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di 'Per quel che mi riguarda'
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mercoledì 5 ottobre 2011

Il suicidio Meredith di Marco Travaglio

(foto LaPresse Ansa)
Da certi commenti sulla sentenza di Perugia, pare quasi che Meredith Kercher si sia suicidata. Della ragazza assassinata non parla quasi nessuno: “Il silenzio dei genitori non ha pagato, in tv si son visti solo i familiari di Amanda Knox”, osserva la giornalista di Newsweek che segue il caso fin dall’inizio. E, come tutti quelli che conoscono le carte, è colpevolista. Silenzio imbarazzato anche sull’ivoriano Rudy Guede, unico sicuro colpevole uscito dalla lotteria dei cinque verdetti: 4 condanne (3 con rito abbreviato per Rudy, condannato definitivamente a 16 anni, e 1 con rito ordinario per Amanda e Raffaele Sollecito in Corte d’assise), 1 sola assoluzione (quella della Corte d’assise d’appello). Con ciò, per carità, non vogliamo dire che Amanda e Raffaele siano colpevoli: per la Costituzione erano innocenti anche dopo la condanna di primo grado, e lo sarebbero rimasti anche se fosse stata confermata in appello. La loro però rimane un’innocenza provvisoria, visto che entrambi restano imputati di omicidio fino al giudizio di Cassazione. Dopodiché ciascuno potrà continuare a pensarla come vuole. L’unica cosa che ci dovrebbe essere risparmiata sono le lezioni degli americani, che hanno tanto da insegnarci, ma non il garantismo: negli Usa, dopo la prima condanna, si butta via la chiave, non essendo previsto appello. Noi invece processiamo la gente in nome del popolo italiano, con tanto di giuria popolare, e poi la facciamo riprocessare da un altro popolo italiano. Qualcuno sostiene addirittura che Amanda e Raffaele non avrebbero dovuto essere processati né arrestati. Ora, può darsi che la Corte d’assise d’appello non potesse non assolverli, dopo la perizia che neutralizzava le indagini della Scientifica sul coltello e sui ganci del reggiseno. Anche se si ha la sensazione che l’imputato sia colpevole, non si condanna che “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Le prove che bastano per indagare, arrestare, rinviare a giudizio spesso non bastano per condannare. Per questo tanti colpevoli sfuggono alla giustizia. Specie quando i processi sono indiziari: cioè privi di “pistola fumante”, sia essa la confessione dell’imputato o la parola di eventuali testimoni oculari. Un conto è sapere che l’imputato c’entra, un altro è provarlo. Di Amanda e Raffaele sappiamo che c’entrano. Altrimenti perché Amanda, nel primo interrogatorio senza difensore, quando nessuno ancora sa nulla dell’esistenza di Rudy, descrive la scena del delitto e accusa Patrick Lumumba, il “nero sbagliato” (“ricordo confusamente che Patrick ha ucciso Meredith”)? Se lei non era lì, che ne sapeva del delitto e dell’assassino? E, se lei non c’entra, perché calunniare un innocente? E perché Raffaele mente sull’alibi (“quella sera Amanda dormì a casa mia”), subito sbugiardato da vari testimoni? E chi sono i complici di Rudy, condannato per “concorso in omicidio commesso da altri”? Nella stanza di Meredith c’erano tracce solo di Rudy, Amanda e Raffaele. E la sentenza Rudy ha accertato che l’ingresso dell’ivoriano nell’alloggio fu “favorito da Amanda”. Gli indizi, anche scientifici, che hanno tenuto in carcere Amanda e Raffaele per 4 anni non li ha valutati solo la Procura: li hanno poi confermati 1 gup, 9 giudici di tre Riesami e 5 di Cassazione. Se solo la Procura avesse messo in cassaforte la confessione di Amanda, scovando un avvocato d’ufficio la notte in cui sapeva tutto e accusava Patrick, anziché continuare a sentirla senza difensore e rendere così inutilizzabile quel verbale, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Poi ci sono le turbative esterne, che sarebbe il caso di rimuovere dai processi. Le indicibili pressioni americane, che ne han fatto un caso politico (a che titolo il Dipartimento di Stato esprime soddisfazione per la sentenza?). La presenza di avvocati-parlamentari (come l’ottima Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia). E il conseguente processo televisivo, dove solo i difensori possono parlare, mentre i pm no, dunque è tutto sbilanciato sulla difesa. Quella dei ricchi e dei famosi, s’intende. Rudy invece è un poveraccio, per giunta negro. Peggio per lui.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 21 settembre 2011

La malavitola di Marco Travaglio

(foto tratta da l'unità.it)
L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sorridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall'esilio del generale De Gaulle dopo l'occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent'anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L'altra sera il noto campione d'indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all'ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”:
1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare);
2) “un nuovo modo di guardare l'economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor's a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola);
3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all'avanguardia. Commentando l'indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c'entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c'ha i piccioli pure int'u culu e abbiamo saputo puro che c'ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco... E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all'estero”. “Te l'avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Tarantini”. “L'indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ragazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell'Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l'ha voluto commemorare da par suo.

fonte articolo 'Il fatto Quotidiano'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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giovedì 11 agosto 2011

REGNO UNITO-La miccia accesa dell’impoverimento di Benedetto Vecchi

(vignetta Mauro Biani)
Il Regno Unito ha paura. Il governo conservatore ha schierato un esercito per riportare l’ordine. C’è da scommettere che quei poliziotti saranno visti come una truppa d’occupazione di un territorio divenuto ostile nel giro di una manciata di giorni. Unanime è la condanna della rivolta che da Londra si è spostata in altre città. Poche, invece, le analisi che cercano di capire come una grande metropoli si sia trovata a fronteggiare un riot così radicale. Fra queste, va segnalata quella di Nina Power su «The guardian». La filosofa inglese scrive dei tagli al welfare state, di tasse aumentate per gli studenti, di un governo che, in nome del progetto conservatore di Big society, vuol riportare «legge e ordine» per ospitare le olimpiadi. Una miscela esplosiva che ha preso fuoco, come spesso accade, per l’omicidio «accidentale» da parte della polizia di un uomo dal passato segnato da piccoli crimini. E come in ogni rivolta tutti i criteri interpretativi della società vanno in tilt. Perché i riot non seguono le coordinate del conflitto sociale, fermano il tempo sociale, cioè la normalità dei rapporti di esclusione e sfruttamento. L’inghilterra brucia, ma la riappropriazione della merce segue criteri facilmente comprensibili. Si saccheggia un negozio di elettronica perché i gagdet tecnologici sono ritenuti simbolo dell’integrazione sociale. Lo stesso si può dire per abiti e sneakers griffati, indicati come espressione di uno status e di stili di vita acquistabili a prezzi molto alti. Logico che la riappropriazione contempli anche un abbigliamento confacente a quanto di cool viene declamato. C’è poi la presenza di gang criminali. Ovvio che sì. Una banda coltiva il controllo del territorio con attenzione maniacale. Se c’è qualcuno che lo invade, i suoi componenti sono in prima fila negli scontri.
Ma questa è solo immaginazione sociologica. Più rilevante è il contesto in cui collocare la rivolte inglesi. Un contesto di impoverimento progressivo e tuttavia relativo a una popolazione che ha nei giovani il simbolo più evidente. I tagli al welfare state significano riduzione del numero e della qualità dei servizi sociali. Le tasse scolastiche, aumentate al punto tale che diventa proibitiva l’aspirazione a frequentare l’università, determina un cambiamento delle prospettive di vita futura. Lo stesso si può dire del rapporto con il lavoro. I rivoltosi di Londra non sono solo disoccupati cronici, ma anche precari a tempo indeterminato. E come ha scritto «The guardian» alcuni degli arrestati sono infatti grafici pubblicitari, informatici. Non è certo un caso che l’espressione più usata sia lost generation, la generazione perduta. Un impoverimento, che è cosa diversa dalla povertà assoluta, che ha come contraltare la crescita delle diseguaglianze sociali. Un recente studio sulla forbice dei redditi tra la popolazione attiva inglese presentava un quadro non molto diverso da quello statunitense. Il rapporto tra un salario medio e i redditi di un topmanager è di 1 a 70. È questo il contesto in cui collocare quei riot.
Infine, le misure prese da Cameron per edificare la Big Society sono in perfetta continuità con il credo liberista
imperante nel Regno Unito dai tempi di Margaret Thatcher. Il «New Labour» lo ha solo attenuato, ma non ha certo cambiato di segno all’operato del governo. Il paradosso sta proprio nella riproposizione di un modello di società e di attività economica che ha provocato la crisi economica. Di fronte a tanta feroce pervicacia, la reazione non può che essere altrettanto feroce.
Si potrà discettare sulla violenza cieca e furiosa, ma è come guardare il dito e non la luna. Ed è una luna che interessa non solo il Regno Unito in fiamme, ma tutti i paesi europei. Italia compresa.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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Londra - PERCHÉ PROPRIO ADESSO di Tariq Ali




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mercoledì 10 agosto 2011

Londra - PERCHÉ PROPRIO ADESSO di Tariq Ali

(vignetta Ideateatro)
Com’è possibile che gli stessi quartieri esplodano per primi, qualunque sia la causa scatenante dei disordini? Potrebbe avere a che fare con la razza e la classe, la povertà istituzionalizzata o la semplice mestizia della vita quotidiana? I politici della coalizione (compreso il nuovo New Labour, che potrebbe iscriversi per un governo nazionale se la recessione dovesse crescere in fretta), con le loro ideologie pietrificate non possono dirlo, perché i tre partiti sono tutti corresponsabili della crisi. Sono loro che hanno creato il pasticcio. Privilegiano la ricchezza. Dicono che giudici e magistrati dovrebbero dare l’esempio, punendo duramente i manifestanti trovati con una cerbottana in mano. Eppure, questi politici non si sono mai seriamente chiesti perché nessun poliziotto è stato mai perseguito per le oltre mille vittime causate negli ultimi anni.
Da qualunque partito provengano, di qualunque colore sia la pelle dei loro membri del Parlamento, tutti parlano a getto continuo ripetendo gli stessi cliché. Sappiamo che la violenza per le strade di Londra è davvero pesante. Come sappiamo che saccheggiare i negozi è sbagliato. Ma perché l’inferno si scatena solo adesso? Perché non è successo lo scorso anno? Perché le rimostranze e le lamentele si costruiscono con il tempo. Perché quando il sistema vuole la morte di un giovane cittadino nero di una comunità svantaggiata, allo stesso tempo quel sistema, di maniera inconscia, vuole la risposta a quella stessa morte. È stato sempre così.
Ma la situazione potrebbe addirittura peggiorare se i politici, le élite affaristiche, la noiosa televisione di stato e le reti di Murdoch – perché le quattro agiscono spesso in tandem – fallissero nel gestire l’economia, e punissero i poveri e i meno abbienti con le politiche governative che essi stessi hanno promosso per oltre trent’anni. Disumanizzare il “nemico”, a casa o fuori, creare la fobia e detenere senza processo sono strategie che però non funzioneranno per sempre.
Se in questo paese fosse esistito un partito di opposizione serio, ora starebbe discutendo su come smantellare la traballante impalcatura del sistema neoliberale attuale, prima che si sbricioli e faccia male a molte altre persone ancora. Ma in tutta Europa i tratti distintivi che prima separavano il centrosinistra dal centrodestra, o i conservatori dai socialdemocratici, sono scomparsi. La monotonia della politica ufficiale espropria i segmenti meno privilegiati dell’elettorato, che però costituiscono la maggioranza. La proprietà dei servizi – gas, acqua, elettricità, trasporti e presto, senza dubbio, anche l’educazione e la salute – da parte dei pochi è incompatibile con le necessità dei molti. E la nozione per cui la privatizzazione dei servizi aumenti l’efficienza e addirittura faccia scendere i prezzi è stata sempre una fesseria, e sembra che anche oggi la realtà lo dimostri. Quei giovani neri disoccupati – o impiegati a tempo parziale – a Tottenham come a Hackney, a Enfield come a Brixton, sanno benissimo che il sistema è contro di loro. Nulla di ciò che è strombazzato dai politici, che è gonfiato con flatulenza e che suona come il ragliare degli asini ha un impatto reale sulla maggioranza della gente, a parte quelli che hanno acceso i fuochi a Londra questa settimana.
Ma ormai gli incendi sono divampati. Ci sarà qualche altra patetica inchiesta per stabilire i motivi per cui Mark Duggan è stato ucciso, ci saranno le condoglianze e i fiori della polizia ai funerali. I manifestanti arrestati saranno puniti e tutti potranno tirare un sospiro di sollievo, e andare avanti finché non accadrà di nuovo.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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REGNO UNITO-La miccia accesa dell’impoverimento di Benedetto Vecchi




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martedì 2 agosto 2011

LAURA BOLDRINI (UNHCR): «Una tragedia disumana Non c’è limite al peggio» intervista di Giorgio Salvetti

«Non c’è proprio limite al peggio». Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) dovrebbe ormai essere abituata alle tragedie che si consumano ogni giorno nel canale di Sicilia (una media di 8 morti al giorno nel 2011), eppure questa volta è particolarmente colpita da quei 25 corpi chiusi dentro i sacchi sul molo di Lampedusa.

Possibile che neppure questa scena terrificante riesca a smuovere le coscienze e che anche questa volta tutto passi come se fosse inevitabile?
E’ una nota dolente e stridente soprattutto per noi, per la nostra civiltà. Provate a mettervi nei panni di quelle persone, civili che da che mondo e mondo scappano dalla guerra. Ricacciati con la violanza in quella stiva perché in coperta non c’era spazio fisico per altri esseri umani. E’ una cosa disumana. C’è stata moltissima tensione su quella imbarcazione: alcuni migranti sono stati portati in ambulatorio con arti frattuari, altri non volevano lasciare quei corpi. Hanno visto morire i loro familiari. Pensiamo a cosa può voler dire perdere una madre o un figlio in quel modo. Spero davvero che ci sarà un funerale e che queste persone avranno l’occasione di dare un estremo saluto ai loro cari. La dinamica è ancora tutta da chiarire ed è importante che venga aperta un’inchiesta della magistratura. Ora i testimoni di questa tragedia sono traumatizzati, ci vorrà tempo per capire cosa è avvenuto.

La disperazione porta altra disperazione, cosa pensi di quello che è avvenuto ieri a Bari?
Bisogna essere chiari. A Bari hanno protestato persone che lamentano ritardi o dinieghi alle loro domande di asilo. Il problema è che dalla Libia arrivano persone provenienti da altri paesi in fuga da altre guerre o violazioni dei diritti umani. Ma anche migranti che in Libia semplicemnte avevano un lavoro. La convenzione di Ginevra prevede che l’asilo debba essere concesso solo a quegli stranieri che temeno di essere perseguitati nei loro paesi di origine. Come ad esempio, eritrei, somali e ivoriani. Tutti hanno il diritto di manifestare ma la violenza non è giustificabile.

E che altro si può fare allora?
C’è bisogno di soluzioni concrete. O si dà il permesso di soggiornoa a tutti per motivi umanitari (ma questa è una scelta politica che non compete alle commissioni), oppure si incentivano i rimpatri volontari assistiti. Si tratta cioè di dare un incentivo anche economico a persone che una volta rientrate nel loro paese di origine devono rifarsi una vita. Altrimenti si rischia di aumentare notevolmente il numero degli irregolari.

La Politica, appunto. Oggi in Senato si vota il decreto Maroni che allarga il periodo di reclusione nei Cie a 18 mesi. Non tira certo una buona aria.
Quella dei Cie è un’altra questione ancora. Siccome però non mi sembra ci siano i presupposti per cambiare l’aria che tira, vorrei che si pensasse a soluzioni pratiche e percorribili in tempi utili. C’è bisogno dimettere a punto un sistema di accoglienza che oggi è diffuso sul territorio con standard più uniformi a supporto anche di soluzioni più a misura d’uomo in centri più piccoli. E, ripeto, credo che un programma per i rimpatri volontari assistiti sia un risposta praticabile per quei migranti che non hanno bisogno di protezione ma che non possono essere abbandonati a se stessi.







LAMPEDUSA · I corpi di 25 africani trovati su un barcone. Hanno cercato disperatamente di salire sul ponte per respirare. Picchiati e soffocati nella stiva di Leo Lancari


(foto TG3.it)
Ci hanno provato con tutte le forze a uscire da quel buco maledetto dove l’aria stava diventando sempre di meno e il caldo sempre più asfissiante. Ci hanno provato spinti dalla disperazione di chi si vede braccato come un topo in trappola. Uno di loro a un certo punto è anche riuscito a salire sul ponte della nave, a respirare per un attimo l’aria fresca, ma ha pagato caro quel gesto di ribellione. E’ stato preso e buttato a mare senza pietà. Gli altri, quelli che tentavano come lui di uscire dalla stiva, sono stati invece picchiati e ricacciati in fondo a quel buco nero dove hanno trovato la morte. «Gridavano per uscire dalla botola ma venivano ributtati giù. Chiedevano aiuto perché non avevano ossigeno», hanno raccontato i testimoni.
L’ultima tragedia dell’immigrazione nel Canale di Sicilia è ambientata in una stiva di due metri per tre, senza oblò né prese d’aria, con dentro 26 giovani africani, quasi tutti di origine nigeriana, e chiusa da una botola. Sopra, sul ponte del barcone lungo 15 metri e partito tre giorni fa dalla Libia, altri 270 disperati, ammassati anch’essi come bestie ma almeno con la possibilità di respirare. «Eravamo tantissimi - ha raccontato Hamed, un nigeriano di 25 anni -. Qualche libico, molti nigeriani, alcuni somali. Molti sono scesi sottocoperta perché tutti sul ponte non potevano starci».
Stando alle prime ricostruzioni fatte ieri dagli inquirenti, sarebbero stati proprio gli immigrati che avevano trovato posto sul ponte a impedire ai loro compagni di uscire dalla stiva per paura che la barca si rovesciasse. E qualcuno di loro avrebbe buttato a mare l’unico che era riuscito a farcela. Grazie alle testimonianze raccolte, almeno tre responsabili di queste morti sarebbero già stati individuati.
A scoprire i 25 corpi ormai senza vita sono stati ieri quattro militari di una motovedetta della Guardia costiera spedita come accade sempre a soccorrere il barcone quando si trovava a 35miglia Sudest da Lampedusa. Trasbordato sulla motovedetta il gruppo, tra cui 36 donne e 21 bambini, i militari hanno aperto la botola della stiva scoperchiandone l’orrore. I corpi erano ammucchiati, qualcuno in avanzato stato di decomposizione a causa del caldo. Tutti sarebbero morti per asfissia per la mancanza d’aria e per le esalazioni di monossido di carbonio rilasciate dal motore. Morti, a quanto pare, da almeno due giorni.
La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per stabilire quanto è accaduto a bordo del barcone. Quando sono stati soccorsi dalla Guardia costiera nessuno dei 270 africani sopravvissuti ha detto una parola su quanto era avvenuto nella stiva della nave. Poi, lentamente, sono cominciate le prime ammissioni.
Agli agenti della Squadra mobile di Agrigento sarebbero stati proprio gli immigrati a impedire a chi stava nella stiva di risalire all’aria aperta. E sempre loro avrebbero gettato a mare senza alcuna pietà il ragazzo che era riuscito a conquistare il ponte. Il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza il reato di omicidio in conseguenza di un altro reato e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per ora è contro ignoti, ma nei prossimi giorni, con i primi interrogatori, potrebbero arrivare anche i primi avvisi di garanzia. Fino a ieri sera non risultava che a bordo dell’imbarcazione ci fossero degli scafisti.
I corpi delle 25 vittime di questa ultima tragedia giacevano ieri nei sacchi verdi allineati lungo il porto di Lampedusa. Sei verranno sepolti sull’isola, mentre le altri sono state trasportati dalla motonave Moby a Porto Empedocle per l’autopsia che dovrà confermare le cause della morte. Per qualche ora ieri si è pensato che a uccidere i 25 africani potesse essere stata un’epidemia, ma l’allarme sanitario è rientrato praticamente subito «Nessuno dei quasi 300 clandestini sbarcati sull’isola questa notte (la scorsa notte, ndr)presenta segni e sintomi riconducibili a patologie trasmissibili e diffusibili», ha spiegato l’assessore regionale per la Salute della Sicilia Marco Russo, che ha ha anche confermato che alcune delle 25 vittime «presentavano segni evidenti di trauma cranico».
Sulla tragedia del mediterraneo ieri il Pd e l’Italia dei valori ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni di riferire al parlamento. Difficilmente, però, il titolare del Viminale farà autocritica sulla politica dei respingimenti che fino a oggi ha provocato migliaia di vittime, costringendo gli immigrati a viaggi della disperazione come quello di ieri. Quella di ieri - ha detto ieri il sottosegretario agli Interni con delega all’immigrazione, Sonia Viale, è l'ennesima tragedia provocata da «trafficanti di uomini senza scrupoli». Trafficanti che però, ha dimenticato di aggiungere il sottosegretario, fanno affari solo grazie alle politiche esclusivamente repressive messe in atto da governi come quello italiano.

fonte intervista e articolo 'Il Manifesto'
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sabato 23 luglio 2011

GENOVA 2001: Né verità, né giustizia, ma il black-out nella notte del diritto di Luigi De Magistris

(vignetta Mauro Biani)
Dieci anni fa: «Un altro mondo è possibile». Oggi: «Loro la crisi, noi la speranza». Spesso gli slogan riescono a veicolare un messaggio più chiaro delle riflessioni, come accade in questo caso: il caso del movimento altromondista che si diede appuntamento a Genova nel 2001 e che torna a rivedersi nel capoluogo ligure in questi giorni, sotto una veste nuova.
Due slogan - tema simile, tempi diversi - che testimoniano una verità: dieci anni fa, quel movimento multiforme che sfidò gli otto potenti del mondo aveva ragione, la sua agenda politica era una profezia che puntualmente si è avverata. Giovani, associazioni, sindacati, esponenti di forze politiche, cattolici, pacifisti, movimenti e semplici cittadini chiedevano un'inversione della rotta politica mondiale, soprattutto di quel modello di sviluppo economico fondato sul mito del mercato globale senza regole, se non quella del suo dominio assoluto su tutto il resto, giustizia sociale compresa ovviamente.
La Cassandra altromondista preannunciò i dissesti ambientali, risultato di uno sfruttamento scellerato delle risorse naturali e incentrato sulle energie tradizionali. Denunciò le distorsioni di un privato che fagocita il
pubblico e del profitto multinazionale che schiaccia le economie nazionali, lo tsunami dei mercati causato da una speculazione finanziaria che divora l'economia reale, la gestione dissennata dell'acqua affidata alle Spa e non più garantita a tutti gli esseri umani come diritto non commerciabile.
Con puntualità si è verificata ogni previsione: la bolla finanziaria degli Usa che ha fatto tremare i mercati, la delocalizzazione del sistema industriale dell'Europa, le catastrofi naturali, la spaccatura drammatica fra Nord e Sud del mondo. Nessun attore internazionale, però, ha ancora chiesto scusa a quel movimento del luglio 2001. Nessun governo, nessun presidente della Bce o del Fmi, nessun capo di Stato, nessun manager rampante ha chiesto scusa a quel movimento per averlo tacciato di idealismo e per averlo represso (per timore della sua forza), riconoscendo che non aveva torto nel chiedere una globalizzazione dei diritti universali e un modello di sviluppo sostenibile, un altro mondo rispetto a quello dominato dalla sola legge del profitto e dell'apparenza, un altro tipo di democrazia intesa come partecipazione attiva dei singoli a difesa del bene collettivo. Nessuno, soprattutto, ha chiesto scusa a quel movimento per averne ferito l'idealità reprimendolo nel sangue, producendo la più grave violazione dello stato di diritto che la memoria occidentale ricordi dal dopoguerra ad oggi (Amnesty). Diaz, Bolzaneto, via Tolemaide e, infine, l'apice drammatico di Piazza Alimonda: una catena di comando istituzionale impazzita ai suoi vertici apicali, con una gestione dell'ordine pubblico che, fin nei giorni precedenti l'appuntamento, già si preannunciava più simile al Cile di Pinochet che ad un paese democratico europeo. A distanza di dieci anni, resta l'incapacità di rispondere al desiderio di giustizia e verità - politica e giudiziaria - per quella ferita nazionale.
Genova 2001 non ha avuto conseguenze pubbliche nonostante le promesse pronunciate a caldo di quell'evento: nessun allontanamento degli attori istituzionali e politici - i cui nomi tutti conosciamo bene - che hanno generato il black-out del diritto, non l'introduzione del reato di tortura (imprescrittibile) nel codice penale o dell'identificazione alfanumerica sulla divisa degli agenti. E zero commissione d'inchiesta (che poteva quanto meno avere un valore politico). Soprattutto resta un'uccisione, quella di Carlo Giuliani, per la quale Haidi e Giuliano ancora invocano verità.
Al contrario, sulla gran parte dei reati (dalla calunnia alle lesioni, dall'abuso d'ufficio alla violenza privata, dal falso ideologico alla violazione della convenzione per i diritti dell'uomo) commessi da esponenti delle forze dell'ordine è calato il sipario della prescrizione o calerà in futuro, mentre le condanne ai vertici - paradosso inaccettabile - hanno comportato una progressione di carriera nelle questure, nel Dac, nell'Aisi, nello Sco, nell'Interpol.
Per quella pagina entusiasmante e drammatica, nessuno ha chiesto scusa e nessuno ha detto «ho sbagliato». La grande vittoria? Quel movimento carsico altromondista, che in molti vorrebbero inghiottito nel nulla, vive ancora. Per fortuna. Nei movimenti per i beni comuni e contro le discariche, nei comitati anti Tav e no Dal Molin, nel network pacifista, nella campagna contro il debito, nel popolo dei diritti. In Europa e nel mondo. E in particolare, in queste ore, rivive a Genova.

fonte articolo'Il Manifesto'
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sabato 16 aprile 2011

Perché si deve morire per dire la verità? di Giuliana Sgrena

L’incubo che ti perseguita, notte e giorno, improvvisamente si materializza: un video su uno schermo, l’iconografia della morte messa in scena come ricatto alla vita. Un altro, uno di noi: pacifista, giornalista, volontario, uomo, donna ridotto a merce di scambio, arma di guerra o solo di propaganda. Una persona amica dei popoli oppressi, che ha speso la vita per sostenere la causa dei più deboli, viene barbaramente assassinata.
Non ti lasciano il tempo di pensare cosa fare per salvare Vittorio. Vittorio già non c’è più. Dei mostri ce l’hanno portato via, mostri sì, altrimenti come si potrebbe commettere un crimine così atroce? Come si può umiliare così un popolo che avrebbe bisogno di umanità e non di barbarie? Un crimine commesso innanzitutto contro i palestinesi da palestinesi obnubilati da un fanatismo che non ha limiti né frontiere.
Quando si fa della religione un mezzo per raggiungere il potere e della morte uno strumento di lotta ci sarà sempre qualcuno che si ergerà al difensore più ortodosso del libro fino a considerare tutti gli altri nemici. Inutile cercare una logica quando la ragione sfugge agli schemi del fanatismo.
Eppure non vogliamo, non possiamo rassegnarci. Sebbene fare solidarietà o cercare di informare sulle atrocità della guerra (e Vittorio faceva entrambe le cose) sia sempre più rischioso.
Nonostante già le prime immagini di Vittorio non lasciassero molte speranze, pensavamo che forse l’ultimatum potesse essere un modo per alzare il prezzo, per segnare la presenza di un nuovo gruppo della nebulosa salafita qaedista sul terreno. Un terreno sempre più infido quello di Gaza. Ma non l’unico.
Ricordi e ipotesi: come finirà? Dipende da chi sono i rapitori, è la prima cosa da scoprire mi aveva detto Ra’ad, l’ingegnere rapito con Simona Torretta, Simona Pari e Manhaz. Ed è quello che ho cercato di fare quando è successo a me. Scrutavo ogni movimento, ogni atteggiamento per assicurarmi che i miei rapitori non fossero fondamentalisti e fanatici religiosi per escludere che appartenessero ad al Qaeda. Questo serviva solo ad avere qualche speranza di poter uscire viva, magari con una trattativa, anche se chi sequestra dei civili – peraltro tutti impegnati a fianco della popolazione locale – non può essere certamente sensibile alla vita umana. Non erano forse già stati uccisi Enzo Baldoni e Margaret Hassan e molti altri?
Eppure quando non si ha altra risorsa per resistere all’angoscia della prigionia anche attaccarsi a un filo pur flebile di speranza serve, come serve un nodo sulla frangia di una sciarpa per contare i giorni. Ma per Vittorio non ci sono stati giorni da contare, forse nemmeno ore. Nei momenti più atroci del mio sequestro pensavo al modo in cui mi avrebbero uccisa e passavano davanti a me i video dei vari stranieri ai quali era stata squarciata la gola e consideravo il colpo di una pallottola il male minore. Almeno fino a quando le pallottole non sono arrivate davvero, ma a spararle erano americani.
Vittorio non è stato risparmiato, aveva il viso tumefatto, di Baldoni sono tornati pochi resti in una piccola cassetta di legno, tanto per dire che è stato sepolto e permettere alla famiglia di elaborare il lutto.
Proprio in questi giorni è uscito in Grecia un film documentario sui giornalisti in Iraq dal titolo Morire per dire la verità. Ma perché di deve rischiare la vita per dire laverità o per un gesto di solidarietà con i contadini o con i pescatori palestinesi? E perché ripensando a chi non ce l’ha fatta insieme all’enorme dolore emerge quasi un senso di colpa, quella sindrome da sopravvissuto che qualcuno ha ritrovato nel mio racconto?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 15 marzo 2011

A quest’ora il questore in questura non c’è di Marco Travaglio

O Manco a farlo apposta, a Milano succede questo: l’altra notte Kathryn Emily Andrews, 25 anni, inglese in vacanza in Italia, irrompe all’hotel Madison ubriaca fradicia dicendo di voler salutare un amico. Questo però chiama la polizia. Arriva una volante, gli agenti le chiedono i documenti, ma lei comincia a insultarli urlando: “Sono la figlia di un ministro inglese”. Quelli pensano: eccone un’altra, ci risiamo, non bastava la nipote di Mubarak, ora pure la figlia del ministro, magari adesso chiama B. e ci rimanda la Minetti. Nell’attesa la portano in Questura, controllano la patente, contattano l'ambasciata e scoprono che davvero la ragazza è figlia del ministro della Cooperazione del governo Cameron. Essendo maggiorenne, la denunciano a piede libero per minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, rifiuto di fornire documenti e ubriachezza. Nessuna telefonata da Arcore. Forse B., causa cerotto finto, non può parlare. Forse teme che la Minetti molli pure Kathryn a una mignotta brasiliana: poi chi li sente gli inglesi, mica sono di bocca buona come Mubarak e gli egiziani. O forse più semplicemente la tipa non ama il bunga-bunga con i vecchi sporcaccioni. Dunque non frequenta Arcore. Interessante il seguito: Kathryn viene prelevata in Questura non da un’igienista dentale travestita da consigliera regionale, ma da un addetto del Consolato britannico. Perché era davvero inglese e figlia del ministro. Ma ormai è passata l’idea che, quando si viene fermati dalla polizia, conviene spacciarsi per parenti di qualcuno: non si sa mai, magari B. telefona e sistema tutto. Il mese scorso, a Porto Sant’Elpidio, un giovane egiziano residente in Brianza fu sorpreso dalle forze dell’ordine con 30 grammi di eroina e un bel po’ di soldi fatti con lo spaccio. Si difese dicendo di essere il fratello di Ruby, quindi anche lui nipote di Mubarak e figlioccio di B. I militari controllarono e scoprirono che era egiziano, dunque anche volendo non poteva essere parente di Ruby. Ma, anche se lo fosse stato, non sarebbe stata una buona ragione per rilasciarlo. La cosa difficile fu spiegargli perché mai Ruby, fermata per furto, se la svignò all’istante, mentre lui, fermato per spaccio, no. Impossibile trovare un interprete in grado di tradurre in una lingua che non sia l’italiano un concetto così complicato: la legge è uguale per tutti, esclusi B. e i suoi amici, ma soprattutto le sue amiche. Un concetto che fa ridere i polli, infatti è preso molto sul serio dal Giornale. Che un mese fa titolava: “Il Cav. ottimista: Ruby era maggiorenne”. Poi s’è scoperto che due volontari son volati in Marocco per retrodatarle la nascita e magari inserirla nell’albero genealogico dei Mubarak. Ma ci vuol altro per scoraggiare Olindo Sallusti, che ieri ha sfoderato un altro alibi di ferro per il padrone: “Ecco il verbale che scagiona il Cav”. È il verbale del caposcorta, che chiamò la Questura poi passò il cellulare a B. perché parlasse col capogabinetto Piero Ostuni, ma giura a Ghedini che fu “una telefonata assolutamente normale”, per “chiedere informazioni con toni pacati”. Purtroppo dal rapporto dei poliziotti risulta tutt’altro: B. chiese di rilasciare Ruby contro gli ordini del pm, ma anche di far sparire ogni traccia evitando anche la fotosegnalazione. Chissà mai a chi crederanno i giudici: al caposcorta dell’imputato o al rapporto dei poliziotti? Fosse già in vigore la riforma epocale della Giustizia, tutto sarebbe più semplice: i giudici e i reati li deciderebbe direttamente B. e trovare qualcuno che gli crede non sarebbe difficile. Basterebbe reclutare qualcuno pagato da lui, possibilmente italiano. Gli stranieri sono meno spiritosi. Persino Gheddafi fa sapere che, soffocata la rivolta, si occuperà di quel traditore di B. L’impressione è che il nostro, quando tornerà gheddafiano, non potrà cavarsela con un baciamano. Dovrà baciargli direttamente il culo.

fonte articolo e vignetta 'Il fatto Quotidiano'
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lunedì 21 febbraio 2011

Berlusconi: «Non disturbo Gheddafi», a rischio miliardi di petrodollari di Francesco Paternò

«No, non l’ho sentito, la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno». Silvio Berlusconi lascia in pace Gheddafi, che poi è unmodo di dire perché in Libia è scontro frontale. Come in Tunisia, come in Egitto. Solo che in Libia l’intensità della rivolta non è ancora chiara, ma quella della repressione sì. Il presidente del consiglio non telefona e fa saltare sulla sedia le opposizioni, né dice una parola di condanna come invece ha fatto il governo inglese.
Gheddafi è per lui quel che in diplomazia si chiama una special relationship. Un po’ di più sia dell’«amicizia» che lo ha legato fino a ieri al leader egiziano defenestrato Hosni Mubarak, sia per gli interessi nazionali in ballo. E chissà se anche personali, come hanno sospettato gli americani (fonteWiki- Leaks) nei rapporti politico-affaristici fra Berlusconi e Putin.
Il «Trattato di amicizia» fra Italia e Libia è entrato in vigore due anni fa. Per comprenderne tutte le implicazioni, bisogna rifarsi alle parole del presidente del consiglio: «E’ un vantaggio per tutti, chi non capisce è prigioniero di schemi superati». Il «tutti» appartiene sicuramente ai grandi gruppi italiani pubblici e privati che, sulla scia dell’accordo politico tra i due governi, hanno trovato in Libia la loro America. Eni e Finmeccanica, per fermarsi solo ai numero uno, hanno oggi in discussione con gli uomini del Colonnello investimenti pari a 25 miliardi di dollari nel settore energia e altri 20 nel settore militare. «Avete una straordinaria industria della difesa», dice Gheddafi a Berlusconi nell’agosto scorso, quando viene a Roma con il suo circo di cavalli e tende e libretti verdi regalati a una convention di ragazze, reclutate almeno a cielo aperto e senza sms. E’ il là: la Lybian investments authority (Lia), il fondo sovrano del paese, entra con il 3% nella «straordinaria» Finmeccanica (facendo fischiare le orecchie agli americani), mentre la banca centrale libica sale fino a quasi al 5% di Unicredit, primo gruppo italiano e uno dei più grandi d’Europa.
Petrodollari, che a dire il vero fra i due paesi scorrono da circa dieci anni prima che Gheddafi prendesse il potere, quando nel 1959 l’Eni si installa lì. L’Italia è il primo importatore di petrolio libico e il terzo del loro gas metano tramite il Greenstream, il gasdotto più importante del Mediterraneo inaugurato nel 2004 sempre da Berlusconi. L’interscambio è un modo di dire: il 99% delle nostre importazioni dalla Libia sono idrocarburi.
Può Berlusconi «disturbare» Gheddafi? Il trattato di amicizia è fondato anche su altri 5 miliardi di dollari in infrastrutture che il governo di Roma ha concesso quale riparazione ai danni coloniali italiani, come da sempre Gheddafi reclamava. Un contratto in cui Berlusconi ha infilato un accordo per il respingimento degli immigrati provenienti dalla Libia, sperando di chiudere in qualche modo almeno questa frontiera del Nordafrica.
Ma l’accordo ha funzionato molto meno bene di quelli finanziar-industriali e ha fatto scattare la censura di un altro prelato del Vaticano, mons Agostino Marchetto, secondo cui l’intesa è una «violazione dei diritti umani».
Eni e Finmeccanica, sentiti ieri informalmente dalle agenzia di stampa, hanno fatto sapere che restano vigili, ma che il business va avanti tranquillo. Sperando che le braccia al collo di Berlusconi a Gheddafi non portino male quanto l’abbraccio mortale con Mubarak e prima ancora quello con il presidente tunisino Ben Alì.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 20 febbraio 2011

La sua Africa di Marco Travaglio

(Joseph Habineza e a destra Berlusconi a Villa Certosa(DAL SETTIMANALE OGGI)
Qualche mese fa fece scalpore, si fa per dire, la notizia che nella classifica mondiale dei paesi meno corrotti, l’Italia era stata scavalcata dal Ruanda, piazzandosi al 67° posto. Ora, sempre dal Ruanda, giunge notizia (ne parla la locale agenzia di stampa Rna, ripresa dal sito missionario alberwandesi.blogspot.com ) che il ministro della Cultura e dello Sport, Joseph Habineza, si è dimesso dal governo dopo che alcune sue foto che lo ritraggono avvinghiato ad alcune ragazze, pare a una festa per San Valentino, erano finite su Internet (le pubblichiamo qui a fianco). Bunga-bunga? Per carità, mica siamo ad Arcore. Balli, abbracci, bacetti e una mano malandrina spalmata sul sedere di una pulzella. Tanto basta, in Ruanda, per dare le dimissioni, prontamente accettate dal premier di Kigali. Habineza non ha detto che la ragazza era la nipote di Mubarak, non ha ricordato di essere eletto dal popolo, non ha minacciato riforme costituzionali né manifestazioni di piazza. Non risultano, in Ruanda, polemiche sulla violazione della privacy, la presunzione di innocenza, le foto a orologeria e l’antihabinezismo, né appelli del capo dello Stato ad abbassare i toni, né convegni di giornalisti governativi con mutande appese né interventi del Garante, né editoriali degli Ostellino locali (in Ruanda non ce ne sono) sulle ragazze sedute sulla propria fortuna. Chissà le risate, in Ruanda, quando apprenderanno che nella civilissima Europa c’è un paese governato da un tizio non solo fotografato con quattro o cinque squinzie sulle ginocchia, le mani posate sulle “fortune” di due di esse, pochi giorni dopo aver sfilato al Family Day, ma pure rinviato a giudizio per induzione alla prostituzione minorile e concussione. Due anni fa suscitò grande costernazione la notizia che Mediaset chiudeva il Bagaglino per mancanza di pubblico. Il motivo della crisi era lo stesso che fa di “Cetto La Qualunque” un film neorealista, ma molto minimalista: il Bagaglino, valicate le mura del salone Margherita, è ormai dappertutto. L’altra sera, per esempio, ha fatto tappa al Circolo degli Scacchi, che ha sede a Palazzo Rondanini al Corso, cenacolo – scrivono i giornali – dell’“aristocrazia romana”. Lì infatti le nobili “ammiratrici” del Cainano hanno organizzato una “serata per sole donne” con “selezionatissimi invitati” (così li chiama il Corriere della Sera): ospiti d’onore Lui, il fido Apicella “munito di chitarra” e l’onorevole Annamaria Rossi. “Nessuna di noi era minorenne, purtroppo”, ha commentato la più aristocratica fra loro, la principessa Nicoletta Odescalchi, “molto invidiata dal Cavaliere per il favoloso Caravaggio che custodisce nel suo palazzo”. C’erano anche altre “nobildonne”, come “l’ideatrice della festa, la duchessa Nicoletta Maresca di Serracapriola”, che s’è fatta aiutare “dal conte suo amico Lupo Bracci”. “Quattro tavoli da dieci persone – annota ancora il Corriere – e menu semplice: timballo, filetto in crosta e torta millefoglie con in cima una tipica decorazione scacchistica, caselle bianche e nere di panna e cioccolato. Era giovedì sera ma gli ospiti non hanno visto né Benigni né Santoro, ‘la tv non c’era proprio’, taglia corto il principe Mario Chigi, parco di parole e altri dettagli”. Si sa soltanto che il principe di Arcore e Milanello – come “rivela il maestro Apicella”, marchese della Vongola – “ha cantato la canzone ‘Senza te’, che scrissero insieme e fa parte del vecchio album, e poi, da bravo presentatore, ha annunciato la performance dell’on. Bernini, che si è esibita in ‘Summertime’ di Gershwin, riscuotendo calorosi applausi”. La contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, impegnata nel varo di una nave con il ragionier Ugo Fantozzi, ha inviato un saluto denso di rammarico per non poter essere della partita. Viva commozione anche in Ruanda.

Fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 17 febbraio 2011

I Masi comunicanti di Marco Travaglio

(vignetta gianfalco)
La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza, direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 15 febbraio 2011

IL SEGRETO DELLE DONNE di Norma Rangeri

(vignetta Claudio Ruiu)
Ci sono momenti in cui è necessario farsi vedere anche dai ciechi. Così eccole le donne date per disperse, eccole nelle piazze stracolme, con molti uomini, nessun moralismo contro le prostitute di Arcore, senza bandiere di partito, contro Berlusconi, obiettivo numero uno ma, a seguire, contro molti altri democratici esemplari del suo sesso. L’impetuosa marea è stata, altro fatto inedito, alimentata da una discussione larga che l’ha rafforzata. Le donne sono fatte così: discutono ma curano le radici, affilano la critica ma costruiscono relazioni e quando è il momento di dare una scossa scatenano il terremoto.
La forza dei numeri e la ricchezza dei contenuti hanno prodotto un evento politico che può stupire solo chi non ha mai capito molto del femminismo italiano. Le donne in piazza hanno mostrato che le trovi là dove sono sempre state, nella società e nella cultura, dentro e fuori la famiglia, dentro e soprattutto fuori i partiti. Una lezione a questa classe dirigente (dalla politica all’informazione) che reagisce solo davanti alle piazze piene. Era stupefacente, nel day-after, scoprire gli autorevoli giornaloni nazionali "aprire", per una volta nella loro centenaria storia, con le ragioni del paese anziché con le convulsioni del palazzo. Anche se poi lo stile, di commenti e cronache, non riusciva proprio a evitare il "colore", l’ironico ammiccamento a quella sconosciuta dell’università Virginia Wolf (fondatrice di uno dei centri più importanti della storia del femminismo italiano) salitasul palco.
Non avremmo avuto la folla straripante del 13 febbraio senza la sedimentazione di una cultura politica forte e sempre attiva, nella riflessione come nella quotidiana esperienza di vita. Non avremmo avuto discorsi e domande dove sempre si recitano comizi e slogan. Dal palco arrivano le parole di tutte le altre. Parlano del corpo di Ruby come dell’economia che ci sgoverna, delle responsabilità della sinistra, del potere maschile. L’attrice, la studentessa, la poetessa, la suora raccontano le esperienze dolorose delle persone.
Berlusconi accusa le manifestanti di essere "faziose", perché le vere donne possono solo amarlo. I berlusconiani in mutande alimentano questo surreale delirio, le ministre cooptate dal sultano balbettano di piazze «radical-chic». Radicali di sicuro chic non è un peccato, né un reato. Bersani invece applaude alla grande prova di democrazia, spera che «sia colta la voce arrivata dalla piazza». Sarebbe ora perché la campana suona anche per lui.
Le donne hanno un paese caricato sulle proprie spalle (anche prima dell’era berlusconiana), sanno che di questi partiti non possono fidarsi, forse hanno delegato troppo a una rappresentanza sempre più asfittica e povera, chiedono un’opposizione all’altezza del disastro in cui siamo. Sono consapevoli della necessità di far fronte tanto alle macerie del berlusconismo quanto alle sconfitte della sinistra. Le manifestazioni segnalano la presenza di un soggetto che spinge per cambiare l’agenda politica Naturalmente mandando a casa Berlusconi, ma non solo lui.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 8 febbraio 2011

ALEMANNO VATTENE di Sandro Medici

(vignetta Mauro Biani)
Uno sguardo disperato che ci guarda dalle prime pagine dei quotidiani: una donna rom che urla invano, racchiusa nel suo fotogramma. Ha appena perso i suoi quattro figli. Sono morti bruciati in una baracca. Di domenica sera in una Roma invernale. Li ha uccisi certo la miseria, ma ancor più un’indifferenza a volte anche pietosa ma più spesso crudele, anzi feroce. Ci conviviamo, con queste tragedie. Non lo diciamo a voce alta, ma in fondo lo pensiamo che nelle nostre città sia fisiologico, ogni tanto, assistere a roghi nei campi nomadi, dolenti o dolosi che siano. È un po’ così che si riesce ad andare avanti senza troppi rimorsi. Un soffio freddo di malessere, una puntura di dolore, una chiacchiera contrita. E finita presto l’amarezza, si torna laddove si era rimasti: ai nostri affanni, alle nostre ritmiche, al qui e ora e forse domani. Piccoli moralismi antipatici? Forse. Ma è innegabile che il popolo rom sia un ingombro delle coscienze, prim’ancora che un problema sociale. Ed è esattamente questa la ragione per cui la destra italiana si può permettere di maltrattarlo e perseguitarlo. La debolezza dell’indignazione, l’assenza di proteste, l’esilità delle iniziative di difesa, tutto questo è complementare al rifiuto di una politica di sostegno sociale e di riconoscimento dei diritti umani. Di più, chi oggi fa opera di contrasto alla presenza dei nomadi nei territori riceve larghi consensi in quei territori stessi.
Quel ch’è successo a Roma è esemplare. Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni anche perché ha promesso che ci penserà lui a risolvere il problema degli zingari: basta con questa molesta popolazione che minaccia e infastidisce, andava dicendo nelle piazze. Ebbene, passano tre anni e lo ritroviamo oggi che maledice una non meglio precisata burocrazia che gli impedirebbe di realizzare un ancor meno precisato piano nomadi. Con chi ce l’ha? Con se stesso, c’è da immaginare, visto il suo sguaiato ma inefficace protagonismo. È che in città la condizione dei campi è sensibilmente peggiorata, sia in quelli più o meno autorizzati, sia (a maggior ragione) in quelli spontanei. Nell’attesa di definire un piano per realizzare campi di accoglienza, peraltro militarizzati, il Comune si è accanito nello smantellare e sgomberare, al solo scopo di assecondare gli istinti razzisti. La conseguenza di questa attività muscolare è stata rovinosa: migliaia di persone scacciate dalle loro baracche che vagano in tutta la città alla ricerca di un rifugio. Quando lo trovano, spesso vengono nuovamente sgombrate e nuovamente si mettono a cercare un posto dove accamparsi, in una trasmigrazione feroce per i più deboli, i bambini. Il Campo di Tor Fiscale dove sono morti i quattro bambini era uno di questi insediamenti di risulta, che vanamente il IX Municipio chiedeva di assistere.
Invece di scaricare penosamente le responsabilità, Alemanno dovrebbe con onestà ammettere la sua inconcludenza e riconoscere limiti ed errori delle sue anguste politiche. E andarsene. Se Roma avesse un sindaco migliore, la città sarebbe migliore
anche per i rom.

Fonte articolo 'Il Manifesto'

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Se telefonando di Marco Travaglio

(foto Repubblica)
Il filmato che immortala l’onorevole Mimmo Scilipoti con la cornetta del telefono in mano mentre ascolta l’audiomessaggio del presidente del Consiglio, suo nuovo spirito guida, è il reperto di un’epoca. E un grande sketch della commedia all’italiana con vago sapore retrò che meriterebbe una ripresa in bianco e nero e un apparecchio telefonico in grafite, di quelli inchiodati al muro come nelle case polverose dei nostri bisnonni. Il fatto che, nell’era di Internet, di Skype, delle videoconferenze e degli avatar, il “grande comunicatore” rinverdisca i fasti del telefono fisso, con filo e spinotto, fa tenerezza. A quando il ritorno all’alfabeto morse? Ai piccioni viaggiatori? Ai messi a cavallo? Questo festival del modernariato riporta alla mente i telefoni bianchi. Il romanzo La concessione del telefono di Camilleri. Franca Valeri nei panni della sora Cecioni. Bice Valori in quelli della centralinista Rai: “Pronto, parla il centralone della Rai Televisione. Il telefono è occupato. Come dice, è un deputato? In tal caso signorsì, pronto prego parli qui!”. La gente rideva di gusto, anche perché non aveva ancora visto Scilipoti con la cornetta in mano. Riguardatevi la foto dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo di Gotto in estasi, gli occhi socchiusi, la boccuccia a cul di gallina, il fiato trattenuto, la cornetta fra le dita protesa verso il microfono e sollevata verso il cielo, come il prete che porta in processione il Santissimo. Tutt’intorno, sull’attenti, uno sparuto manipolo di fedeli: i “responsabili”, che fino all’altro giorno dicevano peste e corna del Cainano e ora – folgorati sulla via di Arcore in seguito a improvvisa crisi mistica – delibano estatici ogni sua parola e sospiro che fuoriesce dal gracchiante apparecchio. È il rito sacro della telefonata domenical-mattutina del premier alle convention di questo o quel partitucolo appena comprato: tre o quattro deputati non di più, accatastati su palchi improvvisati in salette d’albergo rigorosamente prive di pubblico. Ancora in pigiama dopo una notte di bunga bunga, la voce impastata e arrochita dall’oltretomba, il Cavaliere di Hardcore concede una chiamatina ai Responsabili di Moffa & Scilipoti e una ai Pionatiani di Pionati, tra una pompetta e l’altra. Poi torna ai consueti impedimenti istituzionali: Ruby, Iris, Noemi, la Fico e così via. Dice sempre le stesse cose, quelle che poi ripeterà anche nel videomessaggio serale ai Promotori della libertà, anche lì solo in versione audio col corredo della solita foto della prima comunione. Ma questi eroi dei nostri tempi son contenti lo stesso: basta un “Ciao a tutti”, un “Bella giornata eh?”, un “Saluti e baci”, un “Viva la figa” telefonico per garantire agli sventurati l’apertura di tutti i tg. Ben si comprendono dunque la febbrile attesa e la rapita soddisfazione dei destinatari di ogni chiamata, grazie a cui strapperanno qualche nanosecondo di celebrità televisiva da spendere con parenti e amici. S’immagina che ogni volta si giochino a sorte l’onore di estrarre dal tabernacolo la preziosa cornetta tempestata di lapislazzuli, di tenerla in mano per diffondere la voce del padrone, di ostenderla come reliquia a favore di telecamera, di prendere il volo con essa elevandosi verso l’empireo. Come il barone di Münchausen che pretendeva di saltare più in alto di se stesso afferrandosi per il codino. Se, come dice Ostellino in dolce stil novo, le Papi-girl “sono sedute sulla propria fortuna”, Scilipoti & C. la stringono addirittura fra le dita. Mestiere usurante, il loro (la logorrea del premier impone faticosi esercizi ginnici per tonificare la muscolatura del braccio). Ma anche pregno di gratificazioni. La sera, al paesello natio, si possono vantare al Bar Sport: “Visto? Oggi è toccato a me!”. E i bambini, interrogati a scuola sul mestiere del genitore, fanno un figurone: “Ma come, prof, non lo sa? Papà è il reggicornetta di Berlusconi”. Sono soddisfazioni, povere stelle. Una telefonata allunga la vita. E soprattutto il vitalizio.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'



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lunedì 31 gennaio 2011

La pupa e il vecchione di Alessandro Robecchi

(vignetta Mauro Biani)






















Ho ammazzato mia moglie. Embé? A casa sua ognuno fa quello che vuole. Più o meno è questa la difesa delle masse berlusconiane, forse ancora prevalenti nel Paese. Difesa puntellata da disparate teorie. Una, molto in voga (rilanciata recentemente sul Corriere da Pigi Battista in polemica con Micromega)suona più o meno così: l’antiberlusconismo che disprezza i berlusconisti è controproducente e finisce per favorire Berlusconi. Tesi interessante. Già, perché ci ostiniamo a disprezzare i berlusconiani? È grazie a loro, dopotutto, che Berlusconi traballa. Non fu forse il più fidato leguleio di Silvio, il berlusconiano di ferro Ghedini, a definirlo 'utilizzatore finale' quando si scoprì che quello andava a puttane? Non è forse berlusconiana Nicole Minetti che lo chiama «vecchio», «culo flaccido» e «pezzo di merda»? È berlusconiana Barbara Guerra, che al solo pensiero di passare la notte ad Arcore le «viene il vomito». È berlusconiana Aris Espinosa, che dice che andare a letto con Berlusconi «è stressante». Era berlusconiana Patrizia D’Addario, addirittura candidata alle elezioni pugliesi. È berlusconiano Lele Mora, quello con «Faccetta nera» nella suoneria del telefono che a Silvio spilla milioni. È berlusconiano oltre ogni dire Emilio Fede, un autogol vivente. Fu berlusconiano Fini, per dire. È berlusconiano il dottor Tremonti, quello che, in metafora, inchioderà la bara. Sono berlusconiani mamme, padri, fratelli, fidanzati delle zoccolette di Arcore che le spronano a dare di più e portare a casa di più. Già, perché mai dovremmo disprezzarli? Non vedete che magnifici esempi di etica e di dirittura morale ci si parano davanti? E noi, stupidi antiberlusconiani che ci sentiamo superiori solo perché mandiamo le figlie a scuola
invece che a battere ad Arcore! Dài, non disprezziamoli, non facciamo i superiori,
mettiamoci comodi e guardiamo in tivù La pupa e il vecchione, ricavandone il giusto insegnamento morale: sono i berlusconiani a far cadere Berlusconi. Alla facciaccia nostra.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 30 gennaio 2011

La banda larga di Marco Travaglio

Ogni tanto qualche cretino che crede di essere à la page se ne esce a dire che la magistratura deve rientrare nei ranghi per restituire alla politica il suo primato e comunque bisogna rifuggire la “via giudiziaria” perché non sta bene sperare che siano i giudici, e non la politica, a liberarci della banda larga che occupa lo Stato. Bellissime parole. Di fatto, cazzate. Dove sarebbe la politica? Lasciamo perdere una volta tanto B., che comunque teme solo i giudici, e occupiamoci di quell’altro bel tipino di Guido Bertolaso. Fino a due anni fa era leccato da tutta la stampa che conta come un santo sceso in terra per fermare le calamità naturali con le nude mani, anzi con la sola forza del pensiero. Un genio che tutto il mondo ci invidia. Il volto umano del berlusconismo. Un civil servant bipartisan con cui si può, anzi si deve dialogare in nome dell’interesse “nazionale”. Dietro quell’unanimismo naturalmente si celavano interessi tanto inconfessabili quanto trasversali: non a caso San Guido, come Gromyko, è sopravvissuto a una dozzina di governi, Prima e Seconda Repubblica, destra-sinistra-centro, più Vaticano (vedi Giubileo 2000) e altri poteri forti. Ma il Superman della Protezione civile godeva di una popolarità – rivelò un sondaggio – addirittura superiore a quella del Papa. Ora finalmente s’è scoperto chi era, cosa faceva e perché piaceva a tutti. Tant’è che prima passava da un talk-show all’altro e adesso non osa più metter naso fuori di casa. E grazie a chi? Alla “politica”? Alla terribile opposizione che ha fatto le pulci a lui e alla sua cricca? No (a parte cani sciolti come Tommaso Sodano): a qualche raro giornalista, tipo Gatti dell’Espresso e ai cronisti di Report e Annozero; e soprattutto alla magistratura. La Procura di Firenze ha beccato Bertolaso col sorcio in bocca e quella di Perugia, ereditato il fascicolo per competenza, ha chiuso le indagini confermando in pieno le accuse iniziali di corruzione: appalti in cambio di sesso, soldi e favori. Intanto la Procura di Napoli che indaga sullo scandalo monnezza ha fatto arrestare il suo braccio destro, Marta Di Gennaro, già indagata per lo scandalo dei “Cdr”: stavolta è raggiunta con una decina di gentiluomini da accuse che vanno dall’associazione a delinquere al disastro ambientale, dal traffico illecito di rifiuti alla truffa e al falso. Nelle intercettazioni, purtroppo non ancora abolite dal governo del fare, la parola più usata dagli indagati è “merda”. “Dalle spiagge – dice uno degli arrestati – nessuno si lamenta, ma fino a luglio han buttato a mare tonnellate di merda al giorno. Se su questa storia ci mette le mani un pm, ci faremo male tutti. Io mi faccio massimo qualche settimana a Poggioreale ma qualcun altro salta per aria”. Ora è a Poggioreale. Ancora nel 2008-2009, mentre B. con la ramazza in mano annunciava ogni due per tre di aver risolto l’emergenza rifiuti in Campania grazie a quel gran genio di San Guido, i bertolaidi del Commissariato alla monnezza sperimentavano una tecnica di smaltimento davvero avveniristica: il percolato velenoso prodotto dalle discariche lo sversavano in mare. Così chi ha fatto il bagno dal 2006 al 2009 sulle coste del Casertano e della Campania del Sud scopre di aver nuotato nei veleni tossici (e magari si spiega finalmente perché, all’imbrunire, diventava fosforescente). Del resto, in una memorabile conferenza stampa a Napoli, B. citò ripetutamente il “pergolato” con l’aria di chi narra scene bucoliche in giardini profumati. Ora qualcuno lamenterà l’ennesima invasione di campo delle procure. Perché, la politica che ha fatto? Si è data alla fuga: 17 anni di commissariamenti e consorzi lottizzati da tutti. Infatti sono indagati pure Bassolino e i suoi. Così nessuno può chieder conto al governo perché, tanto per cambiare, c’entra pure il Pd. Anziché andare a nascondersi, Bassolino pubblica le sue memorie e tenta di rioccupare il Comune tramite il suo clone Cozzolino. Anche con primarie taroccate. E le primarie, almeno per l’Italia, le ha inventate il Pd: infatti o le trucca o le perde.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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