Se ripensiamo ai suoi film (altri ne scrivono con più competenza), nonostante l’apparente giocosità sono tutti «scabri ed essenziali». Qualcuno si ricorda di Montale? Lo stile è l’uomo, dice un vecchio adagio, e Mario lo ha confermato anche nella sua fine. Alcuni dicevano che era cattivo. Certamente sì, ma perché guardava al di là delle apparenze.
Le rappresentava romanzesche e anche divertenti, ma sempre faceva intuire (a chi voleva) la verità di fondo. In questo senso è stato anche un protagonista della politica che, purtroppo, sta alle nostre spalle. Proviamo a rivedere e rileggere i suoi film. Ma di Mario Monicelli grande regista di un’epoca di grandi speranze scrivono i nostri bravi cinematografari.
Io vorrei limitarmi ad alcuni ricordi personali. Con Mario abitavamo nello stesso quartiere, Monti, non a caso l’antica Suburra, dove anche Nerone andava a puttane. Lui abitava a via dei Serpenti, io a via del Boschetto. Ci incontravamo anche senza volerlo. Spesso nel locale «Al vino, al vino», dell’amico Giacomo, o per strada, o al ristorante le Tavernelle (dove andavano anche «i ragazzi di via Panisperna» in ricordo di Fermi e degli altri fisici). E con lui avevo un po’ collaborato a un suo corto sul quartiere nel quale avevano abitato amici importanti come Vittorio Foa, Carlo Aymonino e altri ancora. In queste strade molti ricordano ancora il bravo Farid. È un quartiere che fece un grande omaggio a un simpatico e bizzarro mendicante, che ebbe anche la protezione di Clio Napolitano.
La vicinanza mi aveva indotto a impegnare Mario in una discussione sul parallelismo tra i suoi film e le vicende politiche del nostro paese. Tutto registrato in cassetta che purtroppo nella mia naturale confusione non riesco più a trovare, ma le troverò per obbligo verso Mario.
Il mio è un ricordo di quartiere, ma Mario resterà persona di rilievo internazionale. I suoi film, se li mettete insieme, sono un po’ la nostra storia e la critica alla nostra storia. E nelle conversazioni, al bar o per strada, mai nostalgie, ipocrite e impotenti, del passato, ma attenzione e impegno sul presente.
E proprio per questo, spesso, Mario mi dava soldi per il nostro/vostro manifesto (che tra un po’ farà quarant’anni, ma vorrebbe farne 95 come Mario). Non che ne fosse entusiasta (non era nel suo carattere) ma, con i tempi che corrono, lo riteneva utile.
Mario Monicelli ci ha lasciato oltre che i suoi soldi anche un insegnamento, a resistere sempre attenti alla realtà del nostro paese e anche del mondo. Una lezione di realismo. Vi ricordate La grande guerra. Non è stato il maestro della commedia all’italiana, come titolavano ieri molti giornali, ma qualcosa di più. Un comunista.
Fonte articolo 'Il Manifesto'
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