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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 22 marzo 2011

Il Grande Jettatore di Marco Travaglio

(vignetta Claudio Ruiu)
Claudio Rinaldi si domandava spesso come mai gli oppositori di B. non insistano mai su un argomento a presa facile e rapida, per un popolo superstizioso come il nostro: l’indiscutibile e formidabile potere jettatorio del Cavaliere. Non su tutti, si capisce: a se stesso ha sempre portato buono, mentre agli altri, cioè a tutti noi, ha sempre menato gramo. La cronologia parla da sé. 1994: B. è al governo da un mese e l’Italia perde in malo modo il Mondiale di calcio; cinque mesi dopo si scatena sul Nord Italia un’alluvione da paura; poi Bossi gli stacca la spina. Seguono cinque anni relativamente tranquilli, durante i quali l’Italia entra persino in Europa e Mediaset entra persino in Borsa. 2001: è tornato al governo da quattro mesi, ed ecco l’11 settembre, seguito dalle guerre in Afghanistan e in Iraq con tutti gli annessi e connessi, comprese le sconfitte dell’Italia agli Europei e ai Mondiali di calcio. Nel 2006 torna Prodi e l’Italia vince i Mondiali di Germania. Nel 2008 il Cainano rientra a Palazzo Chigi ed ecco abbattersi sul pianeta la più devastante crisi finanziaria dal 1929. Gli amici Blair e Bush, reduci dalle scampagnate col terzo B., chiudono le rispettive carriere inseguiti dai loro popoli inferociti. Nel 2010 l’Italia perde il solito Mondiale. Lui frattanto chiama la questura per spacciare Ruby per la nipote di Mubarak e al raìs egiziano, al potere da trent’anni, cominciano a fischiare le orecchie. Poi spiega che il bunga-bunga gliel’ha insegnato Gheddafi, al quale cominciano a prudere le terga. Tanto più che B. gli ha appena baciato l’anello. Nella conferenza stampa di fine anno B. dichiara orgoglioso: “Sono amico personale di Mubarak, Ben Alì e Gheddafi”. I tre sventurati non fanno in tempo a toccarsi e vengono travolti l’uno dopo l’altro dalle rivolte popolari in Egitto, Tunisia e Libia. Putin sospende prudenzialmente tutti gli incontri con l’amico B. e, per precauzione, gli fa rispondere al telefono da un bravo imitatore. Non sia mai che il contagio si trasmetta anche per via vocale. Intanto B. annuncia il ritorno al nucleare dopo 24 anni: gli effetti si fanno subito sentire a Tokyo, con l’esplosione della centrale di Fukushima col contorno di terremoto e tsunami. Ora Gheddafi fa lo slalom fra le bombe e i missili che gli sganciano i caccia occidentali, compresi i nostri. Non che il Colonnello sia un campione di coerenza e di affidabilità: ma, in confronto al nostro, lo diventa. Meno di tre anni fa, B. aveva firmato con lui, a Bengasi, un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che prevedeva – oltre a 5 miliardi di dollari di danni coloniali in cambio del blocco dei flussi migratori – l’impegno di ciascuno dei due paesi a non impicciarsi negli affari interni dell’altro: “Le Parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti a essa inerenti, compreso in particolare il diritto alla libertà e all’indipendenza politica. Esse rispettano altresì il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale” (art. 2). Con tanti saluti ai diritti civili e umani: “Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito del buon vicinato”. Non solo: “L’Italia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia” (art. 4). Cioè l’Italia diventava alleata della Libia, ma anche della Nato nemica della Libia. E B. s’impegnava a non fare nulla di ciò che sta facendo contro la Libia. Il Parlamento italiano ratificò il tutto nell’aprile 2009 (Pdl, Lega e Pd). E il povero Gheddafi si fidò. Peggio per lui. Doveva saperlo che già prima di B. l’Italia non ha mai finito una guerra dalla stessa parte in cui l’ha iniziata. Ora, con B., ci superiamo: restiamo alleati di Gheddafi (come da Trattato), però lo bombardiamo. Ma solo un po’.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 25 febbraio 2011

Lo zio d’Egitto di Marco Travaglio

(vignetta Rosalba Falzone)




Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione).



David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così:
“Non ti vorrei disturbare
preferisco non chiamarti
però continuo a sognarti
non ti so dimenticare.
Tu rondine d’oltremare
io gabbiano d’Occidente.
Ti penso continuamente.
E tu, mi senti nel vento?
Anche soltanto un momento
mentre bombardi la gente?
Mi pensi, tra vento e mare
sparando sui funerali?
Ma non vorrei disturbare
preferisco non chiamarti)
mando una stella a cercarti
sperando ti raggiunga
m’insegnasti il bungabunga
come potrei non amarti?”.
Com’è noto, B. dà il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby...”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah, bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 23 febbraio 2011

Beduinieuropei di Marco Travaglio

Non si fa così. Non si fanno le rivoluzioni per cacciare i dittatori senz’avvertire con congruo anticipo il ministro Frattini Dry. Già ha una prontezza di riflessi che il bradipo, al confronto, è una scheggia. Già gli tocca andare per il mondo a prendere pesci in faccia per conto di B., che si scansa sempre all’ultimo momento. Già, a ogni crisi internazionale, gli tocca fuggire su atolli caraibici e rifugi alpini per evitare di prender posizione, non avendone alcuna (gli Usa nei cablo di Wikileaks lo chiamano “il fattorino”). Già è poco ferrato sul Nordafrica, essendo troppo concentrato su St. Lucia e Montecarlo. Ma ora i popoli tunisino, egiziano, libico ecc. stanno francamente esagerando. Lo dicano che lo fanno apposta per screditare questo attaccapanni abbronzato che la stampa chiama “responsabile della diplomazia italiana”, ovviamente a sua insaputa. Il 26 gennaio, sul tiranno egiziano al potere da 30 anni con elezioni truffa e repressioni feroci, dice: “Il governo italiano spera che il presidente Mubarak continui come sempre ha fatto a governare con saggezza e lungimiranza... Non c’è alcuna similitudine con quel che è accaduto in Tunisia”. In quel preciso istante Mubarak capisce che la sua sorte è segnata. E Frattini Dry si lancia al salvamento del suo secondo padrone, Gheddafi, di cui è il cameriere ufficiale: “L’Europa non deve esportare la democrazia. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo libico” (invece il 10 ottobre diceva: “Portare democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa... La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari”). Gheddafi, pur non essendo cristiano, si fa il segno della croce: aveva anche pregato Frattini di non difenderlo mai, piuttosto di attaccarlo se proprio doveva aprire bocca; ma quello niente, ha creduto di fare cosa gradita. Da quel momento anche il Colonnello è spacciato. A Bruxelles si riuniscono i ministri europei: Frattini, essendo un ministro finto e un europeo finto, tenta la fuga nella Terra del Fuoco, ma poi gli tocca andare. E lì, con sua grande sorpresa, scopre che i ministri veri sono tutti contro Gheddafi (pare che, diversamente da B., non abbiano mai fatto il baciamano al Colonnello né preso lezioni di bungabunga). Ma non si dà per vinto: le cronache lo descrivono impegnatissimo in una paziente tessitura col ministro di Malta, l’unico che gli dà retta, in difesa del macellaio tripolino. Vorrebbe infilare nel documento Ue un accenno ai “diritti sovrani della Libia” e un auspicio al “dialogo” e alla “riconciliazione” fra gli insorti e il macellaio che li massacra. Una cosetta all’italiana, tipo “abbassare i toni”. Ma l’espressione risulta intraducibile e gli altri fanno notare che legittimerebbe la repressione. Così la proposta Frattini raccoglie l’unanimità: dei dissensi. Lui però non perde il suo proverbiale sorriso-paresi: “Mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto” (c’era pure il caso che si dissociasse da se stesso), anche perché è convinto di aver vinto lui: “Il comunicato parla della necessità di una riconciliazione nazionale”. Purtroppo nel comunicato non c’è traccia della parola “riconciliazione”. Se l’è inventata lui. O forse una mano pietosa gli ha passato una traduzione sbagliata, per non spettinarlo e non guastargli l’abbronzatura. In un paese normale l’opposizione lo asfalterebbe con una bella mozione di sfiducia. Ma in Italia l’opposizione non può: uno dei suoi leader ha amoreggiato pure lui con Gheddafi, elogiandolo, bivaccando nella sua tenda, ospitandolo alla sua fondazione Beduinieuropei. E chi è questo genio? Max D’Alema, of course. Ancora domenica dichiarava al Sole 24 Ore: “Gheddafi ha ancora un rapporto solido con una parte della società libica e la crisi economica qui non ha colpito come in altri paesi. La Libia ha pochi abitanti e un Pil pro capite elevato”. Soluzioni? “Incoraggiare Gheddafi a fare le riforme”. Ecco: di fronte allo spettro di una Bicamerale anche a Tripoli, il popolo libico ha dato fuoco alle polveri.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 21 febbraio 2011

Berlusconi: «Non disturbo Gheddafi», a rischio miliardi di petrodollari di Francesco Paternò

«No, non l’ho sentito, la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno». Silvio Berlusconi lascia in pace Gheddafi, che poi è unmodo di dire perché in Libia è scontro frontale. Come in Tunisia, come in Egitto. Solo che in Libia l’intensità della rivolta non è ancora chiara, ma quella della repressione sì. Il presidente del consiglio non telefona e fa saltare sulla sedia le opposizioni, né dice una parola di condanna come invece ha fatto il governo inglese.
Gheddafi è per lui quel che in diplomazia si chiama una special relationship. Un po’ di più sia dell’«amicizia» che lo ha legato fino a ieri al leader egiziano defenestrato Hosni Mubarak, sia per gli interessi nazionali in ballo. E chissà se anche personali, come hanno sospettato gli americani (fonteWiki- Leaks) nei rapporti politico-affaristici fra Berlusconi e Putin.
Il «Trattato di amicizia» fra Italia e Libia è entrato in vigore due anni fa. Per comprenderne tutte le implicazioni, bisogna rifarsi alle parole del presidente del consiglio: «E’ un vantaggio per tutti, chi non capisce è prigioniero di schemi superati». Il «tutti» appartiene sicuramente ai grandi gruppi italiani pubblici e privati che, sulla scia dell’accordo politico tra i due governi, hanno trovato in Libia la loro America. Eni e Finmeccanica, per fermarsi solo ai numero uno, hanno oggi in discussione con gli uomini del Colonnello investimenti pari a 25 miliardi di dollari nel settore energia e altri 20 nel settore militare. «Avete una straordinaria industria della difesa», dice Gheddafi a Berlusconi nell’agosto scorso, quando viene a Roma con il suo circo di cavalli e tende e libretti verdi regalati a una convention di ragazze, reclutate almeno a cielo aperto e senza sms. E’ il là: la Lybian investments authority (Lia), il fondo sovrano del paese, entra con il 3% nella «straordinaria» Finmeccanica (facendo fischiare le orecchie agli americani), mentre la banca centrale libica sale fino a quasi al 5% di Unicredit, primo gruppo italiano e uno dei più grandi d’Europa.
Petrodollari, che a dire il vero fra i due paesi scorrono da circa dieci anni prima che Gheddafi prendesse il potere, quando nel 1959 l’Eni si installa lì. L’Italia è il primo importatore di petrolio libico e il terzo del loro gas metano tramite il Greenstream, il gasdotto più importante del Mediterraneo inaugurato nel 2004 sempre da Berlusconi. L’interscambio è un modo di dire: il 99% delle nostre importazioni dalla Libia sono idrocarburi.
Può Berlusconi «disturbare» Gheddafi? Il trattato di amicizia è fondato anche su altri 5 miliardi di dollari in infrastrutture che il governo di Roma ha concesso quale riparazione ai danni coloniali italiani, come da sempre Gheddafi reclamava. Un contratto in cui Berlusconi ha infilato un accordo per il respingimento degli immigrati provenienti dalla Libia, sperando di chiudere in qualche modo almeno questa frontiera del Nordafrica.
Ma l’accordo ha funzionato molto meno bene di quelli finanziar-industriali e ha fatto scattare la censura di un altro prelato del Vaticano, mons Agostino Marchetto, secondo cui l’intesa è una «violazione dei diritti umani».
Eni e Finmeccanica, sentiti ieri informalmente dalle agenzia di stampa, hanno fatto sapere che restano vigili, ma che il business va avanti tranquillo. Sperando che le braccia al collo di Berlusconi a Gheddafi non portino male quanto l’abbraccio mortale con Mubarak e prima ancora quello con il presidente tunisino Ben Alì.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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mercoledì 16 febbraio 2011

Silvio Pelvico di Marco Travaglio

(vignetta Mauro Biani)
Alla fine, depositato il polverone politico-mediatico del Truman Show, restano i fatti nudi e crudi, che il gip Cristina Di Censo descrive con una semplicità disarmante. Una sera di maggio un cittadino telefona in Questura per far rilasciare una minorenne marocchina fermata per furto senza documenti né fissa dimora, spacciandola per la nipote del presidente egiziano Mubarak. Se fosse un passante, lo manderebbero a prendere per il trattamento sanitario obbligatorio. Trattandosi del presidente del Consiglio, trattengono le risa e obbediscono a lui anziché al pm minorile e affidano la ragazza a una procace consigliera regionale che si è precipitata sul posto in compagnia di una prostituta brasiliana, nelle cui mani poi la consigliera scarica la minorenne. Le due immigrate vengono poi sorprese a rissare furiosamente e a rinfacciarsi la loro professione, la più antica del mondo. Indagini, interrogatori e intercettazioni per scovare chi organizza il giro di squillo: saltano fuori i nomi della consigliera regionale, di un direttore di telegiornale e di un impresario di star dalla dubbia fama (lui, non le star). L’utilizzatore finale invece è il presidente del Consiglio, che paga in soldi, favori, gioielli, appartamenti in comodato gratuito: ecco perché ha telefonato in Questura. Dalle perquisizioni affiorano i soldi, elargiti un po’ dal premier un po’ dal suo ragioniere, che però non può essere perquisito perché abita in una succursale della Presidenza del Consiglio. Ci vuole il permesso della Camera. I giudici lo chiedono. La Camera rispedisce il faldone al mittente senza dire né sì né no, sostenendo che è competente il Tribunale dei ministri perché il premier chiamò la Questura per sventare una crisi diplomatica con l’Egitto. Vivo stupore in Egitto, dove nessuno è stato avvertito del fatto che il capo del governo italiano racconta in giro che Mubarak ha una nipote prostituta e che questa presta abitualmente servizio in casa sua (del capo del governo italiano). Anche perché, in tal caso, l’Italia rischierebbe non solo l’incidente diplomatico, ma un attacco missilistico. Alla Procura di Milano bastano meno di tre mesi per tirare le somme: pagare una minorenne in cambio di sesso è reato (prostituzione minorile), indurre la Questura a compiere un atto indebito a favore di un’amica è reato (concussione). E, siccome in casi così rapidi ed evidenti il Codice prevede il rito immediato, i pm lo chiedono. Il gip Di Censo sa quel che le accadrà se lo accorderà: verrà insultata, spiata, screditata, dossierata, trascinata alla Consulta. Eppure mantiene i nervi saldi e decide secondo coscienza, sine spe ac metu, uniche bussole il Codice penale e la Costituzione. Dopo i 5 giorni canonici, rinvia B. a giudizio immediato. Ritiene che le accuse siano provate e meritino il vaglio processuale. Il Tribunale stabilirà se è provata anche la colpevolezza dell’imputato B. Incidentalmente il gip spiega anche perché il caso è roba da tribunale ordinario: basta leggere la Costituzione per sapere che è reato ministeriale quando un membro del governo abusa delle proprie funzioni. Ma il premier non ha poteri sulle Questure (non è il ministro dell’Interno né il capo della Polizia): ergo, chiamando quella di Milano, non abusò delle funzioni, ma della qualità di capo del governo. Reato ordinario, tribunale ordinario. Tutto semplice, elementare, lapalissiano. Ci arriverebbe uno studente al primo giorno di Giurisprudenza. Non, dunque, legioni di politici e opinionisti servi. Il 6 aprile, se vorrà, B. comparirà in tribunale. Se non vorrà, peggio per lui: lo processeranno lo stesso. Dopo vent’anni di urla, strepiti, leggi su misura, censure, epurazioni, ricorsi, ricusazioni e centinaia di milioni spesi in avvocati, giudici, testimoni e deputati per trasformare il Parlamento e il Paese intero in un gigantesco collegio di difesa, si ritroverà solo, impotente, nudo come un verme davanti all’incubo che lo insegue da sempre: la Giustizia.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 5 febbraio 2011

IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI SILVIO B. di Alessandro Robecchi

(vignetta portoscomic)
Se davvero Giuliano Ferrara è tornato all’ovile, a fare il consigliere del Rocco Siffredi di Arcore, gli consigliamo di chiedere subito un aumento, o almeno di stipulare una buona assicurazione che lo copra dai rischi delle scemenze che va dicendo il suo capo. Non solo infatti Silvio Berlusconi ha ripreso a suonare la solfa delle procure cattive e golpiste, ma si è anche avventurato, in terra d’Europa, sul ghiaccio sottile della politica internazionale. «Mubarak è un uomo saggio e un punto di riferimento preciso per il Medio Oriente», ha detto. E anche: «Mi auguro che in Egitto ci possa essere una continuità di governo». E siccome il Consiglio d’Europa di Bruxelles non è la sala del bunga-bunga c’è da pensare che qualcuno sia almeno un po’ arrossito.
Mentre tutto il mondo chiede a Mubarak di andarsene, Obama esige una transizione immediata, gli egiziani non ne possono più, la polizia spara sulla gente e la rivolta impazza, ecco il nostro mister Bean travestirsi da analista internazionale. Ha aiutato la nipote di Mubarak, del resto, e non si tirerà indietro se c’è da aiutare lo zio. In più, appoggiando un dittatore al tramonto, è possibile si aspetti qualche contropartita
e un po’ di gratitudine, che so, una dichiarazione di Mubarak ancora in sella che dica: ebbene sì, Ruby è mia nipote. In ogni caso, il salvagente gettato da un premier alle corde sbertucciato e irriso in tutto il mondo non è esattamente un aiuto farterno e forse Mubarak, chiuso nel suo bunker avrà sospirato: oh, no, ci mancava pure questa. Quanto alle cancellerie europee, poi, saranno oggi nel più grande imbarazzo: compatire Berlusconi più per le note vicende a luci rosse o per le sue intuizioni in politica estera? Un bel dilemma. Certo, un bravo psichiatra potrebbe vederci una proiezione tutta personale: che un uomo piccolo piccolo aggrappato come una cozza allo scoglio della sua seggiola presidenziale auspichi per un altro potente «una continuità di governo» è abbastanza illuminante. Ma si sa, e lui non perde occasione per dirlo: è generoso, aiuta chi ha bisogno. Ora aggiunge Mubarak alla lista dei suoi impresentabili amici, da Putin a Gheddafi a Lukashenko. Ma non neghiamo al nostro Premier qualche brillante intuizione: «Le persone che sono in piazza in Egitto, rispetto agli 80 milioni della popolazione, sono veramente poche». C’è il genio del grande sondaggista. E c’è di che far vibrare d’orgoglio il nostro ministro degli esteri, quel tal Frattini che mentre il Nord Africa esplodeva se ne stava a sciare sulle Alpi. Siamo davvero una grande potenza: decine di giovani ragazze possono testimoniarlo.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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venerdì 4 febbraio 2011

Pirlamento di Marco Travaglio

Pur avendone viste e fatte tante, mai il Parlamento italiano si era umiliato come ieri votando un testo talmente comico che nessuno oserebbe mai ripeterlo a voce alta senza scoppiare a ridere. Com’è noto, la Camera doveva approvare la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di restituire alla Procura di Milano la richiesta di consentire la perquisizione degli uffici del rag. Giuseppe Spinelli, contabile di B. e amministratore di varie società Fininvest: sulla sua porta campeggia la scritta: “Segreteria on. Silvio Berlusconi”. Dunque Spinelli beneficia di una sorta di “immunità contagiosa” che gli deriva dallo sfiorare ogni tanto la sacra persona di B., non a caso ribattezzato “lo Spirito Santo” dall'amica mignotta Michelle al telefono con la Minetti. Invece di dire sì o no alla Procura,il Pdl ha rispedito gli atti su Spinelli al mittente perchè il reato contestato a B. sarebbe di competenza del Tribunale dei ministri e non di quello ordinario. Cioè: la Procura chiede “che ora è?” e la Camera risponde “piove”. Le motivazioni le ha illustrate in giunta il 27 gennaio l'on. Maurizio Paniz, uomo dal proverbiale autocontrollo visto che è riuscito a pronunciare queste parole senza cadere in preda alla ridarola: “Nel contattare la Questura di Milano, il Presidente del Consiglio ha voluto tutelare il prestigio internazionale dell'Italia, giacché presso la medesima questura era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un Capo di Stato estero. È del tutto evidente che il Presidente del Consiglio si è preoccupato di tutelare le relazioni internazionali del nostro Paese. Non gli si può negare credito per aver creduto alle affermazioni della giovane... È quindi evidente che il reato dovrebbe essere conosciuto dal Collegio per i ministri... Per questi motivi è pregiudiziale il profilo della competenza funzionale... con restituzione degli atti per incompetenza dell'autorità procedente”. Traduzione: B. agì nelle funzioni di premier per scongiurare la crisi internazionale con l'Egitto che sarebbe seguita all'arresto della nipote di Mubarak. Cioè “Ruby”, prostituta minorenne nata in Marocco, fermata per furto senza documenti né fissa dimora. Queste baggianate il buontempone ha ripetuto ieri in aula, con esercizi maxillofacciali davvero rimarchevoli, visto che non gli è sfuggita nemmeno una risata. Nella fretta, Paniz non ha spiegato perchè, alla notizia che la nipote di Mubarak era agli arresti, B. non chiamò Frattini che non sembra, ma è il ministro degli Esteri) né l'ambasciata al Cairo per avvertire Mubarak dello scampato pericolo per la nipotina e/o per capire come sia mai potuto accadere che il presidente egiziano abbia una nipote marocchina. Paniz trascura pure un altro mistero: perchè B., strappata la nipote di Mubarak dalle grinfie della Polizia, non raccomandò alla Minetti di tenerla con sé, anzi non le disse nemmeno di quell'altolocata parentela, tant'è che la Nicole appena uscì dalla Questura la scaricò sul marciapiede, lasciando che tornasse ad abitare con la collega Michelle e a esercitare il mestiere più antico del mondo, mettendo di nuovo in pericolo i rapporti fra il Cairo e Milano2? Ma soprattutto Paniz non spiega dov'è scritto che, tra le funzioni del premier, rientrino i rapporti internazionali, che spettano al ministro degli Esteri (l'art. 95 della Costituzione e la legge 400/1988, che regolano le funzioni del capo del governo, non vi fanno alcun cenno). Eppure i delirii di Paniz hanno avuto la maggioranza: si son trovati 315 deputati disposti a dichiarare che B. telefonò in questura per scongiurare una crisi con l'Egitto. Chissà le risate ieri sera, quando sono rientrati a casa e han raccontato la loro ultima impresa a mogli e figli. Che s'ha da fare per campare. Anzi, per fargliela scampare. Mubarak comunque è in una botte di ferro. Casomai i rivoltosi lo arrestassero, B. chiamerà la questura del Cairo: “È lo zio di Ruby, liberatelo”.

fonte articolo e foto 'Il Fatto Quotidiano'
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