Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

La tua opinione é importante, esprimila, lascia un commento ai post.

Prego gentilmente tutti quelli che postano la loro opinione scegliendo l'opzione 'Anonimo' di blogger di firmare il proprio commento. grazie. ros

Clicca per tornare nella Home

Clicca per tornare nella Home
di 'Per quel che mi riguarda'
Visualizzazione post con etichetta ferrara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ferrara. Mostra tutti i post

venerdì 30 settembre 2011

Nun ce lassà di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi)
In occasione del suo 75° compleanno, oltre agli auguri più affettuosi e riconoscenti, il Cavalier Patonza ci consentirà di chiedergli una cortesia. Non è per noi, che fortunatamente viviamo del nostro. È per quelli che si spacciano per “giornalisti di destra”, mentre, molto più modestamente, sono suoi impiegati. Quattro di loro, sentendosi minacciati in ciò che hanno di più caro – lo stipendio – levano alto e forte su Panorama un accorato appello a una sola voce al padrone: resta con noi Signore la sera (o almeno tutto il resto della giornata). Comincia Giorgio Mulè, il direttore. Il tema dell’editoriale è di notevole originalità: i giudici di Napoli “vogliono eliminare B.”. Prima erano i pm che volevano eliminarlo perché lo ritenevano vittima di estorsione (ipotesi fantascientifica, secondo l’house organ, per la decisiva ragione che B. negava di aver subito l’estorsione). Ora è il Riesame che vuole eliminarlo perché lo ritiene colpevole di aver istigato a suon di bigliettoni Tarantini a mentire (ipotesi fantascientifica, secondo l’house organ, per la decisiva ragione che “mai Tarantini ha fatto balenare di essere stato spinto dal Cavaliere a raccontare frottole ai magistrati”). In pratica, per il Mulè, il reato sussiste solo se l’indagato lo confessa. Dal che si deduce che Riina e Provenzano sono innocenti, visto che mai hanno fatto balenare il sospetto di essere mafiosi. Ergo, siccome il premier si proclama innocente, è innocente. Dunque non si deve dimettere. Giriamo pagina, ed ecco Giuliano Ferrara, noto teologo, avventurarsi in una raffinata esegesi dell’anatema del cardinal Bagnasco. A suo avviso, Bagnasco ha scomunicato “le bisbocce” di B. che sono uno “scandalo privato”, ma purtroppo sono “emerse in pubblico”, su su fino alla Cei. Fossero rimaste segrete, si sarebbero potute risolvere fra le quattro mura di una sacrestia, dove “i preti esercitano le arti dell’educazione e della persuasione privata da secoli, attraverso la confessione, il pentimento e l’espiazione delle colpe: ascoltano, giudicano nel segreto, assolvono e impongono penitenze”. Quante patonze, figliolo? Ah, 36 alla volta? Perfetto, 36 pateravegloria al giorno, prima e dopo i pasti. Più che il segreto istruttorio, Giuliano l’Aprostata invoca il segreto confessionale. Non vuol darla vinta ai “divorzisti, preservativisti, abortisti ed eugenetisti sostenitori della fabbricazione dei figli e del libero amore” che infestano la sinistra e i suoi giornali. Dunque B. non si deve dimettere. Voltiamo pagina, ed ecco Vespa. Si definisce “un epurato” (seguirà, a breve, apposito plastico dimostrativo). Afferma che “quasi tutte le reti tv e i giornali parlano male di B.”. Dipinge B. come “la persona più intercettata e processata del Paese”. Poi, dopo aver ammesso lacrimante che “il suo ciclo sta avviandosi a conclusione”, il noto umorista lo esorta a lasciarci “un partito moderato moderno” e “preparare il piano di rilancio”, modellato sul geniale “disegno di Alfano” (che sarebbe pure d’accordo, se solo sapesse di che si tratta). Giriamo pagina, ed ecco Minzolingua, il più affranto fra gli impiegati. Ce l’ha coi “grandi giornali” che vogliono sacrificare il suo Faro come “capro espiatorio”, tipo Craxi. E per cosa, poi? Per le sue “scappatelle”, “frugando nella sua vita privata”, “bacchettoni moralisti” e “congiurati maramaldi” che non sono altro. Pensino piuttosto alle “tangenti”, dei “politici che rubano” e sono tutti di sinistra (B., com’è noto, non è mai stato sfiorato da sospetti di tangenti, se no Minzolingua l’avrebbe saputo). Ergo B. deve fare come Aldo Moro e dire “non ci faremo processare nelle piazze”. E neppure nei tribunali. Infatti “l’uscita di scena di B. determinerebbe la fine del centrodestra, del bipolarismo e la resa all’offensiva giudiziaria”, e forse anche la fine del mondo. Per tutti questi motivi, egregio Cavalier Patonza, Le chiediamo di non mollare. O almeno di rassicurare i suoi impiegati che anche dopo continueranno a prendere lo stipendio. Lo faccia per noi, ma soprattutto per loro.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 28 settembre 2011

I VESCOVI E IL GOVERNO - Cattolici del Pdl paracult di Alessandro Robecchi

(vignetta Vauro-Il Manifesto-28.09.11)
Domanda. Ma se si mette un camaleonte su una tela scozzese, la povera bestia che fa, esplode? Chissà. E se si appoggiano i cattolici del Pdl di traverso sulla severa censura del cardinal Bagnasco e sulle porcate del loro padrone Silvio Berlusconi, che fanno, esplodono pure loro? Come coniugare spirito baciapile e difesa a oltranza del boss? La tecnica è nota: fingere di non capire parole che pure sono chiarissime. Strepitoso Formigoni sul monito di Bagnasco: «È un messaggio indirizzato a tutti gli italiani, non a una singola persona». Cult.Anzi,paracult.Poi chiosa, devotissimo: «Ognuno di noi deve chiedere perdono a Dio».
Ognuno chi? Ognuno che se ne sia “fatte” soltanto otto su undici? Ognuno accusato di aver pagato ragazzine minorenni? Precisare, prego. Si è spremuto le meningi anche Maurizio Sacconi (chissà che fatica!), prima di partorire pure lui e dire che le parole di Bagnasco «seppur legittime e comprensibili rischiano di venire strumentalizzate». Poi, non sembrandogli abbastanza chiaro il concetto, aggiunge: «Nessuno può usare il monito di Bagnasco come una clava». Premio speciale della giuria a Osvaldo Napoliche prima tira in ballo De Gasperi,chissà perché, e poi disvela il suogenio: «Ieri i vescovi non hannocriticato l’uomo Berlusconi e neppure il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Hanno richiamato il ceto politico a comportamentidi sobrietà e al senso della misura: richiamo che vale per tutti». Bingo. È una scemenza, ma pare funzioni. Dice Rotondi: «Quello del cardinale Angelo Bagnasco è un richiamo che riguarda tutti, il monito non va mai riferito ad una persona, è rivolto alla generalità dei cittadini». Alla persona, peraltro, ci pensa lui e definisce Berlusconi un «santo puttaniere». Incidente sul lavoro.
Dunque il coro dei cattolici del Pdl pare unanime: il monito dei vescovi e le porcate conclamate di Silvio coincidono solo per una clamorosa coincidenza, tipo un sei al Superenalotto. E poteva il ministro Fitto tacere di fronte a un simile allineamento di pianeti? Certo che no, eccolo: «Il messaggio del cardinale Bagnasco è rivolto a tutti, strattonarlo da una o dall’altra politica è sbagliato e lo svilisce». Appunto, lo svilisce. Per fortuna c’è Giuliano Ferrara, un altro politico della destra, pio, credente e tanto, tanto devoto, capace di spostare un po’ l’asse del discorso in una puntata di enorme spessore satirico di Radio Londra (lunedì sera) e in un pensoso fondo sul Foglio di ieri. La sostanza comica è nota: i vescovi bacchettano Berlusconi, ma non prendono lezioni dai furibondi «laicisti» che vogliono preservativi, divorzio, aborto, pillole varie eccetera eccetera. Insomma, la trave è ancora nostra, mentre il pisello di Silvio sarebbe una pagliuzza (e qui il capo, francamente, potrebbe offendersi). La trovata comica non è granché e ricorda vecchie battute da avanspettacolo («Razzista io? Parla lei che è negro!»). Per fortuna, come succede ai comici che hanno mestiere ma non testi adeguati, Ferrara si riscatta con una sapiente manipolazione del linguaggio. Ecco dunque, ad uso dei «laicisti», dei miscredenti e degli appassionati dell’uso creativo del vocabolario, alcune delle locuzioni usate su vari palcoscenici dal nostro contorsionista preferito. Eh, sì, il nome della cosa non è secondario. Come chiama dunque Ferrara i festini del Capo? Vediamo. «Bisbocce», ben trovata. «Festicciuole», garbatamente démodé. «Propensione alla galanteria», siamo al capolavoro. «Gioco non sempre troppo sottile e a sfondo sessuale tra uomo e donna», qui gli è scappata un po’ la mano. «Gioco mondano», giusto, ricomponiamoci. «Feste da ballo», bravo. E che ballo, gente!

Fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

sabato 24 settembre 2011

Mafiacitorio di Marco Travaglio

(vignetta Il Fatto-24.09.11)
Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989. Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi. Altro che casta, questa è una cosca. L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”. Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette. Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero? E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”. Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”. È tutto un incrociarsi di ricatti, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali. E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande. Ma nelle dichiarazioni pubbliche. Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perché non sei disposto a fare fronte comune”. Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia. Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia. “Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”. Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”. La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”. Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perché un altro l’ha fatta franca. Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”. Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo. E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante. Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”. Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni. E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli). Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio... con le spalle al muro... alle corde... e lui ci dà tutti i soldi che vogliamo”. La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”. E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”. A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte. Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 21 settembre 2011

La malavitola di Marco Travaglio

(foto tratta da l'unità.it)
L’altra sera Giuliano Ferrara ha riattaccato i suoi comizietti serali su Rai1 con una lode sperticata al suo padrone: “eroe popolare”, “anomalia felice della Storia”, “uomo umile e sorridente”. Ma anche bello, elegante, slanciato. E fin qui nessuna novità: la voluttà con cui questo fenomeno da baraccone, scambiato per “molto intelligente” a destra e a sinistra, slinguazza chiunque comandi e gli passi uno stipendio è ormai leggenda. Semmai ci sarebbe da obiettare sul titolo “Radio Londra”, che evoca un che di scomodo, pericoloso, catacombale, come gli appelli dall'esilio del generale De Gaulle dopo l'occupazione nazista della Francia. Invece è la voce del regime che parla dal primo canale della Rai di regime sciogliendo inni al capo del regime. Ma neppure questa è una novità: sono trent'anni che noi cittadini stipendiamo questo giullare di tutte le corti: prima come consigliere comunale Pci, poi come europarlamentare Psi, poi come trombettiere garofaniero su Rai2, poi come ministro e portavoce del primo governo Banana, poi come direttore del Foglio clandestino coi sussidi della Presidenza del Consiglio, ora come primo trombone del Cavalier Patonza su Rai1. L'altra sera il noto campione d'indipendenza raccontava agli italiani sfortunatamente capitati alla visione e all'ascolto che del suo padrone non possiamo fare a meno perchè “ha introdotto in Italia alcune cose importanti”:
1) “la possibilità di scegliere chi va a Palazzo Chigi” (forse non sa che il premier lo sceglie il capo dello Stato, non gli elettori, visto che siamo e restiamo una Repubblica parlamentare);
2) “un nuovo modo di guardare l'economia” (poche ore dopo ha provveduto Standard & Poor's a guardare la nostra economia in un nuovo modo: declassandola);
3) “un nuovo linguaggio della politica”. E almeno questo è vero. Un tempo, per quanto malavitosi, i politici italiani si sforzavano di parlare una lingua diversa da quella della malavita. Ora i linguaggi coincidono, e Ferrara modestamente è all'avanguardia. Commentando l'indagine di “questi ragazzotti in cerca di protagonismo” (i pm di Napoli) sul ricatto a B. di Lavitola & Tarantini ha dichiarato: “Che c'entra col ricatto il fatto che degli amici sono un po’ insistenti e alla fine ti spillano dei quattrini? Io li proteggo, embè? È un ricatto questo? No, è protezione di un amico. Io sono molto ricco e generoso, gli ho dato dei soldi. È reato questo?”. Provate ora a rileggere queste parole con un lieve accento siciliano, meglio se con inflessione corleonese: “Minchia, signor commerciante, scusasse se sono tanticchia insistente, ma vossia è motto ricco, c'ha i piccioli pure int'u culu e abbiamo saputo puro che c'ha delle bedde criaturi che vanno alla scola in cima alla strata, ma bisogna starci attenti a ‘sti picciriddi, quacchiduno potrebbe facci del male, e noi li vogliamo sempre in salute, infatti siamo qui a offrirci la protezione, che costa puro poco... E me lo chiama pizzu chistu? Ma quali pizzu, quali riato! Chista protezione è! Generosità è! Ci siamo capiti, ah? Che facciamo, ripassamo domani?”. Basta tradurre in corleonese le ultime esternazioni del premier e dei suoi turiferari per coglierne il senso profondo. “Valter, rimani all'estero”. “Te l'avevo detto che ci intercettavano”. “Non vado a testimoniare per non darla vinta ai pm”. “I magistrati hanno ridotto in miseria Tarantini”. “L'indagine deve passare a Roma”. E anche la chicca di Ferrara sui pm “ragazzotti”. Viene in mente il giudice Rosario Livatino che, appena osò indagare su mafia, politica e massoneria nell'Agrigentino, fu subito insultato dal presidente Cossiga: “Possiamo continuare con questo tabù, che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?”. La mafia risolse il problema ammazzando il giudice ragazzino il 21 settembre 1990. Trentun anni a oggi. Ferrara, commosso, l'ha voluto commemorare da par suo.

fonte articolo 'Il fatto Quotidiano'
condividi il post su

martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






condividi il post su

domenica 26 giugno 2011

Sì, c’è da essere storditi di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi giornali sullo scandalo increscioso delle intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando la privacy violata è quella dei potenti, di cui Ferrara si sente, per vari motivi, storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo, ci uniamo all’indignazione stordita di Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo diriga le politiche ambientali del paese. Una che pare (al telefono con Bisignani) più preoccupata della sua visibilità che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali. È uno scandalo che il direttore generale della più grande azienda culturale del paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato come ‘na bestia». Che l’amministratore delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo Montezemolo, baci la pantofola per questa o quella fiction da sbloccare. La ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il fatto che sia ministra che stordisce. La triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da leggere e da sfogliare. È comprensibile che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi. Ma la vera questione è un’altra: è che gente come Prestigiacomo, Gelmini, Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini, furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

venerdì 24 giugno 2011

Quando c’era Lui, cara Lei di Marco Travaglio

(vignetta bucnic)
Dinanzi allo sconcio delle intercettazioni che immortalano la Rai, già “servizio pubblico” e “prima azienda culturale del Paese”, come un’appendice della P4, il presidente Paolo Garimberti è riuscito a dire soltanto che l’azienda che presiede a sua insaputa ha subìto qualche “schizzo di fango”. Come se ci fosse bisogno delle intercettazioni per scoprire ciò che tutti sapevano, e cioè che Masi & gli altri affossatori della Rai sono eterodiretti. Uno sconcio che, almeno per la Rai, è peggio della P2, visto che la P4 e i suoi manutengoli ai piani alti di Viale Mazzini sono riusciti dove persino Gelli aveva fallito: cancellare dai palinsesti i due programmi giornalistici di maggior successo dell’ultimo anno, Vieni via con me e Annozero. Le indagini di Trani e di Napoli dimostrano carte alla mano che la cacciata di Santoro è avvenuta su ordine diretto del presidente del Consiglio per mano di un Masi letteralmente telecomandato da Bisignani e di una Lei molto vicina a quegli ambienti. Quanto basterebbe perché Garimberti prenda quelle carte e monti sul primo aereo per Strasburgo per denunciare all’Europa una palese violazione del principio comunitario di non ingerenza dei governi nell’informazione. Così magari la Procura di Roma e il Tribunale dei ministri, che da un anno si rimpallano la patata bollente delle intercettazioni di Trani, si deciderebbero a fare qualcosa. L’altra notte, in uno di quei programmi-marchetta che infestano i palinsesti estivi della Rai, Milly Carlucci in quel di Amalfi insigniva Garimberti del premio Biagio Agnes per le mirabolanti imprese del servizietto pubblico sui 150 anni dell’unità d’Italia. Garimberti commentava giulivo: “Speriamo di meritarcelo”, tra gli applausi di Vespa, assiso in seconda fila. Ma sì che ve lo meritate, quel premio: a vita ve lo meritate, visto avete superato il maestro. Nemmeno Biagione, campione della Rai lottizzata di De Mita & C., dove però lavoravano Grillo e tanti altri irregolari, avrebbe mai osato mettere alla porta Santoro e Saviano. Ora, se tutto va bene, sistemeranno anche Milena Gabanelli e la squadra di Report. Dopo 14 anni di onorato servizio, il capo dell’ufficio legale Rai, Lo Giudice, avvocato del Giornale berlusconiano e figlio del difensore di Craxi, ha comunicato a Milena che, non essendo lei dipendente, non ha diritto alla “manleva”. Cioè alla copertura legale per contratto (che non esclude la rivalsa dell’azienda in caso di condanna per dolo o colpa grave). Tutte balle: anche Giuliano Ferrara è un esterno Rai, guadagna il quintuplo della Gabanelli per vomitare ogni sera i suoi liquidi organici contro i nemici del suo padrone, ma lui la manleva ce l’ha. Altrimenti eviterebbe di calunniare questo e quello. Tanto paghiamo noi: come direbbe Ricucci, fa il frocio col culo degli altri. La Gabanelli invece, che in 14 anni di inchieste complicatissime non ha mai perso una causa né un processo per diffamazione, è considerata una fonte possibile di “danni erariali” per l’azienda che ingrassa grazie a lei. Dunque non può rinnovare il contratto che scade il 31 agosto, quello nuovo è irricevibile: lei lavora per la Rai ma, se qualcuno le fa causa, affari suoi. Roba mai vista in un’azienda editoriale. È come se un poliziotto venisse spedito a sedare una rivolta in carcere, ma casco, armi e giubbotto antiproiettile dovesse pagarseli lui. Solo il Cda può sanare la ferita. Ma lì comanda il centrodestra, con Petroni e la Bianchi Clerici che nominarono un dg incompatibile, Meocci, attirando sulla Rai una multa di 14 milioni (“danno erariale”?); e con gli altri che hanno assunto Minzolini, ora indagato dalla Corte dei conti e dalla Procura per 60 mila euro di spese non rimborsabili pagati con la carta di credito aziendale (“danno erariale”?). Quando anche la Gabanelli sarà accompagnata alla porta, qualche intercettazione svelerà i veri mandanti dell’operazione. E qualche presidente, uno a caso, farà la bocca a cul di gallina e piangerà sul fango versato.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 15 giugno 2011

La Legione B di Marco Travaglio

Pur nella sfortuna del momento, il Cainano ha una gran fortuna: è ben consigliato. Il trust di cervelli che lo contorna nell’ora della prova, la Legione B che ricorda tanto la Legione M di Salò, lo sta indirizzando nella giusta direzione verso la vittoria finale. Mutanda Ferrara lo incita a “tornare quello del '94”, quando fece uscire 3 mila delinquenti per non far arrestare suo fratello (decreto Biondi), poi varò un condono edilizio, uno fiscale e uno ambientale. Se concede il bis, il popolo dei referendum apprezza. Anche Olindo Sallusti, creatura delle tenebre, ha capito tutto: “Ha vinto la paura” (il legittimo impedimento terrorizzava gl’italiani). E, in mancanza di meglio, ha in testa un’idea meravigliosa: licenziare Tremonti che non taglia le tasse e metterci al posto, che so, l’autorevole Brunetta, ideale per fare vetrina sui mercati internazionali (se lo prendi a pesci in faccia è impossibile centrarlo). Anche la fantasia di Maurizio Belmento è pregna di proposte preziose: “Silvio, apri la borsa e abbassa le tasse”. In fondo che ci vuole: lo dice pure Tremonti, “basta trovare 80 miliardi”. E “i soldi li abbiamo trovati”, assicura il lucido Bossi infilandosi il sigaro nell’orecchio e il dito medio in bocca: gliel’ha detto Fiorani. C’è un che di festosamente sinistro negli amorevoli consigli dei servi felici della Legione B. Come se il pover’ometto non si facesse abbastanza male da solo, tipo comprare collane e perline colorate mentre viene giù tutto, quelli lo spingono a forza verso il baratro finale. Dai, Silvio, sfasciamo i conti pubblici, regaliamo i soldi per strada e facciamogliela vedere all’Europa! Ma sì, usciamo dall’euro e torniamo alla lira, anzi alla dracma, al tallero, al doblone, alla pizza di fango del Camerun. Come dice il prestigioso ministro Saverio Romano al Giornale, tra un pranzo coi mafiosi e l’altro, “è inutile tenere i conti a posto per il prossimo governo della sinistra”: meglio arraffare quel che si può e, prima di fuggire, bruciare tutto, così chi viene dopo non trova nemmeno le sedie. Questo sì che è parlare da statisti. E poi naturalmente, siccome 27 milioni di italiani (quelli che sapevano dei referendum) han votato contro il legittimo impedimento, tra cui metà degli elettori di Lega e Pdl, sotto con processo breve, prescrizione breve e intercettazioni brevi, talmente brevi che non cominciano proprio. Così, alle prossime elezioni, fossero anche per il rinnovo di un’assemblea di condominio, la gente non si accontenterà di votargli contro: gli strapperà i capelli finti uno a uno. O forse l’avrebbe già fatto, se l’influsso nefasto della Legione B non fosse neutralizzato dai consiglieri riformisti del Pd. Tipo Polito el Drito, già fondatore e affondatore del Riformista, dunque premiato con la prima pagina dal Corriere. Ieri, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a cercar di trasformare il centrosinistra in una fotocopia del centrodestra, solo un po’ più noiosa e senza mignotte, El Drito scopriva amaramente che gli elettori non vogliono saperne di seguirlo. Aveva sognato un bel Pd blairiano, poi purtroppo Blair venne a mancare all’affetto dei suoi cari. Si era tanto raccomandato col Pd di scaricare Di Pietro e Vendola per sposare il Grande Centro: purtroppo la gente seguita a preferire Di Pietro e Vendola, mentre del Grande Centro i radar non captano traccia alcuna. Aveva proposto, con l’autorevole Dell’Utri, una legge bipartisan anti-intercettazioni: purtroppo non osa approvarla nemmeno B. Due domeniche fa aveva esortato i napoletani ad andare al mare pur di non votare quel mostro di De Magistris: mai visto spiagge tanto deserte nell’ultimo secolo. Ora lacrima inconsolabile perché i referendum “cancellano due decisioni lungimiranti” del governo B.: nucleare e acqua privata. Fosse dipeso da El Drito, il Pd avrebbe combattuto per il No come un sol uomo, anzi con un sol uomo. E avrebbe perso. A questo punto, visto il fiuto dei rispettivi consiglieri, Pdl e Pd non hanno che un sistema per tornare a vincere: scambiarseli.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

sabato 2 aprile 2011

Giornalista a piè di lista di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Qualcuno si domanderà perché i berlusconidi sono tanto nervosi. La risposta, al netto delle sostanze psicotrope, è semplice: sentono prossima la fine. E ne hanno già vissuta una molto simile a questa. Trattandosi di vecchi arnesi dell’Ancien Regime, hanno impiegato vent’anni a elaborare il lutto per il crollo della Prima Repubblica e ad arraffare poltrone e prebende nella Seconda. Non avendo mai avuto idee, ma solo padroni, caduti quelli vecchi se ne son trovati di nuovi. Ora crolla di nuovo tutto e, come dice Corrado Guzzanti, “non c’è nulla di più difficile che leccare culi in movimento”. Vent’anni fa Ignazio La Rissa stava dalla parte di chi tirava monetine ai corrotti, esattamente come la Lega. Ora che le monetine le tirano a lui e alla Lega, visti come i nuovi simboli del magnamagna, dà fuori di matto. Poi c’è il battaglione degli ex socialisti: quando il muro di Bettino gli cascò addosso, temettero il peggio. Tipo dover fuggire all’estero o, peggio, andare a lavorare. Poi arrivò il Cainano, quello che lava più bianco, e li riciclò come nuovi. Ora tremano all’idea di doversi cercare, alla loro età, un nuovo padrino. Il più nervoso, comprensibilmente, è Giuliano Ferrara, quello del convegno con le mutande sulla testa, quello che ogni sera su Rai1 mette in fuga la gente che non è riuscito a mettere in fuga Minzolingua. L’altro giorno Alex Stille scrive sul suo blog che in nessun paese al mondo uno che ha fatto il ministro, il portavoce e il candidato di B. che gli paga tre stipendi per Il Foglio, Panorama e Il Giornale, potrebbe andare in tv a parlare di B. Apriti cielo. Ferrara, colto da un travaso di colesterolo, spara su Stille a palle di lardo incatenate. Ricostruisce la propria carriera di “giornalista” e soprattutto di voltagabbana pagato dal Pci, dal Psi, dalla Cia, da B. ma soprattutto dai contribuenti. Poi, obnubilato dai supplì, imbastisce il seguente sragionamento: siccome io ero amico di Ugo Stille, suo figlio Alex non deve criticarmi, altrimenti è un “parricida”. Concetto tipicamente mafioso della famiglia e dell’amicizia (per via ereditaria, fra l’altro). Il tutto condito con vari insulti a Stille e, già che c’è, a Enzo Biagi (“lobbista” e “giornalista re della serie B”). Biagi non c’entra nulla, per giunta è morto e non può rispondergli, ma soprattutto ha la grave colpa di aver avuto successo, mentre Ferrara non se l’è mai filato nessuno: nessuno compra i suoi libri, nessuno guarda i suoi programmi, nessuno legge i suoi giornali, nessuno lo vota quando si candida, nessuno ascolta i suoi consigli e, se fa gli auguri a qualcuno, quello si tocca. Poi il Platinette Barbuto si avventura sul terreno per lui impervio della libertà d’informazione, paragonandosi a due ex portavoce di presidenti americani – William Safire e George Stefanopolis – poi passati al giornalismo. In attesa che i due malcapitati lo querelino per l’accostamento, Stille fa notare una lieve differenza: Safire e Stefanopolis, prima di fare i giornalisti, “hanno dovuto tagliare qualsiasi rapporto professionale ed economico con la politica attiva”. Stiamo parlando degli Usa – che Ferrara cita a modello di continuo senza sapere neppure dove stanno – dove nei primi anni ‘80 il Wall Street Journal tolse all’analista Susan Garment, docente a Yale, la sua rubrica di prima pagina “La presidenza” perché si scoprì che quasi ogni giorno la signora e il marito frequentavano Ronald e Nancy Reagan. L’eccessiva intimità della Garment con l’oggetto della sua rubrica gettava un’ombra indelebile sulla sua imparzialità. Lo scorso anno l’anchorman dell’Nbc Keith Obermann fu sospeso dal video perché aveva dato un piccolo contributo finanziario, regolarmente registrato in ossequio alla legge, alla campagna elettorale di alcuni candidati democratici. Aveva finanziato dei politici, infatti l’hanno cacciato. Ferrara è finanziato da un politico, infatti è sempre lì.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano)
condividi il post su

venerdì 25 marzo 2011

De Magistris assolto avvertite Ferrara di Marco Travaglio

L’assoluzione di Luigi De Magistris a Salerno dall’accusa di abuso d’ufficio, peraltro prevedibile vista la fumosità del caso, è una notizia come tante e meriterebbe, in un paese normale, poche righe in cronaca. Invece in Italia è quasi un affare di Stato e come tale va trattata. Ai nemici interni di De Magistris nell’Idv non era parso vero di sfruttare il suo rinvio a giudizio per intimargli di farsi da parte e accusarlo di incoerenza perché non lo faceva. E questo giornale scrisse che De Magistris avrebbe fatto bene ad autosospendersi dal partito, com’è buona regola per i rinviati a giudizio: oggi che è stato assolto, la sua posizione sarebbe uscita ancor più forte. Ma non è questo il punto. Qualche giorno fa una delle indagini da lui avviate a Catanzaro, detta “Toghe lucane”, è stata archiviata dal gip su richiesta del nuovo pm che l’aveva ereditata dopo il suo trasferimento forzato a Napoli da parte del Csm. Anche quella era una normale notizia: capita che certe indagini vengano archiviate e altre vadano a giudizio: i processi si fanno apposta per sapere se uno è colpevole o innocente. L’anomalia, semmai, è che De Magistris si fosse visto scippare tutti i fascicoli prima di portarli a termine: “Poseidone” glielo sfilò il suo capo; “Why Not” glielo levò il Pg (ora indagato per corruzione giudiziaria); “Toghe lucane” glielo fregarono il Csm e Alfano, trasferendolo in anticipo a Napoli proprio mentre scriveva la richiesta di rinvio a giudizio. Ora, siccome De Magistris non ha potuto portare davanti al gip nessuna delle sue tre indagini, quel che è accaduto dopo non compete più a lui, ma ai successori. I quali, per Why Not e Poseidone, hanno ottenuto ora condanne, ora rinvii a giudizio, ora assoluzioni, ora archiviazioni. Per Toghe lucane, tutto in archivio. Un fatto fisiologico. Invece Corriere, Riformatorio, Giornale, Libero e Ferrara si scatenano contro De Magistris, che dovrebbe pentirsi non si sa di che, scusarsi non si sa con chi, “pagare” non si sa che. Una tesi da malati di mente: se l’imputato viene assolto, non vuol dire solo che l’imputato è innocente, ma pure che il pm è colpevole. Naturalmente non vale sempre, ma solo quando il pm è sgradito a lor signori. Ferrara è come il suo datore di lavoro: lavora ad personam. Infatti ieri s’è ben guardato dal parlare dell’assoluzione di De Magistris e dal chiedere severe punizioni per i pm che l’avevano indagato. Né oggi lo faranno Pompiere, Riformatorio, Giornale e Libero. I quali, del resto, non hanno mai sostenuto che i pm di Brescia che hanno aperto 90 indagini su Di Pietro e gli altri pm di Mani Pulite senza strappare non dico una condanna, ma uno straccio di rinvio a giudizio, fossero degl’incapaci politicizzati da punire. Eppure molte di quelle indagini erano davvero fondate sul nulla (le denunce degl’imputati). Come lo era quella di Salerno contro De Magistris (nata dalle denunce in serie di un commerciante che accusava i pm di Lecce, Potenza e Catanzaro di avercela con lui). Quelle di De Magistris invece non nascevano dai deliri di un querelomane o dai rancori di un imputato, ma da fatti gravi e oggettivi: le ruberie accertate dalla Corte dei conti sui depuratori mai costruiti in Calabria (Poseidone), le manovre di una super-lobby per arraffare fondi pubblici (Why Not), le collusioni di vari magistrati (Toghe lucane) con politici e potenti del luogo denunciate a Catanzaro da ben quattro magistrati potentini (Woodcock, Iannuzzi, Pavese e Montemurro). Tutti fatti su cui De Magistris era obbligato a indagare. Indagò bene o male? Non lo sapremo mai. Sia perché gli hanno impedito di arrivare in fondo. Sia perché, se anche ci fosse arrivato e avesse ottenuto condanne, Ferrara&C. avrebbero detto che i condannati erano innocenti. Perché l’innocenza e la colpevolezza non la decide il giudice. La decidono loro. È la riforma epocale della Giustizia.


Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 23 marzo 2011

Non avrai altro nano di Marco Travaglio

I pacifisti di destra sono uno spettacolo impagabile. Meglio della foca ammaestrata che palleggia col muso. Ce la mettono tutta, poveretti, per nobilitare la loro battaglia contro l’intervento in Libia per compiacere B., scavalcato da Sarkozy, da Cameron, dai danesi e dal primo che si sveglia la mattina. Ma, essendo nuovi del mestiere, i guerrafondai travestiti da Gandhi non trovano proprio le parole. Come tutti i neofiti, mancano dei fondamentali. Talvolta, sentendosi parlare, scappa da ridere anche a loro. Ferrara, Feltri, Belpietro, Sallusti, Allam, Ostellino e le due vedove inconsolabili di Craxi, Boniver&Maglie. In questi dieci anni si son bevuti di tutto senza un plissè: le palle sulle armi di distruzione di massa, sull’alleanza Saddam-Bin Laden, sulla “guerra al terrorismo” e l’“esportazione della democrazia” e sulla “missione di pace” a Baghdad e Kabul. Han digerito di tutto, senza neanche un ruttino: le torture di Abu Ghraib, gli arresti illegali a Guantanamo, le bombe al fosforo su Falluja, le stragi di centinaia di migliaia di civili. Ora, all’improvviso, in prodigiosa coincidenza con la bottega di B., fremono di sdegno per qualche raid sulla Libia. Ferrara rimpiange “il guerrafondaio Bush”, altro che il mollaccione di Obama. Gli sfugge che in Iraq gli anglo-americani se la son data a gambe e in Afghanistan i talebani sono più forti di prima. Poi definisce l’operazione Libia “politicamente dubbia e ambigua” dovuta all’“attivismo sconsiderato” di Sarkozy: ma lo stesso si può dire di dieci anni di inutili massacri in Iraq e Afghanistan per soddisfare l’invidia del pene di un minus habens come George W. La Maglie, esperta di esteri e note spese, osserva che “Gheddafi con l’islam civettava ma dei fondamentalismi era avversario”: già, esattamente come Saddam. Feltri è contro i raid perché “Gheddafi ce la farà pagare con azioni terroristiche”. Oh bella, è quel che è accaduto a Londra e Madrid proprio a causa della “guerra al terrorismo” di Bush-Blair-B.: ma chi diceva che era meglio starsene a casa era accusato di “subire il ricatto dei terroristi”, anzi di essere amico loro. Magdi Cristiano Allam scrive sul Giornale che “a vincere saranno gli integralisti islamici... l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama”. Ma va? Non è quel che è accaduto dopo dieci anni di esportazione della democrazia tra gli applausi di Magdi, di Cristiano e di Allam? Belpietro e Sallusti han tentato, all’inizio, di parlar d’altro (mercoledì titolavano: “Bocchino inguaiato dalla moglie” e “La moglie sbugiarda Bocchino”). Poi han dovuto rassegnarsi a parlare della Libia, facendo lo slalom parallelo con B. Un’escalation impagabile. Il Giornale: “Via alle bombe su Gheddafi”, “Costretti alla guerra”, “Fate in fretta”, “L’Italia si blinda”, “L’Italia bombarda la Francia”. Libero: “Ci mancava solo la guerra al beduino”, “Bombe e affari loschi”, “A loro il petrolio, a noi i clandestini”. Ostellino, quello che minimizzava financo le torture di Abu Ghraib, domanda “che senso ha intervenire contro il ‘tiranno’ Gheddafi dopo averlo sostenuto a lungo?”, senza precisare chi l’ha sostenuto a lungo né spiegare che senso avesse intervenire contro Saddam dopo averlo sostenuto a lungo. E s’indigna perché “in Libia sì e in altre parti del mondo, dove si sono consumati autentici genocidi, no”, insomma è “un’iniziativa para-coloniale all’insegna d’interessi nazionali accuratamente celati all’opinione pubblica”: le stesse cose si potevano dire per l’Iraq, ma lui se ne guardava bene. Il più tenero è Sallusti che, anche nell’epocale crisi nordafricana, bada al sodo: il padrone. Quel nanerottolo di Sarkozy voleva oscurarlo, “prenderci per i fondelli”, “fare il furbo” e papparsi “petrolio, gas e affari”. Ma “non è facile mettere Berlusconi alla porta... quella vecchia volpe ha fiutato una brutta aria”, “fatto terra bruciata” e “circondato Sarkozy”. “Poche ore e l’Italia ha ripreso in mano la situazione” perché, avverte zio Tibia, “il futuro della Libia è soprattutto affare nostro”. Che si sappia: non avrai altro nano all’infuori di lui.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

giovedì 17 marzo 2011

Il Sòla 24 Ore di Marco Travaglio

Non sappiamo per il Sole 24 Ore, ma per il Fatto Quotidiano la dipartita di Gianni Riotta è un brutto colpo. Con questo giornalista palermitano, da molti scambiato per americano per via della camicia bianca e della cravatta blu, il nostro giornale perde uno dei suoi più validi collaboratori. Non si contano infatti le notizie che molti cronisti e inviati del Sole, nei due anni della sua direzione, ci hanno passato a titolo gratuito dopo aver tentato invano di pubblicarle sul loro giornale. Giorni fa il vecchio banchiere siciliano Giovanni Scilabra ha raccontato di aver dato a un inviato del Sole uno scoop su Dell’Utri, Berlusconi e Ciancimino, ma poi l’intervista non uscì perché Johnny Raiotta aveva deciso che “non è il momento”: così la regalò a noi. Piuttosto allergico alle notizie vere (“non è il momento”), il partigiano Johnny adora quelle taroccate. Come quando, direttore del Tg1, fece un’intervista muta a B. che negò di aver mai fatto l’editto bulgaro: “Ho tentato – mentì il premier – fino all’ultimo di trattenere Biagi alla Rai”, e il direttore balbettò “lasciamo stare, l’amico Enzo non c’è più...”. O quando nascose i rimbrotti della Regina d’Inghilterra a B. che, in pieno G8, s’era messo a strillare “Mister Obamaaaaa!”. O quando si accommiatò dal Tg1 con un autoelogio mortuario affidato alle sapienti labbra di Susanna Petruni: “Ascolti record registrati in tutte le edizioni della giornata del terremoto in Abruzzo”. Più gente moriva, più lo share s’impennava: un trionfo. O quando esordì sull’house organ di Confindustria annunciando trionfante che un referendum tra le “grandi firme” del Sole aveva eletto Giulio Tremonti “Uomo dell’anno 2009”. Seconda classificata: la Marcegaglia, casualmente l’editore del giornale. Bastò una rapida ricognizione tra le grandi firme del Sole per scoprire che nessuna di esse era stata consultata, né dunque si era mai sognata di issare il ministro sul podio. Aveva fatto tutto Johnny: si era riunito con se stesso e, dopo lunghe consultazioni allo specchio, aveva votato l’uomo forte del governo B. A scrutinio segreto, si capisce, trattandosi di un caso di coscienza. Il bilancio di due anni di cura Riotta al Sole è riguardevole: 50 mila copie perse per strada in edicola, crollo degli abbonati, 92 milioni persi dal gruppo. Una catastrofe epocale di quelle dimensioni, nella demeritocrazia italiana, va premiata. E lo sarà presto con un nuovo incarico di alto prestigio per il suo artefice: se Ferrara, direttore di un giornale che non legge nessuno, ha avuto un programma quotidiano tutto per sé su Rai1, dal quale naturalmente milioni di persone fuggono a gambe levate in un esodo biblico che fa impallidire la Libia, anche Raiotta avrà presto quel che merita. Già si parla di un bel posto al Pompiere della Sera, o di nuovo in Rai. Per qualche ora abbiamo temuto che venisse rimpiazzato da uno che ama le notizie. Poi per fortuna è arrivato Roberto Napoletano, che è un po’ il Riotta di Caltagirone. È l’ex direttore del Messaggero che, nel 2006, la notte in cui non si capiva se le elezioni le avesse vinte Prodi o Berlusconi, fu immortalato da un fuorionda di Striscia mentre ordinava ai capiredattori di inventarsi un titolo purchessia per mettere in prima pagina Piercasinando, genero del padrone. Insomma, l’erede naturale.
Ps. Giunge in redazione un comunicato chiaramente apocrifo attribuito a Roberto Saviano: “Mi dispiace molto che Gianni Riotta abbia deciso di lasciare il Sole 24 Ore perché la sua direzione ha realizzato un giornale libero, con al centro la battaglia antimafia... Il fango insinua che con la direzione Riotta il Sole perdeva copie, la verità è un’altra e basta vedere i dati reali, in Italia fare il giornalista è un mestiere pericoloso se si vuole essere liberi e senza condizionamenti. La libertà dei giornalisti è sgradita al potere politico”. Essendo impossibile che Saviano abbia anche solo pensato queste cose, attendiamo trepidanti una smentita.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

mercoledì 2 marzo 2011

Circonvenzione di rapace di Marco Travaglio

Gentile Cavaliere, scusi l’insistenza, ma abbiamo come l’impressione che Lei continui a farsi del male. Non per colpa Sua, ci mancherebbe: Lei non ha colpe, mai. Ma per colpa di chi La circonda e, se ci consente, La mal consiglia. L’altro giorno, per esempio, lei ha annunciato a una scelta platea di somari, fra i quali numerosi ministri, che Lei ha “rinunciato da tempo ad avere un telefonino perché il mio era esposto a ogni tipo di intercettazione”. Ora, non sappiamo chi Le abbia consigliato una simile scempiaggine, ma possiamo assicurarLe che costui L’ha ingannata. Anzitutto il Suo telefonino non è mai stato intercettato (dal 1994 Lei è un parlamentare e come tale non può essere ascoltato; prima, per quanto più volte indagato, non risulta che i giudici Le abbiano mai messo sotto controllo i telefoni, salvo una volta, nel 1983, quand’era sospettato di traffico di droga, accusa poi archiviata). Ogni qual volta è stata captata la Sua voce in conversazioni telefoniche, è perché i giudici stavano intercettando i telefoni dei Suoi interlocutori: personaggi indagati (l’immobiliarista Della Valle, Dell’Utri, Saccà, Cuffaro) o possibili vittime di Suoi reati (Ruby-Karima e altre Papi-girls). Il che significa, signor Presidente, che per non essere più ascoltato non le basterà rinunciare al telefonino personale e usare quello del suo caposcorta (come per la telefonata in Questura per Ruby) o di qualcun altro, o magari un’utenza fissa: se un giudice intercetta l’altro interlocutore, Lei può pure parlare da una cabina telefonica, sempre che arrivi all’apparecchio, ma la sua voce sarà registrata lo stesso. Quindi, se non vuol essere ascoltato, delle due l’una: o smette proprio di parlare (rendendo, fra l’altro, un gran servigio ai nostri timpani e alla nazione tutta), magari passando al più sicuro sistema dei pizzini molto in voga in ambienti a Lei vicini; oppure cerca di selezionare meglio i Suoi interlocutori, evitando mafiosi, corruttori, papponi e mignotte. Ogni anno, in tutta Italia, vengono intercettate dalle 5 alle 10 mila persone, perlopiù delinquenti matricolati: ecco, Lei tenti, per quanto possibile, di parlare con le altre (sono parecchie, circa 60 milioni). Vedrà che parlare con gente onesta non è poi così traumatico. Ci riescono in tanti. Sempre l’altroieri, Lei ha allietato la giuliva platea con la contabilità al dettaglio dei Suoi processi: “Oggi si celebra la 2.952esima udienza a mio carico. Io sono l’uomo più processato d’Italia, ho avuto 103 procedimenti, oltre 50 andati a dibattimento”. Scusi l’indiscrezione, ma chi Le scrive i testi? Chi le ha messo in testa queste baggianate? Olindo Sallusti? Filippo Mèches? Mutanda Ferrara o Mutandino Ostellino? Dia retta a noi, che i Suoi processi li seguiamo amorevolmente fin dall’inizio: i procedimenti sono una trentina in tutto, di cui 19 andati a dibattimento e gli altri archiviati. Anche ammettendo che ciascun dibattimento abbia prodotto cento udienze, cifra iperbolica, saremmo ben sotto le 2.000. A questo punto però, siccome Lei sostiene di avere “speso 600 miliardi di lire” (300 milioni di euro) in avvocati in 17 anni, ci sorge un sospetto: che i suoi avvocati non Gliela raccontino giusta. Del resto, sono gli stessi che Le avevano garantito la sopraffina costituzionalità del lodo Schifani, del lodo Alfano, del legittimo impedimento, dell’abolizione dell’appello ma solo per il pm, tutta robaccia regolarmente bocciata dalla Consulta (e non perché la Consulta sia di sinistra, ma perché la robaccia era incostituzionale). Già ci pare di vederli mentre s’inventano anche i processi che Lei non ha, per poter dire di averne vinto qualcuno: la mattina escono dicendo “Presidente, stamane c’è il processo Spectre”, “Oggi abbiamo il dibattimento del caso Supercazzola Brematurata”, “Domani non ci siamo, c’è ludienza sullo scandalo Comefosseantani”, “Veniamo dal tribunale, grazie a noi Lei è stato assolto dall’accusa di abigeato”. Poi vanno in camporella, o al biliardo, o al circo. E Lei paga.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su

domenica 27 febbraio 2011

Le ultime ore del raìs di Alessandro Robecchi

(vignetta Mauro Biani)


























Il manifesto, grazie a una rischiosa operazione di intelligence, è in grado di rivelare i dettagli delle ultime ore di Muammar Gheddafi.

Venerdì, ore 14 – Riunione nella caserma di Tripoli. Presenti l’avvocato El-Ghedin e il ministro della giustizia Al-Fanh, si studiano soluzioni all’emergenza per salvare il Colonnello. Il ciambellano Gian-Al-Lettah serve il thé e consiglia moderazione.

Venerdì ore 16.30 – Videomessaggio del Colonnello ai promotori della Jamahiriya, un duro attacco ai giudici di Bengasi e la promessa di cambiare la Costituzione. Il principale telegiornale libico, diretto da El-Minzolinh, manda il messaggio in edizione integrale.

Venerdì ore 20 – Nomina del consigliere di corte Julian- El-Ferrar a commentatore
unico in un programma dopo il telegiornale di El-Minzolinh. Dovrà sostenere le ragioni dell’aviazione libica contro le tribù dei puritani e screditare i giudici di Bengasi.

Venerdì ore 22 – Serata informale e danza del ventre con NicolMinh-Etti. Cerimonia
di consegna delle buste, la nipote di Bokassa riceve due giacimenti petroliferi, le altre solo sei cammelli.

Sabato ore 11 – Nuova riunione con Al-Fanh e El-Ghedin. Si tenta la strada della prescrizione breve verso l’aeroporto. Il ciambellano Gian-Al-Lettah pulisce il pavimento e consiglia moderazione.

Sabato ore 13 – Riunione con i mercenari assoldati per la resistenza. Presenti Sci-Il-Ipot e l’astuto El-Guzzant. Il comico Bar-Baresch parla delle sue esperienze teatrali e dei suoi successi di intellettuale. Il Colonnello di diverte molto e gli getta ossi di pollo.

Sabato ore 19,30 – Al-El-Sallust porta al Colonnello vecchie foto di trent’anni fa in cui gli insorti di Bengasi baciano il fidanzato. Al-Brachinh mostra un ribelle con le calze celesti. Il ciambellano Gian-Al-Lettah stende i panni e consiglia moderazione.

Sabato ore 23 – Il Colonnello riunisce i figli e si complimenta per gli ottimi risultati di bilancio ottenuti dalle sue aziende.

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

martedì 15 febbraio 2011

IL SEGRETO DELLE DONNE di Norma Rangeri

(vignetta Claudio Ruiu)
Ci sono momenti in cui è necessario farsi vedere anche dai ciechi. Così eccole le donne date per disperse, eccole nelle piazze stracolme, con molti uomini, nessun moralismo contro le prostitute di Arcore, senza bandiere di partito, contro Berlusconi, obiettivo numero uno ma, a seguire, contro molti altri democratici esemplari del suo sesso. L’impetuosa marea è stata, altro fatto inedito, alimentata da una discussione larga che l’ha rafforzata. Le donne sono fatte così: discutono ma curano le radici, affilano la critica ma costruiscono relazioni e quando è il momento di dare una scossa scatenano il terremoto.
La forza dei numeri e la ricchezza dei contenuti hanno prodotto un evento politico che può stupire solo chi non ha mai capito molto del femminismo italiano. Le donne in piazza hanno mostrato che le trovi là dove sono sempre state, nella società e nella cultura, dentro e fuori la famiglia, dentro e soprattutto fuori i partiti. Una lezione a questa classe dirigente (dalla politica all’informazione) che reagisce solo davanti alle piazze piene. Era stupefacente, nel day-after, scoprire gli autorevoli giornaloni nazionali "aprire", per una volta nella loro centenaria storia, con le ragioni del paese anziché con le convulsioni del palazzo. Anche se poi lo stile, di commenti e cronache, non riusciva proprio a evitare il "colore", l’ironico ammiccamento a quella sconosciuta dell’università Virginia Wolf (fondatrice di uno dei centri più importanti della storia del femminismo italiano) salitasul palco.
Non avremmo avuto la folla straripante del 13 febbraio senza la sedimentazione di una cultura politica forte e sempre attiva, nella riflessione come nella quotidiana esperienza di vita. Non avremmo avuto discorsi e domande dove sempre si recitano comizi e slogan. Dal palco arrivano le parole di tutte le altre. Parlano del corpo di Ruby come dell’economia che ci sgoverna, delle responsabilità della sinistra, del potere maschile. L’attrice, la studentessa, la poetessa, la suora raccontano le esperienze dolorose delle persone.
Berlusconi accusa le manifestanti di essere "faziose", perché le vere donne possono solo amarlo. I berlusconiani in mutande alimentano questo surreale delirio, le ministre cooptate dal sultano balbettano di piazze «radical-chic». Radicali di sicuro chic non è un peccato, né un reato. Bersani invece applaude alla grande prova di democrazia, spera che «sia colta la voce arrivata dalla piazza». Sarebbe ora perché la campana suona anche per lui.
Le donne hanno un paese caricato sulle proprie spalle (anche prima dell’era berlusconiana), sanno che di questi partiti non possono fidarsi, forse hanno delegato troppo a una rappresentanza sempre più asfittica e povera, chiedono un’opposizione all’altezza del disastro in cui siamo. Sono consapevoli della necessità di far fronte tanto alle macerie del berlusconismo quanto alle sconfitte della sinistra. Le manifestazioni segnalano la presenza di un soggetto che spinge per cambiare l’agenda politica Naturalmente mandando a casa Berlusconi, ma non solo lui.

fonte articolo 'Il Manifesto'
condividi il post su

Bufala Bill di Marco Travaglio


A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa. Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B. Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto. Perché si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente. Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro. Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi”. E chi sarà mai? La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”. Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola... difendeva la libertà sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica... Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”. Capìta la doppia morale della sinistra in piazza? Un milione di persone difende la dignità della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti. Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta. Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità delle donne e B. è innocente. E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico? Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava? Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra. Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie. Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione. Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan. Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

condividi il post su

sabato 12 febbraio 2011

Ferrara, l’arma letale di Marco Travaglio

(vignetta vadelfio)
Caro Cavaliere, siamo sempre noi: quelli che le han sempre detto tutto in faccia, mai dietro le spalle. Gli unici di cui può fidarsi. Dia retta: lasci perdere Giuliano Ferrara. Col suo bacio della morte, ne ha fatti secchi più lui che il colera. Ricorda il Pci? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda Craxi? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricorda il primo governo Berlusconi? Lui c’era, ministro dei Rapporti col Parlamento e portavoce: sappiamo com’è finito, dopo sette mesi appena. Ricorda le elezioni al Mugello? Lui c’era: sappiamo com’è finita, centrodestra al 16% e Di Pietro in trionfo. Ricorda la guerra in Iraq? Lui c’era, anzi era più bushiano di Bush, tant’è che le truppe angloamericane entrarono in Baghdad a bordo di Giuliano Ferrara: sappiamo com’è finita, una ritirata che Caporetto al confronto fu una marcia trionfale. Ricorda la lista No Aborto? Ferrara c’era: sappiamo com’è finita, più uova in faccia che voti. Non le rammento le percentuali d’ascolto da albumina dei programmi tv di Ferrara e i bilanci comatosi del Foglio, che ha più giornalisti che lettori, perché temo che lei li conosca meglio di me. Fra le grandi catastrofi del Novecento, Ferrara ha mancato soltanto il terremoto di Messina e l’ultimo viaggio del Titanic, ma non per cattiva volontà: perché non era ancora nato. Per ulteriori informazioni rivolgersi alle ultime vittime dei suoi mortiferi effluvi: D’Alema, da lui sostenuto per il Quirinale (fu eletto Napolitano); Rutelli, da lui appoggiato per il Campidoglio (vinse Alemanno); Veltroni, da lui elogiato per il dialogo con lei (e ora disperso); Sarah Palin, da lui lanciata contro Obama (infatti...). Ancora quattro mesi fa, Fini aveva il vento in poppa, poi Ferrara pericolosamente gli si avvicinò e gli fece financo dei complimenti: non se n’è più riavuto, pover’uomo. Ultimamente, guardandosi intorno in cerca della prossima preda, non ha visto che una distesa di cadaveri. Poi, in lontananza, ha scorto un solo uomo, diciamo un ometto, ancora in vita: lei, Cavaliere. E le si è avventato contro per completare l’opera. Ora le dà consigli, le scrive discorsi, le fa interviste decidendo le domande e le risposte (le ha fatto persino dire “sono un peccatore”: ma come si permette?), monologa al Tg1 grazie alla momentanea assenza di giornalisti (infatti c’era la Petruni) e ora le organizza pure una strana manifestazione al Teatro Dal Verme (e dove, se no?), con mutande appese e testimonial del calibro di Ostellino e Sallusti (lo zio Tibia, quello che si crede Giovanni Rana e va in tv a conversare del più e del meno con Cavour e Garibaldi). Il tutto per difendere i bungabunga “contro i puritani”: lui che fino all’altroieri la menava con il Family Day e voleva addirittura obbligare le donne sterili a impiantarsi embrioni malati nell’utero. Ecco, Cavaliere, non le viene il dubbio che Ferrara sia l’arma letale che le sganciano addosso i suoi nemici interni? Si guardi allo specchio, signor Presidente: fino a qualche settimana fa lei sguazzava nella discoteca del bungabunga con trenta-quaranta supergnocche da urlo e ora si aggira mesto fra un Ferrara, un Sallusti, un Signorini e un Brachino (c’era pure Brachino, abbiamo letto, all’ultimo vertice di Arcore: ma si rende conto, Brachino?). Noi che ormai la capiamo al volo, abbiamo colto il significato profondo di quella sua frase, l’altro giorno: “Fosse per me, andrei per il mondo a fondare ospedali”. Era un estremo, disperato tentativo di liberarsi della morsa di questi parassiti e saprofiti che le succhiano gli ultimi umori vitali. Se ne stanno lì come i secondi della boxe, appollaiati all’angolo a dare buoni consigli, mentre lei sul ring prende botte da orbi sempre più suonato e rintronato: “Vai Silvio che sei il migliore!”, “Avanti così che è fatta!”, “Ancora un destro e hai la vittoria in pugno!”. Lo sanno benissimo che, se lei molla, devono trovarsi un lavoro, o un altro padrone. Dia retta a noi, li mandi a lavorare e se ne vada per il mondo a fondare ospedali. Così magari, finalmente, la ricoverano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
condividi il post su