Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 5 agosto 2011

LA PAROLA A RENZO ARBORE: LA RAI VA INDIETRO TUTTA intervista di Chiara Paolin

“Il panorama è desolante, ma il servizio pubblico si chiama così perché deve garantire qualcosa di buono”


Il fattaccio accade ogni mattina alle ore 7 precise. Su Rai2 l’esodo è massiccio: dall’8% di share si precipita al 3. E la giornata comincia con un sottile dolore per una piccola ma tenace comunità: gli arboriani duri e puri.

Caro Renzo, è tutta colpa sua.
Ebbene sì, lo confesso. Stanno mandando in onda le repliche di Indietro tutta e c’è un sacco di gente che mi ferma per strada raccontandomi la puntata del giorno. Dicono: mi alzo apposta per guardare lei e Frassica, poi quando finisce il programma spengo la tivù.

Gruppo d’ascolto retrò.
Mi fa molto piacere, ma anche un po’ di tristezza. Perché sono un accanito telespettatore e mi ostino a guardare la tivù: il panorama è desolante.

Parla della Rai?
La tv commerciale può fare ciò che vuole, deve badare agli interessi economici, per carità. Ma il servizio pubblico si chiama così perché ha il compito di garantire a tutti qualcosa di buono.

Invece?
La Rai era una corrazzata, sta diventando una bagnarola. Ci sono entrato nel 1964 per concorso, ero maestro programmatore musicale. Ho fatto tutta la gavetta necessaria, lì dentro c’era tanta gente in gamba e le idee diventavano progetti con grande divertimento di tutti.

Che succede oggi?
La politica ha preso il sopravvento, nessuno più s’interessa davvero al prodotto, a quello che la gente vede la sera a casa. L’ultima stagione buona che ricordo è stata quella di Cattaneo, da lì è andato tutto in picchiata.

Quest’anno tanti addii e incertezze, da Annozero alla Dandini, dalla Gabanelli a Saviano, sembra una gara a scaricare chi garantisce ascolti. E identità.
Ho seguito tutte queste vicende sui giornali, trovo incredibile la deriva che ha preso la gestione del patrimonio Rai. A me sta benissimo vedere in onda Pierluigi Paragone, ma voglio che ci sia pure Santoro. Stesso discorso per gli altri talenti che andrebbero valorizzati e non messi all’angolo. Si sono persi anche la Ventura, non so chi resterà a reggere l’immagine Rai.

Repliche mattutine a parte, le hanno chiesto di pensare a qualcosa di nuovo?
No.

Eppure due risate ci starebbero bene, visto il momento.
Lo so, ma consideri che l’ultimo lavoro l’ho fatto gratis. Presentavo l’ottimo programma musicale Doc assieme all’amico Elio e relativa compagnia. Quindi anch’io mi sono offerto a costo zero, come Benigni e Santoro, ma per un progetto serio serve la volontà di tutte le parti. Certe cose si fanno in due.

Lorenza Lei, attuale direttore generale Rai, fu una sua scoperta. La ragazza ha fatto carriera.
È vero, Lorenza iniziò con me, ma ormai per combinare qualcosa in Rai occorre incastrare mille variabili complesse. Il problema vero è che il tuo passato, ciò che hai in curriculum, conta meno di tutto il resto.

S’è offeso perché a capo di Rai5 hanno messo il leghi-sta Massimo Ferrario anziché promuovere lei?
Quando mai, quella era una voce assurda. È vero che la rete mi ospita da qualche tempo, ma non ho mai pensato di poter aspirare a quel posto. Basti dire che Oggi qui, domani là, il programma ora in palinsesto, ha la messa in onda alle ore 20. Cioè in contemporanea ai tg. Direi che le mie chance di avere un ruolo lì dentro sono lampanti.

Pensare che Rai5 sarà la rete ufficiale dell’Expo 2015, la vetrina dell’Italia nel mondo, una sua vecchia passione. Cosa si potrebbe fare per rilanciare l’azienda (e magari l’idea che ha di noi il mondo) in questo frangente?
È dura, perché gli uomini-macchina, come li chiamava Guglielmi, sono stati fatti fuori tutti: chi in pensione, chi liquidato con un po’ di soldi, chi messo a passar carte. È difficile ricominciare.

Ha mai pensato di andare altrove? Passare alla concorrenza è stata la soluzione per molti.
Non se ne parla. Continuo a guardare dall’alto in basso chiunque quando mi ricordo che io lavoro per la Radio Televisione Italiana. Compresi quelli che adesso sono là senza esserne all’altezza.

Testardo.
Voglio finire così, fedele alla missione. Anche se non mi fanno sparare le ultime cartucce fa niente. E comunque continuo a godermi i miei concerti, le mie cosucce. Sono a Capri in questi giorni a ri-presentare Il Pap’occhio, vecchio film tuttora divertente. Mi butto sul cult, che altro devo fare? Voi avete notizie su quel che succede in Rai a settembre?

Ci si prova, ma è un’arte divinatoria.
Vabbè, tanto continuo a leggervi ogni giorno, resto aggiornato.

Ma allora lei non vuole proprio mettere la testa a posto, queste sono dichiarazioni pesanti.
Il viziaccio di dire la verità non me lo tolgo. Ormai è troppo tardi.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 2 agosto 2011

LAURA BOLDRINI (UNHCR): «Una tragedia disumana Non c’è limite al peggio» intervista di Giorgio Salvetti

«Non c’è proprio limite al peggio». Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) dovrebbe ormai essere abituata alle tragedie che si consumano ogni giorno nel canale di Sicilia (una media di 8 morti al giorno nel 2011), eppure questa volta è particolarmente colpita da quei 25 corpi chiusi dentro i sacchi sul molo di Lampedusa.

Possibile che neppure questa scena terrificante riesca a smuovere le coscienze e che anche questa volta tutto passi come se fosse inevitabile?
E’ una nota dolente e stridente soprattutto per noi, per la nostra civiltà. Provate a mettervi nei panni di quelle persone, civili che da che mondo e mondo scappano dalla guerra. Ricacciati con la violanza in quella stiva perché in coperta non c’era spazio fisico per altri esseri umani. E’ una cosa disumana. C’è stata moltissima tensione su quella imbarcazione: alcuni migranti sono stati portati in ambulatorio con arti frattuari, altri non volevano lasciare quei corpi. Hanno visto morire i loro familiari. Pensiamo a cosa può voler dire perdere una madre o un figlio in quel modo. Spero davvero che ci sarà un funerale e che queste persone avranno l’occasione di dare un estremo saluto ai loro cari. La dinamica è ancora tutta da chiarire ed è importante che venga aperta un’inchiesta della magistratura. Ora i testimoni di questa tragedia sono traumatizzati, ci vorrà tempo per capire cosa è avvenuto.

La disperazione porta altra disperazione, cosa pensi di quello che è avvenuto ieri a Bari?
Bisogna essere chiari. A Bari hanno protestato persone che lamentano ritardi o dinieghi alle loro domande di asilo. Il problema è che dalla Libia arrivano persone provenienti da altri paesi in fuga da altre guerre o violazioni dei diritti umani. Ma anche migranti che in Libia semplicemnte avevano un lavoro. La convenzione di Ginevra prevede che l’asilo debba essere concesso solo a quegli stranieri che temeno di essere perseguitati nei loro paesi di origine. Come ad esempio, eritrei, somali e ivoriani. Tutti hanno il diritto di manifestare ma la violenza non è giustificabile.

E che altro si può fare allora?
C’è bisogno di soluzioni concrete. O si dà il permesso di soggiornoa a tutti per motivi umanitari (ma questa è una scelta politica che non compete alle commissioni), oppure si incentivano i rimpatri volontari assistiti. Si tratta cioè di dare un incentivo anche economico a persone che una volta rientrate nel loro paese di origine devono rifarsi una vita. Altrimenti si rischia di aumentare notevolmente il numero degli irregolari.

La Politica, appunto. Oggi in Senato si vota il decreto Maroni che allarga il periodo di reclusione nei Cie a 18 mesi. Non tira certo una buona aria.
Quella dei Cie è un’altra questione ancora. Siccome però non mi sembra ci siano i presupposti per cambiare l’aria che tira, vorrei che si pensasse a soluzioni pratiche e percorribili in tempi utili. C’è bisogno dimettere a punto un sistema di accoglienza che oggi è diffuso sul territorio con standard più uniformi a supporto anche di soluzioni più a misura d’uomo in centri più piccoli. E, ripeto, credo che un programma per i rimpatri volontari assistiti sia un risposta praticabile per quei migranti che non hanno bisogno di protezione ma che non possono essere abbandonati a se stessi.







LAMPEDUSA · I corpi di 25 africani trovati su un barcone. Hanno cercato disperatamente di salire sul ponte per respirare. Picchiati e soffocati nella stiva di Leo Lancari


(foto TG3.it)
Ci hanno provato con tutte le forze a uscire da quel buco maledetto dove l’aria stava diventando sempre di meno e il caldo sempre più asfissiante. Ci hanno provato spinti dalla disperazione di chi si vede braccato come un topo in trappola. Uno di loro a un certo punto è anche riuscito a salire sul ponte della nave, a respirare per un attimo l’aria fresca, ma ha pagato caro quel gesto di ribellione. E’ stato preso e buttato a mare senza pietà. Gli altri, quelli che tentavano come lui di uscire dalla stiva, sono stati invece picchiati e ricacciati in fondo a quel buco nero dove hanno trovato la morte. «Gridavano per uscire dalla botola ma venivano ributtati giù. Chiedevano aiuto perché non avevano ossigeno», hanno raccontato i testimoni.
L’ultima tragedia dell’immigrazione nel Canale di Sicilia è ambientata in una stiva di due metri per tre, senza oblò né prese d’aria, con dentro 26 giovani africani, quasi tutti di origine nigeriana, e chiusa da una botola. Sopra, sul ponte del barcone lungo 15 metri e partito tre giorni fa dalla Libia, altri 270 disperati, ammassati anch’essi come bestie ma almeno con la possibilità di respirare. «Eravamo tantissimi - ha raccontato Hamed, un nigeriano di 25 anni -. Qualche libico, molti nigeriani, alcuni somali. Molti sono scesi sottocoperta perché tutti sul ponte non potevano starci».
Stando alle prime ricostruzioni fatte ieri dagli inquirenti, sarebbero stati proprio gli immigrati che avevano trovato posto sul ponte a impedire ai loro compagni di uscire dalla stiva per paura che la barca si rovesciasse. E qualcuno di loro avrebbe buttato a mare l’unico che era riuscito a farcela. Grazie alle testimonianze raccolte, almeno tre responsabili di queste morti sarebbero già stati individuati.
A scoprire i 25 corpi ormai senza vita sono stati ieri quattro militari di una motovedetta della Guardia costiera spedita come accade sempre a soccorrere il barcone quando si trovava a 35miglia Sudest da Lampedusa. Trasbordato sulla motovedetta il gruppo, tra cui 36 donne e 21 bambini, i militari hanno aperto la botola della stiva scoperchiandone l’orrore. I corpi erano ammucchiati, qualcuno in avanzato stato di decomposizione a causa del caldo. Tutti sarebbero morti per asfissia per la mancanza d’aria e per le esalazioni di monossido di carbonio rilasciate dal motore. Morti, a quanto pare, da almeno due giorni.
La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per stabilire quanto è accaduto a bordo del barcone. Quando sono stati soccorsi dalla Guardia costiera nessuno dei 270 africani sopravvissuti ha detto una parola su quanto era avvenuto nella stiva della nave. Poi, lentamente, sono cominciate le prime ammissioni.
Agli agenti della Squadra mobile di Agrigento sarebbero stati proprio gli immigrati a impedire a chi stava nella stiva di risalire all’aria aperta. E sempre loro avrebbero gettato a mare senza alcuna pietà il ragazzo che era riuscito a conquistare il ponte. Il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza il reato di omicidio in conseguenza di un altro reato e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per ora è contro ignoti, ma nei prossimi giorni, con i primi interrogatori, potrebbero arrivare anche i primi avvisi di garanzia. Fino a ieri sera non risultava che a bordo dell’imbarcazione ci fossero degli scafisti.
I corpi delle 25 vittime di questa ultima tragedia giacevano ieri nei sacchi verdi allineati lungo il porto di Lampedusa. Sei verranno sepolti sull’isola, mentre le altri sono state trasportati dalla motonave Moby a Porto Empedocle per l’autopsia che dovrà confermare le cause della morte. Per qualche ora ieri si è pensato che a uccidere i 25 africani potesse essere stata un’epidemia, ma l’allarme sanitario è rientrato praticamente subito «Nessuno dei quasi 300 clandestini sbarcati sull’isola questa notte (la scorsa notte, ndr)presenta segni e sintomi riconducibili a patologie trasmissibili e diffusibili», ha spiegato l’assessore regionale per la Salute della Sicilia Marco Russo, che ha ha anche confermato che alcune delle 25 vittime «presentavano segni evidenti di trauma cranico».
Sulla tragedia del mediterraneo ieri il Pd e l’Italia dei valori ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni di riferire al parlamento. Difficilmente, però, il titolare del Viminale farà autocritica sulla politica dei respingimenti che fino a oggi ha provocato migliaia di vittime, costringendo gli immigrati a viaggi della disperazione come quello di ieri. Quella di ieri - ha detto ieri il sottosegretario agli Interni con delega all’immigrazione, Sonia Viale, è l'ennesima tragedia provocata da «trafficanti di uomini senza scrupoli». Trafficanti che però, ha dimenticato di aggiungere il sottosegretario, fanno affari solo grazie alle politiche esclusivamente repressive messe in atto da governi come quello italiano.

fonte intervista e articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 29 luglio 2011

Barbara Spinelli :“Horror berlusconiano con sottotitoli sovietici” intervista di Marco Travaglio

BARBARA SPINELLI: “PIÙ CHE UNA CLASS ACTION, QUELLA CONTRO LA STAMPA È UNA CAST ACTION. TROPPO COMODO FARSI SCUDO DEI MILITANTI”
"Mi pare di assistere a un film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico”. Così Barbara Spinelli definisce la minaccia di Pier Luigi Bersani di attivare una class action con gli iscritti e forse gli elettori per trascinare in tribunale i giornali che criticano il Pd sulla questione morale e raccontano le indagini su alcuni suoi esponenti.

Che cosa ti colpisce di più nell’annuncio di Bersani?
Oltre e forse più ancora del merito dell'iniziativa, mi colpisce il linguaggio di Bersani. Intanto quell'insistere sulla ‘m a c c h i n a del fango’, quale che sia lo scandalo che un giornale denuncia, quali che siano i reati scoperti dalla magistratura, quali che siano i giornali chiamati in causa e le loro proprietà. Non se ne può più: se qualcuno scrive il falso, attribuendoti reati mai commessi, fatti mai accaduti, cose mai dette, allora sì è macchina del fango. Ma se uno ti critica anche duramente per comportamenti veri, per inchieste vere, per accuse vere, allora non c'è nessun fango, a parte quello prodotto da chi tiene quei comportamenti. Non certo dai giornali che li raccontano.

Bersani pensa di denunciare i giornali che “a g g r e d i s c o n o ”, coinvolgendo quadri e iscritti al Pd in una “class action”.
Non vedo alcuna differenza tra il linguaggio usato da Marina Berlusconi per minacciare Il Fatto Quotidiano e quello usato da Bersani per minacciare azioni giudiziarie contro i giornali che a suo dire lo attaccano. Che vuol dire ‘le critiche le accettiamo, le aggressioni no’? Che la stampa ha il diritto di criticare, ma senza fare riferimento alle gravissime imputazioni che pendono sul capo di alti esponenti del suo partito? E poi questa class action, che faccia tosta...

Cosa c’è che non va?
Il linguaggio e ciò che lo determina: l'idea tipica della Casta che i reati individuali imputati a singoli dirigenti di un partito possano essere nascosti dietro il gruppo, dietro il clan, si chiami Pd o Pdl o Mondadori... La difesa di gruppo è orrenda, sfido io che il Pd torna a scendere nei sondaggi. Che significa
class action? Che ogni singolo membro del partito si identifica col gruppo al punto che, se commette un reato, chiama tutti i membri del gruppo a risponderne?
Che, se la magistratura indaga Pronzato o Penati, o se i giornali li criticano, questo è un attacco a tutto il partito, a tutti i dirigenti, a tutti i militanti, a tutti gli elettori? Linguaggio comunista e sostanza berlusconiana, così ha parlato ieri Bersani. Mi ricorda una battuta di Daniel Cohn Bendit su certi oligarchi dell'Europa orientale convertiti al capitalismo all'indomani del crollo del Muro di Berlino: un pessimo film capitalista con sottotitoli in sovietico.

Linguaggio comunista?
Perché quel ‘cl a s s ’ è un'antica reminiscenza del partito di classe, qual era il Pci, ma quale non è più il Pd. Bersani dovrebbe avere il coraggio di cambiare qualche lettera alla sua trovata: non ‘class action’, ma ‘cast action’.

Mi pare più appropriato.
Perché le sue minacce alla stampa sono a difesa della casta, non certo dei militanti del Pd, che meriterebbero difensori migliori: anche perché non sono vittime dei giornali o dei magistrati, ma di chi, ai vertici del Pd, commette reati o tiene comportamenti indifendibili. La vera class action i militanti del Pd dovrebbero farla contro i vari Penati, Pronzato, Tedesco, e contro chi li difende in gruppo.

Almeno Penati si è dimesso.
E ci mancherebbe altro. Ma, anche qui, colpisce il linguaggio usato: ha detto che si dimetteva ‘per l'enorme risalto mediatico’ delle indagini a suo carico. Cioè: se tv e giornali ne avessero parlato un po' meno, lui sarebbe rimasto al suo posto per qualche altro decennio? Come dire: ero nudo alla finestra coperto da una tenda, poi un soffio di vento l'ha spostata e ora mi tocca rivestirmi. Un atteggiamento molto grave nei confronti della stampa e della magistratura.

Però Bersani dice che il Pd è “d i v e r s o ” perché, diversamente da altri partiti, la magistratura la rispetta.
Sono felice che la rispettino, del resto ci mancherebbe pure che l'attaccassero.
Ma il miglior modo di rispettare la magistratura è non commettere reati, invece
di inchinarsi ipocritamente alle toghe quando li hanno scoperti. E poi la magistratura non è tutto. A monte, nei partiti, devono esistere codici
etici e controlli severissimi per evitare che qualcuno con responsabilità
partitiche o addirittura istituzionali incappi nelle maglie della giustizia.

Bersani vanta il codice etico più stringente d'Italia.
Temo che sia lo stesso di Veltroni, che nel 2008 non impedì al Pd di mandare in Parlamento due condannati definitivi e un bel po' di inquisiti e imputati. Più Tedesco, un anno dopo.

Tedesco, dice il Pd, l’ha salvato la Lega.
E qualche senatore ‘dissenziente’ del Pd. Ma non è questo il punto. Tedesco il Pd avrebbe dovuto cacciarlo prima, al momento del mandato di arresto per corruzione, concussione altri gravi reati, senza neppure aspettare il voto del Senato (dove, com'è noto, la maggioranza è di centrodestra). Cioè dire subito chiaramente che non aveva più nulla a che fare con il partito. Invece hanno votato per il suo arresto e se lo sono tenuto nelle proprie file, dove ancora alloggerebbe se non si fosse dimesso lui tre giorni fa in polemica con la Bindi. A me piacerebbe sentir pronunciare parole chiare e nette: ‘espulsione’, ‘dimissioni’. Basta con la retorica del ‘passo indietro’: se uno è indagato per aver arrotato una vecchietta per la strada, a chi verrebbe in mente di chiedergli di ‘fare un passo indietro’?

Poi c’è il caso Pronzato, ex consigliere di Bersani al ministero, poi Responsabile del Pd per il trasporto aereo e membro del Cda dell’Enac indicato dal Pd.
Nella risposta al Fatto , Bersani dice che l'ha ‘trovato al ministero’ e l'ha ‘confermato’. Manco fosse una margherita che si trova nei prati facendo una scampagnata. Poi concede, bontà sua, che ‘il doppio incarico’ nel Pd e all'Enac era ‘inopportuno’. Ma quello è un conflitto d'interessi sfacciato, berlusconismo
puro, altro che ‘inopportunità’. È così difficile rendersi conto della realtà e chiamare le cose col loro nome? Questi giochini di parole per minimizzare sono balletti settecenteschi, minuetti e quadriglie da corte di Luigi XVI e Maria Antonietta: un passo indietro, uno avanti, ops pardon forse sono stato inopportuno... Poi è ovvio che arriva la ghigliottina.

Tutto nasce dalla questione irrisolta del rapporto politica-affari. Nel 2005, col dibattito a sinistra sui furbetti del quartierino, si perse l’ennesima occasione per troncare un certo modo di fare politica in economia.
Per questo parlo di film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico. Anche chi, come Bersani, a liberalizzare qualcosa ci ha provato seriamente nel secondo governo Prodi, cade ancora in comportamenti da oligarca della vecchia sinistra comunista, quella dello Stato produttore: Telecom, Montepaschi, Unipol, coop rosse, Milano-Serravalle. Si mettono a competere con Berlusconi nel tentativo di costruirsi un establishment finanziario ‘amico’ o addirittura di partito, e naturalmente perdono perché Berlusconi a far soldi e affari è più bravo e più oligarca di loro.

Forse Bersani & C. sono attoniti dinanzi agli ultimi scandali perché, dopo le comunali e i referendum, pensavano che avrebbero ereditato il potere da Berlusconi raccattandolo, senza il minimo sforzo e cambiamento.
Il fatto che siano attoniti sorprende e preoccupa, anche perché era chiarissimo che le comunali e i referendum non li hanno vinti loro: li ha vinti una parte d'Italia che ha deciso di prendere la parola indipendentemente da loro, e anche contro di loro: contro tutto il sistema politico, quello di Berlusconi, ma anche quello del Pd che ne è parte integrante. Se non hanno capito la lezione e non hanno riflettuto sul loro errore storico di assecondare per quasi vent'anni il berlusconismo, allora non solo non raccatteranno il potere quando Berlusconi cadrà, ma se anche riuscissero con fatica a conquistarlo, lo riperderanno
subito dopo.

Cosa ti saresti aspettata, dopo i referendum e le elezioni a Milano e Napoli?
Che dicessero chiaro e tondo: appena torneremo al governo faremo una legge severissima contro tutti i conflitti d'interessi. Infatti ora balbettano sul caso
Pronzato e si indignano se qualcuno li chiama a risponderne: non hanno ancora capito che la prima malattia del Paese è il conflitto d'interessi, oppure non vogliono risolverlo una volta per tutte perché vi sono immersi anche loro.

Può Bersani essere il candidato giusto per un prossimo governo di centrosinistra, vista la sua straordinaria abilità a circondarsi delle persone sbagliate?
Può ancora esserlo soltanto se non si ferma alla lettera al Fatto, ma si spinge molto più avanti nell'autocritica sul passato (anche il suo passato) e nelle scelte conseguenti: espulsione dei dirigenti indegni, controlli severi sulle nomine, ritirata dalle vicende finanziarie e dalla gestione diretta dell'economia, presa di distanze chiara e netta dalla linea dalemiana del fastidio congenito a ogni indagine della magistratura e della stampa libera. Se invece si ferma alle timide scuse per qualcosa di ‘inopportuno’ e soprattutto minaccia la stampa che lo critica chiamandola ‘macchina del fango’, si rischia di non notare la differenza
rispetto al berlusconismo.

Gad Lerner lancia Rosy Bindi come alternativa a Bersani.
Lui è più addentro alle vicende del Pd. Io preferisco restarne fuori. Facciano un po' quel che ritengono meglio, possibilmente scegliendo un candidato che non perda un'altra volta le elezioni. Io, come cittadina e come giornalista, sono molto più interessata a sapere se il Pd condivide le minacce alla stampa e qual è per Bersani la ‘critica’ accettabile: quella che non parla delle indagini giudiziarie sui suoi principali collaboratori? Se è così, si torna alla stampa di partito: dopo la telefonia, le banche, le autostrade di partito, pure i giornali di partito. È questa la libertà di stampa che hanno in mente? E quale sarebbe la differenza con Berlusconi?

fonte intervista e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 22 luglio 2011

Giuliano Pisapia «Lo Stato dovrebbe chiedere scusa per quella pagina, indegna di una democrazia». intervista di Eleonora Martini

Lo Stato? «Dovrebbe chiedere scusa per quella "macelleria messicana", una pagina buia nella storia italiana, indegna di una democrazia. Perché ormai una verità storica c’è ed è incontestabile». Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, fu nel 2001 testimone diretto delle giornate di Genova oltre che legale della famiglia di Carlo Giuliani.

Sindaco, pensa che dobbiamo attendere la verità giudiziaria definitiva prima di ricostruirne una storica?
No, la verità storica è stata ormai ricostruita quasi per intero ed è incontestabile. In quei giorni c’è stata una volontà precisa da parte del governo di limitare le libertà democratiche in modo da bloccare un movimento pacifista che si batteva contro le ingiustizie nel mondo e in Italia. Venne strumentalizzata la presenza di piccoli gruppi che nulla avevano a che fare col grande movimento che si era sviluppato in quegli anni e che aveva scelto metodi non violenti. C’è stata una repressione indegna di uno stato democratico riconosciuta in sede giudiziaria anche da alti esponenti delle forze dell’ordine che parlarono di «macelleria messicana».Gran parte di quella verità è stata accertata nelle aule giudiziarie, come per la Diaz e Bolzaneto, anche se non si è potuto andare oltre le singole responsabilità.

Però, al di là delle prescrizioni e degli esiti finali dei processi, è stato confermato quello che il movimento aveva denunciato e che gran parte del Paese ha capito e compreso. Così non è stato per Carlo Giuliani, invece, come lei ha voluto ricordare nel decimo anniversario della morte.
No. E infatti Heidi, Giuliano e Elena Giuliani hanno sempre chiesto un pubblico dibattimento per poter accertare cosa esattamente è successo quel giorno. Riuscire a ricostruire l’esatta dinamica: se il carabiniere Mario Placanica aveva sparato ad altezza d’uomo o in aria, per esempio. Ma soprattutto accertare l’eventuale responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico. E non si dica che su questo ha già dato una risposta la Corte europea dei Diritti umani perché Strasburgo nella prima sentenza ha addirittura condannato lo Stato italiano al risarcimento dei familiari. Ma anche in quella sede gli elementi che hanno portato all’archiviazione del procedimento sono stati quasi tutti di parte. La verità sarebbe potuta emergere solo con perizie disposte da un giudice al di sopra delle parti. Sia chiara una cosa: la famiglia e gli amici non aspiravano alla punizione del carabiniere, che incontestabilmente era lì senza la preparazione necessaria.

Ed è anche incontestabile che quello che avvenne fu frutto di una scelta politica. La Commissione d’inchiesta parlamentare avrebbe potuto accertare una verità politica?
Non c’è dubbio, perché la verità politica non spetta alla magistratura, la commissione d’inchiesta è lo strumento previsto dalla Costituzione in casi del genere. Si è invece voluto fare invece una Commissione d’indagine, che però ha limitatissimi poteri e non può accertare quindi anche le responsabilità politiche.

Il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida ha presentato ricorso a Strasburgo perché l’Italia introduca il reato di tortura. Lei ritiene necessario questo strumento come deterrente contro certi abusi che da Genova in poi purtroppo abbiamo dovuto registrare ancora nelle carceri o nelle caserme, o piuttosto la ritiene un’inutile azione di sfiducia contro le forze dell’ordine?
A parte che l’introduzione di questa fattispecie penale ci è imposta dagli obblighi internazionali, avrebbe secondo me due finalità come si è dimostrato in altri Paesi. Da un lato come deterrente, perché come si è evidenziato con i fatti di Genova occorrono strumenti giuridici e penali per differenziare certi abusi meno gravi e con tempi brevi di prescrizione da episodi di vera e propria tortura. Ma d’altra parte sarebbe una maggiore garanzia per le stesse forze dell’ordine impegnate nell’eliminare il più possibile le «mele marce» che agiscono convinte dell’impunità. Non va visto assolutamente come un atto finalizzato a intimorire le forze dell’ordine ma proprio invece a salvaguardare quella maggioranza che fa il proprio dovere nella legalità.

Amnesty international chiede strumenti di identificazione che diano maggiore trasparenza all’operato della polizia, lei sarebbe d’accordo?
Innanzitutto bisogna evitare di mandare in situazioni difficili persone non sufficientemente preparate o senza strumenti adeguati per gestire l’ordine pubblico in maniera democratica. Faccio l’esempio della polemica che c’è qui a Milano sulla presenza dei miliari a presidio di siti sensibili: sono gli stessi sindacati di polizia che chiedono di non usare i militari nella gestione dell’ordine pubblico perché non ne hanno la professionalità. Allora, oltre ad una maggiore preparazione e a migliori strumenti, credo che la possibilità di identificare chi commette un abuso – che non significa nome e cognome sulla divisa – sarebbe non solo una garanzia per il cittadino ma anche per tutti coloro che operano correttamente. Bisogna però far passare il messaggio che ogni abuso, anche se piccolo, non può trovare impunità perché così si apre la strada verso l’uso indiscriminato della violenza. Di conseguenza c’è il rischio che si alzi il livello della diffidenza e alla fine anche dello scontro. Abbiamo il dovere di costruire un rapporto solidaristico tra cittadini e forze dell’ordine.

E come pensa di usare quegli strumenti che ha un sindaco rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, per far crescere questo tipo di rapporto?
Nei limiti che ha un’amministrazione comunale, abbiamo già iniziato a dare alla polizia locale indicazioni di segno completamente opposto a quello di chi ci ha preceduto. E i risultati cominciano già a farsi vedere. Invece di continuare a sgomberare campi rom, spostando così il problema da una parte all’altra, o di procedere con ordinanze del sindaco che chiudevano di fatto interi quartieri instaurando un rapporto conflittuale con i cittadini, abbiamo visto che per contrastare comportamenti illegali o non corretti è molto più efficace la prevenzione. Che è fatta di dialogo, di confronto, di convincimento a non intraprendere comportamenti sbagliati. Un metodo che, a solo un mese e mezzo dall’applicazione, i cittadini e gli stessi vigili apprezzano moltissimo.

E dunque, in nome di questo rapporto di fiducia, c’è bisogno delle scuse dello Stato per quella pagine nera che fu Genova?

Sì, sarebbero auspicabili. Anche se in alcuni casi ci sono già state da parte di rappresentanti istituzionali. Però quello che ci dà la forza è sapere che la società italiana, grazie anche alla ricostruzione fatta dalla stampa, ha preso atto che in quei giorni c’è stata la limitazione, e in alcuni casi la cancellazione, dei diritti costituzionali. Di fatto un pezzo dello Stato ha già espresso le proprie scuse: è stata la magistratura, che nelle motivazioni delle sentenze sulla Diaz e su Bolzaneto e nel pubblico dibattimento ha ricostruito correttamente ed è arrivata ad accertare una verità giudiziaria riconoscendo così anche i diritti delle vittime.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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sabato 2 luglio 2011

MENTANA NON DÀ TUTTO PER PERSO “CONTINUO A VOLERE MICHELE DA NOI. Intervista di Silvia Truzzi

Dice, lui che ne è stato un po’ il sensale, che è come quando un amore si rompe: il giorno dopo è il momento in cui ci sono solo le tossine. Enrico Mentana, direttore del Tg di La7 e sostenitore dell’ingaggio di Michele Santoro, spiega che “adesso ci sarà da metabolizzare il lutto della rottura. Io lo so, ci sono passato: subito dopo l’addio a Mediaset, nel febbraio 2009 fui contattato da La7. Sono arrivato qui un anno e mezzo dopo. Lo so di quanti ‘vorrei ma non posso’ è lastricata la strada”.

Direttore, l’altro ieri al TgLa7 lei ha dichiarato: se non arrivano spiegazioni si è autorizzati a pensare a una mancanza di libertà.
In privato i dirigenti di Telecom e Telecom Italia media mi hanno detto: ‘A queste condizioni la decisione di rompere l’abbiamo presa noi’.

Santoro dice: le mie condizioni erano la libertà autoriale.
Io penso che la libertà autoriale sia una bellissima cosa. La questione è quella della responsabilità di chi fa informazione. Io credo di essere libero, ma ho anche delle responsabilità di legge come direttore.

Santoro racconta di essere stato molto conciliante e rassicurante: “Mai perso una causa in trent’anni”.

Io capisco il punto di vista di entrambi. Ma deve esserci un responsabile delle cose che vanno in onda. Tant’è che avevo proposto di accogliere la trasmissione sotto la testata del mio tg. Non esiste un’espressione giornalistica senza responsabilità.

Appunto: l’ostacolo era ipoteticamente rimosso.
La proposta l’avevo fatta io. Si poteva accettare o no. L’interesse che avevo e che ho è rafforzare La7 con una presenza capace di attirare attenzioni e accendere passioni come quella di Michele. È un obiettivo che ora è più difficile, ma che io continuo a perseguire. I cocci si possono rimettere insieme.

La trattativa c’era. Poi è successo qualcosa. Che spiegazione si è dato?
La spiegazione sta anche nei sospetti reciproci. E in tutto quello che si è detto in questi giorni.

Si spieghi.
Non è importante che oggi si mettano ulteriori tossine nella centrifuga. Alla fine, se questo maledetto stop lo supereremo, si parlerà meglio e più serenamente di quello che è accaduto. Michele ha espresso chiaramente il suo sospetto, i dirigenti Telecom dicono che non è vero. Non posso fare la Corte di Cassazione tra le due parti. C’è inquietudine perché qualcuno non tifa per noi, questo sì. Il mio problema è fare una rete che sia libera e forte. Ero, sono e sarò convinto che con Santoro sarebbe ancora più libera è forte.

Fu lei ad annunciare, in diretta, che si era a un passo dalla firma.
La trattativa c’era, era forte e seria. Era a un passo, poi purtroppo, come spesso accade, l’ultimo scatto non si è compiuto. Ora l’interesse sfascista è dire: è tutto finito. Ma il mio interesse va in una direzione costruttiva.

Si è pentito di quell’annuncio?
Io do le notizie, è il mio mestiere. E certo non è stata una sorpresa per i vertici della rete. Io li avevo avvisati: ‘Se non c’è nulla in contrario, lo dico’. E poi l’amministratore delegato di La7, Stella, pochi giorni prima, aveva rilasciato un’intervista molto esplicita proprio al Fatto.

Annunciarlo in diretta al Tg di casa dava il sapore dell’ufficialità.
Ovvio che il mio intento era dare solidità alla cosa. E m’illudo che quello abbia portato alla quasi conclusione dell’accordo. L’ultimo passo è stato il più difficile.

Si è scritto di una differenza di posizioni tra l’ad Stella e il presidente di Telecom Bernabè. Lei ci crede?
La questione non è questa. Un’azienda fa le sue scelte ed essendo un’azienda privata le fa come crede. A me la dietrologia non importa.

Cosa le importa?
Che nel risultato siamo sotto. Bisogna recuperare e vincere. È inutile interrogarsi su chi era favorevole e chi meno: è una perdita di tempo. Quello che io vorrei, per cui mi batto, è un’emittente sempre più forte. E questo naturalmente passa anche per cogliere al volo le occasioni di mercato.

Nell’intervista al Fatto Santoro ha dichiarato: ci sono giornalisti molto liberi a La7, ma questa decisione dell’azienda li indebolisce.
Non ci rafforza di certo. La trattativa l’hanno fatta Stella e Santoro, però io ho fatto un tifo sfrenato. Detto ciò, non si può affermare che la rete non è libera perché non ha Annozero.

Però La7 ha un telegiornale che ieri (giovedì, ndr) ha fatto quasi il 12% di share, mentre gli altri programmi sono abbastanza al di sotto di questa soglia. Sarebbe naturale rilanciare verso l’alto.
Vero, ed è anche il motivo di mercato per cui mi battevo per prendere Santoro. La7 ha un’immagine di libertà e di ricerca, capacità di rifuggire dagli schemi, dai clichè. Mi viene da ridere solo quando si dice che c’è stato un problema squisitamente politico. La censura più preoccupante sarebbe quella di mercato. Ne so qualcosa anch’io: meglio non far lavorare uno che rischia di fare ascolto...

Perché?
Non penso che i programmi di Gad Lerner siano meno scomodi di quelli di Santoro.

La politica non c’entra mai? Quando uscirono le intercettazioni della P4 che coinvolgevano Gianni Letta lei disse che Letta aveva garantito in più momenti la stabilità democratica. E che l’aveva chiamata ai tempi della sua trattativa con La7.
Ho difeso Letta: quando tutti si voltavano dall’altra parte, si mostrò attento al fatto che non lavoravo perché davo fastidio. Poi il posto a La7, me lo sono trovato io. Questo penso si veda tutti i giorni.

fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 1 luglio 2011

Stefano Vescovi, consigliere economico dell’ambasciata di Svizzera: «La Svizzera è No Tir, l’Italia pensa alla Tav» intervista di Eleonora Martini

La Tav Torino-Lione? «Facciamo fatica a capire perché l’Italia non privilegi invece il corridoio transeuropeo che passa per il San Gottardo, su cui la Svizzera ha investito molto con l’opera AlpTransit che sarà pronta nel 2019, almeno 15 anni prima della linea a cui si oppongono le popolazioni delle valli piemontesi. Tanto più che il 90% del flusso di merci corre sull’asse nord Europa-Italia». Stefano Vescovi, consigliere economico dell’ambasciata di Svizzera e responsabile tra l’altro delle politiche dei trasporti, non è certo un «No Tav». E proprio per questo il suo punto di vista - che poi è quello del Paese scudocrociato - è di grande rilevanza.

Ci spieghi il punto di vista svizzero.
Nessuno mette in dubbio che l’ideale sarebbe creare un sistema di trasporti persone- merci su rotaia che unisca il sud dell’Italia col nord Europa, e anche che si possa creare un’asse est ovest. Ma posso fare una premessa?

Prego.
Quando parliamo di infrastrutture importanti, comela Tav o la AlpTransit, le vediamo un po’come il compimento della politica dei trasporti. Non è così. In realtà sono mezzi che servono per raggiungere l’obiettivo superiore dello sviluppo economico votato al benessere. La base della politica svizzera, scritta anche nella Costituzione, è di avere una mobilità che rispetti le esigenze di economia ma anche l’arco Alpino, la natura e l’uomo.

Allora i No Tav hanno torto?
Il problema è che il 90% dei flussi di merci in partenza e in arrivo dall’Italia corrono verso il nord, in particolare sul corridoio Genova-Rotterdam, cosiddetto «dei due mari», e non sull’asse est-ovest. I grandi partner commerciali italiani sono la Germania, i PaesiBassi, ilBelgio, l’Inghilterra, la Polonia e il nord produttivo della Francia mentre il Sud è collegabile via costa. O via mare, che è il modo più ecologico di trasportare merci ed è il motivo per il quale noi crediamo che il porto
di Genova potrebbe diventare, con la giusta pianificazione, uno dei più importanti snodi di quest’area del Mediterraneo. Dunque i corridoi necessari sono quelli attraverso il San Gottardo, il Brennero o il Sempione. Motivo per il quale noi stiamo ultimando il nuovo tunnel del Gottardo, in Ticino, che coni suoi 57 chilometri di binari è il più lungo del mondo e quando sarà pronto nel 2016 sarà una pista perfetta per trasportareda Milano, dove si concentra la maggior pare della produzione
industriale, ma anche da Torino, merci e persone verso il nord. Riguardo la Torino-Lione, che non sarà comunque pronta prima del 2030, si dice che serva per andare in Spagna e Portogallo ma non si dice che lì c’è una ferrovia a scartamento ridotto e quindi i problemi sono enormi.

La vostra non è stata una scelta di alta velocità, dunque.
No, ovvio che poiché la linea corre a bassa quota di mezzerà i tempi di percorrenza dei passeggeri e in teoria potrebbe collegare Napoli ad Amburgo o Londra.

A quando risale la "svolta verde" svizzera?
Quando nel 1980 venne aperta la galleria autostradale del San Gottardo, ultimo tassello della galleria continentale Napoli-Amburgo, sul nostro paese si riversò una valanga di camion arrivati, all’inizio degli anni ’90, a oltre un milione l’anno. Ci fu un aumento di malattie, la qualità della vita scendeva e ci si rese conto che era saltato qualunque limite, perché il mercato divora tutto e la strada è un sistema incontrollato. Basti pensare che nella nostra società i morti stradali vengono considerati quasi un elemento totemico, qualcosa di normale.Nel ’94, allora, le popolazioni delle zone alpine lanciarono "l’iniziativa delle Alpi", un referendum propositivo molto difficile da vincere perché necessità di una doppia maggioranza, quella del popolo e dei cantoni. È stato vinto proprio perché proponevamo una nuova
politica dei trasporti basata sulla razionalizzazione e sulla riduzione dell’impatto sociale ambientale, climatico. Una scelta che ha addirittura aumentato la competitività economica.

Chi si è opposto?
Per vent’anni i camionisti si sono opposti in tutti imodi anche per vie giuridiche fino a che il Tribunale federale l’anno scorso gliha dato torto. Si opponevano ad una politica che aveva deciso di internalizzare i costi causati dalla strada: rumore, inquinamento atmosferico, incidenti stradali e abbrutimento sociale. Abbiamo invertito la tendenza con un sistema che tassa i camion in base al tonnellaggio, ai chilometri percorsi in Svizzera e alle emissioni prodotte dal veicolo, una tassa che in media a Chiasso a Basilea ammonta a circa 200 euro a viaggio. In questo modo abbiamo eliminato i trasporti a vuoto che erano il 9%, stimolato una migliore programmazione logistica, ridotto l’impatto ambientale e raccolto fondi da investire sulla ferrovia. Oggi sulle strade svizzere passano circa 1,2 milioni di camion l’anno, ma dopo l’entrata in funzione l’AlpTransit dovranno essere ridotti ad un massimo di 650 mila.

Quali sono i problemi con l’Italia?
Abbiamo due politiche antitetiche, difficili da mettere insieme, perché in Italia i trasportatori vengono sovvenzionati anche in un momento di crisi come questo, e le ferrovie indebolite. Inoltre l’Italia è in ritardo nell’applicazione dell’accordo firmato dall’allora ministro Treu nel 1999 e entrato in vigore dieci anni fa che prevede di raccordarsi alla direttrice del Gottardo attraverso il quadruplicamento della linea Milano-Lugano che è uno dei più importanti flussi di merci e passeggeri.

Quanto è costata l’opera?
La realizzazione dei due tunnel della AlpTransit, il Gottardo e il Ceneri, è costata circa 15-16 miliardi di euro. (Il Ponte sullo stretto di Messina ne costerebbe almeno 7, ndr).Non usufruendo di contributi europei ma partecipando alla costruzione delle reti Ten (transeuropee), i soldi noi li abbiamo tirati fuori dalla tassa sui camion e sui carburanti. È una questione di mentalità: in Italia prima si soppesano i fondi europei, poi inizia tutta una trafila burocratica e istituzionale, e solo alla fine ci si rende magari conto che non c’è il sostegno della popolazione. Da noi si parte dal recupero dei fondi e dalla condivisione con la cittadinanza.

Come avete convinto i cittadini delle valli e le associazioni ambientaliste che in Svizzera sono più potenti dei sindacati?
Ci sono state tante critiche, però la concettualità del progetto era condivisa. Abbiamo preso tutta una serie di misure per poter minimizzare l’impatto negativo sulla popolazione locale durante la costruzione (rulli sotterranei per il trasporto terra, ecc) e dell’opera ultimata. I problemi dei cittadini - essere salvaguardati dal rumore e non essere disturbati dal tracciato che certo non può tagliare
in due una valle – vanno compresi. E risolti.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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SANTORO: “I POLITICI NON MI VOGLIONO MA TORNO CON LA NUOVA TV” intervista di Marco Travaglio e Silvia Truzzi

(vignetta Fucecchi-Il Fatto)
“Una cosa è certa: o alla Rai, o a La7 o da qualche altra parte, noi in autunno saremo in onda. Continuare a esistere, magari su una multipiattaforma internet-digitale-satellite, anche ‘senza il permesso de li superiori’, sarebbe il coronamento della mia carriera”. Domani Michele Santoro compie 60 anni. Ma, diversamente da Vasco Rossi, non si dimette da nulla. Anzi rilancia. La rottura con La7 non la vive come una sconfitta, ma come una nuova opportunità. L’ha detto lui stesso nel suo comunicato: “Tutto cambia”. E lo spiega in questa intervista al Fatto.

Cominciamo dall'inizio. Pentito di aver lasciato la Rai?
Non credo di aver commesso errori né subìto sconfitte. Alla Rai mi sentivo assediato: regole, regolette, codicilli, pseudogaranti, partiti dappertutto. Ormai questo sistematico abuso di potere costruito da interessi estranei e confliggenti con quelli della Rai emerge da tutte le inchieste: P4, Trani, Hdc... Ero costretto a difendere l'esistente, e sempre più a fatica. Annozero arricchiva la Rai, che però ci trattava come criminali, indesiderati, imposti dai giudici. E mi sono ribellato a quella gabbia: c'è la possibilità di lavorare liberamente altrove?

Dopo la transazione, s'è fatta avanti La7.
Mi ha contattato l’amministratore Giovanni Stella. Ho subito messo le carte in tavola: “Siete davvero convinti di potervi permettere un programma come Annozero?”. Risposta: “Sì”. “Bene, lo sa come si fa Annozero? Rispettando l’autonomia dei giornalisti”. So bene che Mentana, Lerner, Gruber, Telese, Costamagna, D’Amico sono liberi. Ma, quando uno va a contrattualizzare la sua posizione con un nuovo editore, mette nero su bianco le garanzie d’indipendenza.

Problemi di soldi?
Per sgomberare subito il campo da questioni del genere, ho accettato la ‘formula La7’: contratto-base basso, meno della metà dello stipendio Rai (630 mila euro lordi dal 1999, ndr), con incentivi legati agli ascolti. Per andare in pari, avrei dovuto ottenere risultati straordinari. Ma non era questo il problema: ho subito accettato le loro condizioni.

Siete arrivati a un contratto?
Sì, Stella mi ha inviato, con la sua firma, una proposta subordinata all’accettazione di un contratto standard come quelli che ormai si fanno firmare a chiunque fa tv in Italia. Autonomia zero: l’editore si riserva di leggere preventivamente scalette, argomenti, ospiti e di porre il veto. Per questo Celentano da anni non mette più piede in tv. Gli editori pretendono totale soggezione, per poter fare di te ciò che vogliono, in barba all’autonomia dei giornalisti. È un recinto, figlio della mancanza di concorrenza.

E tu che hai risposto?
Ho tirato fuori il contratto che mi fece Mediaset nel ‘96: “Firmate questo”. In ogni caso, penso che alla fine ci saremmo intesi con una stretta di mano: nei successivi incontri c’è stato un lavoro di reciproca conoscenza. Anche perchè Stella dava ancora l’impressione di volerlo fare davvero, il programma. L’ho rassicurato: non siamo avventurieri, in trent’anni non abbiamo mai perso una causa, mica siamo gente che spara ai bambini. Ferma restando la mia autonomia di giornalista, non ho problemi a informare l’editore di ciò che va in onda.

Tutte rose e fiori. Poi?
La fase costruttiva s’è chiusa con l’annuncio di Mentana, in diretta, che l’accordo con noi era cosa fatta. E in effetti, a parte qualche dettaglio... Poi hanno cominciato a cercare pretesti. Si sono attaccati a una mia dichiarazione. Cioè che, per il suo potenziale umano e professionale e per le attese che suscita, La7 potrebbe svolgere meglio il ruolo di terzo polo competitivo se riducesse la dipendenza da Telecom. Un’ovvietà: una concessionaria dello Stato, in un paese in cui il premier possiede tv, è inevitabilmente esposta a ritorsioni governative. Non mi sembra un’offesa sanguinosa al presidente Telecom, Franco Bernabè. E l’aveva detto proprio Stella, al Fatto, che entro fine anno Telecom avrebbe ceduto il 40% di La7. Quindi dov’è il problema? Era un pretesto.

A quel punto che è accaduto?
All’improvviso sono ricomparsi i vincoli e le diffidenze iniziali, che avevamo già dissipato. Stella domanda: “Chi si accolla le spese legali?”. Io mi dico: ecco, gli stessi problemi che la Rai sta creando alla Gabanelli. È un altro pretesto per nascondere qualcosa che mi sfugge. E rimuovo anche quello: ok, ci accolliamo anche i rischi legali. Ma allora – rilancio – se siamo responsabili di tutto, il programma lo autoproduciamo. Più responsabilità, più libertà e nessun veto. Inventano un altro pretesto: la responsabilità penale. Obietto che le denunce penali non le fanno quasi più, in ogni caso non all’editore. Ma qui Mentana si offre come ‘direttore responsabile’ del nostro programma, accogliendoci sotto la testata del tg. A quel punto però una cosa l'aggiungo.

Quale?
Domando a Stella: “Ma voi lo volete fare questo programma o no? Perchè su tutto il resto, la quadra si trova”. È come nei matrimoni: se sposi Santoro, o Celentano, ti sarai almeno informato su chi sono e come sono fatti. Mica puoi sposarti con la riserva mentale. Stella continuava a dire che voleva Annozero su La7, ma non mi convinceva più.

Forse Stella voleva sposarti, ma Bernabè non poteva dare l’assenso. Si è molto discettato sulla loro divaricazione.
Qualcuno ha ipotizzato questo dualismo, ma io ho esplicitamente chiesto a Stella di avere l’ok di Bernabè prima di iniziare qualunque trattativa. E l’ok c’era. Ora non c’è più? Non posso immaginare che improvvisamente abbiano scoperto che io lavoro in autonomia. Lo sanno pure i sassi che mi sono scontrato con Masi perchè pretendeva schede-programma e scalette sette giorni prima.

E allora come si spiega la retromarcia di La7? In fondo, si erano fatti avanti loro.
Evidentemente c’è stato un intervento esterno per bloccare un’acquisto importante per realizzare un terzo polo televisivo che poteva diventare dirompente per il duopolio Rai-Mediaset. Se Sky e La7 raccogliessero insieme la pubblicità, sarebbe un terremoto. Perché Rai e Mediaset sono due aziende in profonda crisi che si tengono in piedi l’una sulle debolezze dell’altra. Quando i partiti, diversamente dalla Prima Repubblica, non rappresentano che i propri gruppi dirigenti senza un progetto culturale, le tv sottostanti ne risentono: dirigenti sempre più mediocri e incompetenti, nessuno sa cosa sia il prodotto, nessuno progetta né pensa né innova. Così si finisce per appaltare tutto agli impresari delle star e ai venditori di format. Gestiscono budget e personaggi, se vuoi una star devi prenderti tutto il pacchetto pieno di patacche. Risultato: il palinsesto si svuota, la programmazione finisce non più a luglio-agosto, ma fra un po’ si esaurirà poco dopo il Festival di Sanremo, ad aprile.
Questo “intervento esterno” su La7 ha un nome?

Un nome e un cognome: conflitto d'interessi. Politico e industriale insieme. Un’azienda, Mediaset, occupa il governo, il Parlamento , le Autorità, la Rai e piega tutto al proprio tornaconto. Con i numeri che facciamo, dovremmo avere una fila di editori: invece c’è la fuga. La miglior prova della debolezza organica delle classi dirigenti e del capitalismo, incapace di tradurre in progetti e prodotti le idee migliori e di portarle al pubblico. Non è un regime, ma un paese semilibero sì.

Davvero basta Santoro su La7 per stendere i due colossi?
Non sono così presuntuoso. Ma un tempo i programmi ‘diversi’ erano importanti ma non determinanti nella programmazione. Ancora nel 2002 eliminare Biagi, Santoro e Luttazzi fu un colpo per l’immagine, ma non significò svuotare la Rai. Ora i programmi scomodi sono diventati il core business, il top del palinsesto: senza Vieni via con me, Report e Annozero, la Rai si dimezza. È la grande novità degli ultimi anni, imposta dal pubblico che, stufo della ripetitività dei reality, va a cercarsi la realtà là dove sopravvive. Disposto persino a ciucciarsi Avetrana, dove qualcosa di reale comunque c’è, pur di non cadere nei Grandi Fratelli e nelle Talpe. Specie dopo che lo scandalo del bunga bunga ne ha svelato il retroscena, il reality del reality: le selezioni nell’alcova di Arcore.

Lerner e Mentana invitano La7 a ripensarci. Li ringrazio. La battuta d’arresto delle rete nei nostri confronti è un pessimo segnale di stop anche per chi resta dentro.

Parliamo del futuro. Tu ora sei un ex dipendente Rai...
No, sono ancora dipendente fino al 31 luglio. Se il Cda rivuole Annozero lo dica, io straccio la transazione e resto qui. Oppure torno da esterno, purchè smettano di vedermi come un’imposizione da malsopportare e mi vogliano con la necessaria autonomia. Il servizio pubblico resta sempre la mia prima scelta.

Pia illusione.
E vabbè, se non mi vogliono alla Rai né a La7, devo provare a farne a meno. Siamo usciti dalla serata “Tutti in piedi” a Bologna, come l’anno scorso da “Raiperunanotte”, con una grande carica: c’è un enorme pubblico, soprattutto giovane, che ci chiede di rompere gli schemi, anche quelli in cui abbiamo lavorato finora, per parlare liberamente e uscire da un campo da gioco sempre più ristretto e asfittico. Una rottura come quella del Fatto nell’editoria. C’è un grande pubblico disposto a finanziarci con contributi individuali, a cercarci in rete, sul digitale, sul satellite. La ragazza precaria, sul palco di Bologna davanti a 30 mila persone, spaccava lo schermo. L’ho rivista in tv, seduta in un talk: non era la stessa cosa. Ecco, io ora cerco questo: una tv che rimetta al centro la realtà. “Scassando tutto”, come dice De Magistris: spazzando via l’equilibrio perverso che tiene insieme cattiva politica, cattiva economia e cattiva tv.

Molti si domandano: in autunno rivedremo Santoro e la sua squadra?
Certo che sì. È il momento della chiarezza, siamo alla scelta finale: se Rai e La7 non ci vogliono, dobbiamo essere noi a dire “rivogliamo la Rai” e a riprenderci il servizio pubblico privatizzato dai partiti, di destra e di sinistra, che lo considerano terreno di conquista. Per questo mi sono candidato a direttore generale: della Rai: una provocazione per affermare la necessità di competenze. E poi ci vogliono regole veramente liberali e un garante unico della comunicazione.

E Annozero?
Sto lavorando perché un programma come Annozero vada in onda dall’autunno ogni settimana, come sempre: alla Rai, a La7 o su una multipiattaforma fra satellite, streaming in rete e network di tv locali sul digitale.

Può funzionare anche in versione “feriale” o solo in quella “festiva” dei grandi eventi?
È una sfida entusiasmante. Ma possiamo vincerla solo se si mettono in gioco centinaia di migliaia di persone. Le interpelleremo presto perchè ci diano la forza necessaria. Riuscire in questa impresa sarebbe il coronamento della mia carriera.

Fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 27 giugno 2011

Ecco a chi serve la monnezza-Il vicesindaco Sodano spiega cosa succede a Napoli. «Ma la città è con noi, ce la faremo» intervista di Adriana Pollice

Diminuiscono le colline di rifiuti a Napoli. È successo ieri a Napoli, e la cosa già da sé sembra come un miracolo. Oltre l’ordinario, c’è stato un ulteriore conferimento di circa 400 tonnellate. A terra ne restano 1.850. Le operazioni di raccolta proseguono a tappe forzate anche oggi, nonostante gli impianti Stir di ritovagliatura siano chiusi il pomeriggio, per la giornata festiva. Gli sforzi per la riduzione delle giacenze saranno concentrati nelle prossime ore nella zona del centro, dove nei giorni scorsi si sono avvertiti i disagi maggiori, con le proteste di cittadini esasperati dagli odori nauseabondi. La prossima settimana, martedì si è sbilanciato il premier Berlusconi, dovrebbe arrivare il decreto sblocca flussi fuori regione, ma il condizionale è d’obbligo perché la Lega minaccia di «far volare le sedie», la sintesi politica è di Roberto Calderoli. «Se l’esecutivo si muove e la regione ci assicura i flussi nelle altre province, potremo raggiungere il primo obiettivo, liberare le strade, in modo da partire con il ciclo integrato dei rifiuti di Napoli. Naturalmente siamo pronti ad agire comunque. Ma con la città sporca diventa tutto più difficile» spiegava ieri l’assessore all’ambiente e vicesindaco Tommaso Sodano.

Sodano, c’è chi ironizza sul vostro piano alternativo.
La legge 1 del 2011, che regola la materia rifiuti in Campania, subordina le nostre azioni alle decisioni di provincia e regione. Sono loro che organizzano il ciclo. Ogni loro ritardo blocca noi. Per questo venerdì scorso al ministro Prestigiacomo abbiamo spiegato che vogliamo sganciarci. Abbiamo un progetto e la volontà di agire rapidamente, non possiamo rimanere bloccati dalle lentezze degli altri. Ad esempio, la stessa legge stanziava 150milioni di euro per la differenziata, da distribuire in base alla popolazione. I soldi sono già disponibili ma, probabilmente, sono ancora fermi a Roma perché la regione non ha proceduto sul piano. Su nostra richiesta, avremo lo stralcio della parte spettante a Napoli e la gestiremo noi per avviare il porta a porta.

Concretamente cosa significherà?
Con i fondi che abbiamo adesso possiamo arrivare a metà del secondo lotto, con le risorse del ministero si può coinvolgere l’intera città. E ancora: il comune provvede alla raccolta dell’immondizia poi spetta alla SapNa (società della provincia, ndr) indicare dove conferire, così ogni volta subiamo il fallimento del sistema impiantistico regionale. Perciò vogliamo essere autonomi nel decidere il pianoma anche nel dialogo con le altre regioni e con l’Europa, accedere direttamente ai fondi Ue senza dover attendere gli altri enti. Il ministro si è detto d’accordo. Vedremo come si comporterà il governo la prossima settimana.

Il sindaco de Magistris dà la responsabilità dell’attuale crisi all’esecutivo ma anche alla criminalità e alle cricche. Quali forze ostacolano il cambiamento?
Si tratta di soggetti diversi. In primo luogo c’è l’appalto di quasi 400 milioni di euro per il termovalorizzatore da costruire a Napoli est, che noi non vogliamo. Un affare su cui lucrare per 20 anni anche grazie ai Cip6 (provvedimento del Comitato Interministeriale Prezzi che stabilisce prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili, ndr) e assimilate sulla bolletta. La nostra ferma opposizione ha provocato la reazione di quel mondo potentissimo che si muove intorno alle lobby economiche e finanziarie che ruotano intorno alla spesa pubblica e alla politica. Tenere la città in ginocchio serve a spostare il discorso, così in tanti si sono affrettati a chiedere «ma in queste
condizioni come fate a dire no all’inceneritore?».

Saranno anche interessati. Ma cosa rispondete?
Salva la buonafede di qualcuno, è evidente la volontà di strumentalizzare la situazione. Poi c’è un sottobosco che ha proliferato grazie al sistema dell’emergenza
continua, cioè le ditte di subappalto, da quelle che forniscono i bob cat per liberare le strade dai cumuli di sacchetti, al noleggio dei compattatori perché devi fare presto e con i tuoi soli mezzi non ce la fai a smaltire l’arretrato. Una zona grigia in cui è difficile distinguere tra imprese e camorra. Infine, c’è quel mondo che si muove nella criminalità di strada, i gruppi ultrà, facili da comprare ad esempio quando ci sono le elezioni e servono voti per un certo tipo di candidati. I raid di questi giorni non avevano le modalità che abbiamo visto in altre crisi, ben più gravi: con 8 mila tonnellate di immondizia a terra non si sono visti gruppi
incappucciati sversare i rifiuti a via Toledo appena pulita, appiccare incendi in punti strategici in tutta la città. Dare fuoco all’immondizia significa trasformarla in rifiuto speciale, che va smaltito in discariche adatte, cosa che allunga i tempi di rimozione e aumenta i costi, oltre a sprigionare diossina. Cioè provoca un danno ingente all’amministrazione, a costo della salute dei cittadini. In prefettura, in procura, abbiamo depositato la documentazione raccolta. La gente esasperata è contenta quando porti via i sacchetti, in questi giorni invece hanno minacciato i dipendenti Asia, impedendone la rimozione.Una cosa che dovrebbe far suonare dei campanelli di allarme.

Di chi sarebbe la regia?
Di chi ha tenuto insieme il sistema campano dei rifiuti con i commissariamenti e i
poteri speciali. Ecco perché abbiamo ribadito che non vogliamo la gestione emergenziale: non abbiamo bisogno del commissario straordinario, ma di ripristinare la normalità e la legalità, con tutti i controlli che questo comporta su attuazione e spesa. Ricordo che questo tipo di gestione, fallimentare, è già costata 8 miliardi di euro in 10 anni, 3 miliardi e 200 milioni ai soli enti locali campani e alle società partecipate, senza alcun potere di controllo sull’impiego dei fondi da parte della Corte dei conti. Che poi è uno dei motivi per cui il sistema è in ginocchio, sotto il peso dei debiti ereditati nel 2008, dopo l’ultima gestione della Protezione civile di Guido Bertolaso.

C’è ancora entusiasmo o la crisi ha spazzato via il vento arancione?
Sapevamo che non sarebbe stato facile. La volontà di cambiare è ancora forte. Ogni pomeriggio a piazza Plebiscito si riuniscono gruppi in appoggio all’amministrazione. Si tratta di cittadini che hanno offerto la disponibilità a formare gruppi di volontari per l’ambiente, andranno in giro per i quartieri a parlare con gli abitanti, spiegare il piano, fornire informazioni per gli orari di conferimento della differenziata. Del resto da tutte le zone della città, anche quelle ‘calde’, ci chiamano per richiedere le isole ecologiche mobili. Esempi positivi arrivano dai Quartieri spagnoli. Sta a noi coinvolgere tutti.

Fonte intervista 'Il Manifesto'
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mercoledì 22 giugno 2011

Spazzatura a Napoli - RAPHAEL ROSSI: "La Regione sblocchi i fondi" intervista di Adriana Pollice

Specializzato nel porta a porta, il trentenne Raphael Rossi è quello che si definisce un tecnico. È stato vicepresidente dell’azienda pubblica della città di Torino addetta alla raccolta, l’Amiat, un’esperienza terminata per aver denunciato alla procura della Repubblica acquisti inutili, propiziati da tangenti. Da una settimana è presidente dell’Asia, la municipalizzata partenopea addetta alla pulizia delle strade, ma a Napoli ha già lavorato, avviando la differenziata spinta nel quartiere dei Colli Aminei, uno dei sette dove si separa l’immondizia a domicilio con Bagnoli, Chiaiano, Ponticelli, Rione Alto e San Giovanni a Teduccio.
La crisi sembra bloccare in un eterno presente il ciclo dei rifiuti in città. Così, gli autocompattatori girano per le strade cercando di recuperare nelle zone dove la situazione è peggiore. Alle 15.30 alle spalle di Palazzo San Giacomo, sede del municipio, c’era una collina di rifiuti che arrivava a coprire le vetrine dei negozi, a via Santa Brigida, proprio all’angolo con la centralissima via Toledo. Alle 17.30 cassonetti e sacchetti sparsi erano stati rimossi ma il cattivo odore ormai ha impregnato il marciapiede e allora negozianti e residenti si danno da fare con secchi e sapone per ripulire da soli la via. La portiera del palazzo di fronte fa scorta di detersivi. «Ma che devo fare? Posso mai stare sotto la guardiola con la mascherina in faccia tutta la giornata?», spiega mentre tira un’altra secchiata per allontanare a valle i primi rigagnoli di percolato.

Rossi, cosa non va a Napoli?
Si tratta di una stratificazione di problemi, cominciati con le passate amministrazioni e mai risolti. In questimesi, poi, in attesa delle elezioni comunali molte cose, molte azioni, sono rimaste sospese in attesa dei risultati e questo ha peggiorato la situazione. Il problema più grande, adesso, è lo smaltimento dell’immondizia. La città tecnicamente si può ripulire in un paio di giorni se si sa dove sversare.

Berlusconi in campagna elettorale ha spiegato agli italiani che i dipendenti Asia sono dei fannulloni assenteisti, sempre al bar o marcare il cartellino per andare allo stadio...
I nostri lavoratori si sono sobbarcati il carico di fatica che comporta lo stato di crisi al punto da rinunciare all’unico pomeriggio libero che avevano, la domenica, per fare turni extra e cercare di liberare le strade. Vanno solo ringraziati per lo spirito di collaborazione.

Certe zone della città sono vivibili, in altre c’è una condizione terribile, colline di immondizia a fermentare sotto le alte temperature, soprattutto al centro storico.
Questo è effetto di un problema nel problema. La raccolta dei quartieri nel cuore di
Napoli è affidata alla società ligure Lavajet, che ha ereditato i dipendenti della Enerambiente spa (finita nelle inchieste della magistratura per il danneggiamento di automezzi fermi nel deposito e anche per un giro di assunzioni pilotate dalla politica ndr). Gli stessi dipendenti che, per un ritardo di due giorni nel pagamento degli stipendi, hanno inscenato una serie di proteste: prima sono andati a lavorare a ranghi ridotti, poi hanno interrotto la raccolta. Abbiamo anche fatto degli esposti alle forze dell’ordine perché riteniamo che strani soggetti abbiano sparso i rifiuti in strada in modo da provocare danno. A fine anno scade il loro contratto, non vorrei che si trattasse di un modo indebito di farci pressione. Comunque, per risolvere la vertenza, abbiamo parlato con i vertici della società e con i sindacati, la protesta
dovrebbe essere rientrata.

È possibile fare il porta a porta a Napoli in tempi ragionevoli?
I 146 mila abitanti che già fanno la differenziata spinta hanno conseguito risultati
migliori delle migliori esperienze italiane, quindi è solo una questione di organizzazione e fondi. Con gli otto milioni e 250 mila euro che la regione dovrebbe rendere disponibili ad Asia tramite una nuova delibera, ma i soldi nelle casse regionali già ci sono, si può estendere il porta a porta alla metà del lotto di abitanti successivo, nei quartieri Vomero, Posillipo, Barra, Ponticelli e Scampia.

Per l’umido come pensate di procedere?
Ci sono impianti di compostaggio che attendono solo il collaudo da anni ma, per
rendere più rapidi i tempi, si potrebbero adottare impianti più piccoli acquistati
ad hoc. Stiamo ragionando tenendo presente tutte le ipotesi, sia sfruttare le strutture che già esistono oppure individuare altre soluzioni, la decisione non è stata ancora presa.

Fonte intervista 'Il Manifesto'
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venerdì 17 giugno 2011

INCHIESTA P4 · Parla il sindaco De Magistris: «Stesso contesto della P2. Allora Papa stava al ministero di Mastella» intervista di Adriana Pollice

Politica, massoneria, imprenditori, pezzi di Stato: gli ingredienti dell’indagine dei pm napoletani John Woodcock e Francesco Curcio sulla P4 sono gli stessi dell’inchiesta «Why not» condotta da Luigi de Magistris, allora magistrato in servizio a Catanzaro, attuale sindaco di Napoli. Il nome che lega i due filoni di indagini è quello di Luigi Bisignani, il più giovane iscritto alla P2 di Licio Gelli, condannato per la tangente Enimont negli anni 90, approdato poi al salotto buono della seconda Repubblica. Più potente di Gianni Letta, dicono a Roma, capace di influenzare le decisioni di colossi come l’Eni, Finmeccanica, Generali, fino a sponsorizzare Mauro Masi come dg Rai. C’è chi dice che sia dietro le fortune politiche di sottosegretaria come Daniela Santanchè. Amico di Italo Bocchino, di Clemente Mastella, di Angelo Balducci e Guido Bertolaso. Amico di tutti, con un ufficio addirittura a Palazzo Chigi, dove farebbe il consulente. Secondo i pm di Napoli sarebbe la mente di una associazione segreta in grado di infiltrarsi nelle procure e tra le forze dell’ordine per acquisire informazioni utili a fabbricare dossier, agevolare o stroncare carriere, controllare appalti. Stessa idea di De Magistris all’epoca di «Why not»: sarebbe stato lui uno dei referenti del sistema individuato in Calabria, la sua posizione archiviata quando l’inchiesta fu messa in mano ad altri. Nei documenti però si trovano tracce dei rapporti, ad esempio, conWalter Cretella Lombardo, potente generale della Guardia di finanza, e con Salvatore Cirafici, il dirigente Wind responsabile della gestione delle richieste di intercettazioni e tabulati inviate all’azienda telefonica dalle procure italiane

De Magistris, è sorpreso dall’inchiesta di Napoli?
Per capire chi è Bisignani dobbiamo tornare al 2007. A giugno inizio a indagare sull’intreccio tra appalti pubblici, la massoneria coperta («La Loggia di San Marino»), vertici dei servizi, l’allora numero due della Guardia di Finanza, esponenti politici e degli affari, come Antonio Saladino, un imprenditore referente della Compagnia delle Opere, e Finmeccanica. All’inizio di luglio iscrivo Bisignani nel registro degli indagati. La sua perquisizione stranamente va a vuoto, allora
ebbi l’impressione che fosse stato avvisato, era volato a Londra. In compenso all’improvviso l’attività ispettiva del ministero della Giustizia, retto allora da Clemente Mastella, nei miei confronti ha un’accelerazione: arriva il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, poi coinvolto nella P3, l’inchiesta «Why not» viene trasferita alla procura generale e io spedito al Csm. Comincia poi un’opera di delegittimazione contro di me e la procura di Salerno, che indaga sulmio caso. Facile immagine che dietro c’è la spinta fortissima di Bisignani. La democrazia italiana
è inquinata dai poteri occulti e io ci ho rimesso la toga.

Dalla P2 alla P4, c’è continuità oppure si tratta di fenomeni differenti?
È lo stesso contesto fatto di organizzazioni segrete e colletti bianchi della criminalità organizzata, si infiltrano nelle procure, negli apparati dello stato, nelle imprese, nella politica per gestire la spesa pubblica e i fondi europei, costituiscono un governo occulto del paese in violazione della Legge Anselmi.
Anche gli uomini sono spesso gli stessi. Ancora nel 2007 nella perquisizione a Saladino, trovai un biglietto dove, in riferimento ad alcuni appalti ministeriali per l’informatizzazione, era scritto «rivolgersi ad Alfonso Papa», allora ai vertici del ministero retto da Mastella. Cioè allo stesso ex pm, diventato parlamentare Pdl, indagato per la P4, amico dell’ex Procuratore di Roma Achille Toro, indagato
con Miller per la P3. Del resto Papa, quando era con me pubblico ministero a Napoli, si è sempre messo di traverso in tutte le battaglie che riguardavano la giustizia.

Certe scelte del governo trovano una ragione negli interessi di Berlusconi, e forse più ancora nella copertura di questa rete di potere?
Rimandare tutto al premier è un grave errore. La P4, come le altre, va molto oltre Berlusconi. Certo, il presidente del Consiglio è un riferimento per le strategie dei piduisti, è l’interprete ideale delle loro istanze, ma stiamo parlando di un sistema che non si ferma al centrodestra, intercetta anche il centrosinistra e tutti gli ambiti della vita pubblica. Se Bisignani ha un ufficio a Palazzo Chigi è perché è amico di molti politici di differenti colori. È questa capacità di penetrazione che spiega molte stranezze italiane. Viviamo in un’apparente legalità formale che spesso permette l’abuso del diritto, leggi incostituzionali, promozioni dirette e trasferimenti ingiusti di servitori dello stato. È un potere ricattatorio bipartisan.

fonte intervista 'Il Manifesto'
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martedì 30 novembre 2010

Vendola: «Rifondare il Pd? No, fondiamo il nuovo centrosinistra» di Matteo Bartocci

Nichi Vendola è a Roma per firmare due intese con il governo decisive per la Puglia: quella a lungo attesa per il piano di rientro dal buco sanitario e quella che mira ad attenuare l’emergenza per i rifiuti campani.
Inevitabile però parlare della «babele» scoppiata nel Pd e che lo tira in ballo direttamente.
Il senatore Latorre sul Corriere della sera ti invita a diventare «socio fondatore» di un nuovo Pd. Che fai, ricominci con una «rifondazione»?
Innanzitutto apprezzo di Latorre il garbo e il rispetto verso gli interlocutori. E’ una clausola di stile che per me ha un significato politico. Nelle sue parole c’è la proposta di un’interlocuzione vera. Che parte dall’ammissione molto significativa di quella che io chiamo «l’incerta natura» del Pd. Latorre pone un problema e lo fa con coraggio. Personalmente mi piacerebbe molto diventare socio fondatore di un nuovo centrosinistra, in cui tutte le forze siano in grado di ristrutturarsi e di innovarsi profondamente anche dal punto di vista culturale.
Impegnarsi in questo «nuovo atto fondativo» vuol dire rinunciare alle primarie?
Niente affatto. Il nuovo centrosinistra si costruisce con le primarie. La sua novità sta esattamente nella partecipazione democratica e nell’idea di politica come bene comune. Contro la privatizzazione della politica che ha fatto Berlusconi e contro un’idea tutta tecnocratica di alternativa.
Ma se le primarie vanno fatte comunque, tu come ti ci presenti?
Non conosco alternative. Stiamo ai fatti. Le alleanze costruite a tavolino finiscono subito sotto il fuoco incrociato dei veti e delle interdizioni. E quando si dice che dobbiamo partire da un programma comune viene in mente un precedente abbastanza nefasto. Nessun compromesso sulle virgole e gli aggettivi può sciogliere i nodi di un programma di alternativa. Non mi sento minimanente antagonista dei cattolici o dei moderati che sono dentro e fuori il Pd. Mi sento antagonista dei prigionieri di quella superstizione ideologica chiamata liberismo.
E allora bastano le primarie da sole?
Con le primarie il programma e la coalizione si costruiscono all’aria aperta, affidandoci ai soggetti sociali che urlano il bisogno di un’alternativa arrampicandosi sui tetti, sulle gru, nelle fabbriche e nelle piazze, che ci chiedono di vivere la crisi non come un’alibi per la macelleria sociale ma come un’occasione di cambiamento. Io davvero non ho come obiettivo cannibalizzare il Pd. Voglio costruire un salto di qualità nella cultura e nella proposta politica del centrosinistra. E’ impensabile uscire dal quindicennio berlusconiano facendo solo la somma dei frammenti sparsi cercando magari qualche nuovo aggregato. Per me la risposta è la narrazione, che è una bussola e un’orizzonte. E’ questo che ancora manca al centrosinistra. Io vedo due nemici del cambiamento: il minoritarismo di chi vuole solo autoproporsi nella propria identità ideologica e il «compatibilismo» di quelli che di adattamento in adattamento hanno perso qualunque fisionomia che renda una politica distinta da un’altra. «Siete tutti uguali» ormai è un luogo comune. Tutto si è confuso. E poi si è aggiunta la questione morale. Anche nel centrosinistra, sia pure con una capacità di auto bonifica sconosciuta all’innocentismo a prescindere della destra.
Fiom, Cgil, studenti. Fuori dal parlamento c'è un'opposizione più avanti di quella in parlamento. Per le primarie rischia di non esserci tempo né pazienza.
Il mio unico timore è che vengano ridotte a un argomento politicistico. Io cerco di metterle in relazione con quello che accade nella società. Nessuna furbizia può impedirle perché sarebbe distruttiva. Dobbiamo semplicemente avere il coraggio di uscire da questa caverna fatta di paure in cui sembriamo rinchiusi come in una sindrome depressiva. Il centrosinistra appare recitare un copione surreale, non possiamo aspettare il Godot di turno: lo «scandalo degli scandali», Casini o Fini. Dobbiamo dire le parole dell’alternativa e smettere di pensare che per vincere bisogna rimuovere la sinistra. In Italia c’è l’unica sinistra al mondo che pensa
di rappresentare non la soluzione del problema ma il problema.
Come intendi superare la frammentazione politica del centrosinistra?
Tutti vogliamo la sinistra del nuovo millennio. Ma non sappiamo quali saranno i tempi necessari per far lievitare questo fermento. Cerchiamo di ascoltare la domanda di cambiamento e agganciamola alla vita reale. Le primarie sono imperfette ma sono questo. La nevrosi delle candidature a Bologna da parte del Pd è esemplare. E’ difficile capire perché il partito più grande non riesce a scegliere un candidato singolo nemmeno in una città come Bologna. E a Napoli è lo stesso. Le primarie sono in grado di far sgorgare l’acqua pura che c’è ma che rischia di rimanere invisibile. A Milano è emerso un centrosinistra di qualità, che conosce i problemi e lavora alle soluzioni. Si sta costruendo una coalizione che può scongiurare la costruzione di un ceto separato.
A Torino ti convince la candidatura di Piero Fassino da parte del Pd?
Il mio affidamento nei confronti dei territori è totale. Penso però che dobbiamo avere un’autonomia culturale che contribuisca alla crescita di un nuovo centrosinistra.
Se nel Pd prevalesse la linea del «correre da soli» voi che fate? Escludi a priori un quarto polo con Idv e sinistra?
Escludo che la linea del «correre da soli» abbia un fondamento nella realtà. La teoria dell’autosufficienza è stata velleitaria. E’ andata così. E’ inimmaginabile che il berlusconismo possa essere seppellito senza una grande battaglia politica e culturale. Non ho pregiudizi nei confronti dei «centristi» ma al centro non ci deve essere la fine dell’umiliazione del corpo delle donne? Più che ai vari poli pensiamo alla lotta alla precarietà che per noi è una grande battaglia di libertà. Non una battaglia di perdenti ma un discorso generale sui fondamenti della società. L’ago e il filo di una trama nuova.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 19 novembre 2010

Rosaria Capacchione: “Non ci servono Eroi'. Una giornalista sotto scorta tra le minacce dei Casalesi di Sandra Amurri

In tempi di protagonismo sfrenato, di corpi femminili sbandierati, intervistare una donna, una collega, come Rosaria Capacchione rincuora. Giornalista de Il Mattino di Napoli, Rosaria, autrice de L'Oro della Camorra, di minacce ne ha ricevute a pacchi. Anche durante Spartacus, il maxi-processo alla criminalità organizzata campana, dai boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, arrestato l’altro ieri. Ma solo da tre anni vive scortata. Non a caso, è accaduto dopo l’uscita di Gomorra di Saviano: solo allora si sono accorti che anche lei rischiava la vita a causa delle sue inchieste. Tanti i premi ricevuti, da quello intitolato a Elsa Morante per l’impegno civile, a Paolo Borsellino, a Enzo Biagi. Ma lei è rimasta una giornalista che fa solo il suo dovere. Candidata come indipendente nel Pd ha portato a casa 75 mila preferenze, ma non il seggio al Parlamento europeo perché, come spiega, è stata lasciata sola dagli esponenti locali del partito.

Rosaria, partiamo dall’arresto di Antonio Iovine, a casa sua. Tu sei stata minacciata dal cugino e da sua moglie mentre presentavi il libro sul boss Setola. Che ne pensi?
Che se non l’avessero preso a casa sua sarebbe stata una notizia: avrebbe voluto dire che non poteva più contare sulle dovute protezione nella sua terra. Ora restano fuori due personaggi chiave: Michele Zagaria, il boss imprenditore della calcestruzzo e Mario Caterino condannato a 4 ergastoli. Personalmente non penso nulla , l’arresto di un boss non è un fatto personale, appunto, diciamo che quando vanno al loro posto, in carcere, tornano ad essere esseri umani e finisce il mio interesse di cronista. Ho la sensazione di aver umilmente contribuito a rimettere le cose a posto.
Dopo le affermazioni di Saviano a Vieni via con me si è messa in moto la macchina del fango. Saviano è uno che copia, che inventa o è uno che ha fatto conoscere al mondo i casalesi?
Non mi piacciono le polemiche, non servono. Mi chiedo, quante persone si sono commosse per la morte del commissario Cattani della Piovra? Tantissime. Era una storia vera? No, ma era possibile ed era raccontata bene. Sciascia ha scritto cose vere? Il nome del capitano Bellodi era vero? No. Ma nessuno si è messo a fare le pulci a Sciascia. Saviano ha scritto un libro e grazie al suo libro è passato un messaggio talmente forte da squarciare la cortina di silenzio. Ti dico di più. Le minacce io le avevo avute molto prima di Gomorra: se ho la scorta è perché mi è stata data sull’onda di Saviano. Vedi io preferisco restare ancorata ai fatti. Fino a 5 anni fa nessuno sapeva chi fossero i casalesi ora, come dici tu, in tutto il mondo sanno che non è una banda di paese ma un’organizzazione criminale pari a Cosa Nostra. Questo è accaduto dopo Saviano. Punto.
Temi di finire anche tu nella macchina del fango?
E chi se ne importa. Io mica sono una persona di spettacolo, io sono una giornalista.
Ognuno di noi fa i conti con la paura in modo diverso. Cos’è per te vivere minacciata?
Non è una ossessione, appartiene alla vita degli esseri umani.
Chissà quanto ti condiziona la scorta...
Mi rompe eccome. Se non ho voglia di parlare al mattino, come mi capita spesso, sono costretta quanto meno a dire ‘buongiorno’. Se devo andare a comperare un paio di mutande sono costretta a condividerlo. Insomma una bella rottura. Ma è il prezzo del gioco, a quanto pare.
Sei nell’elenco di Newsweek delle donne che rompono gli stereotipi dell’Italia berlusconiana. Non mi dire che ti lascia indifferente.
No, mi fa ridere. Vuol dire che siamo rovinati. Non vorrei apparire retorica, ma qui non c’è bisogno di eroine ma di gente normale . Un eroe è sempre un buon alibi: dispensa dal fare il proprio dovere, è un po’ come i santi.
Cosa desideri?
Vincere il Superenalotto. Non avrei problemi a sapere come spendere tutti quei soldi.
Come vorresti essere descritta?
Come ero fino a tre anni fa: una sconosciuta. Io sono una antitelevisiva, a casa non ho la tv. Quando mi invitano il più delle volte rispondo no. Le parole scritte sono il mio mondo, mi ci muovo meglio.
Essere donne e fare questo mestiere è più duro?
Ho cominciato quando non lo era. Oggi per le ragazze è più complicato. Mi raccontano che le aziende prima di assumere ti chiedono se hai intenzione di sposarti, di avere figli. Quando avevo io 20 anni era inammissibile. E se accadeva seguiva di sicuro uno sciopero.

Fonte intervista 'Il Fatto Quotidiano'
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