Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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lunedì 3 gennaio 2011

Gerovitalia di Marco Travaglio

I sopravvissuti ai veglioni, ai cenoni, ma soprattutto alla torrenziale conferenza stampa di B. e al letale messaggio ipnotico di Napolitano avranno forse notato il paradosso di un signore di 85 anni che potrebbe un bel giorno lasciare il posto a un ometto di 75 (che ne avrà 78 quando si libera la sedia) e intanto firma la cosiddetta legge Gelmini che toglie ogni speranza ai giovani, poi li esorta a non perdere la speranza (l’espatrio). Già ci pare di sentire le obiezioni di quirinalisti e corazzieri di complemento, secondo i quali il Presidente sarebbe, in gran segreto, un roccioso baluardo contro le leggi vergogna: infatti l’altro giorno ha, sì, firmato pure la Gelmini, ma segnalando coraggiosamente “alcune criticità”. Purtroppo anche Rodotà, su Repubblica, ha tentato di gabellare la promulgazione della controriforma universitaria come un trionfo del dialogo presidenziale con gli studenti e un altolà al governo: il Colle ha firmato la Gelmini, ma gliele ha cantate chiare. La tesi ricorda quel pugile che, messo al tappeto dal suo avversario e portato in ospedale più morto che vivo, biascicava prima di entrare in coma: “Ne ho prese tante, ma gliene ho dette quattro”. La verità nuda e cruda è che ha stravinto un’altra volta B. e hanno perso un’altra volta gli italiani. Le chiacchiere stanno a zero, la Gelmini è legge, farà danni irreparabili per decenni (anche perché il centrosinistra, ove mai tornasse al governo, si guarderebbe bene dall’abrogarla) e delle “criticità” segnalate dal Quirinale il governo farà l’uso che Bossi fa del tricolore per celebrare degnamente l’Unità d’Italia. Oltretutto questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene è un controsenso e una presa in giro. La Costituzione dice che il presidente, quando gli arriva una legge dal Parlamento, ha due opzioni: se gli piace, firma; se non gli piace, respinge al mittente con messaggio motivato alle Camere. La firma con monito, con criticità, con faccia scura, con naso storto, con ditino alzato, con mano sinistra o su una gamba sola non è prevista. E in ogni caso, una volta promulgata, la legge va sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore. Come, e soprattutto perché, il governo dovrebbe correggerla dopo “ampio confronto” con gli studenti ignorati per tre anni, soprattutto ora che il Quirinale ha scaricato l’unica arma in suo possesso per imporglielo? Naturalmente, come si fa col nonnetto che raccomanda di coprirsi bene, la Gelmini ha assicurato che “terrà conto” delle osservazioni. Tanto domani nessuno se ne ricorda più. Illazioni? Malignità? No, memoria storica. Il 2 luglio 2009, con la solita fiducia, diventava legge l’ennesimo “pacchetto sicurezza” di questa banda di magliari che si fa chiamare governo: la legge 15.7.2009 n. 94, piena di norme razziste e incostituzionali, tipo il reato di immigrazione clandestina e il via libera alle ronde. La penna più veloce del west la firmò il 15 luglio, ma lo stesso giorno scrisse al premier e ai ministri Maroni e Alfano che alcune “rilevanti criticità” suscitavano in lui “perplessità e preoccupazioni”: la legge era mal fatta (3 articoli per modificare quasi 200 norme), malscritta (il solito ostrogoto) e addirittura viziata da scarsa “coerenza con i principi dell’ordinamento” e da “dubbi di irragionevolezza e insostenibilità”. Anche allora, vivi applausi al Colle dai corazzieri della penna: che monito, perbacco, gliele ha cantate chiare! Immancabilmente Maroni, Alfano & C. si impegnarono “tener conto delle osservazioni del capo dello Stato”, di cui sentitamente lo ringraziarono. Poi se ne infischiarono: infatti, in un anno e mezzo, di quella legge non han modificato un punto e virgola. Le uniche variazioni le ha imposte la Consulta, stabilendo che la legge firmata (ma con monito) da Napolitano era incostituzionale in più punti. Ora, con la Gelmini, il copione si ripete. Eppure qualcuno ancora ci casca. A Napoli si dice “‘ccà nisciuno è fesso”. Nisciuno, o quasi.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 26 dicembre 2010

La rivolta del popolo della scuola di Lidia Ravera

(vignetta Mauro Biani)
Gli studenti di ogni ordine e grado, quelli che hanno già studiato e si sono laureati, addottorati, specializzati. I ricercatori, gli insegnanti. Perfino i presidi e i rettori. Tutti si sono mobilitati contro il decreto di legge del ministro Gelmini, molti si rifiutano di chiamarlo "riforma", dato che non riforma ma taglia (fondi e posti di lavoro), privatizza ed esclude, intervenendo con durezza implacabile sul già precario mondo dell'istruzione.
Si rivedono, dopo anni di comatoso silenzio e partecipazione virtuale, giovani corpi in corteo, nelle strade e nelle piazze. Davanti a Montecitorio, davanti alla sede della coalizione di governo ( Pdl), davanti al Palazzo dove il premier Silvio Berlusconi vive e organizza le sue seratine orgiastiche. È bello guardarli, gli studenti che invadono le città, da Torino a Pisa, da Roma a Messina.
E' bella la giovinezza ribelle, più bella della giovinezza rassegnata. Per chi, come me, ha trascorso fra cortei occupazioni riunioni e assemblee tutta l'adolescenza( il mai troppo chiosato sessantotto), c'è un senso di ripetizione eppure di sorpesa. La ripetizione è nei temi: noi lottavamo contro la scuola "di classe", per aprire le porte del sapere a tutti, anche ai figli degli operai. E di nuovo, oggi, i fratelli minori dei nostri figli, lottano perché l'istruzione superiore, a colpi di decreti di Gelmini, tornerebbe ad essere privilegio di pochi, di quelli che possono permettersela. La ripetizione è nei metodi: striscioni, slogan, cartelli, catene umane, cordoni, uova lanciate, manganellate ricevute. Lacrimogeni, passamontagna e limoni. Scappare. Tornare. Testardi, a prenderne altre, di botte. Col terrore che qualcuno si infiltri e faccia un danno apposta e mandi a ramengo tutta la civilissima protesta.
Tutto regolare, tutto come prima, ma c'è anche una variazione: salgono sui tetti, gli studenti in lotta, si arrampicano per scalette pericolanti, corteggiano il baratro, sfidano i cornicioni. Hanno imparato dagli operai, che, in Italia, sono stati, in questi mesi, costretti, per farsi notare, a salire sulle gru, a occupare carceri dismesse in isole deserte (l'Asinara,sede di un ex penitenziario duro, al largo della costa sarda), a digiunare, a occupare impalcature, a rischiare la vita. L'Italia, in 40 anni, è diventata più sorda, più distratta, più sciocca, più gaudente. I politici al potere sono sempre girati da un'altra parte.
Bisogna gridare, per farsi sentire. I giovani, finalmente,stanno gridando. È un buon segno. È soltanto così, che si può svecchiare la classe dirigente, in questo Paese giovanilista a parole e gerontocratico nei fatti. Prendere in mano il proprio destino, prendere coscienza. Unirsi, gli uni agli altri, in base alla propria miseria. 40 anni fa, si scandiva uno slogan: studenti/operai/ uniti nella lotta!. Era un pensiero gentile, nel nostro roseo comunismo, proporre, noi figli della borghesia torinese, un posto in piazza agli operai, un posto nelle nostre scuole occupate. I nostri destini erano diversi dai loro. Loro salariati, noi futura classe dirigente. Oggi non è più così.
Non c'è niente di volontaristico o ideologico, nell'unirsi degli studenti, dei ricercatori, dei borsisti senza borsa agli operai, agli immigrati, agli edili: precariato, disoccupazione, prospettive di povertà, stili di vita al risparmio sono un collante reale. Una condizione condivisa. E allora: tutti sui tetti. A rischiare per essere visti. Per salvarsi la vita.


Fonte articolo 'Il Caffé'
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Tornare giovane o diventare ministro? di Alessandro Robecchi





Quando mancano le parole di Marco Travaglio




Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato

mercoledì 22 dicembre 2010

Palazzo Madama: 'Blocchiamo la farsa' di Norma Rangeri'

Seduta sullo scranno più alto del senato, la furia della vendetta ha mostrato a tutto il paese come è ridotta la democrazia parlamentare. La vicepresidente del senato, Rosi Mauro, la donna simbolo della Lega, ieri ha messo in scena una pantomima indecorosa del dibattito sul disegno di legge Gelmini. Un guazzabuglio di norme contraddittorie, riconosciuto dalla stessa ministra che infatti chiede di risolvere tutto nel decreto mille proroghe di fine anno.
Alla farsesca conduzione delle votazioni di palazzo Madama potremmo affiancare l’altra indecente istantanea della giornata: il ministro Bondi che fa il "pianista" votando per l’amico assente, il collega Sacconi. Lo stile di questi personaggi sottolinea la violenza (la violenza) delle istituzioni, le stesse che chiedono ai ragazzi di non arrabbiarsi troppo quando scendono in
piazza contro chi ha deciso di distruggere l’università italiana. L’incidente di percorso è il segno del marasma politico della maggioranza, la cifra di un autoritarismo straccione che pretende di dettare legge a un’intera generazione che difende il diritto costituzionale allo studio.
Nel giorno in cui l’Istat sforna le cifre record della disoccupazione italiana, con il 24,7 per cento dei giovani senza lavoro, chi ha nella mente un altro mondo dovrebbe accettare di subire il diktat di chi ha condotto l’Italia sul piano inclinato della crisi sociale. No grazie, tutti oggi di nuovo in piazza, da Palermo a Torino, per darsi una speranza, non solo la propria. Lo dimostra la sintonia con gli operai della Fiom nella battaglia per i diritti e nella richiesta di uno sciopero generale.
E’ una boccata d’aria per tutti, e dovrebbe sbrigarsi ad aprire porte e finestre quel partito democratico lento a capire la posta in gioco, sensibile alle sirene del "merito" e pronto a mortificare, sull’altare della "modernizzazione", il principio dell’uguaglianza.
Gli unici benpensanti in questo momento sono gli studenti che si rivolgono al presidente della repubblica perché non firmi la legge. Chiedono un gesto politico alla sola istituzione con la testa fuori dalla palude berlusconiana. Spiazzano tutti
mettendo fiori nei caschi per distribuirli davanti la Camera e così isolare gli untori ministeriali dello scontro di piazza. Loro, i ragazzi, non sono in vendita anche se esibiscono cartelli con la scritta "vendesi" mimando la corruzione morale del mercato parlamentare. Hanno vent’anni, non si fanno incastrare in vecchi cliché, vogliono tenere il campo a lungo per vincere la partita.
Alla sinistra viene offerta l’occasione di ritrovare il senso di una battaglia generale. Non solo contro Berlusconi e l’ossessione ideologica della Gelmini, ma, ancor di più, contro «un’apocalisse culturale» come scrive Marco Revelli a proposito dell’arretratezza in cui è sprofondato il sistema-Italia.
Il protagonismo degli studenti trascina e coinvolge la generazione dei nativi berlusconiani, cresciuti nel ventennio del sogno mediatico. Ora bucano lo schermo e presentano il conto.


LETTERA A NAPOLITANO: 'Presidente non firmi la legge'

Presidente,
siamo le studentesse e gli studenti della Sapienza in mobilitazione da due anni in difesa dell'Università e della Formazione Pubblica. In questi ultimi mesi sono stati occupati quasi tutti gli atenei, abbiamo occupato i monumenti, ci siamo riuniti nelle assemblee, siamo saliti sui tetti, abbiamo invaso le strade e bloccato le città, tutto per far sentire la nostra voce al paese e bloccare la riforma. (...) Siamo andati a protestare davanti al Senato e alla Camera, abbiamo assediato il governo nel giorno della sua «sfiducia», senza cercare lo scontro ma il confronto, cercando di farci sentire da chi si è barricato all'interno della zona rossa, limitando il nostro diritto al dissenso. (...) Ci rivolgiamo a Lei, Presidente della Repubblica Italiana, in quanto garante della Costituzione di questo Paese, ponendo alla Sua attenzione la responsabilità politica del governo nella scelta di smantellare definitivamente i principi democratici sanciti dalla nostra carta costituzionale. Se porrà la Sua firma al disegno di legge Gelmini Lei sancirà la cancellazione del Diritto allo Studio, uno dei diritti fondamentali della Costituzione intesa come patto fondante della nostra società, che garantisce equità e democrazia.
Noi non siamo disposti a renderci complici del processo di restaurazione di uno stato autoritario, corrotto e autoreferenziale, che garantisce diritti e privilegi a pochi potenti a danno del resto della società. Si renda anche lei indisponibile a questo disegno eversivo: non firmi, sarà così in piazza anche Lei al nostro fianco!
Studenti e studentesse in mobilitazione della Sapienza

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Il Gasparri preventivo di Marco Travaglio

(vignetta bandanax)
Secondo calcoli de La Stampa, il nome di Maurizio Gasparri compare nell’archivio dell’Ansa 16.460 volte nel titolo e 32.905 nel testo. Dal che si deduce che mestiere ingrato è quello del redattore dell’Ansa. Ingrato e usurante. Bisogna tenersi sempre pronti, h24, perché a ogni ora del giorno e della notte, senza soluzione di continuità, grandinano gasparrate e ci vuole un addetto, una specie di badante, pronto a raccoglierle e a rilanciarle in tempo reale. Questo maratoneta dell’esternazione, che ha sempre una parola inutile o sbagliata su ogni argomento dello scibile umano, è un fenomeno della natura. Un altro, sottoposto a cotanto sforzo, manifesterebbe sintomi più che comprensibili, quali secchezza delle fauci, salivazione azzerata, deficit respiratori, asincronicità fra la lingua e l’eventuale cervello. Lui no. Diversamente dalle pizzerie, che ogni tanto chiudono per riposo settimanale, non si ferma mai. Pare che, per un difetto congenito dovuto all’avarizia di madre natura, non riesca a chiudere la bocca, infatti non c’è fotografia che gliela immortali serrata, o quantomeno socchiusa. Avendola sempre aperta, deve pur farne uscire qualcosa. Totò diceva: “Quando vedo un buco, io entro”. Lui, invece, emette. Flatula. La sua voce, visto l’abuso che ne fa il titolare, è ormai per le famiglie italiane un rumore di fondo, un ronzio indistinto che promana non-stop a reti unificate. Solo di tanto in tanto, quando qualcuno si sofferma a distinguere le parole, ci si rende conto di quel che riesce a dire. Il che accade specialmente quando le vuvuzelas gasparriane tracimano oltre i confini patrii e fanno danni all’estero. Tipo quando il nostro salutò l’elezione di Obama: “Con Obama alla Casa Bianca, al Qaeda è più contenta”. Notevole anche l’omaggio alla cultura: “Meglio Mike Bongiorno, senatore a vita che Mario Luzi, della cui nomina mi vergogno”. Indimenticabile il tributo a uno dei più noti giornalisti italiani: “Biagi è come il confetto Falqui”. Celebre il suo contributo alle pari opportunità: “La presenza di gay travestiti in tv danneggia l’immagine della categoria”. A questo proposito, dopo il caso Marrazzo si scatenò la caccia a un altro politico frequentatore di trans (graziosamente ribattezzato nell’ambiente “chiappe d'oro”): Gasparri saltò su all’improvviso e tenne a far sapere al Giornale che circolavano “voci di uno squallore vergognoso” sul suo conto. Tutto per uno spiacevole equivoco: nel ‘96 l’ex ministro stava recandosi al circolo del Polo ai Parioli per una serata con moglie e amici, quando inspiegabilmente, solo alla guida della sua auto, “sbagliò strada e fu fermato dai carabinieri in una zona dove i transessuali sono soliti prostituirsi, tra i viali dell’Acqua Acetosa. I carabinieri, insospettiti dall’andatura a singhiozzo, lo fecero accostare. Ma lui procedeva a singhiozzo perchè stava cercando il circolo del Polo”, che avevate capito. L’altro giorno Gasparri ha voluto contribuire alla serenità del clima politico proponendo “un nuovo 7 aprile: mi riferisco al giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo. Qui serve una vasta e decisa azione preventiva”. A parte il fatto che il 7 aprile della retata nell’Autonomia è quello del 1979, al Gasparri sfugge che allora furono arrestate persone accusate di reati già commessi, non ancora da commettere. Ma queste sono sottigliezze troppo fini per un Gasparri. Che infatti, l’indomani, ha invitato i genitori a tenere i figli a casa perché “le manifestazioni sono frequentate da potenziali assassini”. Cioè: lui, come Giovanna d’Arco, sente le voci; queste gli annunciano che Tizio ammazzerà qualcuno; ergo Tizio va subito arrestato. Se poi Tizio non aveva alcuna intenzione di ammazzare, pazienza: conta il pensiero (di Gasparri). Teoria interessante, soprattutto per gli sviluppi cui si presta. Siccome il Gasparri, da un momento all’altro, potrebbe sparare una cazzata, chiudiamolo in casa a vita: così, se poi ne spara una, nessuno lo sente.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 21 dicembre 2010

Armati sì, ma di Costituzione di Marco Travaglio

Massima gratitudine ai noti statisti Alfano, Maroni, La Russa, Mantovano e Gasparri per avere spiegato agli studenti anti-Gelmini che cosa il governo si aspetta dalla loro manifestazione di martedì: il sangue. Il regime ha bisogno di violenze e feriti (e se ci scappa il morto, pazienza), per portare a termine il suo disegno incostituzionale sull’Italia. Il mercato dei deputati è bastato per la striminzita fiducia del 14 dicembre, ma per conservare le poltrone e approvare le leggi vergogna ancora in cantiere (tra cui la Gelmini) ci vuol altro. Bisogna costringere l’Udc a rimpiazzare Fli, restituendo al governo quella maggioranza di 50-60 deputati necessaria a rimetterlo in sicurezza a Montecitorio. Il Vaticano si sta molto prodigando in tal senso, ma occorre un 11 settembre all’italiana per simulare un clima da emergenza democratica che aiuti B. a gabellare per interessi nazionali i suoi affaracci penali, a farsi scudo delle istituzioni in pericolo per perpetuare la sua voglia d’impunità. Il nemico è alle porte, stringiamoci a coorte. Per questo la banda soffia sul fuoco con proposte impraticabili: vietare le piazze a persone incensurate con provvedimenti da stadio, minacciare i tribunali per cambiare le sentenze a proprio uso e consumo, arrestare preventivamente qualcuno perché Gasparri pensa che potrebbe commettere reati, cazzate così. Roba che una persona normale si vergognerebbe non dico di enunciarla, ma pure di pensarla. Però utilissima a soffiare sul fuoco, nella speranza che domani si scateni il caos, magari con l’aiuto di qualche reduce di quella manovalanza della violenza da sempre pronta a “destabilizzare per stabilizzare”. Ora, grazie a Gasparri & C., chi domani sarà in piazza (speriamo tanti) sa cosa si attende da lui il regime: che sfasci tutto, crani, ossa, bancomat, automobili. La violenza è l’ultima speranza di un governo disperato. Chi gli farà questo regalo sa fin d’ora che non solo la porcata Gelmini, ma altre e ancor peggiori porcate verranno grazie a quella violenza. Chi invece vuole contrastare il regime sa quel che deve fare: il contrario di quel che si aspetta il regime. Una manifestazione oceanica e pacifica, addirittura beffarda nella sua imperturbabile legalità. Un corteo dove non solo non si lancia nulla, ma magari si raccattano cicche e cartacce per gettarle nel più vicino cassonetto. L’ideale sono migliaia di giovani che sventolano la Costituzione in faccia a chi la calpesta. Per questo domani Il Fatto sarà avvolto da un inserto con i principi fondamentali della nostra democrazia. Pensate che smacco, per i tifosi della guerra, vedere gli studenti sbandierare non il libretto rosso di Mao, ma la Carta costituzionale: come l’aglio per i vampiri, la corda per l’impiccato. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, di religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali”. “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca”. “L’Italia ripudia la guerra…”. “Ogni cittadino può circolare… liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” senza “nessuna restrizione per ragioni politiche”. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente…” e “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”. “La responsabilità penale è personale…”. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, sì alle scuole private ma “senza oneri per lo Stato”. “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione... sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale... e la dignità umana”. “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. “Vietata... la riorganizzazione del disciolto partito fascista”. Questa è la vera rivoluzione.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Tornare giovane o diventare ministro? di Alessandro Robecchi





Quando mancano le parole di Marco Travaglio




Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato

domenica 19 dicembre 2010

Tornare giovane o diventare ministro? di Alessandro Robecchi

(vignetta Pietro Vanessi)
Wow! Il dibattito sulla violenza! Questo si che è tornare giovani! E necessita una premessa: siamo contrari alla violenza ecc. ecc.
In questo, devo dire, siamo in buona e assai affollata compagnia. Per esempio in compagnia di Ignazio La Russa, ministro della difesa della Repubblica di BungaBunga. Un tipo davvero nonviolento e moderato, che da giovane (Milano, 1973) volle, organizzò e capeggiò una manifestazione di neofascisti talmente moderata e non violenta che alcuni suoi camerati tirarono bombe a mano sulla polizia, uccidendo un agente (Antonio Marino, 23 anni). Ciò non gli impedisce oggi di ergersi in un suo divertente show televisivo a paladino delle forze dell’ordine e di insultare gli studenti. Contro la violenza, come è noto, sono attualmente anche Charlie Manson e Vallanzasca, è giusto cambiare idea nella vita, ma nessuno di loro è diventato ministro.






(vignetta Mauro Biani)
Contrario alla violenza e indignato per il rilascio (in attesa di processo) degli studenti fermati martedì scorso dopo gli scontri di Roma è anche il ministro degli interni della Repubblica di BungaBunga Roberto Maroni, e ci mancherebbe. Uno che di resistenza a pubblico ufficiale se ne intende, perché per quel reato fu condannato in primo grado (1998, otto mesi), in secondo grado (2001, pena ridotta a 4 mesi) e in Cassazione (pena ridotta a 5.320 euro di multa, 2004). Non c’è che da gioire se anche lui ha cambiato idea. Oltretutto, non perde occasione per vantarsi dei successi altrui (magistratura e forze dell’ordine) contro la mafia, e ci compiacciamo anche di questo. Purtroppo, non è infallibile e non riesce a mettere le mani sul pericoloso terrorista che attentò quasi tre mesi fa alla vita di Maurizio Belpietro. Non ne parlano i giornali, non si sa nulla delle indagini, il silenzio è totale, anche se ai tempi si fece un gran clamore sul ritorno della violenza e del terrorismo. Siamo contrari alla violenza, ci mancherebbe, ma un pochino anche al ridicolo.


fonte articolo 'Il Manifesto'
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Quando mancano le parole di Marco Travaglio




Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato

sabato 18 dicembre 2010

Quando mancano le parole di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Molti sono rimasti colpiti da quel che è accaduto ad Annozero, al netto delle scalmane del cosiddetto ministro Ignazio La Rissa. Colpiti dal reportage di Ruotolo sugli scontri del 14 dicembre, dove migliaia di studenti solidarizzavano con i pochi violenti. Colpiti dall'atteggiamento dei politici, che pretendevano dagli studenti un’abiura della violenza come precondizione per discutere con loro. Colpiti dall’atteggiamento degli studenti, che non prendevano affatto le distanze, anzi rilanciavano: “Sono due anni che protestiamo pacificamente contro la legge e i tagli della Gelmini e il sottostante progetto di precarizzazione sociale, ma nessuno ci ha ascoltati, nessuno ha parlato con noi. Vi accorgete di noi solo ora che abbiamo abbandonato le buone maniere” . In una situazione così bloccata, di incomunicabilità totale, cercavo le parole per dire qualcosa, e non mi venivano. Le ha trovate Santoro: “Se chiediamo agli studenti una risposta sulla violenza, dobbiamo prepararci ad accettare qualsiasi risposta, anche quelle che non ci piacciono e non condividiamo”. Altrimenti, se non c’è un luogo in cui si possano esprimere anche le idee più estreme e meno condivisibili, chi le ha in gola si rassegnerà all’idea malsana di incappucciarsi e unirsi, la prossima volta, ai violenti che finora si è limitato ad applaudire o a non condannare. Certo, sarebbe stato più consolatorio se i tre studenti ospiti di Annozero avessero accreditato la tesi delle poche mele marce, delle minoranze facinorose infiltrate (magari dai servizi deviati) fra 100 mila pacifici manifestanti, pescando fra i luoghi comuni che ricorrono in questi casi: “Pochi imbecilli e delinquenti non devono infangare il buon nome degli studenti”. Non l’hanno detto. Perché non lo pensano e perché non è così. Anzi, han fatto notare che le violenze di martedì non hanno affatto alienato simpatie e consensi al “movimento”, anzi ne hanno ingrossato vieppiù le file: “All’assemblea di martedì sera alla Sapienza c’era molta più gente delle altre volte”. Anche questo è un fatto e chi fa informazione deve anzitutto raccontarlo per quello che è, prima di commentarlo. In questa constatazione, La Russa ha visto addirittura un’apologia di reato e un insulto alle forze dell’ordine e ha chiesto di togliere il microfono agli studenti. Mirabile sintesi dell’atteggiamento del governo. Che non giustifica la violenza, ma aiuta a spiegarla. C’è un luogo in cui questi giovani, che un po’ pomposamente si definiscono “un’intera generazione”, possono parlare e trovare qualcuno che li ascolti? No, non c’è. Raggiungerli sui tetti in extremis per raccattare qualche voto è solo un’offesa, l’ultima. Lanciare appelli paternalistici a “isolare i pochi imbecilli che rovinano la protesta pacifica”, con un linguaggio da colonnelli in pensione, non funziona, non attacca. Ammonire contro il ritorno degli anni di piombo, peggio che mai. Questi ragazzi rivendicano una specificità e una novità che in parte sono infondate (“diversamente dagli anni ‘70, a tutti noi non ci rappresenta nessuno”: ma anche trent’anni fa era così, anche se un ministro dell’Interno che chiede la galera per i giovani accusati di resistenza a pubblico ufficiale avendo una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale, è una novità assoluta). Ma in parte sono reali: è vero che “questa generazione è senza speranze” dunque non ha nulla da perdere, condannata in partenza a scegliere fra precariato selvaggio e disoccupazione, fra disagio alienante ed espatrio, fra rabbia interiore e violenza esteriore. Fermo restando che è sempre giusto farlo, condannare la violenza non basta più. Occorrono parole nuove e luoghi non comuni per comunicare, al di là della retorica e delle frasi fatte. Da oggi, con l’intervista a Barbara Spinelli e il forum aperto sul nostro sito, proviamo umilmente a cercarli insieme.

Fonte articolo'Il Fatto Quotidiano'
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Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato




sabato 4 dicembre 2010

Riforma Gelmini, frutto bipartisan di Alberto Burgio

(vignetta Mauro Biani)
Proviamo a fare un primo bilancio della battaglia sull’università, all’indomani del voto della camera sulla cosiddetta riforma Gelmini. Che si tratti di una legge pessima non vale la pena di ripeterlo. Dovesse andare in vigore (se il governo sopravvivrà e avrà tempo e forza per varare i decreti attuativi), ci troveremmo un’università ancor più autoritaria (tutto il potere ai rettori e agli amministratori, tutti i concorsi in mano agli ordinari), ancora più classista (per l’ulteriore aumento delle tasse di iscrizione), ancora più privatizzata (per l’ingresso delle imprese nei consigli di amministrazione e nelle fondazioni), ancora più ostile nei confronti dei giovani (tutti precarizzati) e ancora più sbilanciata a favore della ricerca applicata (a detrimento dei saperi «inutili» distanti dal mercato). Questo lo sappiamo, e del resto parlano da sé lo scomposto attivismo della Crui e le pressioni della Confindustria coi suoi organi di stampa (in questo caso il Corriere della sera ancor più del Sole-24 Ore). Agli industriali dell’università non è mai interessato altro che poter sfruttare gratuitamente laboratori e saperi per i propri affari. Questa «riforma» glielo promette, il resto è retorica.
Ciò che nonostante tutto sorprende è lo spreco di menzogne sparse a piene mani lungo tutto l’iter della legge (circa due anni). Bugie sui fondi disponibili, bugie sulla lotta ai baroni, bugie sulla sorte dei ricercatori.
L’unico sussulto di sincerità – a tutti càpita a volte di sbagliare – la sedicente ministra l’ha avuto qualche giorno fa quando, sicura ormai del voto favorevole, ha detto che la sua «riforma» l’avrebbe finalmente fatta finita con «l’egualitarismo del ’68». Se pensiamo alla divisione della ricchezza in questo Paese, non si sa se ridere o infuriarsi.
Questo revanscismo di una oligarchia di mediocri e di ignoranti barricati nel privilegio e orgogliosi della propria arroganza è l’aspetto più vergognoso di questa vicenda indecente. Anche se lo stenografico del senato non ne reca traccia (chissà poi perché), la gaffe della ministra che sbaglia accento su egida (pronunciò «egìda», tra il divertito sconcerto dell’aula) resta un paradigma. E un monumento alla meritocrazia di cui costei ama riempirsi la bocca.
Già, la meritocrazia. Tutti zelanti custodi del merito in Italia. Nessuno o quasi sembra accorgersi che premiare i meriti è giusto se non comporta la violazione di diritti (e studiare e formarsi è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini), se a tutti è data la possibilità di dare il meglio di sé e se si dispone di seri criteri di valutazione. Dove queste condizioni non sono assicurate, la meritocrazia è solo la foglia di fico del darwinismo sociale.
Come disse l’amicone di Putin al fedele Vespa, occorreva por fine allo sconcio di un Paese in cui anche i figli degli operai sognavano di diventare dottori. In verità quel sogno era sfumato già da molto tempo, ma certo una legge ad hoc è una bella soddisfazione. E una garanzia.
Il punto, oggi, è capire come si sia arrivati a questo risultato. Non nel lungo periodo, questo lo sappiamo: la Gelmini compie l’opera di distruzione avviata dai suoi predecessori, Berlinguer, Zecchino e Moratti in primis. No: la questione è come mai il ddl ha superato lo scoglio delle commissioni ed è arrivato indenne al voto della camera, mentre il governo, paralizzato, sprofonda tra discariche e festini selvaggi. Fino al crack del Popolo della libertà la domanda non si sarebbe nemmeno posta.
Ma il giocattolo si è rotto e damesi il governo traballa su ogni provvedimento, tant’è che la camera ha dovuto chiudere i battenti sino al 14 dicembre. Anche sull’università il governo è andato sotto su qualche emendamento, al punto di riaccendere le speranze degli studenti e di quella parte del corpo docente che, una volta tanto, è uscita dal suo tradizionale – e complice – torpore. Però il disegno di legge ce l’ha fatta. Come mai? Che cosa l’ha protetto in tutti questi mesi nel disastro generale della maggioranza e ancora in questi giorni, mentre la rivolta infuriava? Quale forza gli ha permesso di arrivare in fondo, in un parlamento blindato come un bunker?
L’unica risposta onesta – almeno evitiamo ipocrisie – è che questa è una «riforma» bipartisan. E che a sponsorizzarla c’è anche il presidente della Repubblica.
Il segretario del Partito democratico salito fin sul tetto di Architettura. Ha lamentato la carenza di fondi per l’università. Ha detto che il governo ha sbagliato a incaponirsi e, finalmente, ha votato contro martedì alla camera. Ma questo dissenso, vero o simulato, non sposta di una virgola il fatto che nel merito la «riforma» realizza un progetto in gran parte concepito dagli "esperti" del Pd. Che vede di buon occhio l’ingresso dei privati e la precarizzazione dei ricercatori.
Che cavalca la retorica «modernizzatrice» della meritocrazia. E che considera un inservibile vecchiume l’idea costituzionale di una università pubblica al servizio del «progresso intellettuale di massa», come dimostra la brillante formula della «concorrenza tra gli atenei », quasi si trattasse di supermercati o di compagnie di assicurazione.
Ciò che la Gelmini dice sull’egualitarismo del ’68 sono in tanti a pensarlo anche tra i suoi sedicenti oppositori. Che costoro non abbiano nemmeno il coraggio di ammetterlo pubblicamente ha molto a che fare col disastro di questo Paese.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Democrazia Km Zero - La politica perduta di Pierluigi Sullo



UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

venerdì 3 dicembre 2010

Democrazia Km Zero - La politica perduta Pierluigi Sullo

(vignetta Mauro Biani)
A mia memoria, ma potrei sbagliare, il tentativo di invadere il Senato da parte di un corteo di studenti è un evento inedito. In decenni di movimenti sociali di ogni genere, a nessuno era mai venuto in mente di cercare di entrare nei palazzi delle massime istituzioni, Senato, Camera o Palazzo Chigi. Assediarli, circondarli, avvicinarsi tanto da far sentire la propria voce sì, è accaduto innumerevoli volte. E il fatto che qualche giorno dopo anche questo sia stato reso impossibile sigillando un’area molto vasta attorno a queste sedi istituzionali, anche questo evento contiene una novità.
Da una parte, studenti e ricercatori hanno comunicato chiaramente che non riconoscono o rispettano più la distanza tra cittadini e rappresentanti: la sacralità di cui il ruolo di parlamentare è stato investito dalla Costituzione e che è sopravvissuta, nonostante tutto, fin qui, si è di colpo sbriciolata. Dall’altra parte, i rappresentanti, e quelli che formalmente sono i loro delegati a governare il paese, si sono tramutati nel marziano a Roma, quello di Ennio Flaiano: un’astronave si è posata nel centro di Roma e ha alzato i suoi schermi protettivi per rendersi irraggiungibile dagli esseri umani. Mi pare che il primo episodio, quello del Senato, sia stato al tempo stesso opravvalutato e sottovalutato.
Si è esagerato in retorica, riflesso condizionato di un’altra epoca, quella appunto in cui chiunque accettava il fatto che lì, in quei palazzi, fosse depositata la sovranità popolare espressa con il voto. Ma, oltre queste condanne di circostanza,
non si coglie, da parte della politica, quanto l’autorevolezza della rappresentanza sia precipitata. La «crisi di sistema» di cui parla Massimo D’Alema è reale, benché la sua ricetta sia, come al solito, un misto di conservatorismo e di machiavellismo: mettiamo insieme tutti quelli che sembrano portare rispetto per le istituzioni e in questo modo saniamo la ferita aperta dal quindicennio berlusconiano. Occorre ben altro, e l’aspettativa che si è creata attorno alla figura di Nichi Vendola vuol dire, almeno dal lato della credibilità dei politici, che molti vanno cercando qualcosa o qualcuno che scarti nettamente dalla deriva del sequestro delle istituzioni da parte di partiti e lobby. Ad esempio: perché i finiani hanno votato la legge Gelmini sull’università? Risposta: solo per una scelta tattica, perché non gli conveniva, far cadere con la legge anche il governo, vogliono aspettare il 14 dicembre. Morale: della rivolta generalizzata di studenti e docenti non gli interessa in realtà nulla. Come sempre, ogni questione, anche la più drammatica o urgente, diventa una pedina nell’ossessivo e autistico Risiko che la politica gioca con se stessa.
Una riprova è quel che sta accadendo nelle grandi città dove in primavera si voterà per rinnovare i sindaci. Il centrosinistra sembra oscillare tra la ricerca di candidati-vetrina e la riproposizione dei soliti noti. A Milano, com’è noto, il giocattolo si è rotto grazie a Giuliano Pisapia e alla miriade di associazioni che ne hanno sostenuto la candidatura nelle primarie. E a Bologna potrebbe ripetersi lo stesso fenomeno. Ma a Torino il sindaco uscente, Chiamparino, l’uomo convinto di poter battere Vendola alle primarie nazionali, ha proposto di candidare Piero Fassino, già segretario dei Ds, già ministro e oggi senza un incarico preciso.
Sembra facile: uno si alza dalla sedia e la offre al suo socio. Gli elettori devono solo dire sì. Ed è quel che è capitato a Roma due anni fa quando, andato via Walter Veltroni per candidarsi a «premier » contro Berlusconi, il posto di sindaco di Roma fu offerto a Francesco Rutelli, che era già stato sindaco della città prima di Veltroni e, nelle elezioni nazionali precedenti, candidato «premier» contro Berlusconi. Il risultato è che oggi sindaco di Roma è Gianni Alemanno. Ma lo stesso fenomeno si sta producendo a Napoli: dei tre candidati attuali alla candidatura a sindaco due provengono dalla vecchia nomenclatura bassoliniana, il terzo dall’antico Pci, e lo stesso Bassolino, che forse perfino spera di ridiventare sindaco dopo i trionfi regionali, dice che sono impresentabili.
Per chi voteranno i cittadini che organizzano da sé la raccolta differenziata o gli studenti che vanno a manifestare a Pompei, tra un crollo e l’altro? Chi ridarà loro la politica perduta?

Fonte articolo 'IL Manifesto'
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UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

giovedì 2 dicembre 2010

UNIVERSITAS FUTURA - Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti di Eleonora Martini

Certo, anche Gaetano Quagliariello poteva fare di meglio con la sua maggioranza silenziosa. Non che siano pochi, i 16 mila indirizzi email - prelevati chissà dove - divenuti destinatari del super celebrato «appello dei 400 docenti» promosso dalla Fondazione Magna Carta in favore della "riforma" Gelmini. E passi pure che non tutte le adesioni ricevute in cambio e pubblicate sul sito del quotidiano on-line L’occidentale corrispondano a docenti, ricercatori o collaboratori universitari (come risulta dall’elenco completo e aggiornato al 25 novembre del Miur, e denunciato dai 3.100 universitari che hanno firmato l’appello anti-Gelmini di "Universitas futura"). La realtà è che comunque 400 nomi sono davvero pochini per una svolta «epocale» come quella voluta dalla ministra Mariastella che ieri, evidentemente non così sicura della sua maggioranza, ha diffuso una nota ufficiale per ricordare che se non passa la riforma non ci sarà più alcun concorso da ricercatore (le norme scadono a fine anno, spiega il Miur senza dire che il ddl prevede solo contratti a tempo determinato per 8 anni al massimo, poi, in 25mila, tutti a casa), né per ordinari e associati (abrogate le vecchie regole, siamo in vacatio legis), e che saranno «bloccate le risorse per reintegrare gli scatti di stipendio».
Ma quello che proprio non ci si aspettava dalla maggioranza silenziosa dell’azzurrissimo Quagliariello è di trovare in quell’elenco misero misero pure firme di persone dichiaratamente contrarie al ddl appena approvato dalla Camera. È il caso del professor Carlo Cosmelli, fisico della Sapienza di Roma, al quale non è bastato chiedere che il suo nome venisse tolto dall’elenco perché dopo poche ore lo ha visto riapparire e poi di nuovo scomparire ma non senza una nota della Fondazione Magna Carta che lo accusa di «arroganza baronale» sostenendo che un tipo come lui «pare più a suo agio negli uffici della Lubianka che non nel mondo della ricerca di un libero Paese occidentale». Ed è anche il caso del professor Gabriele Bianchi, matematico dell’università di Firenze o della ricercatrice di Siena, Mariarosaria Vergara. C’è troppo silenzio nella maggioranza di Quagliariello per sapere come siano finiti in quell’elenco.
Invece i docenti e ricercatori di "Universitas futura" sono assai poco silenti: da un paio d’anni gli oltre 4 mila iscritti di tutti gli atenei italiani discutono in rete ma non ottengono l’attenzione dei media.
Nemmeno quando in 3.100 firmano un appello al presidente Napolitano per chiedere di fermare un atto che ritengono disastroso e in alcuni punti anticostituzionale, accusando la Crui di «non rappresentare l’università ma solo se stessa». La conferenza dei rettori, infatti, anche se divisa al proprio interno, finora è stata l’unica voce apertamente favorevole alla "riforma".
«Ovvio – spiega Walter Lacarbonara, docente di Scienze delle costruzione aerospaziali alla Sapienza – il ddl rafforza enormemente i poteri dei rettori, ecco perché è necessario un mandato a termine». Nel nuovo modello di governance, infatti, al Senato accademico rimane solo da deliberare sugli aspetti didattici. Tutti gli altri poteri, tutte le questioni strategiche, saranno poste nelle mani solo del Cda, che dovrà necessariamente essere composto anche da membri esterni, un po’ sullo stesso modello delle Asl e delle aziende municipalizzate.
E tutti già sanno che il paragone con i modelli anglosassoni o americani in Italia non regge: «Le forze produttive italiane non hanno la cultura dell’investimento sull’innovazione e sulla ricerca - continua Lacarbonara – diventerà invece semplicemente una poltrona in più per politici».
I motivi di contrarietà alla "riforma" sono molti ma ci sono cose che davvero non vanno giù. Come le nuove forme di reclutamento: il sistema dell’idoneità nazionale acquisita tramite concorsi pubblici, propedeutica per accedere ai concorsi locali banditi dai singoli atenei e, infatti, secondo "Universitas futura", un sistema dispendioso, burocratico e che rafforza le baronie delle commissioni esaminatrici.
Il criterio buono, per loro, è invece quello riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale: il «peer review», una sorta di valutazione di merito generata dall’analisi delle pubblicazioni operata dai colleghi di tutto il mondo. Detto in uno slogan: «Cooptazione, competizione e valutazione». Lo spiega il professor Claudio Procesi, vice presidente dell'International Mathematical Union: «I dipartimenti dovrebbero fare le proprie scelte di politica scientifica quindi, competendo tra di loro, assumere chi desiderano, anche per chiamata diretta. Saranno poi valutati dalla comunità scientifica internazionale». Procesi ammette che «forse è una posizione troppo avventurista per l’Italia che è un paese molto burocratico».
A dimostrarlo è il divieto, introdotto da Gelmini, di lavorare nello stesso ateneo per familiari fino al quarto grado di parentela. Insomma, Marie e Pierre Curie non avrebbero avuto, nell’Italia di Mariastella, nemmeno un soldo o un laboratorio per le scoperte che hanno regalato all’umanità.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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