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di 'Per quel che mi riguarda'
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mercoledì 7 settembre 2011

Sospeso l’autosospeso di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Premessa d’obbligo: l’esistenza in vita di B. e della sua banda, dove i precedenti penali fanno curriculum, fa della ridicola sospensione di Filippo Penati dal Pd una sanzione severissima, feroce, draconiana. Questa in fondo, da 17 anni e un pezzo, è la grande fortuna del centrosinistra: poter rispondere a ogni critica che “gli altri” sono molto peggio. Ma forse è venuto il momento di ignorare B. e la sua banda e di prendere a paragone i paesi civili, o almeno decenti. Chi è Penati? Un dirigente del Pci che divenne, nell’ordine: sindaco di Sesto San Giovanni, presidente Ds della Provincia di Milano, capo della segreteria politica del segretario del Pd Bersani, candidato (trombato) del centrosinistra alla presidenza della Regione, vicepresidente del Consiglio regionale. Da dieci giorni sarebbe in carcere con i suoi coindagati se le tangenti di cui è accusato fossero state considerate dal gip di Monza, come dal pm, concussioni e non corruzioni, o se i fatti fossero avvenuti qualche anno dopo e dunque non fosse scattata la prescrizione. Dopo essersi “autosospeso” dal Pd e da tutti gli incarichi istituzionali (ma non dal Consiglio regionale con relativo stipendio), Penati è stato deferito alla commissione di garanzia del partito, presieduta da Luigi Berlinguer, che gli ha inflitto la sanzione massima prevista dal Codice etico: la sospensione temporanea fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria”. Cioè fino all’assoluzione che, chissà perché, è data per scontata. In caso di condanna, invece, scatterebbe l’espulsione, prevista anche in caso di arresto o rinvio a giudizio. Non è proprio contemplata l’ipotesi che, per i politici italiani, è la più frequente: la prescrizione. A cui, in un partito serio o perlomeno decente, dovrebbe essere obbligatorio rinunciare, per reati gravi addebitati a uomini pubblici. Invece il Codice etico non vi fa neppure menzione: forse per non mettere in imbarazzo D’Alema, che della prescrizione si avvalse nel ‘96 per chiudere una brutta storia di finanziamento illecito. Insomma le regole di burocrazia interna sono state rispettate alla lettera. Ma sospendere un autosospeso da incarichi cui ha già rinunciato è come castigare un pesce gettandolo in mare o una talpa seppellendola sotto terra. Ecco, c’è un aspetto che Bersani ha colpevolmente ignorato: la ricaduta esterna di questa decisione ridicola che dovrebbe chiudere un caso drammatico, enorme, che sta terremotando la base come non avveniva dal 2006, l’estate dei furbetti del quartierino. Infatti gli ultimi sondaggi, col governo in caduta libera come non mai, danno in calo pure il Pd. Anche perché il caso Penati segue a stretto giro gli scandali Tedesco (paracadutato in Senato da indagato e salvato dall’arresto) e Pronzato (arrestato per tangenti) col contorno di Morichini e fondazione Italianieuropei. Una situazione eccezionale che imporrebbe soluzioni eccezionali. Per esempio: siccome Penati è scampato alle manette solo grazie alla prescrizione, nessuno avrebbe trovato scandaloso se gli fosse stata applicata la sanzione prevista in caso di arresto: l’espulsione. In fondo, per molto meno, fu espulso il senatore Villari reo di aver accettato la presidenza della Vigilanza Rai contro il parere del partito. Ora si spera che Bersani non ritenga chiuso il caso Penati e avvii un dibattito serio sul rapporto fra politica e affari, con una doverosa autocritica sul ruolo che lui ebbe nel presentare Gavio a Penati per un incontro riservato che precedette lo scandaloso regalo a Gavio sulle azioni dell’autostrada Serravalle coi soldi della Provincia. In caso contrario, si dovrà dare ragione a De Magistris quando osserva che un sistema ventennale, ramificato, con decine di protagonisti e di milioni in ballo come quello emerso a Sesto non poteva sfuggire al controllo dei vertici dei Ds e poi del Pd, milanesi e nazionali. Insomma, che Penati ha fatto carriera proprio perché era l’architrave di quel sistema. E per questo non può essere espulso.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 3 settembre 2011

Bersanitù, augh! di Marco Travaglio

(foto tratta da Il Fatto-03.09.11)
L’altra notte, in non so quale tg per nottambuli, è comparso Bersani, la giacca appesa al dito e pendula sulla spalla, l’aria trasandata da passante un po’ scazzato, e ha iniziato a biascicare come una pentola di fagioli in ebollizione che “non si può andare avanti così”, “bisogna fare qualcosa”, “siamo pronti a discutere” nonsisachè. Insomma, non ci sono più le mezze stagioni. Le sue disponibilità al confronto non si contano più (giustizia, pensioni, manovra 1,2,3,4, guerra in Libia, federalismo, persino immunità; a dar retta a Penati avrebbe dialogato pure sulle ronde, ma “democratiche”). Fortuna che B. e gli altri non se lo filano mai e il dialogo regolarmente evapora per mancanza di dialoganti dall’altra parte. Due sere fa Bersani redarguiva con aria annoiata quei curiosoni dei cronisti che gli domandavano la posizione del partito di cui pare essere segretario sul referendum elettorale, manco gli avessero chiesto un parere sulla Bellucci desnuda: “Adesso vediamo no?... Il referendum non rappresenta la proposta che abbiamo depositato in Parlamento... Quando sarà ora di combattere, decideremo di dare una mano... Ma per favore non mettiamo cappelli di partito”. Ora, più che mettere cappelli di partito, c’è chi – Idv, Sel più l’eroico Parisi – si sta dannando l’anima per raccogliere le firme, mentre se c’è uno che mette il cappello sui referendum altrui dopo averli sabotati, un minuto dopo averli vinti, è proprio lui (vedi acqua, nucleare e legittimo impedimento). Intanto i suoi elettori si dannano l’anima per trovare un banchetto alle feste del Pd, o come diavolo si chiamano, visto che, in attesa dell’“adesso vediamo”, la scadenza del 30 settembre è dietro l’angolo. Ma quando gli altri avranno preparato la pappa, lui è pronto a sedersi a tavola e a fare l’estremo sacrificio: servirsi. A memoria d’uomo, le ultime volte che Bersani finì una frase di senso compiuto fu quando sponsorizzò la scalata di Colaninno & C. a Telecom e le scalate di Montepaschi e poi di Unipol a Bnl, quando presentò Gavio a Penati per l’affare Serravalle. E, più recentemente, sul dramma delle dimissioni di Vasco Rossi da rockstar, che hanno assorbito le sue energie per tutta l’estate. Per il resto, si esprime come Manitù, grande spirito dei pellerossa. Frasi mozze, monosillabi, parole singole e assertive, anche se nessun comune mortale può afferrare cosa asserisca. Augh!, e ho detto tutto. Penati indagato per mazzette milionarie? Bersanitù sentenzia ieratico: “Stiamo pensando a una class action contro chi diffama il Pd. Basta macchina del fango” (fango di chi informa, non di chi ruba). Saltano fuori le prime prove? “Fiducia in Penati e nei pm” (come dire: sto con Moriarty e con Sherlock Holmes). Penati si “autosospende” da tutto (fuorché dallo stipendio di consigliere regionale)? “Bene”. Si salva dall’arresto grazie alla prescrizione: “Uè, la prescrizione non ci piace, ma è una scelta personale”. Intanto? “Lo mandiamo alla commissione di Garanzia, più di così...”. Solo? “Se Berlusconi avesse fatto i passi indietro di Penati, a ’st’ora qua sarebbe a Comacchio”. Intanto il referendum lo firmano pure Prodi e Veltroni. E dalle parti di Bersanitù si leva un vago brontolìo intestinale: “È uno stimolo”. Anzi no, “è l’extrema ratio”, “noi siamo amichevoli con chi si muove”. Ma restando fermi, ecco. A volte la pentola di fagioli ricorda l’ultima Vanoni o Er Biascica di “Boris”. Altre volte il Grande Spirito estrae il sigaro a mo’ di calumet, ma non per fumarlo: per masticarlo, nascondersi dietro e bofonchiare meglio. “Il popolo del Pd si aspetta grande chiarezza e passi avanti sull’etica, ma anche grande combattività contro allusioni e teoremi. Faremo capire in che senso siamo diversi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e nel chiedere passi indietro se necessario a chi è oggetto di indagine, ma non permetteremo di azzoppare il Pd”. Ma certo: passi avanti, passi indietro, grande chiarezza, se necessario, faremo capire in che senso, augh.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 28 agosto 2011

Una ronda per Penati di Alessandro Robecchi

(vignetta Giannelli-corriere.it)
Ma il Filippo Penati di cui si parla tanto, colpevole di concussione secondo la Procura e «solo» di corruzione secondo il Gip, è lo stesso Filippo Penati che andava distribuendo lezioncine di legalità a destra e a sinistra (soprattutto a sinistra)? È per caso lo stesso Filippo Penati che diceva amenità tipo «Milano non è la capitale del Burundi, ma ci sono troppi rom e clandestini»? Si tratta della stessa persona? Il Filippo Penati di cui oggi il Pd discute animatamente se debba dimettersi da tutte le cariche, fare un passo indietro, rinunciare alla prescrizione in modo da essere da esempio per la diversità della sinistra di fronte alla questione morale, è per caso lo stesso Filippo Penati che un tempo faceva il presidente della Provincia di Milano e – primo gonzo in tutta Italia – sganciava 250.000 euro ai comuni che volevano organizzare le ronde? Il famoso sceriffo della sinistra che sapeva illuminare le plebi oppresse con frasi come «Basta parlare di accoglienza, i rom non sono mica i Gipsy Kings?». Come mai il Pd vuole liberarsi di lui adesso che l’hanno beccato, mentre prima – quando sembrava un Calderoli qualunque – lo faceva crescere nelle gerarchie e nelle cariche del partito? Persino Pierferdinando Casini disse (aprile 2009): «Penati mi fa venire il latte alle ginocchia se segue la Lega sul terreno delle ronde».
Erano i tempi del decreto sicurezza, dei sindaci sceriffi. Erano i tempi del «Non si può lasciare la sicurezza alla destra!». Tempi in cui il Pd – oggi tanto impegnato a sembrare «diverso» – si sbracciava tanto per essere «uguale». Passati appena un paio d’anni, Penati non va in carcere perché la prescrizione per i reati di corruzione è stata dimezzata. Una specie di nemesi storica: law & order non tirano più, a far paura non sono i Rom ma la Borsa, non gli stranieri ma i banchieri, non il Burundi, ma la crisi. La stella degli sceriffi era di latta, la paura percepita era una truffa e la sinistra che si travestiva da destra una farsa orribile e vergognosa. È sempre antipatico dire: «Io l’avevo detto», e allora non lo dirò. Dopotutto, Penati non è mica i Gipsy Kings!

fonte articolo 'Il Manifesto'
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sabato 27 agosto 2011

Filippo Penale di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Finora, di fronte alle gravissime accuse mosse a Filippo Penati da alcuni imprenditori e dalla Procura di Monza, il segretario del Pd Pierluigi Bersani che due anni fa l’aveva nominato capo della sua segreteria aveva avuto buon gioco a esprimere fiducia nella magistratura e nello stesso Penati. Ora però sul caso delle tangenti a Sesto San Giovanni s’è pronunciato un gip, un giudice “terzo”. Dunque, in un Paese serio, un partito serio dovrebbe cacciare Penati su due piedi, in attesa del processo. Perché il giudice terzo ha stabilito che le accuse sono fondate. Ma, mentre la Procura le qualificava come concussione – l’estorsione del pubblico ufficiale, punita con pene più alte e prescrizione più lunga – il gip Anna Magelli le considera corruzione, reato punito con pene più basse e prescrizione più breve. Dunque, sebbene sia accertato che ancora a metà maggio Penati tentava di inquinare le prove avvicinando il costruttore Giuseppe Pasini, uno dei suoi accusatori, ha stabilito che non può essere arrestato perché il reato è prescritto: i fatti finora accertati vanno fino al 2004 e la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo. Due precisazioni.
1) Fino al 2005 la corruzione si prescriveva in 15 anni, poi la ex Cirielli la tagliò a 7 e mezzo. Quindi Penati s’è salvato grazie al centrodestra che quella legge sciagurata approvò per falcidiare i processi a B., e poi – si capisce – al centrosinistra che si guardò bene dal cancellarla quando tornò al governo. Sono ridicoli, dunque, gli alti lai del Pdl e dei suoi house organ (Libero: “Penati non viene arrestato per un cavillo”; il Giornale: “Penati salvato dal carcere”).
2) La derubricazione della concussione in corruzione non sposta di un millimetro la responsabilità contestata a Penati: in entrambi i casi, è certo che ha preso soldi da imprenditori in cambio di favori. Muta invece – da vittime a complici – la responsabilità dei costruttori che l’avrebbero pagato: essi, comprensibilmente, sostengono di essere stati da lui costretti a pagare per poter lavorare; il gip ritiene invece che non fossero “in soggezione” o “intimoriti”, ma abbiano “profittato dei meccanismi criminosi” partecipando al “sistema del mercanteggiamento dei pubblici poteri e della pratica delle tangenti”. Dunque non si comprende il motivo dell’esultanza di Penati, che è riuscito a dichiarare: “Si sgretola e va in pezzi la credibilità dei miei accusatori, le cui dichiarazioni relative alla concussione si sono rivelate inattendibili”. Si sgretola? Va in pezzi? Ma sta scherzando? Il gip ha stabilito che Penati e il suo fedelissimo Vimercati incassarono da Di Caterina “1,5 milioni di euro fra il 1994 e il ’98” e altri “2,5 milioni sino al 2002-2003”. Per non parlare dei “locali notturni in viaggi nell’Est europeo” e allegre “nottate in Svizzera” che il costruttore dice di aver pagato al braccio destro di Bersani. Tant’è che il gip definisce Penati “disponibile a intervenire anche in epoca recente nell’interesse di Di Caterina per soddisfarne le richieste sui sindaci”. Di fronte a parole come queste, un politico serio si scaverebbe un buco e si seppellirebbe. Lui invece esulta come un B. qualunque. A questo punto la solita paraculata della doppia fiducia nei giudici e nell’indagato non regge più. Bersani dovrebbe subito intimare pubblicamente al suo fedelissimo di rinunciare alla prescrizione e farsi processare oltre i termini, tanto più se è convinto che le accuse siano così deboli. Stiamo parlando di corruzione, non di reati bagatellari o di opinione. E stiamo parlando dell’ex numero 2 del Pd, già presidente della Provincia di Milano, candidato governatore e vicepresidente del Consiglio regionale. Al contempo il Pd dovrebbe battersi per una legge anticorruzione che rada al suolo la Cirielli, alzi le pene ed equipari corruzione e concussione (come il Fatto chiede da quand’è nato). In caso contrario, sarà difficile dare del qualunquista a chi dice che i politici sono tutti uguali. Se il Pd vuol essere considerato diverso, faccia qualche sforzo per esserlo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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I ladri e i Penati di Marco Travaglio





I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





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venerdì 29 luglio 2011

Barbara Spinelli :“Horror berlusconiano con sottotitoli sovietici” intervista di Marco Travaglio

BARBARA SPINELLI: “PIÙ CHE UNA CLASS ACTION, QUELLA CONTRO LA STAMPA È UNA CAST ACTION. TROPPO COMODO FARSI SCUDO DEI MILITANTI”
"Mi pare di assistere a un film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico”. Così Barbara Spinelli definisce la minaccia di Pier Luigi Bersani di attivare una class action con gli iscritti e forse gli elettori per trascinare in tribunale i giornali che criticano il Pd sulla questione morale e raccontano le indagini su alcuni suoi esponenti.

Che cosa ti colpisce di più nell’annuncio di Bersani?
Oltre e forse più ancora del merito dell'iniziativa, mi colpisce il linguaggio di Bersani. Intanto quell'insistere sulla ‘m a c c h i n a del fango’, quale che sia lo scandalo che un giornale denuncia, quali che siano i reati scoperti dalla magistratura, quali che siano i giornali chiamati in causa e le loro proprietà. Non se ne può più: se qualcuno scrive il falso, attribuendoti reati mai commessi, fatti mai accaduti, cose mai dette, allora sì è macchina del fango. Ma se uno ti critica anche duramente per comportamenti veri, per inchieste vere, per accuse vere, allora non c'è nessun fango, a parte quello prodotto da chi tiene quei comportamenti. Non certo dai giornali che li raccontano.

Bersani pensa di denunciare i giornali che “a g g r e d i s c o n o ”, coinvolgendo quadri e iscritti al Pd in una “class action”.
Non vedo alcuna differenza tra il linguaggio usato da Marina Berlusconi per minacciare Il Fatto Quotidiano e quello usato da Bersani per minacciare azioni giudiziarie contro i giornali che a suo dire lo attaccano. Che vuol dire ‘le critiche le accettiamo, le aggressioni no’? Che la stampa ha il diritto di criticare, ma senza fare riferimento alle gravissime imputazioni che pendono sul capo di alti esponenti del suo partito? E poi questa class action, che faccia tosta...

Cosa c’è che non va?
Il linguaggio e ciò che lo determina: l'idea tipica della Casta che i reati individuali imputati a singoli dirigenti di un partito possano essere nascosti dietro il gruppo, dietro il clan, si chiami Pd o Pdl o Mondadori... La difesa di gruppo è orrenda, sfido io che il Pd torna a scendere nei sondaggi. Che significa
class action? Che ogni singolo membro del partito si identifica col gruppo al punto che, se commette un reato, chiama tutti i membri del gruppo a risponderne?
Che, se la magistratura indaga Pronzato o Penati, o se i giornali li criticano, questo è un attacco a tutto il partito, a tutti i dirigenti, a tutti i militanti, a tutti gli elettori? Linguaggio comunista e sostanza berlusconiana, così ha parlato ieri Bersani. Mi ricorda una battuta di Daniel Cohn Bendit su certi oligarchi dell'Europa orientale convertiti al capitalismo all'indomani del crollo del Muro di Berlino: un pessimo film capitalista con sottotitoli in sovietico.

Linguaggio comunista?
Perché quel ‘cl a s s ’ è un'antica reminiscenza del partito di classe, qual era il Pci, ma quale non è più il Pd. Bersani dovrebbe avere il coraggio di cambiare qualche lettera alla sua trovata: non ‘class action’, ma ‘cast action’.

Mi pare più appropriato.
Perché le sue minacce alla stampa sono a difesa della casta, non certo dei militanti del Pd, che meriterebbero difensori migliori: anche perché non sono vittime dei giornali o dei magistrati, ma di chi, ai vertici del Pd, commette reati o tiene comportamenti indifendibili. La vera class action i militanti del Pd dovrebbero farla contro i vari Penati, Pronzato, Tedesco, e contro chi li difende in gruppo.

Almeno Penati si è dimesso.
E ci mancherebbe altro. Ma, anche qui, colpisce il linguaggio usato: ha detto che si dimetteva ‘per l'enorme risalto mediatico’ delle indagini a suo carico. Cioè: se tv e giornali ne avessero parlato un po' meno, lui sarebbe rimasto al suo posto per qualche altro decennio? Come dire: ero nudo alla finestra coperto da una tenda, poi un soffio di vento l'ha spostata e ora mi tocca rivestirmi. Un atteggiamento molto grave nei confronti della stampa e della magistratura.

Però Bersani dice che il Pd è “d i v e r s o ” perché, diversamente da altri partiti, la magistratura la rispetta.
Sono felice che la rispettino, del resto ci mancherebbe pure che l'attaccassero.
Ma il miglior modo di rispettare la magistratura è non commettere reati, invece
di inchinarsi ipocritamente alle toghe quando li hanno scoperti. E poi la magistratura non è tutto. A monte, nei partiti, devono esistere codici
etici e controlli severissimi per evitare che qualcuno con responsabilità
partitiche o addirittura istituzionali incappi nelle maglie della giustizia.

Bersani vanta il codice etico più stringente d'Italia.
Temo che sia lo stesso di Veltroni, che nel 2008 non impedì al Pd di mandare in Parlamento due condannati definitivi e un bel po' di inquisiti e imputati. Più Tedesco, un anno dopo.

Tedesco, dice il Pd, l’ha salvato la Lega.
E qualche senatore ‘dissenziente’ del Pd. Ma non è questo il punto. Tedesco il Pd avrebbe dovuto cacciarlo prima, al momento del mandato di arresto per corruzione, concussione altri gravi reati, senza neppure aspettare il voto del Senato (dove, com'è noto, la maggioranza è di centrodestra). Cioè dire subito chiaramente che non aveva più nulla a che fare con il partito. Invece hanno votato per il suo arresto e se lo sono tenuto nelle proprie file, dove ancora alloggerebbe se non si fosse dimesso lui tre giorni fa in polemica con la Bindi. A me piacerebbe sentir pronunciare parole chiare e nette: ‘espulsione’, ‘dimissioni’. Basta con la retorica del ‘passo indietro’: se uno è indagato per aver arrotato una vecchietta per la strada, a chi verrebbe in mente di chiedergli di ‘fare un passo indietro’?

Poi c’è il caso Pronzato, ex consigliere di Bersani al ministero, poi Responsabile del Pd per il trasporto aereo e membro del Cda dell’Enac indicato dal Pd.
Nella risposta al Fatto , Bersani dice che l'ha ‘trovato al ministero’ e l'ha ‘confermato’. Manco fosse una margherita che si trova nei prati facendo una scampagnata. Poi concede, bontà sua, che ‘il doppio incarico’ nel Pd e all'Enac era ‘inopportuno’. Ma quello è un conflitto d'interessi sfacciato, berlusconismo
puro, altro che ‘inopportunità’. È così difficile rendersi conto della realtà e chiamare le cose col loro nome? Questi giochini di parole per minimizzare sono balletti settecenteschi, minuetti e quadriglie da corte di Luigi XVI e Maria Antonietta: un passo indietro, uno avanti, ops pardon forse sono stato inopportuno... Poi è ovvio che arriva la ghigliottina.

Tutto nasce dalla questione irrisolta del rapporto politica-affari. Nel 2005, col dibattito a sinistra sui furbetti del quartierino, si perse l’ennesima occasione per troncare un certo modo di fare politica in economia.
Per questo parlo di film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico. Anche chi, come Bersani, a liberalizzare qualcosa ci ha provato seriamente nel secondo governo Prodi, cade ancora in comportamenti da oligarca della vecchia sinistra comunista, quella dello Stato produttore: Telecom, Montepaschi, Unipol, coop rosse, Milano-Serravalle. Si mettono a competere con Berlusconi nel tentativo di costruirsi un establishment finanziario ‘amico’ o addirittura di partito, e naturalmente perdono perché Berlusconi a far soldi e affari è più bravo e più oligarca di loro.

Forse Bersani & C. sono attoniti dinanzi agli ultimi scandali perché, dopo le comunali e i referendum, pensavano che avrebbero ereditato il potere da Berlusconi raccattandolo, senza il minimo sforzo e cambiamento.
Il fatto che siano attoniti sorprende e preoccupa, anche perché era chiarissimo che le comunali e i referendum non li hanno vinti loro: li ha vinti una parte d'Italia che ha deciso di prendere la parola indipendentemente da loro, e anche contro di loro: contro tutto il sistema politico, quello di Berlusconi, ma anche quello del Pd che ne è parte integrante. Se non hanno capito la lezione e non hanno riflettuto sul loro errore storico di assecondare per quasi vent'anni il berlusconismo, allora non solo non raccatteranno il potere quando Berlusconi cadrà, ma se anche riuscissero con fatica a conquistarlo, lo riperderanno
subito dopo.

Cosa ti saresti aspettata, dopo i referendum e le elezioni a Milano e Napoli?
Che dicessero chiaro e tondo: appena torneremo al governo faremo una legge severissima contro tutti i conflitti d'interessi. Infatti ora balbettano sul caso
Pronzato e si indignano se qualcuno li chiama a risponderne: non hanno ancora capito che la prima malattia del Paese è il conflitto d'interessi, oppure non vogliono risolverlo una volta per tutte perché vi sono immersi anche loro.

Può Bersani essere il candidato giusto per un prossimo governo di centrosinistra, vista la sua straordinaria abilità a circondarsi delle persone sbagliate?
Può ancora esserlo soltanto se non si ferma alla lettera al Fatto, ma si spinge molto più avanti nell'autocritica sul passato (anche il suo passato) e nelle scelte conseguenti: espulsione dei dirigenti indegni, controlli severi sulle nomine, ritirata dalle vicende finanziarie e dalla gestione diretta dell'economia, presa di distanze chiara e netta dalla linea dalemiana del fastidio congenito a ogni indagine della magistratura e della stampa libera. Se invece si ferma alle timide scuse per qualcosa di ‘inopportuno’ e soprattutto minaccia la stampa che lo critica chiamandola ‘macchina del fango’, si rischia di non notare la differenza
rispetto al berlusconismo.

Gad Lerner lancia Rosy Bindi come alternativa a Bersani.
Lui è più addentro alle vicende del Pd. Io preferisco restarne fuori. Facciano un po' quel che ritengono meglio, possibilmente scegliendo un candidato che non perda un'altra volta le elezioni. Io, come cittadina e come giornalista, sono molto più interessata a sapere se il Pd condivide le minacce alla stampa e qual è per Bersani la ‘critica’ accettabile: quella che non parla delle indagini giudiziarie sui suoi principali collaboratori? Se è così, si torna alla stampa di partito: dopo la telefonia, le banche, le autostrade di partito, pure i giornali di partito. È questa la libertà di stampa che hanno in mente? E quale sarebbe la differenza con Berlusconi?

fonte intervista e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 27 luglio 2011

Il guaio è il rapporto tra politica e affari di Marco Travaglio

LA REPLICA: “Ma a che titolo lei si occupa di banche e azioni di autostrade?”

Gentile on. Bersani, grazie per aver raccolto alcuni degli interrogativi che le abbiamo posto sul Fatto Quotidiano. E anche per esser uscito dalle generiche declamazioni di principio, entrando per la prima volta nel merito delle questioni che La riguardano. Credo che gliene siano grati, oltre ai nostri lettori, anche i suoi elettori. La invitiamo fin d’ora a un confronto più diretto nella nostra redazione, magari davanti alle telecamere della nostra nascente web-tv, come abbiamo già fatto con l’on. D’Alema. Infatti non tutte le Sue argomentazioni mi hanno convinto e provo, in estrema sintesi, a spiegarLe perché.
1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.
2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?
3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?
4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole, negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?
5.Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.
6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre?
7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata del conflitto d’interessi di Berlusconi.E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni... gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali...”. Io una ripassatina gliela darei.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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Siamo gente perbene. Ci metto la faccia di Pier Luigi Bersani




I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





I ladri e i Penati di Marco Travaglio



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QUESTIONE MORALE/2: “Su Pronzato ho sbagliato, ma su Penati e Gavio no”

Caro Direttore, il Fatto Quotidiano, peraltro in buona compagnia, mi attribuisce la tattica o l’imbarazzo del silenzio sul caso Penati. Per la verità, sono stato il primo a parlarne giovedì scorso alla festa de l’Unità di Roma trasmessa in diretta da Rai News e da YouDem, intervistato da Corradino Mineo davanti a 4000 persone. Qualcuno evidentemente mancava e non ha letto i resoconti delle agenzie di stampa. Quello che ho detto e scritto in questi giorni mostra forse una sottovalutazione del problema? Spero di no. Noi non possiamo certo dividere il mondo mettendo i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Con ben altri mezzi si provvederà a questo nella valle di Giosafat. A noi tocca inderogabilmente rispettare la magistratura, pretendere che le istituzioni non siano esposte nel disagio e chi è coinvolto faccia un passo indietro, affermare la parità dei cittadini davanti alla legge, applicare la presunzione di innocenza, anche quella di Penati che la rivendica con forza. A noi tocca produrre riforme che tolgano possibilità alla corruzione. A noi tocca allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio. Sfido qualsiasi altro partito italiano a paragonarsi con gli istituti che il Partito democratico ha allestito e sta allestendo.
Fin dall’inizio il Pd ha sottoposto il proprio bilancio alla certificazione di una società esterna; abbiamo un codice etico giustamente più stringente di un normale percorso giudiziario; chiediamo agli amministratori eletti nelle nostre liste di firmare un codice di responsabilità. Ma su questo ho già detto e non voglio scrivere oltre. Rispondo piuttosto alla domanda di Travaglio, reiterata in questi anni da lui stesso, da Albertini e da qualche testata della destra e che allude a una suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati. Ho già detto in altre occasioni ciò che ribadisco qui. Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono. Nell’evocare questo episodio si intende forse alludere a una combine poco chiara o addirittura a illeciti che mi coinvolgerebbero? Se è così (e lo dico in tutte le direzioni!) si illustri chiaro e tondo qual è la tesi e si abbia il coraggio di affrontare una sonora querela. Mi dispiace inoltre dover constatare molte inesattezze nelle affermazioni di Travaglio su Pronzato. Ho saputo dai giornali che Pronzato era “un mio uomo”. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive. Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere ENAC parecchi anni dopo. Non fu mai responsabile dei trasporti; ha avuto la responsabilità tecnica sul trasporto aereo nel dipartimento trasporti del Pd diretto da Matteo Mauri. Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna, ne convengo, e da non ripetere in casi analoghi. Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che la vicenda fosse messa nelle giuste dimensioni. Non dovrebbe essere troppo disagevole peraltro considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa. Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene. Travaglio infine si è chiesto nei giorni scorsi se io sia la persona giusta per rappresentare il centrosinistra. Non tocca certo a me dirlo. Per le sue valutazioni Travaglio provi comunque a tener conto di una cosa, per quanto ai suoi occhi possa risultare poco credibile: sono talmente provinciale e paesano da mettere il buon nome che ho ricevuto davanti a qualsiasi cosa e a qualsiasi ruolo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'



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Il guaio è il rapporto tra politica e affari di Marco Travaglio




I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





I ladri e i Penati di Marco Travaglio






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martedì 26 luglio 2011

I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio

(vignetta SARX88-Il Fatto-26.07.11)
D’Alema, Veltroni, Bindi, Letta (Enrico), Gentiloni, Parisi, Sircana. Tutti, nel Pd, parlano dell’ennesima questione morale nel partito. Tutti tranne il segretario Bersani. E dire che era stato lui, due anni fa, a nominare capo della sua segreteria Filippo Penati. Noi attendiamo a pie’ fermo che risponda alle nostre domande sullo scandalo Penati, le stesse che turbano migliaia di iscritti ed elettori. Ma non vorremmo che le risposte somigliassero ai pistolotti generici, ai segnali di fumo a costo zero che in questi casi si lanciano sui giornali amici per lavarsi la coscienza e sperare che passi ‘a nuttata, senz’assumersi alcuna responsabilità né far seguire alle parole qualche fatto concreto. Sircana invoca un non meglio precisato “check-up morale”: sbagliamo, o è lo stesso Sircana che nel giugno 2006, quand’era portavoce del secondo governo Prodi, ottenne dalla giunta provinciale di Milano presieduta da Penati per la sua “Sircana & partners Srl” 60 mila euro per “il servizio di ricerca, ideazione e sviluppo del progetto Festival della città metropolitana” (come se nessuno dei 2500 dipendenti della Provincia fosse in grado di occuparsene)? Anche Letta e Gentiloni pontificano con parole altisonanti: ma perché non chiedono al segretario Bersani di spiegare i suoi rapporti con Penati e il gruppo Gavio? Non c’è bisogno di “attendere le sentenze”: bastano e avanzano i fatti fin qui noti. Nel 1998 Bruno Binasco, braccio destro del re delle autostrade Marcellino Gavio, viene condannato in Cassazione per aver finanziato illegalmente il Pds tramite Primo Greganti (pure lui condannato): tangente di 150 milioni di lire camuffata da caparra per il finto acquisto di un immobile dell’ex Pci. In un partito normale, ammesso e non concesso che si debbano avere rapporti con un costruttore quand’è incensurato, dal momento in cui diventa un pregiudicato non bisognerebbe più sfiorarlo con una canna da pesca. Invece – perseverare diabolicum – i rapporti fra gli ex comunisti e il gruppo Gavio continuano imperterriti. E ai massimi livelli. Nel 2005 Penati, appena eletto presidente della Provincia, acquista da Gavio e Binasco il 15% delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle, arrivando a controllarne il 53%. Un acquisto inutile, visto che il pacchetto di maggioranza era già nelle sue mani. Ma anche un salasso per i contribuenti e un regalo al privato: Penati fa spendere alla Provincia 238 milioni di euro, pagando 8,93 euro le azioni che un anno e mezzo prima Gavio aveva pagato 2,9. Così il costruttore realizza una plusvalenza di 176 milioni. E subito dopo ne investe 50 per sostenere la scalata dell’Unipol di Consorte a Bnl, acquistando lo 0,5% della banca. L’allora sindaco Gabriele Albertini denuncia lo scambio. Intercettato dai magistrati, Binasco parla con Gavio dell’affare già nell’estate del 2004: “Il problema non è Penati, con lui un accordo lo si trova. Il vero problema è Albertini”. A quel punto interviene Bersani: il 30 giugno 2004 – annota la polizia giudiziaria – “Bersani dice a Gavio che ha parlato con Penati... Dice a Gavio di cercarlo per incontrarsi in modo riservato: ora fermiamo tutto e vedrà che tra una decina di giorni, quando vi vedrete, troverete un modo...”. Il 5 luglio Penati chiama Gavio: “Buongiorno, mi ha dato il suo numero l’on. Bersani”. Gavio: “Sì, volevo fare due chiacchiere con lei quando possibile”. Penati: “Guardi, non so... Beviamo un caffè”. I due s’incontrano in segreto, come suggeriva Bersani: non nella sede della Provincia, ma in un hotel romano. Affare fatto. Per Gavio e Binasco, naturalmente, che poi si sdebitano con Unipol. E nel 2008, secondo l’accusa della Procura di Monza, Binasco concorda una stecca di 2 milioni di euro per Penati, camuffata da caparra per un finto acquisto immobiliare (come ai tempi di Greganti) e giunta a destinazione nel 2010 (quando Penati è capo della segretaria di Bersani). Davvero per Bersani queste sono “storie vecchie”? Davvero non ha nulla da dichiarare?

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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I ladri e i Penati di Marco Travaglio






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domenica 24 luglio 2011

I ladri e i Penati di Marco Travaglio

Gentile on. Pierluigi Bersani, giorni fa abbiamo posto alcune domande all’on. D’Alema sui politici a lui vicini finiti nei guai giudiziari e abbiamo avuto la fortuna di ricevere una risposta (salvo poi essere definiti “giornale tecnicamente fascista”). Ci riproviamo con Lei, nella speranza di ottenere una risposta (preferibilmente senza insulti). Una premessa: noi non pensiamo che Lei si sia macchiato di reati, né che i reati eventualmente commessi da qualcuno del Suo staff ricadano su di Lei. La responsabilità penale è personale. Ma quella politica no. Parliamo di “culpa in eligendo”, la stessa che ha portato il premier britannico Cameron a scusarsi prima col suo popolo e poi col Parlamento per aver nominato un portavoce troppo vicino a Murdoch. Portavoce dimissionato su due piedi, anche se né lui né tantomeno Cameron avevano fatto nulla di penalmente rilevante. Cameron si è scusato “solo” per aver scelto il braccio destro sbagliato. Ora, on. Bersani, il caso vuole che Lei, quand’era ministro delle Attività produttive, avesse come suo consigliere Franco Pronzato, ora arrestato per aver preso una tangente da un’azienda che aveva appoggiato all’Enac in una gara d’appalto (accusa ammessa dallo stesso Pronzato, che ha chiesto di patteggiare): Pronzato infatti era contemporaneamente Suo consigliere, responsabile Pd per i Trasporti e membro del Cda dell’Enac. Cosa Le è saltato in mente di nominare un personaggio in così palese conflitto d’interessi fra politica e affari? Lei può dire che non sapeva che Pronzato prendesse tangenti, ma non che ignorava il suo conflitto d’interessi, visto che all’Enac l’aveva indicato proprio il Suo partito. Ancor più grave è il caso di Filippo Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano, ora vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, l’uomo che Lei, divenuto segretario del Pd, nominò capo della Sua segreteria: insomma il Suo braccio destro. Adesso Penati è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito con l’accusa di aver ricevuto, per sé e per il partito, tangenti da imprenditori interessati a speculazioni edilizie sull’area ex Falck di Sesto. Il costruttore Pasini racconta che Penati gli chiese 20 miliardi di lire nel 2000-2001 e ne ottenne oltre 5 tramite due intermediari, con pagamenti in Lussemburgo e in Svizzera, poi dovette pagare 1,25 miliardi per affari nell’area ex Marelli e altri 2 miliardi in finte consulenze a due emissari delle coop rosse. Alcuni versamenti sono documentati da carte bancarie ricevute per rogatoria dalla Procura di Monza. E le accuse di Pasini sono già state confermate dal presunto intermediario penatiano, l’imprenditore Di Caterina, che a sua volta racconta di essere stato “spremuto come un limone” - cioè costretto a pagare per anni fino a 100 milioni di lire al mese per poter lavorare - da Penati e dal Suo partito. Che Penati avesse un concetto piuttosto elastico, diciamo pure allegro, dei rapporti politica-affari, lo dimostravano già ampiamente le intercettazioni uscite anni fa tra lui e il costruttore Gavio nella sporca faccenda della Milano-Serravalle, costata un patrimonio alla Provincia di Milano: Penati chiamò Gavio dicendo che Lei gli aveva dato il numero privato. Lei ha liquidato l’inchiesta su Penati come “roba vecchia”: ma, se anche fosse, questa per Lei sarebbe un’aggravante, visto che in tutti questi anni non s’è accorto di quel che faceva chi Le sta accanto. Immaginiamo cosa sarebbe accaduto senza le indagini. Tra un paio d’anni Lei avrebbe potuto vincere le elezioni, diventare premier e portarsi al governo i suoi due più stretti collaboratori: Penati sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Pronzato ministro dei Trasporti. Salvo magari scoprire che erano due corrotti. Visto il Suo fiuto da rabdomante nella scelta dei fedelissimi, è proprio sicuro di essere il miglior candidato del centrosinistra alle prossime elezioni? In attesa di un Suo cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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Cinque Dalemmi di Marco Travaglio




Io e Italianieuropei Niente da nascondere di Massimo D’Alema






Grazie per la risposta ma non basta, “È troppo pretendere chiarezza sui soldi alla Fondazione?”di Marco Travaglio







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venerdì 22 luglio 2011

Morto un Papa se ne fanno altri di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Il primo parlamentare della storia repubblicana che va in carcere senz’aver sparato un colpo (gli altri quattro on. det. erano tutti accusati di armi e sangue) si porta dietro un delirio collettivo che dà il segno dell’impazzimento del nostro agonizzante regimetto. Mentre gli arresti di politici si susseguono al ritmo di uno al giorno (ieri hanno riacchiappato l’ottimo Prosperini), politici e commentatori al seguito dicono cose che uno normale si vergognerebbe di pensare. Mario Pepe e Osvaldo Napoli, del Partito degli Onesti, vaticinano: “Così finiremo tutti dietro le sbarre”, facendo intendere che se qualcuno è momentaneamente a piede libero è solo perché non l’hanno ancora scoperto: forse sanno cose che noi ancora non sappiamo. Lucio d’Ubaldo, uno dei senatori Pd che han salvato Tedesco, spiega che lui è “garantista”: ma il garantismo significa che l’imputato ha il diritto di difendersi fino in fondo, non che i mandati di cattura li emettono i politici al posto dei giudici. Forse confonde Cesare Beccaria con Cesare Previti. Bersani, a proposito dell’indagine per tangenti sul suo braccio destro Penati (quello sinistro, Pronzato, è già dentro), non trova di meglio che dire “sono cose vecchie di dieci anni”, come se un ladro fosse meno ladro solo perché ha rubato qualche tempo fa. Ottimo anche l’on. avv. Paniz: “Chi vuole Papa in carcere vuole che i parlamentari siano meno uguali degli altri”. Già perché, com’è noto, i cittadini comuni non vengono mai arrestati, mentre i parlamentari sempre. Tedesco è in stato confusionale: prima dice che “la carcerazione preventiva è una barbarie” (l’ha scoperto solo ora che è toccata a lui), poi però chiede ai colleghi di avallare il suo arresto: il che significa che nemmeno lui vede fumus persecutionis ai suoi danni, infatti qualcuno gli fa notare che ha confessato e dovrebbe dimettersi da senatore. Lui naturalmente si tiene stretto il seggio con immunità incorporata e, appena salvato, dice “grazie al centrodestra”. Cioè al Partito degli Onesti che salva tutti gl’inquisiti, a prescindere. L’abolizione della logica tocca lo zenit sul Giornale e su Libero, che sono l’uno l’inserto satirico dell’altro. Feltri denuncia i “due pesi e due misure” per Papa e Tedesco, uno finito in carcere e l’altro rimasto in Senato: “Come al solito l’ha fatta franca chi è di sinistra e chi è dello schieramento opposto è stato mazziato”. E Belpietro, con lo stampino: “Se sei del Pd non ti arrestano... Non pensavamo che militare a sinistra garantisse un lasciapassare per evitare la galera... Si sta ripetendo quel che accadde una ventina d’anni fa quando... le richieste di arresto e gli avvisi di garanzia riguardarono una sola parte... Una cosa è certa: Papa ha sbagliato partito”. Forse non sanno, Feltri e Sallusti, che il partito di Papa, quello degli Onesti per intenderci, ha votato contro l’arresto sia di Papa sia di Tedesco, mentre tutti gli altri han votato a favore. Dunque Papa ha azzeccato il partito giusto. Il suo guaio è che la maggioranza ha deciso di votare a scrutinio segreto e alla Camera gli alleati leghisti l’hanno impallinato, mentre al Senato hanno in parte salvato Tedesco con la complicità dei soliti pidini sciolti, nascosti dietro l’anonimato, all’insegna del “cane non morde cane”. In ogni caso, se Tedesco non è finito dentro come meritava, è grazie al Pdl. Punto. Fosse dipeso dai magistrati, Tedesco sarebbe stato arrestato come Papa, visto che entrambi erano destinatari di un’ordinanza di custodia. Quanto a vent’anni fa, cioè a Tangentopoli, i primi politici arrestati dopo Mario Chiesa furono esponenti del Pds: Li Calzi e Soave. Non perché fossero di sinistra, ma perché prendevano tangenti. Ecco, ciò che manca totalmente nei commenti del dopo-Papa, anche in quello del presidente della Repubblica sul fantomatico “scontro fra politica e magistratura” (ma dove? ma quando? ma tra chi e chi?), è un piccolo dettaglio: se, oggi come vent’anni fa, tanti politici finiscono sotto inchiesta è perché tanti politici rubano.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 21 luglio 2011

Casta resa di Marco Travaglio

(vignetta SARX88- Il Fatto-21.07.11)
Per quanto improbabile, visti i precedenti, il via libera all’arresto di Papa era nell’aria da quando Giuliano Ferrara aveva implorato la Lega di non autorizzare l’arresto di Papa. Da quando il Platinette Barbuto ha preso a cuore le sue sorti, è stato chiaro a tutti che il suo destino era segnato. Il bacio della morte ha colpito ancora. Se a ciò si aggiunge che, alla crociata per regalare l’impunità all’ultimo onorevole galeotto mancato, si erano uniti Sallusti, Pera e Rondolino, ben si comprende perché Papa si avvia verso Poggioreale. Il Platinette e Zio Tibia sono un po’ i termometri all’incontrario della febbre politica: quando sposano una causa, la condannano irrimediabilmente alla disfatta. Pare che Papa li avesse pregati di astenersi dal difenderlo, anche perché quando uno viene difeso da Ferrara e Sallusti viene automaticamente meno la presunzione di non colpevolezza: se certa gente si schiera dalla loro parte, qualcosa devono aver fatto per forza. Papa era già malmesso di suo: le foto che ritraggono l’onorevole magistrato in compagnia di alcuni ricettatori che gli passano orologi rubati, apparivano in lieve contrasto con i suoi applausi ad Angelino Jolie che lancia il “partito degli onesti”. Ma quelle immagini non sono nulla al confronto della faccia dei suoi difensori d’ufficio. E, peggio ancora, dei loro argomenti. Secondo Ferrara, i parlamentari devono “farsi giudicare solo dagli elettori”. Curiosa concezione dello Stato di diritto che ci riporta un po’ più indietro del Congresso di Vienna: se uno ruba e poi si rifugia in Parlamento, o viceversa, non deve finire in carcere né in tribunale, ma chiedere agli elettori se è colpevole o innocente. Le Camere come alternativa ai penitenziari e alle comunità di recupero. Un concetto difficile da spiegare anche in Padania. Secondo Olindo, invece, bisogna sempre dire di no agli arresti dei parlamentari, qualunque cosa abbiano fatto, perché “altrimenti consegniamo a pm spregiudicati, faziosi e in preda a deliri di protagonismo i destini del Paese e quindi i nostri”. Il poveretto non sa neppure che i mandati di cattura non li firmano i pm, ma i giudici per le indagini preliminari. Ciò che è accaduto ieri a Montecitorio, dunque, è l’assoluta normalità democratica (l’anomalia è la vergogna del Senato, dove decine di mascalzoni nascosti dietro l’anonimato hanno pescato nel torbido salvando Tedesco, che non riesce nemmeno a farsi arrestare quando lo chiede): il via libera a un arresto ultramotivato da prove schiaccianti. Se tutto appare così eccezionale è perché 20 volte in 17 anni, tutte le volte in cui i giudici volevano arrestare un parlamentare, il Parlamento aveva risposto picche. Anche per personaggi come Previti, Cito, Dell’Utri, poi regolarmente condannati. Anche col voto della Lega, che ieri improvvisamente è tornata alle origini. E non l’ha fatto per sua volontà, ma per la spinta dei suoi elettori stufi di vedere Bossi & C. tenere il sacco a Roma ladrona. Nel ’94 il Senatur disse che, “quando B. piange, c’è da stare allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte”. Ora B. piange, schiuma di rabbia e, dal suo punto di vista, ne ha di che: teme giustamente “un’escalation di arresti preventivi come nel ‘92”. Sa bene che, a casa sua e nelle zone limitrofe, in questi anni s’è rubato a man salva e l’ok alle manette per Papa diventa, per gli onorevoli ladri, un pericoloso precedente. Anche perché non è solo la Banda B che viene portata via pezzo per pezzo dai rastrellamenti della magistratura, ma tutta la Banda Larga dei grandi partiti. L’inchiesta per tangenti su Filippo Penati, ennesimo dalemiano finito nei guai, scoperchia ancora una volta un malaffare trasversale, come se non bastassero i casi Pronzato, Morichini, Paganelli, Piccini. Quando B. cadrà, nessuno degli attuali papaveri si illuda di prenderne il posto. In un modo o nell’altro verranno spazzati via tutti: si spera per mano degli elettori, prima che arrivino i carabinieri.

fonte articolo 'IL Fatto Quotidiano'
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