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di 'Per quel che mi riguarda'
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venerdì 22 aprile 2011

Ciancimino contro Ciancimino di Marco Travaglio

Prima di venire sommersi dalla prevedibile ondata di commenti sull’arresto di Massimo Ciancimino, quei commenti all’italiana fatti apposta per intorbidare le acque, mettiamo in fila i fatti. Nel luglio scorso il figlio di don Vito consegna alla Procura di Palermo la fotocopia di una cartolina: a sinistra, una lista di nomi di dirigenti della polizia e dei servizi, più un certo “Gross”, collegato da una freccia a un nome scritto a destra da un’altra mano: “De Gennaro”. Ciancimino jr spiega che fu lui a scrivere i nomi a sinistra, sotto dettatura del padre, in un promemoria sugli uomini dello Stato definiti dal padre “il quarto livello”; fu invece il padre ad aggiungere di suo pugno “De Gennaro”. Che, a suo dire, è Gianni, l’ex capo della polizia ora capo dei Servizi segreti. La procura, come per ogni pezzo di carta consegnato da Ciancimino, chiede alla polizia scientifica di accertare l’autenticità del documento. La Scientifica certifica che i nomi a sinistra li ha scritti Massimo e “De Gennaro” l’ha scritto Vito. Del resto, tutti e 150 i documenti consegnati da figlio dell’ex sindaco di Palermo, sono finora risultati autentici e per questo sono entrati in vari processi (per esempio quello a carico del generale Mori per la mancata cattura di Provenzano) e indagini (a partire da quella sulle trattative del 1992-'94) come indizi o prove. Perché, non essendo artefatti, sono una buona base di partenza per appurare se il loro contenuto sia anche la verità (e questo lo stabiliranno i giudici). Ma ecco, qualche settimana fa, il colpo di scena. Ciancimino consegna alla Procura di Palermo una nuova serie di documenti. Fra questi c’è un appunto originale di don Vito su un quasi omonimo di De Gennaro: l’ex magistrato Giuseppe Di Gennaro, poi consulente del ministero della Giustizia per la riforma delle carceri e alto funzionario Onu, erroneamente citato come “De Gennaro”. La Scientifica scopre che la parola “De Gennaro” è identica a quella che compare nella fotocopia della cartolina: qualcuno l’ha appiccicata col Photoshop sulla cartolina fotocopiata, per collegare il capo dei Servizi agli uomini del presunto “quarto livello”. Un falso, dunque, il primo accertato nelle carte di Massimo. Che ora è accusato di esserne l’autore. Se lo sia, e perché, dovrà spiegarlo oggi ai pm di Palermo. Che hanno sempre detto di volerlo valutare parola per parola, carta per carta e ieri, arrestando il teste chiave delle loro indagini proprio alla vigilia della sua deposizione al processo Mori, hanno dimostrato lo stesso rigore di Falcone che arrestò il pentito Pellegriti per aver calunniato Lima; dei giudici di Brescia che arrestarono due marescialli per aver calunniato il pool di Milano; dei giudici di Palermo che arrestarono Di Maggio e altri pentiti tornati a delinquere; dei giudici di Torino che arrestarono Igor Marini per aver calunniato Prodi & C. Ora le conseguenze politico-mediatiche dell’arresto di Ciancimino rischiano di ingigantire anche quelle giudiziarie. In teoria, un solo documento falso non può cancellare gli altri autentici; né le intercettazioni in cui Ciancimino parla di soldi dati a politici (Vizzini, Cuffaro, il neoministro Romano); né le rivelazioni rese a verbale e già confermate da sentenze di primo e secondo grado, ma soprattutto da quei politici che hanno ritrovato la memoria vent’anni dopo quando li ha tirati in ballo lui. Oggi Ciancimino, dopo due anni di stop and go, dovrà finalmente spiegare chi è davvero. Uno stupido pasticcione che rovina la propria credibilità falsificando un documento su 150, mettendosi contro il potente De Gennaro e portando lui stesso ai pm le prove della sua calunniosa truffa? Un falso testimone infilato dalla mafia o da altri loschi ambienti per depistare le indagini su stragi e trattative? La vittima consapevole o inconsapevole di qualcuno che gli ha fornito carte false? Un uomo ricattato e costretto a “suicidarsi” per screditare tutto quel che di vero aveva raccontato finora? Solo Ciancimino, ormai, può svelare l’enigma Ciancimino.


fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 24 febbraio 2011

Manganelli di Marco Travaglio

Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio. Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti. Ieri, per esempio, il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla Polizia dopo 25 anni di onorato servizio “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”. Provvedimento firmato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Consulente informatico di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, Genchi ha fatto arrestare e condannare centinaia di mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi (ultimi della serie, Cuffaro e Dell’Utri). Non contento, ha collaborato alle indagini di Luigi De Magistris sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità di destra, centro e sinistra. Insomma ha dato fastidio alle mafie e alle cricche bipartisan che infestano il Paese. Due anni fa, Manganelli l’aveva sospeso dal servizio per aver risposto su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. E l’aveva risospeso per aver rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. Due condotte ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”. Un anno fa terza sospensione, quella letale, preannunciata da Panorama e sollecitata da una minaccia dell’apposito Gasparri (“Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”). Motivo: Genchi, a un convegno degli amici di Grillo e al congresso Idv, ha osato criticare B. per la scandalosa strumentalizzazione dell’attentato di Tartaglia (il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni” per un dente rotto). Pensava che anche i poliziotti, per giunta in aspettativa e sospesi dal servizio, fossero liberi cittadini con libertà di parola. S’illudeva. Non sapeva che, senz’alcuna riforma, è stato reintrodotto il reato di lesa maestà. Infatti, è proprio l’offesa all’“onore e prestigio del presidente del Consiglio” che gli è costata la cacciata dalla Polizia: offesa che nemmeno B. aveva notato, visto che non l’ha mai querelato. Ma ormai l’Italia è di sua proprietà e chi tiene alla carriera dev’essere più berlusconiano di B., sterminando gli irregolari, gli spiriti liberi, i cani sciolti che osano stonare nel coro del conformismo bipartisan. Così il capo di quella Polizia che ancora nel giugno 2010 elogiava Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”, l’ha destituito. Invece i poliziotti condannati per la mattanza e le torture al G8 di Genova 2001, per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli, per l’omicidio di Federico Aldrovandi e per vari casi di stupri e abusi restano tutti in servizio, anzi qualcuno ha fatto carriera. E l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, condannato in Appello per aver indotto il questore di Genova alla falsa testimonianza, coordina felicemente i servizi segreti. Le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni” né “l’immagine della Polizia” né tantomeno “l’onore” del premier. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: zitto e mena.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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