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di 'Per quel che mi riguarda'
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lunedì 3 ottobre 2011

La Padania esiste e ho le prove di Alessandro Robecchi

(vignetta Claudio Ruiu)















Titolo su La Padania: «Io esisto e sono padano». Ecco, se uno comincia a ripetersi, «Io esisto, io esisto, io esisto…», è il momento di chiamare lo psichiatra. Ma dire che il popolo padano non esiste è un’esagerazione. Esiste Maga Magò? Certo che sì. E lo yeti? Forse. Ecco qui di seguito alcune prove inconfutabili di esistenza in vita della Padania, del suo popolo e dei suoi illuminati dirigenti.

Le ronde. Le famose ronde non esistono. Pigrizia padana. Eppure in Italia (che esiste) si è parlato di ronde tutti i giorni su tutte le prime pagine, permesi e mesi, anche con densi e dotti interventi di pensatori (?) della sinistra (?) che dicevano «perché no…».

Malpensa. L’aeroporto di Malpensa esiste. È un lungo campo di bocce vicino a Varese che paga alcuni milioni di euro ai suoi incapaci dirigenti padani. Per essere una cosa che non esiste, la Padania ci costa parecchio.

Il pacchetto sicurezza. Affossato dalla Corte Costituzionale, il grottesco insieme di leggine e regolamenti e ordinanze per sindacimitomani non esiste più. Eppure, con gran strepito del padano Maroni, l’Italia intera ne parlò per mesi e mesi come se fosse una cosa reale.

Il porcellum. Pur avendo le ore contate, la legge elettorale più schifosa del mondo l’ha scritta Calderoli. Per essere una cosa che non esiste, la Padania produce cazzate notevoli.

Il reato di clandestinità. Esiste, riempie le galere di innocenti ed è il più clamoroso esempio di esistenza della barbarie padana.

Sono solo alcuni casi, ma forse bastano per dire che il popolo padano, i suoi politici, i suoi ministri, esistono. Purtroppo. Per fortuna, invece, si stanno estinguendo da soli e speriamo facciano in fretta. Solo, una volta estinti i padani, dovremmo affrettarci a cancellare anche i segni che hanno lasciato tra noi. Andiamo, chi vivrebbe in un posto dove i dinosauri sono spariti ma restano a terra enormi, gigantesche, cacche di dinosauro?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 1 ottobre 2011

Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 27 settembre 2011

La mafia deve girare di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Sul sito dell’Espresso due cronisti coraggiosi, Claudio Pappaianni e Andrea Postiglione, raccontano con tanto di video la Festa dei Gigli nel quartiere Barra di Napoli. Alcuni boss della camorra (uno dei quali reduce da 10 anni di galera, dunque molto popolare) sfilano su una Rolls Royce bianca supercabrio tra due ali di folla in delirio. Palloncini, musica, applausi.(guarda il video tratto da l'Espresso) Poi i padrini invitano tutti a “un minuto di silenzio per i morti nostri”. Chiude la gaia cerimonia la benedizione del parroco. Unica nota stonata, l’assenza delle autorità politiche, sempre meno radicate sul territorio (l’ennesima riprova della divaricazione tra Paese reale e Paese legale). O forse troppo impegnate a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano da Belmonte Mezzagno (Palermo), deputato dal 2001, prima nell’Udc e ora nei Responsabili, fedelissimo di Totò Cuffaro (attualmente detenuto per favoreggiamento mafioso), uno dei pochi parlamentari che nel 2002 non votarono la stabilizzazione del 41-bis, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, si prepara all’ultima battaglia. Oggi infatti la Camera vota la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalle opposizioni, anzi solo da Idv e dal Pd: l’Udc l’ha portato in Parlamento assieme a Cuffaro e pare brutto a Casini sentirselo ricordare. Dunque Piercasinando finge di non conoscerlo (“di Romano conosco solo Prodi”). Ma, per il primo ministro della storia d’Italia imputato per mafia, più che una battaglia sarà una passeggiata. I cosiddetti padani della Lega Nord annunciano che voteranno per lui, contro chi lo vuole cacciare, anche perché difendono alcune centinaia di allevatori fuorilegge per le quote latte e le relative multe, e lui con loro. Strepitosa la dichiarazione del ministro dell’Interno Bobo Maroni, che vanta un curriculum antimafia da paura e poi siede a ogni Consiglio dei ministri accanto al ministro imputato di mafia: “La mozione di sfiducia l’ha presentata l’opposizione, ne sono state presentate in passato e sono sempre state respinte. Non vedo francamente perché non si debba fare la stessa cosa”. In effetti era stata respinta anche la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Nicola Cosentino, imputato di camorra. Ergo, se in futuro si scoprisse che un ministro ha ammazzato la moglie o ha stuprato una bambina, Maroni se lo terrebbe al governo perché si è sempre fatto così. Un fatto di tradizione. Il compianto Lunardi, a questo punto, fa la figura del minimalista. Si era limitato a dire che “con la mafia bisogna convivere”: una constatazione, viste le facce che popolavano e popolano il governo. Oggi, altro che convivere. La convivenza presupponeva una certa qual diversità, tra politica e mafia. Ora invece siamo all’identità, e non solo di linguaggio. Più che mai opportuno, da questo punto di vista, il contributo del ministro gondoliere Brunetta, che ieri, in attesa del piano per la crescita, ha proposto l’eliminazione del certificato antimafia per “snellire” le procedure nella Pubblica amministrazione, con tanti saluti alle “anime belle dell’antimafia”. Come dargli torto. Se il certificato antimafia non si chiede nemmeno alle massime cariche dello Stato, né tantomeno ai politici, perché mai dovrebbero esibirlo gli imprenditori? Renato Schifani, essendo indagato per mafia, non potrebbe concorrere a un appalto, ma può tranquillamente fare il presidente del Senato. Idem per il ministro Romano, per l’on. Cosentino e per il sen. Dell’Utri. Snellire, semplificare per tutti, compresa la mafia, unica azienda italiana che non conosce crisi. Infatti il cardinal Bagnasco s’è ben guardato dal farvi cenno, tra i “comportamenti licenziosi, tristi e vacui che ammorbano l’aria”. Pazienza la mafia, ma la gnocca no! Già allo studio un emendamento al primo articolo della riforma prostituzionale che potrebbe incontrare i favori dei teocon del Pdl e anche dell’Udc: invece di “la patonza deve girare”, “la mafia deve girare”.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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martedì 30 agosto 2011

Il patto della prostata di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-30.08.11)
Eh no, questa ad Angelino Jolie non gliela dovevano fare. Ma come: prima illudono quel gran genio di Alfano di essere qualcuno, di contare qualcosa, di essere per davvero il segretario del Pdl. Lo mandano avanti a rifare la manora finanziaria dettata da Merkel, Sarkozy e Trichet e copiata da Tremonti. E lui, poveretto, ci crede. E ci prende gusto. Si compra una scrivania con tanto di poltroncina, prende ripetizioni di alta finanza, prenota in edicola le dispense del Piccolo Economista, si fa fotografare con sorrisone da Bugs Bunny, occhi pallati, fronte inutilmente spaziosa e corposi dossier sotto il braccio (pieni di fogli bianchi formato A4, s’intende). Organizza vertici, riunisce capigruppo e ministri, tiene conferenze, lancia moniti, manda lettere ai giornali. La stampa al seguito si beve tutto e per due settimane spara titoli encomiastici sull’astro nascente, l’erede al trono. “L’esame di maturità di Alfano”, “Alfano fa il Letta per domare Bossi” (Libero). “Alfano alla Chiesa: le agevolazioni restano”, “Manovra, Alfano tratta su previdenza e Iva” (Corriere della sera). “Alfano vede i dissidenti”, “Alfano media tra le correnti” (La Stampa). “L’ambasciatore Alfano spiega la manovra nel covo dei lumbard”, “L’avventura di Angelino alla kermesse leghista scortato da Maroni e Calderoli” (Il Giornale). Poi, appena Jolie azzarda la prima ideuzza – toccare le pensioni – Bossi lo stende con una pernacchia: “Alfano è un bravo ragazzo, ma prrrr!”. Lui però mica si dà per vinto. E i giornali dietro: Alfano che surclassa Tremonti, Alfano che mette nel sacco Bossi, Alfano che ricompatta il Pdl, Alfano di qua, Alfano di là. Ancora ieri zio Tibia Sallusti incensava il noto gigante del pensiero: oltre alla fondamentale “impuntatura del premier” contro le tasse, è grazie al “buon lavoro di Alfano con Maroni e di Gianni Letta con Tremonti (di fatto commissariato)” che avremo le famose “riforme strutturali”. Tremonti? Finito: “Incapace di gestire situazioni complesse: serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista. Da commissario di governo, Tremonti si trova commissariato… Le trattative vere passano attraverso Alfano e Maroni (con Gianni Letta sempre molto vigile)”. Risultato: “sì all’Iva al 21%” e “via libera alla legge che abolirà tutte le province e dimezzerà i parlamentari”. Parola di Olindo. Poi, purtroppo per lui ma soprattutto per Alfano il mediatore, l’ambasciatore e il domatore, dal vertice del Pdl esce tutt’altro. Mentre B., Bossi e Tremonti parlano (nel secondo caso, si fa per dire) e siglano il patto della prostata in uno sferragliare di dentiere, pròtesi, flebo, fasce prostatiche, pannoloni e cinti erniari, il giovine Alfano viene parcheggiato in camera da letto, nel girello, a giocare ai soldatini e alle figurine col Trota. E quando lo richiamano per il gelato, è sparito tutto. Niente contributo di solidarietà, niente aumento dell’Iva, niente patrimoniale, niente lotta all’evasione e soprattutto niente tagli alla casta. Nemmeno i tagliettini del decreto prima versione che, tra Province e piccoli Comuni – annunciò trionfante il Cainano – “farà sparire 50mila poltrone”. Tutto rinviato a una bella legge costituzionale che richiede la doppia lettura alla Camera e al Senato, cioè un paio d’anni, cioè mai. Naturalmente i mercati, che già sghignazzavano all’idea di una manovra Alfano e affilavano le fauci per una nuova scorpacciata sui nostri titoli di Stato, si fideranno ciecamente del formidabile patto della prostata. E così frau Merkel e i monsieurs Sarkò e Trichet, che un mese fa ci avevano dato l’ultimatum commissariando il governo B. A questo punto l’Europa, per costringerci a diventare un Paese serio, non ha che una strada. Usare i cacciabombardieri presenti nelle nostre basi per la guerra di Libia e puntarli un po’ più a Nord, verso l’Italia. Per favore, invadeteci.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 22 agosto 2011

Salviamo il piccolo Breznev della Padania di Alessandro Robecchi

(vignetta Claudio Ruiu)













Basta con l’invasione! Con questa crisi economica non si può accogliere tutti! Vengono qui e pretendono di comandare. Si insediano nelle nostre belle città del nord. Hanno persino diritto alle case popolari, certe volte; li curiamo nei nostri ospedali senza nemmeno chiedere da dove vengono. Insomma, se proprio vogliamo essere compassionevoli, diciamolo una volta per tutte: i leghisti, aiutiamoli a casa loro! A Varese, a Monza, ad Adro.
Gli paracadutiamo dei viveri, magari gli spediamo qualche libro, ma che stiano lì, nelle loro amate valli, a mangiare gli orsi, a far finta di fare il ministro: una targa in ottone e sono tutti contenti.
Ha fatto più danni la Lega in trent’anni al nord che i Borboni in un secolo a Napoli. Non c’è italiano del nord, per quanto perbene, che possa andare in giro per l’Europa senza essere sbertucciato come elettore di Borghezio. E questo senza contare i riti pagani. Non solo l’ampolla del Po, Alberto da Giussano e consimili scemenze, ma anche il cerchio magico, Calderoli, Rosi Mauro la donna barbuta, il Maroni Bobo, per non dire del povero figliolo Renzo piazzato a guadagnare 12.000 euro mensili alla regione Lombardia dopo una vita di studi (sempre nella stessa classe, peraltro).
E poi lui. Quella specie di Madonna Pellegrina che è il Bossi Umberto, ormai esposto alle plebi padane come una reliquia, un Breznev agonizzante, un Grande Timoniere simile un pugile suonato che dice una cosa oggi e il contrario domani. E ogni tanto lo portano via nottetempo perché persino i fedeli mugugnano, povere bestie anche loro.
Ora, finito di contribuire al disastro italiano, questa bella classe dirigente di geni si rimette a cianciare di Padania. Al suo nord, ai suoi elettori, ai suoi fedelissimi, ha portato solo sfiga, disastro, tasse e depressione.
Se la Lega farà la secessione come ha fatto il federalismo, avremo Bergamo in provincia di Viterbo. Niente di male, anzi,ma pensiamoci prima. Aiutiamoli a casa loro che, tra parentesi, è casa nostra anche quella, è Italia anche lì, finché dura.

fonte articolo'Il Manifesto'
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domenica 14 agosto 2011

La confessione di Marco Travaglio

Oggi, come a ogni ferragosto, è previsto il consueto pellegrinaggio del ministro della Giustizia a Regina Coeli che come le altre carceri scoppia di detenuti (67mila su 44mila posti), con gran codazzo di politici coccodrilli che poi purtroppo usciranno. Ecco il discorso che Zitto Palma non pronuncerà. “Eccomi qua a promettervi l’ennesimo piano del governo contro il sovraffollamento che, come tutti i precedenti, non funzionerà. Il perché è semplice: noi politici italiani siamo un branco di cialtroni incapaci. Avete presenti le promesse di decongestionare le carceri col “braccialetto elettronico”? E gli annunci di Alfano su “17 nuovi penitenziari con 21mila posti entro il 2012” e su “nuove carceri galleggianti in alto mare come in America”? La verità è che da vent’anni seguitiamo a ripetere che abbiamo troppi detenuti, mentre il guaio sono i troppi delinquenti e i troppi delitti, i troppi reati puniti col carcere, i posti cella troppo scarsi e le detenzioni troppo lunghe per certi reati e troppo brevi (se non inesistenti) per altri. Se un fiume ogni anno tracima, o si devia il corso a monte per ridurne la portata, o si alzano gli argini a valle per contenerlo tutto. Ecco: noi non interveniamo né a valle (sul numero dei posti cella) né a monte (sulle cause che producono tanti detenuti). Sapete perché? Perché per farlo occorre una classe politica onesta. Per noi invece l’emergenza carceri è un affare: ogni 2-3 anni ci serve una scusa per salvare i nostri amici dalla galera con un’amnistia o un indulto (l’ultimo salvò il mio amico Previti). Io sono magistrato e lo so benissimo che non ha senso arrestare migliaia di persone oggi e scarcerarle domani per reati minori (furtarelli, liti coi vigili, ingiurie, risse, omissioni di soccorso, mancato pagamento del telepass) o addirittura non-reati (droga e clandestinità). Ogni anno entrano 90mila persone e ne escono altrettante, di cui 80mila “in attesa di giudizio” (primo, secondo o terzo): la metà esce nei primi 10 giorni. È il “carcere breve”, che non è solo inutile, è dannoso: ogni detenuto ci costa 115 euro al giorno. Ma noi abbiamo altro da fare: prescrizione breve e processo lungo. Il 40% dei detenuti sono extracomunitari, perlopiù clandestini. La gran parte sono in carcere proprio perché clandestini: vengono fermati, ricevono il foglio di via, non vanno via e allora, se li ripeschiamo, li sbattiamo dentro per 2-3 giorni e così via all’infinito. Basterebbe espellerli e rimpatriarli, ma noi – furbi – tagliamo i fondi alla polizia che non ha di che pagargli il biglietto aereo di ritorno. Poi ci sono gli stranieri detenuti perché han commesso delitti: la Bossi-Fini consentirebbe di commutargli gli ultimi due anni di pena con l’espulsione, così potremmo espatriarne 6-7 mila. Invece noi – furbi – li teniamo dentro. Poi ci sono i detenuti definitivi che restano dentro molto più del dovuto grazie ai pacchetti sicurezza di quel genio di Maroni e alla Cirielli di cui io modestamente, fui relatore: niente pene alternative a chi è stato condannato tre volte. Indipendentemente dalla gravità dei reati: chi ha due stupri o due rapine può restarsene fuori, chi invece ha un furto di provolone, una guida senza patente e una vendita di cd taroccati deve restare dentro. Senza queste follie, molti dei 30mila condannati che devono scontare 3 anni potrebbero farlo ai domiciliari o ai servizi sociali. Infine dovremmo smantellare la Fini-Giovanardi sulle droghe, che intasa le carceri con migliaia di tossici arrestati solo perché avevano dosi eccedenti quelle stabilite. Ecco, dovremmo fare un bel mazzo di tutte le porcherie che abbiamo partorito dal ’94 a oggi e abolirle per decreto. Ma non possiamo perché dovremmo rinnegare vent’anni di finta politica della “sicurezza”, che in realtà è solo rassicurazione: faccia feroce sui reatucoli da strada per nascondere la tolleranza mille sui crimini dei colletti bianchi amici nostri. Cioè per mandare dentro chi dovrebbe stare fuori e lasciare fuori chi dovrebbe finire dentro: il mio principale ne sa qualcosa. Buone ferie, ci vediamo l’anno prossimo. Forse”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano)
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martedì 2 agosto 2011

LAURA BOLDRINI (UNHCR): «Una tragedia disumana Non c’è limite al peggio» intervista di Giorgio Salvetti

«Non c’è proprio limite al peggio». Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) dovrebbe ormai essere abituata alle tragedie che si consumano ogni giorno nel canale di Sicilia (una media di 8 morti al giorno nel 2011), eppure questa volta è particolarmente colpita da quei 25 corpi chiusi dentro i sacchi sul molo di Lampedusa.

Possibile che neppure questa scena terrificante riesca a smuovere le coscienze e che anche questa volta tutto passi come se fosse inevitabile?
E’ una nota dolente e stridente soprattutto per noi, per la nostra civiltà. Provate a mettervi nei panni di quelle persone, civili che da che mondo e mondo scappano dalla guerra. Ricacciati con la violanza in quella stiva perché in coperta non c’era spazio fisico per altri esseri umani. E’ una cosa disumana. C’è stata moltissima tensione su quella imbarcazione: alcuni migranti sono stati portati in ambulatorio con arti frattuari, altri non volevano lasciare quei corpi. Hanno visto morire i loro familiari. Pensiamo a cosa può voler dire perdere una madre o un figlio in quel modo. Spero davvero che ci sarà un funerale e che queste persone avranno l’occasione di dare un estremo saluto ai loro cari. La dinamica è ancora tutta da chiarire ed è importante che venga aperta un’inchiesta della magistratura. Ora i testimoni di questa tragedia sono traumatizzati, ci vorrà tempo per capire cosa è avvenuto.

La disperazione porta altra disperazione, cosa pensi di quello che è avvenuto ieri a Bari?
Bisogna essere chiari. A Bari hanno protestato persone che lamentano ritardi o dinieghi alle loro domande di asilo. Il problema è che dalla Libia arrivano persone provenienti da altri paesi in fuga da altre guerre o violazioni dei diritti umani. Ma anche migranti che in Libia semplicemnte avevano un lavoro. La convenzione di Ginevra prevede che l’asilo debba essere concesso solo a quegli stranieri che temeno di essere perseguitati nei loro paesi di origine. Come ad esempio, eritrei, somali e ivoriani. Tutti hanno il diritto di manifestare ma la violenza non è giustificabile.

E che altro si può fare allora?
C’è bisogno di soluzioni concrete. O si dà il permesso di soggiornoa a tutti per motivi umanitari (ma questa è una scelta politica che non compete alle commissioni), oppure si incentivano i rimpatri volontari assistiti. Si tratta cioè di dare un incentivo anche economico a persone che una volta rientrate nel loro paese di origine devono rifarsi una vita. Altrimenti si rischia di aumentare notevolmente il numero degli irregolari.

La Politica, appunto. Oggi in Senato si vota il decreto Maroni che allarga il periodo di reclusione nei Cie a 18 mesi. Non tira certo una buona aria.
Quella dei Cie è un’altra questione ancora. Siccome però non mi sembra ci siano i presupposti per cambiare l’aria che tira, vorrei che si pensasse a soluzioni pratiche e percorribili in tempi utili. C’è bisogno dimettere a punto un sistema di accoglienza che oggi è diffuso sul territorio con standard più uniformi a supporto anche di soluzioni più a misura d’uomo in centri più piccoli. E, ripeto, credo che un programma per i rimpatri volontari assistiti sia un risposta praticabile per quei migranti che non hanno bisogno di protezione ma che non possono essere abbandonati a se stessi.







LAMPEDUSA · I corpi di 25 africani trovati su un barcone. Hanno cercato disperatamente di salire sul ponte per respirare. Picchiati e soffocati nella stiva di Leo Lancari


(foto TG3.it)
Ci hanno provato con tutte le forze a uscire da quel buco maledetto dove l’aria stava diventando sempre di meno e il caldo sempre più asfissiante. Ci hanno provato spinti dalla disperazione di chi si vede braccato come un topo in trappola. Uno di loro a un certo punto è anche riuscito a salire sul ponte della nave, a respirare per un attimo l’aria fresca, ma ha pagato caro quel gesto di ribellione. E’ stato preso e buttato a mare senza pietà. Gli altri, quelli che tentavano come lui di uscire dalla stiva, sono stati invece picchiati e ricacciati in fondo a quel buco nero dove hanno trovato la morte. «Gridavano per uscire dalla botola ma venivano ributtati giù. Chiedevano aiuto perché non avevano ossigeno», hanno raccontato i testimoni.
L’ultima tragedia dell’immigrazione nel Canale di Sicilia è ambientata in una stiva di due metri per tre, senza oblò né prese d’aria, con dentro 26 giovani africani, quasi tutti di origine nigeriana, e chiusa da una botola. Sopra, sul ponte del barcone lungo 15 metri e partito tre giorni fa dalla Libia, altri 270 disperati, ammassati anch’essi come bestie ma almeno con la possibilità di respirare. «Eravamo tantissimi - ha raccontato Hamed, un nigeriano di 25 anni -. Qualche libico, molti nigeriani, alcuni somali. Molti sono scesi sottocoperta perché tutti sul ponte non potevano starci».
Stando alle prime ricostruzioni fatte ieri dagli inquirenti, sarebbero stati proprio gli immigrati che avevano trovato posto sul ponte a impedire ai loro compagni di uscire dalla stiva per paura che la barca si rovesciasse. E qualcuno di loro avrebbe buttato a mare l’unico che era riuscito a farcela. Grazie alle testimonianze raccolte, almeno tre responsabili di queste morti sarebbero già stati individuati.
A scoprire i 25 corpi ormai senza vita sono stati ieri quattro militari di una motovedetta della Guardia costiera spedita come accade sempre a soccorrere il barcone quando si trovava a 35miglia Sudest da Lampedusa. Trasbordato sulla motovedetta il gruppo, tra cui 36 donne e 21 bambini, i militari hanno aperto la botola della stiva scoperchiandone l’orrore. I corpi erano ammucchiati, qualcuno in avanzato stato di decomposizione a causa del caldo. Tutti sarebbero morti per asfissia per la mancanza d’aria e per le esalazioni di monossido di carbonio rilasciate dal motore. Morti, a quanto pare, da almeno due giorni.
La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per stabilire quanto è accaduto a bordo del barcone. Quando sono stati soccorsi dalla Guardia costiera nessuno dei 270 africani sopravvissuti ha detto una parola su quanto era avvenuto nella stiva della nave. Poi, lentamente, sono cominciate le prime ammissioni.
Agli agenti della Squadra mobile di Agrigento sarebbero stati proprio gli immigrati a impedire a chi stava nella stiva di risalire all’aria aperta. E sempre loro avrebbero gettato a mare senza alcuna pietà il ragazzo che era riuscito a conquistare il ponte. Il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza il reato di omicidio in conseguenza di un altro reato e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per ora è contro ignoti, ma nei prossimi giorni, con i primi interrogatori, potrebbero arrivare anche i primi avvisi di garanzia. Fino a ieri sera non risultava che a bordo dell’imbarcazione ci fossero degli scafisti.
I corpi delle 25 vittime di questa ultima tragedia giacevano ieri nei sacchi verdi allineati lungo il porto di Lampedusa. Sei verranno sepolti sull’isola, mentre le altri sono state trasportati dalla motonave Moby a Porto Empedocle per l’autopsia che dovrà confermare le cause della morte. Per qualche ora ieri si è pensato che a uccidere i 25 africani potesse essere stata un’epidemia, ma l’allarme sanitario è rientrato praticamente subito «Nessuno dei quasi 300 clandestini sbarcati sull’isola questa notte (la scorsa notte, ndr)presenta segni e sintomi riconducibili a patologie trasmissibili e diffusibili», ha spiegato l’assessore regionale per la Salute della Sicilia Marco Russo, che ha ha anche confermato che alcune delle 25 vittime «presentavano segni evidenti di trauma cranico».
Sulla tragedia del mediterraneo ieri il Pd e l’Italia dei valori ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni di riferire al parlamento. Difficilmente, però, il titolare del Viminale farà autocritica sulla politica dei respingimenti che fino a oggi ha provocato migliaia di vittime, costringendo gli immigrati a viaggi della disperazione come quello di ieri. Quella di ieri - ha detto ieri il sottosegretario agli Interni con delega all’immigrazione, Sonia Viale, è l'ennesima tragedia provocata da «trafficanti di uomini senza scrupoli». Trafficanti che però, ha dimenticato di aggiungere il sottosegretario, fanno affari solo grazie alle politiche esclusivamente repressive messe in atto da governi come quello italiano.

fonte intervista e articolo 'Il Manifesto'
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martedì 5 luglio 2011

Bavetta Beccaris di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Paragonare il ministrucolo degli Interni Bobo Maroni, già avvocato della Avon di Varese, al generale Fiorenzo Bava Beccaris suona ridicolo, e anche un po’ offensivo per la memoria del generale. La storia, diceva Marx, si ripete spesso, ma in forma di farsa. Infatti oggi siamo ai Maroni. Col contorno dei politici e giornalisti servi che fanno da degno sottofondo. Per un intero giorno ci han raccontato che Beppe Grillo aveva definito “eroi” i black bloc, qualcuno l’ha chiamato addirittura “cattivo maestro”, poi s’è scoperto che Grillo parlava dei valligiani pacifici con cui stava parlando, ben prima che scoppiassero le violenze degli infiltrati. Allora ci han raccontato che Grillo aveva fatto “marcia indietro”, “smentendo” o “rettificando” cose mai dette. Così si parla del nulla (il Giornale passa al situazionismo ed evoca il ritorno delle “Brigate rosse”), pur di non confrontarsi coi dati scientifici che dimostrano l’inutilità del Tav. Solo una caricatura di ministro può immaginare di tenere in stato d’assedio la Val di Susa per vent’anni, schierando 2 mila agenti e militari armati di tutto punto in assetto antisommossa a presidio di cantieri trasformati in fortilizi, con cavalli di frisia, filo spinato e sacchi di sabbia dappertutto, per mandare avanti un’opera che scava un buco di 60 km nella montagna e un altro di 20 miliardi in quel che resta del bilancio dello Stato. Solo un dilettante del diritto può pensare che qualche magistrato accuserà i (pochi, per fortuna) violenti No Tav di “tentato omicidio”. Ma la sua pretesa di sostituirsi alle Procure va compresa. Maroni è l’unico ministro dell’Interno della storia dell’umanità condannato per resistenza a pubblico ufficiale, per aver messo le mani addosso ad alcuni agenti della Digos che stavano compiendo il proprio dovere. È il 1996 e, per conto della Procura di Verona, indagano sulla formazione paramilitare fuorilegge denominata “Guardia nazionale padana”, le celebri camicie verdi: un esercito parallelo armato, come risulta dalle intercettazioni di vari leghisti che, compreso Bossi, parlano di armi. Il 18 settembre il procuratore Guido Papalia ordina la perquisizione del capo dell’allegra brigata, Corinto Marchini. Ma questi sostiene che il suo ufficio è nella sede della Lega, in via Bellerio a Milano. La Digos lo porta lì per la perquisizione, salvo scoprire che il presunto ufficio di Marchini è in realtà di Maroni. Militanti, dirigenti e parlamentari leghisti si mettono di traverso per impedire il passaggio ai poliziotti, un po’ come le famiglie dei camorristi in certi quartieri di Napoli, quando le forze dell’ordine vanno ad arrestare un boss. I nostri tutori della legalità e dell’ordine pubblico insultano gli agenti al grido di “fascisti”, “mafiosi”, “Pinochet” e malmenano tre ispettori. Maroni, secondo l’accusa, “afferrò per le gambe e trascinò a terra” due poliziotti, Bossi ne “strattonò” un terzo “strappandogli il giubbino e la giacca d’ordinanza”. Alla fine molti contusi su entrambi i fronti (oggi Maroni direbbe “poliziotti feriti dai terroristi”, solo che all’epoca il terrorista era lui). Maroni fa in tempo ad azzannare un agente al polpaccio prima di prendere una botta al setto nasale ed essere portato via in barella. Due anni dopo viene condannato in primo grado a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Sentenza confermata in appello nel 2001, pena ridotta a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo una legge ad Legam ha depenalizzato l’oltraggio. Condanna definitiva in Cassazione: la “resistenza passiva” dei partigiani verdi “non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento ingiusto a opera dei pubblici ufficiali”. E quelli di Maroni erano “inspiegabili episodi di resistenza attiva e proprio per questo del tutto ingiustificabili”. Da allora, quando arriva il loro ministro, gli agenti corrono a indossare stivali molto alti. Inguinali.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 28 giugno 2011

NO TAV-I poteri forti dell’alta velocità non perdono il treno di Guglielmo Ragozzino

(vignetta Natangelo-Il Fatto)
Un primo aspetto dello scontro di Chiomonte tra No Tav e forze dell’ordine è che queste ultime hanno voluto riprendere il sopravvento con la loro propria abituale capacità di convincimento. Non ne hanno un’altra. Sarà pure per qualche motivo che il dottor Manganelli ha fatto una così eccellente carriera, fino a raggiungere l’alto incarico di capo della polizia. Che sia il dottor Lacrimogeno il successore designato? Chiedete a Bisi per saperlo. Ora l’ordine è stato ristabilito; e il fatto che milioni e milioni di persone in Italia non credano più che l’ordine, in una convivenza tollerante e civile, sia quello delle cariche e dei gas, è considerato da molti, nei Palazzi di Roma e di Torino, un aspetto trascurabile. La grande stampa era in attesa… si poteva deluderla ancora?
Un altro elemento di rilievo è che i Poteri, a conti fatti, volevano la Tav. La volevano Confindustria, Parlamento, Governo, Grande banca, Finanza internazionale. Un paio di sindacati si erano accodati. La Tav – l’opera in sé, non il treno – rappresenta una prima grande opera in un paese che da tempo non ne fa. Apre dunque, in qualche misura, una nuova stagione. Un’opera così, per quanto figurativa, è, con annessi e connessi, un punto di Pil. Diluito su dieci anni è un decimo di punto di Pil. Sommato agli altri decimi di punto raccolti con tanta difficoltà (come fossero buoni per vincere una pentola al supermercato) potrebbe accompagnare in modo efficace una richiesta di indulgenza agli stregoni cattivi di Moody’s e consorti. Se poi dalle grandi opere dovesse uscire qualche disastro, il che è statisticamente possibile, allora il Pil riprenderebbe coraggio e potrebbe perfino crescere di più. È ben noto a tutti che con i disastri e le emergenze che ne derivano, il Pil cresce. Poi ci sono gli altri, cioè noi, quelli dei beni comuni. In decine di milioni abbiamo vinto il referendum a metà giugno, perché eravamo d’accordo che l’acqua non si tocca, che il territorio non può essere avvelenato dalla spazzatura nucleare, che la salute è una soltanto, e uguale per tutti. Tutto questo, dopo quindici giorni, è stato dimenticato. La ricreazione è finita e la Grande Politica ha ripreso il suo percorso. Ormai nessuno, forse neppure i giornali di destra, sostengono, come una volta, che la nostra vocazione nazionale sia quella di partecipare al fantastico corridoio Lisbona-Kiev. Di treni, di velocità, di merci, di passeggeri nessuno blatera più. Le linee attuali sono sovradimensionate e potrebbero con relativamente poca spesa essere ammodernate. Ma il risparmio non è più un valore e fare il computo dei viaggiatori/chilometro è mostrare uno spirito gretto. Invece il tunnel della Maddalena, a fianco del percorso principale tav e messo in opera a titolo di prova, potrebbe perdere in modo irreparabile, tra scavo, canali forzati e cementificazione le fonti e i corsi sotterranei dell’acqua di Valsusa. Alla natura sono serviti migliaia di anni per metterla insieme. Maroni e i suoi sanno distruggere tutto in poche ore, in cambio di mezzo miliardo di euro che forse l’Europa non ci darà.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 23 febbraio 2011

DOMINIO DI SANGUE di Oliviero Beha

(vignetta Mauro Biani)
Di recente sono arrivati sulle coste pugliesi una trentina di mongoli: avete letto bene, mongoli. A chi gli chiedeva come potesse essere successo hanno spiegato che ormai c’è come un lungo, anche cruento, anche mortale, viaggio che porta in Europa, a tappe, proprio come una volta si cambiavano i cavalli alle stazioni di posta. Adesso pagando profumatamente gli “schiavisti della fuga” si arriva in mille modi e con mille mezzi di trasporto, mare compreso, per esempio sulle coste sudorientali della Penisola. Quello che succede a Lampedusa lo sapete tutti. Le reazioni e le controreazioni politiche italiane le conoscete, più o meno. Diceva David Sassoli, prima collega e ora europarlamentare del Pd, che da qui al 2050 si aspettano 40 milioni di migranti. Gli è stato fatto notare non “politicamente” ma logisticamente che forse sbaglia, ma per difetto. E quei mongoli la dicono lunga, con le loro “corriere dell’esodo”. Nel frattempo dopo la Tunisia e l’Egitto continua il Domino di sangue dell’Africa minore con il genocidio libico, aggiornato ormai non più a ore bensì a minuti, sotto le bombe. Altri assai meglio di me ha analizzato e analizzerà gli aspetti specifici di questa stagione, sul piano politico, diplomatico, economico. Naturalmente anche qui, cioè su tale Domino di sangue, dividendosi da noi nella sottolineatura delle responsabilità del nostro governo misurato sul doppio misto Berlusconi-Gheddafi con contorno di Bunga-Bunga, oppure nella sottovalutazione se non addirittura nella difesa del famigerato trattato sui “respingimenti”, un trattato alla luce di quel che sta succedendo ormai davvero grottesco. Il sospetto, l’alone, il timore che anche questo Domino di sangue prenda la strada del dibattito pseudomaggioritario, o con il Caimano o contro mentre muoiono tantissimi pesci piccoli e si attenta addirittura alle specie del Mar Mediterraneo, ormai Mar Cinicus nelle sue vesti di bara fluttuante, sembrano più che fondati. Mentre s’affaccia l’aspetto fin troppo realistico del rischio gas, che con l’Eni cane azzoppato (e in attesa delle nuove nomine politiche) arriva in quantità ridotta lungo un gasdotto che rappresenta il vero ponte Italia-Libia al di là delle “menate” politico-antropologiche spesso di maniera. Questa è una piccola foto corale, scattata a caldo e se volete anche sfocata. C’è poca luce, per i fotografi... Ma proprio qui, nemmeno un mese fa, in un altro “Badante” intitolato “Fine d’epoca?” mi interrogavo se non ci fosse dell’altro nel precipizio di Berlusconi e di un’intiera classe dirigente, Ruby, processi e mascalzonate compresi, se non si stesse assistendo in qualche modo a un passaggio epocale, con crisi del capitale e della sua distribuzione, con una democrazia sempre più svuotata di senso e non soltanto in Italia, con un imbarbarimento intellettuale e culturale mascherato da nuove tecnologie “care” al punto ormai di rischiare di non potercele permettere. Perlomeno non tutti coloro che sul pianeta vorrebbero cominciare ad attingerle, salendo sul palcoscenico della storia. Una riedizione di un vecchio film, “Il mio amico il Diavolo”, in cui Lucifero spiegava come era finito negli Inferi: aveva semplicemente chiesto a Dio di fare un po’ per uno in Paradiso. Se fossimo davvero a una fine d’epoca, tra i 40 milioni mongoli esclusi, l’esodo ultrabiblico, il modo di produzione asiatico (cfr. ancora Gianni Sofri, il fratello del...) rovesciato come un calzino, le rotte di Marco Polo al contrario e più in generale una storia che chiede di far di conto in modo nuovo perché così sta scoppiando? Come potete immaginare, non è una lettera aperta a Maroni, né a nessuno, piuttosto una concatenazione di domande che vanno oltre il Domino di sangue simultaneo. Ma si condensa in un interrogativo: se la classe dirigente di questo come di altri Paesi di fronte al seguito di eventi casca dal pero, non saremo sull’autobus di un manovratore cieco e sordo (e infatti non gli si riesce a parlare)?

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 9 febbraio 2011

IL DILUVIO di Oliviero Beha

Vaglielo a dire a Berlusconi, Bossi e Maroni, e Cicchitto ecc., e olimpicamente a Napolitano e specularmente a Bersani che forse ha ragione l’Ecclesiaste, il quale non vota e dunque non costituisce un pericolo imminente. Vaglielo a spiegare che c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, e tutto il repertorio stagionale che magari consideriamo “ciofeca” superata e invece è ancora lì, a reggere il mondo. Vaglielo a dire che non è neppure sorprendente che spunti alla fin fine un Saviano post-televisivo che spiegabilmente infiammi la “piazza” del Palasharp, con quell’eloquio calmo e un po’ raffazzonato che arriva più penetrante della sua pagina scritta, con quel volto antico da Inri contemporaneo e/o da camorrista buono, una specie di cura omeopatica contro i Casalesi e tutta quella gentaglia che ce l’ha con lui ma almeno altrettanto con noi, con quelli che intendono diversamente il rapporto tra persone. Vaglielo a ripetere che la “piazza” deflagra comunque quando il disagio è eccessivo, quando la politica è vuota, quando non si capisce un beneamato di alcun programma e persino sul famoso, famigerato o fatidico “federalismo fiscale” non torna un conto che è uno, quando il futuro è stato polverizzato e il presente dura un istante e a volte neppure quello in assenza di uno straccio di memoria storica. Vaglielo a dire che i 150 anni di Unità (d’Italia) sono una gran bella cosa ma che ancora migliore sarebbe una nuova spedizione dei Mille tra il mediatico e il piazzaiolo perché altrimenti tutto resta chiuso in un Palazzo grigissimo che non dà più risposte da un pezzo e le folle grandi e piccole si chiedono “che fare?” a Lenin ultrasepolto e in attesa motivatamente spasmodica di fare a meno anche di Berlusconi? “Dopo”, per tornare all’Ecclesiaste e alle sue stagioni, dopo che accadrà? Oppure la paura che Berlusconi sopravviva a se stesso è tanto forte da rimuovere anche questa cruciale domanda? Allora sì che ci sarebbe un berlusconismo a livelli industriali senza il prototipo... con Saviano o senza di lui (mentre dalla penombra si affacciano i berluschini della politica di entrambi gli schieramenti con aggiunta di terzipoli, dell’imprenditoria, della finanza, dell’editoria...). Nel frattempo si dispiega mediaticamente la “paura della piazza” e chi ne scrive come sto facendo è quasi obbligato a premettere (o post-mettere, nel caso) che è “contro ogni violenza” in una tiritera che dovrebbe essere acquisita e suonare offensiva per chiunque abbia un poco di memoria per gli anni di piombo e un poco di sensibilità per questi anni di merda. Certo, sono contro la violenza, e temo ogni strumentalizzazione della piazza. Ma non al punto di additare la piazza come il nemico pubblico principale di uno status quo truffaldino che ci ha ridotti così. Basterebbe riprendere in mano qualche pagina di Machiavelli, per esempio quelle delle “istorie fiorentine” citate in “Giustizia e bellezza”, di Luigi Zoja, (Bollati Boringhieri). Da sempre c’è stato un “palagio” cui però si opponeva una “piazza”, dal latino platea: era il Rinascimento. Oggi in una Seconda Repubblica che è diventata semplicemente una Reprivata c’è il Palazzo o i Palazzi o il Residence del potere ma la piazza è stata sostituita dalla piazza/tv, dalla sua farsesca e annichilente riproduzione mediatica. Adesso sembra vicina la resa dei conti e ve ne meravigliate? Davvero si pensava che potesse durare così all’infinito? E non dipenderà da Ruby e dalle minorenni, ma dall’Ecclesiaste e dai tempi maturi: in “Dopo di Lui il diluvio”, maggio 2010, ed.Chiarelettere, cito dai verbali della D’Addario sul lettone di Putin le parole testuali del premier che le dice “pisciami addosso” motivando il titolo del pamphlet. Non era un reato penale, perlomeno non in senso proprio, no. Semplicemente il momento dell’Ecclesiaste (e di Saviano...) non era ancora giunto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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