Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 2 settembre 2011

L’utilizzato finale di Marco Travaglio

(vignetta Mauro Biani)
Gli storici del futuro, se vorranno capire qualcosa di questi 17 anni di regime berlusconiano, non potranno prescindere dalle intercettazioni che immortalano pensieri, parole, opere e mignotte del gaglioffo tristemente noto come “il presidente del Consiglio”. Un posto d’onore lo meriteranno quelle contenute nel mandato di cattura per estorsione al premier contro Gianpi Tarantini, il pappone presidenziale, la gentil consorte e l’ultimo statista reclutato da Palazzo Chigi: Valter Lavitola. Bilancio di una vita. A 36 anni, nel mezzo del cammin della sua vita, Gianpi ne stila un bilancio lusinghiero e soprattutto trasversale: “Io a 20 anni stavo in barca con D’Alema e gli altri a 90 anni ancora dovevano fare quello che io avevo fatto in due anni, da 18 a 20. A 30 stavo a dormire a casa di Berlusconi, io”. Una vita, una Bicamerale. Amor patrio. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, memore dei moniti del capo dello Stato, il premier tiene a esternare tutto il suo patriottismo e le sue virtù civiche: “A me l’unica cosa che possono dire è che scopo. Tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei da un’altra parte... via da questo Paese di merda, sono nauseato”. Una presa di coscienza un po’ tardiva, ma encomiabile: in 17 anni di cura berlusconiana, la famosa “rivoluzione liberale”, l’Italia che già non era granché è diventata una merda. E lui, modestamente, lo nacque. La Volpe di Arcore. Mesi fa, stufo delle intercettazioni, B. annunciò di avere “smesso di chiamare la gente al telefono” (gli avvocati non avevano osato spiegargli che lui non è mai stato intercettato quando chiama, ma quando riceve chiamate: gli intercettati sono i delinquenti che lo chiamano e, curiosamente, posseggono il suo numero). Poi arriva Lavitola e gli risolve, dietro lauto compenso, il problema. O almeno così dice, regalandogli sim card e cellulari “sicuri” per parlare con lui. Una volta B. chiama Lavitola con una scheda Wind intestata a un certo Ceron Caceres, ignoto cittadino peruviano (che sarà presto sottosegretario). Naturalmente la telefonata viene intercettata all’istante e spiega, fra l’altro, il QI del nostro premier. Avvocati double face. Anche la categoria degli avvocati della Real Casa fa un’ottima figura. Il gip dispone che gli arrestati non possano incontrare i difensori, nella certezza che li userebbero per concordare “versioni di comodo”. Tarantini è difeso da Giorgio Perroni, che assiste pure B., Previti, Mora, Berruti, Del Bue e Messina. Più che un avvocato, un portafortuna. Silviomat. Il primo che passa batte cassa, e B. scuce. Sabina Began, l’ape regina, s’è “sistemata per tutta la vita”, in una villa che “pare casa Onassis”. Ruby e le Olgettine, s’è perso il conto. Mora 4 milioni (meno gli 800 milioni detratti da Fede). Lavitola 400 mila euro. Tarantini solo 100 e s’interroga: “E che, l’unico coglione de ‘sta storia so’ io?”. Lavitola: “20 mila euro al mese più l’affitto” per la stamberga in via Veneto “non sono pochi”. Ma Gianpi piange miseria: “Mica posso mandare mia moglie a vendere le borse. Vado là e dico: Preside’, non c’ho una lira, sono disperato, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza rotture di coglioni? Se gli chiedo 3 milioni quello dice sì. Come abbiamo fatto finora? Abbiamo trovato 4-5 cazzate da dirgli e ci ha sempre dato tutti i soldi che volevamo”. Ricatto Quotidiano. Lavitola ha scoperto il pin del Silviomat: “Teniamolo sulla corda... pressiamolo su quelle cose là”. Cose per non dire mignotte a domicilio, perché “l’ha capito tutto il mondo che sono puttane”. Basta dire al processo di Bari che l’aveva capito anche B., e sono guai pure per lui: “Ci sono telefonate – rivela Gianpi – tra me e le ragazze che dicono che hanno ricevuto soldi da lui”. Pover’ometto, che brutta fine. E che scadimento: da imputato a vittima di reati altrui. E che figura: l’utilizzatore finale s’è ridotto a utilizzato finale.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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Silviomat di Marco Travaglio







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venerdì 26 agosto 2011

Silviomat di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto Quotidiano-26.08.11)
Lo stanno spolpando vivo. Altro che “dieta depurativa tisanoreica a base di erbe” di cui favoleggiano i giornali per spiegare il dimagrimento di “quattro chili in otto giorni”. Qui siamo di fronte a una liposuzione di dimensioni industriali, a un’idrovora piazzata direttamente nelle sue tasche che pompa milioni in quantità da oleodotto. Un continuo salasso a opera di centinaia di insaziabili sanguisughe attaccate a quel corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando qualcuna poteva sistemarla a Raifiction con una telefonatina all’amico Saccà perché “sta diventando pericolosa, s’è messa a dire delle cose pazzesche in giro”. Ora gli tocca pagare tutti lui (a parte alcune centinaia di servi travestiti da parlamentari e una da consigliera regionale, che manteniamo noi con tutti gli annessi e connessi). Ecco, la biografia del Grande Compratore si divide in due fasi: quella del palazzinaro parvenu che paga mafiosi, piduisti, politici, giudici, ufficiali delle Fiamme Gialle per gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi accettare in società; e quella del politico che paga testimoni, avvocati, papponi, mignotte e complici vari perché non vadano a raccontare in giro quel che sanno di lui o han fatto con lui o per lui. Prima comprava la gente per riempirsi la bocca, ora per tapparla agli altri. Prima per guadagnare, ora per non finire in galera. Più che un premier, un bancomat: il Silviomat dal quale tutti possono prelevare la somma desiderata, e senza bisogno di pin. Un prelievo oggi, un prelievo domani: di questo passo lo perdiamo. 600mila dollari a Mills per testimoniare il falso. 9,5 a Dell’Utri, che ogni tanto ha qualche sprazzo di memoria. Una decina di milioni alle Papi Girl per affitti, capricci e cure dentistiche (l’igiene orale innanzitutto). 5 milioni promessi a Ruby “per fare la pazza” più qualche bustona farcita di contanti e gioiellazzi assortiti “per non farla prostituire”, senza dimenticare i 60mila euro per avviarla alla carriera di estetista con tanto di “laser anti-depilazione” (un autentico strumento di tortura: appena finito di depilarti, te lo spari e ti ricrescono i peli). 1,2 milioni a Lele Mora, compresa la percentuale per Fede. E ora 500mila euro una tantum più 20mila mensili a l’amico Gianpi Tarantini, arrestato e imputato per droga, corruzione e favoreggiamento della prostituzione: l’amico ideale per uno statista. È quello che gli portava le D’Addario a domicilio. Poi, per non levargli l’illusione di averle conquistate col suo fascino magnetico, le pagava pure. Sperava di entrare nel giro della Protezione civile. Ma prima di raggiungere la cassa finì in galera. Se va a processo, saltan fuori le telefonate: meglio convincerlo a patteggiare. Niente processo, niente intercettazioni. I versamenti scoperti dai pm di Napoli sono tranquillamente confermati da B.: “Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito: mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così”. Per la cronaca, il piccolo fiammiferaio disperato è segnalato in questi giorni a Cortina e abita pure a Roma in zona via Veneto. Nelle intercettazioni, si sentono frasi del tipo “quello là dobbiamo metterlo con le spalle al muro”, “bisogna batter cassa”. Lo dicevano già le velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve sganciare”, “Finché c’è lui si mangia”. Abbiamo il premier più ricattato del mondo, ma che sarà mai. Che problema c’è se il capo del governo stipendia un pappone reo confesso transitato dalle patrie galere? Ora Ferrara ci spiegherà che, via, “così fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero, Obama, Cameron e persino la Merkel hanno almeno un pappone a libro paga). I pompieri della sera scomoderanno Stuart Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo d’ufficio al liberalismo classico. Mons. Fisichella inviterà a “contestualizzare” la cosa. E al Meeting di Rimini qualche prete à porter ricorderà che pure la Maddalena doveva avere per forza un pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere...

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 12 giugno 2011

Brava gentaglia di Marco Travaglio

Dura la vita di chi deve mentire sempre, non può mai dire ciò che pensa e, quando esce di casa ogni mattina, indossa la maschera per apparire il contrario di ciò che è. Questo è il destino della corte dei miracolati che da 17 anni circonda B. Politici, portaborse, giornalisti, intellettuali, semplici elettori non fanno che nascondere la verità (anche a se stessi) per continuare a dargli ragione, a difenderlo, a votarlo, qualunque cosa faccia e dica. Poi viene il momento di mettersi in pantofole e dire finalmente qualche liberatoria verità. Di nascosto, sottovoce. È accaduto anche a madama Daniela Garnero da Cuneo, maritata Santanchè, sottosegretario all’Attuazione del programma, al telefono con il compaesano e socio Flavio Briatore. Il 3 aprile, come anticipato dal Fatto la settimana scorsa, la Finanza che indaga sulle presunte evasioni fiscali del manager cuneese, intercetta un paio di colloqui fra i due. Parlano di alta politica (il nuovo sindaco di Cuneo), poi Briatore racconta che è andato a trovarlo Lele Mora e gli ha confidato: “Tutto continua come se nulla fosse”. Cioè i bungabunga presidenziali. Lei: “Roba da pazzi”. Lui: “Non più lì (ad Arcore, ndr), ma nell’altra villa (Gernetto, sede dell’Università delle Libertà, ndr). Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Come prima più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro. Centovetrine”. Lei: “Ma ti rendi conto? Ma sei sicuro che lui ha ripreso?”. Lui: “Sì, al cento per cento”. Lei: “Io sono senza parole”. Difficile immaginare la Santanchè senza parole, infatti continua: “Ma perché?”. E lui: “È malato, Dani! Il suo piacere è vedere queste qui stanche che vanno via da lui. Oh, queste qui ormai lo sanno! Dopo due botte cominciano a dire che sono stanche, che le ha rovinate”. Lui e lei sanno tutto delle ragazze che si prostituiscono ad Arcore per il “vecchio porco” (copyright Belpietro) ansioso di sentirsi decantare le sue virtù di maratoneta, così si liberano prima e magari la busta del rag. Spinelli cresce di volume. Pochi giorni prima a La7 madama Garnero mascherata da Santanchè tuonava contro l’inchiesta Ruby: “Queste ‘verità’ non hanno riscontri oggettivi. Un’inchiesta spionistica e dispendiosa che viola la privacy del premier senza un reato. Queste ragazze raccontano balle. Sono stata a pranzi e cene ad Arcore, ma non ho mai visto le cose che si raccontano. A me non risulta che sia facile entrare ad Arcore, ma spiare Arcore. È spionaggio, stupro, un brutto trucco della Procura”. Negli stessi giorni in cui il lato A di madama parlava dei bungabunga con Briatore, il lato B votava con altri 313 deputati la mozione su Ruby nipote di Mubarak: nessuno di quei 314 “onorevoli” ha mai creduto per un solo istante a ciò che stava votando. “Mora – rivela l’amico Flavio – era in estrema difficoltà e Fede gli ha preso il 50% dei soldi” (prestati da B., ndr). E poi Fede è andato a dire al Presidente ‘erano i soldi che gli avevo prestato’. Invece non è vero, figlio di puttana”. La Santanchè tornata Garnero (lato B) commenta lapidaria: “Che gentaglia”. Briatore si trasforma in un vecchio saggio: “Ha ragione Veronica, è malato. Uno normale non fa ‘ste robe qui. Adesso Lele, che gli continua a portare, a organizzare questo, è persino in imbarazzo lui!”. Lei: “Vabbè, ma allora qua crolla tutto”. Lui diventa addirittura uno statista: “Dani, qui parliamo di problemi veramente seri di un Paese che dev’essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei la notte. Ma non per le troie: per la situazione in Italia. Prima o poi la gente comincia a tirare le monete”. Lei: “Stanno già tirando”. Un mese dopo la Garnero (lato B) torna Santanchè (lato A) e starnazza in Tribunale: “La Boccassini è una metastasi”. In privato, per l’onorevole double face, il malato è il premier e la gentaglia sono i Fede. In pubblico la malattia sono i magistrati. Tanto la gente vede solo il lato A.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 15 marzo 2011

A quest’ora il questore in questura non c’è di Marco Travaglio

O Manco a farlo apposta, a Milano succede questo: l’altra notte Kathryn Emily Andrews, 25 anni, inglese in vacanza in Italia, irrompe all’hotel Madison ubriaca fradicia dicendo di voler salutare un amico. Questo però chiama la polizia. Arriva una volante, gli agenti le chiedono i documenti, ma lei comincia a insultarli urlando: “Sono la figlia di un ministro inglese”. Quelli pensano: eccone un’altra, ci risiamo, non bastava la nipote di Mubarak, ora pure la figlia del ministro, magari adesso chiama B. e ci rimanda la Minetti. Nell’attesa la portano in Questura, controllano la patente, contattano l'ambasciata e scoprono che davvero la ragazza è figlia del ministro della Cooperazione del governo Cameron. Essendo maggiorenne, la denunciano a piede libero per minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, rifiuto di fornire documenti e ubriachezza. Nessuna telefonata da Arcore. Forse B., causa cerotto finto, non può parlare. Forse teme che la Minetti molli pure Kathryn a una mignotta brasiliana: poi chi li sente gli inglesi, mica sono di bocca buona come Mubarak e gli egiziani. O forse più semplicemente la tipa non ama il bunga-bunga con i vecchi sporcaccioni. Dunque non frequenta Arcore. Interessante il seguito: Kathryn viene prelevata in Questura non da un’igienista dentale travestita da consigliera regionale, ma da un addetto del Consolato britannico. Perché era davvero inglese e figlia del ministro. Ma ormai è passata l’idea che, quando si viene fermati dalla polizia, conviene spacciarsi per parenti di qualcuno: non si sa mai, magari B. telefona e sistema tutto. Il mese scorso, a Porto Sant’Elpidio, un giovane egiziano residente in Brianza fu sorpreso dalle forze dell’ordine con 30 grammi di eroina e un bel po’ di soldi fatti con lo spaccio. Si difese dicendo di essere il fratello di Ruby, quindi anche lui nipote di Mubarak e figlioccio di B. I militari controllarono e scoprirono che era egiziano, dunque anche volendo non poteva essere parente di Ruby. Ma, anche se lo fosse stato, non sarebbe stata una buona ragione per rilasciarlo. La cosa difficile fu spiegargli perché mai Ruby, fermata per furto, se la svignò all’istante, mentre lui, fermato per spaccio, no. Impossibile trovare un interprete in grado di tradurre in una lingua che non sia l’italiano un concetto così complicato: la legge è uguale per tutti, esclusi B. e i suoi amici, ma soprattutto le sue amiche. Un concetto che fa ridere i polli, infatti è preso molto sul serio dal Giornale. Che un mese fa titolava: “Il Cav. ottimista: Ruby era maggiorenne”. Poi s’è scoperto che due volontari son volati in Marocco per retrodatarle la nascita e magari inserirla nell’albero genealogico dei Mubarak. Ma ci vuol altro per scoraggiare Olindo Sallusti, che ieri ha sfoderato un altro alibi di ferro per il padrone: “Ecco il verbale che scagiona il Cav”. È il verbale del caposcorta, che chiamò la Questura poi passò il cellulare a B. perché parlasse col capogabinetto Piero Ostuni, ma giura a Ghedini che fu “una telefonata assolutamente normale”, per “chiedere informazioni con toni pacati”. Purtroppo dal rapporto dei poliziotti risulta tutt’altro: B. chiese di rilasciare Ruby contro gli ordini del pm, ma anche di far sparire ogni traccia evitando anche la fotosegnalazione. Chissà mai a chi crederanno i giudici: al caposcorta dell’imputato o al rapporto dei poliziotti? Fosse già in vigore la riforma epocale della Giustizia, tutto sarebbe più semplice: i giudici e i reati li deciderebbe direttamente B. e trovare qualcuno che gli crede non sarebbe difficile. Basterebbe reclutare qualcuno pagato da lui, possibilmente italiano. Gli stranieri sono meno spiritosi. Persino Gheddafi fa sapere che, soffocata la rivolta, si occuperà di quel traditore di B. L’impressione è che il nostro, quando tornerà gheddafiano, non potrà cavarsela con un baciamano. Dovrà baciargli direttamente il culo.

fonte articolo e vignetta 'Il fatto Quotidiano'
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martedì 8 marzo 2011

Bravo Silvio di Marco Travaglio

Finalmente, dopo 17 anni, B. ha fatto (o almeno annunciato che farà) una cosa normale: si presenterà in tribunale a difendersi nei (e non dai) suoi processi. E intanto ha stoppato la tragicomica iniziativa di uno dei suoi più fervidi cortigiani, Luigi Vitali: una leggina per accorciare vieppiù i termini di prescrizione dei reati se a commetterli è un incensurato ultrasessantacinquenne (l’amato Silvio va per i 75). Naturalmente il presidente del Consiglio non merita, per questo, alcun complimento: solo nel Paese di Sottosopra ci si meraviglia se qualcuno fa una cosa normale. Vedi gli elogi tributati ad Andreotti perché non insultò i giudici che lo processavano per mafia; e a Cuffaro che, condannato a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è andato in carcere senza darsi alla latitanza. In ogni caso è giusto riconoscere che, dopo aver tentato di cancellare i suoi processi con una quarantina di leggi su misura, ed esservi in gran parte riuscito, il premier si è rassegnato all’idea di farsi processare. C’è voluto parecchio tempo, ma alla fine – salvo ribaltoni dell’ultima ora – ci è arrivato anche lui. La domanda, a questo punto, è semplice: perché l’ha fatto? Anzitutto, perché non aveva alternative. Nonostante il dispiegamento di forze politico-mediatiche messo in campo per delegittimare l’inchiesta sul caso Ruby, B. non è mai stato disarmato come in questa battaglia. Il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato alla Consulta per scippare il processo al Tribunale di Milano e dirottarlo al Tribunale dei ministri, previa autorizzazione a procedere della Camera (che la negherebbe su due piedi, come ha sempre fatto) è un fuciletto ad acqua: l’ha spiegato il presidente Ugo De Siervo che non spetta alla Consulta, ma al giudice ordinario (Gip, Tribunale, Corte d’appello, Cassazione) stabilire se un reato è ministeriale o meno; e l’ha ribadito la Cassazione stessa, respingendo con perdite le pretese impunitarie di Mastella. In ogni caso il conflitto alla Consulta non bloccherebbe il processo Ruby, che andrebbe comunque avanti con la sfilata di papponi e Papi-girls, almeno fino alla vigilia della sentenza. Anche darsi alla fuga inventando “legittimi impedimenti” a raffica non servirebbe a nulla: dichiarando incostituzionale la legge sul legittimo impedimento, la Consulta ha stabilito che spetta al tribunale decidere, di volta in volta, se l’impedimento è reale e legittimo, il che significa che in molti casi le udienze si terrebbero in sua assenza. E comunque non gli conviene abusarne, visto che a giugno c’è il referendum dipietrista. Ma, soprattutto, c’è un attore che per 17 anni è rimasto assente nella guerra di B. alla magistratura: l’opinione pubblica. Che non è genericamente la “gente”, ma quei cittadini che, correttamente informati, fanno sentire la propria voce in piazza, sondaggi, elezioni. Grazie al monopolio berlusconiano dell’informazione, che ha provveduto a disinformare sui vari processi per corruzione, fondi neri, falso in bilancio, evasione fiscale, l’opinione pubblica s’è fatta idee confuse e spesso sbagliate dei fatti contestati (e in gran parte accertati) a carico di B. Ora, invece, la vicenda Ruby è di una tale semplicità che tutti han potuto comprenderla, anche senza e contro l’informazione di regime. Un vecchio malvissuto paga ragazzine in cambio di sesso e poi, quando una di esse – una prostituta marocchina minorenne senza documenti – viene fermata per furto, si attiva per farla rilasciare, spacciandola per la nipote di Mubarak, prima che parli. Ce n’è abbastanza perché persino a molti dei suoi elettori (per non parlare di quelli leghisti) salga il sangue alla testa. Quando i fatti nudi e crudi riescono a raggiungere i cittadini, il tiranno è spacciato. È questa improvvisa ventata di normalità che ha costretto B. a una condotta normale. Resta un grande rimpianto: quanti anni fa ci saremmo liberati di lui se informazione e opposizione avessero fatto il proprio mestiere?

Fonte articolo e vignetta 'Il fatto Quotidiano'
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mercoledì 2 marzo 2011

Circonvenzione di rapace di Marco Travaglio

Gentile Cavaliere, scusi l’insistenza, ma abbiamo come l’impressione che Lei continui a farsi del male. Non per colpa Sua, ci mancherebbe: Lei non ha colpe, mai. Ma per colpa di chi La circonda e, se ci consente, La mal consiglia. L’altro giorno, per esempio, lei ha annunciato a una scelta platea di somari, fra i quali numerosi ministri, che Lei ha “rinunciato da tempo ad avere un telefonino perché il mio era esposto a ogni tipo di intercettazione”. Ora, non sappiamo chi Le abbia consigliato una simile scempiaggine, ma possiamo assicurarLe che costui L’ha ingannata. Anzitutto il Suo telefonino non è mai stato intercettato (dal 1994 Lei è un parlamentare e come tale non può essere ascoltato; prima, per quanto più volte indagato, non risulta che i giudici Le abbiano mai messo sotto controllo i telefoni, salvo una volta, nel 1983, quand’era sospettato di traffico di droga, accusa poi archiviata). Ogni qual volta è stata captata la Sua voce in conversazioni telefoniche, è perché i giudici stavano intercettando i telefoni dei Suoi interlocutori: personaggi indagati (l’immobiliarista Della Valle, Dell’Utri, Saccà, Cuffaro) o possibili vittime di Suoi reati (Ruby-Karima e altre Papi-girls). Il che significa, signor Presidente, che per non essere più ascoltato non le basterà rinunciare al telefonino personale e usare quello del suo caposcorta (come per la telefonata in Questura per Ruby) o di qualcun altro, o magari un’utenza fissa: se un giudice intercetta l’altro interlocutore, Lei può pure parlare da una cabina telefonica, sempre che arrivi all’apparecchio, ma la sua voce sarà registrata lo stesso. Quindi, se non vuol essere ascoltato, delle due l’una: o smette proprio di parlare (rendendo, fra l’altro, un gran servigio ai nostri timpani e alla nazione tutta), magari passando al più sicuro sistema dei pizzini molto in voga in ambienti a Lei vicini; oppure cerca di selezionare meglio i Suoi interlocutori, evitando mafiosi, corruttori, papponi e mignotte. Ogni anno, in tutta Italia, vengono intercettate dalle 5 alle 10 mila persone, perlopiù delinquenti matricolati: ecco, Lei tenti, per quanto possibile, di parlare con le altre (sono parecchie, circa 60 milioni). Vedrà che parlare con gente onesta non è poi così traumatico. Ci riescono in tanti. Sempre l’altroieri, Lei ha allietato la giuliva platea con la contabilità al dettaglio dei Suoi processi: “Oggi si celebra la 2.952esima udienza a mio carico. Io sono l’uomo più processato d’Italia, ho avuto 103 procedimenti, oltre 50 andati a dibattimento”. Scusi l’indiscrezione, ma chi Le scrive i testi? Chi le ha messo in testa queste baggianate? Olindo Sallusti? Filippo Mèches? Mutanda Ferrara o Mutandino Ostellino? Dia retta a noi, che i Suoi processi li seguiamo amorevolmente fin dall’inizio: i procedimenti sono una trentina in tutto, di cui 19 andati a dibattimento e gli altri archiviati. Anche ammettendo che ciascun dibattimento abbia prodotto cento udienze, cifra iperbolica, saremmo ben sotto le 2.000. A questo punto però, siccome Lei sostiene di avere “speso 600 miliardi di lire” (300 milioni di euro) in avvocati in 17 anni, ci sorge un sospetto: che i suoi avvocati non Gliela raccontino giusta. Del resto, sono gli stessi che Le avevano garantito la sopraffina costituzionalità del lodo Schifani, del lodo Alfano, del legittimo impedimento, dell’abolizione dell’appello ma solo per il pm, tutta robaccia regolarmente bocciata dalla Consulta (e non perché la Consulta sia di sinistra, ma perché la robaccia era incostituzionale). Già ci pare di vederli mentre s’inventano anche i processi che Lei non ha, per poter dire di averne vinto qualcuno: la mattina escono dicendo “Presidente, stamane c’è il processo Spectre”, “Oggi abbiamo il dibattimento del caso Supercazzola Brematurata”, “Domani non ci siamo, c’è ludienza sullo scandalo Comefosseantani”, “Veniamo dal tribunale, grazie a noi Lei è stato assolto dall’accusa di abigeato”. Poi vanno in camporella, o al biliardo, o al circo. E Lei paga.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 25 febbraio 2011

Lo zio d’Egitto di Marco Travaglio

(vignetta Rosalba Falzone)




Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione).



David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così:
“Non ti vorrei disturbare
preferisco non chiamarti
però continuo a sognarti
non ti so dimenticare.
Tu rondine d’oltremare
io gabbiano d’Occidente.
Ti penso continuamente.
E tu, mi senti nel vento?
Anche soltanto un momento
mentre bombardi la gente?
Mi pensi, tra vento e mare
sparando sui funerali?
Ma non vorrei disturbare
preferisco non chiamarti)
mando una stella a cercarti
sperando ti raggiunga
m’insegnasti il bungabunga
come potrei non amarti?”.
Com’è noto, B. dà il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby...”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah, bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 16 febbraio 2011

Silvio Pelvico di Marco Travaglio

(vignetta Mauro Biani)
Alla fine, depositato il polverone politico-mediatico del Truman Show, restano i fatti nudi e crudi, che il gip Cristina Di Censo descrive con una semplicità disarmante. Una sera di maggio un cittadino telefona in Questura per far rilasciare una minorenne marocchina fermata per furto senza documenti né fissa dimora, spacciandola per la nipote del presidente egiziano Mubarak. Se fosse un passante, lo manderebbero a prendere per il trattamento sanitario obbligatorio. Trattandosi del presidente del Consiglio, trattengono le risa e obbediscono a lui anziché al pm minorile e affidano la ragazza a una procace consigliera regionale che si è precipitata sul posto in compagnia di una prostituta brasiliana, nelle cui mani poi la consigliera scarica la minorenne. Le due immigrate vengono poi sorprese a rissare furiosamente e a rinfacciarsi la loro professione, la più antica del mondo. Indagini, interrogatori e intercettazioni per scovare chi organizza il giro di squillo: saltano fuori i nomi della consigliera regionale, di un direttore di telegiornale e di un impresario di star dalla dubbia fama (lui, non le star). L’utilizzatore finale invece è il presidente del Consiglio, che paga in soldi, favori, gioielli, appartamenti in comodato gratuito: ecco perché ha telefonato in Questura. Dalle perquisizioni affiorano i soldi, elargiti un po’ dal premier un po’ dal suo ragioniere, che però non può essere perquisito perché abita in una succursale della Presidenza del Consiglio. Ci vuole il permesso della Camera. I giudici lo chiedono. La Camera rispedisce il faldone al mittente senza dire né sì né no, sostenendo che è competente il Tribunale dei ministri perché il premier chiamò la Questura per sventare una crisi diplomatica con l’Egitto. Vivo stupore in Egitto, dove nessuno è stato avvertito del fatto che il capo del governo italiano racconta in giro che Mubarak ha una nipote prostituta e che questa presta abitualmente servizio in casa sua (del capo del governo italiano). Anche perché, in tal caso, l’Italia rischierebbe non solo l’incidente diplomatico, ma un attacco missilistico. Alla Procura di Milano bastano meno di tre mesi per tirare le somme: pagare una minorenne in cambio di sesso è reato (prostituzione minorile), indurre la Questura a compiere un atto indebito a favore di un’amica è reato (concussione). E, siccome in casi così rapidi ed evidenti il Codice prevede il rito immediato, i pm lo chiedono. Il gip Di Censo sa quel che le accadrà se lo accorderà: verrà insultata, spiata, screditata, dossierata, trascinata alla Consulta. Eppure mantiene i nervi saldi e decide secondo coscienza, sine spe ac metu, uniche bussole il Codice penale e la Costituzione. Dopo i 5 giorni canonici, rinvia B. a giudizio immediato. Ritiene che le accuse siano provate e meritino il vaglio processuale. Il Tribunale stabilirà se è provata anche la colpevolezza dell’imputato B. Incidentalmente il gip spiega anche perché il caso è roba da tribunale ordinario: basta leggere la Costituzione per sapere che è reato ministeriale quando un membro del governo abusa delle proprie funzioni. Ma il premier non ha poteri sulle Questure (non è il ministro dell’Interno né il capo della Polizia): ergo, chiamando quella di Milano, non abusò delle funzioni, ma della qualità di capo del governo. Reato ordinario, tribunale ordinario. Tutto semplice, elementare, lapalissiano. Ci arriverebbe uno studente al primo giorno di Giurisprudenza. Non, dunque, legioni di politici e opinionisti servi. Il 6 aprile, se vorrà, B. comparirà in tribunale. Se non vorrà, peggio per lui: lo processeranno lo stesso. Dopo vent’anni di urla, strepiti, leggi su misura, censure, epurazioni, ricorsi, ricusazioni e centinaia di milioni spesi in avvocati, giudici, testimoni e deputati per trasformare il Parlamento e il Paese intero in un gigantesco collegio di difesa, si ritroverà solo, impotente, nudo come un verme davanti all’incubo che lo insegue da sempre: la Giustizia.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 15 febbraio 2011

IL SEGRETO DELLE DONNE di Norma Rangeri

(vignetta Claudio Ruiu)
Ci sono momenti in cui è necessario farsi vedere anche dai ciechi. Così eccole le donne date per disperse, eccole nelle piazze stracolme, con molti uomini, nessun moralismo contro le prostitute di Arcore, senza bandiere di partito, contro Berlusconi, obiettivo numero uno ma, a seguire, contro molti altri democratici esemplari del suo sesso. L’impetuosa marea è stata, altro fatto inedito, alimentata da una discussione larga che l’ha rafforzata. Le donne sono fatte così: discutono ma curano le radici, affilano la critica ma costruiscono relazioni e quando è il momento di dare una scossa scatenano il terremoto.
La forza dei numeri e la ricchezza dei contenuti hanno prodotto un evento politico che può stupire solo chi non ha mai capito molto del femminismo italiano. Le donne in piazza hanno mostrato che le trovi là dove sono sempre state, nella società e nella cultura, dentro e fuori la famiglia, dentro e soprattutto fuori i partiti. Una lezione a questa classe dirigente (dalla politica all’informazione) che reagisce solo davanti alle piazze piene. Era stupefacente, nel day-after, scoprire gli autorevoli giornaloni nazionali "aprire", per una volta nella loro centenaria storia, con le ragioni del paese anziché con le convulsioni del palazzo. Anche se poi lo stile, di commenti e cronache, non riusciva proprio a evitare il "colore", l’ironico ammiccamento a quella sconosciuta dell’università Virginia Wolf (fondatrice di uno dei centri più importanti della storia del femminismo italiano) salitasul palco.
Non avremmo avuto la folla straripante del 13 febbraio senza la sedimentazione di una cultura politica forte e sempre attiva, nella riflessione come nella quotidiana esperienza di vita. Non avremmo avuto discorsi e domande dove sempre si recitano comizi e slogan. Dal palco arrivano le parole di tutte le altre. Parlano del corpo di Ruby come dell’economia che ci sgoverna, delle responsabilità della sinistra, del potere maschile. L’attrice, la studentessa, la poetessa, la suora raccontano le esperienze dolorose delle persone.
Berlusconi accusa le manifestanti di essere "faziose", perché le vere donne possono solo amarlo. I berlusconiani in mutande alimentano questo surreale delirio, le ministre cooptate dal sultano balbettano di piazze «radical-chic». Radicali di sicuro chic non è un peccato, né un reato. Bersani invece applaude alla grande prova di democrazia, spera che «sia colta la voce arrivata dalla piazza». Sarebbe ora perché la campana suona anche per lui.
Le donne hanno un paese caricato sulle proprie spalle (anche prima dell’era berlusconiana), sanno che di questi partiti non possono fidarsi, forse hanno delegato troppo a una rappresentanza sempre più asfittica e povera, chiedono un’opposizione all’altezza del disastro in cui siamo. Sono consapevoli della necessità di far fronte tanto alle macerie del berlusconismo quanto alle sconfitte della sinistra. Le manifestazioni segnalano la presenza di un soggetto che spinge per cambiare l’agenda politica Naturalmente mandando a casa Berlusconi, ma non solo lui.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 9 febbraio 2011

IL DILUVIO di Oliviero Beha

Vaglielo a dire a Berlusconi, Bossi e Maroni, e Cicchitto ecc., e olimpicamente a Napolitano e specularmente a Bersani che forse ha ragione l’Ecclesiaste, il quale non vota e dunque non costituisce un pericolo imminente. Vaglielo a spiegare che c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, e tutto il repertorio stagionale che magari consideriamo “ciofeca” superata e invece è ancora lì, a reggere il mondo. Vaglielo a dire che non è neppure sorprendente che spunti alla fin fine un Saviano post-televisivo che spiegabilmente infiammi la “piazza” del Palasharp, con quell’eloquio calmo e un po’ raffazzonato che arriva più penetrante della sua pagina scritta, con quel volto antico da Inri contemporaneo e/o da camorrista buono, una specie di cura omeopatica contro i Casalesi e tutta quella gentaglia che ce l’ha con lui ma almeno altrettanto con noi, con quelli che intendono diversamente il rapporto tra persone. Vaglielo a ripetere che la “piazza” deflagra comunque quando il disagio è eccessivo, quando la politica è vuota, quando non si capisce un beneamato di alcun programma e persino sul famoso, famigerato o fatidico “federalismo fiscale” non torna un conto che è uno, quando il futuro è stato polverizzato e il presente dura un istante e a volte neppure quello in assenza di uno straccio di memoria storica. Vaglielo a dire che i 150 anni di Unità (d’Italia) sono una gran bella cosa ma che ancora migliore sarebbe una nuova spedizione dei Mille tra il mediatico e il piazzaiolo perché altrimenti tutto resta chiuso in un Palazzo grigissimo che non dà più risposte da un pezzo e le folle grandi e piccole si chiedono “che fare?” a Lenin ultrasepolto e in attesa motivatamente spasmodica di fare a meno anche di Berlusconi? “Dopo”, per tornare all’Ecclesiaste e alle sue stagioni, dopo che accadrà? Oppure la paura che Berlusconi sopravviva a se stesso è tanto forte da rimuovere anche questa cruciale domanda? Allora sì che ci sarebbe un berlusconismo a livelli industriali senza il prototipo... con Saviano o senza di lui (mentre dalla penombra si affacciano i berluschini della politica di entrambi gli schieramenti con aggiunta di terzipoli, dell’imprenditoria, della finanza, dell’editoria...). Nel frattempo si dispiega mediaticamente la “paura della piazza” e chi ne scrive come sto facendo è quasi obbligato a premettere (o post-mettere, nel caso) che è “contro ogni violenza” in una tiritera che dovrebbe essere acquisita e suonare offensiva per chiunque abbia un poco di memoria per gli anni di piombo e un poco di sensibilità per questi anni di merda. Certo, sono contro la violenza, e temo ogni strumentalizzazione della piazza. Ma non al punto di additare la piazza come il nemico pubblico principale di uno status quo truffaldino che ci ha ridotti così. Basterebbe riprendere in mano qualche pagina di Machiavelli, per esempio quelle delle “istorie fiorentine” citate in “Giustizia e bellezza”, di Luigi Zoja, (Bollati Boringhieri). Da sempre c’è stato un “palagio” cui però si opponeva una “piazza”, dal latino platea: era il Rinascimento. Oggi in una Seconda Repubblica che è diventata semplicemente una Reprivata c’è il Palazzo o i Palazzi o il Residence del potere ma la piazza è stata sostituita dalla piazza/tv, dalla sua farsesca e annichilente riproduzione mediatica. Adesso sembra vicina la resa dei conti e ve ne meravigliate? Davvero si pensava che potesse durare così all’infinito? E non dipenderà da Ruby e dalle minorenni, ma dall’Ecclesiaste e dai tempi maturi: in “Dopo di Lui il diluvio”, maggio 2010, ed.Chiarelettere, cito dai verbali della D’Addario sul lettone di Putin le parole testuali del premier che le dice “pisciami addosso” motivando il titolo del pamphlet. Non era un reato penale, perlomeno non in senso proprio, no. Semplicemente il momento dell’Ecclesiaste (e di Saviano...) non era ancora giunto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 5 febbraio 2011

IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI SILVIO B. di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Se davvero Giuliano Ferrara è tornato all’ovile, a fare il consigliere del Rocco Siffredi di Arcore, gli consigliamo di chiedere subito un aumento, o almeno di stipulare una buona assicurazione che lo copra dai rischi delle scemenze che va dicendo il suo capo. Non solo infatti Silvio Berlusconi ha ripreso a suonare la solfa delle procure cattive e golpiste, ma si è anche avventurato, in terra d’Europa, sul ghiaccio sottile della politica internazionale. «Mubarak è un uomo saggio e un punto di riferimento preciso per il Medio Oriente», ha detto. E anche: «Mi auguro che in Egitto ci possa essere una continuità di governo». E siccome il Consiglio d’Europa di Bruxelles non è la sala del bunga-bunga c’è da pensare che qualcuno sia almeno un po’ arrossito.
Mentre tutto il mondo chiede a Mubarak di andarsene, Obama esige una transizione immediata, gli egiziani non ne possono più, la polizia spara sulla gente e la rivolta impazza, ecco il nostro mister Bean travestirsi da analista internazionale. Ha aiutato la nipote di Mubarak, del resto, e non si tirerà indietro se c’è da aiutare lo zio. In più, appoggiando un dittatore al tramonto, è possibile si aspetti qualche contropartita
e un po’ di gratitudine, che so, una dichiarazione di Mubarak ancora in sella che dica: ebbene sì, Ruby è mia nipote. In ogni caso, il salvagente gettato da un premier alle corde sbertucciato e irriso in tutto il mondo non è esattamente un aiuto farterno e forse Mubarak, chiuso nel suo bunker avrà sospirato: oh, no, ci mancava pure questa. Quanto alle cancellerie europee, poi, saranno oggi nel più grande imbarazzo: compatire Berlusconi più per le note vicende a luci rosse o per le sue intuizioni in politica estera? Un bel dilemma. Certo, un bravo psichiatra potrebbe vederci una proiezione tutta personale: che un uomo piccolo piccolo aggrappato come una cozza allo scoglio della sua seggiola presidenziale auspichi per un altro potente «una continuità di governo» è abbastanza illuminante. Ma si sa, e lui non perde occasione per dirlo: è generoso, aiuta chi ha bisogno. Ora aggiunge Mubarak alla lista dei suoi impresentabili amici, da Putin a Gheddafi a Lukashenko. Ma non neghiamo al nostro Premier qualche brillante intuizione: «Le persone che sono in piazza in Egitto, rispetto agli 80 milioni della popolazione, sono veramente poche». C’è il genio del grande sondaggista. E c’è di che far vibrare d’orgoglio il nostro ministro degli esteri, quel tal Frattini che mentre il Nord Africa esplodeva se ne stava a sciare sulle Alpi. Siamo davvero una grande potenza: decine di giovani ragazze possono testimoniarlo.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ghedini sotto il letto di Marco Travaglio

(l'alfabeto del bunga bunga di Alessandro Fucecchi)
Dicono che B. sia un grande comunicatore. Balle: è solo il padrone dei mezzi di comunicazione. Basta vedere come gestisce gli scandali sessuali che lo inseguono da tre anni, da quando il trapianto di pompetta gli restituì almeno l’illusione del ritorno agli anni verdi. Avrebbe potuto dire, escludendo reati e sfidando i pm a dimostrarli: “La sera, dopo una giornata trascorsa con Bondi, Cicchitto, Capezzone e Bonaiuti, roba che non auguro al mio peggior nemico, mi piace allungare le mani sulle mie amiche consenzienti con un gruppo di vecchi sporcaccioni, poi alcune me le porto a letto e, se fanno le prostitute, le pago”. Il Vaticano avrebbe protestato un paio di minuti, poi sarebbe tornato a cuccia in cambio di qualche milione in più alle scuole private. Mons. Fisichella avrebbe invitato a “contestualizzare il bungabunga”, come del resto le bestemmie. E lui si sarebbe liberato di tutti i ricatti di quell’orda di velociraptor siliconate che ora vanno in giro per le redazioni a offrire foto e video col Papi desnudo. Invece, giurando a reti unificate “mai pagato una donna in vita mia” e “mai frequentato minorenni”, ha trasformato in notizie d’interesse pubblico qualsiasi particolare della sua vita privata. Comprese le foto. Perché si tratta di stabilire se il capo del governo dice la verità o mente. Se avesse ammesso di essere un “vecchio porco”, come ha scritto l’amico Belpietro, avrebbe trasformato in violazione della privacy (dunque reato) la pubblicazione di qualunque foto o video di bungabunga & affini (salvo quelle che dimostrassero il reato di sesso a pagamento con minorenni). Non l’ha fatto e così ha reso quelle foto pubblicabili in nome del diritto, anzi dovere di cronaca, visto che sembrano sbugiardarlo. Queste cose dovrebbe saperle molto meglio di noi il Garante della Privacy: organismo solitamente sonnacchioso, riprende improvvisamente vita non appena sente le parole “foto” e “Berlusconi”. Infatti ieri ci ha inviato un fax dal titolo: “Diffusione di dati personali relativi all’on. Silvio Berlusconi”. Svolgimento: “Si trasmette l’allegata segnalazione inviata dagli avv. Ghedini e Longo, in nome e per conto dell’on. Berlusconi, al fine di acquisire ogni elemento ritenuto utile alla valutazione del caso segnalato, con particolare riguardo all’articolo ‘Un’asta per le foto’. Si prega di dare riscontro...”. In pratica il Garante fa il postino degli avvocati del premier, che in una letterina di due pagine ci avvertono che B. “ha conferito incarico a questi difensori di procedere in ogni sede a sua tutela per i fatti di cui in premessa”, cioè la notizia delle foto all’asta, perché – tenetevi forte – “foto del Presidente svestito in atteggiamenti intimi con ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di fotomontaggi e/o di manipolazioni”. Se ne deduce che B., quando si spoglia per fare le sue cose, tiene sempre Ghedini e Longo sotto il letto o nel guardaroba a controllare. Il guaio è che poi i due, sul più bello, si abbioccano. Ghedini giurò che la D’Addario non era mai entrata a Palazzo Grazioli e che le registrazioni della sua notte con B. erano false, poi si scoprì che era tutto vero, ma lui s’era assopito. Gli On. Avv. avvertono poi che “chi rivela o diffonde notizie o immagini indebitamente procurate che attengono alla vita privata e si svolgono nei luoghi di abitazione” commette reato. Non sanno forse, né il Garante-postino li informa, che la privacy vien meno davanti al dovere di cronaca sui personaggi pubblici. In ogni caso esprimiamo agli avvocati da spogliatoio la più sentita solidarietà. Così come al Garante, che dovrà presto occuparsi di un’altra drammatica denuncia: quella del membro leghista del Csm Matteo Brigandì, sottoposto a “perquisizione corporale” e financo “spogliato” dalla polizia. Una pratica davvero umiliante e disumana. Passi rischiare la pelle per 1.500 euro al mese, ma vedere Brigandì nudo no: questo, per un poliziotto, è davvero troppo.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 4 febbraio 2011

Pirlamento di Marco Travaglio

Pur avendone viste e fatte tante, mai il Parlamento italiano si era umiliato come ieri votando un testo talmente comico che nessuno oserebbe mai ripeterlo a voce alta senza scoppiare a ridere. Com’è noto, la Camera doveva approvare la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di restituire alla Procura di Milano la richiesta di consentire la perquisizione degli uffici del rag. Giuseppe Spinelli, contabile di B. e amministratore di varie società Fininvest: sulla sua porta campeggia la scritta: “Segreteria on. Silvio Berlusconi”. Dunque Spinelli beneficia di una sorta di “immunità contagiosa” che gli deriva dallo sfiorare ogni tanto la sacra persona di B., non a caso ribattezzato “lo Spirito Santo” dall'amica mignotta Michelle al telefono con la Minetti. Invece di dire sì o no alla Procura,il Pdl ha rispedito gli atti su Spinelli al mittente perchè il reato contestato a B. sarebbe di competenza del Tribunale dei ministri e non di quello ordinario. Cioè: la Procura chiede “che ora è?” e la Camera risponde “piove”. Le motivazioni le ha illustrate in giunta il 27 gennaio l'on. Maurizio Paniz, uomo dal proverbiale autocontrollo visto che è riuscito a pronunciare queste parole senza cadere in preda alla ridarola: “Nel contattare la Questura di Milano, il Presidente del Consiglio ha voluto tutelare il prestigio internazionale dell'Italia, giacché presso la medesima questura era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un Capo di Stato estero. È del tutto evidente che il Presidente del Consiglio si è preoccupato di tutelare le relazioni internazionali del nostro Paese. Non gli si può negare credito per aver creduto alle affermazioni della giovane... È quindi evidente che il reato dovrebbe essere conosciuto dal Collegio per i ministri... Per questi motivi è pregiudiziale il profilo della competenza funzionale... con restituzione degli atti per incompetenza dell'autorità procedente”. Traduzione: B. agì nelle funzioni di premier per scongiurare la crisi internazionale con l'Egitto che sarebbe seguita all'arresto della nipote di Mubarak. Cioè “Ruby”, prostituta minorenne nata in Marocco, fermata per furto senza documenti né fissa dimora. Queste baggianate il buontempone ha ripetuto ieri in aula, con esercizi maxillofacciali davvero rimarchevoli, visto che non gli è sfuggita nemmeno una risata. Nella fretta, Paniz non ha spiegato perchè, alla notizia che la nipote di Mubarak era agli arresti, B. non chiamò Frattini che non sembra, ma è il ministro degli Esteri) né l'ambasciata al Cairo per avvertire Mubarak dello scampato pericolo per la nipotina e/o per capire come sia mai potuto accadere che il presidente egiziano abbia una nipote marocchina. Paniz trascura pure un altro mistero: perchè B., strappata la nipote di Mubarak dalle grinfie della Polizia, non raccomandò alla Minetti di tenerla con sé, anzi non le disse nemmeno di quell'altolocata parentela, tant'è che la Nicole appena uscì dalla Questura la scaricò sul marciapiede, lasciando che tornasse ad abitare con la collega Michelle e a esercitare il mestiere più antico del mondo, mettendo di nuovo in pericolo i rapporti fra il Cairo e Milano2? Ma soprattutto Paniz non spiega dov'è scritto che, tra le funzioni del premier, rientrino i rapporti internazionali, che spettano al ministro degli Esteri (l'art. 95 della Costituzione e la legge 400/1988, che regolano le funzioni del capo del governo, non vi fanno alcun cenno). Eppure i delirii di Paniz hanno avuto la maggioranza: si son trovati 315 deputati disposti a dichiarare che B. telefonò in questura per scongiurare una crisi con l'Egitto. Chissà le risate ieri sera, quando sono rientrati a casa e han raccontato la loro ultima impresa a mogli e figli. Che s'ha da fare per campare. Anzi, per fargliela scampare. Mubarak comunque è in una botte di ferro. Casomai i rivoltosi lo arrestassero, B. chiamerà la questura del Cairo: “È lo zio di Ruby, liberatelo”.

fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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