Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 28 giugno 2011

Ci hanno beccati di Marco Travaglio

L’altro giorno è scomparso un maestro di giornalismo, Lamberto Sechi: il suo motto era “i fatti separati dalle opinioni”. Il motto di Belpietro invece è “le balle separate dai fatti e dalle opinioni”, infatti pubblica solo le prime. Tipo i falsi attentati a Fini e a se medesimo. Leggendo Libero, uno scopre sempre particolari della propria vita ignoti persino a se stesso. Domenica, mentre i giornali veri “aprivano” sul capo di Stato maggiore della Finanza indagato, l’house organ degli Angelucci amicucci di Bisignanucci dedicava alla cosuccia 20 righe a pagina 3. La prima e la terza pagina erano occupate dal mio ritrattone in uniforme massonica (collarino, grembiulino e compassi vari) e da due titoloni per illustrare ben altro scoop: “C’è Travaglio dietro la P4”, “È Travaglio la fonte dei segreti della P4”. Se non sapessi che Libero è l’inserto umoristico di Libero, rischierei di montarmi la testa: non ho mai visto né conosciuto né sentito Bisignani, eppure sono la sua fonte, anzi il suo capo occulto. Talmente occulto da non possedere nemmeno il suo numero di cellulare, peraltro noto a cani e porci, ma soprattutto porche. Lo pilotavo con la sola forza del pensiero. Il segugio belpietresco Martino Cervo copia ciò che abbiamo scritto noi e altri giornali veri: Bisi dice di aver appreso dal Fatto l’indagine di Potenza su Letta (poi trasferita a Roma e a Lagonegro). È possibile: il Fatto pubblicò la notizia nel primo numero, il 23 settembre 2009. Ma solo perché gli altri giornali, tutti al corrente di quelle carte da mesi, non avevano osato scrivere una riga. Ma nessuno accusa Bisi di aver spifferato la notizia a Letta, che peraltro la sapeva ben prima che uscisse sul Fatto (i suoi legali erano informati della proroga delle indagini). Semmai i pm accusano Papa di essersi attivato per conto di Bisi per saperne di più alla Procura di Roma. Una persona sana di mente, a questo punto, si domanderà: che c’entra tutto ciò col titolo “C’è Travaglio dietro la P4”? Un po’ di pazienza, perché Libero ha un altro scoop: il 24 settembre 2010 la segretaria di Bisi, Rita, informa il capo che “l’ha cercato quello del Fatto, Barbacetto”. E, annota malizioso il Cervo, “non è neppure detto che il giornalista abbia poi parlato col ‘lobbista’ come chiedeva”. Ma tanto basta per dire che “C’è Travaglio dietro la P4”. Inutile spiegare a questi poveretti che, casomai, ci sarebbe Barbacetto: sempreché avesse spifferato a Bisi “i segreti della P4”. Come si fa a sapere se ci ha parlato? Basta leggere la riga seguente del rapporto investigativo, dove Bisi dice che di parlargli “non me ne frega niente”. E basta leggere le collezioni del Fatto per scoprire che Barbacetto (come Lillo) stava levando la pelle a Bisi in una serie di articoli: correttamente, chiamava la segreteria per avere la sua versione e offrirgli il diritto di replica, come fa ogni buon giornalista (quindi quelli di Libero non c’entrano). Voleva chiedere, non passare qualcosa. È questa la differenza fra un giornalista e un qualcos’altro, anche se è difficile farlo capire ai segugi berlusconidi. Prendete Gian Marco Chiocci del Giornale. L’abbiamo sfottuto per la disavventura al phonecenter per immigrati a Roma dove s’era rifugiato per chiamare Sallusti lontano da orecchi indiscreti, ignaro che il locale era intercettato in un’indagine di droga. Lui ha ricevuto la commossa solidarietà di Franco Viviano, cronista di Repubblica (lo stesso giornale che iscrive Chiocci alla “macchina del fango”). E ora minaccia di trascinarci in tribunale e all’Ordine (quello che ha appena sospeso il suo direttore) per l’accostamento con l’“apprendista spione” Farina, alias Betulla. Ma non è colpa nostra se Farina cercava notizie sul Sismi non per scriverle, ma per girarle al Sismi; e Chiocci cercava notizie sul temuto arresto di Rosa Santanchè non per scriverle, ma per girarle a Olindo Sallusti. Invece noi del Fatto siamo gente strana: le notizie le cerchiamo per pubblicarle. Non siamo proprio i capi della P4, ma ci piacerebbe tanto.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 15 giugno 2011

La Legione B di Marco Travaglio

Pur nella sfortuna del momento, il Cainano ha una gran fortuna: è ben consigliato. Il trust di cervelli che lo contorna nell’ora della prova, la Legione B che ricorda tanto la Legione M di Salò, lo sta indirizzando nella giusta direzione verso la vittoria finale. Mutanda Ferrara lo incita a “tornare quello del '94”, quando fece uscire 3 mila delinquenti per non far arrestare suo fratello (decreto Biondi), poi varò un condono edilizio, uno fiscale e uno ambientale. Se concede il bis, il popolo dei referendum apprezza. Anche Olindo Sallusti, creatura delle tenebre, ha capito tutto: “Ha vinto la paura” (il legittimo impedimento terrorizzava gl’italiani). E, in mancanza di meglio, ha in testa un’idea meravigliosa: licenziare Tremonti che non taglia le tasse e metterci al posto, che so, l’autorevole Brunetta, ideale per fare vetrina sui mercati internazionali (se lo prendi a pesci in faccia è impossibile centrarlo). Anche la fantasia di Maurizio Belmento è pregna di proposte preziose: “Silvio, apri la borsa e abbassa le tasse”. In fondo che ci vuole: lo dice pure Tremonti, “basta trovare 80 miliardi”. E “i soldi li abbiamo trovati”, assicura il lucido Bossi infilandosi il sigaro nell’orecchio e il dito medio in bocca: gliel’ha detto Fiorani. C’è un che di festosamente sinistro negli amorevoli consigli dei servi felici della Legione B. Come se il pover’ometto non si facesse abbastanza male da solo, tipo comprare collane e perline colorate mentre viene giù tutto, quelli lo spingono a forza verso il baratro finale. Dai, Silvio, sfasciamo i conti pubblici, regaliamo i soldi per strada e facciamogliela vedere all’Europa! Ma sì, usciamo dall’euro e torniamo alla lira, anzi alla dracma, al tallero, al doblone, alla pizza di fango del Camerun. Come dice il prestigioso ministro Saverio Romano al Giornale, tra un pranzo coi mafiosi e l’altro, “è inutile tenere i conti a posto per il prossimo governo della sinistra”: meglio arraffare quel che si può e, prima di fuggire, bruciare tutto, così chi viene dopo non trova nemmeno le sedie. Questo sì che è parlare da statisti. E poi naturalmente, siccome 27 milioni di italiani (quelli che sapevano dei referendum) han votato contro il legittimo impedimento, tra cui metà degli elettori di Lega e Pdl, sotto con processo breve, prescrizione breve e intercettazioni brevi, talmente brevi che non cominciano proprio. Così, alle prossime elezioni, fossero anche per il rinnovo di un’assemblea di condominio, la gente non si accontenterà di votargli contro: gli strapperà i capelli finti uno a uno. O forse l’avrebbe già fatto, se l’influsso nefasto della Legione B non fosse neutralizzato dai consiglieri riformisti del Pd. Tipo Polito el Drito, già fondatore e affondatore del Riformista, dunque premiato con la prima pagina dal Corriere. Ieri, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a cercar di trasformare il centrosinistra in una fotocopia del centrodestra, solo un po’ più noiosa e senza mignotte, El Drito scopriva amaramente che gli elettori non vogliono saperne di seguirlo. Aveva sognato un bel Pd blairiano, poi purtroppo Blair venne a mancare all’affetto dei suoi cari. Si era tanto raccomandato col Pd di scaricare Di Pietro e Vendola per sposare il Grande Centro: purtroppo la gente seguita a preferire Di Pietro e Vendola, mentre del Grande Centro i radar non captano traccia alcuna. Aveva proposto, con l’autorevole Dell’Utri, una legge bipartisan anti-intercettazioni: purtroppo non osa approvarla nemmeno B. Due domeniche fa aveva esortato i napoletani ad andare al mare pur di non votare quel mostro di De Magistris: mai visto spiagge tanto deserte nell’ultimo secolo. Ora lacrima inconsolabile perché i referendum “cancellano due decisioni lungimiranti” del governo B.: nucleare e acqua privata. Fosse dipeso da El Drito, il Pd avrebbe combattuto per il No come un sol uomo, anzi con un sol uomo. E avrebbe perso. A questo punto, visto il fiuto dei rispettivi consiglieri, Pdl e Pd non hanno che un sistema per tornare a vincere: scambiarseli.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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martedì 15 febbraio 2011

Bufala Bill di Marco Travaglio


A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa. Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B. Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto. Perché si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente. Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro. Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi”. E chi sarà mai? La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”. Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola... difendeva la libertà sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica... Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”. Capìta la doppia morale della sinistra in piazza? Un milione di persone difende la dignità della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti. Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta. Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità delle donne e B. è innocente. E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico? Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava? Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra. Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie. Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione. Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan. Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'

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mercoledì 29 dicembre 2010

AMORALITÀ di Oliviero Beha

Quando si sente parlare di “questione morale” bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola “cultura”: metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una “questione morale” nell’Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nell’etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ieri l’altro allegato a “Repubblica”)?No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell’intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer segretario del più importante Partito Comunista dell’ occidente, definiva come “questione morale in politica “ abbinata al bisogno di “austerità nei consumi” è oggi diventata tutt’altra cosa. E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell’immoralità violante-minuscolo-dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di “questione amorale”: l’aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell’alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell’amoralità condivisa. Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc. Di Pietro sarà pure “dialetto e castigo”, parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievoca la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all’angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l’ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall’oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d’anni a questa parte? E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E’ andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di “ponti” elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero. Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all’illegalità e all’amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora. Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una “questione amorale” nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si “assalta” (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile. E’ il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c’è deontologia senza etica dei doveri, nell’amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Su Belpietro iniziano a girare strane storie di Marco Travaglio

(vignetta vignette a satira)
Segnatevi questa data: 27 dicembre 2010. E questo scampolo di prosa: “Girano strane storie a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se ho deciso di riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato… Toccherà quindi ad altri accertare i fatti… Vero? Falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto…in cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla… Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi… Se invece è tutto falso, c’è da domandarsi perché le storie spuntano proprio ora”. L’autore Maurizio Belpietro, direttore di un giornale (si fa per dire: è “Libero”), inaugura una nuova frontiera: le notizie separate dai fatti, la cronaca medianica, l’informazione a cazzo, il giornalismo del “boh?”. Funziona alla grande: tre inchieste in altrettante procure, titoloni su tutti i tg e giornali (addirittura l’apertura su Repubblica: “Finto attentato a Fini, è scontro”), Belpietro tutto giulivo: “Ho fatto uno scoop, non potevo andare dal magistrato sennò mi leggevo la notizia su qualche altro giornale. Ma ho fatto un piacere a Fini, dovrebbe ringraziarmi”. Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo fare uno scoop e un piacere a Belpietro. Pertanto abbiamo deciso di pubblicare le strane storie che girano sul suo conto. Un’anziana medium reduce da una seduta spiritica ci ha raccontato che, consultando l’anima di un defunto di cui non ha ben capito il nome, ha appreso che Belpietro avrebbe da anni una relazione con un opossum, non si sa se maschio o femmina, ma più carino di lui. Vero? Falso? Boh. Riportiamo la notizia perché l’anonimo poltergeist non ha chiesto soldi in cambio delle sue rivelazioni e perché vogliamo fare un piacere a Belpietro. Un uomo incappucciato con un tanga, ma con impercettibile inflessione norvegese, ci ha consegnato un dossier fotografico che ritrae Belpietro travestito da talebano e intento a ricevere alcuni bazooka da Osama Bin Laden in una grotta del Pakistan. Mitomane? Ricattatore? Altro? Mah! Avremmo potuto verificare la notizia, ma non volevamo leggerla su qualche altro giornale. Meglio darla subito, poi Belpietro ci ringrazierà con comodo. Una signora di mezza età che indossava una pelle di giraffa e portava in testa un cotechino con lenticchie, ma non pareva affatto matta, ci ha riferito di avere le prove che i delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, Avetrana e via Gradoli sarebbero opera del noto serial killer Belpietro, socio occulto di Bruno Vespa che poi fanno a mezzo con i fornitori di plastici. Se lo scriviamo è perché, se è vero, c’è di che preoccuparsi; se invece è falso, c’è da domandarsi perché questa storia spunta proprio ora. Un licantropo travestito da Ciccio di Nonna Papera che parla soltanto il babilonese antico ci ha svelato, se abbiamo capito bene, che Belpietro sarebbe solito spalancare l’impermeabile nei giardinetti degli asili nido e sgranocchiare alcuni bambini con tanto di grembiulino per vincere i morsi della fame. Lo scriviamo per il bene di Belpietro, nella speranza che ci ringrazi. Un sedicente caposcorta ci ha confidato che qualche mese fa si inventò di avere sventato un attentato a un giornalista e poi, per renderlo più credibile, esplose alcuni colpi di pistola riuscendo a centrare, in mancanza dell’attentatore, il soffitto, il mancorrente della scala e un battiscopa; dopodiché il giornalista andò in tournèe in tutte le tv ad accusare la sinistra “partito dell’odio”; poi, quando la patacca stava per essere smascherata, accusò Fini di essersi organizzato un falso attentato per dare la colpa a Berlusconi. La notizia, diversamente dalle altre, ci pare talmente incredibile che abbiamo esitato fino all’ultimo a pubblicarla. Se ne diamo conto, è solo perché pare che sia vera.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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FELTRI-BELPIETRO, stile Libero di Alessandro Robecchi





Due direttori, tre padroni di Marco Travaglio

martedì 28 dicembre 2010

FELTRI-BELPIETRO, stile Libero di Alessandro Robecchi

(vignetta nonleggerloblog)
Di solito al lunedì il quotidiano Libero non esce. Ieri, però, Libero è uscito. Il motivo non è difficile da indovinare: la ricomposta coppia Feltri-Belpietro ha il problemino di strappare copie al Giornale (che invece al lunedì esce) in una entusiasmante gara di servilismo a chi la spara più grossa.
E così ieri Libero ne sparava due al prezzo di una. La prima: qualcuno vorrebbe attentare per finta alla vita di Gianfranco Fini, ferendolo e facendo ricadere la colpa su ambienti berlusconiani. Niente male. La seconda: una signora di Modena, di professione prostituta, nipote di un vecchio camerata (e non di Mubarak… dilettanti!), avrebbe fornito i suoi servigi in cambio di mille euro a «un tizio uguale in tutto e per tutto a Gianfranco Fini». Insomma, una doppietta. Fini che paga qualcuno per farsi sparare e intanto va a puttane manco fosse un Silvio qualsiasi è la cosa più vicina al bingo che si possa pensare dalle parti della redazione di Libero. Lasciamo naturalmente alla magistratura, ai lettori di fondi di caffè (e di Belpietro, che è peggio) e alle predizioni di Nostradamus l’arduo compito di dipanare la matassa, di separare l’invenzione dalla verità. Ci limiteremo qui a dire che il «metodo Boffo», già con successo sperimentato, ha una sua evoluzione: due intimidazioni al prezzo di una.
Boffo per Boffo per tre e quattordici, ed ecco la formula del cerchio magico per infangare un avversario politico, tal Fini Gianfranco, povera stella. Poi la magistratura farà il suo lavoro, le cose si perderanno per strada, l’oblio coprirà tutto, i testimoni si dilegueranno, Belpietro farà il suo sorrisino televisivo e chi si è visto si è visto: al fango si chiede presa rapida. Il linguaggio, che già conosciamo, è quello del manganello mediatico, dell’indiscrezione, del dico-e-nondico, dell’olio di ricino su carta. Insomma della merda sparsa con finta noncuranza e persino del birignao noto del nascondere la mano: non sarà una trappola per «intaccare la credibilità di Libero?», si chiede Belpietro, fingendo che ci sia davvero una credibilità da intaccare (a pensarci è la cosa più divertente di tutto l’editoriale).
Ora, naturalmente, non si può far finta di niente. La trovata pubblicitaria di Libero è così azzeccata che ieri un giornale che di solito al lunedì non esce era su tutti i siti di informazione e oggi su tutti i giornali (anche qui, come vedete, polli che siamo). Ma a guardare bene, l’operazione pubblicità è un po’maldestra. Su 32 pagine dell’edizione di ieri, infatti, cinque erano di pubblicità, e altre dodici fatte con vecchie prime pagine di Libero. Insomma, non c’era abbastanza materiale per andare in edicola con un numero vero, ma non si poteva perdere l’occasione per strappare qualche copia al diretto concorrente Sallusti. Davvero una guerra tra gentiluomini. Su cotanta torta, poi, una deliziosa ciliegina. Tra le vecchie pagine d’archivio pubblicate per far volume, anche quella di sabato 2 ottobre 2010, dove Belpietro racconta il terribile attentato da lui subito. Attentato-fantasma, peraltro.
Niente video delle telecamere, niente colpevoli, niente indiziati, indagini ferme,
mistero fitto, colpevole volatilizzato, polizia in imbarazzo, dubbi fondati che sia esistito davvero e bufala quasi certa. Povero Belpietro, che spavento. Forse è stato quel trauma a mettergli la fissa dei finti attentati. E per una volta siamo con lui: anche noi siamo un po’ preoccupati per la credibilità di Libero. Non vorremmo che, con la nuova linea degli scoop del lunedì, superasse Tiramolla. Sarebbe un delitto.


Fonte articolo 'Il Manifesto'
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