Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 23 settembre 2011

Giustizia alla Milanese di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Ebbene sì, ci arrendiamo. Ha ragione il Cavalier Patonza: la giustizia italiana è politicizzata. Sentite il colonnello Salvatore Paglino, della Guardia di Finanza, che a Bari indagava su Tarantini per droga, prostituzione e corruzione assieme al pm Giuseppe Scelsi: “Il 26 giugno 2009 il dottor Laudati (appena insediato come procuratore capo, ndr) indisse una riunione... Disse che le indagini avevano creato preoccupazione nelle istituzioni; la sua presenza in loco era stata voluta dal ministro di Giustizia Alfano, al quale aveva garantito una soluzione...; e la situazione era arrivata a un punto di gravità tale da poter produrre effetti negativi sul governo, nonché sulla Gdf”. Paglino verrà fatto addirittura arrestare da Laudati. Ed ecco il racconto del pm Scelsi, subito estromesso dalle indagini: “Laudati disse che era molto amico del ministro della Giustizia (Alfano, ndr) che gli aveva concesso l’onore del tu e, grazie a questo, aveva garantito per me, impedendo l’avvio di un’ispezione; e che era stato mandato a Bari per conto del ministro”. Da allora le indagini si inabissano per due anni e vengono chiuse solo pochi giorni fa, quando la Procura di Napoli scopre che anche Tarantini sa delle presunte “frenate” di Laudati. Questi nega tutto, ma è singolare che sia Paglino (in una relazione di servizio), sia Scelsi (al Csm), sia Tarantini (intercettato) l’accusino di avere sterilizzato l’inchiesta che preoccupava B. Quanti Laudati ci sono negli uffici giudiziari italiani? Parecchi, a giudicare dalle troppe indagini sui potenti che si inabissano o finiscono in archivio. Poi, a politicizzare la giustizia, c’è il Parlamento, pieno di imputati, avvocati e qualche magistrato. Scelsi racconta che l’ex collega Maritati, deputato dalemiano, gli chiese notizie riservate sul coinvolgimento di amici di D’Alema nell’inchiesta. Un po’ quel che faceva l’ex pm Papa sull’altra sponda. Intanto gli onorevoli avvocati si occupano di salvare dalla galera gli onorevoli clienti o compari. E così il Parlamento s’è trasformato in un grado di giudizio aggiuntivo, spesso definitivo. Ieri Marco Milanese, accusato di vendere posti e appalti pubblici in cambio di soldi, gioielli, orologi di gran pregio, auto di lusso, s’è salvato dal carcere grazie al voto di 312 colleghi (compreso il suo), mentre i suoi coindagati sono finiti regolarmente dentro. Era già accaduto a tutti i deputati e senatori (escluso Papa), di destra e di sinistra, raggiunti nell’ultimo quindicennio da mandati di cattura per reati gravissimi. La legge consente alle Camere di negare il via libera all’arresto di loro membri solo in caso di fumus persecutionis, non certo in base a considerazioni politiche o a valutazioni delle prove difformi da quelle date dal giudice. Ma il Parlamento se ne infischia: bypassa a pie’ pari il fumus persecutionis (in effetti mai visto) e salva i compari di casta, anzi di cosca, per solidarietà di partito o di governo. Bossi, che aveva autorizzato l’arresto di Papa, l’ha negato per Milanese “per tenere in piedi il governo”. L’on. avv. Paniz ha avvertito eventuali dissenzienti: “Se arrestano Milanese, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. La stima della gente per i politici è bassina, ma anche la loro autostima non scherza. Come diceva Woody Allen, “la loro moralità è una tacca sotto quella degli stupratori di bambini”. Infine, a politicizzare la giustizia, ci sono le leggi di tolleranza zero per i poveracci e di tolleranza mille per lorsignori. La Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio del giovane etiope El Israel, reo di aver spezzato due rametti di un cespuglio cogliendo dei fiori nel parco per la fidanzata e di aver così “danneggiato un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa, con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto alla pubblica fede”. Il mascalzone rischia da 6 mesi a 3 anni di galera. Se Berlusconi, invece di continuare a corrompere, abusare e frodare, si decide a strappare qualche ramo di oleandro in un’aiuola, ce lo leviamo dalle palle.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 20 luglio 2011

Vocazione minoritaria di Marco Travaglio

(vignetta Natangelo-Il Fatto)
Il Pd cresce nei sondaggi, insieme all’Idv, mentre il Pdl è in caduta libera e i dirigenti leghisti rischiano il linciaggio per mano padana. Dunque, come sempre in questi casi, i suoi leader vengono colti da un senso di vertigine che li porta a fare e a dire cazzate per gettare alle ortiche il vantaggio conquistato a loro insaputa. Hanno vinto le comunali perché non sono riusciti a candidare chi volevano loro. Hanno messo il cappello sui referendum che mai si sarebbero fatti se fosse dipeso da loro. Poi han cominciato a farsi le pippe sulla legge elettorale, litigando sulla consueta mezza dozzina di proposte. E a partorire fumisterie politichesi sul nuovo governo (istituzionale, di garanzia, di responsabilità, del presidente, tecnico, elettorale, balneare) che dovrebbe sostituire quello di B. se B. facesse la grazia di dimettersi, come chiedono loro e come non farà mai. Dialoghetti ridicoli di Bersani con Maroni e con Casini, manco un caffè con Di Pietro e Vendola, gli alleati naturali, per non indispettire gli avversari naturali. Siccome la gente è infuriata per la manovra del governo che ruba ai poveri per dare ai ricchi, il Pd ha la bella pensata di dire no, ma senza opporvisi né presentarne una alternativa. E quando Idv, Fli e persino Udc votano per abolire le province, fa quadrato con Pdl e Lega per conservare quelle greppie inutili che ci costano 14-17 miliardi l’anno. Naturalmente il Pd è per l’arresto di Papa e Milanese, ma fa melina per cinque mesi su quello del compagnuccio Tedesco, dando l’impressione di farsi ricattare dal Pdl. Così la gente inferocita, anziché rivolgere i suoi forconi contro il governo, li orienta verso tutti i grandi partiti, Pd compreso. Poteva mancare il solito contributo al disastro da parte di Max & Uolter? No che non poteva. Ecco D’Alema alla festa di Roma additare al pubblico ludibrio non i ladri della patria che se la stanno mangiando pezzo per pezzo, ma il “moralismo paranoide” di chi “ha creato un clima di odio nei miei confronti” (copyright di B.) e la “delegittimazione morale dell’avversario” (copyright di B.). Poi, per mettere in fuga qualche altra vagonata di elettori, rivendica la Bicamerale e il suo indefesso impegno contro il conflitto d’interessi. Perché allora, negli 8 anni del centrosinistra, non fu mai risolto? “La sinistra decise di dare la priorità alla riforma del titolo V della Costituzione”. Ah beh allora. I suoi amici inquisiti Morichini, Pronzato, Tedesco, Frisullo, Paganelli? “Non direi che il Pd sia coinvolto nella questione morale… Accuse di tipo maniaco compulsivo: qualunque cosa succede è colpa mia”. Intanto Veltroni, quello della “vocazione maggioritaria” del Pd, si fa intervistare da Cazzullo sul Corriere. Frasi ficcanti, icastiche, tacitiane. “Berlusconi oggi è il problema”. Oggi? E l’anno scorso? E quatto anni fa, quand’era l’“interlocutore privilegiato” per “dialogare” di “riforme condivise” per la “legittimazione reciproca”? “Oggi”, diversamente dal suo passato di noto statista, B. “si occupa di Papa e della sentenza Mondadori” anziché del Paese. Ma va? Dunque non resta che affidarsi al suo proverbiale senso di responsabilità: “Deve avere la misura minima di capire che per una volta deve far prevalere gli interessi della Nazione sui propri”. Cioè andarsene spontaneamente e cedere il passo, magari con un inchino di cortesia, a “un governo presieduto da una persona affidabile e credibile”: un “governo di decantazione” con tutti dentro (“consenso larghissimo”), già auspicato da Uolter e dall’affidabile e credibile Pisanu (ripetiamo: Pisanu). La nuova speranza è Angelino Jolie: “Quando Alfano è diventato segretario Pdl, gli ho telefonato. Gli ho detto che ha due possibilità: può fare il secondo di B. oppure può essere l’uomo di una nuova destra, civile, rispettosa delle regole”. Alfano. Nuova destra. Civile e rispettosa delle regole. Alfano. Viva sorpresa dall’altro capo del filo: “Uolter, non è che hai sbagliato numero?”.

Fonte articolo 'IL Fatto Quotidiano'
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lunedì 18 luglio 2011

BISIGNANI-GATE La Lega già cede, Papa può sperare nel voto segreto di Andrea Fabozzi

(vignetta Natangelo- Il Fatto-17.07.11)
«Non vorrei che a qualcuno venisse il rimorso di aver mandato una persona ingiustamente in carcere». Dopo settimane di silenzio, ieri è tornato a parlare con i giornalisti Alfonso Papa, il deputato del Pdl che la procura di Napoli vuole arrestare per il suo coinvolgimento nell’inchiesta cosiddetta «P4» sulla consorteria di Luigi Bisignani.Ma più che sul rimorso, Papa sa di poter contare sulla volontà di resistenza del governo e dei suoi colleghi di maggioranza. Il voto che lo riguarda, in calendario mercoledì, è stato trasformato da Berlusconi in qualcosa di simile a una questione di fiducia. «Salviamolo o torniamo al ’92», ha detto evocando scenari da Tangentopoli. E come tante volte in questi tre anni, la Lega potrebbe decidere di mettere da parte i proclami bellicosi proprio all’ultimo momento, quando si tratta di votare, scegliendo di accettare la disciplina della coalizione. Questa volta sarà ancora più facile visto che il voto sarà segreto.
Venerdì, dopo che i suoi deputati in giunta si erano astenuti invece di votare per l’arresto di Papa, Bossi era stato lapidario: «In galera», aveva detto per correggere il tiro. E ieri la Padania si arrampicava sugli specchi, sostenendo che comunque l’astensione dei due leghisti era stata decisiva per assicurare il numero legale e dunque per permettere alle opposizioni di far passare il sì all’arresto. Ma non è vero: il numero legale nella giunta è di sei deputati e le opposizioni ne hanno messi insieme dieci. E dunque nessuna meraviglia se ieri dalla Lega sono arrivati i primi segnali di una svolta che, se ci sarà, non sarà comunque dichiarata ma nascosta dal voto segreto. «La linea del partito è chiara, siamo per autorizzare l’arresto di Papa - ha detto proprio Paolini, uno dei due deputati che si sono astenuti in giunta - mase ci sarà il voto segreto è possibile che qualche singolo parlamentare possa esprimersi diversamente». E voto segreto sarà, com’è prassi per le questioni che riguardano le singole persone: basta la richiesta di cinquanta deputati o di un capogruppo. L’ammissione del leghista Paolini, va detto, è stata fatta all’agenzia di stampa AdnKronos il cui editore e direttore Giuseppe Marra è coinvolto con Papa nell’inchiesta P4, ma non è indagato. Maurizio Paniz - il deputato che ha convinto la maggioranza a votare senza vergogna che Berlusconi era in buona fede su Ruby Mubarak - ieri ha garantito che il Pdl sarà granitico nel respingere la richiesta di arresto. Ha dovuto farlo perché qualche timido accenno di dissenso c’era pur stato. Contemporaneamente Dario Franceschini si è affrettato a rassicurare che i deputati del Pd voteranno per l’arresto e soprattutto che nessuno del partito di Bersani chiederà il voto segreto. Perché invece il sospetto è che nel buio dell’aula ci possa essere uno scambio tra la sorte di Papa e quella del senatore Tedesco, la cui richiesta di arresti domiciliari (inchiesta sanità in Puglia) aspetta di essere esaminata dall’aula da più di tre mesi, da quando la giunta ha terminato il suo lavoro. Ieri alcuni parlamentari del Pdl, sulla scorta di un articolo del Giornale, hanno mandato segnali al Pd, chiedendo che anche su Tedesco venga presa presto una decisione. Ma finora è stato il presidente del senato e con lui la conferenza dei capigruppo a tenere la questione in stand-by. «Io sono pronto da mesi, le mie conclusioni sono stampate», dice il relatore Li Gotti (Idv). a.fab.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 17 luglio 2011

Il tradimento dei chierichetti di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Dice bene Pigi Battista sul Corriere: il caso Papa, con B. che raccomanda di salvarlo dall’arresto “per non creare un precedente” e Bossi che lo vuole “in galera”, riduce la questione morale a una “commedia”, “gioco al massacro”, “spettacolo indecoroso”, “grottesco”, “comico”. Il fatto è che l’articolo di Battista avrebbe potuto (anzi dovuto) essere scritto 15 anni fa, nel 1996, quando piovve sulla Camera la prima richiesta di arresto per un deputato della Seconda Repubblica. Il tizio si chiamava Cesare Previti ed era accusato di inquinare le prove dell’inchiesta Imi-Sir/Mondadori, per la quale fu poi condannato a 7 anni e mezzo. La Camera respinse la richiesta dei giudici di Milano. Ma non per il fumus persecutionis (era troppo anche per i berluscones, dinanzi alla mole di prove portate dai magistrati a carico dell’onorevole avvocato ed ex ministro berlusconiano). Bensì perché le prove erano così imponenti che Previti non poteva inquinarle tutte. Chissà dov’erano i Battista all’epoca. Anzi, lo sappiamo bene dov’erano. Erano impegnati a spaccare il capello in quattro su “giustizialismo” e “garantismo”, “guerra tra politica e giustizia”, “invasione di campo” delle toghe, “primato della politica” e altre menate, tant’è che di lì a poco tifarono come un sol uomo per la Bicamerale Dalemoni. Anziché prendere atto dei veri motivi del crollo della Prima Repubblica – debito pubblico e corruzione, due sinonimi – hanno spacciato una versione di comodo: se i pm indagano su tanti politici non è perché abbiamo la classe dirigente più criminale dell’universo, ma perché la magistratura vuol prendere il potere. Anziché svolgere la funzione tipica degli intellettuali – smontare le imposture del potere con le armi della cultura – costoro han passato il tempo a fornire al potere le munizioni per spacciare meglio le sue menzogne. È anche grazie al tradimento di questi chierici, anzi chierichetti, che siamo a questo punto: il tracollo della Seconda Repubblica che, rubando quanto e più della Prima, muore dello stesso morbo che ammazzò la Prima: la collusione col malaffare e la malavita. E, come la Prima, viene portata via pezzo per pezzo a suon di retate. Accorgersene ora è un po’ tardi. Dal ‘96 a oggi, Camera e Senato hanno respinto tutte le richieste dei giudici per arrestare i membri della casta-cosca o per usare le loro intercettazioni. Chi ha la fortuna o la prontezza di rifugiarsi a Palazzo, qualunque cosa faccia o abbia fatto, diventa ipso facto un perseguitato, per definizione, “a prescindere”. Che governi il centrodestra o il centrosinistra. Cane non morde cane. “Non fare agli altri quello che domani potrebbero fare a te”, per dirla con l’on. avv. Paolo Sisto, il salvatore di Papa, che confonde il Vangelo con il codice mafioso. Fanno sorridere le tardive lamentazioni dei Battista su questa “guerra per bande senza precedenti nella storia repubblicana”. Senza precedenti? E le venti richieste di arresto respinte negli ultimi 15 anni? Oggi, semmai, c’è una novità incoraggiante: spinto dai suoi elettori sempre più stufi di vederlo tenere il sacco alla Banda B., Bossi sul caso Papa tenta di smarcarsi dalla regola aurea dell’impunità. E proprio questo disturba Battista, che infatti ricorda: “Papa è innocente fino a sentenza definitiva”. Ma che c’entrano le sentenze? Ogni giorno finiscono dentro centinaia di cittadini comuni che nessuna sentenza ha mai condannato, ma che non si riuscirà mai a giudicare se fuggono o inquinano le prove. A fine articolo, si capisce finalmente dove Pigi nel Paese delle Meraviglie vuole andare a parare: invoca “un dialogo bipartisan sulla riforma della giustizia”, che consisterebbe in “provvedimenti come la separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale” (forse la discrezionalità, visto che l’obbligatorietà è già vigente). Dopo 17 anni di scandali e ruberie, i nostri chierichetti della sera non hanno ancora capito che le carriere da separare non sono quelle dei pm e dei giudici. Ma quelle dei politici e dei ladri.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Una manovra con stile di Alessandro Robecchi

(vignetta Mauro Biani)





















Chiamiamo le cose con il loro nome: la manovra economica varata dal governo è senza ombra di dubbio una manovra di classe. E che classe, gente! Chissà se gli onorevoli indagati, tipo quel simpatico Milanese, si sono presentati a votare la manovra con al polso cinque o sei orologi da migliaia di euro. Ci vuole una certa classe per fare come quel Papa che qualcuno vorrebbe arrestare: qualche macchinone chiuso in garage, la Jaguar regalata all’amica, la fuoriserie lucida per correre a votare i tagli agli asili nido. Classe, gente, non c’è altra parola! E don Silvio, allora? Chiuso nel suo silenzio operoso potrà gioire del fatto che l’Italia non è la Grecia grazie soprattutto ai ticket sanitari e alla bastonatura dei bassi redditi. E, con una certa classe, potrà sorvolare il paese sui due nuovi superelicotteri da cinquantamilioncini della Presidenza del consiglio. Cadauno. O, se preferite, cadano tutti e due!, che sarebbe comprensibile preghiera. Ci vuole una certa classe per tagliare le agevolazioni fiscali alle famiglie più povere in misura doppia che a quelle più ricche. È commovente sapere che gente che vive di consulenze milionarie, che spende un miliardo di euro all’anno per andare a casa con l’autista, trovi il tempo per far pagare ai cittadini la visita al pronto soccorso. La classe non è acqua. E del resto è giusto che l’esempio venga dall’alto, che la classe dirigente e le massime autorità del governo mostrino sensibilità, moderazione nei costumi, propensione al risparmio. Tipo vivere gratis a casa di un amico come ha fatto il ministro dell’economia. Fatelo anche voi e non avrete gli aggravi previsti per i mutui. Ci vuole polso fermo per guidare un paese, ma anche un po’ di stile non guasta, la forma è importante. Chissà come apprezzano gli otto milioni di italiani poveri. Diranno ammirati: però, che manovra di classe!

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 9 luglio 2011

Riciclo scorie di Marco Travaglio

Ora che il Cainano annuncia il ritiro dalle corse (e tutti ci credono), la corte dei miracolati sente prossima la fine della cuccagna. E, dinanzi alla prospettiva di dover tornare a lavorare o, peggio ancora, di andarci per la prima volta, cerca alternative un po’ meno faticose. Mimmo Scilipoti sfrutta la naturale inclinazione per la bella scrittura e l’eloquio forbito (“sono stato nelle favelas brasiliane”) dandosi alla letteratura, incoraggiato da un prefatore d’accezione, B., che porta pure buono: infatti l’altroieri gli ha presentato il libro e ieri Mimmo era già imputato a Messina per calunnia e falso. Marco Milanese sente anche lui di aver poco da sopravvivere, in politica, così si butta nel polo del lusso: Bentley, Ferrari, Aston Martin no “perché è usata”, un trittico di tal “Milò” (forse Mirò), gioielli, orologi Patek Philippe, yacht e un Natale a New York, sorta di cinepanettone personalizzato in viaggio con Ferilli e De Sica. Anche Alfonso Papa, uomo di polso, manifesta una naturale predilezione per gli orologi, ma essendo magistrato li preferisce rubati. Il ministro Brunetta, ormai universalmente noto come “il cretino”, dopo un viaggio di nozze che gli auguriamo lungo e di sola andata, potrà tornare a rincorrere il Nobel per l’Economia che gli sfuggì per un soffio quando s’immolò sull’altare della politica per il nostro bene. Tremonti e Scajola, previo corso intensivo su “come acquistare casa con soldi propri”, non avranno problemi a ricollocarsi. Angelino Jolie, quando gli spiegheranno che la segreteria Pdl era tutto uno scherzo, avrà un futuro assicurato nel cabaret: la battuta sul “partito degli onesti” sarà difficile da eguagliare per generazioni. Denis Verdini, degradato a vice-Alfano (mortificazione che non si augura al peggiore nemico), potrà tornare nella sua banca, sempre che in cassa sia rimasto qualcosa e che lui rimanga a piede libero. Almeno tre ministre potranno riciclarsi come segretarie tuttofare di Bisi nelle segrete di Palazzo Chigi (un Bisi, infatti, è per sempre e per tutte le stagioni). Astenersi “mostri, brutte, stronze, mignotte come poche”. Dell’Utri, Romano e Cosentino, appartenendo a solide associazioni imprenditoriali che non conoscono crisi, dormono sonni tranquilli. Anche per Gasparri e Romani si profila una serena vecchiaia: Mediaset avrà sempre bisogno di uscieri. Scapagnini è già tornato alla professione medica e dalle colonne dell’autorevole rivista scientifica Novella 2000 ha stilato una severa diagnosi per il premier: “È fisicamente e intellettualmente superiore, può avere sei rapporti sessuali alla settimana”, prima e dopo i pasti. Ma, si badi bene, “senza esagerare: il settimo giorno si deve riposare”, come quell’Altro. Encomiabile la fantasia di Daniele Capezzone che, dopo mesi di oscuramento (era rimasto portavoce di un partito estinto, Forza Italia, e avevano saldato le serrature della sede con lui dentro), è tornato alla luce dopo la doppia débâcle comunali-referendum: non sapendo chi mandare in tv a prendere pesci in faccia, l’han subito promosso portavoce Pdl. L’altro giorno però è rispuntato in un hotel di Roma nei panni di portavoce della società Camene, impegnata nella nobile missione di trasformare il teatro Palazzo a San Lorenzo in un casinò, in combutta con i costruttori del Salaria Sport Village (quello della cricca e dei massaggi inguinali a Bertolaso). Ora, passi la trasfigurazione da antiberlusconiano a berlusconiano e da referendario ad antireferendario, ma a che titolo il portavoce del Pdl porta la voce dei costruttori di casinò? Beata ingenuità: pensa al futuro. Preoccupa, invece, l  ’evaporazione di Marcello Pera, un tempo presidente del Senato e coautore di un libro con papa Wojtyla, ora scavalcato persino dal suo assistente Quagliariello. L’altro giorno, dopo mesi di oblio, è rispuntato su Libero per spiegare “perché non si può arrestare Papa”. L’uomo che sussurrava al Papa ora difende Papa. Deve aver orecchiato quel vecchio detto, “morto un papa se ne fa un altro”. E l’ha frainteso.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 6 luglio 2011

BERLUSCONI - Le gang del partito degli onesti di Giuseppe Di Lello

(vignetta Claudio Ruiu)
L’antica e ricorrente ambizione di fondare un Partito degli onesti, come antidoto alla cattiva politica, ha fatto breccia anche nel neosegretario del Pdl Angelino Alfano ed è stata accolta con unanime ovazione dalla platea dei delegati. Tra questi prontissimo ad iscriversi anche la toga azzurra on. Alfonso Papa che al Corriere della Sera ha assicurato come sinceri i suoi applausi per la proposta. Sino ad oggi non sappiamo cosa ne pensino i vari Cosentino o Brancher, ma si può essere sicuri che saranno della partita.
Siamo stati sempre scettici nei confronti dei vari codici etici o decaloghi comportamentali che, di tanto in tanto, vengono promessi da destra e da sinistra.
Siamo scettici proprio perché è nella natura, umana e politica, dei proponenti volerli imporre agli altri riservando a se stessi eccentriche eccezioni che annullano la regola.
Dovendo trovare una personalità, autorevole e al di sopra delle lotte politiche attuali, che ha condiviso questo nostro fastidio per una moralità certificata da iscrizioni e tessere, ci siamo ricordati ancora una volta di Enea Cavalieri che nel 1876, nell’introduzione alla "Inchiesta in Sicilia" di Sonino e Franchetti, così scriveva: «Nel frattempo le agitazioni e le accuse partigiane, inasprendo le già profonde divergenze sui metodi del Governo, avevano piombato sempre peggio il Paese e il Parlamento nella confusione e nell’irrequietezza; ed Ernesto Nathan, nostro caro amico personale…..obbedendo a concetti etici in lui profondamente radicati, pubblicava in opuscolo un appello per costituire una Lega degli onesti, la quale doveva far argine contro gli intrighi ed i fini loschi dei politicanti di mestiere. Per discutere sull’opportunità di associarsi a lui, Leopoldo Franchetti mi invitò con Sidney Sonnino ad un convegno ospitale nella sua dimora di Firenze. Le disposizioni dei miei amici erano favorevoli: ma io obiettai subito che era progetto poco pratico, parendomi chiaro che i meno onesti sarebbero stati i più frettolosi a voler far parte della Lega, mentre poi non vedevo come si potesse riuscire a respingerli».
In buona sostanza il dilemma è tutto qui: su che base scrutinare i meno onesti per estrometterli e quali limiti incontrano gli scrutinatori? Già i premessa il neosegretario Alfano ha messo le mani avanti riconoscendo al suo Capo la qualità di perseguitato da quella giustizia di cui è ancora ministro, includendolo esplicitamente nel novero degli onesti: e così al Cavaliere, mondato in un sol colpo delle tante prescrizioni e dei tanti processi in corso, è venuto facile concedersi un nuovo colpo di onestà inserendo nella corrente finanziaria salva-conti-pubblici una ennesima
norma salva-conti-privati-suoi.
Non sappiamo come finirà la vicenda Papa, né che fine farà lo stravolgimento delle regole processuali civili ad uso personale blindato probabilmente dal voto di fiducia,ma è certo che il Partito degli onesti di Alfano, seppur esaltato dalle gang mediatiche
del Cavaliere, getterà nuova carne sulle graticole umoristiche nostrane e internazionali.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 2 luglio 2011

La banda degli onesti di Marco Travaglio

Finalmente il gran giorno è arrivato: Angelino Jolie è diventato segretario (B. avrebbe preferito una segretaria, ma le candidate sono tutte impegnate a sfuggire alla Buoncostume). I suoi margini di autonomia sono piuttosto ristretti, viste le curiose procedure dell’investitura: prima l’ha nominato B., poi l’ha eletto per acclamazione il Consiglio nazionale del Pdl, dove nessuno lo voleva dunque l’han votato tutti. Ma la sua missione è immane: un’impresa che ricorda quella degli studenti somari che, una volta bocciati, tentano di recuperare due o tre anni in uno non essendo riusciti a farne uno in uno. Angelino però non se ne rende conto, infatti ieri era più felice del solito di essere Angelino. Più gaudioso di lui solo il Cainano, che non vedeva l’ora di sbolognargli un partito in fase terminale, metà defunto e metà inseguito dalla gendarmeria: “Figliolo, tra poco tutto questo sarà tuo...”. E Jolie, ignaro, giù a ridere. Siccome il suo eloquio è aria fritta, e la fisiognomica ha la sua importanza, molti presenti in sala son rimasti colpiti soprattutto da quell’ombra di ricrescita pilifera che ornava il suo capino non più implume, ma impreziosito da uno strato vaporoso, quasi etereo di lanugine. Licheni? Muffa? Saggina? Un nido di rondini inopinatamente planato fin lassù? I maligni assicurano che Jolie abbia ritentato con l’ennesimo trapianto, come suggerito a suo tempo dal Cavaliere bitumato, per dotarsi di una chioma più acconcia al prestigioso incarico. Ecco dov’era finito, negli ultimi tempi: si stava guadagnando l’investitura con una full immersion dal tricologo, perché anche l’occhio vuole la sua parte e Jolie vuol essere ancora più Jolie. I precedenti erano tutt’altro incoraggianti: ogni reimpianto pilifero era miseramente naufragato. Non solo i magistrati, ma pure i capelli finti disobbedivano al Guardasigilli, che ogni mattina mestamente li raccoglieva a mazzi sul cuscino e nel lavandino. Ma lì era ancora un semplice ministro. “Adesso – si è detto fra sé e sé – voglio un po’ vedere se oseranno staccarsi un’altra volta appena impiantati e precipitare al suolo a rotta di collo, ora che sono il Segretario”. Così è tornato speranzoso dal tricologo, che ha fatto il miracolo: al posto del solito ovetto sberluccicante e catarifrangente, sul cocuzzolo martoriato dall’alopecia è spuntata una piccola siepe che ricorda, almeno da lontano, alcune piante ornamentali da giardino pensile, tipo il pittòsporo, “arbusto dicotiledone a foglia lucida, coriacea e persistente”. Il guaio è che ogni mattina un apposito giardiniere dovrà potare Angelino per dare regolarità alla siepina parietale ancora malcerta, sporadica, maculata a pelle di leopardo. Quasi posticcia, come incollata o peggio poggiata lì alla meglio, dunque esposta a ogni folata di vento. Ma almeno ieri l’impalcatura ha retto. Un filino irrigidito per non perdere manco una foglia, Jolie ha sfoderato “il santino della mia prima campagna elettorale”, portatogli da papà in una teca per reliquie. Ha mulinato la lingua come nemmeno Bondi: “Era il '94: a 23 anni vidi in tv un Imprenditore che aveva il sole in tasca, sentii un jingle, credetti in quell’Uomo e in quella musica, in quel progetto di società dove chi ha talento e merito deve farsi avanti”. Sotto il palco, la Minetti si sentiva chiamata in causa e plaudiva giuliva. Gli ex coordinatori Verdini e La Russa, Gatto&Volpe, guardavano il Bugs Bunny della Trinacria senza muovere un muscolo, appena un filo di bava verde agli angoli della bocca, pronti a disossarlo alla prima occasione. Attimi di gelo quando il Segretario ha invitato i presenti a versare le quote mensili, perché il Cainano è stufo di mantenerli tutti: alla parola “pagare”, qualcuno metteva mano alla fondina come un anno fa, quando Fini li minacciò con la parola “legalità”. Ma era un attimo. Poi di nuovo applausi scroscianti, quando Jolie ha chiamato a raccolta “il partito degli onesti”: in prima fila, a spellarsi le mani, Alfonso Papa e Nick Cosentino. Chiaro che stava parlando di loro.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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giovedì 23 giugno 2011

Il Papa Tedesco di Marco Travaglio

(vignetta linuxap)
A questo punto sarebbe il caso di farla finita con le ipocrisie e approvare una legge di due righe che dica: i parlamentari non si possono arrestare mai, qualunque cosa abbiano fatto, nemmeno in flagranza di reato, neanche se stanno assassinando la moglie. Una legge che, per coerenza, dovrebbero votare tutti i partiti che negano regolarmente l’autorizzazione all’arresto dei parlamentari (Pdl, Lega e Udc), o magari ogni tanto votano Sì per fare bella figura, ma solo dopo aver accertato che vincerà il No (Pd). Finora il solo partito che ha sempre accolto le richieste dei magistrati è l’Idv. E garantismo e giustizialismo non c’entrano nulla, c’entra solo la Costituzione: che non affida al Parlamento il compito di stabilire se un parlamentare debba essere arrestato oppure no (compito che spetta in esclusiva al Pm e al Gup), ma solo quello di accertare che il mandato di cattura non sia fondato sul nulla e non sottenda dunque un fumus persecutionis. Bene, nei 17 anni della Seconda Repubblica, i giudici hanno chiesto di arrestare una ventina fra deputati e senatori per reati gravissimi e con prove schiaccianti, eppure mai – che governasse la destra o la sinistra – Camera e Senato hanno dato il via libera. Una violazione continua, plateale, spudorata e reiterata della Costituzione. Anche perché mai il diniego ai giudici è stato motivato col fumus persecutionis, unica motivazione consentita dalla Costituzione: si è sempre preferito sostituirla con supercazzole prive di cittadinanza nel mondo del diritto, ma nemmeno in quello della logica: tipo che non si può menomare il “plenum” delle assemblee elettive (peraltro sempre semivuote); o che i fatti non sono poi così gravi da giustificare l’arresto (come se le esigenze cautelari le potesse decidere la politica); o addirittura che le prove sono talmente schiaccianti che l’indagato anche volendo non le può inquinare tutte (dissero persino questo, pur di non arrestare Previti); o che un arresto va fatto subito e non dopo mesi e mesi (infatti, per poterlo dire, il Parlamento lascia passare mesi e mesi prima di rispondere che ormai sono passati mesi e mesi). Ieri è iniziata la solita melina per salvare dalla galera Alfonso Papa, il magistrato pdl che il gip ha deciso di arrestare per favoreggiamento, concussione, corruzione ed estorsione. Prim’ancora di leggere le carte del gip, il Pdl e la Lega avevano già deciso che Papa non va arrestato. L’ha detto il nuovo astro del Popolo delle Impunità, l’on. avv. Maurizio Paniz: “Se Papa non fosse deputato, i giudici non l’avrebbero arrestato, infatti hanno escluso i reati più gravi”. Ci vuol altro che bazzecole tipo favoreggiamento, concussione, corruzione ed estorsione per arrestare uno qualunque. Ci vuole almeno l’immigrazione clandestina o il taroccamento di un cd. Così la Giunta per le autorizzazioni ha subito rinviato il dossier Papa al 29 giugno, tanto per avvicinarsi alla pausa estiva: il relatore on. avv. Paolo Sisto (quello che una sera si autoinvitò da Santoro) ha sentito l’irrefrenabile esigenza di leggere non solo l’ordinanza di arresto del gip (200 pagine), ma pure la richiesta dei pm, delle toghe rosse (15 mila pagine). Tutto fa brodo. La provvidenziale assenza dell’on. avv. Consolo, noto berlusconiano travestito da finiano, ha garantito il rinvio. Bersani s’è molto indignato: “Palude maleodorante all’ombra dell’imperatore”. E pure il presidente Castagnetti: “Rischiamo un’inchiesta sull’inchiesta e il Parlamento non la può fare”. Ma va? E che sta accadendo al Senato, dove quattro mesi fa il gip di Bari inoltrò un mandato di cattura per il Pd Alberto Tedesco per corruzione, concussione, falso e turbativa d’asta, ma finora s’è fatto in modo di non arrivare neanche al voto in giunta? Vuole gentilmente Bersani invitare i suoi a spicciarsi ad autorizzare l’arresto di Tedesco, così da potersi concentrare su quello di Papa? “I politici sono tutti uguali” è uno slogan orrendamente qualunquista. Ma non avrebbe tanta fortuna se i politici non fossero quasi tutti uguali.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 17 giugno 2011

INCHIESTA P4 · Parla il sindaco De Magistris: «Stesso contesto della P2. Allora Papa stava al ministero di Mastella» intervista di Adriana Pollice

Politica, massoneria, imprenditori, pezzi di Stato: gli ingredienti dell’indagine dei pm napoletani John Woodcock e Francesco Curcio sulla P4 sono gli stessi dell’inchiesta «Why not» condotta da Luigi de Magistris, allora magistrato in servizio a Catanzaro, attuale sindaco di Napoli. Il nome che lega i due filoni di indagini è quello di Luigi Bisignani, il più giovane iscritto alla P2 di Licio Gelli, condannato per la tangente Enimont negli anni 90, approdato poi al salotto buono della seconda Repubblica. Più potente di Gianni Letta, dicono a Roma, capace di influenzare le decisioni di colossi come l’Eni, Finmeccanica, Generali, fino a sponsorizzare Mauro Masi come dg Rai. C’è chi dice che sia dietro le fortune politiche di sottosegretaria come Daniela Santanchè. Amico di Italo Bocchino, di Clemente Mastella, di Angelo Balducci e Guido Bertolaso. Amico di tutti, con un ufficio addirittura a Palazzo Chigi, dove farebbe il consulente. Secondo i pm di Napoli sarebbe la mente di una associazione segreta in grado di infiltrarsi nelle procure e tra le forze dell’ordine per acquisire informazioni utili a fabbricare dossier, agevolare o stroncare carriere, controllare appalti. Stessa idea di De Magistris all’epoca di «Why not»: sarebbe stato lui uno dei referenti del sistema individuato in Calabria, la sua posizione archiviata quando l’inchiesta fu messa in mano ad altri. Nei documenti però si trovano tracce dei rapporti, ad esempio, conWalter Cretella Lombardo, potente generale della Guardia di finanza, e con Salvatore Cirafici, il dirigente Wind responsabile della gestione delle richieste di intercettazioni e tabulati inviate all’azienda telefonica dalle procure italiane

De Magistris, è sorpreso dall’inchiesta di Napoli?
Per capire chi è Bisignani dobbiamo tornare al 2007. A giugno inizio a indagare sull’intreccio tra appalti pubblici, la massoneria coperta («La Loggia di San Marino»), vertici dei servizi, l’allora numero due della Guardia di Finanza, esponenti politici e degli affari, come Antonio Saladino, un imprenditore referente della Compagnia delle Opere, e Finmeccanica. All’inizio di luglio iscrivo Bisignani nel registro degli indagati. La sua perquisizione stranamente va a vuoto, allora
ebbi l’impressione che fosse stato avvisato, era volato a Londra. In compenso all’improvviso l’attività ispettiva del ministero della Giustizia, retto allora da Clemente Mastella, nei miei confronti ha un’accelerazione: arriva il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, poi coinvolto nella P3, l’inchiesta «Why not» viene trasferita alla procura generale e io spedito al Csm. Comincia poi un’opera di delegittimazione contro di me e la procura di Salerno, che indaga sulmio caso. Facile immagine che dietro c’è la spinta fortissima di Bisignani. La democrazia italiana
è inquinata dai poteri occulti e io ci ho rimesso la toga.

Dalla P2 alla P4, c’è continuità oppure si tratta di fenomeni differenti?
È lo stesso contesto fatto di organizzazioni segrete e colletti bianchi della criminalità organizzata, si infiltrano nelle procure, negli apparati dello stato, nelle imprese, nella politica per gestire la spesa pubblica e i fondi europei, costituiscono un governo occulto del paese in violazione della Legge Anselmi.
Anche gli uomini sono spesso gli stessi. Ancora nel 2007 nella perquisizione a Saladino, trovai un biglietto dove, in riferimento ad alcuni appalti ministeriali per l’informatizzazione, era scritto «rivolgersi ad Alfonso Papa», allora ai vertici del ministero retto da Mastella. Cioè allo stesso ex pm, diventato parlamentare Pdl, indagato per la P4, amico dell’ex Procuratore di Roma Achille Toro, indagato
con Miller per la P3. Del resto Papa, quando era con me pubblico ministero a Napoli, si è sempre messo di traverso in tutte le battaglie che riguardavano la giustizia.

Certe scelte del governo trovano una ragione negli interessi di Berlusconi, e forse più ancora nella copertura di questa rete di potere?
Rimandare tutto al premier è un grave errore. La P4, come le altre, va molto oltre Berlusconi. Certo, il presidente del Consiglio è un riferimento per le strategie dei piduisti, è l’interprete ideale delle loro istanze, ma stiamo parlando di un sistema che non si ferma al centrodestra, intercetta anche il centrosinistra e tutti gli ambiti della vita pubblica. Se Bisignani ha un ufficio a Palazzo Chigi è perché è amico di molti politici di differenti colori. È questa capacità di penetrazione che spiega molte stranezze italiane. Viviamo in un’apparente legalità formale che spesso permette l’abuso del diritto, leggi incostituzionali, promozioni dirette e trasferimenti ingiusti di servitori dello stato. È un potere ricattatorio bipartisan.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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