Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 24 settembre 2011

Mafiacitorio di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto-24.09.11)
Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989. Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi. Altro che casta, questa è una cosca. L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”. Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette. Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero? E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”. Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”. È tutto un incrociarsi di ricatti, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali. E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande. Ma nelle dichiarazioni pubbliche. Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perché non sei disposto a fare fronte comune”. Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia. Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia. “Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”. Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”. La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”. Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perché un altro l’ha fatta franca. Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”. Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo. E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante. Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”. Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni. E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli). Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio... con le spalle al muro... alle corde... e lui ci dà tutti i soldi che vogliamo”. La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”. E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”. A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte. Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 28 giugno 2011

Ci hanno beccati di Marco Travaglio

L’altro giorno è scomparso un maestro di giornalismo, Lamberto Sechi: il suo motto era “i fatti separati dalle opinioni”. Il motto di Belpietro invece è “le balle separate dai fatti e dalle opinioni”, infatti pubblica solo le prime. Tipo i falsi attentati a Fini e a se medesimo. Leggendo Libero, uno scopre sempre particolari della propria vita ignoti persino a se stesso. Domenica, mentre i giornali veri “aprivano” sul capo di Stato maggiore della Finanza indagato, l’house organ degli Angelucci amicucci di Bisignanucci dedicava alla cosuccia 20 righe a pagina 3. La prima e la terza pagina erano occupate dal mio ritrattone in uniforme massonica (collarino, grembiulino e compassi vari) e da due titoloni per illustrare ben altro scoop: “C’è Travaglio dietro la P4”, “È Travaglio la fonte dei segreti della P4”. Se non sapessi che Libero è l’inserto umoristico di Libero, rischierei di montarmi la testa: non ho mai visto né conosciuto né sentito Bisignani, eppure sono la sua fonte, anzi il suo capo occulto. Talmente occulto da non possedere nemmeno il suo numero di cellulare, peraltro noto a cani e porci, ma soprattutto porche. Lo pilotavo con la sola forza del pensiero. Il segugio belpietresco Martino Cervo copia ciò che abbiamo scritto noi e altri giornali veri: Bisi dice di aver appreso dal Fatto l’indagine di Potenza su Letta (poi trasferita a Roma e a Lagonegro). È possibile: il Fatto pubblicò la notizia nel primo numero, il 23 settembre 2009. Ma solo perché gli altri giornali, tutti al corrente di quelle carte da mesi, non avevano osato scrivere una riga. Ma nessuno accusa Bisi di aver spifferato la notizia a Letta, che peraltro la sapeva ben prima che uscisse sul Fatto (i suoi legali erano informati della proroga delle indagini). Semmai i pm accusano Papa di essersi attivato per conto di Bisi per saperne di più alla Procura di Roma. Una persona sana di mente, a questo punto, si domanderà: che c’entra tutto ciò col titolo “C’è Travaglio dietro la P4”? Un po’ di pazienza, perché Libero ha un altro scoop: il 24 settembre 2010 la segretaria di Bisi, Rita, informa il capo che “l’ha cercato quello del Fatto, Barbacetto”. E, annota malizioso il Cervo, “non è neppure detto che il giornalista abbia poi parlato col ‘lobbista’ come chiedeva”. Ma tanto basta per dire che “C’è Travaglio dietro la P4”. Inutile spiegare a questi poveretti che, casomai, ci sarebbe Barbacetto: sempreché avesse spifferato a Bisi “i segreti della P4”. Come si fa a sapere se ci ha parlato? Basta leggere la riga seguente del rapporto investigativo, dove Bisi dice che di parlargli “non me ne frega niente”. E basta leggere le collezioni del Fatto per scoprire che Barbacetto (come Lillo) stava levando la pelle a Bisi in una serie di articoli: correttamente, chiamava la segreteria per avere la sua versione e offrirgli il diritto di replica, come fa ogni buon giornalista (quindi quelli di Libero non c’entrano). Voleva chiedere, non passare qualcosa. È questa la differenza fra un giornalista e un qualcos’altro, anche se è difficile farlo capire ai segugi berlusconidi. Prendete Gian Marco Chiocci del Giornale. L’abbiamo sfottuto per la disavventura al phonecenter per immigrati a Roma dove s’era rifugiato per chiamare Sallusti lontano da orecchi indiscreti, ignaro che il locale era intercettato in un’indagine di droga. Lui ha ricevuto la commossa solidarietà di Franco Viviano, cronista di Repubblica (lo stesso giornale che iscrive Chiocci alla “macchina del fango”). E ora minaccia di trascinarci in tribunale e all’Ordine (quello che ha appena sospeso il suo direttore) per l’accostamento con l’“apprendista spione” Farina, alias Betulla. Ma non è colpa nostra se Farina cercava notizie sul Sismi non per scriverle, ma per girarle al Sismi; e Chiocci cercava notizie sul temuto arresto di Rosa Santanchè non per scriverle, ma per girarle a Olindo Sallusti. Invece noi del Fatto siamo gente strana: le notizie le cerchiamo per pubblicarle. Non siamo proprio i capi della P4, ma ci piacerebbe tanto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 26 giugno 2011

Sì, c’è da essere storditi di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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lunedì 20 giugno 2011

DUE MILIONI, TUTTI IN PIEDI-Durante la diretta la Rai, Mediaset e La7 hanno perso 9 punti di share rispetto a venerdì scorso. di Carlo Tecce

Tutti in piedi nel parco di villa Angeletti o incapsulanti davanti al maxischermo di via Indipendenza a Bologna oppure seduti a casa con televisioni e computer accesi. Tutti: sono due milioni di persone. Che guardano un evento diverso per chiedere un televisione diversa, che Roberto Benigni riassume in tre parole: “L'Italia s'è desta”, e dunque Signori, entra il lavoro per i 110 anni del sindacato Fiom. Due milioni che si vedono e si ramificano in molteplici direzioni: trentamila dal vivo, centinaia di migliaia dai vari siti, più di un milione dai canali digitali, satellitari, locali. Tanti fili per una rete: “Un mosaico di più fonti d'informazione – dice Michele Santoro - con un numero importante di spettatori. Una multi-piattaforma che, secondo gli indizi, è uno strumento vincente anche per l'ascolto”. Il pubblico che arriva con percorsi non convenzionali ferisce la televisione generalista : le sei reti di Rai e Mediaset più La7, rispetto a sette giorni prima, perdono 9 punti di share durante la diretta di villa Angeletti.
I TRANSFUGHI vanno ritrovati nel gruppo di emittenti regionali, nei siti dei giornali nazionali e dei movimenti, nei dati di Rainews (150 mi-la persone in differita di un’ ora e mezza) e di Current. La fascia di giovani dai 20 ai 24 anni ha premiato la rete di Al Gore, che resiste con un avviso di sfratto di Rupert Murdoch con scadenza tra un mese: 253 mila persone (e picchi di 702 mila) hanno visto Tutti in piedi su Current, regalandole la prima piazza col 16 per cento di share tra il pubblico di Sky. Quasi un milione di italiani hanno seguito la satira di Vauro e le canzoni dei Subsonica attraverso la schiera di televisioni locali. Ma soltanto una piccola parte viene rintracciata con le rilevazione Auditel: 155mila Telenorba, 133 mila Telelombardia, 132 Rtv 38, 34 mila Antenna Sicilia. Anche internet è l'azionista di riferimento di Bologna: 85 mila utenti in media su Repubblica.it  , 50 mila sul Fat  toquotidiano.it   e 50 mila contatti su Corriere.it  .
Tutti in piedi non ha un editore né un canale certo, una sigla e neppure un direttore, nessuna circolare di viale Mazzini e nessun timbro per la scaletta eppure un evento gratuito è costato quanto ha incassato: stessa cifra in entrata e in uscita, circa 150 mila euro. La sottoscrizione spontanea di 2,5 euro con un accredito postale o una telefonata ha raggiunto 40 mila euro, le 4 pubblicità vendute ne hanno fruttati circa 120 mila: e dunque le quasi 4 ore di diretta, fra musica, lavoro, giustizia e sindacato, pareggiano i conti (anche perchè tutti i partecipanti erano “gratis”).
L’ESPERIMENTO di Bologna spiega come sia possibile la televisione economicamente sostenibile e libera per definizione. Nei giorni di complesse indiscrezioni sull’imminente passaggio di Santoro a La7, nonostante il sondaggio di piazza in villa Angeletti (“Alzi la mano chi vuole ancora Annozero in Rai”), ecco una nuova e affascinante soluzione: la televisione senza editori né padroni, pubblici o privati che siano; facce mai viste nei telegiornali di Augusto Minzolini (Tg1) e Clemente Mimun (Tg5); spettatori che cercano l’evento e scelgono come vederlo. Serena Dandini, conduttrice d’eccezione con Vauro, a Bologna indossava una maglia con scritta rossa: “Orgoglio Rai”. Nessuno ieri ha replicato a migliaia di mani alzati che invocavano il ritorno di Annozero su Raidue. Adesso che viale Mazzini ha buttato nel cestino una trasmissione che lascia in eredità 20 milioni di euro di pubblicità in 5 anni, Paolo Ruffini (direttore di Raitre) chiede di pensarci bene prima di tagliare pure Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano: “Fatevi sentire, abbiamo bisogno anche della vostra voce. Sull'impegno di Rai3 potete contarci”. Cose da Rai: un direttore di rete, consapevole dell’indifferenza dei suoi dirigenti, è costretto a rivolgersi al pubblico per salvare Vieni via con me, una trasmissione che vale 10 milioni di persone. Ecco perché Bologna ha scritto due tempi del vero servizio pubblico: Raiperunanotte era contro la censura di viale Mazzini, Tutti in piedi è oltre.

Fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 18 giugno 2011

Il segugio di Marco Travaglio

(vignetta ellekappa-repubblica.it)
Dura la vita del segugio. Prendete Gian Marco Chiocci, il watch dog più olfattivo del Giornale. L’estate scorsa la trascorse fra Montecarlo e il mobilificio Castellucci sull’Aurelia, all’inseguimento della celebre cucina componibile Scavolini di casa Tulliani. Poi traslocò a Saint Lucia, Caraibi, alle calcagna del pirotecnico ministro Francis. Rischiò anche un dirottamento in quel di Mantova, quando il vicedirettore Porro minacciò il portavoce di Confindustria di “sguinzagliare i nostri segugi contro la Marcegaglia”. Mai un attimo di requie. L’altro giorno nuova mission impossible: scoprire le intenzioni delle toghe rosse napoletane che indagano su Bisignani, dunque terrorizzano Rosa Santanchè e, di carambola, Olindo Sallusti. Lui va, annusa e riferisce la solita patacca allo zio Tibia: “Vogliono arrestare la Daniela”. Ma, astuto come una volpe, non chiama dal suo cellulare: a furia di scrivere che siamo tutti intercettati, ha finito per crederci e dunque s’infila in un phone center per immigrati. Lì, quatto quatto, gatton gattoni, occhiali scuri e cappello alla Sherlock Holmes, orecchie volpine mimetizzate sotto il bavero alzato dell’impermeabile, comunica al direttore la ferale notizia, ovviamente farlocca. Pare che uscendo, tutto compiaciuto per aver eluso i controlli del Grande Fratello Togato, faccia il gesto dell’ombrello. Non sa, il tapino, che proprio quel phone center, l’unico in tutta Napoli, è al centro di un’indagine per droga: tutti i telefoni sotto controllo, cimici e microcamere in ogni dove. Così, in tempo reale, gli investigatori intercettano la chiamata, che finisce agli atti dell’inchiesta P4. Cosa che non sarebbe accaduta se il segugio avesse usato il portatile. Individuare i movimenti dell’unico bianco in un locale tutto occupato da africani, cinesi e cingalesi è piuttosto agevole. La scena ricorda quella di Fantozzi che, volendo chiamare il megadirettore galattico in incognito, per non farsi riconoscere s’infila una patata in bocca, si calza una pentola in testa, si pinza il naso con una molletta da bucato e annuncia trionfante a Filini: “Faccio l’accento svedese”. Compone il numero, biascica un “pron…” e già il megadirettore lo sgama: “Fantocci, è lei? Si tolghi subito quella patata di bocca”. Viene anche in mente l’episodio clou della breve e ingloriosa carriera di Renato Farina al servizio del Sismi di Niccolò Pollari e del fido Pio Pompa. Pollari teme di finire nei guai per il sequestro di Abu Omar e il 19 maggio 2006 Pompa spedisce Farina, alias “agente Betulla”, alla Procura di Milano in missione per conto di dio, come i Blues Brothers: deve carpire notizie top secret sulle indagini con una finta intervista ai pm Spataro e Pomarici, e possibilmente depistarli con false informazioni sulle complicità della Digos e di un pm nel rapimento (una manovra per far trasferire il processo a Brescia). Farina Doppio Zero, allora vicedirettore di Libero, non sa che Pompa è già intercettato: i pm, quando accettano di parlargli, già sanno tutto. E stanno al gioco. Lui, rotolando trafelato verso la Procura, ripassa le domande al telefono con Pompa. Poi sale nell’ufficio dei pm che lo aspettano al varco, gli vendono un po’ di fumo e, trattenendo il riso con terribili sforzi maxillofacciali, gli domandano perché sia così interessato al ruolo di Pollari nel caso. “Io sono cattolico – improvvisa il machiavellico spioncino – e mi spiacerebbe se un cattolico come Pollari facesse cose brutte”. Manca poco che i magistrati finiscano sotto il tavolo per le risate. Lui intanto scende in strada e fa rapporto a Pompa: “È stata durissima, ho rischiato l’arresto, ma alla fine li ho messi all’angolo e ho avuto quel che cercavo”. Cioè un sacco di balle. Farina patteggerà sei mesi per favoreggiamento nel sequestro e sarà radiato dall’Ordine dei giornalisti. Ma ora l’agente Doppio Zero ha un erede. Piccole Betulle crescono.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 12 giugno 2011

Brava gentaglia di Marco Travaglio

Dura la vita di chi deve mentire sempre, non può mai dire ciò che pensa e, quando esce di casa ogni mattina, indossa la maschera per apparire il contrario di ciò che è. Questo è il destino della corte dei miracolati che da 17 anni circonda B. Politici, portaborse, giornalisti, intellettuali, semplici elettori non fanno che nascondere la verità (anche a se stessi) per continuare a dargli ragione, a difenderlo, a votarlo, qualunque cosa faccia e dica. Poi viene il momento di mettersi in pantofole e dire finalmente qualche liberatoria verità. Di nascosto, sottovoce. È accaduto anche a madama Daniela Garnero da Cuneo, maritata Santanchè, sottosegretario all’Attuazione del programma, al telefono con il compaesano e socio Flavio Briatore. Il 3 aprile, come anticipato dal Fatto la settimana scorsa, la Finanza che indaga sulle presunte evasioni fiscali del manager cuneese, intercetta un paio di colloqui fra i due. Parlano di alta politica (il nuovo sindaco di Cuneo), poi Briatore racconta che è andato a trovarlo Lele Mora e gli ha confidato: “Tutto continua come se nulla fosse”. Cioè i bungabunga presidenziali. Lei: “Roba da pazzi”. Lui: “Non più lì (ad Arcore, ndr), ma nell’altra villa (Gernetto, sede dell’Università delle Libertà, ndr). Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Come prima più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro. Centovetrine”. Lei: “Ma ti rendi conto? Ma sei sicuro che lui ha ripreso?”. Lui: “Sì, al cento per cento”. Lei: “Io sono senza parole”. Difficile immaginare la Santanchè senza parole, infatti continua: “Ma perché?”. E lui: “È malato, Dani! Il suo piacere è vedere queste qui stanche che vanno via da lui. Oh, queste qui ormai lo sanno! Dopo due botte cominciano a dire che sono stanche, che le ha rovinate”. Lui e lei sanno tutto delle ragazze che si prostituiscono ad Arcore per il “vecchio porco” (copyright Belpietro) ansioso di sentirsi decantare le sue virtù di maratoneta, così si liberano prima e magari la busta del rag. Spinelli cresce di volume. Pochi giorni prima a La7 madama Garnero mascherata da Santanchè tuonava contro l’inchiesta Ruby: “Queste ‘verità’ non hanno riscontri oggettivi. Un’inchiesta spionistica e dispendiosa che viola la privacy del premier senza un reato. Queste ragazze raccontano balle. Sono stata a pranzi e cene ad Arcore, ma non ho mai visto le cose che si raccontano. A me non risulta che sia facile entrare ad Arcore, ma spiare Arcore. È spionaggio, stupro, un brutto trucco della Procura”. Negli stessi giorni in cui il lato A di madama parlava dei bungabunga con Briatore, il lato B votava con altri 313 deputati la mozione su Ruby nipote di Mubarak: nessuno di quei 314 “onorevoli” ha mai creduto per un solo istante a ciò che stava votando. “Mora – rivela l’amico Flavio – era in estrema difficoltà e Fede gli ha preso il 50% dei soldi” (prestati da B., ndr). E poi Fede è andato a dire al Presidente ‘erano i soldi che gli avevo prestato’. Invece non è vero, figlio di puttana”. La Santanchè tornata Garnero (lato B) commenta lapidaria: “Che gentaglia”. Briatore si trasforma in un vecchio saggio: “Ha ragione Veronica, è malato. Uno normale non fa ‘ste robe qui. Adesso Lele, che gli continua a portare, a organizzare questo, è persino in imbarazzo lui!”. Lei: “Vabbè, ma allora qua crolla tutto”. Lui diventa addirittura uno statista: “Dani, qui parliamo di problemi veramente seri di un Paese che dev’essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei la notte. Ma non per le troie: per la situazione in Italia. Prima o poi la gente comincia a tirare le monete”. Lei: “Stanno già tirando”. Un mese dopo la Garnero (lato B) torna Santanchè (lato A) e starnazza in Tribunale: “La Boccassini è una metastasi”. In privato, per l’onorevole double face, il malato è il premier e la gentaglia sono i Fede. In pubblico la malattia sono i magistrati. Tanto la gente vede solo il lato A.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 22 febbraio 2011

I rivoltagabbana di Marco Travaglio

(vignetta linuxap)
Nei paesi seri il voltagabbana è una figura losca, limacciosa, infida, puteolente. Uno che fa ribrezzo a tutti e dunque anche a se stesso. Striscia contro i muri, cerca il buio, spera di non esser notato e soprattutto di non apparire mai a colori, per nascondere meglio il rosso vergogna. In Italia invece il voltagabbana è un furbo di tre cotte, invidiato o almeno compreso, gode di ampio consenso e ammirazione: incede tronfio e giulivo alla luce del sole, convoca telecamere e conferenze stampa, rilascia interviste, dà lezioni, lancia moniti e appelli. Non avendo una reputazione da difendere, può fare e dire qualunque cosa. Se poi è un rivoltagabbana, di andata e ritorno, si vanta due volte, anzi due svolte. Finora, di quest’ultimo modello superaccessoriato con retromarcia multipla di serie, esisteva un solo prototipo: il Mastella, passato da destra a sinistra a destra. Ma ha presto fatto scuola: i berlusconiani divenuti finiani e tornati berlusconiani sono legione. Martedì scorso, sul volo Torino-Roma delle 11, mi ritrovo accanto Roberto Rosso da Vercelli. Lo conosco dal 1992 quando, giovane Dc (corrente Andreotti), creò il movimento “Mani Pulite” e con le sue denunce contribuì a far arrestare in blocco la giunta comunale di pentapartito della sua città. Due anni dopo era già in Forza Italia e lì bivaccò, per cinque legislature, fino a qualche mese fa, quando fu folgorato sulla via di Fli. Una crisi di coscienza per motivi ideali, infatti divenne subito coordinatore regionale dei finiani, facendo infuriare la Siliquini e Menardi (anch’essi rientrati a corte). I giornali ipotizzano un suo ritorno all’ovile. Glieli mostro, lui spalanca il sorrisone: “Tutte balle. Verdini mi chiama un giorno sì e l’altro pure, promette posti di governo, ma non ha capito chi è Roberto Rosso”. Poi si addormenta per il resto del volo. Due giorni dopo ripassa con B. Verdini aveva capito benissimo chi è Roberto Rosso. Il quale spiega al Giornale: “Verdini e Santanchè hanno fatto sì che si incuneasse nella mia coscienza l’idea di un ritorno a casa”. Perché “io sono pronipote di san Giovanni Bosco”, fondatore dei salesiani che lui confonde coi berlusconiani. Il santo dev’essergli apparso in sogno per rammentargli “la mia formazione cattolico-liberale” (era andreottiano, ma fa lo stesso) e metterlo in guardia dalla “deriva laicista che sta prendendo possesso del Fli”. Invece i bungabunga ad Arcore sarebbero molto piaciuti, al santo prozio. Ergo non poteva restare un istante di più “in un partito con l’ossessione dell’antiberlusconismo”. Che strano: a Bastia Umbra, Rosso era in prima fila a spellarsi le mani quando Fini urlò che B. doveva dimettersi. E il 15 dicembre votò la sfiducia al governo B. Poi, casualmente, ha scoperto che i finiani, massacrati per mesi da giornali e tv di B. per ordine di B., non simpatizzano per B. Strana gente, eh? Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata “la direzione nazionale, in cui ascoltavo discorsi da vecchio Msi”, “troppo di destra” per i suoi gusti. Purtroppo don Bosco non è apparso ad altri due rivoltagabbana, Barbareschi e Menardi, che invece lasciano Fli perché “vuole allearsi a sinistra con Vendola”. Poco importa se Fini l’ha sempre escluso. Menardi da Cuneo, che fino all’altroieri tuonava contro il “partito azienda”, dice che ci torna ma “per migliorarlo” e lo farà tutto da solo, con le nude mani. Anzi no, per ora non torna: “Resto a bagnomaria aspettando gli eventi”, farà un gruppo con gli altri come lui: “i Propositivi”, quelli che si propongono. Anche Barbareschi, dopo lo sblocco delle sue fiction Rai, roba da 10 milioni di euro, vuole dare “il mio contributo creativo” al Pdl con “il progetto di wikipolitics”: roba forte. Del resto lui, come Sordi ameregano a Roma, “stavo a Broadway”. E poi “Berlusconi mi ha ringraziato per la coerenza”. E “Verdini ha riconosciuto il mio atteggiamento corretto, serio”. E quando B. ti certifica la coerenza e Verdini la correttezza, puoi dormire tranquillo. È il marchio di garanzia.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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