fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su
La libertà di esprimere la tua opinione
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.
Dinanzi allo sconcio delle intercettazioni che immortalano la Rai, già “servizio pubblico” e “prima azienda culturale del Paese”, come un’appendice della P4, il presidente Paolo Garimberti è riuscito a dire soltanto che l’azienda che presiede a sua insaputa ha subìto qualche “schizzo di fango”. Come se ci fosse bisogno delle intercettazioni per scoprire ciò che tutti sapevano, e cioè che Masi & gli altri affossatori della Rai sono eterodiretti. Uno sconcio che, almeno per la Rai, è peggio della P2, visto che la P4 e i suoi manutengoli ai piani alti di Viale Mazzini sono riusciti dove persino Gelli aveva fallito: cancellare dai palinsesti i due programmi giornalistici di maggior successo dell’ultimo anno, Vieni via con me e Annozero. Le indagini di Trani e di Napoli dimostrano carte alla mano che la cacciata di Santoro è avvenuta su ordine diretto del presidente del Consiglio per mano di un Masi letteralmente telecomandato da Bisignani e di una Lei molto vicina a quegli ambienti. Quanto basterebbe perché Garimberti prenda quelle carte e monti sul primo aereo per Strasburgo per denunciare all’Europa una palese violazione del principio comunitario di non ingerenza dei governi nell’informazione. Così magari la Procura di Roma e il Tribunale dei ministri, che da un anno si rimpallano la patata bollente delle intercettazioni di Trani, si deciderebbero a fare qualcosa. L’altra notte, in uno di quei programmi-marchetta che infestano i palinsesti estivi della Rai, Milly Carlucci in quel di Amalfi insigniva Garimberti del premio Biagio Agnes per le mirabolanti imprese del servizietto pubblico sui 150 anni dell’unità d’Italia. Garimberti commentava giulivo: “Speriamo di meritarcelo”, tra gli applausi di Vespa, assiso in seconda fila. Ma sì che ve lo meritate, quel premio: a vita ve lo meritate, visto avete superato il maestro. Nemmeno Biagione, campione della Rai lottizzata di De Mita & C., dove però lavoravano Grillo e tanti altri irregolari, avrebbe mai osato mettere alla porta Santoro e Saviano. Ora, se tutto va bene, sistemeranno anche Milena Gabanelli e la squadra di Report. Dopo 14 anni di onorato servizio, il capo dell’ufficio legale Rai, Lo Giudice, avvocato del Giornale berlusconiano e figlio del difensore di Craxi, ha comunicato a Milena che, non essendo lei dipendente, non ha diritto alla “manleva”. Cioè alla copertura legale per contratto (che non esclude la rivalsa dell’azienda in caso di condanna per dolo o colpa grave). Tutte balle: anche Giuliano Ferrara è un esterno Rai, guadagna il quintuplo della Gabanelli per vomitare ogni sera i suoi liquidi organici contro i nemici del suo padrone, ma lui la manleva ce l’ha. Altrimenti eviterebbe di calunniare questo e quello. Tanto paghiamo noi: come direbbe Ricucci, fa il frocio col culo degli altri. La Gabanelli invece, che in 14 anni di inchieste complicatissime non ha mai perso una causa né un processo per diffamazione, è considerata una fonte possibile di “danni erariali” per l’azienda che ingrassa grazie a lei. Dunque non può rinnovare il contratto che scade il 31 agosto, quello nuovo è irricevibile: lei lavora per la Rai ma, se qualcuno le fa causa, affari suoi. Roba mai vista in un’azienda editoriale. È come se un poliziotto venisse spedito a sedare una rivolta in carcere, ma casco, armi e giubbotto antiproiettile dovesse pagarseli lui. Solo il Cda può sanare la ferita. Ma lì comanda il centrodestra, con Petroni e la Bianchi Clerici che nominarono un dg incompatibile, Meocci, attirando sulla Rai una multa di 14 milioni (“danno erariale”?); e con gli altri che hanno assunto Minzolini, ora indagato dalla Corte dei conti e dalla Procura per 60 mila euro di spese non rimborsabili pagati con la carta di credito aziendale (“danno erariale”?). Quando anche la Gabanelli sarà accompagnata alla porta, qualche intercettazione svelerà i veri mandanti dell’operazione. E qualche presidente, uno a caso, farà la bocca a cul di gallina e piangerà sul fango versato.
Qualcuno si domanderà perché i berlusconidi sono tanto nervosi. La risposta, al netto delle sostanze psicotrope, è semplice: sentono prossima la fine. E ne hanno già vissuta una molto simile a questa. Trattandosi di vecchi arnesi dell’Ancien Regime, hanno impiegato vent’anni a elaborare il lutto per il crollo della Prima Repubblica e ad arraffare poltrone e prebende nella Seconda. Non avendo mai avuto idee, ma solo padroni, caduti quelli vecchi se ne son trovati di nuovi. Ora crolla di nuovo tutto e, come dice Corrado Guzzanti, “non c’è nulla di più difficile che leccare culi in movimento”. Vent’anni fa Ignazio La Rissa stava dalla parte di chi tirava monetine ai corrotti, esattamente come la Lega. Ora che le monetine le tirano a lui e alla Lega, visti come i nuovi simboli del magnamagna, dà fuori di matto. Poi c’è il battaglione degli ex socialisti: quando il muro di Bettino gli cascò addosso, temettero il peggio. Tipo dover fuggire all’estero o, peggio, andare a lavorare. Poi arrivò il Cainano, quello che lava più bianco, e li riciclò come nuovi. Ora tremano all’idea di doversi cercare, alla loro età, un nuovo padrino. Il più nervoso, comprensibilmente, è Giuliano Ferrara, quello del convegno con le mutande sulla testa, quello che ogni sera su Rai1 mette in fuga la gente che non è riuscito a mettere in fuga Minzolingua. L’altro giorno Alex Stille scrive sul suo blog che in nessun paese al mondo uno che ha fatto il ministro, il portavoce e il candidato di B. che gli paga tre stipendi per Il Foglio, Panorama e Il Giornale, potrebbe andare in tv a parlare di B. Apriti cielo. Ferrara, colto da un travaso di colesterolo, spara su Stille a palle di lardo incatenate. Ricostruisce la propria carriera di “giornalista” e soprattutto di voltagabbana pagato dal Pci, dal Psi, dalla Cia, da B. ma soprattutto dai contribuenti. Poi, obnubilato dai supplì, imbastisce il seguente sragionamento: siccome io ero amico di Ugo Stille, suo figlio Alex non deve criticarmi, altrimenti è un “parricida”. Concetto tipicamente mafioso della famiglia e dell’amicizia (per via ereditaria, fra l’altro). Il tutto condito con vari insulti a Stille e, già che c’è, a Enzo Biagi (“lobbista” e “giornalista re della serie B”). Biagi non c’entra nulla, per giunta è morto e non può rispondergli, ma soprattutto ha la grave colpa di aver avuto successo, mentre Ferrara non se l’è mai filato nessuno: nessuno compra i suoi libri, nessuno guarda i suoi programmi, nessuno legge i suoi giornali, nessuno lo vota quando si candida, nessuno ascolta i suoi consigli e, se fa gli auguri a qualcuno, quello si tocca. Poi il Platinette Barbuto si avventura sul terreno per lui impervio della libertà d’informazione, paragonandosi a due ex portavoce di presidenti americani – William Safire e George Stefanopolis – poi passati al giornalismo. In attesa che i due malcapitati lo querelino per l’accostamento, Stille fa notare una lieve differenza: Safire e Stefanopolis, prima di fare i giornalisti, “hanno dovuto tagliare qualsiasi rapporto professionale ed economico con la politica attiva”. Stiamo parlando degli Usa – che Ferrara cita a modello di continuo senza sapere neppure dove stanno – dove nei primi anni ‘80 il Wall Street Journal tolse all’analista Susan Garment, docente a Yale, la sua rubrica di prima pagina “La presidenza” perché si scoprì che quasi ogni giorno la signora e il marito frequentavano Ronald e Nancy Reagan. L’eccessiva intimità della Garment con l’oggetto della sua rubrica gettava un’ombra indelebile sulla sua imparzialità. Lo scorso anno l’anchorman dell’Nbc Keith Obermann fu sospeso dal video perché aveva dato un piccolo contributo finanziario, regolarmente registrato in ossequio alla legge, alla campagna elettorale di alcuni candidati democratici. Aveva finanziato dei politici, infatti l’hanno cacciato. Ferrara è finanziato da un politico, infatti è sempre lì.
Caro Cavaliere, siamo sempre noi: quelli che le han sempre detto tutto in faccia, mai dietro le spalle. Gli unici di cui può fidarsi. Dia retta: lasci perdere Giuliano Ferrara. Col suo bacio della morte, ne ha fatti secchi più lui che il colera. Ricorda il Pci? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda Craxi? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda il primo governo Berlusconi? Lui c’era, ministro dei Rapporti col Parlamento e portavoce: sappiamo com’è finito, dopo sette mesi appena. Ricorda le elezioni al Mugello? Lui c’era: sappiamo com’è finita, centrodestra al 16% e Di Pietro in trionfo. Ricorda la guerra in Iraq? Lui c’era, anzi era più bushiano di Bush, tant’è che le truppe angloamericane entrarono in Baghdad a bordo di Giuliano Ferrara: sappiamo com’è finita, una ritirata che Caporetto al confronto fu una marcia trionfale. Ricorda la lista No Aborto? Ferrara c’era: sappiamo com’è finita, più uova in faccia che voti. Non le rammento le percentuali d’ascolto da albumina dei programmi tv di Ferrara e i bilanci comatosi del Foglio, che ha più giornalisti che lettori, perché temo che lei li conosca meglio di me. Fra le grandi catastrofi del Novecento, Ferrara ha mancato soltanto il terremoto di Messina e l’ultimo viaggio del Titanic, ma non per cattiva volontà: perché non era ancora nato. Per ulteriori informazioni rivolgersi alle ultime vittime dei suoi mortiferi effluvi: D’Alema, da lui sostenuto per il Quirinale (fu eletto Napolitano); Rutelli, da lui appoggiato per il Campidoglio (vinse Alemanno); Veltroni, da lui elogiato per il dialogo con lei (e ora disperso); Sarah Palin, da lui lanciata contro Obama (infatti...). Ancora quattro mesi fa, Fini aveva il vento in poppa, poi Ferrara pericolosamente gli si avvicinò e gli fece financo dei complimenti: non se n’è più riavuto, pover’uomo. Ultimamente, guardandosi intorno in cerca della prossima preda, non ha visto che una distesa di cadaveri. Poi, in lontananza, ha scorto un solo uomo, diciamo un ometto, ancora in vita: lei, Cavaliere. E le si è avventato contro per completare l’opera. Ora le dà consigli, le scrive discorsi, le fa interviste decidendo le domande e le risposte (le ha fatto persino dire “sono un peccatore”: ma come si permette?), monologa al Tg1 grazie alla momentanea assenza di giornalisti (infatti c’era la Petruni) e ora le organizza pure una strana manifestazione al Teatro Dal Verme (e dove, se no?), con mutande appese e testimonial del calibro di Ostellino e Sallusti (lo zio Tibia, quello che si crede Giovanni Rana e va in tv a conversare del più e del meno con Cavour e Garibaldi). Il tutto per difendere i bungabunga “contro i puritani”: lui che fino all’altroieri la menava con il Family Day e voleva addirittura obbligare le donne sterili a impiantarsi embrioni malati nell’utero. Ecco, Cavaliere, non le viene il dubbio che Ferrara sia l’arma letale che le sganciano addosso i suoi nemici interni? Si guardi allo specchio, signor Presidente: fino a qualche settimana fa lei sguazzava nella discoteca del bungabunga con trenta-quaranta supergnocche da urlo e ora si aggira mesto fra un Ferrara, un Sallusti, un Signorini e un Brachino (c’era pure Brachino, abbiamo letto, all’ultimo vertice di Arcore: ma si rende conto, Brachino?). Noi che ormai la capiamo al volo, abbiamo colto il significato profondo di quella sua frase, l’altro giorno: “Fosse per me, andrei per il mondo a fondare ospedali”. Era un estremo, disperato tentativo di liberarsi della morsa di questi parassiti e saprofiti che le succhiano gli ultimi umori vitali. Se ne stanno lì come i secondi della boxe, appollaiati all’angolo a dare buoni consigli, mentre lei sul ring prende botte da orbi sempre più suonato e rintronato: “Vai Silvio che sei il migliore!”, “Avanti così che è fatta!”, “Ancora un destro e hai la vittoria in pugno!”. Lo sanno benissimo che, se lei molla, devono trovarsi un lavoro, o un altro padrone. Dia retta a noi, li mandi a lavorare e se ne vada per il mondo a fondare ospedali. Così magari, finalmente, la ricoverano.
A questo blog non può essere applicato l'art. 5 della legge 8 Febbraio 1948 n. 47, poiché l'aggiornamento delle notizie in esso contenute non ha periodicità regolare (art. 1 comma 3, legge 7 Marzo 2001 n. 62). Esso é un prodotto amatoriale e non rappresenta una testata giornalistica , i post editi hanno lo scopo di stimolare la discussione e l’approfondimento politico, la critica e la libertà di espressione del pensiero, nei modi e nei termini consentiti dalla legislazione vigente. Tutto il materiale pubblicato su Internet è di dominio pubblico. Tuttavia, se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato su questo blog, non ha che da darne avviso al gestore e sarà immediatamente eliminato. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi a me, nemmeno se gli stessi vengono espressi in forma anonima o criptata.