Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 1 ottobre 2011

Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 27 settembre 2011

La mafia deve girare di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Sul sito dell’Espresso due cronisti coraggiosi, Claudio Pappaianni e Andrea Postiglione, raccontano con tanto di video la Festa dei Gigli nel quartiere Barra di Napoli. Alcuni boss della camorra (uno dei quali reduce da 10 anni di galera, dunque molto popolare) sfilano su una Rolls Royce bianca supercabrio tra due ali di folla in delirio. Palloncini, musica, applausi.(guarda il video tratto da l'Espresso) Poi i padrini invitano tutti a “un minuto di silenzio per i morti nostri”. Chiude la gaia cerimonia la benedizione del parroco. Unica nota stonata, l’assenza delle autorità politiche, sempre meno radicate sul territorio (l’ennesima riprova della divaricazione tra Paese reale e Paese legale). O forse troppo impegnate a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano da Belmonte Mezzagno (Palermo), deputato dal 2001, prima nell’Udc e ora nei Responsabili, fedelissimo di Totò Cuffaro (attualmente detenuto per favoreggiamento mafioso), uno dei pochi parlamentari che nel 2002 non votarono la stabilizzazione del 41-bis, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, si prepara all’ultima battaglia. Oggi infatti la Camera vota la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalle opposizioni, anzi solo da Idv e dal Pd: l’Udc l’ha portato in Parlamento assieme a Cuffaro e pare brutto a Casini sentirselo ricordare. Dunque Piercasinando finge di non conoscerlo (“di Romano conosco solo Prodi”). Ma, per il primo ministro della storia d’Italia imputato per mafia, più che una battaglia sarà una passeggiata. I cosiddetti padani della Lega Nord annunciano che voteranno per lui, contro chi lo vuole cacciare, anche perché difendono alcune centinaia di allevatori fuorilegge per le quote latte e le relative multe, e lui con loro. Strepitosa la dichiarazione del ministro dell’Interno Bobo Maroni, che vanta un curriculum antimafia da paura e poi siede a ogni Consiglio dei ministri accanto al ministro imputato di mafia: “La mozione di sfiducia l’ha presentata l’opposizione, ne sono state presentate in passato e sono sempre state respinte. Non vedo francamente perché non si debba fare la stessa cosa”. In effetti era stata respinta anche la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Nicola Cosentino, imputato di camorra. Ergo, se in futuro si scoprisse che un ministro ha ammazzato la moglie o ha stuprato una bambina, Maroni se lo terrebbe al governo perché si è sempre fatto così. Un fatto di tradizione. Il compianto Lunardi, a questo punto, fa la figura del minimalista. Si era limitato a dire che “con la mafia bisogna convivere”: una constatazione, viste le facce che popolavano e popolano il governo. Oggi, altro che convivere. La convivenza presupponeva una certa qual diversità, tra politica e mafia. Ora invece siamo all’identità, e non solo di linguaggio. Più che mai opportuno, da questo punto di vista, il contributo del ministro gondoliere Brunetta, che ieri, in attesa del piano per la crescita, ha proposto l’eliminazione del certificato antimafia per “snellire” le procedure nella Pubblica amministrazione, con tanti saluti alle “anime belle dell’antimafia”. Come dargli torto. Se il certificato antimafia non si chiede nemmeno alle massime cariche dello Stato, né tantomeno ai politici, perché mai dovrebbero esibirlo gli imprenditori? Renato Schifani, essendo indagato per mafia, non potrebbe concorrere a un appalto, ma può tranquillamente fare il presidente del Senato. Idem per il ministro Romano, per l’on. Cosentino e per il sen. Dell’Utri. Snellire, semplificare per tutti, compresa la mafia, unica azienda italiana che non conosce crisi. Infatti il cardinal Bagnasco s’è ben guardato dal farvi cenno, tra i “comportamenti licenziosi, tristi e vacui che ammorbano l’aria”. Pazienza la mafia, ma la gnocca no! Già allo studio un emendamento al primo articolo della riforma prostituzionale che potrebbe incontrare i favori dei teocon del Pdl e anche dell’Udc: invece di “la patonza deve girare”, “la mafia deve girare”.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 26 settembre 2011

Bravo, Umberto, ne hai fatta di strada di Alessandro Robecchi

In una vecchia barzelletta sovietica, Stalin mostra alla madre i segni del suo potere. La potente macchina nera, la guardia in alta uniforme, le meravigliose stanze del Cremlino. E lei, l’anziana madre,lo benedice con affetto: «Bravo, Josif, ne hai fatta di strada… Ma attento, che se arrivano i comunisti…». Chissà se il popolo leghista conosce quella vecchia storiella. Davanti a esso viene periodicamente mostrato un capo-caricatura che si esprime ormai solo a gesti, pugni tirati all’aria, pernacchie e parolacce. Di Bossi conosciamo ormai solo le patetiche ostensioni organizzate per mascherare la sorda lotta tra colonnelli che avviene alle sue spalle, poi la reliquia viene ripiegata e portata via dagli addetti del cosiddetto «cerchio magico». «Vergognosi attacchi alla mia famiglia», ha biascicato dal palco di Venezia. Eh, sì, la famiglia, croce e delizia. Un figlio piazzato alla regione Lombardia a incassare un grosso assegno, capo delle nazionali di calcio padane alla maniera dei pargoli Gheddafi. Una moglie, Manuela Marrone, baby pensionata dall’età di 39 anni - una cosa che al leghista medio fa salire il sangue agli occhi - e fondatrice di una scuola dove si insegnano ai bambini le tradizioni padane. Tradizioni padane, sì, ma soldi di tutti gli altri, visti gli 800.000 euro munificamente concessi alla struttura da una legge del 2010, opportunamente chiamata «legge mancia» (tenga il resto, buon uomo). E, di contorno, seggiole, cariche, poltrone, nomine, stipendi pubblici, consulenze, affari e affarucci, perlopiù andati male e malissimo, come quella famosa banca CrediEuroNord che costò bel po’ di soldi proprio ai più gonzi tra i padani. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi cadere le braccia, o almeno le spesse fette di salame padanamente piazzate sugli occhi. Ora, il salvataggio in aula di un bel pezzo di Roma ladrona (Marco Milanese) e, prossimamente, anche un voto a protezione di interessi mafiosi (il ministro Saverio Romano). Che dire? Bravo Umberto, ne hai fatta di strada. Ma occhio, che se arrivano i leghisti…

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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martedì 30 agosto 2011

Il patto della prostata di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-30.08.11)
Eh no, questa ad Angelino Jolie non gliela dovevano fare. Ma come: prima illudono quel gran genio di Alfano di essere qualcuno, di contare qualcosa, di essere per davvero il segretario del Pdl. Lo mandano avanti a rifare la manora finanziaria dettata da Merkel, Sarkozy e Trichet e copiata da Tremonti. E lui, poveretto, ci crede. E ci prende gusto. Si compra una scrivania con tanto di poltroncina, prende ripetizioni di alta finanza, prenota in edicola le dispense del Piccolo Economista, si fa fotografare con sorrisone da Bugs Bunny, occhi pallati, fronte inutilmente spaziosa e corposi dossier sotto il braccio (pieni di fogli bianchi formato A4, s’intende). Organizza vertici, riunisce capigruppo e ministri, tiene conferenze, lancia moniti, manda lettere ai giornali. La stampa al seguito si beve tutto e per due settimane spara titoli encomiastici sull’astro nascente, l’erede al trono. “L’esame di maturità di Alfano”, “Alfano fa il Letta per domare Bossi” (Libero). “Alfano alla Chiesa: le agevolazioni restano”, “Manovra, Alfano tratta su previdenza e Iva” (Corriere della sera). “Alfano vede i dissidenti”, “Alfano media tra le correnti” (La Stampa). “L’ambasciatore Alfano spiega la manovra nel covo dei lumbard”, “L’avventura di Angelino alla kermesse leghista scortato da Maroni e Calderoli” (Il Giornale). Poi, appena Jolie azzarda la prima ideuzza – toccare le pensioni – Bossi lo stende con una pernacchia: “Alfano è un bravo ragazzo, ma prrrr!”. Lui però mica si dà per vinto. E i giornali dietro: Alfano che surclassa Tremonti, Alfano che mette nel sacco Bossi, Alfano che ricompatta il Pdl, Alfano di qua, Alfano di là. Ancora ieri zio Tibia Sallusti incensava il noto gigante del pensiero: oltre alla fondamentale “impuntatura del premier” contro le tasse, è grazie al “buon lavoro di Alfano con Maroni e di Gianni Letta con Tremonti (di fatto commissariato)” che avremo le famose “riforme strutturali”. Tremonti? Finito: “Incapace di gestire situazioni complesse: serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista. Da commissario di governo, Tremonti si trova commissariato… Le trattative vere passano attraverso Alfano e Maroni (con Gianni Letta sempre molto vigile)”. Risultato: “sì all’Iva al 21%” e “via libera alla legge che abolirà tutte le province e dimezzerà i parlamentari”. Parola di Olindo. Poi, purtroppo per lui ma soprattutto per Alfano il mediatore, l’ambasciatore e il domatore, dal vertice del Pdl esce tutt’altro. Mentre B., Bossi e Tremonti parlano (nel secondo caso, si fa per dire) e siglano il patto della prostata in uno sferragliare di dentiere, pròtesi, flebo, fasce prostatiche, pannoloni e cinti erniari, il giovine Alfano viene parcheggiato in camera da letto, nel girello, a giocare ai soldatini e alle figurine col Trota. E quando lo richiamano per il gelato, è sparito tutto. Niente contributo di solidarietà, niente aumento dell’Iva, niente patrimoniale, niente lotta all’evasione e soprattutto niente tagli alla casta. Nemmeno i tagliettini del decreto prima versione che, tra Province e piccoli Comuni – annunciò trionfante il Cainano – “farà sparire 50mila poltrone”. Tutto rinviato a una bella legge costituzionale che richiede la doppia lettura alla Camera e al Senato, cioè un paio d’anni, cioè mai. Naturalmente i mercati, che già sghignazzavano all’idea di una manovra Alfano e affilavano le fauci per una nuova scorpacciata sui nostri titoli di Stato, si fideranno ciecamente del formidabile patto della prostata. E così frau Merkel e i monsieurs Sarkò e Trichet, che un mese fa ci avevano dato l’ultimatum commissariando il governo B. A questo punto l’Europa, per costringerci a diventare un Paese serio, non ha che una strada. Usare i cacciabombardieri presenti nelle nostre basi per la guerra di Libia e puntarli un po’ più a Nord, verso l’Italia. Per favore, invadeteci.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 24 agosto 2011

Il Feltri in seno di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi Il Fatto-23.08.11)
Ogni tanto, pensando di far cosa gradita, ci corre l’obbligo di mettere in guardia il Cainano da quanti lo circondano. Che, con l’aria di volergli bene, stanno a poco a poco trascinandolo in un bunker che quello di Gheddafi al confronto è Disneyland. Il più perfido è Littorio Feltri, che si sta esercitando in un giochino davvero crudele: far credere ai lettori del Giornale che Silvio non è più lui perché ostaggio delle forze del Male che lo costringono a sbagliare tutto. Un po’ come Aldo Moro, che si descrisse nelle sue lettere dalla prigionia “sotto il dominio pieno e incontrollato dei terroristi”. Solo che qui, per fortuna, non ci sono di mezzo le Br che sparano mitragliate, ma ministri e alleati che sparano cazzate. Lo condizionano, lo intortano, lo subornano, lo ingannano e lui, poveretto, subisce e obbedisce. Come un bambino tonto o un vecchietto rinco. L’altroieri titolone del Giornale: “Quello che Silvio non può dire”. Sommario: “È costretto a sopportare politici e politicanti, deve difendere la manovra di Tremonti e convincere Bossi sulle pensioni”. Ieri, titolone-bis sulla Libia: “Chi obbligò Berlusconi ad attaccare Gheddafi”. Sommario: “Le manie di grandezza di Sarkozy, che voleva mettere le mani sul petrolio, l’interventismo di Napolitano che ha contagiato la sinistra. Così l’Italia è entrata in guerra”. Poi c’è la manovra finanziaria, che com’è noto gli è stata imposta da Sarkomerkel, Banca europea e Bankitalia. E il lodo Alfano? Fu il temibile Alfano a imporglielo a viva forza: fosse stato per lui avrebbe lasciato perdere e si sarebbe lasciato processare come un agnellino. E la ex Cirielli che mandò in prescrizione un bel po’ di suoi reati? Dev’essere stata la Spectre a infilarla tra il lusco e il brusco in una legge-quadro sulle zampe dei pinguini. E la controriforma del falso in bilancio, che gli cancellò cinque processi? Fu senz’altro opera dei venusiani: poi dicono che gli extraterrestri non esistono. Idem per la leggina che ha consentito a Mondadori di chiudere con 8,6 milioni un contenzioso da 176 con l’Agenzia delle Entrate: l’ennesimo scherzetto dei poteri forti. Il guaio è che, tolte le leggi e le scelte suddette, regolarmente imposte dai soliti cattivoni che gli vogliono male, non resta null’altro. Già in 17 anni B. ha fatto pochissimo. Ora apprendiamo pure che quel pochissimo non è merito suo. A questo punto qualche elettore normodotato, ove esista, potrebbe domandarsi: ma allora che l’abbiamo votato a fare? Se il capo del governo “non può dire” né fare nulla e persino un cadavere ambulante come la sinistra riesce a costringerlo ad attaccare la Libia e a metter tasse su tasse, a che ci serve B.? Oppure, variazione sul tema: se l’uomo più ricco d’Italia, con tutte quelle tv e quei giornali e quelle aziende e quel potere in Parlamento e fuori non riesce a muovere un passo, non sarà mica rincoglionito? Infatti quella iena di Feltri aggiunge che, dal ’94 a oggi, “la politica gli ha procurato un sacco di guai. Specialmente giudiziari”. E domanda, con mirabile coerenza: chi glielo fa fare di “tentare di governare un Paese ingovernabile”? Perché “non si gode l’impero costruito con tanta fatica, anziché vivere a Roma, frequentare omuncoli e ominicchi, misurarsi con la feccia dei partiti... parlare con Cicchitto... dibattere delle pensioni con Bossi che non ha mai lavorato” in vita sua? “Chiunque nei panni del Cavaliere si sarebbe dimesso un migliaio di volte” o avrebbe “messo mano alla fondina della pistola”. Invece “lui prosegue imperterrito”, mentre “sarebbe più sereno se rinunciasse a governare l’Italia”. Ecco, Cavaliere: è proprio sicuro che Feltri, dipingendola come un vecchio rincoglionito che si fa dare la linea dal primo che passa, stia ancora dalla sua parte? Non è che, sotto sotto, quando La invita alle dimissioni, vuole vederLa in galera? Lei ci dirà: ma anche voi volete vedermi in galera. Certo. Ma noi almeno lo facciamo gratis.

fonte articolo Il Fatto Quotidiano
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lunedì 22 agosto 2011

Salviamo il piccolo Breznev della Padania di Alessandro Robecchi

(vignetta Claudio Ruiu)













Basta con l’invasione! Con questa crisi economica non si può accogliere tutti! Vengono qui e pretendono di comandare. Si insediano nelle nostre belle città del nord. Hanno persino diritto alle case popolari, certe volte; li curiamo nei nostri ospedali senza nemmeno chiedere da dove vengono. Insomma, se proprio vogliamo essere compassionevoli, diciamolo una volta per tutte: i leghisti, aiutiamoli a casa loro! A Varese, a Monza, ad Adro.
Gli paracadutiamo dei viveri, magari gli spediamo qualche libro, ma che stiano lì, nelle loro amate valli, a mangiare gli orsi, a far finta di fare il ministro: una targa in ottone e sono tutti contenti.
Ha fatto più danni la Lega in trent’anni al nord che i Borboni in un secolo a Napoli. Non c’è italiano del nord, per quanto perbene, che possa andare in giro per l’Europa senza essere sbertucciato come elettore di Borghezio. E questo senza contare i riti pagani. Non solo l’ampolla del Po, Alberto da Giussano e consimili scemenze, ma anche il cerchio magico, Calderoli, Rosi Mauro la donna barbuta, il Maroni Bobo, per non dire del povero figliolo Renzo piazzato a guadagnare 12.000 euro mensili alla regione Lombardia dopo una vita di studi (sempre nella stessa classe, peraltro).
E poi lui. Quella specie di Madonna Pellegrina che è il Bossi Umberto, ormai esposto alle plebi padane come una reliquia, un Breznev agonizzante, un Grande Timoniere simile un pugile suonato che dice una cosa oggi e il contrario domani. E ogni tanto lo portano via nottetempo perché persino i fedeli mugugnano, povere bestie anche loro.
Ora, finito di contribuire al disastro italiano, questa bella classe dirigente di geni si rimette a cianciare di Padania. Al suo nord, ai suoi elettori, ai suoi fedelissimi, ha portato solo sfiga, disastro, tasse e depressione.
Se la Lega farà la secessione come ha fatto il federalismo, avremo Bergamo in provincia di Viterbo. Niente di male, anzi,ma pensiamoci prima. Aiutiamoli a casa loro che, tra parentesi, è casa nostra anche quella, è Italia anche lì, finché dura.

fonte articolo'Il Manifesto'
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venerdì 19 agosto 2011

Pota contro Pato di Marco Travaglio

(vignetta Mario Natangelo-Il Fatto-19.08.11)
Ma sì, in fondo che sarà mai. La Borsa di Milano perde un altro 6%, consolidandosi all’ultimo posto in Europa, ma solo perché Africa e Asia non sono pervenute. La Fiat di quel genio di Marchionne che piace a destra ma pure a sinistra (“un vero socialdemocratico”, lo benedisse Fassino) chiude a -11,8 per questioni di dettaglio: la gente non compra le sue auto nemmeno a spararle. Tonica anche Fondiaria-Sai di quell’altro gigante di Ligresti (-4,7). Quando si dice la classe dirigente. La famosa manovra-bis da 20 miliardi o giù di lì che doveva rassicurare l’Europa e i mercati, mettendo in fuga gli speculatori cattivi, è evaporata nel breve spazio di cinque giorni: la rapina ai fessi che pagano le tasse non piace al rapinatore per motivi elettorali (pare che lo voti anche qualche contribuente onesto), la rapina agli statali non piace agli statali, i tagli agli enti locali non piacciono alla Lega (che controlla molti enti locali), Tremonti è talmente suonato che non riesce neppure a spostare due o tre festività. I Responsabili, o come diavolo si chiamano, si fanno vivi dalle località belneari proponendo “emendamenti al decreto”: e certo la notizia che si muove anche Scilipoti deve aver ulteriormente elettrizzato i mercati. Rimane la liberalizzazione di alcuni canili municipali, se ce la fanno. Si era pensato tassare un pochino i ladroni scudati, ma qualcuno al governo s’è sentito chiamato in causa e non se n’è fatto nulla. Alla parola “scudo” il Cainano ha avuto un sussulto e, ridestatosi improvvisamente come ai bei tempi quando arrivava la Carfagna, ci ha preso gusto e ha proposto di farne un altro. Ma gli è andata buca pure quella: e se non riesce più nemmeno a fare la cosa che gli veniva meglio – i condoni – la situazione dev’essere seria. In compenso il premier si consola con una bitumatura parietale nuova di zecca: come ogni estate, s’è rifatto il manto stradale. Senza badare a spese: gli asfaltatori ci hanno dato giù pesante sul capino del Capo, ora mancano solo le striscioline pedonali per Brunetta. Bossi intanto non esce più di casa. L’altroieri ha dovuto annullare il comizio a Calalzo: non tanto perché la metà del pubblico non ci avrebbe capito niente, quanto perché l’altra metà avrebbe capito tutto. Insomma, rischiavano di materializzarsi i famosi “trecentomila padani pronti alle armi”, ma per sforacchiargli i pantaloni. Ieri poi è apparso in Cadore per alcuni secondi: l’hanno osteso brevemente come la Sindone, in canotta di ordinanza, poi l’hanno prontamente ritirato, prima che ridesse del nano a Brunetta e rimostrasse il manico alla “Boniver bonazza”, che ora siede al governo insieme con lui. Subito sul luogo del disastro sono accorsi alcuni pensionati della bocciofila, tra i quali Calderoli in salopette tirolese e Tremonti in maniche di camicia, che ieri compiva gli anni: 64 prima della chiusura dei mercati, 84 dopo. Era prevista anche una cena di compleanno, ma è stata annullata perché alcuni elettori padani avevano scoperto il ristorante. L’astuto Calderoli, in arte Pota, ha frattanto individuato il buco nero che inghiotte le migliori risorse del Paese: gli stipendi dei calciatori. Sono loro, insieme agli speculatori, a cospirare contro la nostra sanissima economia: bisognerà tosarli come meritano. Chissà che ne pensa Pato, fidanzato di Barbara B. Ecco: un duello rusticano Pota-Pato è proprio quel che ci vuole per rassicurare i mercati. Peccato che rischi di incrinare i già fragili equilibri nella Real Casa di Arcore. Manca ancora che il pover’ometto, nel fuggifuggi generale, venga scaricato pure dalla prole. L’ex ministro Martino, all’alba del 18° anno, ha finalmente scoperto che B. non è liberale (“Con Frattini, Brunetta, Tremonti, Sacconi, altro che partito liberale di massa: questo è il partito socialista di Carrara...”). Pure Ostellino è colto dai primi, timidi dubbi sul liberalismo di B., mollato persino da Belpietro, il che è tutto dire. Resistono Sallusti e Fede, che finiranno come i gatti: a leccarsi il culo da soli.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 12 agosto 2011

Il tramonto del Tremonti. SOLO, INDECISO E COMMISSARIATO QUATTRO PDL BOCCIANO IL DECRETO di Luca Telese

(vignetta portoscomic)
Ma che squallida matti-nata canicolare, che squallido balletto: benvenuti al Parlamento Burlesque, Bene Bravi, Bis, Tri-chet. É avanspettacolo, certo, ma è pur sempre tragico. Le commissioni parlamentari di Camera e Senato che si riuniscono solennemente e si dissolvono altrettanto precipitosamente, il ministro un tempo spavaldo che diventa titubante, i tavoli negoziali (del nulla) che si apparecchiano e si sparecchiano a palazzo Chigi con la rapidità di un fast food e con il dispiego di forze di interi reggimenti di Burocrazja. I frondisti del Cavaliere che mimano un giochino di dissenso - voto-non voto-chissà - il Colle che fa e disfa, e l’eurobanca che scrive lo spartito. Su tutto, l’immensa cialtroneria della neolingua di potere: la nuova parola d’ordine è “responsabilità”: si pensano Adenauer, ma ci sembrano solo Scilipoti.
IERI MONTECITORIO pareva il teatro dell’assurdo: il presidente del Consiglio del macchiettistico “Ghe pensi mì”, ormai rassegnato al commissariale “Ghe pensano ei” (ovvero gli eurosauri), la maggioranza che si sfarina (poco importa se per celia o per davvero) Pier Ferdinando Casini che infierisce sul povero Giulio Tremonti dentro e fuori dall’Aula con una staffilata al vetriolo: “Questo è scemo, da ricoverare!”. Ma non era il divo Giulio l’ultimo grande illuminato d’Italia, non era il premier in pectore, un moderno Condorcet con il rendigote, il ciuffo, e le chiavi dei forzieri?
Ieri Tremonti annunciava ipotesi e ventilava sciagure. Cercava di nuovo di taroccare la sua disfatta provando a innescare piccole guerre ideologiche intorno alla battaglia contro il 25 aprile e per la “facilità di licenziare” che (non si capisce in virtù di quale pasticcio) dovrebbero aiutare a risanare i conti: “Licenziamento o dismissione del personale...”.
COME GIOCA con le parole Tremonti, e come giocano con le idee i politici di questo crepuscolare fine di partita. Come è patetico il capogruppo della Lega Marco Reguzzoni, quando spiega che la Lega è contraria all’innalzamento dell’età pensionabile “perché l’Italia è un paese diverso dagli altri, e federalismo vuole anche dire che il ruolo della nonna diventa fondamentale nel momento della supplenza con i figli in un paese in cui non ci sono asili”. Il ruolo della nonna? Come se di fronte al finis historiae si potesse ancora giocare alla parodia di Asterix, combattere una battaglia delle idee (e numeri) ostentando il folclorismo tradizionalista e neotribale.
Che ridicolo quel plotone di sindacalisti accorsi intorno al tavolone di Palazzo Chigi: le avete contate, le teste, nelle foto? Sessanta persone convenute per due ore di dibattito e nessuna decisione. I palazzi della politica partoriscono cortine fumogene, tavoli concertativi, liste di priorità che non saranno rispettate, bugie indecenti per velare quello che la “lettera segreta” (solo per i gonzi) ha già chiesto all’Italia: privatizzazioni, licenziamenti, bastonate previdenziali e patrimoniali dolorose.
IN MEZZO a questo paesaggio di lacrime, Casini svetta, perché almeno parla la lingua della verità: “Abolire l’Ici è stata una follia”. E Antonio Di Pietro, leader Idv, tratta a pesci in faccia il ministro dell’Economia: “Io so che cosa vuol dire confidenziale, forse lei no. Questa lettera non gliela hanno inviata perché è un caro amico, ma perché ci impone condizioni che questo paese dovrebbe conoscere”. Tre-monti non ha più la sicurezza e la prontezza di spirito della battuta che annichilisce. In questo palcoscenico popolato di balle e sparate rodomontesche, infine, arrivano i quattro moschettieri del Pdl: il sottosegretario Guido Crosetto, Giorgio Stracquadanio, Lucio Malan e Isabella Bertolini, infatti, firmano un comunicato e minacciano di non votare la finanziaria: “L’esposizione del ministro Tremonti, ci aveva fatto credere - sottolineano Crosetto, Stracquadanio, Bertolini e Malan – che il ministro avrebbe colto l’occasione della crisi per essere all’altezza di quello che Tremonti ha definito un tornante della storia”. E invece... “Tremonti – scrivono i quattro moschettieri – avrebbe dovuto indicare la strada per ridurre di almeno sette punti la spesa pubblica. E su questo il Parlamento avrebbe dovuto discutere. Invece, niente”. Dicono che dietro i quattro ci sia il maldipancia di Berlusconi, che non vuole mettere la faccia sulla manovra. Dicono che il Cavaliere malsopporti il commissariamento (e il suo ministro) che e sogni l’ultimo colpo di scena. Ma anche Umberto Bossi, subito dopo l’intervento di Tremonti alle commissioni, aveva bofonchiato: “Discorso fumoso”.
A sera, sulla commissione burlesque cala il sipario: i convitati si dissolvono, il nulla torna protagonista sulla scena. Mentre l’Italia dorme. E i padri stipano i portabagagli per le code del ferragosto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 21 luglio 2011

Casta resa di Marco Travaglio

(vignetta SARX88- Il Fatto-21.07.11)
Per quanto improbabile, visti i precedenti, il via libera all’arresto di Papa era nell’aria da quando Giuliano Ferrara aveva implorato la Lega di non autorizzare l’arresto di Papa. Da quando il Platinette Barbuto ha preso a cuore le sue sorti, è stato chiaro a tutti che il suo destino era segnato. Il bacio della morte ha colpito ancora. Se a ciò si aggiunge che, alla crociata per regalare l’impunità all’ultimo onorevole galeotto mancato, si erano uniti Sallusti, Pera e Rondolino, ben si comprende perché Papa si avvia verso Poggioreale. Il Platinette e Zio Tibia sono un po’ i termometri all’incontrario della febbre politica: quando sposano una causa, la condannano irrimediabilmente alla disfatta. Pare che Papa li avesse pregati di astenersi dal difenderlo, anche perché quando uno viene difeso da Ferrara e Sallusti viene automaticamente meno la presunzione di non colpevolezza: se certa gente si schiera dalla loro parte, qualcosa devono aver fatto per forza. Papa era già malmesso di suo: le foto che ritraggono l’onorevole magistrato in compagnia di alcuni ricettatori che gli passano orologi rubati, apparivano in lieve contrasto con i suoi applausi ad Angelino Jolie che lancia il “partito degli onesti”. Ma quelle immagini non sono nulla al confronto della faccia dei suoi difensori d’ufficio. E, peggio ancora, dei loro argomenti. Secondo Ferrara, i parlamentari devono “farsi giudicare solo dagli elettori”. Curiosa concezione dello Stato di diritto che ci riporta un po’ più indietro del Congresso di Vienna: se uno ruba e poi si rifugia in Parlamento, o viceversa, non deve finire in carcere né in tribunale, ma chiedere agli elettori se è colpevole o innocente. Le Camere come alternativa ai penitenziari e alle comunità di recupero. Un concetto difficile da spiegare anche in Padania. Secondo Olindo, invece, bisogna sempre dire di no agli arresti dei parlamentari, qualunque cosa abbiano fatto, perché “altrimenti consegniamo a pm spregiudicati, faziosi e in preda a deliri di protagonismo i destini del Paese e quindi i nostri”. Il poveretto non sa neppure che i mandati di cattura non li firmano i pm, ma i giudici per le indagini preliminari. Ciò che è accaduto ieri a Montecitorio, dunque, è l’assoluta normalità democratica (l’anomalia è la vergogna del Senato, dove decine di mascalzoni nascosti dietro l’anonimato hanno pescato nel torbido salvando Tedesco, che non riesce nemmeno a farsi arrestare quando lo chiede): il via libera a un arresto ultramotivato da prove schiaccianti. Se tutto appare così eccezionale è perché 20 volte in 17 anni, tutte le volte in cui i giudici volevano arrestare un parlamentare, il Parlamento aveva risposto picche. Anche per personaggi come Previti, Cito, Dell’Utri, poi regolarmente condannati. Anche col voto della Lega, che ieri improvvisamente è tornata alle origini. E non l’ha fatto per sua volontà, ma per la spinta dei suoi elettori stufi di vedere Bossi & C. tenere il sacco a Roma ladrona. Nel ’94 il Senatur disse che, “quando B. piange, c’è da stare allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte”. Ora B. piange, schiuma di rabbia e, dal suo punto di vista, ne ha di che: teme giustamente “un’escalation di arresti preventivi come nel ‘92”. Sa bene che, a casa sua e nelle zone limitrofe, in questi anni s’è rubato a man salva e l’ok alle manette per Papa diventa, per gli onorevoli ladri, un pericoloso precedente. Anche perché non è solo la Banda B che viene portata via pezzo per pezzo dai rastrellamenti della magistratura, ma tutta la Banda Larga dei grandi partiti. L’inchiesta per tangenti su Filippo Penati, ennesimo dalemiano finito nei guai, scoperchia ancora una volta un malaffare trasversale, come se non bastassero i casi Pronzato, Morichini, Paganelli, Piccini. Quando B. cadrà, nessuno degli attuali papaveri si illuda di prenderne il posto. In un modo o nell’altro verranno spazzati via tutti: si spera per mano degli elettori, prima che arrivino i carabinieri.

fonte articolo 'IL Fatto Quotidiano'
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martedì 19 luglio 2011

Autocomplotto di Marco Travaglio

Nonostante l’impegno, i badanti che tentano di rianimare il Cainano lo stanno avviando verso il coma irreversibile. Sallusti, il caso umano che dirige il fu Giornale, denuncia impavido “gli sprechi di Stato”: “Centinaia di milioni si perdono nel buco nero che alimenta gli inutili assistenzialismi e privilegi... I più odiosi sono quelli della politica, un’infernale macchina tritasoldi che resiste a ogni cura dimagrante”. E bravo zio Tibia. Uno si aspetta da una riga all’altra che denunci i farabutti autori dell’orrendo complotto contro i tagli alla Casta: per esempio quelli che negli ultimi dieci anni hanno governato l’Italia per otto senza tagliare un euro. Invece lui li chiama “lorsignori”, senza nomi né cognomi, come se fossero una categoria dello spirito, poi vira rapidamente contro Fini e contro il Fatto che lo ha sollecitato a proporre dei tagli. Fini, com’è noto, è all’opposizione e l’altro giorno il suo Fli, con l’Idv e l’Udc ha votato per abolire le Province. Ma Pdl, Lega e Pd hanno votato contro. Il caso umano però non lo può scrivere, sennò lo licenziano. E allora con chi se la prende? Con uno a caso: “Travaglio per la giustizia si affida a Spatuzza e Ciancimino. Per la moralità privata prende per oro colato escort e ricattatrici”. Verrebbe voglia di chiamare l’ambulanza e farlo visitare. Ma occorrerebbe un ospedale da campo, perché i visitandi sono legione. Negli ultimi giorni i badanti di B. delirano su una presunta ritrattazione di Patrizia D’Addario che, intervistata da Libero, ha rivelato: “Mi hanno usata per incastrare B.”, ovviamente “a mia insaputa”. Come una Scajola qualsiasi. Il che fa dire a Belpietro che la sua notte nel lettone di B. (anzi di Putin) “è oscura e tutta da riscrivere”; e al Giornale che “si smaschera il bluff della D’Addario, usata per colpire B”. Ora, l’unica ritrattazione possibile sarebbe una dichiarazione della D’Addario che smentisce di aver fatto sesso con il premier, portata e pagata da un pappone poi arrestato per droga e sfruttamento della prostituzione, e di essere stata candidata in un lista Pdl a Bari. Naturalmente questo non viene smentito perché è tutto vero e registrato sul cellulare della signora. La quale ora si limita ad accusare il suo avvocato di averla “costretta” a dare interviste. Una barzelletta. Come racconta al nostro sito un fotoreporter, erano mesi che la D’Addario tentava di piazzare la sua storia a un settimanale. Poi ci scrisse pure un libro con i dettagli, anche anatomici, della sua notte a Palazzo Grazioli. Costretta anche a scrivere il libro? E a presentarlo una ventina di volte in tournée per l’Italia e per le tv? E a incassare i diritti d’autore, magari a sua insaputa? Il brillante risultato dello scoop di Libero è che si torna a parlare del premier puttaniere e di una escort candidata nel centrodestra, quando molti si erano ormai scordati dello scandalo. Un trionfo mediatico. Non scherzano neppure i badanti di Bossi. Il geniale Castelli, pensando di far cosa gradita, tuona contro la striscia di Disegni sul Misfatto con il suo capo che farfuglia frasi incomprensibili. “Disgustosa” satira su un uomo malato, come se la salute di un ministro fosse un segreto di Stato. Il guaio è che negli stessi giorni Bossi biascicava “Papa deve andare in galera”. Poi, meno di 24 ore dopo, si rimangiava tutto: “Mandare in galera una persona non ancora condannata, come Craxi, non serve a nessuno”. Ma Craxi non andò in galera né prima né dopo le condanne. A questo punto ricordare che Bossi è un uomo malato non solo non è disgustoso, bensì doveroso. Ma è anche un’opera di carità: un pietoso alibi per le scempiaggini che dice.

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lunedì 18 luglio 2011

BISIGNANI-GATE La Lega già cede, Papa può sperare nel voto segreto di Andrea Fabozzi

(vignetta Natangelo- Il Fatto-17.07.11)
«Non vorrei che a qualcuno venisse il rimorso di aver mandato una persona ingiustamente in carcere». Dopo settimane di silenzio, ieri è tornato a parlare con i giornalisti Alfonso Papa, il deputato del Pdl che la procura di Napoli vuole arrestare per il suo coinvolgimento nell’inchiesta cosiddetta «P4» sulla consorteria di Luigi Bisignani.Ma più che sul rimorso, Papa sa di poter contare sulla volontà di resistenza del governo e dei suoi colleghi di maggioranza. Il voto che lo riguarda, in calendario mercoledì, è stato trasformato da Berlusconi in qualcosa di simile a una questione di fiducia. «Salviamolo o torniamo al ’92», ha detto evocando scenari da Tangentopoli. E come tante volte in questi tre anni, la Lega potrebbe decidere di mettere da parte i proclami bellicosi proprio all’ultimo momento, quando si tratta di votare, scegliendo di accettare la disciplina della coalizione. Questa volta sarà ancora più facile visto che il voto sarà segreto.
Venerdì, dopo che i suoi deputati in giunta si erano astenuti invece di votare per l’arresto di Papa, Bossi era stato lapidario: «In galera», aveva detto per correggere il tiro. E ieri la Padania si arrampicava sugli specchi, sostenendo che comunque l’astensione dei due leghisti era stata decisiva per assicurare il numero legale e dunque per permettere alle opposizioni di far passare il sì all’arresto. Ma non è vero: il numero legale nella giunta è di sei deputati e le opposizioni ne hanno messi insieme dieci. E dunque nessuna meraviglia se ieri dalla Lega sono arrivati i primi segnali di una svolta che, se ci sarà, non sarà comunque dichiarata ma nascosta dal voto segreto. «La linea del partito è chiara, siamo per autorizzare l’arresto di Papa - ha detto proprio Paolini, uno dei due deputati che si sono astenuti in giunta - mase ci sarà il voto segreto è possibile che qualche singolo parlamentare possa esprimersi diversamente». E voto segreto sarà, com’è prassi per le questioni che riguardano le singole persone: basta la richiesta di cinquanta deputati o di un capogruppo. L’ammissione del leghista Paolini, va detto, è stata fatta all’agenzia di stampa AdnKronos il cui editore e direttore Giuseppe Marra è coinvolto con Papa nell’inchiesta P4, ma non è indagato. Maurizio Paniz - il deputato che ha convinto la maggioranza a votare senza vergogna che Berlusconi era in buona fede su Ruby Mubarak - ieri ha garantito che il Pdl sarà granitico nel respingere la richiesta di arresto. Ha dovuto farlo perché qualche timido accenno di dissenso c’era pur stato. Contemporaneamente Dario Franceschini si è affrettato a rassicurare che i deputati del Pd voteranno per l’arresto e soprattutto che nessuno del partito di Bersani chiederà il voto segreto. Perché invece il sospetto è che nel buio dell’aula ci possa essere uno scambio tra la sorte di Papa e quella del senatore Tedesco, la cui richiesta di arresti domiciliari (inchiesta sanità in Puglia) aspetta di essere esaminata dall’aula da più di tre mesi, da quando la giunta ha terminato il suo lavoro. Ieri alcuni parlamentari del Pdl, sulla scorta di un articolo del Giornale, hanno mandato segnali al Pd, chiedendo che anche su Tedesco venga presa presto una decisione. Ma finora è stato il presidente del senato e con lui la conferenza dei capigruppo a tenere la questione in stand-by. «Io sono pronto da mesi, le mie conclusioni sono stampate», dice il relatore Li Gotti (Idv). a.fab.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 17 luglio 2011

Il tradimento dei chierichetti di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Dice bene Pigi Battista sul Corriere: il caso Papa, con B. che raccomanda di salvarlo dall’arresto “per non creare un precedente” e Bossi che lo vuole “in galera”, riduce la questione morale a una “commedia”, “gioco al massacro”, “spettacolo indecoroso”, “grottesco”, “comico”. Il fatto è che l’articolo di Battista avrebbe potuto (anzi dovuto) essere scritto 15 anni fa, nel 1996, quando piovve sulla Camera la prima richiesta di arresto per un deputato della Seconda Repubblica. Il tizio si chiamava Cesare Previti ed era accusato di inquinare le prove dell’inchiesta Imi-Sir/Mondadori, per la quale fu poi condannato a 7 anni e mezzo. La Camera respinse la richiesta dei giudici di Milano. Ma non per il fumus persecutionis (era troppo anche per i berluscones, dinanzi alla mole di prove portate dai magistrati a carico dell’onorevole avvocato ed ex ministro berlusconiano). Bensì perché le prove erano così imponenti che Previti non poteva inquinarle tutte. Chissà dov’erano i Battista all’epoca. Anzi, lo sappiamo bene dov’erano. Erano impegnati a spaccare il capello in quattro su “giustizialismo” e “garantismo”, “guerra tra politica e giustizia”, “invasione di campo” delle toghe, “primato della politica” e altre menate, tant’è che di lì a poco tifarono come un sol uomo per la Bicamerale Dalemoni. Anziché prendere atto dei veri motivi del crollo della Prima Repubblica – debito pubblico e corruzione, due sinonimi – hanno spacciato una versione di comodo: se i pm indagano su tanti politici non è perché abbiamo la classe dirigente più criminale dell’universo, ma perché la magistratura vuol prendere il potere. Anziché svolgere la funzione tipica degli intellettuali – smontare le imposture del potere con le armi della cultura – costoro han passato il tempo a fornire al potere le munizioni per spacciare meglio le sue menzogne. È anche grazie al tradimento di questi chierici, anzi chierichetti, che siamo a questo punto: il tracollo della Seconda Repubblica che, rubando quanto e più della Prima, muore dello stesso morbo che ammazzò la Prima: la collusione col malaffare e la malavita. E, come la Prima, viene portata via pezzo per pezzo a suon di retate. Accorgersene ora è un po’ tardi. Dal ‘96 a oggi, Camera e Senato hanno respinto tutte le richieste dei giudici per arrestare i membri della casta-cosca o per usare le loro intercettazioni. Chi ha la fortuna o la prontezza di rifugiarsi a Palazzo, qualunque cosa faccia o abbia fatto, diventa ipso facto un perseguitato, per definizione, “a prescindere”. Che governi il centrodestra o il centrosinistra. Cane non morde cane. “Non fare agli altri quello che domani potrebbero fare a te”, per dirla con l’on. avv. Paolo Sisto, il salvatore di Papa, che confonde il Vangelo con il codice mafioso. Fanno sorridere le tardive lamentazioni dei Battista su questa “guerra per bande senza precedenti nella storia repubblicana”. Senza precedenti? E le venti richieste di arresto respinte negli ultimi 15 anni? Oggi, semmai, c’è una novità incoraggiante: spinto dai suoi elettori sempre più stufi di vederlo tenere il sacco alla Banda B., Bossi sul caso Papa tenta di smarcarsi dalla regola aurea dell’impunità. E proprio questo disturba Battista, che infatti ricorda: “Papa è innocente fino a sentenza definitiva”. Ma che c’entrano le sentenze? Ogni giorno finiscono dentro centinaia di cittadini comuni che nessuna sentenza ha mai condannato, ma che non si riuscirà mai a giudicare se fuggono o inquinano le prove. A fine articolo, si capisce finalmente dove Pigi nel Paese delle Meraviglie vuole andare a parare: invoca “un dialogo bipartisan sulla riforma della giustizia”, che consisterebbe in “provvedimenti come la separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale” (forse la discrezionalità, visto che l’obbligatorietà è già vigente). Dopo 17 anni di scandali e ruberie, i nostri chierichetti della sera non hanno ancora capito che le carriere da separare non sono quelle dei pm e dei giudici. Ma quelle dei politici e dei ladri.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 21 giugno 2011

La supercassoela di Marco Travaglio

Sarebbe facile infierire sul Museo Lombroso padano color pisello che domenica sgomitava sul palco di Pontida ornato di gerani e begonie. Ma è più interessante occuparsi di chi stava sotto quel palco: 50, forse 80 mila (secondo gli organizzatori) simpatici beoti che, a parte la fatica immane di decrittare i suoni gutturali del Senatur improvvidamente non sottotitolato, si bevevano tutto senza fiatare e si scorticavano le mani qualunque cosa uscisse dalla sua bocca. Intendiamoci: nei primi 5-6 anni di vita, la Lega Nord ha svolto un ruolo positivo nella politica italiana. Senza Bossi e i suoi, nel ’92 il pool Mani Pulite sarebbe stato trasferito in blocco in Barbagia o impiombato in un viadotto di cemento armato della Salerno-Reggio. E il primo governo B. non sarebbe caduto dopo soli 8 mesi, dunque nel ’96 Prodi non avrebbe vinto e nel ’98 l’Italia non avrebbe agganciato in extremis il treno europeo salvandosi da sicura rovina. Da allora però la Lega ha perso qualunque ragione di esistere e Bossi ha supplito al vuoto pneumatico di funzione storica con una supercàzzola (in padano, supercassoela) dopo l’altra. L’ampolla del dio Po, il Va’ pensiero al posto dell’Inno di Mameli, il tricolore per pulirsi il culo, le macroregioni (prima tre poi quattro, poi cinque: chi offre di più?), la secessione, la devolution, la Guardia Padana, il Parlamento della Padania, il Procuratore della Padania (il siciliano Brigandì), i magistrati padani eletti dal popolo padano, gl’insegnanti padani per erudire i pupi sui dialetti padani, le scuole col Sole delle Alpi, le nozze celtiche, l’amico Milosevic, l’amico Saddam, i 300 mila padani armati pronti marciare su Roma, le banche padane (capitanate dall’ottimo Fiorani), il culto della Malpensa cioè l’aeroporto di Sesto Calende spacciato per l’ombelico d’Europa, le frontiere da chiudere contro l’invasione albanese, poi cinese, poi islamica, i dazi anti-Cina, Bin Laden travestito da imam di Gallarate, l’imam di Gallarate travestito da Tettamanzi, l’uscita dall’euro per tornare al tallero, le vacche padane contro le quote latte. Roba che doveva far ridere anche i polli padani e invece veniva presa terribilmente sul serio dal ceto politico e dalla stampa al seguito. Intanto la Lega, da movimento rivoluzionario, diventava la guardia repubblicana del berlusconismo e, per farsi digerire dal popolo padano, evocava attese messianiche in vista di una sempre nuova Ora X che i dirigenti speravano non arrivasse mai, per non dover scoprire il bluff. Poi, purtroppo per loro, l’Ora X è scoccata: una classe politica di dementi ha fatto passare il federalismo fiscale e ora se ne assaggiano i primi balsamici effetti: i comuni, affamati dall’abolizione dell’unica tassa federale (l’Ici), s’affrettano a gonfiare le addizionali Irpef. Urgono nuove supercàzzole per spostare la nuova frontiera un po’ più in là. Ed ecco la data di scadenza alla guerra in Libia (perché – rivela Bossi – “quelle che chiamano missioni di pace sono guerre!”: ma va? E chi ha votato le guerre travestite da pace in Afghanistan e in Iraq?). I ministeri al Nord. Il taglio delle tasse. E naturalmente dei “costi della politica”, perché “non è giusto che li paghino i cittadini”. Bene bravo bis. Il popolo padano sul pratone, sempre in attesa dei sottotitoli, si scortica le mani a furia di applausi, sulla fiducia. A nessuno viene in mente di domandare: e poi chi lo paga il Trota? Nessuno pensa che quei furbacchioni sul palco campano e ingrassano grazie ai “rimborsi elettorali” moltiplicati per 11 in 10 anni grazie ai voti della Lega; alle province inutili che costano 17 miliardi l’anno; o alle consulenze facili del ministro Castelli (condannato dalla Corte dei conti a rifondere il maltolto), che si circondava di dirigenti come Alfonso Papa, parte padano e partenopeo. Bossi, poveretto, ha già tanti guai: altrimenti verrebbe da augurargli che esistano davvero, i 300 mila padani armati. Perché se esistessero, non marcerebbero più su Roma. Ma su Pontida e dintorni. Per farsi restituire i soldi, i danè, gli schei. Anzi, i talleri.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 14 giugno 2011

MASSA CRITICA di Norma Rangeri

(vignetta Mauro Biani)
Se i risultati delle elezioni dei sindaci segnano una svolta, quelli dei referendum la definiscono: il 57 per cento di votanti polverizza la soglia del quorum e ci consegna una svolta storica.
Osteggiati dai partiti, irrisi dagli analisti, boicottati dal populismo berlusconiano, i referendum resuscitano e segnano, come già molte altre volte nella nostra storia, il tramonto di un’intera fase politica. Un messaggio chiaro (e devastante) per le destre, un avvertimento (preciso) per il centrosinistra.
Ha vinto un paese stufo ma non rassegnato, che fa da sé e si muove con strutture orizzontali, per piccoli gruppi, organizzando la propria agenda tra lo scetticismo generale, con l’appoggio di qualche giornale e l’oscuramento dei grandi mezzi di comunicazione. Dimostrando di essere capaci di rappresentare l’interesse generale: prima raccogliendo milioni di firme, poi portando al voto una larghissima maggioranza dei cittadini (dentro quel 57 per cento c’è il 93 per cento di sì). Trainato dall’apparente ossimoro di questioni insieme concrete e di grande valenza simbolica, si è mosso un altro modo di fare politica e la politica finalmente ha ripreso quota. Dall’acqua pubblica al nucleare (indicazioni programmatiche di un’agenda ecologista antiliberista)al legittimo impedimento (voto popolare contro Berlusconi), dalla partecipazione del mondo cattolico (fino al papa) al popolo della Rete e dei Comitati, il voto referendario mantiene saldamente la rotta alternativa tracciata dalle elezioni amministrative, la conferma, la rafforza, la spinge verso nuovi approdi.
La scandalosa affluenza fa scoppiare la vecchia coppia al potere: Bossi e Berlusconi, insieme sugli altari della lunga stagione dell’egoismo sociale, insieme nella crisi con la propria base elettorale. Bossi che si unisce a Berlusconi nell’ostentazione dell’astensione (mentre tutto il nord corre al voto) è solo l’ultimo segno del declino. Ma la campana suona anche a sinistra, parla al principale partito di opposizione che affigge i manifesti con i quattro Sì solo a pochi giorni dall’appuntamento elettorale.
Nessun recinto regge all’urto di un’onda che chiede di uscire dall’incubo del berlusconismo cambiando i connotati al linguaggio, capovolgendo le priorità della politica, come la passione dei movimenti di piazza ha testardamente testimoniato.
Pochi nelle vecchie élite hanno avuto la capacità di ascoltare e decifrare il tramonto di un sistema, e sui referendum solo Di Pietro ha lavorato e creduto nella vittoria. Se si considerano le potenti armate mobilitate per far fallire la partecipazione al voto (la tv silente, le manovre di leggi-truffa sul nucleare), se si aggiunge il freno del Pd (legittimo impedimento? un boomerang), quel 57 per cento raddoppia persino il suo potenziale alternativo. Consegnando al futuro prossimo il terzo round: vinte due battaglie ora ci aspetta la terza: le dimissioni di Berlusconi. Dopo, tutti al mare.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 18 febbraio 2011

UNITÀ D’ITALIA: Centocinquant’anni o ventiquattro? di Alessandro Robecchi

Questa mattina è in programma un atteso consiglio dei ministri. Non si farà a L’Aquila, perché nonostante il Tg1 si è diffusa la notizia che la città è distrutta. Né a Napoli, perché corre voce che la monnezza sia ancora in agguato a dispetto delle promesse di papi. Si farà a Roma alle nove e mezza, perché è un periodo che Berlusconi va a letto presto. Forse sarà il primo consiglio dei ministri aperto da una telefonata di Mauro Masi, ma questo ancora non si sa con certezza, perché gli scherzi telefonici del direttore generale della Rai funzionano solo se sono a sorpresa.È certo invece che La Russa non prenderà a calci nessuno, forzando così la sua natura. Il Consiglio deiministri di questa mattina si occuperà di alcune piccolezze, per esempio di come truffare gli italiani con «campagne informative» sulle centrali nucleari. Il clou della toccante cerimonia riguarderà però la festa del prossimo del 17 marzo. Si festeggia l’Unità d’Italia, che come tutti sanno ha centocinquant’anni, anche se aveva detto a Berlusconi di averne ventiquattro, e lui le ha dato una busta con ventimila euro.
Nonostante siano tutti favorevoli a fare festa il 17 marzo, le posizioni restano distanti: si farà festa facendo festa oppure si farà festa lavorando e fingendo che non sia festa? A lanciare il dibattito fu, qualche settimana fa, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che, pur entusiasta della ricorrenza, pregò le istituzioni di non dire troppo in giro che è una festa, se no la gente non va a lavorare. Il sistema produttivo italiano perderebbe due miliardi, disse. È bastato questo per mandare il governo nella più terribile confusione: da una parte gli ex colonnelli di An risoluti a festeggiare come pazzi, dall’altra i colonnelli leghisti decisi a festeggiare senza muoversi dal tornio. Venuto a conoscenza delle due posizioni, il ministro del Lavoro Sacconi ha dichiarato: «Sarebbe meglio lavorare e festeggiare insieme» (giuro, l’ha detto veramente!). A sbilanciarsi è stata solo la ministra Maria Stella Gelmini, secondo la quale lavorare nel giorno di festa sarebbe «fare un atto d’amore verso il nostro paese», subito sbertucciata dai presidi e dagli studenti, oltreché dalla sua alleata Polverini che ha detto che nel Lazio le scuole saranno chiuse. Un chiaro caso di coesione nella maggioranza. La posizione della Lega, è più articolata: «Assurdo fermare il Paese per la festa del 150esimo», titolava la Padania settimana scorsa. Le faceva eco Bossi («Bisogna lavorare»), cui seguiva il sempre libero e autonomo pensiero di Calderoli («Bisogna lavorare»).
Quanto alle opposizioni, a partire dal Pd e dal sindaco di Torino Chiamparino, è chiaro che la festa dev’essere una festa, anche se a più d’uno lo spettacolo di Calderoli che lavora, almeno per un giorno, sarà parso affascinante. Alla fine, si deciderà questa mattina in un festante, seppur lavorativo, per dirla alla Sacconi, consiglio dei ministri. L’esito del dibattito sarà noto prima di mezzogiorno. Non si prevedono caroselli per le strade anche a causa dell’indifferenza di un giovane italiano su tre che, comunque vada, il 17 marzo non andrà a lavorare, essendo disoccupato.

fonte articolo'Il Manifesto'
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giovedì 17 febbraio 2011

Vendola: L’alleanza nazionale di Matteo Matteo Bartocci

Più che baciare il rospo, stavolta l’ha proprio ingoiato. Nichi Vendola conferma di prendere «molto sul serio lo spirito di chi nel Pd propone una coalizione allargata» a Gianfranco Fini. Al punto che la fa direttamente sua. Con un distinguo: la guidi una democratica come Rosi Bindi e non un tecnocrate moderato o neo-liberista.
La proposta di Vendola è stringata: un governo di scopo transitorio da Fini a Di Pietro che cambi la legge elettorale, risolva il conflitto di interessi e garantisca il pluralismo informativo. Poi tutti nemici come prima, Fini a destra e il centrosinistra per la sua strada. L’unica condizione è che non si possono «affidare le redini di questa ’grande coalizione’ a Mario Monti o a Luca Cordero di Montezemolo».
La svolta «frontista» del presidente pugliese lascia attonita la cosiddetta «base» e lascia freddo anche il Pd. Certo, il feeling tra Bindi e Vendola non è una novità. La stessa presidente del Pd a settembre alla festa di Torino disse che «su certe cose vado più d’accordo con lui che con persone del mio partito». Ma l’ipotesi di una sua candidatura non è nelle cose. «Lo ringrazio per le parole di stima ma noi dobbiamo ripartire dalla politica, senza condizionare il nostro confronto con nomi e candidature, come dimostra lui stesso facendo un passo indietro». Poi porge il suo tiepido benvenuto nel campo dei responsabili: «Finalmente Vendola riconosce che c'è bisogno di una larga coalizione democratica, di responsabilità nazionale. Il Pd lo sostiene da tempo».
Più algido ancora Massimo D’Alema sul Tg3: «Voglio ringraziare Nichi Vendola per aver indicato una persona di grande valore come Rosy Bindi. Naturalmente, visto che si parla di una grande coalizione, il candidato deve essere concordato e non imposto da nessuna parte». Saluti e baci, accomodati in panchina e addio «Obama bianco».
Perfino sul profilo Facebook del governatore i commenti sono discordi. Nessun problema su Bindi ma certo archiviare due anni di «narrazione» basata su primarie, cambiamento e «cantiere dell’alternativa» lascia basiti i più. Improvvisamente la fine del berlusconismo diventa una questione emergenziale. Politicista. E non invece il frutto profondo di un paese, appunto, che cerca un’altra «storia».
La «svolta» vendoliana nasce da una difficoltà condivisa almeno con la sua cerchia ristrettissima con l’imprimatur di Fausto Bertinotti. Per sfuggire alla «trappola» di un governo emergenziale ma in realtà tutto politico e iper-moderato, ecco la classica «mossa del cavallo». Ricordando gli incubi del ’98, il timore di farsi massacrare in caso di vittoria di Berlusconi per la mancata alleanza, meglio intestarsi l’apertura a Fini e Casini ma candidando la Bindi, in modo da massimizzare le divisioni nel Pd. Tatticismo allo stato puro. Un’apertura a Fini peraltro nel giorno in cui i finiani spariscono perfino dal senato.
Fini alleato di Vendola è «sconcertante », «un’armatina Brancaleone», gongolano nel Pdl. Un’ipotesi che o è un bluff e spera nel no del «terzo polo» oppure è come minimo di impervia attuazione.
Un consiglio dei ministri aperto a Tremaglia, alla Binetti o allo sponsor dell’acqua privata Andrea Ronchi può far sorridere. Ma chiedere i voti per tornare a votare dopo un anno è una proposta demenziale. Senza contare che Pd e Idv interpretano la «mossa del cavallo» come una rinuncia di Vendola sia alle primarie che alla premiership.
In un colpo solo Vendola sembra ritirare la sola carta vincente che aveva come leader di un partito piccolo e fuori dal parlamento: la credibilità alla guida di una coalizione ampia (almeno in Puglia) e il desiderio di cambiare le carte dal basso per «riaprire la partita» (come prometteva il congresso di Sel a Firenze). Acqua passata: con questo Pd non si romperà mai (niente polo autonomo con Di Pietro).
A prenderla sul serio c’è un’obiezione più di fondo. Se il cuore del presunto «governo di scopo» è cambiare la legge elettorale, c’è almeno un’ipotesi di accordo tra le forze che ne farebbero parte? Se c’è, non ve n’è traccia. D’altronde se ci fosse, perché aspettare la prossima legislatura e non provare a discuterla già adesso? Fini e Veltroni sono bipolaristi, Casini e D’Alema no. Vendola non si sa. Di Pietro nemmeno. Con una preoccupazione in più. Portare in campagna elettorale soprattutto il tema delle riforme (e il lavoro? e l’ambiente? etc.) potrebbe polarizzare il voto su eventuali ipotesi presidenzialiste o iperfederaliste avanzate da Bossi e Berlusconi. Si aprirebbe un vaso di Pandora di difficile ricomposizione dopo il voto. Di cui bisognerebbe spiegare quale sarebbe il vantaggio per la sinistra o la sua eventuale forza di interdizione.

fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'
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