Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 9 luglio 2011

Riciclo scorie di Marco Travaglio

Ora che il Cainano annuncia il ritiro dalle corse (e tutti ci credono), la corte dei miracolati sente prossima la fine della cuccagna. E, dinanzi alla prospettiva di dover tornare a lavorare o, peggio ancora, di andarci per la prima volta, cerca alternative un po’ meno faticose. Mimmo Scilipoti sfrutta la naturale inclinazione per la bella scrittura e l’eloquio forbito (“sono stato nelle favelas brasiliane”) dandosi alla letteratura, incoraggiato da un prefatore d’accezione, B., che porta pure buono: infatti l’altroieri gli ha presentato il libro e ieri Mimmo era già imputato a Messina per calunnia e falso. Marco Milanese sente anche lui di aver poco da sopravvivere, in politica, così si butta nel polo del lusso: Bentley, Ferrari, Aston Martin no “perché è usata”, un trittico di tal “Milò” (forse Mirò), gioielli, orologi Patek Philippe, yacht e un Natale a New York, sorta di cinepanettone personalizzato in viaggio con Ferilli e De Sica. Anche Alfonso Papa, uomo di polso, manifesta una naturale predilezione per gli orologi, ma essendo magistrato li preferisce rubati. Il ministro Brunetta, ormai universalmente noto come “il cretino”, dopo un viaggio di nozze che gli auguriamo lungo e di sola andata, potrà tornare a rincorrere il Nobel per l’Economia che gli sfuggì per un soffio quando s’immolò sull’altare della politica per il nostro bene. Tremonti e Scajola, previo corso intensivo su “come acquistare casa con soldi propri”, non avranno problemi a ricollocarsi. Angelino Jolie, quando gli spiegheranno che la segreteria Pdl era tutto uno scherzo, avrà un futuro assicurato nel cabaret: la battuta sul “partito degli onesti” sarà difficile da eguagliare per generazioni. Denis Verdini, degradato a vice-Alfano (mortificazione che non si augura al peggiore nemico), potrà tornare nella sua banca, sempre che in cassa sia rimasto qualcosa e che lui rimanga a piede libero. Almeno tre ministre potranno riciclarsi come segretarie tuttofare di Bisi nelle segrete di Palazzo Chigi (un Bisi, infatti, è per sempre e per tutte le stagioni). Astenersi “mostri, brutte, stronze, mignotte come poche”. Dell’Utri, Romano e Cosentino, appartenendo a solide associazioni imprenditoriali che non conoscono crisi, dormono sonni tranquilli. Anche per Gasparri e Romani si profila una serena vecchiaia: Mediaset avrà sempre bisogno di uscieri. Scapagnini è già tornato alla professione medica e dalle colonne dell’autorevole rivista scientifica Novella 2000 ha stilato una severa diagnosi per il premier: “È fisicamente e intellettualmente superiore, può avere sei rapporti sessuali alla settimana”, prima e dopo i pasti. Ma, si badi bene, “senza esagerare: il settimo giorno si deve riposare”, come quell’Altro. Encomiabile la fantasia di Daniele Capezzone che, dopo mesi di oscuramento (era rimasto portavoce di un partito estinto, Forza Italia, e avevano saldato le serrature della sede con lui dentro), è tornato alla luce dopo la doppia débâcle comunali-referendum: non sapendo chi mandare in tv a prendere pesci in faccia, l’han subito promosso portavoce Pdl. L’altro giorno però è rispuntato in un hotel di Roma nei panni di portavoce della società Camene, impegnata nella nobile missione di trasformare il teatro Palazzo a San Lorenzo in un casinò, in combutta con i costruttori del Salaria Sport Village (quello della cricca e dei massaggi inguinali a Bertolaso). Ora, passi la trasfigurazione da antiberlusconiano a berlusconiano e da referendario ad antireferendario, ma a che titolo il portavoce del Pdl porta la voce dei costruttori di casinò? Beata ingenuità: pensa al futuro. Preoccupa, invece, l  ’evaporazione di Marcello Pera, un tempo presidente del Senato e coautore di un libro con papa Wojtyla, ora scavalcato persino dal suo assistente Quagliariello. L’altro giorno, dopo mesi di oblio, è rispuntato su Libero per spiegare “perché non si può arrestare Papa”. L’uomo che sussurrava al Papa ora difende Papa. Deve aver orecchiato quel vecchio detto, “morto un papa se ne fa un altro”. E l’ha frainteso.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 22 febbraio 2011

I rivoltagabbana di Marco Travaglio

(vignetta linuxap)
Nei paesi seri il voltagabbana è una figura losca, limacciosa, infida, puteolente. Uno che fa ribrezzo a tutti e dunque anche a se stesso. Striscia contro i muri, cerca il buio, spera di non esser notato e soprattutto di non apparire mai a colori, per nascondere meglio il rosso vergogna. In Italia invece il voltagabbana è un furbo di tre cotte, invidiato o almeno compreso, gode di ampio consenso e ammirazione: incede tronfio e giulivo alla luce del sole, convoca telecamere e conferenze stampa, rilascia interviste, dà lezioni, lancia moniti e appelli. Non avendo una reputazione da difendere, può fare e dire qualunque cosa. Se poi è un rivoltagabbana, di andata e ritorno, si vanta due volte, anzi due svolte. Finora, di quest’ultimo modello superaccessoriato con retromarcia multipla di serie, esisteva un solo prototipo: il Mastella, passato da destra a sinistra a destra. Ma ha presto fatto scuola: i berlusconiani divenuti finiani e tornati berlusconiani sono legione. Martedì scorso, sul volo Torino-Roma delle 11, mi ritrovo accanto Roberto Rosso da Vercelli. Lo conosco dal 1992 quando, giovane Dc (corrente Andreotti), creò il movimento “Mani Pulite” e con le sue denunce contribuì a far arrestare in blocco la giunta comunale di pentapartito della sua città. Due anni dopo era già in Forza Italia e lì bivaccò, per cinque legislature, fino a qualche mese fa, quando fu folgorato sulla via di Fli. Una crisi di coscienza per motivi ideali, infatti divenne subito coordinatore regionale dei finiani, facendo infuriare la Siliquini e Menardi (anch’essi rientrati a corte). I giornali ipotizzano un suo ritorno all’ovile. Glieli mostro, lui spalanca il sorrisone: “Tutte balle. Verdini mi chiama un giorno sì e l’altro pure, promette posti di governo, ma non ha capito chi è Roberto Rosso”. Poi si addormenta per il resto del volo. Due giorni dopo ripassa con B. Verdini aveva capito benissimo chi è Roberto Rosso. Il quale spiega al Giornale: “Verdini e Santanchè hanno fatto sì che si incuneasse nella mia coscienza l’idea di un ritorno a casa”. Perché “io sono pronipote di san Giovanni Bosco”, fondatore dei salesiani che lui confonde coi berlusconiani. Il santo dev’essergli apparso in sogno per rammentargli “la mia formazione cattolico-liberale” (era andreottiano, ma fa lo stesso) e metterlo in guardia dalla “deriva laicista che sta prendendo possesso del Fli”. Invece i bungabunga ad Arcore sarebbero molto piaciuti, al santo prozio. Ergo non poteva restare un istante di più “in un partito con l’ossessione dell’antiberlusconismo”. Che strano: a Bastia Umbra, Rosso era in prima fila a spellarsi le mani quando Fini urlò che B. doveva dimettersi. E il 15 dicembre votò la sfiducia al governo B. Poi, casualmente, ha scoperto che i finiani, massacrati per mesi da giornali e tv di B. per ordine di B., non simpatizzano per B. Strana gente, eh? Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata “la direzione nazionale, in cui ascoltavo discorsi da vecchio Msi”, “troppo di destra” per i suoi gusti. Purtroppo don Bosco non è apparso ad altri due rivoltagabbana, Barbareschi e Menardi, che invece lasciano Fli perché “vuole allearsi a sinistra con Vendola”. Poco importa se Fini l’ha sempre escluso. Menardi da Cuneo, che fino all’altroieri tuonava contro il “partito azienda”, dice che ci torna ma “per migliorarlo” e lo farà tutto da solo, con le nude mani. Anzi no, per ora non torna: “Resto a bagnomaria aspettando gli eventi”, farà un gruppo con gli altri come lui: “i Propositivi”, quelli che si propongono. Anche Barbareschi, dopo lo sblocco delle sue fiction Rai, roba da 10 milioni di euro, vuole dare “il mio contributo creativo” al Pdl con “il progetto di wikipolitics”: roba forte. Del resto lui, come Sordi ameregano a Roma, “stavo a Broadway”. E poi “Berlusconi mi ha ringraziato per la coerenza”. E “Verdini ha riconosciuto il mio atteggiamento corretto, serio”. E quando B. ti certifica la coerenza e Verdini la correttezza, puoi dormire tranquillo. È il marchio di garanzia.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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