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di 'Per quel che mi riguarda'
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sabato 20 agosto 2011

E tassare i ladri? di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto. Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo. Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete. Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri. Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse. Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più. Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anziché degli onesti. Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltreché riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato. Perché non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel? Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ‘99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa. Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 6 agosto 2011

Un bis senza risposte di Valentino Parlato

(vignetta Sergio Staino)
Quello che avrebbe dovuto essere un impegnato discorso del presidente del Consiglio alla Camera e al Senato non ha convinto nessuno. Di questo si è reso conto lo stesso presidente del Consiglio, che ha promosso per il tardo pomeriggio di ieri una conferenza stampa insieme con il ministro dell’economia Giulio Tremonti e il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta.
Bene che gli attuali governanti si siano accorti di non aver detto nulla di convincente al Parlamento. Ma che cosa ci hanno detto nella conferenza stampa di ieri sera? Direi niente di più. L’obiettivo (che resta sempre una speranza) di anticipare il pareggio del bilancio pubblico nel 2013 anziché nel 2014. E in più di mettere nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, obiettivo che in una Costituzione non ha gran senso. E la modifica dell’articolo 41, dove è scritto che i privati non possono fare tutto quel che vogliono.
Ma l’interrogativo è: quali provvedimenti questo governo ha deciso per riuscire a pareggiare il bilancio nel 2013? Quali interventi sul piano fiscale per aumentare le entrate? La patrimoniale proposta dall’onorevole Amato è fuori dei pensieri dell’attuale governo, ma almeno la proposta di qualche altro provvedimento per aumentare le entrate necessarie a pareggiare il bilancio.Niente di tutto questo.
Il pareggio di bilancio nel 2013, ma con quali provvedimenti? Ulteriore taglio delle spese sociali e privatizzazioni, cioè svendita di ciò che è ancora pubblico al capitalismo privato? Ma nemmeno questo è stato detto con chiarezza. Si va a vento, sopravvivere fino a quando è possibile.
La conferenza stampa di ieri sera è stato il massimo della delusione per i cittadini e il massimo dell’inconcludenza di chi è ancora al governo.
L’Italia oggi ha il maggior debito pubblico di tutti i paesi europei, mentre produttività e produzione ristagnano. Gli ultimi dati sull’incremento del Pil, la cui crescita dovrebbe sanare il debito, sono ai minimi storici.
La verità è che questo governo galleggia e galleggerà fino a quando una opposizione che dovrebbe essere incoraggiata dal risultato delle ultime amministrative e dai referendum non si darà una mossa. Fino a quando quest’ultima non avrà proposte di governo credibili e realizzabili. Continuare a dire che Berlusconi è cattivo (anche le Monde scrive che il problema italiano si chiama Silvio Berlusconi) serve ad assai poco. Sempre per citare: le Monde scrive che è probabile che «i mercati non avranno nei suoi riguardi la pazienza che hanno gli italiani». Berlusconi, che è uomo di mercati, dovrebbe rifletterci.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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martedì 5 luglio 2011

Bavetta Beccaris di Marco Travaglio

(vignetta Sergio Staino)
Paragonare il ministrucolo degli Interni Bobo Maroni, già avvocato della Avon di Varese, al generale Fiorenzo Bava Beccaris suona ridicolo, e anche un po’ offensivo per la memoria del generale. La storia, diceva Marx, si ripete spesso, ma in forma di farsa. Infatti oggi siamo ai Maroni. Col contorno dei politici e giornalisti servi che fanno da degno sottofondo. Per un intero giorno ci han raccontato che Beppe Grillo aveva definito “eroi” i black bloc, qualcuno l’ha chiamato addirittura “cattivo maestro”, poi s’è scoperto che Grillo parlava dei valligiani pacifici con cui stava parlando, ben prima che scoppiassero le violenze degli infiltrati. Allora ci han raccontato che Grillo aveva fatto “marcia indietro”, “smentendo” o “rettificando” cose mai dette. Così si parla del nulla (il Giornale passa al situazionismo ed evoca il ritorno delle “Brigate rosse”), pur di non confrontarsi coi dati scientifici che dimostrano l’inutilità del Tav. Solo una caricatura di ministro può immaginare di tenere in stato d’assedio la Val di Susa per vent’anni, schierando 2 mila agenti e militari armati di tutto punto in assetto antisommossa a presidio di cantieri trasformati in fortilizi, con cavalli di frisia, filo spinato e sacchi di sabbia dappertutto, per mandare avanti un’opera che scava un buco di 60 km nella montagna e un altro di 20 miliardi in quel che resta del bilancio dello Stato. Solo un dilettante del diritto può pensare che qualche magistrato accuserà i (pochi, per fortuna) violenti No Tav di “tentato omicidio”. Ma la sua pretesa di sostituirsi alle Procure va compresa. Maroni è l’unico ministro dell’Interno della storia dell’umanità condannato per resistenza a pubblico ufficiale, per aver messo le mani addosso ad alcuni agenti della Digos che stavano compiendo il proprio dovere. È il 1996 e, per conto della Procura di Verona, indagano sulla formazione paramilitare fuorilegge denominata “Guardia nazionale padana”, le celebri camicie verdi: un esercito parallelo armato, come risulta dalle intercettazioni di vari leghisti che, compreso Bossi, parlano di armi. Il 18 settembre il procuratore Guido Papalia ordina la perquisizione del capo dell’allegra brigata, Corinto Marchini. Ma questi sostiene che il suo ufficio è nella sede della Lega, in via Bellerio a Milano. La Digos lo porta lì per la perquisizione, salvo scoprire che il presunto ufficio di Marchini è in realtà di Maroni. Militanti, dirigenti e parlamentari leghisti si mettono di traverso per impedire il passaggio ai poliziotti, un po’ come le famiglie dei camorristi in certi quartieri di Napoli, quando le forze dell’ordine vanno ad arrestare un boss. I nostri tutori della legalità e dell’ordine pubblico insultano gli agenti al grido di “fascisti”, “mafiosi”, “Pinochet” e malmenano tre ispettori. Maroni, secondo l’accusa, “afferrò per le gambe e trascinò a terra” due poliziotti, Bossi ne “strattonò” un terzo “strappandogli il giubbino e la giacca d’ordinanza”. Alla fine molti contusi su entrambi i fronti (oggi Maroni direbbe “poliziotti feriti dai terroristi”, solo che all’epoca il terrorista era lui). Maroni fa in tempo ad azzannare un agente al polpaccio prima di prendere una botta al setto nasale ed essere portato via in barella. Due anni dopo viene condannato in primo grado a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Sentenza confermata in appello nel 2001, pena ridotta a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo una legge ad Legam ha depenalizzato l’oltraggio. Condanna definitiva in Cassazione: la “resistenza passiva” dei partigiani verdi “non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento ingiusto a opera dei pubblici ufficiali”. E quelli di Maroni erano “inspiegabili episodi di resistenza attiva e proprio per questo del tutto ingiustificabili”. Da allora, quando arriva il loro ministro, gli agenti corrono a indossare stivali molto alti. Inguinali.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 3 luglio 2011

La giornata di Angelino di Alessandro Robecchi

(vignetta Sergio Staino)



















Primo tra i grandi quotidiani nazionali, il manifesto è lieto di offrire ai suoi lettori il programma della giornata-tipo del nuovo segretario del PdL, Angelino Alfano, eletto spontaneamente per acclamazione dopo che Silvio Berlusconi aveva ordinato di acclamarlo.

Ore 7 - Sveglia. Preparazione vassoio con thé, biscotti, marmellate, yogurt.

Ore 7.30 - Servizio in camera al Presidente del partito: thé, biscotti, marmellate, yogurt. Assistenza alla vestizione. Complimenti sul virile vigore mattutino del Presidente.

Ore 8.30 - Riunione con il Presidente. Appunti su quel che il Presidente vorrebbe dire in giornata: riforma della giustizia, clima di astio, legge sulle intercettazioni.

Ore 9.30 - Vibrante discorso del nuovo segretario del PdL: servono urgentemente la riforma della giustizia e la legge sulle
intercettazioni. Critiche al clima di astio che si respira nel paese.

Ore 12 - Il nuovo segretario del PdL si diletta in cucina: linguine al pesto, filetto ai ferri, insalata, gelato tricolore.

Ore 13 - Servizio un salotto per il Presidente: linguine al pesto, filetto ai ferri, insalata, gelato tricolore.

Ore 14.30 - Manutenzione guardaroba, lucidatura scarpe, scelta cravatte, stiraggio biancheria, scelta cerone e cosmetici.

Ore 17 - Preparazione merenda, valutazione lista degli ospiti: se presente Scilipoti aggiungere due salsicce piccanti.

Ore 20 - Preparazione per comparsa in telegiornali amici (Tg1 e Tg5) con lungo discorso inaugurale di una segreteria autonoma e indipendente. Sottolineare il ruolo insostituibile del Presidente.

Ore 21.30 - Finalmente libero, il segretario del PdL può levarsi le scarpe di vernice, massaggiarsi i piedi stanchi, togliere l’uniforme, mangiare qualcosa in cucina e ritirarsi nella stanza della servitù. Disponibile, s’intende, per eventuali chiamate notturne.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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