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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 1 ottobre 2011

REFERENDUM ELETTORALE-Un milione di firme Porcellum allo spiedo di Daniela Preziosi

(vignetta portoscomic)
Finirà che in questa legislatura le uniche leggi da non buttare le avranno scritte i cittadini. Un milione e rotti di firme su un referendum che cancella una legge elettorale-porcata è una gran notizia, comunque la si pensi sul sistema elettorale capace di descrivere la realtà senza distorsioni, di riavvicinare la politica ai cittadini, di fornire uno strumento per costruire l’alternativa e infine in grado di allontanare il senso di sconfitta e di impotenza di fronte a un palazzo tetragono al terremoto che lo scuote.
Ieri il comitato elettorale del referendum pro Mattarellum ha esultato, presentando la valanga di firme raccolte in pochi mesi, in prevalenza in piena estate, e senza una grande organizzazione. L’avventura «corsara», come l’hanno battezzata, è iniziata con un gruppo di dirigenti Pd che dissentivano dal referendum proporzionalista di Passigli (poi ritirato), ed è continuata con Bersani che chiedeva di non promuovere i quesiti (ignorato).
Poi l’Idv e Sel hanno abbracciato la battaglia. E comunque alle feste del Pd ai banchetti si faceva la fila. Non manca di notarlo Parisi: «Ora dice di averci dato i banchetti, piuttosto si renda conto che molti democratici la pensano diversamente da lui». Morale: è finita con un milione e duecentomila cittadini che hanno firmato, consapevoli che sarà per loro se questo parlamento cancellerà il porcellum. È finita anche con una benedizione da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il quale questa legge ha rotto il rapporto di fiducia fra eletti ed elettori. «Le nostre stesse parole», gongola Parisi. Insomma, fino a qui tutto bene.
A sinistra, bisogna dirselo chiaro, questo referendum apre un dibattito che forse andava affrontato almeno otto anni fa. Sel l’ha promosso, e ieri Vendola ha parlato del «valore civile prima ancora che politico» di queste firme: «I cittadini vogliono contare, non intendono lasciare una delega in bianco ad una classe politica chiusa in un Palazzo sempre più screditato». Ma in Sel non c’è l’unanimità sul ritorno del Mattarellum, come testimoniava il leader storico di quell’area, Fausto Bertinotti, firmando il quesito per il proporzionale. Come sempre, del resto, ha predicato la sinistra radicale e anche la Federazione della sinistra. Il sistema proporzionale però in questo momento renderebbe inutili le primarie, uno strumento con cui anche la sinistra ha imparato a scegliere candidati, programmi e compagni di strada.
La discussione resta. Ma resta anche lo straordinario risultato di queste firme. Ora si attende il vaglio della Cassazione e quello - molto a rischio - della Consulta entro gennaio 2012. Se il referendum non si farà, resterà il milione di persone che hanno detto a tutte le forze politiche, non solo a quelle di maggioranza, che il porcellum va cancellato.
Se si farà, questo parlamento tenterà una riforma elettorale, che per anni non ha voluto fare. Oppure, più verosimilmente, finalmente andrà a casa, come la Lega ha già fatto capire. E, gran cosa in una democrazia, sarebbe per mano armata (di biro) dei cittadini.

fonte articolo 'Il Manifetso'
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Ma l’ovetto no di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi-Il Fatto-01.10.11)
Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perché “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima. Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per delinquere. Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda. Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro. Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa. Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami. Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti. Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci. Anziché dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città di Roma dell’intera Francia). E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare. Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale – il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus. Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 20 settembre 2011

Il mandrillo impotente di Marco Travaglio

(vignetta Joe Pivello-Il Punto)
Ma sì: visto che ce lo teniamo un altro anno e mezzo, almeno divertiamoci. Così non pensiamo allo spread e ad altre cose brutte. Ricapitolando. Il capo dello Stato non ha finito di monitare (“ciascuno si assuma le proprie responsabilità”; quando si dice cantarle chiare) e il ministro delle Riforme annuncia la secessione sotto lo sguardo compiaciuto del ministro dell’Interno che dovrebbe chiamare la forza pubblica e disperderlo con gli idranti. Intanto il presidente del Consiglio si gioca alla morra la seguente alternativa: mi sputtano di più se vado all’Onu o al processo Mills? Alla fine sceglie il secondo, dove non è prevista la Merkel né altre culone inchiavabili. Stiamo parlando dello stesso premier che fa nominare consulenti di Finmeccanica tali Lavitola, Tarantini e Debbie Castaneda (già Miss Colombia). Che versa migliaia di euro a tal Juanino, domestico peruviano ed emissario di Lavitola. Che parla con Lavitola da una scheda intestata a tale Ceron Caceres, pure lui peruviano. Che tratta con Lavitola la nomina del numero 2 della Guardia di Finanza. Che procura a Gianpi, spacciatore di coca e suo pappone personale, il visto diplomatico per portarselo in missione in Cina. Che nell’ultima manovra vieta agli italiani i pagamenti in contanti oltre i 2.500 euro mentre lui ne faceva per 800 mila a Tarantini & Lavitola. Che manda al Parlamento italiano, a quello europeo e al Consiglio regionale lombardo tre fornitrici di mignotte. Che fa ribrezzo persino al premier turco Erdogan, il quale rifiuta di incontrarlo per motivi di igiene e decenza. Se poi uno non ne avesse ancora abbastanza, apre il Giornale in una pagina a caso. Vi troverà quelle che la Domenica del Corriere chiamava “Cartoline del pubblico”. Cioè barzellette. Solo che quelle erano opera dei lettori, queste le scrivono i giornalisti chiamandole “articoli”. Molto apprezzata l’intervista a Giuliano Ferrara, noto frequentatore di se stesso, che si dipinge assediato da “molti sostenitori, persone che mi apprezzano e mi seguono”. Ma forse voleva dire “inseguono”: infatti ha la scorta, nel timore che i fan lo raggiungano. Poi dice: “Santoro non è stato cacciato dalla Rai ma se n’è andato” (buona questa). Poi rivela: “La mia curva di ascolti è in salita” (infatti partì dal 20,63% di share con 5,9 milioni di telespettatori e chiuse al 18,13% con 4,2 milioni, mettendone in fuga 1,7 in due mesi e mezzo). Poi aggiunge: “Sono contro il conduttore unico” (infatti fa un programma da solo). Intanto quel burlone di Feltri celebra le virtù amatorie del mandrillone: “Se gli inquirenti vogliono accertare la media settimanale delle scopate di Silvio, invece di perder tempo a sbobinare migliaia di chiacchierate hard, avessero fatto uno squillo a me. Forse esagerando, avrei detto loro: 48... Gli andrologi sarebbero felici di portarselo in giro per il mondo ed esibirlo, per motivi di studio scientifico, ai congressi medici. Non per curarlo, ma per svelare il segreto del suo alto rendimento senza eguali nella storia dell’umanità”. Eppure il 19 giugno 2009, per salvarlo dagli scandali Noemi & D’Addario, lo stesso Feltri gli dava dell’impotente su Libero: “Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale... Fantasie. Frequento da anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età... Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel ‘96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele... Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello... Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono”. Tipo il suo che, con sprezzo del ridicolo, insiste. Ora, avrà ragione il Feltri-1 (B. impotente) o il Feltri-2 (B. mandrillone)? Attende lumi, col fiato sospeso, un plotone di madamine. Tante almeno quanti sono i fans di Giuliano Ferrara.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'






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giovedì 8 settembre 2011

Cauto disappunto di Marco Travaglio

Più passano i giorni e più cresce in noi la solidarietà con Giorgio Napolitano che, oltre al suo mestiere di presidente della Repubblica, deve fare pure il presidente del Consiglio al posto di quel pover’ometto che non ci sta più con la testa, nel senso che la tiene perennemente infilata fra le cosce di questa o quella e, nelle pause, è troppo impegnato a trovare il modo di nascondere quel che ha appena fatto o sta per rifare. L’altra sera, dopo un’intera giornata passata a leggere i bollettini dell’ennesima Caporetto in Borsa e a parlare con Draghi, Trichet e Merkel (che, non essendo mignotte, non trovano udienza a Palazzo Grazioli), il capo dello Stato ha diramato il “monito” numero 1834 in cui invitava i buffoni a riscrivere per la quinta volta la buffonata per renderla “più credibile”. Un modo carino per dire che la quarta versione era una barzelletta. L’ometto, che mancava da Roma da 23 giorni (giusto: che ci va a fare un premier nella Capitale nei giorni della crisi finanziaria più grave della storia?), s’è dovuto precipitare in loco per farsi dettare le modifiche “credibili”, hai visto mai che il nonnetto s’incazzasse davvero. Poi, visto che Al Fano, Frattini Dry e Schifani avevano categoricamente escluso la fiducia, ha posto la fiducia. A quel punto sono entrati in scena i quirinalisti, ai quali va una doppia solidarietà. Sono, costoro, dei moderni aruspici costretti ogni giorno a indovinare gli umori del Presidente (che essi chiamano rispettosamente “il Colle” per non nominarlo invano), ma a debita distanza, fuori dalla porta, senza potergli dare neppure una guardatina. L’altroieri dovevano riferire se “il Colle” fosse contento (e, se sì, quanto) della quinta buffonata. Come sempre, hanno interpellato i consiglieri del Presidente (ossequiosamente definiti “fonti del Quirinale”, manco le avesse scolpite il Bernini). I quali, per agevolarli, hanno diffuso la consueta “nota” informale e anonima, versione moderna degli antichi riti da cui Tiresia e i suoi emuli traevano i loro vaticinii, rovistando fra le interiora degli animali o, in tempi più recenti, compulsando i fondi di caffè. Accade però, talvolta, che il capo dello Stato non voglia far sapere se è contento o meno, o che i suoi consiglieri si facciano l’idea che lo sia mentre non lo è, oppure che i quirinalisti interpretino la nota nel senso che lo è mentre non lo è. Anche perché la nota somiglia all’oracolo della Sibilla: “Ibis... redibis... non... morieris... in bello” e vai a sapere se quel “non” si riferisce a “redibis” o a “morieris”. Dev’essere accaduto qualcosa del genere, l’altroieri. Il quirinalista di Libero descriveva la “soddisfazione del regista Napolitano”. Così pure quello del Giornale: “Il Colle fa sponda al governo. Il sollievo di Napolitano”. E, sorpresa, quello di Repubblica: “Napolitano osserva con una certa soddisfazione il prodotto del suo pressing”. Quelli della Stampa, al contrario, dipingevano un “Napolitano rammaricato per la fiducia sul testo”, non senza “la consapevolezza e la soddisfazione”, senza dimenticare un “malcelato disappunto” e “una certa circospezione”. Il Corriere invece riusciva a trovare il giusto mezzo fra soddisfazione e rammarico: “Il cauto sollievo del Quirinale”. Pare di vederlo, il Presidente, che si sveglia di buon mattino, riceve i consiglieri in pigiama e berretta da notte e, mentre intinge il bombolone nel caffelatte, lascia trasparire un’aria improntata alla cautela, velata però da un fremito di sollievo. I consiglieri, sottovoce, confabulano: “Oggi il capo mi pare soddisfatto e consapevole”. “A me sollevato e circospetto”. “Macché, ha la tipica faccia del malcelato rammarico”. “No, direi piuttosto cauto”. “A me sembra invece cautamente sollevato”. “Ma va là, non vedi che è disappuntamente rammaricato?”. A quel punto si rende necessario interrogare il fondo di caffelatte rimasto nella tazza. Segue, inappellabile, il responso: “Cauto sollievo”. E anche stavolta è andata.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 24 agosto 2011

Il Feltri in seno di Marco Travaglio

(vignetta Marilena Nardi Il Fatto-23.08.11)
Ogni tanto, pensando di far cosa gradita, ci corre l’obbligo di mettere in guardia il Cainano da quanti lo circondano. Che, con l’aria di volergli bene, stanno a poco a poco trascinandolo in un bunker che quello di Gheddafi al confronto è Disneyland. Il più perfido è Littorio Feltri, che si sta esercitando in un giochino davvero crudele: far credere ai lettori del Giornale che Silvio non è più lui perché ostaggio delle forze del Male che lo costringono a sbagliare tutto. Un po’ come Aldo Moro, che si descrisse nelle sue lettere dalla prigionia “sotto il dominio pieno e incontrollato dei terroristi”. Solo che qui, per fortuna, non ci sono di mezzo le Br che sparano mitragliate, ma ministri e alleati che sparano cazzate. Lo condizionano, lo intortano, lo subornano, lo ingannano e lui, poveretto, subisce e obbedisce. Come un bambino tonto o un vecchietto rinco. L’altroieri titolone del Giornale: “Quello che Silvio non può dire”. Sommario: “È costretto a sopportare politici e politicanti, deve difendere la manovra di Tremonti e convincere Bossi sulle pensioni”. Ieri, titolone-bis sulla Libia: “Chi obbligò Berlusconi ad attaccare Gheddafi”. Sommario: “Le manie di grandezza di Sarkozy, che voleva mettere le mani sul petrolio, l’interventismo di Napolitano che ha contagiato la sinistra. Così l’Italia è entrata in guerra”. Poi c’è la manovra finanziaria, che com’è noto gli è stata imposta da Sarkomerkel, Banca europea e Bankitalia. E il lodo Alfano? Fu il temibile Alfano a imporglielo a viva forza: fosse stato per lui avrebbe lasciato perdere e si sarebbe lasciato processare come un agnellino. E la ex Cirielli che mandò in prescrizione un bel po’ di suoi reati? Dev’essere stata la Spectre a infilarla tra il lusco e il brusco in una legge-quadro sulle zampe dei pinguini. E la controriforma del falso in bilancio, che gli cancellò cinque processi? Fu senz’altro opera dei venusiani: poi dicono che gli extraterrestri non esistono. Idem per la leggina che ha consentito a Mondadori di chiudere con 8,6 milioni un contenzioso da 176 con l’Agenzia delle Entrate: l’ennesimo scherzetto dei poteri forti. Il guaio è che, tolte le leggi e le scelte suddette, regolarmente imposte dai soliti cattivoni che gli vogliono male, non resta null’altro. Già in 17 anni B. ha fatto pochissimo. Ora apprendiamo pure che quel pochissimo non è merito suo. A questo punto qualche elettore normodotato, ove esista, potrebbe domandarsi: ma allora che l’abbiamo votato a fare? Se il capo del governo “non può dire” né fare nulla e persino un cadavere ambulante come la sinistra riesce a costringerlo ad attaccare la Libia e a metter tasse su tasse, a che ci serve B.? Oppure, variazione sul tema: se l’uomo più ricco d’Italia, con tutte quelle tv e quei giornali e quelle aziende e quel potere in Parlamento e fuori non riesce a muovere un passo, non sarà mica rincoglionito? Infatti quella iena di Feltri aggiunge che, dal ’94 a oggi, “la politica gli ha procurato un sacco di guai. Specialmente giudiziari”. E domanda, con mirabile coerenza: chi glielo fa fare di “tentare di governare un Paese ingovernabile”? Perché “non si gode l’impero costruito con tanta fatica, anziché vivere a Roma, frequentare omuncoli e ominicchi, misurarsi con la feccia dei partiti... parlare con Cicchitto... dibattere delle pensioni con Bossi che non ha mai lavorato” in vita sua? “Chiunque nei panni del Cavaliere si sarebbe dimesso un migliaio di volte” o avrebbe “messo mano alla fondina della pistola”. Invece “lui prosegue imperterrito”, mentre “sarebbe più sereno se rinunciasse a governare l’Italia”. Ecco, Cavaliere: è proprio sicuro che Feltri, dipingendola come un vecchio rincoglionito che si fa dare la linea dal primo che passa, stia ancora dalla sua parte? Non è che, sotto sotto, quando La invita alle dimissioni, vuole vederLa in galera? Lei ci dirà: ma anche voi volete vedermi in galera. Certo. Ma noi almeno lo facciamo gratis.

fonte articolo Il Fatto Quotidiano
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martedì 16 agosto 2011

OPPOSIZIONI-Scarna la contromanovra del Pd. Casini media. All’attacco solo Sel e Idv di Iaia Vantaggiato

(foto da Il Fatto Quotidiano)
Iniqua ma in compenso anche inutile. Il giudizio di Bersani è senza appello: la manovra «è ingiusta e depressiva» perché quel po' di cassa che riesce a fare a spese delle fasce più deboli verrà comunque controbilanciata, e con salati interessi, dalla diminuzione dei consumi e dal conseguente avvio della temutissima spirale recessiva, e scusate se è poco. La pensano come il segretario del Pd tutte le opposizioni che chiedono a gran voce che si eviti la blindatura del provvedimento tramite voto di fiducia.
L'opposizione affila le armi in vista di un dibattito parlamentare che si profila per il governo come una roulette russa. Bersani, dopo averci tenuti per settimane sulla corda ripetendo che lui le proposte per arginare il disastro economico ce le aveva in tasca ma a rendercele note non ci pensava per niente, si è infine deciso. La contromanovra piddina è scarna: 7 punti tra cui spiccano la dismissione di edifici pubblici per 25 miliardi di introito, l'una tantum sui capitali illegalmente esportati e l'introduzione di misure draconiane contro l'evasione.
Tonino Di Pietro la sua contromanovra la aveva presentata già da settimane e non si fa pregare per ritirarla fuori col massimo fragore. A botta calda il suo giudizio, «molte luci e molte ombre» era sembrato meno severo di quello dei colleghi oppositori. Mica vero. Qualche segnale positivo c'è, ma la manovra, nel complesso, «è di insopportabile iniquità» e pertanto «così com'è non la voteremo mai».
Sel, il partito di Nichi Vendola, non essendo rappresentato in Parlamento, non ha voce in capitolo quanto a voti in aula ma su tutti gli altri fronti promette sfracelli, dal momento che con la manovra «il governo ha dichiarato guerra all'Italia». Vendola, del resto, non è parte in causa solo in quanto leader di un partito d'opposizione ma anche come presidente di regione, e qui non è più questione di destra o sinistra perché a fare le barricate ci sono fianco a fianco tutti i presidenti degli enti locali e i sindaci, inclusi, in prima fila, il cattolicissimo Formigoni e l'ex missino Alemanno.
E fossero solo le armate dell'opposizione e i plotoni delle amministrazioni locali. La manovra non va giù a nessuno. La bersagliano le forze sociali sia dal versante sindacale, con la Fiom a un millimetro dallo sciopero generale, sia da quello delle aziende. La fucilano i giornali, inclusi quelli governativi per vocazione come il Giornale.
In queste condizioni la marcia del decreto rischia di trasformarsi in una Afghanistan parlamentare. E' vero che forse la maggioranza potrà contare sul supporto dei centristi che, pur criticando la manovra, si mantengono su una posizione diversa da quella delle altre opposizione. «La manovra tartassa i soliti noti che non evadono le tasse», parte duro Casini, poi però frena segnalando che «sembrano tuttavia recepite alcune delle nostre indicazioni» e chiude invitando l'opposizione a dimostrare «grande senso dello Stato».
Ma anche se le trattative con Casini andassero in porto non è affatto detto che la sorte del manovra, non tanto nel voto finale quanto nello stillicidio degli emendamenti andrebbe a buon fine. Giocano però a favore di Berlusconi due elementi tutt'altro che trascurabili. Il primo è la divisione delle opposizioni sulle strategie del futuro prossimo: l'Idv farà quanto in suo potere per evitare il governo tecnico, i centristi tirano la fune in direzione opposta, il Pd è equamente diviso, come al solito. Il secondo e ancor più decisivo elemento che gioca a favore del premier si chiama Giorgio Napolitano. Il presidente non ha alcuna intenzione di far ballare la nave Italia più del necessario, e si sa che quando re Giorgio alza la voce ai dignitari piddini non resta che obbedire.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 12 agosto 2011

LA LINEA DEL PIAVE di Alberto Asor Rosa

Nella storia di questo disgraziato paese (l’Italia, intendo, per chi non ami le metafore), c’è una sindrome spesso ricorrente: si chiama la linea del Piave. Funziona così. Per anni, talvolta per decenni, gli alti comandi, i Governi, le classi dirigenti in genere, prendono decisioni inique, sbagliate, avventurose, persino ciniche e anche delinquenziali: l’incredibile mediocrità degli alti comandi medesimi, la strategia irresponsabile dell’attacco frontale, il mostruoso disavanzo di bilancio, l’incapacità del ricambio, la stralunata soggezione dell’interesse pubblico agli interessi privati o di gruppo, ne rappresentano le manifestazioni più significative ed esemplari. Poi, ad un certo punto, dai e dai, si verifica la catastrofe: le linee cedono, il bilancio crolla, l’economia va in pezzi, le classi dirigenti, d’ogni razza e colore - ripeto: d’ogni razza e colore – annaspano nel vuoto che loro stesse hanno creato. È a quel punto che a qualcuno viene in mente la linea del Piave: gli interessi non sono più diversi, separati e magari contrapposti, diventano “unico”. La catastrofe si può affrontare solo tutti insieme, senza più differenze né di razza, né di colore, né di collocazione sociale, né di orientamento politico. E questo, a pensarci bene, è anche giusto: chi, infatti, vorrebbe vedere gli austriaci a Milano o a Venezia?
Se poi, come nel caso di oggi, la linea del Piave assume dimensioni planetarie, la solidarietà di tutti intorno a un modello unico di soluzione assume un’evidenza ancor più eloquente: o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno. E anche questo potrebbe essere giusto. Ma vediamo fino a che punto il discorso del Piave regge e, ammesso che regga, quali diverse impostazioni gli si possono dare.
Facciamo (almeno noi) un passo indietro e torniamo in Italia. Negli ultimi tre- quattro mesi è accaduto nel nostro paese qualcosa che in precedenza sarebbe stato inimmaginabile: e cioè un cambiamento vistoso della costituzione materiale, un aggiustamento invisibile dei meccanismi decisionali. Tutte le più importanti scelte in materia politica ed economica sono state, non certo prese, ma indotte con forza e con, appunto, autorevolezza “dall’alto”. E quale esempio più lampante di “Camere congelate” di quelle che, nel giro di quarantotto ore, hanno votato un bilancio dello Stato strangolatorio e, nel caso di certi partiti, addirittura apertamente non condiviso? Non sto dicendo né che sia stato un bene né che sia stato un male: mi limito per ora a constatare che è accaduto. Ricordate il mio articolo sul manifesto del 13 aprile?(leggi l'articolo) «Ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instauri quello che io definirei un normale “stato di emergenza”, eccetera eccetera». L’unico auspicio di quell’appello che non sia stato per ora praticato è il ricorso all’Arma dei carabinieri e alla polizia di Stato: non ce n’è stato bisogno, e comunque la magistratura e le forze dell’ordine erano impegnate in altro (sempre però nei dintorni: Papa, Milanese, Penati, Bisignani eccetera eccetera).
Ma in generale la linea più volte adottata è andata puntualmente in quella direzione, tacciata allora dai pulpiti più diversi d’imbecillità, provocazione, golpismo, ecc. ecc. Oggi tutti i dubbi e le riserve sono svaniti nel nulla: la linea estrema di difesa delle istituzioni repubblicane e dell’economia e coesione sociale nazionali è diventata il Governo del Presidente (non quello del Consiglio, naturalmente), universalmente invocato dalle forze, partitiche e d’opinione, che si collocano all’opposizione dell’attuale maggioranza parlamentare.
Restiamo anche noi all’interno del ragionamento, ma al tempo stesso prendiamoci la libertà di porci - di porre – alcune domande decisive: a favore di chi? Con quali mezzi? Con quale, non solo istituzionale, ma anche politica autorevolezza? Le linee del Piave, in sé e per sé considerate, non servono a scardinare i sistemi, servono a confermarli e a renderli ancora più inattaccabili. La difesa del “bene comune” è pagata sempre da una sola parte. Sul Piave (storicamente, non metaforicamente inteso) la linea fu tenuta dalla leva dei ’99, giovani diciottenni gettati in massa nel rogo a difendere l’integrità e l’unità nazionale. Oggi nel tritacarne dell’unità nazionale sono destinati ad essere macinati - alfieri del tutto involontari d’un patriottismo a senso unico - gli anziani e le famiglie deboli, i pensionati, gli operai, i giovani (soprattutto i giovani), i piccoli e medi borghesi, impiegati e professionisti, gli uni e gli altri ovviamente senza rendite parassitarie alle spalle. Sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questa situazione si è già sfarinato il fronte delle opposizioni: il Terzo Polo ha subito adottato la linea della massimizzazione dei “sacrifici popolari” (davvero singolare in questo quadro – mi sia permesso di osservarlo - l’atteggiamento della formazione che recentemente ha scelto di chiamarsi “Futuro e Libertà”: non dovevano essere la forza di rinnovamento del quadro politico italiano e sono finiti alleati in tutto e per tutto subalterni dei moderati più moderati?). Ma lo sfarinamento ha già raggiunto vertici e settori anch’essi in precedenza inimmaginabili: vedere la Camusso, leader di un’organizzazione operaia e popolare come la Cgil, collocarsi anche fisicamente, quasi a segnare il rapporto gerarchico nuovo testé costituitosi, alle spalle della Marcegaglia, leader delle organizzazioni padronali, ha avuto la portata e il valore di un manifesto, ben comprensibile ai più.
La linea del Piave, per essere minimamente condivisa prima che accettata e praticata, avrebbe bisogno di molte condizioni, di cui per ora non si vede traccia, anzi, per essere più esatti, quasi nessuno parla. A scopo puramente provocatorio, come di consueto (poi fra qualche mese si vedrà meglio), ne elenco due, una di carattere economico-sociale, l’altra di carattere politico, la seconda, ovviamente, condizione sine qua non perché la prima diventi credibile.
La condizione economico-sociale è la conservazione integrale dello Stato sociale, e cioè, per essere più precisi, di quell’insieme di statuti, regole, leggi e abitudini, che garantiscono la libertà e il benessere ai cittadini più deboli. Quanto al pareggio di bilancio, bisognerebbe chiedersi se le cure prospettate, in dimensioni e rapidità di tempi, non siano destinate ad ammazzare il cavallo invece di rimetterlo in piedi. La distribuzione dei pesi e delle misure, e le loro conseguenze effettive, devono perciò fin d’ora essere elencate con estrema precisione: l’obiettivo, infatti, è garantire con assoluta certezza - e la cosa è tutt’altro che impossibile - che dalla crisi ci si proponga di uscire con uno stato più giusto, non con uno più infame.
La condizione politica è che dalla crisi si esca con un riassetto del sistema di potere che almeno garantisca la riapertura di una nuova fase. Dobbiamo invece prendere atto che finora si è andati nella direzione esattamente contraria: e cioè - nella più pura tradizione delle linee del Piave nazionali (ma almeno Cadorna nel ’17 perse il posto) - la crisi ha paradossalmente rafforzato, o almeno lasciato più tranquillo, il Governo Berlusconi: è entrato a far parte anch’esso, infatti, della “soluzione unica nazionale” della crisi. Ma questo è intollerabile, e quindi inaccettabile: significherebbe far pagare al paese, come prezzo per uscire dalla crisi, la perpetuazione delle ragioni più profonde della crisi medesima, l’inaffidabilità, il discredito, interno ed internazionale, l’assoluta mancanza del senso dell’interesse pubblico da parte dei suoi governanti.
Perché la linea del Piave sia almeno decentemente compresa e condivisa, occorre che il governo del Presidente metta in programma questa apertura di una nuova fase in netta, inequivocabile discontinuità con quella precedente: anche ricorrendo, in tempi ragionevoli, ad un nuovo responso elettorale. Ai costituzionali - notoriamente ce ne sono molti e di molto eccellenti – va richiesta con urgenza una rilettura del primo comma dell’art. 88 della Costituzione, il quale recita (com’è universalmente noto): «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti; sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Le interpretazioni correnti, che depotenziano in genere la facoltà del Capo dello Stato di assumere autonomamente tale decisione, mi sembrano estremamente discutibili, e perciò andrebbero ridiscusse, in una situazione come questa in cui si potrebbe da un momento all’altro avere bisogno di disporre tranquillamente di tale estrema risorsa.
Insomma: il Governo del Presidente comporterebbe una netta e puntuale individuazione dei pesi e delle misure da adottare, una equa distribuzione dei sacrifici, una preliminare scelta di campo a favore delle classi e dei ceti più deboli e, preliminarmente e contestualmente, la ricostituzione d’un quadro politico in grado di giocare la partita nella piena dignità ed efficacia dei suoi possibili mezzi (e uomini). Altrimenti, sarà un confuso, inane e un po’ disperato tentativo di tenere in piedi il sistema a favore dei soliti “amici”. Non sarebbe una bella cosa, e non funzionerebbe.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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Il tramonto del Tremonti. SOLO, INDECISO E COMMISSARIATO QUATTRO PDL BOCCIANO IL DECRETO di Luca Telese

(vignetta portoscomic)
Ma che squallida matti-nata canicolare, che squallido balletto: benvenuti al Parlamento Burlesque, Bene Bravi, Bis, Tri-chet. É avanspettacolo, certo, ma è pur sempre tragico. Le commissioni parlamentari di Camera e Senato che si riuniscono solennemente e si dissolvono altrettanto precipitosamente, il ministro un tempo spavaldo che diventa titubante, i tavoli negoziali (del nulla) che si apparecchiano e si sparecchiano a palazzo Chigi con la rapidità di un fast food e con il dispiego di forze di interi reggimenti di Burocrazja. I frondisti del Cavaliere che mimano un giochino di dissenso - voto-non voto-chissà - il Colle che fa e disfa, e l’eurobanca che scrive lo spartito. Su tutto, l’immensa cialtroneria della neolingua di potere: la nuova parola d’ordine è “responsabilità”: si pensano Adenauer, ma ci sembrano solo Scilipoti.
IERI MONTECITORIO pareva il teatro dell’assurdo: il presidente del Consiglio del macchiettistico “Ghe pensi mì”, ormai rassegnato al commissariale “Ghe pensano ei” (ovvero gli eurosauri), la maggioranza che si sfarina (poco importa se per celia o per davvero) Pier Ferdinando Casini che infierisce sul povero Giulio Tremonti dentro e fuori dall’Aula con una staffilata al vetriolo: “Questo è scemo, da ricoverare!”. Ma non era il divo Giulio l’ultimo grande illuminato d’Italia, non era il premier in pectore, un moderno Condorcet con il rendigote, il ciuffo, e le chiavi dei forzieri?
Ieri Tremonti annunciava ipotesi e ventilava sciagure. Cercava di nuovo di taroccare la sua disfatta provando a innescare piccole guerre ideologiche intorno alla battaglia contro il 25 aprile e per la “facilità di licenziare” che (non si capisce in virtù di quale pasticcio) dovrebbero aiutare a risanare i conti: “Licenziamento o dismissione del personale...”.
COME GIOCA con le parole Tremonti, e come giocano con le idee i politici di questo crepuscolare fine di partita. Come è patetico il capogruppo della Lega Marco Reguzzoni, quando spiega che la Lega è contraria all’innalzamento dell’età pensionabile “perché l’Italia è un paese diverso dagli altri, e federalismo vuole anche dire che il ruolo della nonna diventa fondamentale nel momento della supplenza con i figli in un paese in cui non ci sono asili”. Il ruolo della nonna? Come se di fronte al finis historiae si potesse ancora giocare alla parodia di Asterix, combattere una battaglia delle idee (e numeri) ostentando il folclorismo tradizionalista e neotribale.
Che ridicolo quel plotone di sindacalisti accorsi intorno al tavolone di Palazzo Chigi: le avete contate, le teste, nelle foto? Sessanta persone convenute per due ore di dibattito e nessuna decisione. I palazzi della politica partoriscono cortine fumogene, tavoli concertativi, liste di priorità che non saranno rispettate, bugie indecenti per velare quello che la “lettera segreta” (solo per i gonzi) ha già chiesto all’Italia: privatizzazioni, licenziamenti, bastonate previdenziali e patrimoniali dolorose.
IN MEZZO a questo paesaggio di lacrime, Casini svetta, perché almeno parla la lingua della verità: “Abolire l’Ici è stata una follia”. E Antonio Di Pietro, leader Idv, tratta a pesci in faccia il ministro dell’Economia: “Io so che cosa vuol dire confidenziale, forse lei no. Questa lettera non gliela hanno inviata perché è un caro amico, ma perché ci impone condizioni che questo paese dovrebbe conoscere”. Tre-monti non ha più la sicurezza e la prontezza di spirito della battuta che annichilisce. In questo palcoscenico popolato di balle e sparate rodomontesche, infine, arrivano i quattro moschettieri del Pdl: il sottosegretario Guido Crosetto, Giorgio Stracquadanio, Lucio Malan e Isabella Bertolini, infatti, firmano un comunicato e minacciano di non votare la finanziaria: “L’esposizione del ministro Tremonti, ci aveva fatto credere - sottolineano Crosetto, Stracquadanio, Bertolini e Malan – che il ministro avrebbe colto l’occasione della crisi per essere all’altezza di quello che Tremonti ha definito un tornante della storia”. E invece... “Tremonti – scrivono i quattro moschettieri – avrebbe dovuto indicare la strada per ridurre di almeno sette punti la spesa pubblica. E su questo il Parlamento avrebbe dovuto discutere. Invece, niente”. Dicono che dietro i quattro ci sia il maldipancia di Berlusconi, che non vuole mettere la faccia sulla manovra. Dicono che il Cavaliere malsopporti il commissariamento (e il suo ministro) che e sogni l’ultimo colpo di scena. Ma anche Umberto Bossi, subito dopo l’intervento di Tremonti alle commissioni, aveva bofonchiato: “Discorso fumoso”.
A sera, sulla commissione burlesque cala il sipario: i convitati si dissolvono, il nulla torna protagonista sulla scena. Mentre l’Italia dorme. E i padri stipano i portabagagli per le code del ferragosto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 28 luglio 2011

Palma d’Oro di Marco Travaglio

(foto tratta da 'Il Messaggero')
Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia. D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa). Ma li ha brillantemente superati tutti. Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-‘95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B. Un bijou. Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto. Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola. Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già sospetta), e soprattutto non frequenta Previti né ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro. Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994. Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi. “Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli. Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour. Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”. Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato. Vuoi vedere – sussurrava tremando qualche malpensante – che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura? Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio. I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista. Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti. Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo. Palma farà rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli. Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà a farlo rimpiangere. Ma che lo si troverà non c’è dubbio: ci penserà il centrosinistra.

fonte articolo'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 22 luglio 2011

Morto un Papa se ne fanno altri di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Il primo parlamentare della storia repubblicana che va in carcere senz’aver sparato un colpo (gli altri quattro on. det. erano tutti accusati di armi e sangue) si porta dietro un delirio collettivo che dà il segno dell’impazzimento del nostro agonizzante regimetto. Mentre gli arresti di politici si susseguono al ritmo di uno al giorno (ieri hanno riacchiappato l’ottimo Prosperini), politici e commentatori al seguito dicono cose che uno normale si vergognerebbe di pensare. Mario Pepe e Osvaldo Napoli, del Partito degli Onesti, vaticinano: “Così finiremo tutti dietro le sbarre”, facendo intendere che se qualcuno è momentaneamente a piede libero è solo perché non l’hanno ancora scoperto: forse sanno cose che noi ancora non sappiamo. Lucio d’Ubaldo, uno dei senatori Pd che han salvato Tedesco, spiega che lui è “garantista”: ma il garantismo significa che l’imputato ha il diritto di difendersi fino in fondo, non che i mandati di cattura li emettono i politici al posto dei giudici. Forse confonde Cesare Beccaria con Cesare Previti. Bersani, a proposito dell’indagine per tangenti sul suo braccio destro Penati (quello sinistro, Pronzato, è già dentro), non trova di meglio che dire “sono cose vecchie di dieci anni”, come se un ladro fosse meno ladro solo perché ha rubato qualche tempo fa. Ottimo anche l’on. avv. Paniz: “Chi vuole Papa in carcere vuole che i parlamentari siano meno uguali degli altri”. Già perché, com’è noto, i cittadini comuni non vengono mai arrestati, mentre i parlamentari sempre. Tedesco è in stato confusionale: prima dice che “la carcerazione preventiva è una barbarie” (l’ha scoperto solo ora che è toccata a lui), poi però chiede ai colleghi di avallare il suo arresto: il che significa che nemmeno lui vede fumus persecutionis ai suoi danni, infatti qualcuno gli fa notare che ha confessato e dovrebbe dimettersi da senatore. Lui naturalmente si tiene stretto il seggio con immunità incorporata e, appena salvato, dice “grazie al centrodestra”. Cioè al Partito degli Onesti che salva tutti gl’inquisiti, a prescindere. L’abolizione della logica tocca lo zenit sul Giornale e su Libero, che sono l’uno l’inserto satirico dell’altro. Feltri denuncia i “due pesi e due misure” per Papa e Tedesco, uno finito in carcere e l’altro rimasto in Senato: “Come al solito l’ha fatta franca chi è di sinistra e chi è dello schieramento opposto è stato mazziato”. E Belpietro, con lo stampino: “Se sei del Pd non ti arrestano... Non pensavamo che militare a sinistra garantisse un lasciapassare per evitare la galera... Si sta ripetendo quel che accadde una ventina d’anni fa quando... le richieste di arresto e gli avvisi di garanzia riguardarono una sola parte... Una cosa è certa: Papa ha sbagliato partito”. Forse non sanno, Feltri e Sallusti, che il partito di Papa, quello degli Onesti per intenderci, ha votato contro l’arresto sia di Papa sia di Tedesco, mentre tutti gli altri han votato a favore. Dunque Papa ha azzeccato il partito giusto. Il suo guaio è che la maggioranza ha deciso di votare a scrutinio segreto e alla Camera gli alleati leghisti l’hanno impallinato, mentre al Senato hanno in parte salvato Tedesco con la complicità dei soliti pidini sciolti, nascosti dietro l’anonimato, all’insegna del “cane non morde cane”. In ogni caso, se Tedesco non è finito dentro come meritava, è grazie al Pdl. Punto. Fosse dipeso dai magistrati, Tedesco sarebbe stato arrestato come Papa, visto che entrambi erano destinatari di un’ordinanza di custodia. Quanto a vent’anni fa, cioè a Tangentopoli, i primi politici arrestati dopo Mario Chiesa furono esponenti del Pds: Li Calzi e Soave. Non perché fossero di sinistra, ma perché prendevano tangenti. Ecco, ciò che manca totalmente nei commenti del dopo-Papa, anche in quello del presidente della Repubblica sul fantomatico “scontro fra politica e magistratura” (ma dove? ma quando? ma tra chi e chi?), è un piccolo dettaglio: se, oggi come vent’anni fa, tanti politici finiscono sotto inchiesta è perché tanti politici rubano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 13 luglio 2011

I ladri della Patria di Marco Travaglio

(vignetta Natangelo-Il Fatto Quotidiano)
In questi giorni di angoscia per i bollettini di guerra di Piazza Affari, non c’è nulla di meglio, per tirarsi un po’ su di morale, che la lettura dei giornali. I bollettini di Mediaset, Il Giornale e Libero, hanno le idee chiare sul vero motivo delle turbolenze di Borsa: non la crescita zero del Paese e la credibilità zero del governo, ma la sentenza Mondadori e, dietro, la solita terribile sinistra che riesce addirittura a pilotare “gli speculatori per mandare a casa il premier”. Le vecchie volpi rosse hanno colpito ancora: una ne fanno e cento ne pensano. Non per nulla, grazie a loro, ci siamo ciucciati 50 anni di Democrazia cristiana e 17 di Berlusconi. Il meglio, però, sono le soluzioni miracolose che dovrebbero prodigiosamente salvarci dal default (ma la maggioranza non era “solida e coesa”? ma i conti pubblici non erano “in ordine”? ma la manovra non era “severa ma equa”?): l’immancabile “dialogo” tra governo e opposizione auspicato dall’ermo Colle e lubrificato dal solito Letta. Il quale – scrive il sempre urticante Verderami sul Corriere – “rientra in gioco” come “ufficiale di collegamento per Palazzo Chigi nelle relazioni con il Colle e con le forze di opposizione”, insomma “si riappropria della cabina di regia politica di Palazzo Chigi”, mentre Tremonti è out per le “vicende giudiziarie”. Invece, com’è noto, Letta con le vicende giudiziarie non c’entra: i fondi neri Iri li incassava Pulcinella, le tangenti Fininvest ai politici le portava la cicogna, Bertolaso e la cricca riferivano alla befana, Bisignani sussurrava all’orecchio di mia zia. L’idea che nelle alte sfere si conti di scongiurare la tempesta finanziaria aumentando le dosi di saliva e vaselina di Letta-Letta, la dice lunga su come siamo ridotti. Lo sanno anche i bambini che il crollo dei titoli di Stato, anche se frutto di diaboliche manovre speculative, non dipende tanto dai fatti e da numeri, quanto da fattori psicologici come l’affidabilità e la reputazione di chi dovrebbe risanare i conti. Un Paese derubato per 70 miliardi l’anno dalla corruzione, per 130 dall’evasione e per 150 dalle mafie, ma governato da un imputato per evasione e per corruzione per giunta amico di noti mafiosi. Il problema dunque non è l’opposizione, che fra l’altro non è mai esistita. È il governo. Il premier è il politico più sputtanato dell’universo, detto anche “utilizzatore finale” di prostitute (Ghedini), “culo flaccido” (Minetti), “malato” (Veronica e Briatore”), “corruttore attivo” (sentenza Mondadori). Letta è Letta. Tremonti aveva affidato tutte le chiavi – delle nomine, delle Ferrari e dell’appartamento – a tal Milanese, ora a un passo dalla galera. Alla Giustizia c’è un fumetto di nome Alfano, che in tre anni non ha combinato una beneamata mazza, lasciando alla deriva tribunali, procure e carceri e ora si crede il segretario del Pdl. A proposito di giustizia, alcuni ministri sono inseguiti dalla gendarmeria: Fitto, imputato per associazione a delinquere, corruzione e altre cosette; Matteoli, imputato impunito per favoreggiamento; Romano, primo caso di ministro imputato per mafia; Maroni, ministro dell’Interno, che prima mena i poliziotti poi li manda a menare i manifestanti; Bossi, quello delle Riforme, pregiudicato per mazzette e istigazione a delinquere, che ormai parla solo col dito medio (il famoso digitale terrestre); e alcuni “ex” da tempo irreperibili, come Brancher, Scajola, Bertolaso, Cosentino. Poi c’è l’angolo del cabaret: il ministro Frattini Dry, noto come “il fattorino” nei cablo dell’ambasciata Usa; il mini-stro Brunetta, apostrofato “cretino” dal collega Tremonti mentre il collega Sacconi assicura “io manco lo sto a sentire”; la Prestigiacomo – “la matta”, per il collega Romani – che come la Carfagna e la Gelmini era in perenne pellegrinaggio al santuario di San Bisi; e la Brambilla, simpaticamente considerata “la più mignotta di tutte” dal buongustaio piduista. Più che un governo, una comunità di recupero. E il problema sarebbe la mancanza di “dialogo”? Ma andè a ciapà i ratt.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 10 marzo 2011

Una mano (sporca) lava l’altra di Marco Travaglio

La grande, anzi epocale Riforma della Giustizia non è quella strombazzata dal Nano e da Al Fano, i nuovi fratelli De Rege, e presentata ieri in pompa magna da Angelino Jolie al povero Napolitano: trattasi di legge costituzionale che, ammesso e non concesso che superi la doppia lettura parlamentare nei due anni che mancano a fine legislatura, non raccoglierà comunque i due terzi e dunque sarà sottoposto al referendum popolare. Serve a buttare in caciara i processi a B., spacciandoli come l'ennesima battaglia di una fantomatica “guerra fra politica e magistratura”. No, la vera riforma epocale è quella che si approva ogni giorno alla chetichella nelle aule parlamentari, che regalano l'impunità a questo o quel membro della casta-cosca, sempre tra il lusco e il brusco, nel silenzio generale. L'altroieri, per gli inquisiti impuniti di destra e di sinistra, è stata un'altra giornata radiosa: niente autorizzazione al Tribunale dei ministri per processare Pietro Lunardi che, quand'era alle Infrastrutture, è accusato di aver acquistato da Propaganda Fide per 3 milioni un palazzo di cinque piani che valeva 8 milioni e in cambio, mediatore Angelo Balducci, di aver procurato a Propaganda Fide un finanziamento di 2,5 milioni. Dei 548 deputati presenti, 290 han votato per salvarlo (Pdl, Lega, “responsabili” e un Mpa, Commercio, nomen omen), 208 per processarlo e ben 44 si sono astenuti: gli Udc e un bel po’ di finiani, compresi Briguglio, Della Vedova e Raisi (ma sì, che gliene importa di un ministro accusato di rubare milioni allo Stato per darli alla Chiesa e farsi la reggia a metà prezzo?). Altri cuordileone sono usciti dall'aula per non doversi neppure astenere: fra gli astenuti dall'astensione si segnalano Bocchino, Bongiorno, Napoli, Tremaglia e Urso, vivissimi complimenti anche a loro. Una menzione particolare merita il relatore Giuseppe Consolo, giurista finiano di chiara fama ma soprattutto fame, che ritiene reato ministeriale (sottoposto ad autorizzazione a procedere) anche lo stupro del ministro sulla segretaria purchè la vittima lavori al ministero, s'intende. “Sei stato grande!”, “Oggi era il tuo gran giorno!”, si sono congratulati con lui Bonaiuti (Pdl) e Castagnetti (Pd). Così, nel Fli, Fabio Granata è rimasto solo a difendere la legalità, insieme a dipietristi e il Pd. Tra i favorevoli a salvare Lunardi si segnala un certo onorevole Pietro Lunardi, che non è un omonimo: è proprio lui. Al termine di una lunga e tormentata crisi di coscienza, ha deciso di votare per se stesso. Già che c'erano, siccome una mano (sporca) lava l'altra, il Pdl e i radicali del Pd han salvato anche Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro dell'Ambiente, pure lui sotto inchiesta per corruzione al Tribunale dei ministri di Potenza: negata l'autorizzazione all'uso delle sue telefonate intercettate con i presunti complici. In pratica la Camera cestina le prove, così Alfonsino verrà assolto e qualcuno dirà pure che era un perseguitato. Dulcis in fundo, la Camera s'è costituita a difesa dell'ex onorevole Sgarbi nel conflitto di attribuzioni sollevato dalla Cassazione contro il Parlamento che aveva dichiarato insindacabile Sgarbi per i soliti insulti in tv ai pm milanesi. Sono le prove generali per il conflitto di attribuzioni pro-B. E per il salvataggio del Pd Alberto Tedesco, l'ex assessore di Vendola che, se non si fosse rifugiato in Senato dopo l'avviso per corruzione, sarebbe già in galera con i suoi presunti complici. Ieri, in giunta, ha detto di essere un perseguitato. La prova? “Prima che diventassi senatore non mi hanno mai arrestato: vogliono farlo proprio ora che sono senatore”. Triplo salto mortale carpiato con avvitamento: un indagato va in Senato prima che lo arrestino, poi arriva il mandato di arresto e lui dice: è la prova che mi perseguitano, dovete salvarmi dall'arresto. Quando il Senato era una cosa seria, uno così l'avrebbero preso a sberle. Invece gli han fatto i complimenti.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 1 marzo 2011

REPLICHE FINALI di Ida Dominijanni

(vignetta Mauro Biani)
Qualunque attore di prima o di quarta categoria, a un certo punto, cambia copione. Qualunque comico cambia barzelletta, qualunque cantante cambia ritornello. Sanno, tutti, che altrimenti il pubblico si stanca. Berlusconi no. Perché per quanto ci provi, non è né un attore né un barzellettiere né uno chansonnier. E’ un pubblicitario, e la regola della pubblicità è una sola: ripetere, ripetere, ripetere.
Dev’essere per questo che giusto al culmine della sua vulnerabilità, mentre infila il tunnel di una sequenza processuale decisiva per la sostanza e per l’immagine della sua persona e del suo potere, invece di imporsi cautela spara a mitragliate l’intero repertorio del suo sovversivismo costituzionale, arricchito per l’occasione da uno sfregio a Napolitano e al suo «enorme e puntiglioso staff». Conosciamo lo spot, già andato in onda con regolarità questa sì puntigliosa a ogni tornante degli «scandali» degli ultimi anni: per colpa della Costituzione e dei suoi garanti, capo dello Stato e Consulta, in Italia tutto il potere è in mano al parlamento, che è un’accozzaglia di nullafacenti, e alla magistratura, che è un’accozzaglia di psicopatici. Governo e presidente del consiglio, invece, non ne hanno alcuno. Vorrebbero fare ma non possono. Vorrebbero correre ma vengono continuamente intrappolati dalla congiura dei vincoli procedurali:
fai una legge e lo staff del Quirinale ti fa le pulci, la rifai e te la boccia una Camera, la rifai e te la blocca di nuovo il Quirinale, riesci a farla finalmente approvare e te la boccia la magistratura appellandosi alla consulta. Povero premier:
lacci e lacciuoli, e cavilli legali, identici a quelli che gravano sulle sue gesta imprenditoriali martoriate dai processi Mediatrade e Mills. Il governo come l’azienda, non fa differenza in una concezione del potere come arbitrio assoluto, dove le regole sono un impiccio e la Costituzione un impaccio.
Più difficile, a rigore di logica politica, è capire dove Berlusconi voglia arrivare alzando di giorno in giorno l’asticella dello scontro istituzionale. Uno spot nuovo, che va in onda da qualche giorno, lo mostra sicuro di poter finalmente riformare tutto, giustizia e assetto dei poteri, una volta libero da quella zavorra che si chiamava Fini. Ma anche questo spot è truccato, perché Berlusconi non può non essersi accorto che la Costituzione e i suoi organi di garanzia hanno retto per diciassette anni ai suoi reiterati assalti e reggeranno ancora. Così come è truccato il suo attacco alla scuola pubblica, non perché il suo governo non l’abbia effettivamente distrutta, ma perché in quest’ultima circostanza è platealmente volto alla ricerca di indulgenze vaticane per i suoi peccati. Dunque non c’è nessun respiro strategico in questa ennesima campagna pubblicitaria: c’è solo il disperato tentativo di arroccarsi, ironia della storia, sullo slogan del nemico principale del Cavaliere degli esordi: resistere, resistere, resistere. Tanto più se lo spot va in onda a Milano. Dove a maggio si vota, e per il presidente del Milan tutto è concepibile, ma non l’ipotesi di una sconfitta in casa. Sarà per questo che dallo stesso palco da cui attacca il Quirinale invita i suoi militanti a un bel bunga bunga, «quattro salti e quattro chiacchiere in allegria»: a Milano il tribunale va disertato, ma la piazza è ancora quella decisiva per saggiare la tenuta dell’incanto populista.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Ora basta scherzi di Marco Travaglio

Qualcosa, lentamente, si muove. Il Cainano perde consensi a rotta di collo grazie agli scandali scoperti dalle Procure, a dispetto dei cretini che favoleggiano del gran favore che gli fa chi indaga su di lui e chi lo descrive per quello che è. Il 75% degl’italiani è contrario al ritorno dell’immunità. Napolitano comincia a rimandargli indietro qualche legge e si spera continui a farlo con le prossime norme ad personam: prescrizione breve, processo breve, bavaglio e via delinquendo. Infatti B., sull’orlo di una crisi di nervi, attacca pure il Quirinale. Sa bene che, nei prossimi mesi, oltre a giocare in casa nel governo dei servi e nel Parlamento dei compravenduti, dovrà misurarsi su altri tre terreni decisamente più ostici: il Tribunale di Milano; i referendum di Di Pietro e degli ambientalisti su legittimo impedimento, acqua pubblica e nucleare (ottima la mossa dell’ex pm di coinvolgere Fini); e le piazze, dove sono in programma un bel po’ di manifestazioni per la Costituzione. Vendola, oltre alle critiche per la malagestione della sanità pugliese, merita un plauso per il passo di grande maturità fatto con la candidatura di Rosy Bindi a premier di un governo di salute pubblica. A Torino più di 50 mila cittadini sfidano freddo e pioggia per scegliere il candidato sindaco di centrosinistra. A questo punto, però, basta un errore per invertire la rotta, far dimenticare gli scandali di regime e riportare in vita il nano morente. Da oggi, per esempio, il centrosinistra ha un’ottima occasione per farsi (e farci) del male: la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato inizia a esaminare la richiesta di autorizzazione all’arresto di Alberto Tedesco, il socialista dalemiano che nel 2005 Vendola ebbe la sventurata idea di nominare assessore alla Sanità della Puglia nonostante i macroscopici conflitti d’interessi, salvo poi doverlo defenestrare appena indagato; nel frattempo Tedesco, esponente di un partitino neosocialista, era confluito nel Pd e il Pd lo paracadutò in Senato, con relativa immunità, al posto di Paolo De Castro, appositamente traslocato all’Europarlamento. Una mossa che ricalcava quella del Pdl, che aveva nominato deputato e ministro l’ex governatore Raffaele Fitto, pure lui indagato per tangenti nella sanità pugliese: così, quando arrivò la richiesta d’arresto, la Camera la respinse. Ora la scena rischia di ripetersi. Il gip Giuseppe De Benedictis che ha disposto la cattura di Tedesco ha già arrestato cinque suoi coindagati che non hanno avuto l’accortezza di rifugiarsi in Parlamento: il caposcorta di Vendola, il braccio destro dell’ex assessore, due imprenditori e il direttore generale dell’Asl di Lecce, protagonisti con Tedesco – secondo il gip – di “un collaudato sistema criminale e clientelare” di “lottizzazione sistematica” per favorire non i più meritevoli, ma gli amici degli amici. Tedesco è accusato di vari episodi di concussione, corruzione, turbativa d’asta, abuso e falso. “Voglio il giudizio immediato come Berlusconi”, ha detto il senatore. Merita di essere accontentato. Ma, per evitare che inquini le prove o ripeta il reato, il gip ha stabilito che attenda il processo in cella assieme ai suoi complici. Finora in Parlamento ha sempre respinto le richiesta di cattura di suoi membri, tanto sotto il centrodestra quanto sotto il centrosinistra. Pdl e Lega votano sempre no ai giudici, sia per salvare gli amici, sia per ricattare gli avversari facendo pesare di averli salvati (“siamo tutti uguali”). Questa vergogna deve finire. Si spera che il Pd (ma anche Fli, Udc e Idv) dica subito sì alla cattura di Tedesco e inviti i colleghi del centrodestra a fare altrettanto. Tanto più che questo prevede la Costituzione, fuorché nel caso eccezionale di fumus persecutionis (mai come ora insostenibile, vista l’enorme mole di indizi prodotti dal gip). Giustizialismo e garantismo non ci azzeccano nulla: si tratta di ripristinare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Gli italiani, di destra e di sinistra, premieranno chi ha il coraggio di cominciare.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 9 febbraio 2011

IL DILUVIO di Oliviero Beha

Vaglielo a dire a Berlusconi, Bossi e Maroni, e Cicchitto ecc., e olimpicamente a Napolitano e specularmente a Bersani che forse ha ragione l’Ecclesiaste, il quale non vota e dunque non costituisce un pericolo imminente. Vaglielo a spiegare che c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, e tutto il repertorio stagionale che magari consideriamo “ciofeca” superata e invece è ancora lì, a reggere il mondo. Vaglielo a dire che non è neppure sorprendente che spunti alla fin fine un Saviano post-televisivo che spiegabilmente infiammi la “piazza” del Palasharp, con quell’eloquio calmo e un po’ raffazzonato che arriva più penetrante della sua pagina scritta, con quel volto antico da Inri contemporaneo e/o da camorrista buono, una specie di cura omeopatica contro i Casalesi e tutta quella gentaglia che ce l’ha con lui ma almeno altrettanto con noi, con quelli che intendono diversamente il rapporto tra persone. Vaglielo a ripetere che la “piazza” deflagra comunque quando il disagio è eccessivo, quando la politica è vuota, quando non si capisce un beneamato di alcun programma e persino sul famoso, famigerato o fatidico “federalismo fiscale” non torna un conto che è uno, quando il futuro è stato polverizzato e il presente dura un istante e a volte neppure quello in assenza di uno straccio di memoria storica. Vaglielo a dire che i 150 anni di Unità (d’Italia) sono una gran bella cosa ma che ancora migliore sarebbe una nuova spedizione dei Mille tra il mediatico e il piazzaiolo perché altrimenti tutto resta chiuso in un Palazzo grigissimo che non dà più risposte da un pezzo e le folle grandi e piccole si chiedono “che fare?” a Lenin ultrasepolto e in attesa motivatamente spasmodica di fare a meno anche di Berlusconi? “Dopo”, per tornare all’Ecclesiaste e alle sue stagioni, dopo che accadrà? Oppure la paura che Berlusconi sopravviva a se stesso è tanto forte da rimuovere anche questa cruciale domanda? Allora sì che ci sarebbe un berlusconismo a livelli industriali senza il prototipo... con Saviano o senza di lui (mentre dalla penombra si affacciano i berluschini della politica di entrambi gli schieramenti con aggiunta di terzipoli, dell’imprenditoria, della finanza, dell’editoria...). Nel frattempo si dispiega mediaticamente la “paura della piazza” e chi ne scrive come sto facendo è quasi obbligato a premettere (o post-mettere, nel caso) che è “contro ogni violenza” in una tiritera che dovrebbe essere acquisita e suonare offensiva per chiunque abbia un poco di memoria per gli anni di piombo e un poco di sensibilità per questi anni di merda. Certo, sono contro la violenza, e temo ogni strumentalizzazione della piazza. Ma non al punto di additare la piazza come il nemico pubblico principale di uno status quo truffaldino che ci ha ridotti così. Basterebbe riprendere in mano qualche pagina di Machiavelli, per esempio quelle delle “istorie fiorentine” citate in “Giustizia e bellezza”, di Luigi Zoja, (Bollati Boringhieri). Da sempre c’è stato un “palagio” cui però si opponeva una “piazza”, dal latino platea: era il Rinascimento. Oggi in una Seconda Repubblica che è diventata semplicemente una Reprivata c’è il Palazzo o i Palazzi o il Residence del potere ma la piazza è stata sostituita dalla piazza/tv, dalla sua farsesca e annichilente riproduzione mediatica. Adesso sembra vicina la resa dei conti e ve ne meravigliate? Davvero si pensava che potesse durare così all’infinito? E non dipenderà da Ruby e dalle minorenni, ma dall’Ecclesiaste e dai tempi maturi: in “Dopo di Lui il diluvio”, maggio 2010, ed.Chiarelettere, cito dai verbali della D’Addario sul lettone di Putin le parole testuali del premier che le dice “pisciami addosso” motivando il titolo del pamphlet. Non era un reato penale, perlomeno non in senso proprio, no. Semplicemente il momento dell’Ecclesiaste (e di Saviano...) non era ancora giunto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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