavaliere trionfatore occorre inventare qualcosa di nuovo come risposta ad una triste emergenza.
Al voto con una grande alleanza costituzionale che si doti di un programma minimo e trovi su alcuni punti qualificanti dei compromessi di alto profilo? È molto difficile,ma forse se ne riparlerà.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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IL PALAZZO E LA STRADA - «Dentro» e «fuori», la verità della fiction di Ida Dominijanni

Ce n'est pas Fini di Marco Travaglio

(vignetta Mauro Biani)
Per come viene descritto da chi lo conosce bene, è prevedibile che la legnata subìta l’altroieri sprofonderà per qualche tempo Gianfranco Fini nella più cupa depressione. Un po’ come dopo la sconfitta del Polo delle libertà nel '96 e vieppiù dopo il fallimento dell’operazione gollista dell’Elefantino, in tandem con Mariotto Segni, alle elezioni europee del '99. Ora è immaginabile che la tentazione di abbattersi sia ancora più forte, visto che in questi mesi Fini s’è giocato tutto: la faccia, la reputazione, la carriera politica, persino la famiglia. La scena del presidente della Camera che esce da Montecitorio sotto le forche caudine degli insulti e dei lazzi dei berluscones va in quella direzione. Ma oggi non è tempo di depressione. Futuro e Libertà – lo dimostrano i sondaggi e i bagni di folla a Mirabello e Bastia Umbra – non è un’operazione di palazzo, una scissione a freddo, ma un approdo condiviso e sostenuto da qualche milione di italiani di centrodestra sfiniti e disgustati da 16 anni di berlusconismo, ma anche da molti moderati costretti a votare a sinistra turandosi il naso. Non sarà certo la vittoria di Pirro del piccolo corruttore, passato in pochi mesi dalla maggioranza più oceanica della storia repubblicana a un misero +3 (per giunta grazie a mostri di coerenza come Razzi, Scilipoti, Cesario, Calearo, Moffa, Siliquini e Polidori), a spegnere quelle speranze. Anzi il martedì nero potrebbe trasformarsi, col tempo, in una bella giornata. La conta del 14 dicembre ha ripulito le truppe finiane, scremando gli uomini dai quaquaraquà: chi aveva un prezzo, l’ha capitalizzato passando alla cassa. Chi non s’è lasciato tentare dai martinpescatori berlusconiani nel momento del suo massimo valore monetario, è prevedibile che non tradirà più quando le offerte saranno inevitabilmente più basse. Il tempo, anche per ragioni anagrafiche, lavora per Fini. Il quale, dopo molti traccheggiamenti ed errori, ha comunque compiuto il gesto politico più coraggioso che si ricordi nella politica italiana dal 1994, paragonabile solo a quello di Bossi & C. quando rovesciarono il primo governo B. (altri tempi, altra Lega). E sappiamo bene quanto costa uscire dal recinto del regime e quanto conviene restarci dentro. Senza i finiani, sarebbero passate leggi oscene come il “processo breve” e il bavaglio sulle intercettazioni. Ora qualcuno – non solo i berluscones doc e gli avventizi tipo Moffa, ma anche Repubblica – invoca le sue dimissioni da presidente della Camera. Si dice che dovrebbe andarsene perché ha perso la partita con B. (ma che c’entra?), o perché non è più super partes (ma quando mai la sua presidenza ha dato motivo di ritenerlo?), o perché ora è passato ufficialmente all’opposizione (ma quante volte il presidente della Camera è stato un esponente della minoranza?), o semplicemente (come scrive Ezio Mauro) “per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva... dal centro”. Tutte opinioni legittime, ci mancherebbe. Noi però pensiamo che è meglio se Fini resta al suo posto. Con l’immonda compravendita dei deputati e le strane infiltrazioni di black-bloc fra i manifestanti, il regime ha gettato l’ultima maschera, rivelandosi più che mai pericoloso ed eversivo. Mai come ora c’è bisogno di una qualche sentinella nelle istituzioni, tanto più vista l’afasia che, per scrupoli istituzionali forse eccessivi, sembra aver colto il capo dello Stato nei giorni di vergogna. Il presidente del Senato sappiamo chi è. Rai e Mediaset sappiamo in che mani sono: le stesse che controllano le forze dell’ordine e i servizi segreti. La Corte costituzionale s’è messa in ferie in attesa di tempi migliori. Il neopresidente della Consob, l’ex viceministro Giuseppe Vegas, appena nominato dal governo, fa onore all’“indipendenza” delle authority restando deputato per votare la fiducia al governo che l’ha nominato. E in questo ammasso di macerie dovrebbe dimettersi Fini? Che cos’è, uno scherzo?

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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mercoledì 15 dicembre 2010

SCILIPOTILANDIA di Oliviero Beha

(vignetta punchparide)
Adesso qualcuno ancora in possesso di un briciolo di onestà politica e di generica buona fede alzi la manina per dire che tutto ciò non era prevedibile. Dico le scene in Parlamento e fuori, questo interminabile Inverno del Patriarca che non ha nulla di epico neppure nel peggio e casomai tutto di grottesco. Come nel finale apparentemente appiccicato (un film nel film) che conclude il “Caimano” di Nanni Moretti. È vero, sullo schermo Lui veniva processato e arrestato e qui no, pare vincente sia pure alla Pirro, ma il clima di paura e fanghiglia era lo stesso di oggi. Devo purtroppo precisare dal mio punto di vista che non credo affatto che sarebbe cambiato nulla con il voto a sfavore del Caimano da parte dei tre/quattro/cinque voltagabbana di una gabbana già consunta dai mille rattoppi e rovesciamenti. Mi rifugio per tale punto di vista nel mio cognome “straniero”, da osservatore, per tentare di abbracciare con lo sguardo più realtà possibile, per sostenere che ovviamente penso a Berlusconi come di gran lunga la principale fonte di disagio oggi in Italia, ma non da solo, non unica causa bensì anche effetto, in un continuo scambio di ruoli e di compromissioni che in fondo il voto di ieri, preannunciato e conclamato addirittura più di una puntata di “Vieni via con me”, ha messo in vetrina con un’evidenza solare, impossibile da ignorare. E difatti, difatti... l’hanno votato nemmeno troppo a sorpresa (“la notte porta al Consiglio dei ministri”) qualche “traditore” che ha “tradito” in extremis il “Traditore” per eccellenza, Fini. Esistono anche i traditori al quadrato. E i voti Lui li ha presi pure da quello dei mutui o da quell’altro disgraziato di Scilipoti che aveva allegato alle sue bestemmie sulla “responsabilità” con i due compari del nuovo gruppo parlamentare addirittura un “testo”, come ha detto in forma di dichiarazione di voto contro la sfiducia alla Camera. Nel frattempo nella stessa “piazza” in cui manifestava tutto il suo disagio nel giorno fatidico il paese “reale” che non ce la fa più, in strada c’era pure quel gruppo di immigrati pagati dal medesimo Scilipoti per inalberare striscioni a suo favore. Che vergogna... Ma che vergogna sarebbe stata anche se l’avesse fatto dall’altra parte, e purtroppo uno Scilipoti è uno Scilipoti comunque, fa categoria e non solo gruppo parlamentare, fa categoria politica, fa categoria personale, è sempre lui comunque voti. In questo caso siamo costretti a guardare il dito, lo Scilipoti acquistato al mercato che vota contro Di Pietro e a favore dell’Inarrestabile, e non la luna che è questa politica non politica, anti-politica, apolitica, un’occupazione abusiva di suolo pubblico che trova la sua giustificazione nel voto del “popolo” e nel voto dei suoi rappresentanti. Ebbene, non è libero il voto nei seggi per una serie di motivi che attengono alla violazione (stra-accettata da tutti) degli articoli competenti della Costituzione, a partire dal 48 e dal 49, e si vede con ogni evidenza come non sia libero il voto in Parlamento. Ieri, come oggi e domani, sono giorni di una nefasta legislatura che è tale perché non sente le urla della strada ma solo le promesse di voto, per il Caimano maggioritario e per i suoi avversari minoritari. Con un po’ di rossore ammetto che non era male la dichiarazione di voto di Casini, pur politico e democristiano fino al midollo, e ho detto tutto... Berlusconi riesce a migliorare e non solo a peggiorare i suoi avversari, se sono autenticamente tali. Quindi nessuna sorpresa, né per il Palazzo né per la Piazza. Si raccoglie ciò che si è oppure non si è seminato. Ps. A un certo punto mi è parso che a Montecitorio il questore di turno chiamasse al voto il deputato “Senzadubbio”: ho controllato di corsa, purtroppo non esisteva, era invece un’interlocuzione… Peccato, davvero peccato per una giornata campale simile di questo orrendo presepe italiano.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Sciliputin di Marco Travaglio




IL PALAZZO E LA STRADA - «Dentro» e «fuori», la verità della fiction di Ida Dominijanni

Sciliputin di Marco Travaglio

Nell’estate del 1994, la prima di B. al governo, Montanelli scrisse sulla Voce: “Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul Palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti”. Sette anni dopo, l’ultima volta che s’incontrarono in tv, nel 2001, Biagi gli chiese una previsione. E lui: “Berlusconi, se vince, governerà senza quadrate legioni, ma con molta corruzione” (il direttore di Rai1, Maurizio Beretta, censurò la frase e fece subito carriera in Confindustria). Ecco, quel che è accaduto ieri nel regno dei morti – Montecitorio, l’unico posto al mondo dove B. ha ancora la maggioranza – è una mirabile sintesi del regime Tv & Corruzione denunciato fin dall’inizio da Montanelli. Anche ieri era scontato il risultato: e non perché si prevedesse che le signore Siliquini e Polidori sarebbero state colte da crisi di coscienza last minute alla toilette o dalla manicure, in perfetta simbiosi con i Calearo, i Cesario, gli Scilipoti e i Razzi; ma perché chi si proponeva di abbattere il regime non l’ha mai, in cuor suo, considerato un regime e dunque s’è comportato come se dovesse rovesciare un normale governo. Come se bastasse chiudere una parentesi aperta nel ‘94 per riportare il paese alla normalità. L’Italia, specie ai piani alti, non è più un paese: 16 anni di berlusconismo l’hanno trasformata in quella “telenovela di borgatari” avvolta in un “sudario di conformismo e di menzogne senza bisogno di leggi speciali” profetizzata dal vecchio Indro. Non c’è più arbitro, a regolare la contesa. La Corte costituzionale se la dà a gambe perché “il clima politico è surriscaldato” (dice il neo-presidente De Siervo, noto cuor di leone, che l’altra notte era da Marzullo). Il Tribunale dei ministri e la Procura di Roma si palleggiano l’indagine su B. per il complotto anti-Annozero e, nel tragitto, spariscono le intercettazioni. Il capo dello Stato, noto anestesista, somministra cloroformio e bromuro, intanto mentre tutti dormono la Banda B svaligia il paese. Un mese fa B. era politicamente morto: bastava votare subito la mozione di sfiducia dei finiani ed era fatta. Invece la cosiddetta “moral suasion” del Colle ha regalato al grande corruttore un mese di tempo per comprarsi quei pochi che ancora non teneva sul libro paga. Fini poi ha sottovalutato l’avversario e selezionato male le truppe d’assalto. Errore tanto più imperdonabile in quanto lui il nemico lo conosce meglio degli altri: avendoci convissuto per tanti anni, avrebbe dovuto reclutare uomini di provata fede e incorruttibilità, col coltello fra i denti, non le Moffe e le Sdilinquini. Ha preferito la quantità alla qualità, mettendosi in casa infiltrati che, al segnale convenuto del mandante, sono usciti allo scoperto. Stesso errore dall’altra parte ha commesso Di Pietro: non contento dei Carrara e dei De Gregorio, ha imbarcato i Razzi, gli Scilipoti e i Porfidia, gente che non occorre il curriculum per tenerla a debita distanza: basta la faccia. Del Pd, che è riuscito a perdere per strada 18 deputati e un terzo dei voti in due anni e mezzo, inutile parlare. Fini almeno ha ammesso la sconfitta. Invece dai perditori piddini, che han collezionato più fiaschi di una cantina sociale, mai un cenno di autocritica. Come disse Violante nel 2002 alla Camera, “Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena nel 1994 che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa Letta. Non abbiamo fatto la legge sul conflitto d’interessi, abbiamo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni e durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte!”. Gli hanno venduto l’Italia e se ne vantano pure.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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SCILIPOTILANDIA di Oliviero Beha



IL PALAZZO E LA STRADA - «Dentro» e «fuori», la verità della fiction di Ida Dominijanni

martedì 14 dicembre 2010

Il regno dei morti di Marco Travaglio

Mentre in Senato, cioè nel regno dei morti, il nano bollito arringava stancamente i suoi simili con l’ultima barzelletta del governo dei miracoli, nel regno dei vivi i poliziotti assediavano la villa di Arcore e la Camera dei deputati: purtroppo non per assicurare alla giustizia gli inquilini, ma per contestare il premier e fischiare il ministro Gnazio La Rissa in segno di protesta contro il taglio dei fondi alle forze dell’ordine. Il De Profundis finale, la pietra tombale su 16 anni di propaganda su “sicurezza” e “legge e ordine”. Si attendono ad horas, negli stessi luoghi, manifestazioni di giubilo e gratitudine di ladri, truffatori, rapinatori, stupratori, spacciatori graziati dall’ennesimo indulto mascherato: quello varato l’altro giorno dalla maggioranza alla chetichella, che dal 16 dicembre manderà a casa migliaia di detenuti perché possano festeggiare il Santo Natale e l’ultimo anno di pena ai domiciliari (memorabile la difesa del viceministro Castelli ad Annozero: “Noi non li mettiamo fuori, li mandiamo a casa”, per l’entusiasmo degli elettori leghisti, che avevano capito male: pensavano che li lasciassero dentro). Oggi il pover’ometto otterrà quasi certamente la fiducia, con uno o due voti di vantaggio, grazie a una quindicina di deputati comprati un tanto al chilo e a tre deputate partorienti. Fiducia a tempo, che durerà fino al ritorno delle tre neomamme dal reparto maternità. Provvederà poi Bossi a staccargli la spina quanto prima e a mandarci a votare. Solo nel regno dei morti, infatti, il governo del Cavaliere Inesistente, quello che “la monnezza da Napoli sparirà in tre giorni”, quello che “ricostruiremo L’Aquila in un anno”, quello del “miglior premier degli ultimi 150 anni”, quello che “Ruby è la nipote di Mubarak”, quello che “Putin è un dono di Dio” e “Gheddafi è un leader di libertà”, quello che “la crisi è passata” anzi “non esisterebbe se non ne parlasse Annozero”, quello del lodo Alfano, della legge bavaglio, del processo breve cioè morto, del legittimo impedimento, dello scudo fiscale pro evasori, dell’antimafia con monumento equestre a Mangano, dei tagli alla cultura, alla scuola, alla ricerca, all’università, alla giustizia, alla sicurezza, ma non ai finti premi per i finti film di Dragomira Bonev, può sopravvivere a se stesso per qualche altro giorno. Anzi, sarebbe già morto e sepolto se Fini non si fosse fatto fregare, per un eccesso di responsabilità istituzionale, dal capo dello Stato che un mese fa gli chiese di rinviare il voto sulla mozione di sfiducia alla Camera al 14 dicembre, dando così il tempo al Grande Compratore di acquistare all’asta i deputati mancanti. Ma forse è meglio così: il voto di oggi è una buona occasione, forse l’ultima, per indurre mezza Italia a riflettere su se stessa. Come han potuto milioni di persone votare per uno così, quand’era chiarissimo fin dall’inizio che era sceso in campo solo per farsi gli affari suoi? Come han potuto interi plotoni di giornalisti e intellettuali spacciarlo per l’alfiere della “rivoluzione liberale”, mentre lui trafficava notte e giorno, nelle ore lasciate libere dalle escort, per scampare ai processi e arraffare milioni? Come ha potuto la cosiddetta opposizione, salvo rare eccezioni, glissare sul conflitto d’interessi che proprio in questi giorni ha esplicato la sua geometrica potenza con l’intero gruppo Mediaset (le consultazioni le faceva direttamente Confalonieri) impegnato a offrire carote ai consenzienti e a minacciare bastoni ai dissenzienti? Sabato, alla manifestazione del Pd, nessuno ha osato ricordare la verità: e cioè che B. è abbarbicato disperatamente non al governo, ma all’annesso legittimo impedimento per sfuggire alla giustizia. Ha dovuto ricordarlo Fini. Dall’altra parte chi lo dice passa per un pericoloso dipietrista. Oggi Fini, da presidente della Camera, sarà costretto ad astenersi come vuole la prassi. Ma, se mancasse un solo voto alla sfiducia, una mossa davvero futurista ce l'avrebbe: dimettersi all’istante e votargli contro. Perderebbe la poltrona, ma passerebbe alla storia.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Non disturbare il manovratore di Marco Travaglio

sabato 6 novembre 2010

Oggi a Perugia Fini fonda un partito. Affonderà Berlusconi? Iaia Vantaggiato

«Non si convocano 5mila persone per lasciare tutto come era prima», garantisce un finiano doc, di quelli duri. Una sola cosa, alla vigilia della convention/battesimo del partito di Gianfranco Fini pare certa: da Perugia non arriverà nessun segnale di pace.
Forse non sarà ancora la rottura conclamata. Anche se Italo Bocchino nega e smentisce, all’interno di Futuro e Libertà la distinzione tra i falchi e le colombe c’è ancora tutta e Fini non può permettersi di perdere pezzi per la strada. Una qualche diplomazia, o più precisamente una certa ipocrisia, dovrà ancora mettere in campo. Ma la stragrande maggioranza dei suoi seguaci vuole bruciarsi i ponti alle spalle. Si aspetta un segnale inequivocabile, e il presidente della Camera sembra determinato a offrirglielo.
Difficile però indovinare oggi in quali forme si tradurrà concretamente quella «linea di demarcazione netta» che i suoi si aspettano e promettono. C’è chi, come Granata e Briguglio, suggerisce il passaggio all’appoggio esterno, il ritiro della delegazione di Fli dal governo. Sino a ieri mattina pareva l’ipotesi più quotata, oggi sembra decaduta. Il Pdl lo prenderebbe come strappo finale, e per Fini la minaccia di perdere l’appoggio dei più influenti fra i suoi seguaci, da Silvano Moffa al capogruppo al Senato Viespoli, diventerebbe più che realistica.
Ma anche la via suggerita dall’ala più dialogante è poco praticabile. Si tratterebbe di elencare una lista precisa di proposte, in particolare sul fronte della politica economica, e subordinare all’effettiva adozione di quelle misure la sopravvivenza del governo e la sorte dei rapporti fra Fli e Pdl. In questo caso, però, per Berlusconi sarebbe un gioco garantire il suo convinto sostegno per poi rinviare all’infinito conquistando così tempo prezioso, sino a rendere se non impossibile molto improbabile la formazione di un governo tecnico. La mossa di Tremonti che, annunciando lo stanziamento di un miliardo per l’università e la ricerca, ha accolto in anticipo quella che certamente sarebbe stata una delle principali condizioni dei futuristi è un segnale molto chiaro in questa direzione.
Oltretutto a uscire scontenta e delusa dalle assise, in questo caso, sarebbe la platea, composta quasi tutta da amministratori locali per cui restare in mezzo al guado è molto più pericoloso di quanto non sia per i parlamentari, e che quindi spingerà con tutte le proprie forze in direzione della scelta drastica.
Per l’ennesima volta nell’arco di pochi mesi, Fini si trova di fronte a una porta molto stretta ed è probabile che lui stesso non abbia ancora preso una decisione definitiva. Ieri ha assicurato di avere le idee già chiarissime, ma ha anche aggiunto che prima di esprimerle pubblicamente, rendendole così irrevocabili, vuole ascoltare con massima attenzione il dibattito per poi «farne una sintesi».
In realtà, l’ex leader di An sa perfettamente di dover non solo trovare la sintesi tra le posizioni dei suoi ma anche sottrarsi a quel gioco del cerino che potrebbe rivelarsi fatale per la sua immagine senza in compenso danneggiare significativamente quella del secondo giocatore, Silvio Berlusconi. Sinora è riuscito a evitare la rottura senza per questo dare l’impressione di essere un leader debole, indeciso o, peggio, ipocrita.
Ma è un esercizio che diventa di passaggio in passaggio più arduo, e uscire da un’assemblea tanto solenne quanto può esserlo la fondazione di un partito limitandosi a palleggiarsi con l’ex alleato la responsabilità di aprire formalmente una crisi che nella sostanza è già spalancata potrebbe rivelarsi fatale per il suo futuro politico. La decisione forse più gravida di conseguenze della sua vita politica, l’ex segretario del Fronte della Gioventù e poi del Msi, ex presidente di An ed ex cofondatore del Pdl la prenderà da solo, tutt’alpiù ispirato dalle note di Goffredo Mameli ma anche di Ennio Morricone e Bruce Springsteen. E condizionato dalla richiesta di chi lo ha sin qui seguito rischiando di pagare un prezzo alto: «Il gioco del cerino deve finire domenica».

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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