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di 'Per quel che mi riguarda'

domenica 26 settembre 2010

Impar condicio di Marco Travaglio

(vignetta tratta da 'Il fatto')















In attesa di vedere le conseguenze politiche dell’affaire Tulliani-Montecarlo, possiamo già trarre un primo bilancio di quelle mediatiche: B. ha già battuto Fini per kappaò alla prima ripresa. Da due mesi, nel paese in cui il premier è sotto inchiesta a Firenze per le stragi del 1993, in cui a Palermo si indaga su accuse di mafia al presidente del Senato, più altre quisquilie tipo i casi Dell’Utri, Cosentino, Verdini, Brancher, Bertolaso e P3, non si parla che di un alloggetto a Montecarlo venduto da An a una società offshore e abitato dal cognato del presidente della Camera, che non è indagato per nulla (e nemmeno il cognato). L’altro effetto del presunto scandalo è evidenziare la differenza tra un giornale (come per esempio il nostro) e gli house organ di casa B. Il Fatto, con tutti i suoi limiti, non ha nulla da dimostrare a prescindere: accerta come stanno le cose e le racconta. Il Giornale, Libero, Panorama e le loro proiezioni tv invece devono dimostrare che Fini è un ladro. E non da sempre: dal 28 luglio, quando B. annunciò ai suoi l’espulsione dei finiani dal Pdl. Si dirà: con tutti i ladri che popolano il governo, il Pdl e la politica italiana, se anche si provasse che Fini è un ladro, ne dovremmo dedurre che ce n’è uno in più. Ma questi signori non seguono le regole della logica e nemmeno dell’aritmetica. Per noi 1 ladro + 1 ladro = 2 ladri. Per loro, 1 ladro + 1 ladro = zero ladri. Se Fini ruba, vuol dire che B. è onesto. Per questo non potrà mai esserci alcuna par condicio, alcun “contraddittorio” tra un giornalista normale e uno berlusconiano. Per giocare una partita, bisogna essere d’accordo sulle regole fondamentali. E non è questo il caso. Giovedì il nostro Marco Lillo, bruciando sul tempo i portentosi segugi berlusconiani sguinzagliati nei paradisi fiscali, magari al seguito di qualche barbafinta, riesce a parlare col ministro della Giustizia di St. Lucia. Quello gli dice che la discussa lettera indirizzata al suo premier, in cui si afferma che la società Timara che affitta la casa a Tulliani appartiene allo stesso Tulliani, l’ha scritta lui. Vuol dire che è “vera”? Sì, nel senso che è autentica, non apocrifa. Ma non nel senso che quanto vi afferma sia la verità: lo sarà solo quando mr. Francis produrrà uno straccio di carta che colleghi Tulliani alla Timara. Nel frattempo un avvocato ed ex senatore leghista, Renato Ellero, afferma che la casa monegasca è di un suo facoltoso cliente. La sua frase è autentica nel senso che l’ha pronunciata lui, ma per considerarla veritiera attendiamo le prove documentali. Abbiamo dunque un sostanziale pareggio tra Fini e i suoi accusatori? No di certo. Se anche la Timara fosse di Tulliani, non sarebbe comunque la prova che Fini ha mentito: il cognato avrebbe benissimo potuto nascondergli la reale proprietà della Timara. E poi non spetta a Fini dimostrare che Timara non è di suo cognato; l’onere della prova tocca, in uno Stato di diritto, agli accusatori. Del resto, se uno afferma falsamente che una società offshore è di Tizio, come fa Tizio a dimostrare che non è sua? Gli house organ di B. ironizzano sul Fatto Quotidiano che, avendo l’intervista-scoop al ministro, mette in dubbio la sua parola. Ci mancherebbe altro: il compito di un giornale non è quello di mettere un microfono in bocca a questo o quello, ma verificare l’attendibilità di quel che dice. E, al momento, mr. Francis non appare granchè credibile. Perché il governo di un paradiso fiscale che campa sulla riservatezza assoluta fa uscire il nome del presunto titolare di un’offshore, con una condotta che nel suo paese è addirittura reato? Perché il ministro annuncia al Fatto che parlerà “la prossima settimana” e poi ne improvvisa una l’indomani, poche ore dopo che Annozero ha messo in dubbio l’attendibilità della lettera? E’ per caso telecomandato da un italianissimo puparo? Comprendiamo che, per gli house organ, distinguere fra l’autenticità e la veridicità di un documento è impresa titanica, ma non ci possiamo fare nulla. C’è chi fa il giornalista e chi fa un altro mestiere.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Il pistolino fumante di Marco Travaglio

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