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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 4 ottobre 2011

Opposizione a sua insaputa di Marco Travaglio

(vignetta tratta da depresso gioioso)
Nel tempo che resta loro fra una rissa sul referendum elettorale, una litigata sul nascente partito dei padroni, il monito quotidiano sul “passo indietro” di B. e sul “governo di emergenza”, i presunti leader della presunta opposizione potrebbero forse spiegare un piccolo dettaglio: le 5098 volte in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sarebbe andata sotto in questi primi tre anni di legislatura, se non fosse stata salvata dalle assenze della cosiddetta opposizione. Il dato, pubblicato dal sito Openpolis e ripreso da Antonello Caporale su Repubblica, dimostra che ben il 35% delle leggi e dei provvedimenti targati centrodestra non sarebbero mai passati senza la decisiva collaborazione dei disertori del Pd, dell’Udc, dell’Idv e di Fli. Insomma è grazie a loro se il regime, che già traballa per essere andato in minoranza 92 volte tra Camera e Senato dal 2008 a oggi, non è colato a picco 55 volte tante e dunque non è ancora andato a casa. Tra i recordman dell’assenteismo, Repubblica segnala Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Livia Turco, Emma Bonino, il fico Fioroni: tutta gente che, a norma di statuto del Pd, non dovrebbe più essere in Parlamento da un pezzo, visto che vi bivacca dalla notte dei tempi, ben oltre il tetto previsto di tre legislature. Eppure, non contenti di seguitare a cumulare mandati, costoro non si presentano quasi mai sul posto di lavoro. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al trust di cervelli che guida le sedicenti opposizioni. Che cosa vi impedisce di andare a lavorare ogni mattina (si fa per dire: le Camere tengono aperto due-tre giorni al massimo), come fanno quotidianamente milioni di italiani? Fate altri mestieri? E, se sì, quali? E perché non vi decidete a proibire, almeno al vostro interno, il doppio lavoro di onorevoli avvocati, imprenditori, medici e così via? Siete cagionevoli di salute? E, se sì, perché non lasciate spazio a qualcuno meno gracilino? Oppure non ve ne frega niente? O siete oppositori a vostra insaputa, come gli inquilini Scajola e Tremonti? O siete oppositori “a tempo perso”, come il Puttaniere del Consiglio? O magari avete paura che questa crolli, per non essere costretti a fare qualcosa che esula dalle vostre capacità, cioè governare? O per caso siete d’accordo con la maggioranza? Già, perché sorge anche questo sospetto: basta vedere su quali temi cruciali le sicure sconfitte del regime si sono trasformate in sonanti vittorie grazie alle vostre assenze. Senza le defezioni tra le opposizioni, sarebbero passati provvedimenti sacrosanti come le mozioni di sfiducia a Calderoli e a Cosentino (presentate e impallinate dalle opposizioni, Pd in testa, si capisce), il ddl che aboliva tutte le province, l’emendamento Turco-Lolli per infilare nel decreto Abruzzo una “tassa di scopo” per ricostruire le zone terremotate (la stessa Turco era assente), l’emendamento per gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia, l’election day per accorpare le ultime amministrative e i referendum risparmiando 350 milioni (mancò un solo voto, grazie anche al solito radicale Beltrandi, che pensò bene di regalare il suo al centrodestra, come già aveva fatto l’anno scorso, risultando determinante per far chiudere i talk show di informazione in campagna elettorale). E non sarebbero passate leggi vergogna come il decreto Alitalia (costo 4 miliardi), la Finanziaria 2008, svariati decreti Milleproroghe, lo scudo fiscale Tremonti, la legge porcata su Protezione civile e rifiuti in Campania e la maialata che sospende le demolizioni di case abusive nella stessa regione. Del resto le nostre finte opposizioni non sono nuove a simili aiutini: nelle passate legislature avevano dato una mano decisiva a far passare schifezze assolute come la legge Gasparri e l’ex-Cirielli. La domanda finale è semplice: ci siete o ci fate? In entrambi i casi, non potrà essere questo centrosinistra, con questi pseudoleader perennemente a zonzo, a subentrare credibilmente al regime berlusconiano in caduta libera. Onde evitare il rischio che, dopo, non si noti la differenza.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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domenica 2 ottobre 2011

Io firmo. Io fermo di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-il Fatto-02.10.11)
























Nel 2001 centinaia di migliaia di persone manifestano al G8 di Genova e prendono un sacco di botte, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, diversamente dai loro elettori. Nel 2002 i Girotondi circondano i tribunali per difendere l’indipendenza delle toghe dalle leggi vergogna, ma i vertici Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori. Per i 10 anni di Mani Pulite, 40 mila persone riempiono si riuniscono dentro e fuori dal Palavobis di Milano, ma i vertici del Ppi e Pds non ci sono, al contrario dei loro elettori, perché – spiega Violante – “non si festeggiano le manette”. Il 14 settembre un milione di persone occupano piazza San Giovanni e le vie limitrofe contro la Cirami, ma i vertici Ppi e Pds sul palco non ci sono perché gli organizzatori non li vogliono, memori della Bicamerale e degli altri inciuci su giustizia e conflitto d’interessi. Nel 2004 la Cgil di Cofferati riunisce 2 milioni di persone al Circo Massimo contro l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma molti Ppi e Pds flirtano con gli abrogazionisti, diversamente dai loro elettori; quanto a Cofferati, viene imbalsamato a Bologna perché non rompa le palle a Roma. Intanto nasce il movimento contro le guerre in Afghanistan e in Irak, ma a differenza dei loro elettori i vertici Ppi e Pds non ci sono. Infatti, tornati al governo dal 2006 al 2008, confermano le missioni di guerra spacciandole per missioni di pace, così come tutte le leggi vergogna che avevano giurato di cancellare. Nel 2007-2008 Grillo organizza due V-Day per fare, con tre leggi popolari e tre referendum, ciò che il centrosinistra non ha voluto fare: via i condannati e i dinosauri dal Parlamento, via la legge elettorale-porcata, via la Gasparri, via i soldi pubblici ai giornali, via l’Ordine dei giornalisti, ma i vertici di Margherita e Ds, mentre molti loro elettori sfilano e firmano, strillano all’”antipolitica”. L’8 luglio 2008 Micromega e Di Pietro chiamano a raccolta in piazza Navona contro il lodo Alfano: i vertici di Margherita e Ds non ci sono, i loro elettori invece sì. Due anni fa Di Pietro, un pezzo della sinistra radicale e molti comitati civici, promuovono tre referendum: acqua pubblica, no al nucleare, no al lodo Alfano; ma, mentre i loro elettori firmano, i vertici Pd non ci sono perché sotto sotto l’acqua privata, il nucleare e l’impunità per le alte cariche piacciono anche a loro. “Noi – si illumina Bersani – non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni si sono persi 24 referendum e perché manca l’aspetto propositivo”. Risultato: a giugno 29 milioni di italiani di destra e di sinistra corrono a votare i tre referendum, fottendosene dell’aspetto propositivo. I vertici Pd festeggiano come se avessero vinto loro, ma almeno si spera che abbiano imparato la lezione. In fondo non è difficile: basta sintonizzarsi con i propri elettori. Invece niente. Parisi, Di Pietro, Segni, Vendola e altri raccolgono le firme per cancellare la norma più odiata dagli italiani dalle leggi razziali: il Porcellum di Calderoli. Ma l’astuto Bersani non ci sta: gli elettori del Pd cercano invano i banchetti alle feste del partito (un tempo feste dell’Unità), ma li trovano soltanto in alcune, perlopiù seminascosti fuori dal recinto. Il sagace Bersani, per non dispiacere al compagno Piercasinando, al geniale D’Alema e al fico Fioroni, pontifica: “Meglio la via parlamentare”. Uòlter aderisce, poi si dissocia, poi firma. Risultato: 1.210.466 firme che ora garantiranno o una legge elettorale migliore o la fine del regime e le elezioni a primavera. Bersani, che non risulta aver firmato, fa la supercazzola: “Non ci abbiamo messo il cappello, ma abbiamo messo i banchetti” e chiede che qualcuno lo ringrazi. I suoi elettori saranno ben lieti di farlo quando annuncerà le sue dimissioni da segretario, da candidato premier, da tutto. Non solo per essersi circondato di gente come Penati. Ma soprattutto perché, come i suoi predecessori, non ne ha mai azzeccata una.


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sabato 1 ottobre 2011

REFERENDUM ELETTORALE-Un milione di firme Porcellum allo spiedo di Daniela Preziosi

(vignetta portoscomic)
Finirà che in questa legislatura le uniche leggi da non buttare le avranno scritte i cittadini. Un milione e rotti di firme su un referendum che cancella una legge elettorale-porcata è una gran notizia, comunque la si pensi sul sistema elettorale capace di descrivere la realtà senza distorsioni, di riavvicinare la politica ai cittadini, di fornire uno strumento per costruire l’alternativa e infine in grado di allontanare il senso di sconfitta e di impotenza di fronte a un palazzo tetragono al terremoto che lo scuote.
Ieri il comitato elettorale del referendum pro Mattarellum ha esultato, presentando la valanga di firme raccolte in pochi mesi, in prevalenza in piena estate, e senza una grande organizzazione. L’avventura «corsara», come l’hanno battezzata, è iniziata con un gruppo di dirigenti Pd che dissentivano dal referendum proporzionalista di Passigli (poi ritirato), ed è continuata con Bersani che chiedeva di non promuovere i quesiti (ignorato).
Poi l’Idv e Sel hanno abbracciato la battaglia. E comunque alle feste del Pd ai banchetti si faceva la fila. Non manca di notarlo Parisi: «Ora dice di averci dato i banchetti, piuttosto si renda conto che molti democratici la pensano diversamente da lui». Morale: è finita con un milione e duecentomila cittadini che hanno firmato, consapevoli che sarà per loro se questo parlamento cancellerà il porcellum. È finita anche con una benedizione da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il quale questa legge ha rotto il rapporto di fiducia fra eletti ed elettori. «Le nostre stesse parole», gongola Parisi. Insomma, fino a qui tutto bene.
A sinistra, bisogna dirselo chiaro, questo referendum apre un dibattito che forse andava affrontato almeno otto anni fa. Sel l’ha promosso, e ieri Vendola ha parlato del «valore civile prima ancora che politico» di queste firme: «I cittadini vogliono contare, non intendono lasciare una delega in bianco ad una classe politica chiusa in un Palazzo sempre più screditato». Ma in Sel non c’è l’unanimità sul ritorno del Mattarellum, come testimoniava il leader storico di quell’area, Fausto Bertinotti, firmando il quesito per il proporzionale. Come sempre, del resto, ha predicato la sinistra radicale e anche la Federazione della sinistra. Il sistema proporzionale però in questo momento renderebbe inutili le primarie, uno strumento con cui anche la sinistra ha imparato a scegliere candidati, programmi e compagni di strada.
La discussione resta. Ma resta anche lo straordinario risultato di queste firme. Ora si attende il vaglio della Cassazione e quello - molto a rischio - della Consulta entro gennaio 2012. Se il referendum non si farà, resterà il milione di persone che hanno detto a tutte le forze politiche, non solo a quelle di maggioranza, che il porcellum va cancellato.
Se si farà, questo parlamento tenterà una riforma elettorale, che per anni non ha voluto fare. Oppure, più verosimilmente, finalmente andrà a casa, come la Lega ha già fatto capire. E, gran cosa in una democrazia, sarebbe per mano armata (di biro) dei cittadini.

fonte articolo 'Il Manifetso'
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venerdì 23 settembre 2011

CRISI D’OPPOSIZIONE di Norma Rangeri

(vignetta Umberto Romaniello)
Scontato, ma non per questo meno indecoroso, il voto parlamentare che ieri ha salvato dall’arresto il deputato Marco Milanese e Berlusconi con lui. Qualche franco tiratore, la conferma di uno stallo, di un vuoto di governo nel momento di massima crisi economica, di imbarazzante decadenza morale, di vertiginosa inconsistenza politica. Si naviga a vista mentre i bollettini di guerra di borse e spread si accoppiano alla continua revisione, al ribasso, del Tesoro sulle previsioni di crescita dell’economia italiana. Persino il Fondo monetario internazionale ormai esterna i suoi dubbi con riferimenti espliciti alla capacità del presidente del consiglio di garantire stabilità degli equilibri politici e coesione sociale.Del resto si tratta di dubbi non solo legittimi ma ampiamente confermati da inequivocabili segnali provenienti dal cuore del potere berlusconiano.
In una giornata i titoli Mondadori e Mediaset hanno perso centosessanta milioni, un risultato direttamente legato alle fibrillazioni della vigilia del voto su Milanese. Un crollo sul mercato delle aziende presidenziali è utile pro-memoria del conflitto di interessi che opera come una sorta di governo-ombra, nitidamente rappresentato anche dall’ennesimo rinvio delle nomine Rai (direzioni di reti e di testate), da tempo sospese nel limbo di smottamenti imprevedibili.
Berlusconi resiste, non molla ma sa bene che salvare le proprie imprese e restare al governo è un unico programma. Per attuarlo dovrà sparare tutti i colpi di riserva, affrontando una campagna di comunicazione che non prevede prigionieri e ha bisogno di una televisione senza opposizioni credibili, ridotta a voce del padrone. Oggi più di sempre. Eppure la crisi e l’agonia del centrodestra non trovano una risposta delle opposizioni. Come prigioniere di un perverso effetto-contagio, proprio in questo momento chi dovrebbe rappresentare un’alternativa è invece al massimo della sua afasia politica.
Se in campo ci fosse una «manovra della sinistra», una moralità da spendere per la credibilità di una nuova classe di governo, potremmo rischiare il successo di una vera inversione di rotta e rompere il recinto della cittadella berlusconiana. Come hanno dimostrato le ultime prove elettorali (amministrative e referendarie) vinte su gambe robuste: un programma di radicale cambiamento, la credibilità delle leadership che se ne facevano garanti, la prefigurazione di una sinistra sociale e popolare.
Assistiamo invece alle passerelle dei soliti noti nei talk-show della sera, spese in una replica infinita dei vizi dell’avversario e delle proprie virtù. Scavalcati a sinistra non solo dalla piazza, come è naturale, ma dagli editoriali del giornalone della borghesia milanese che invoca il ritorno del vecchio Marx («Date a Marx unachance per salvare l’economia mondiale»). Ce lo vedete voi Bersani che cita il filosofo di Treviri quando ha difficoltà persino a farsi vedere in un comizio con Vendola e Di Pietro per non turbare l’umore di Casini?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 7 settembre 2011

Sospeso l’autosospeso di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Premessa d’obbligo: l’esistenza in vita di B. e della sua banda, dove i precedenti penali fanno curriculum, fa della ridicola sospensione di Filippo Penati dal Pd una sanzione severissima, feroce, draconiana. Questa in fondo, da 17 anni e un pezzo, è la grande fortuna del centrosinistra: poter rispondere a ogni critica che “gli altri” sono molto peggio. Ma forse è venuto il momento di ignorare B. e la sua banda e di prendere a paragone i paesi civili, o almeno decenti. Chi è Penati? Un dirigente del Pci che divenne, nell’ordine: sindaco di Sesto San Giovanni, presidente Ds della Provincia di Milano, capo della segreteria politica del segretario del Pd Bersani, candidato (trombato) del centrosinistra alla presidenza della Regione, vicepresidente del Consiglio regionale. Da dieci giorni sarebbe in carcere con i suoi coindagati se le tangenti di cui è accusato fossero state considerate dal gip di Monza, come dal pm, concussioni e non corruzioni, o se i fatti fossero avvenuti qualche anno dopo e dunque non fosse scattata la prescrizione. Dopo essersi “autosospeso” dal Pd e da tutti gli incarichi istituzionali (ma non dal Consiglio regionale con relativo stipendio), Penati è stato deferito alla commissione di garanzia del partito, presieduta da Luigi Berlinguer, che gli ha inflitto la sanzione massima prevista dal Codice etico: la sospensione temporanea fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria”. Cioè fino all’assoluzione che, chissà perché, è data per scontata. In caso di condanna, invece, scatterebbe l’espulsione, prevista anche in caso di arresto o rinvio a giudizio. Non è proprio contemplata l’ipotesi che, per i politici italiani, è la più frequente: la prescrizione. A cui, in un partito serio o perlomeno decente, dovrebbe essere obbligatorio rinunciare, per reati gravi addebitati a uomini pubblici. Invece il Codice etico non vi fa neppure menzione: forse per non mettere in imbarazzo D’Alema, che della prescrizione si avvalse nel ‘96 per chiudere una brutta storia di finanziamento illecito. Insomma le regole di burocrazia interna sono state rispettate alla lettera. Ma sospendere un autosospeso da incarichi cui ha già rinunciato è come castigare un pesce gettandolo in mare o una talpa seppellendola sotto terra. Ecco, c’è un aspetto che Bersani ha colpevolmente ignorato: la ricaduta esterna di questa decisione ridicola che dovrebbe chiudere un caso drammatico, enorme, che sta terremotando la base come non avveniva dal 2006, l’estate dei furbetti del quartierino. Infatti gli ultimi sondaggi, col governo in caduta libera come non mai, danno in calo pure il Pd. Anche perché il caso Penati segue a stretto giro gli scandali Tedesco (paracadutato in Senato da indagato e salvato dall’arresto) e Pronzato (arrestato per tangenti) col contorno di Morichini e fondazione Italianieuropei. Una situazione eccezionale che imporrebbe soluzioni eccezionali. Per esempio: siccome Penati è scampato alle manette solo grazie alla prescrizione, nessuno avrebbe trovato scandaloso se gli fosse stata applicata la sanzione prevista in caso di arresto: l’espulsione. In fondo, per molto meno, fu espulso il senatore Villari reo di aver accettato la presidenza della Vigilanza Rai contro il parere del partito. Ora si spera che Bersani non ritenga chiuso il caso Penati e avvii un dibattito serio sul rapporto fra politica e affari, con una doverosa autocritica sul ruolo che lui ebbe nel presentare Gavio a Penati per un incontro riservato che precedette lo scandaloso regalo a Gavio sulle azioni dell’autostrada Serravalle coi soldi della Provincia. In caso contrario, si dovrà dare ragione a De Magistris quando osserva che un sistema ventennale, ramificato, con decine di protagonisti e di milioni in ballo come quello emerso a Sesto non poteva sfuggire al controllo dei vertici dei Ds e poi del Pd, milanesi e nazionali. Insomma, che Penati ha fatto carriera proprio perché era l’architrave di quel sistema. E per questo non può essere espulso.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 3 settembre 2011

Bersanitù, augh! di Marco Travaglio

(foto tratta da Il Fatto-03.09.11)
L’altra notte, in non so quale tg per nottambuli, è comparso Bersani, la giacca appesa al dito e pendula sulla spalla, l’aria trasandata da passante un po’ scazzato, e ha iniziato a biascicare come una pentola di fagioli in ebollizione che “non si può andare avanti così”, “bisogna fare qualcosa”, “siamo pronti a discutere” nonsisachè. Insomma, non ci sono più le mezze stagioni. Le sue disponibilità al confronto non si contano più (giustizia, pensioni, manovra 1,2,3,4, guerra in Libia, federalismo, persino immunità; a dar retta a Penati avrebbe dialogato pure sulle ronde, ma “democratiche”). Fortuna che B. e gli altri non se lo filano mai e il dialogo regolarmente evapora per mancanza di dialoganti dall’altra parte. Due sere fa Bersani redarguiva con aria annoiata quei curiosoni dei cronisti che gli domandavano la posizione del partito di cui pare essere segretario sul referendum elettorale, manco gli avessero chiesto un parere sulla Bellucci desnuda: “Adesso vediamo no?... Il referendum non rappresenta la proposta che abbiamo depositato in Parlamento... Quando sarà ora di combattere, decideremo di dare una mano... Ma per favore non mettiamo cappelli di partito”. Ora, più che mettere cappelli di partito, c’è chi – Idv, Sel più l’eroico Parisi – si sta dannando l’anima per raccogliere le firme, mentre se c’è uno che mette il cappello sui referendum altrui dopo averli sabotati, un minuto dopo averli vinti, è proprio lui (vedi acqua, nucleare e legittimo impedimento). Intanto i suoi elettori si dannano l’anima per trovare un banchetto alle feste del Pd, o come diavolo si chiamano, visto che, in attesa dell’“adesso vediamo”, la scadenza del 30 settembre è dietro l’angolo. Ma quando gli altri avranno preparato la pappa, lui è pronto a sedersi a tavola e a fare l’estremo sacrificio: servirsi. A memoria d’uomo, le ultime volte che Bersani finì una frase di senso compiuto fu quando sponsorizzò la scalata di Colaninno & C. a Telecom e le scalate di Montepaschi e poi di Unipol a Bnl, quando presentò Gavio a Penati per l’affare Serravalle. E, più recentemente, sul dramma delle dimissioni di Vasco Rossi da rockstar, che hanno assorbito le sue energie per tutta l’estate. Per il resto, si esprime come Manitù, grande spirito dei pellerossa. Frasi mozze, monosillabi, parole singole e assertive, anche se nessun comune mortale può afferrare cosa asserisca. Augh!, e ho detto tutto. Penati indagato per mazzette milionarie? Bersanitù sentenzia ieratico: “Stiamo pensando a una class action contro chi diffama il Pd. Basta macchina del fango” (fango di chi informa, non di chi ruba). Saltano fuori le prime prove? “Fiducia in Penati e nei pm” (come dire: sto con Moriarty e con Sherlock Holmes). Penati si “autosospende” da tutto (fuorché dallo stipendio di consigliere regionale)? “Bene”. Si salva dall’arresto grazie alla prescrizione: “Uè, la prescrizione non ci piace, ma è una scelta personale”. Intanto? “Lo mandiamo alla commissione di Garanzia, più di così...”. Solo? “Se Berlusconi avesse fatto i passi indietro di Penati, a ’st’ora qua sarebbe a Comacchio”. Intanto il referendum lo firmano pure Prodi e Veltroni. E dalle parti di Bersanitù si leva un vago brontolìo intestinale: “È uno stimolo”. Anzi no, “è l’extrema ratio”, “noi siamo amichevoli con chi si muove”. Ma restando fermi, ecco. A volte la pentola di fagioli ricorda l’ultima Vanoni o Er Biascica di “Boris”. Altre volte il Grande Spirito estrae il sigaro a mo’ di calumet, ma non per fumarlo: per masticarlo, nascondersi dietro e bofonchiare meglio. “Il popolo del Pd si aspetta grande chiarezza e passi avanti sull’etica, ma anche grande combattività contro allusioni e teoremi. Faremo capire in che senso siamo diversi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e nel chiedere passi indietro se necessario a chi è oggetto di indagine, ma non permetteremo di azzoppare il Pd”. Ma certo: passi avanti, passi indietro, grande chiarezza, se necessario, faremo capire in che senso, augh.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 28 agosto 2011

Una ronda per Penati di Alessandro Robecchi

(vignetta Giannelli-corriere.it)
Ma il Filippo Penati di cui si parla tanto, colpevole di concussione secondo la Procura e «solo» di corruzione secondo il Gip, è lo stesso Filippo Penati che andava distribuendo lezioncine di legalità a destra e a sinistra (soprattutto a sinistra)? È per caso lo stesso Filippo Penati che diceva amenità tipo «Milano non è la capitale del Burundi, ma ci sono troppi rom e clandestini»? Si tratta della stessa persona? Il Filippo Penati di cui oggi il Pd discute animatamente se debba dimettersi da tutte le cariche, fare un passo indietro, rinunciare alla prescrizione in modo da essere da esempio per la diversità della sinistra di fronte alla questione morale, è per caso lo stesso Filippo Penati che un tempo faceva il presidente della Provincia di Milano e – primo gonzo in tutta Italia – sganciava 250.000 euro ai comuni che volevano organizzare le ronde? Il famoso sceriffo della sinistra che sapeva illuminare le plebi oppresse con frasi come «Basta parlare di accoglienza, i rom non sono mica i Gipsy Kings?». Come mai il Pd vuole liberarsi di lui adesso che l’hanno beccato, mentre prima – quando sembrava un Calderoli qualunque – lo faceva crescere nelle gerarchie e nelle cariche del partito? Persino Pierferdinando Casini disse (aprile 2009): «Penati mi fa venire il latte alle ginocchia se segue la Lega sul terreno delle ronde».
Erano i tempi del decreto sicurezza, dei sindaci sceriffi. Erano i tempi del «Non si può lasciare la sicurezza alla destra!». Tempi in cui il Pd – oggi tanto impegnato a sembrare «diverso» – si sbracciava tanto per essere «uguale». Passati appena un paio d’anni, Penati non va in carcere perché la prescrizione per i reati di corruzione è stata dimezzata. Una specie di nemesi storica: law & order non tirano più, a far paura non sono i Rom ma la Borsa, non gli stranieri ma i banchieri, non il Burundi, ma la crisi. La stella degli sceriffi era di latta, la paura percepita era una truffa e la sinistra che si travestiva da destra una farsa orribile e vergognosa. È sempre antipatico dire: «Io l’avevo detto», e allora non lo dirò. Dopotutto, Penati non è mica i Gipsy Kings!

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 27 agosto 2011

Filippo Penale di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Finora, di fronte alle gravissime accuse mosse a Filippo Penati da alcuni imprenditori e dalla Procura di Monza, il segretario del Pd Pierluigi Bersani che due anni fa l’aveva nominato capo della sua segreteria aveva avuto buon gioco a esprimere fiducia nella magistratura e nello stesso Penati. Ora però sul caso delle tangenti a Sesto San Giovanni s’è pronunciato un gip, un giudice “terzo”. Dunque, in un Paese serio, un partito serio dovrebbe cacciare Penati su due piedi, in attesa del processo. Perché il giudice terzo ha stabilito che le accuse sono fondate. Ma, mentre la Procura le qualificava come concussione – l’estorsione del pubblico ufficiale, punita con pene più alte e prescrizione più lunga – il gip Anna Magelli le considera corruzione, reato punito con pene più basse e prescrizione più breve. Dunque, sebbene sia accertato che ancora a metà maggio Penati tentava di inquinare le prove avvicinando il costruttore Giuseppe Pasini, uno dei suoi accusatori, ha stabilito che non può essere arrestato perché il reato è prescritto: i fatti finora accertati vanno fino al 2004 e la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo. Due precisazioni.
1) Fino al 2005 la corruzione si prescriveva in 15 anni, poi la ex Cirielli la tagliò a 7 e mezzo. Quindi Penati s’è salvato grazie al centrodestra che quella legge sciagurata approvò per falcidiare i processi a B., e poi – si capisce – al centrosinistra che si guardò bene dal cancellarla quando tornò al governo. Sono ridicoli, dunque, gli alti lai del Pdl e dei suoi house organ (Libero: “Penati non viene arrestato per un cavillo”; il Giornale: “Penati salvato dal carcere”).
2) La derubricazione della concussione in corruzione non sposta di un millimetro la responsabilità contestata a Penati: in entrambi i casi, è certo che ha preso soldi da imprenditori in cambio di favori. Muta invece – da vittime a complici – la responsabilità dei costruttori che l’avrebbero pagato: essi, comprensibilmente, sostengono di essere stati da lui costretti a pagare per poter lavorare; il gip ritiene invece che non fossero “in soggezione” o “intimoriti”, ma abbiano “profittato dei meccanismi criminosi” partecipando al “sistema del mercanteggiamento dei pubblici poteri e della pratica delle tangenti”. Dunque non si comprende il motivo dell’esultanza di Penati, che è riuscito a dichiarare: “Si sgretola e va in pezzi la credibilità dei miei accusatori, le cui dichiarazioni relative alla concussione si sono rivelate inattendibili”. Si sgretola? Va in pezzi? Ma sta scherzando? Il gip ha stabilito che Penati e il suo fedelissimo Vimercati incassarono da Di Caterina “1,5 milioni di euro fra il 1994 e il ’98” e altri “2,5 milioni sino al 2002-2003”. Per non parlare dei “locali notturni in viaggi nell’Est europeo” e allegre “nottate in Svizzera” che il costruttore dice di aver pagato al braccio destro di Bersani. Tant’è che il gip definisce Penati “disponibile a intervenire anche in epoca recente nell’interesse di Di Caterina per soddisfarne le richieste sui sindaci”. Di fronte a parole come queste, un politico serio si scaverebbe un buco e si seppellirebbe. Lui invece esulta come un B. qualunque. A questo punto la solita paraculata della doppia fiducia nei giudici e nell’indagato non regge più. Bersani dovrebbe subito intimare pubblicamente al suo fedelissimo di rinunciare alla prescrizione e farsi processare oltre i termini, tanto più se è convinto che le accuse siano così deboli. Stiamo parlando di corruzione, non di reati bagatellari o di opinione. E stiamo parlando dell’ex numero 2 del Pd, già presidente della Provincia di Milano, candidato governatore e vicepresidente del Consiglio regionale. Al contempo il Pd dovrebbe battersi per una legge anticorruzione che rada al suolo la Cirielli, alzi le pene ed equipari corruzione e concussione (come il Fatto chiede da quand’è nato). In caso contrario, sarà difficile dare del qualunquista a chi dice che i politici sono tutti uguali. Se il Pd vuol essere considerato diverso, faccia qualche sforzo per esserlo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

link collegati:

I ladri e i Penati di Marco Travaglio





I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





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venerdì 26 agosto 2011

FUOCO AMICO Cgil in rivolta contro il Pd «Scelga da che parte stare» di Antonio Sciotto

(vignetta portoscomic)
In Cgil non è piaciuto affatto il fuoco di fila del Pd contro lo sciopero del 6 settembre, visto che la fase è molto grave, l’attacco al lavoro è forte: tutto ci si aspetta da un partito di opposizione, e soprattutto di centrosinistra, tranne che vada a criticare chi scende in piazza per difendere salari, pensioni e diritti già pesantemente martoriati dalla crisi e dal governo. Ma la leader Susanna Camusso, attentissima ai rapporti con tutte le realtà fuori dalla Cgil, ha scelto di non manifestare contrarietà, e ieri è tornata sull’argomento ribadendo che «la posizione di Bersani è corretta»: «È uno strano dibattito questo, non è che agli scioperi generali dei sindacati debbano aderire i partiti», ha tagliato corto. In Cgil non è piaciuto affatto il fuoco di fila del Pd contro lo sciopero del 6 settembre, visto che la fase è molto grave, l’attacco al lavoro è forte: tutto ci si aspetta da un partito di opposizione, e soprattutto di centrosinistra, tranne che vada a criticare chi scende in piazza per difendere salari, pensioni e diritti già pesantemente martoriati dalla crisi e dal governo.
Ma diversee categorie della Cgil, dai pubblici alla scuola, dai meccanici agli agroalimentari, sono tutt’altro che teneri verso il maggior partito di opposizione. Credono che il Pd debba mostrare maggiore coerenza, visto che come la Cgil ha presentato una «contromanovra», e che sia arrivato il tempo di «scegliere da che parte sta". "Credo che abbia dato fastidio, ai partiti e agli altri sindacati, il fatto che ci abbiamo azzeccato coi tempi e con le modalità dello sciopero – dice Rossana Dettori, segretaria Fp, i lavoratori pubblici – Penso che la politica, e in particolare il Pd, si siano impantanati nel dover dire “sì” o “no” a troppe persone: invitano a tenere l'unità a tutti i costi, ma magari Bersani avrebbe dovuto leggere nel merito quello che chiediamo». «Io ho scritto lettere a tutti i partiti, suggerendo emendamenti – continua Dettori – Ma ecco cosa abbiamo: Fioroni praticamente ci prende per pazzi irresponsabili, Fassina in modo più moderato esprime perplessità sull'efficacia. Ogni dubbio è legittimo, ma criticare un’iniziativa del sindacato a favore delle fasce deboli, è veramente troppo». «Con Cisl e Uil l’unità importante, ma deve essere nel merito: da quando è al governo Berlusconi, hanno sempre fatto da stampella all'esecutivo. La Cgil ha scioperato sotto Prodi e nelle regioni di centrosinistra.
La manovra, solo nel pubblico impiego, mette a rischio le tredicesime, dà il tfr dopo 24 mesi, lamobilità forzata, il blocco di turn over contratti. Che Cisl e Uil non si muovano è incomprensibile».
Per Mimmo Pantaleo, segretario Flc (scuola e ricerca), «la manovra è devastante, c'è un attacco feroce ai diritti del lavoro, e quindi la Cgil ha fatto bene a scioperare. Quanto all'opposizione, invece che stare a giudicare, dovrebbe piuttosto mettere in campo una forte iniziativa nel Paese». «Cisl e Uil hanno scelto di essere subalterne al governo – continua Pantaleo – Che altro si può dire quando sotto un attacco così violento al lavoro, e in particolare quello pubblico, stanno fermi? La nostra mobilitazione è solo all’inizio: continuerà in autunno con le scuole, le università, i movimenti, per cambiare la manovra, ma anche per dare una vera alternativa politica al Paese. Le forze di opposizione, in questa fase, devono scegliere da che parte stare, e ce ne sono solo due in campo: il governo che attacca e devasta il lavoro, la scuola, il pubblico, e i movimenti e il sindacato che tentano di resistere e cambiare il segno».
«Il Pd sbaglia – dice senza dubbi Stefania Crogi, segretaria degli agroindustriali Flai – Capisco che debba tener conto di tutte le sue anime interne, alcune di riferimento alla Cisl, ma non è tempo di bilancini. La manovra è pesantissima e adesso si devono fare scelte chiare. Il Pd capisca che stiamo usando le armi proprie del sindacato, le uniche che abbiamo. Loro come noi hanno presentato una contromanovra, ma possono agire con gli emendamenti. Ma noi con che cosa se non lo sciopero?» «Quanto a Cisl e Uil – continua Crogi – io sono per perseguire l'unità fino alla morte, ma qui non siamo noi a rompere l'unità. L'accordo del 28 giugno era firmato anche da loro, e quello che ha scritto il governo nell'articolo 8 è un totale stravolgimento. Si mettono diritti indisponibili come l'articolo 18 nelle mani delle “rappresentanze aziendali”, dicendo che queste ultime possono derogare a leggi e contratti. Ma rappresentanze di chi? Non c'è neanche scritto “confederali”, si cancellano tutti i paletti conquistati con l'accordo del 28 giugno».
Maurizio Landini (Fiom, metalmeccanici)non comprende «come non si possa essere d’accordo con uno sciopero che difende il lavoro e la Costituzione». «Il problema è – spiega – che si continua ad avere una visione antiquata dei rapporti tra i sindacati, non prendendo atto del fatto che l'unità di azione non c'è più: e che, se ci deve essere, sarà da ricostruire sul merito». «Il governo per legge cancella tutto il diritto del lavoro: non solo elimina di fatto l'articolo 18, ma dà retroattività all'accordo del 28 giugno.
Come mai Cisl, Uil e Confindustria non difendono un testo siglato anche da loro?». «Il vero nodo – conclude Landini – non sta oggi nel sommare le sigle, sapere chi viene o no allo sciopero della Cgil. Si deve individuare il disagio delle persone, i loro bisogni, e l’opposizione ha la debolezza di non riuscire a farlo. Il Palazzo è lontano dai lavoratori, dai precari, dai pensionati, non vede che la società esprime un grande desiderio di cambiamento. Il sindacato tenta di farlo, con lo sciopero e non solo con quello, ed è già un punto di partenza».

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 20 agosto 2011

E tassare i ladri? di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto. Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo. Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete. Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri. Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse. Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più. Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anziché degli onesti. Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltreché riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato. Perché non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel? Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ‘99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa. Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 10 agosto 2011

Rai: la politica del masochismo di Loris Mazzetti

(vignetta sporcomondo)
In questi giorni Franco Monaco della direzione del Pd, ha riempito le agenzie stampa di dichiarazioni: “Si faccia finita con la litania della riforma della Rai e del passo indietro della politica. Solo i gonzi ci possono credere”. Lo ammetto, sono tra quei gonzi che credono che la Rai possa esistere senza i partiti e la riforma che si deve lasciare alle spalle il disastro della legge Gasparri (negazione del pluralismo attraverso il consolidamento del duopolio Rai-Mediaset), non solo è possibile è obbligata. In Rai siamo in tanti che, nonostante le pressioni dei politici (micidiali quando si realizzano programmi di successo), tiriamo avanti per la nostra strada avendo un unico riferimento: il telespettatore. Non è questione di schiena dritta ognuno si porta dietro la propria storia e i propri maestri. È evidente che il politico del Pd, che ha una storia diversa dai vari D’Alema, Veltroni, Violante, ecc. (arriva dal mondo cattolico), non conosce sufficientemente le vicende della tv altrimenti avrebbe fatto tutto il possibile per convincere i vertici Rai, soprattutto quelli nominati dal Pd, a non regalare il direttore di Rai3 Ruffini alla concorrenza. Monaco non ricorda, probabilmente, che tra un governo e l’altro del Cavaliere ve ne è stato uno di centrosinistra che non ha volutamente affrontato il conflitto di interessi, non ha dato risposte all’Unione europea che per tre volte aveva condannato la legge Gasparri.
QUELLA DEL PD, prima ancora dei Ds e del Pds, di non “disturbare” sua Emittenza, è stata una scelta politica. Violante in più occasioni promise che le reti Mediaset non sarebbero state toccate, infatti il governo D’Alema garantì l’abusivismo di Rete 4 confermando l’ingiustizia nei confronti di Europa7. Lo stesso D’Alema, appena arrivato a Palazzo Chigi, dichiarò: “Mediaset patrimonio culturale del paese”. È grazie alla parola inciucio, nata in occasione della bicamerale per le riforme, che B., da quando è “sceso in campo”, ha aumentato il fatturato di 25 volte, oltre a essersi posto al di sopra della legge. Se c’è un partito che da sempre si è dimostrato molto “interessato” alla Rai è il Pd. Nell’ultimo cda inserisce due suoi uomini oltre a concordare il nome del presidente (così detto di garanzia). Mentre il segretario Bersani dichiara che non si siederà mai al tavolo delle nomine, l’infaticabile D’Alema trama per l’arrivo della Berlinguer alla direzione del Tg3 e la sostituzione di Ruffini a Rai3 con Di Bella. Mentre Monaco, a modo suo, tenta di difendere il servizio pubblico, non sa che qualcuno del suo partito sta già trattando il dopo Ruffini.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 9 agosto 2011

PARLAMENTO · L’apertura estiva farà il pieno, tutti insieme inutilmente di Andrea Fabozzi

Riunione inutile, dunque affollata. Ci saranno tutti giovedì mattina nella sala del Mappamondo alla camera dei deputati ad ascoltare il ministro Tremonti. Non solo i componenti delle commissioni affari costituzionali e bilancio di camera e senato (150 parlamentari) ma anche i segretari dei partiti con i vice, i capigruppo e tutti quelli più o meno utili che vorranno dare il loro contributo di presenza. L’evento è decisamente di quelli in cui si nota di più chi non c’è rispetto a chi c’è. Si torna a lavorare d’agosto e con poco impegno (e zero spesa) l’onorevole può timbrare il cartellino anti-casta. Così Alfano, Casini, Di Pietro, Rutelli ci saranno e ci sarà anche Bersani con tutto lo stato maggiore del Pd. In aggiunta, non in sostituzione di altri parlamentari perché tanto non c’è niente da votare. Due tre ore e ci si rivede a settembre. Nell’intenzione del Pd, bisognerà incastrare il ministro dell’economia sulle responsabilità del governo.
Tremonti dovrà dare delle risposte sul «commissariamento» europeo e su dove pensa di trovare i venti miliardi che mancano. «Attendiamo proposte concrete nell’interesse del paese», ha detto ieri il deputato democratico Boccia. Ma non andrà così. L’adunata dei parlamentari è stata convocato per un’altra ragione, per consentire a Tremonti di «riferire sulla riforma dell’art. 81 della Costituzione». Riferire, nemmeno presentare un disegno di legge perché il Consiglio dei ministri non ne ha parlato, tutto quello che si sa è uscito da una conferenza stampa. Una volta ascoltato il ministro, e dichiarato qualcosa alla stampa, poi, gli onorevoli dovranno ricominciare da zero se e quando un testo di legge arriverà in parlamento (alla camera, ha detto Gianni Letta). Dopo le ferie, con calma. Più utile sarebbe stato far lavorare d’estate le commissioni competenti di Montecitorio in sede referente su una proposta del governo o del parlamento (sull’articolo 81 non mancano, ce n’è persino una di uno svelto senatore Pdl che l’ha presentata cinque giorni fa). Ma certo si sarebbe notato di meno.
Tutto questo ammesso che la riforma dell’articolo 81 della Costituzione sia fattibile.
Secondo il senatore Morando del Pd (Sole 24 Ore di domenica scorsa) è così: il vincolo del pareggio di bilancio può essere scritto in Costituzione velocemente, addirittura nei tre mesi minimi previsti dalla procedura di revisione costituzionale. Senza ostruzionismo e senza referendum confermativo perché è una riforma che trova tutti d’accordo. È d’accordo anche una altro senatore del Pd, Stefano Ceccanti, costituzionalista, che pure fa notare come il governo sia in ritardo perché già a marzo con il patto Euro plus si era impegnato a recepire il vincolo del pareggio di bilancio previsto dalle regole del bilancio Ue - anche se non necessariamente con una legge costituzionale. Secondo Ceccanti va bene dunque la riunione di giovedì, ma il parlamento dovrebbe contemporaneamente dare un segnale agli elettori, per esempio mettendo in calendario un’altra modifica costituzionale: la riduzione dei parlamentari.
Invece, sostiene il responsabile economia e lavoro del Pd, Stefano Fassina, l’idea di modificare l’articolo 81 della Costituzione per introdurre il vincolo del bilancio in pareggio è completamente sbagliata. «La politica economica nazionale deve poter conservare una sua autonomia», ragiona Fassina, secondo il quale questo è l’orientamento del Pd e chi è invece favorevole alla riforma «parla a titolo personale». «Dopo aver rinunciato alla politica monetaria (con la moneta unica europea) - aggiunge Fassina - decidere di rinunciare anche alle politiche di bilancio vorrebbe praticamente dire che la politica non deve occuparsi tout court di economia». Che poi è quello che in qualche modo il governo cerca di dire, quando propone anche una seconda riforma costituzionale per stravolgere l’articolo 41 e scrivere che nell’attività economica «tutto quello che non è proibito è lecito». Una riforma, quest’altra, tanto estremista e sgangherata che è impossibile trovare qualcuno nel Pd disposto ad accettarla.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 6 agosto 2011

Un bis senza risposte di Valentino Parlato

(vignetta Sergio Staino)
Quello che avrebbe dovuto essere un impegnato discorso del presidente del Consiglio alla Camera e al Senato non ha convinto nessuno. Di questo si è reso conto lo stesso presidente del Consiglio, che ha promosso per il tardo pomeriggio di ieri una conferenza stampa insieme con il ministro dell’economia Giulio Tremonti e il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta.
Bene che gli attuali governanti si siano accorti di non aver detto nulla di convincente al Parlamento. Ma che cosa ci hanno detto nella conferenza stampa di ieri sera? Direi niente di più. L’obiettivo (che resta sempre una speranza) di anticipare il pareggio del bilancio pubblico nel 2013 anziché nel 2014. E in più di mettere nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, obiettivo che in una Costituzione non ha gran senso. E la modifica dell’articolo 41, dove è scritto che i privati non possono fare tutto quel che vogliono.
Ma l’interrogativo è: quali provvedimenti questo governo ha deciso per riuscire a pareggiare il bilancio nel 2013? Quali interventi sul piano fiscale per aumentare le entrate? La patrimoniale proposta dall’onorevole Amato è fuori dei pensieri dell’attuale governo, ma almeno la proposta di qualche altro provvedimento per aumentare le entrate necessarie a pareggiare il bilancio.Niente di tutto questo.
Il pareggio di bilancio nel 2013, ma con quali provvedimenti? Ulteriore taglio delle spese sociali e privatizzazioni, cioè svendita di ciò che è ancora pubblico al capitalismo privato? Ma nemmeno questo è stato detto con chiarezza. Si va a vento, sopravvivere fino a quando è possibile.
La conferenza stampa di ieri sera è stato il massimo della delusione per i cittadini e il massimo dell’inconcludenza di chi è ancora al governo.
L’Italia oggi ha il maggior debito pubblico di tutti i paesi europei, mentre produttività e produzione ristagnano. Gli ultimi dati sull’incremento del Pil, la cui crescita dovrebbe sanare il debito, sono ai minimi storici.
La verità è che questo governo galleggia e galleggerà fino a quando una opposizione che dovrebbe essere incoraggiata dal risultato delle ultime amministrative e dai referendum non si darà una mossa. Fino a quando quest’ultima non avrà proposte di governo credibili e realizzabili. Continuare a dire che Berlusconi è cattivo (anche le Monde scrive che il problema italiano si chiama Silvio Berlusconi) serve ad assai poco. Sempre per citare: le Monde scrive che è probabile che «i mercati non avranno nei suoi riguardi la pazienza che hanno gli italiani». Berlusconi, che è uomo di mercati, dovrebbe rifletterci.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 5 agosto 2011

Berlusconi, L’OSTAGGIO dei poteri forti di Loris Campetti

(vignetta Mauro Biani)
L’economia mondiale va a rotoli e quella italiana rotola più velocemente delle altre. Le borse non sono l’unico né il più fedele indicatore della salute dell’economia reale, ma in questo caso interpretano abbastanza bene la condizione materiale delle persone colpite dalle conseguenze disastrose provocate dal dominio di una finanza che ha spodestato la politica. In Italia la crisi è moltiplicata da un governo irresponsabile, incapace di un minimo di autonomia dai diktat degli organismi internazionali e guidato da un cialtrone che dopo essersi piegato al dominio dei mercati ne denuncia la stupidità, invita i suoi concittadini a comprare azioni Mediaset e nel pieno di un confronto drammatico con le parti sociali racconta barzellette contro Magistratura democratica.
L’Italia rotola più velocemente anche perché non c’è un’opposizione politica all’altezza del compito e della sfida, incapace di avanzare un’altra idea di società e ricette opposte a quelle del governo per uscire dalla crisi. Se anche uno dei pezzi più importanti dell’opposizione sociale, la Cgil, rinuncia al suo compito e a rappresentare e guidare il disagio sociale, il rischio di un crack generale si fa più consistente e lo sbocco del malcontento potrà prendere strade pericolose.
Sembrava che tutti, dalle grandi testate giornalistiche che sostituiscono ormai i partiti, alla Confindustria ai sindacati alle opposizioni politiche, chiedessero una «discontinuità», che in italiano vuol dire liberare Palazzo Chigi e il paese da Berlusconi. Chi sognando governi tecnici o di transizione per fare le stesse cose contro giovani, lavoratori e pensionati, magari un po’ peggio e un po’ prima di Berlusconi, chi puntando alle elezioni (per fare le stesse cose?). Il tutto sotto l’auspicio di un presidente della Repubblica che ripete quotidianamente i suoi appelli all’unità nazionale. Sono bastati pochi giorni per aggiustare il tiro della Grande Alleanza Sociale e precisare gli obiettivi dell’offensiva. Ora sarebbe irresponsabile, con la casa che brucia, aprire una crisi di governo. Piuttosto bisogna condizionare il governo, dettargli un’agenda più aggressiva e in nome della crescita accelerare lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro, usando il grimaldello del fisco per smantellare il contratto nazionale. A chiedere l’uscita di scena di Berlusconi sono rimasti sul versante politico Bersani e su quello sociale Camusso, che in nome di un’alleanza salvifica aveva messo sul tavolo i sacrifici sociali e buttato dalla finestra patrimoniale e Tobin tax. Salvo poi scoprire, e con lei Bersani, che l’unico soggetto in grado (forse) di far saltare il banco non sono le opposizioni sociali e politiche, ma i mercati.
Berlusconi resta al suo posto, più debole, più pericoloso, ostaggio di poteri forti (banchieri e padroni) che tanto forti non sono, e neanche capiscono bene quel che sta succedendo. Emma Marcegaglia è costretta a frenare un Sergio Marchionne ringhiante contro Palazzo Chigi, perché Corriere della Sera e Sole 24Ore hanno aggiustato il tiro e chiamano i pompieri per spegnere l’incendio. C’è poco tempo per ritrovare la ragione e ornare a pensare che non c’è alternativa - a Berlusconi, al liberismo, all’ingiustizia sociale - senza conflitto.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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giovedì 4 agosto 2011

MA LA SINISTRA NON C’È di Valentino Parlato

Viene da dire che siamo proprio messi male. Silvio Berlusconi, che sciocco non è, ha fatto un discorso di ordinaria amministrazione. Come ha detto, già nel corso della trasmissione, Guido Gentili del Sole 24 ore, è un discorso che avrebbe potuto fare tre mesi fa. Talvolta far finta di niente – come ha fatto Berlusconi – è un modo accorto di fronteggiare problemi che non si è in grado di risolvere. Nessuna proposta, nessuna iniziativa nel discorso del Cavaliere, quasi un tutto va bene madama la marchesa. In ogni modo io resto dove sono.
Francamente deludente in questa situazione di crisi italiana e mondiale la replica del Partito democratico, per bocca di Bersani. Critiche, denunce, ma zero proposte. Nulla su cosa il maggiore partito di opposizione propone in alternativa allo scorrere dei fatti, alla resistenza di Berlusconi, ai rischi del disastro per l’economia (e non solo) del nostro paese. Berlusconi è messo assai male e l’elusività del suo discorso lo conferma, ma rebus sic stantibus continuerà a occupare Palazzo Chigi. E addirittura si permette attraverso la voce del neosegretario del suo partito Angelino Alfano di accusare l’opposizione di essere partito dei mercati e non dei cittadini.
«Da tutto ciò che accade – scriveva Alfredo Reichlin sull’Unità di ieri – emerge l’estrema debolezza della politica». E – sempre Reichlin – si domanda se «è abbastanza chiara la nostra diversità politica». Domanda non da poco.
Il discorso di Berlusconi è stato assolutamente elusivo, ma egualmente elusiva è stata la replica di Bersani. Non basta accusare Berlusconi dei fallimenti che sono sotto gli occhi di tutti, se non si ha l’intelligenza e la forza di proporre un’alternativa che non sia solo la richiesta di elezioni anticipate. Il Pd deve (dovrebbe) avere la forza e l’intelligenza di proporre un’alternativa di governo. Gli esiti dei referendum e delle recenti elezioni amministrative dovrebbero incoraggiarlo. C’è una società che di Berlusconi ha cominciato a stancarsi, ma a questa società bisogna offrire serie proposte per uscire dalla crisi e dai fallimenti bancari, per combattere l’attuale decrescita e la crescita dei disoccupati.
Dire che Berlusconi è cattivo, se non si propone nulla di buono, serve solo a far continuare, e sempre in peggio, la crisi del paese.
Insomma, c’è una seria crisi della politica e, aggiungerei, della sinistra. Ma Berlusconi – lo conferma il suo discorso di ieri – è proprio messo male, solo che il suo star male mette al peggio l’Italia e questo, paradossalmente, lo rafforza.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ultima chiamata di Marco Travaglio

(foto tratta da referendum legge elettorale)
Chi si salverà dall’apocalisse prossima ventura della Seconda Repubblica? Non B., le cui performance al bungabunga, per quanto penose (soprattutto per le ragazze), sono comunque migliori di quella di ieri alla Camera. Non Bossi, che ha deciso di perire con lui, abbracciato al suo cadavere politico. Non Tremonti, avviato sul viale del tramonto per casini di case. Non i Responsabili o come diavolo si chiamano: basta guardarli in faccia. Potrebbero salvarsi gli oppositori, almeno quanti riusciranno a essere o almeno ad apparire alternativi alla casta e al berlusconismo: ma appaiono tutti impallati, ingessati, imbalsamati. Bersani e D’Alema li possiamo salutare con una prece, grazie alle gesta dei loro fedelissimi Morichini, Pronzato, Penati & C. Ma il Pd è un grande partito e potrebbe redimersi con un salto di genere (Bindi) o di generazione (Zingaretti). Piercasinando è un simpatico trasformista, ma basta dare un’occhiata accanto a lui per notare Cesa e sentirsi male. Rutelli non pervenuto. Fini ha sbagliato tutte le mosse tranne una (mollare B.). Vendola si dibatte tra un’immagine di leader movimentista e una realtà di governatore continuista e parecchio sgangherato. Di Pietro oscilla fra un passato di tribuno da piazza e una concorrenza grillina che lo spinge a cercar voti fra i centrodestri in fuga. Eppure un’occasione d’oro per scrollarsi di dosso la puzza di casta ce l’avrebbero: il referendum elettorale per cancellare il Porcellum di Calderoli (e Casini) e riportare in vita il Mattarellum. Che aveva mille difetti, ma almeno consentiva agli elettori di scegliersi direttamente – collegio per collegio, con l’uninominale – il 75% dei parlamentari (il resto era distribuito col proporzionale). Il quesito porta le firme di Di Pietro, di alcuni big democratici (Bindi, Veltroni, Parisi) e di Migliore di Sel. L’11 luglio è stato depositato in Cassazione e ora si tratta di raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre. Dopodiché non si potranno più proporre referendum sino a fine legislatura, il che significa che alle elezioni del 2013 dovremmo votare con il Porcellum, cioè lasciar nominare i 945 parlamentari da cinque segretari di partito. A meno che, si capisce, il Parlamento non cambi la legge elettorale: mission impossible, visto che non solo non c’è una maggioranza su una proposta alternativa, ma i due partiti maggiori sono spaccati al loro interno su una miriade di proposte inconciliabili. Solo la pistola puntata del referendum potrebbe indurre le Camere a un estremo atto di resipiscenza. Dunque non si scappa: bisogna raccogliere mezzo milione di firme in meno di due mesi. Parisi e Di Pietro hanno annunciato al Fatto che passeranno l’estate ai banchetti (l’Idv anche per abolire le province). Ma gli altri? Che aspettano i finiani ad aderire e darsi da fare, per sottrarre a Pdl e Lega i voti di tanti italiani di destra schifati da una legge che è la quintessenza della casta? E l’Udc? E Sel? Ma soprattutto: a che gioco gioca il Pd? Le feste estive dell’Unità (o come diavolo si chiamano) sono il luogo ideale per raccogliere le firme. Ma l’astuto Bersani, non contento di aver boicottato e ignorato i referendum su legittimo impedimento, acqua e nucleare, salvo cavalcarli quando si rischiava di vincerli e metterci il cappello quando si sono vinti, sta ripetendo quel tragico errore per tenere insieme il Pd, diviso – tanto per cambiare – su cinque o sei posizioni. D’Alema, all’inseguimento di Casini, tifa proporzionale. E il maggioritario Veltroni, che era addirittura fra i promotori, ha cambiato idea: come sempre è pro “ma anche” contro. Ora però i casi sono due. O il Pd (con Fli, Sel e Udc) dà una mano a Di Pietro e a Parisi, e allora le firme si raccolgono, il referendum si fa, il quorum si raggiunge e il Parlamento di nuovo eletto dal popolo recupera un briciolo di autorevolezza. Oppure crolla tutto e chi finisce sotto le macerie è bene che ci resti. Ps. Da oggi sono in vacanza, quindi questa colonna si diraderà un pochino. Ma conto di tornare presto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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venerdì 29 luglio 2011

Barbara Spinelli :“Horror berlusconiano con sottotitoli sovietici” intervista di Marco Travaglio

BARBARA SPINELLI: “PIÙ CHE UNA CLASS ACTION, QUELLA CONTRO LA STAMPA È UNA CAST ACTION. TROPPO COMODO FARSI SCUDO DEI MILITANTI”
"Mi pare di assistere a un film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico”. Così Barbara Spinelli definisce la minaccia di Pier Luigi Bersani di attivare una class action con gli iscritti e forse gli elettori per trascinare in tribunale i giornali che criticano il Pd sulla questione morale e raccontano le indagini su alcuni suoi esponenti.

Che cosa ti colpisce di più nell’annuncio di Bersani?
Oltre e forse più ancora del merito dell'iniziativa, mi colpisce il linguaggio di Bersani. Intanto quell'insistere sulla ‘m a c c h i n a del fango’, quale che sia lo scandalo che un giornale denuncia, quali che siano i reati scoperti dalla magistratura, quali che siano i giornali chiamati in causa e le loro proprietà. Non se ne può più: se qualcuno scrive il falso, attribuendoti reati mai commessi, fatti mai accaduti, cose mai dette, allora sì è macchina del fango. Ma se uno ti critica anche duramente per comportamenti veri, per inchieste vere, per accuse vere, allora non c'è nessun fango, a parte quello prodotto da chi tiene quei comportamenti. Non certo dai giornali che li raccontano.

Bersani pensa di denunciare i giornali che “a g g r e d i s c o n o ”, coinvolgendo quadri e iscritti al Pd in una “class action”.
Non vedo alcuna differenza tra il linguaggio usato da Marina Berlusconi per minacciare Il Fatto Quotidiano e quello usato da Bersani per minacciare azioni giudiziarie contro i giornali che a suo dire lo attaccano. Che vuol dire ‘le critiche le accettiamo, le aggressioni no’? Che la stampa ha il diritto di criticare, ma senza fare riferimento alle gravissime imputazioni che pendono sul capo di alti esponenti del suo partito? E poi questa class action, che faccia tosta...

Cosa c’è che non va?
Il linguaggio e ciò che lo determina: l'idea tipica della Casta che i reati individuali imputati a singoli dirigenti di un partito possano essere nascosti dietro il gruppo, dietro il clan, si chiami Pd o Pdl o Mondadori... La difesa di gruppo è orrenda, sfido io che il Pd torna a scendere nei sondaggi. Che significa
class action? Che ogni singolo membro del partito si identifica col gruppo al punto che, se commette un reato, chiama tutti i membri del gruppo a risponderne?
Che, se la magistratura indaga Pronzato o Penati, o se i giornali li criticano, questo è un attacco a tutto il partito, a tutti i dirigenti, a tutti i militanti, a tutti gli elettori? Linguaggio comunista e sostanza berlusconiana, così ha parlato ieri Bersani. Mi ricorda una battuta di Daniel Cohn Bendit su certi oligarchi dell'Europa orientale convertiti al capitalismo all'indomani del crollo del Muro di Berlino: un pessimo film capitalista con sottotitoli in sovietico.

Linguaggio comunista?
Perché quel ‘cl a s s ’ è un'antica reminiscenza del partito di classe, qual era il Pci, ma quale non è più il Pd. Bersani dovrebbe avere il coraggio di cambiare qualche lettera alla sua trovata: non ‘class action’, ma ‘cast action’.

Mi pare più appropriato.
Perché le sue minacce alla stampa sono a difesa della casta, non certo dei militanti del Pd, che meriterebbero difensori migliori: anche perché non sono vittime dei giornali o dei magistrati, ma di chi, ai vertici del Pd, commette reati o tiene comportamenti indifendibili. La vera class action i militanti del Pd dovrebbero farla contro i vari Penati, Pronzato, Tedesco, e contro chi li difende in gruppo.

Almeno Penati si è dimesso.
E ci mancherebbe altro. Ma, anche qui, colpisce il linguaggio usato: ha detto che si dimetteva ‘per l'enorme risalto mediatico’ delle indagini a suo carico. Cioè: se tv e giornali ne avessero parlato un po' meno, lui sarebbe rimasto al suo posto per qualche altro decennio? Come dire: ero nudo alla finestra coperto da una tenda, poi un soffio di vento l'ha spostata e ora mi tocca rivestirmi. Un atteggiamento molto grave nei confronti della stampa e della magistratura.

Però Bersani dice che il Pd è “d i v e r s o ” perché, diversamente da altri partiti, la magistratura la rispetta.
Sono felice che la rispettino, del resto ci mancherebbe pure che l'attaccassero.
Ma il miglior modo di rispettare la magistratura è non commettere reati, invece
di inchinarsi ipocritamente alle toghe quando li hanno scoperti. E poi la magistratura non è tutto. A monte, nei partiti, devono esistere codici
etici e controlli severissimi per evitare che qualcuno con responsabilità
partitiche o addirittura istituzionali incappi nelle maglie della giustizia.

Bersani vanta il codice etico più stringente d'Italia.
Temo che sia lo stesso di Veltroni, che nel 2008 non impedì al Pd di mandare in Parlamento due condannati definitivi e un bel po' di inquisiti e imputati. Più Tedesco, un anno dopo.

Tedesco, dice il Pd, l’ha salvato la Lega.
E qualche senatore ‘dissenziente’ del Pd. Ma non è questo il punto. Tedesco il Pd avrebbe dovuto cacciarlo prima, al momento del mandato di arresto per corruzione, concussione altri gravi reati, senza neppure aspettare il voto del Senato (dove, com'è noto, la maggioranza è di centrodestra). Cioè dire subito chiaramente che non aveva più nulla a che fare con il partito. Invece hanno votato per il suo arresto e se lo sono tenuto nelle proprie file, dove ancora alloggerebbe se non si fosse dimesso lui tre giorni fa in polemica con la Bindi. A me piacerebbe sentir pronunciare parole chiare e nette: ‘espulsione’, ‘dimissioni’. Basta con la retorica del ‘passo indietro’: se uno è indagato per aver arrotato una vecchietta per la strada, a chi verrebbe in mente di chiedergli di ‘fare un passo indietro’?

Poi c’è il caso Pronzato, ex consigliere di Bersani al ministero, poi Responsabile del Pd per il trasporto aereo e membro del Cda dell’Enac indicato dal Pd.
Nella risposta al Fatto , Bersani dice che l'ha ‘trovato al ministero’ e l'ha ‘confermato’. Manco fosse una margherita che si trova nei prati facendo una scampagnata. Poi concede, bontà sua, che ‘il doppio incarico’ nel Pd e all'Enac era ‘inopportuno’. Ma quello è un conflitto d'interessi sfacciato, berlusconismo
puro, altro che ‘inopportunità’. È così difficile rendersi conto della realtà e chiamare le cose col loro nome? Questi giochini di parole per minimizzare sono balletti settecenteschi, minuetti e quadriglie da corte di Luigi XVI e Maria Antonietta: un passo indietro, uno avanti, ops pardon forse sono stato inopportuno... Poi è ovvio che arriva la ghigliottina.

Tutto nasce dalla questione irrisolta del rapporto politica-affari. Nel 2005, col dibattito a sinistra sui furbetti del quartierino, si perse l’ennesima occasione per troncare un certo modo di fare politica in economia.
Per questo parlo di film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico. Anche chi, come Bersani, a liberalizzare qualcosa ci ha provato seriamente nel secondo governo Prodi, cade ancora in comportamenti da oligarca della vecchia sinistra comunista, quella dello Stato produttore: Telecom, Montepaschi, Unipol, coop rosse, Milano-Serravalle. Si mettono a competere con Berlusconi nel tentativo di costruirsi un establishment finanziario ‘amico’ o addirittura di partito, e naturalmente perdono perché Berlusconi a far soldi e affari è più bravo e più oligarca di loro.

Forse Bersani & C. sono attoniti dinanzi agli ultimi scandali perché, dopo le comunali e i referendum, pensavano che avrebbero ereditato il potere da Berlusconi raccattandolo, senza il minimo sforzo e cambiamento.
Il fatto che siano attoniti sorprende e preoccupa, anche perché era chiarissimo che le comunali e i referendum non li hanno vinti loro: li ha vinti una parte d'Italia che ha deciso di prendere la parola indipendentemente da loro, e anche contro di loro: contro tutto il sistema politico, quello di Berlusconi, ma anche quello del Pd che ne è parte integrante. Se non hanno capito la lezione e non hanno riflettuto sul loro errore storico di assecondare per quasi vent'anni il berlusconismo, allora non solo non raccatteranno il potere quando Berlusconi cadrà, ma se anche riuscissero con fatica a conquistarlo, lo riperderanno
subito dopo.

Cosa ti saresti aspettata, dopo i referendum e le elezioni a Milano e Napoli?
Che dicessero chiaro e tondo: appena torneremo al governo faremo una legge severissima contro tutti i conflitti d'interessi. Infatti ora balbettano sul caso
Pronzato e si indignano se qualcuno li chiama a risponderne: non hanno ancora capito che la prima malattia del Paese è il conflitto d'interessi, oppure non vogliono risolverlo una volta per tutte perché vi sono immersi anche loro.

Può Bersani essere il candidato giusto per un prossimo governo di centrosinistra, vista la sua straordinaria abilità a circondarsi delle persone sbagliate?
Può ancora esserlo soltanto se non si ferma alla lettera al Fatto, ma si spinge molto più avanti nell'autocritica sul passato (anche il suo passato) e nelle scelte conseguenti: espulsione dei dirigenti indegni, controlli severi sulle nomine, ritirata dalle vicende finanziarie e dalla gestione diretta dell'economia, presa di distanze chiara e netta dalla linea dalemiana del fastidio congenito a ogni indagine della magistratura e della stampa libera. Se invece si ferma alle timide scuse per qualcosa di ‘inopportuno’ e soprattutto minaccia la stampa che lo critica chiamandola ‘macchina del fango’, si rischia di non notare la differenza
rispetto al berlusconismo.

Gad Lerner lancia Rosy Bindi come alternativa a Bersani.
Lui è più addentro alle vicende del Pd. Io preferisco restarne fuori. Facciano un po' quel che ritengono meglio, possibilmente scegliendo un candidato che non perda un'altra volta le elezioni. Io, come cittadina e come giornalista, sono molto più interessata a sapere se il Pd condivide le minacce alla stampa e qual è per Bersani la ‘critica’ accettabile: quella che non parla delle indagini giudiziarie sui suoi principali collaboratori? Se è così, si torna alla stampa di partito: dopo la telefonia, le banche, le autostrade di partito, pure i giornali di partito. È questa la libertà di stampa che hanno in mente? E quale sarebbe la differenza con Berlusconi?

fonte intervista e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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