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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 30 settembre 2011

LAVITOLA - Se la tv ospita il latitante di Norma Rangeri

Alla fine il desiderio di Valter Lavitola è stato esaudito: «Non sarà sul piano giudiziario,ma su quello mediatico che stasera potrò dimostrare di non essere l’uomo nero». Dopo aver visto il programma Bersaglio Mobile, inaugurato da Enrico Mentana su La7, effettivamente davanti a noi non ha parlato l’uomo nero, ma un faccendiere, un traffichino, uno della famiglia allargata del sottobosco berlusconiano. Sembrava quasi che avesse insistito lui per essere immortalato dalle telecamere. Aveva voglia di parlare, di spiegare, di fare battute, persino di ribaltare il senso delle intercettazioni più compromettenti («lo mettiamo in ginocchio, con le spalle al muro»). In parte c’è anche riuscito. Nemmeno MarcoTravaglio, il giornalista leader dei mastini della cronaca giudiziaria, ha saputo scalfire il buonumore del latitante. Quando gli ha chiesto di spiegare perché si è iscritto alla massoneria e se avesse un grado superiore a quello di Berlusconi, lasciando intuire un rapporto gerarchico occulto, Lavitola sorridendo gli ha risposto senza problemi: «Mi sono iscritto a diciotto anni, sono sempre rimasto al grado più basso di apprendista, e mi hanno messo in sonno dopo poco tempo, quando ho smesso di pagare le quote». Più o meno il copione si è ripetuto per tutta la durata dell’intervista multipla (insieme a Travaglio c’erano Carlo Boninidi Repubblica, Marco Lillo del Fatto e Corrado Formigli de La7). Il fatto è che in tv i processi, come sa bene Bruno Vespa che ne ha fatto un genere, sono sempre molto utili passerelle degli imputati (da Cogne a Perugia, da Andreotti a Previti) che si trovano davanti non i pubblici ministeri che possono contestare, come succede nelle aule dei tribunali, le affermazioni dell’accusato servendosi delle carte dell’istruttoria, ma giornalisti che per quanto esperti e preparati non possono conoscere a memoria l’inchiesta. È consigliabile evitare di fare un uso improprio della tv, mezzo eccellente per confrontare opinioni, ma inadatto per accertare veritàche solo le sentenze possono offrire.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 10 luglio 2011

LA BANDA DEGLI ONESTI di Norma Rangeri

Il partito degli onesti nega l’evidenza e attacca i magistrati. Marina Berlusconi urla contro «l’esproprio proletario» ai danni della Fininvest, si fa lei stessa giudice del padre per dichiararlo vittima innocente di una «forsennata aggressione». Anche se questi toni in un paese normale sarebbero irricevibili (d’altronde il padre aveva parlato di «rapina amano armata»), tuttavia le reazioni della famiglia e, di seguito, del coro di maggiorenti e peones del Pdl, replicano il copione: una realtà fittizia tenta di capovolgere, fino agli ultimi giorni di Pompei, la realtà dei fatti accertati.
Innanzitutto quelli penali, scritti nella sentenza della Cassazione (sulla corruzione dei magistrati e dell’avvocato Previti), e poi quelli, conseguenti, della giustizia civile con il dovuto risarcimento per i danni materiali (calcolati dal giudice Mesiano, oggetto del metodo-Boffo) confermati ieri dalla sentenza del processo di appello.
Parlare di accanimento contro Berlusconi fa parte della strategia mediatica che da vent’anni accompagna le ricadute giudiziarie della navigazione politica del fondatore del partito degli onesti. Negare e attaccare sentenze anche se giungono a compimento dopo aver superato, come in questo caso, sette istanze di ricusazione, la legge sulle rogatorie, il tentativo di spostamento a Brescia del processo mediante la legge Cirami (e probabilmente si tratta di un elenco per difetto). Giungendo, infine, alla condanna per Previti, Acampora, Pacifico e il giudice Metta per «la corruzione in atti giudiziari posta in essere, nell’interesse della Fininvest, in occasione della controversia giudiziaria per il controllo del gruppo Mondadori». Tra l’altro Berlusconi è prescritto con l’escamotage della concessione delle attenuanti generiche. Un trattamento di riguardo, tutt’altro che persecutorio.
Ma la reazione della famiglia arcoriana è "forsennata" non solo per una questione di stile (noblesse oblige). C’è di mezzo tutta la sostanza di un gruppo aziendal-politico colto dalla sentenza Mondadori nel pieno di una guerra per bande che lo divora. La commedia sulla misconosciuta paternità del tentativo (non riuscito, ma già riproposto nel prossimo iter parlamentare della finanziaria) di inserire la legge ad aziendam nella manovra economica, ne è la plateale rappresentazione. Non l’unica, visto che siamo anche nel bel mezzo di una bufera finanziaria, frutto di provvedimenti che si acccaniscono
sulle fasce medio basse della popolazione italiana. Un pacchetto di tagli a pensioni, sanità e stipendi costruito da un ministro dell’economia, Giulio Tremonti, anch’egli sulle pagine dei giornali per ragioni poco
commendevoli. La testa di ponte di un governo di transizione è chiamato in queste ore a rispondere dei rapporti con quel Marco Milanese, tra i protagonisti dello scandalo cosiddetto della P4. Un parlamentare sotto richiesta di arresto, fino a ieri uomo-ombra di un ministro che ha la presunzione di essere il riferimento italiano delle cancellerie e dei mercati. Proprio per come vanno le cose negli altri paesi, solo per aver accordato la sua fiducia a un simile personaggio, dovrebbe sentire l’obbligo di farsi da parte, dimettendosi fino al chiarimento della sua estraneità.
Da quali pulpiti giungono dunque le prediche contro i magistrati, contro gli sfascisti che criticano la legge finanziaria. A tal punto inattendibili e screditati che gli elettori hanno disertato le urne. Turarsi il naso non basta più.

fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'
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martedì 14 giugno 2011

MASSA CRITICA di Norma Rangeri

(vignetta Mauro Biani)
Se i risultati delle elezioni dei sindaci segnano una svolta, quelli dei referendum la definiscono: il 57 per cento di votanti polverizza la soglia del quorum e ci consegna una svolta storica.
Osteggiati dai partiti, irrisi dagli analisti, boicottati dal populismo berlusconiano, i referendum resuscitano e segnano, come già molte altre volte nella nostra storia, il tramonto di un’intera fase politica. Un messaggio chiaro (e devastante) per le destre, un avvertimento (preciso) per il centrosinistra.
Ha vinto un paese stufo ma non rassegnato, che fa da sé e si muove con strutture orizzontali, per piccoli gruppi, organizzando la propria agenda tra lo scetticismo generale, con l’appoggio di qualche giornale e l’oscuramento dei grandi mezzi di comunicazione. Dimostrando di essere capaci di rappresentare l’interesse generale: prima raccogliendo milioni di firme, poi portando al voto una larghissima maggioranza dei cittadini (dentro quel 57 per cento c’è il 93 per cento di sì). Trainato dall’apparente ossimoro di questioni insieme concrete e di grande valenza simbolica, si è mosso un altro modo di fare politica e la politica finalmente ha ripreso quota. Dall’acqua pubblica al nucleare (indicazioni programmatiche di un’agenda ecologista antiliberista)al legittimo impedimento (voto popolare contro Berlusconi), dalla partecipazione del mondo cattolico (fino al papa) al popolo della Rete e dei Comitati, il voto referendario mantiene saldamente la rotta alternativa tracciata dalle elezioni amministrative, la conferma, la rafforza, la spinge verso nuovi approdi.
La scandalosa affluenza fa scoppiare la vecchia coppia al potere: Bossi e Berlusconi, insieme sugli altari della lunga stagione dell’egoismo sociale, insieme nella crisi con la propria base elettorale. Bossi che si unisce a Berlusconi nell’ostentazione dell’astensione (mentre tutto il nord corre al voto) è solo l’ultimo segno del declino. Ma la campana suona anche a sinistra, parla al principale partito di opposizione che affigge i manifesti con i quattro Sì solo a pochi giorni dall’appuntamento elettorale.
Nessun recinto regge all’urto di un’onda che chiede di uscire dall’incubo del berlusconismo cambiando i connotati al linguaggio, capovolgendo le priorità della politica, come la passione dei movimenti di piazza ha testardamente testimoniato.
Pochi nelle vecchie élite hanno avuto la capacità di ascoltare e decifrare il tramonto di un sistema, e sui referendum solo Di Pietro ha lavorato e creduto nella vittoria. Se si considerano le potenti armate mobilitate per far fallire la partecipazione al voto (la tv silente, le manovre di leggi-truffa sul nucleare), se si aggiunge il freno del Pd (legittimo impedimento? un boomerang), quel 57 per cento raddoppia persino il suo potenziale alternativo. Consegnando al futuro prossimo il terzo round: vinte due battaglie ora ci aspetta la terza: le dimissioni di Berlusconi. Dopo, tutti al mare.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 11 giugno 2011

IL QUINTO QUESITO di Norma Rangeri

('Pablo dice SI' - foto di Cristina Matranga)
«Piazze piene, urne vuote» è la celebre frase pronunciata da Pietro Nenni all’indomani della sconfitta elettorale del Fronte popolare del ’48. Speriamo che per i referendum del 12 e 13 possa valere il contrario perché non è un buon segnale quello che è arrivato da piazza del Popolo, rimasta semivuota per tutto il pomeriggio. L’appuntamento di chiusura della campagna referendaria convocata ieri è stata un mezzo flop. Il grande catino riempito negli ultimi mesi da straripanti manifestazioni, questa volta offriva un colpo d’occhio molto diverso: poca gente ad accompagnare la passeggiata di Bersani e Di Pietro nel pomeriggio assolato.
Naturalmente la mobilitazione referendaria ha assunto in queste settimane un carattere capillare e diffuso in migliaia di incontri: nei piccoli centri, nelle iniziative di quartiere (anche a Roma contemporaneamente alla manifestazione di piazza del Popolo erano in corso raduni referendari nelle periferie). Ma è altrettanto evidente che alla vigilia di un voto così importante e trasversale, una piazza del Popolo senza popolo non è un segnale incoraggiante.
L’insuccesso d’altra parte era in larga parte annunciato dalle divisioni, tra i partiti e i comitati, che hanno accompagnato gli ultimi giorni di mobilitazione. Al momento di decidere come concludere la lunga marcia verso il sì all’abolizione del nucleare, alla difesa dell’acqua pubblica e alla cancellazione del legittimo impedimento, i partiti non hanno voluto fare un passo indietro come chiedevano i comitati. Preoccupati, i Bersani e iDi Pietro, soprattutto di piazzare le loro bandierine sulle manifestazioni di chiusura della campagna. Alcuni comitati promotori hanno reagito all’ingombrante, e immotivato presenzialismo dei partiti, scegliendo di ritirare la loro partecipazione. Hanno organizzato una conferenza stampa mattutina in un altro luogo della città. Dimostrando così, gli uni e gli altri, di avere più a cuore se stessi e le proprie ragioni, che la richiesta di unità reclamata dagli elettori e dai movimenti, come le recenti vittorie alle elezioni amministrative hanno ampiamente dimostrato. Siamo convinti che i cittadini italiani dimostreranno maggiore cura del bene comune andando a votare senza se e senza ma. Perché hanno capito, contro i tatticismi dei partiti, che in fondo a tutto c’è un quinto quesito, tutto politico: scandire i tempi dell’uscita di scena di Berlusconi dando un altro colpo al governo
con un’inondazione di sì.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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