Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'
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mercoledì 7 settembre 2011

Sospeso l’autosospeso di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Premessa d’obbligo: l’esistenza in vita di B. e della sua banda, dove i precedenti penali fanno curriculum, fa della ridicola sospensione di Filippo Penati dal Pd una sanzione severissima, feroce, draconiana. Questa in fondo, da 17 anni e un pezzo, è la grande fortuna del centrosinistra: poter rispondere a ogni critica che “gli altri” sono molto peggio. Ma forse è venuto il momento di ignorare B. e la sua banda e di prendere a paragone i paesi civili, o almeno decenti. Chi è Penati? Un dirigente del Pci che divenne, nell’ordine: sindaco di Sesto San Giovanni, presidente Ds della Provincia di Milano, capo della segreteria politica del segretario del Pd Bersani, candidato (trombato) del centrosinistra alla presidenza della Regione, vicepresidente del Consiglio regionale. Da dieci giorni sarebbe in carcere con i suoi coindagati se le tangenti di cui è accusato fossero state considerate dal gip di Monza, come dal pm, concussioni e non corruzioni, o se i fatti fossero avvenuti qualche anno dopo e dunque non fosse scattata la prescrizione. Dopo essersi “autosospeso” dal Pd e da tutti gli incarichi istituzionali (ma non dal Consiglio regionale con relativo stipendio), Penati è stato deferito alla commissione di garanzia del partito, presieduta da Luigi Berlinguer, che gli ha inflitto la sanzione massima prevista dal Codice etico: la sospensione temporanea fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria”. Cioè fino all’assoluzione che, chissà perché, è data per scontata. In caso di condanna, invece, scatterebbe l’espulsione, prevista anche in caso di arresto o rinvio a giudizio. Non è proprio contemplata l’ipotesi che, per i politici italiani, è la più frequente: la prescrizione. A cui, in un partito serio o perlomeno decente, dovrebbe essere obbligatorio rinunciare, per reati gravi addebitati a uomini pubblici. Invece il Codice etico non vi fa neppure menzione: forse per non mettere in imbarazzo D’Alema, che della prescrizione si avvalse nel ‘96 per chiudere una brutta storia di finanziamento illecito. Insomma le regole di burocrazia interna sono state rispettate alla lettera. Ma sospendere un autosospeso da incarichi cui ha già rinunciato è come castigare un pesce gettandolo in mare o una talpa seppellendola sotto terra. Ecco, c’è un aspetto che Bersani ha colpevolmente ignorato: la ricaduta esterna di questa decisione ridicola che dovrebbe chiudere un caso drammatico, enorme, che sta terremotando la base come non avveniva dal 2006, l’estate dei furbetti del quartierino. Infatti gli ultimi sondaggi, col governo in caduta libera come non mai, danno in calo pure il Pd. Anche perché il caso Penati segue a stretto giro gli scandali Tedesco (paracadutato in Senato da indagato e salvato dall’arresto) e Pronzato (arrestato per tangenti) col contorno di Morichini e fondazione Italianieuropei. Una situazione eccezionale che imporrebbe soluzioni eccezionali. Per esempio: siccome Penati è scampato alle manette solo grazie alla prescrizione, nessuno avrebbe trovato scandaloso se gli fosse stata applicata la sanzione prevista in caso di arresto: l’espulsione. In fondo, per molto meno, fu espulso il senatore Villari reo di aver accettato la presidenza della Vigilanza Rai contro il parere del partito. Ora si spera che Bersani non ritenga chiuso il caso Penati e avvii un dibattito serio sul rapporto fra politica e affari, con una doverosa autocritica sul ruolo che lui ebbe nel presentare Gavio a Penati per un incontro riservato che precedette lo scandaloso regalo a Gavio sulle azioni dell’autostrada Serravalle coi soldi della Provincia. In caso contrario, si dovrà dare ragione a De Magistris quando osserva che un sistema ventennale, ramificato, con decine di protagonisti e di milioni in ballo come quello emerso a Sesto non poteva sfuggire al controllo dei vertici dei Ds e poi del Pd, milanesi e nazionali. Insomma, che Penati ha fatto carriera proprio perché era l’architrave di quel sistema. E per questo non può essere espulso.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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venerdì 29 luglio 2011

Barbara Spinelli :“Horror berlusconiano con sottotitoli sovietici” intervista di Marco Travaglio

BARBARA SPINELLI: “PIÙ CHE UNA CLASS ACTION, QUELLA CONTRO LA STAMPA È UNA CAST ACTION. TROPPO COMODO FARSI SCUDO DEI MILITANTI”
"Mi pare di assistere a un film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico”. Così Barbara Spinelli definisce la minaccia di Pier Luigi Bersani di attivare una class action con gli iscritti e forse gli elettori per trascinare in tribunale i giornali che criticano il Pd sulla questione morale e raccontano le indagini su alcuni suoi esponenti.

Che cosa ti colpisce di più nell’annuncio di Bersani?
Oltre e forse più ancora del merito dell'iniziativa, mi colpisce il linguaggio di Bersani. Intanto quell'insistere sulla ‘m a c c h i n a del fango’, quale che sia lo scandalo che un giornale denuncia, quali che siano i reati scoperti dalla magistratura, quali che siano i giornali chiamati in causa e le loro proprietà. Non se ne può più: se qualcuno scrive il falso, attribuendoti reati mai commessi, fatti mai accaduti, cose mai dette, allora sì è macchina del fango. Ma se uno ti critica anche duramente per comportamenti veri, per inchieste vere, per accuse vere, allora non c'è nessun fango, a parte quello prodotto da chi tiene quei comportamenti. Non certo dai giornali che li raccontano.

Bersani pensa di denunciare i giornali che “a g g r e d i s c o n o ”, coinvolgendo quadri e iscritti al Pd in una “class action”.
Non vedo alcuna differenza tra il linguaggio usato da Marina Berlusconi per minacciare Il Fatto Quotidiano e quello usato da Bersani per minacciare azioni giudiziarie contro i giornali che a suo dire lo attaccano. Che vuol dire ‘le critiche le accettiamo, le aggressioni no’? Che la stampa ha il diritto di criticare, ma senza fare riferimento alle gravissime imputazioni che pendono sul capo di alti esponenti del suo partito? E poi questa class action, che faccia tosta...

Cosa c’è che non va?
Il linguaggio e ciò che lo determina: l'idea tipica della Casta che i reati individuali imputati a singoli dirigenti di un partito possano essere nascosti dietro il gruppo, dietro il clan, si chiami Pd o Pdl o Mondadori... La difesa di gruppo è orrenda, sfido io che il Pd torna a scendere nei sondaggi. Che significa
class action? Che ogni singolo membro del partito si identifica col gruppo al punto che, se commette un reato, chiama tutti i membri del gruppo a risponderne?
Che, se la magistratura indaga Pronzato o Penati, o se i giornali li criticano, questo è un attacco a tutto il partito, a tutti i dirigenti, a tutti i militanti, a tutti gli elettori? Linguaggio comunista e sostanza berlusconiana, così ha parlato ieri Bersani. Mi ricorda una battuta di Daniel Cohn Bendit su certi oligarchi dell'Europa orientale convertiti al capitalismo all'indomani del crollo del Muro di Berlino: un pessimo film capitalista con sottotitoli in sovietico.

Linguaggio comunista?
Perché quel ‘cl a s s ’ è un'antica reminiscenza del partito di classe, qual era il Pci, ma quale non è più il Pd. Bersani dovrebbe avere il coraggio di cambiare qualche lettera alla sua trovata: non ‘class action’, ma ‘cast action’.

Mi pare più appropriato.
Perché le sue minacce alla stampa sono a difesa della casta, non certo dei militanti del Pd, che meriterebbero difensori migliori: anche perché non sono vittime dei giornali o dei magistrati, ma di chi, ai vertici del Pd, commette reati o tiene comportamenti indifendibili. La vera class action i militanti del Pd dovrebbero farla contro i vari Penati, Pronzato, Tedesco, e contro chi li difende in gruppo.

Almeno Penati si è dimesso.
E ci mancherebbe altro. Ma, anche qui, colpisce il linguaggio usato: ha detto che si dimetteva ‘per l'enorme risalto mediatico’ delle indagini a suo carico. Cioè: se tv e giornali ne avessero parlato un po' meno, lui sarebbe rimasto al suo posto per qualche altro decennio? Come dire: ero nudo alla finestra coperto da una tenda, poi un soffio di vento l'ha spostata e ora mi tocca rivestirmi. Un atteggiamento molto grave nei confronti della stampa e della magistratura.

Però Bersani dice che il Pd è “d i v e r s o ” perché, diversamente da altri partiti, la magistratura la rispetta.
Sono felice che la rispettino, del resto ci mancherebbe pure che l'attaccassero.
Ma il miglior modo di rispettare la magistratura è non commettere reati, invece
di inchinarsi ipocritamente alle toghe quando li hanno scoperti. E poi la magistratura non è tutto. A monte, nei partiti, devono esistere codici
etici e controlli severissimi per evitare che qualcuno con responsabilità
partitiche o addirittura istituzionali incappi nelle maglie della giustizia.

Bersani vanta il codice etico più stringente d'Italia.
Temo che sia lo stesso di Veltroni, che nel 2008 non impedì al Pd di mandare in Parlamento due condannati definitivi e un bel po' di inquisiti e imputati. Più Tedesco, un anno dopo.

Tedesco, dice il Pd, l’ha salvato la Lega.
E qualche senatore ‘dissenziente’ del Pd. Ma non è questo il punto. Tedesco il Pd avrebbe dovuto cacciarlo prima, al momento del mandato di arresto per corruzione, concussione altri gravi reati, senza neppure aspettare il voto del Senato (dove, com'è noto, la maggioranza è di centrodestra). Cioè dire subito chiaramente che non aveva più nulla a che fare con il partito. Invece hanno votato per il suo arresto e se lo sono tenuto nelle proprie file, dove ancora alloggerebbe se non si fosse dimesso lui tre giorni fa in polemica con la Bindi. A me piacerebbe sentir pronunciare parole chiare e nette: ‘espulsione’, ‘dimissioni’. Basta con la retorica del ‘passo indietro’: se uno è indagato per aver arrotato una vecchietta per la strada, a chi verrebbe in mente di chiedergli di ‘fare un passo indietro’?

Poi c’è il caso Pronzato, ex consigliere di Bersani al ministero, poi Responsabile del Pd per il trasporto aereo e membro del Cda dell’Enac indicato dal Pd.
Nella risposta al Fatto , Bersani dice che l'ha ‘trovato al ministero’ e l'ha ‘confermato’. Manco fosse una margherita che si trova nei prati facendo una scampagnata. Poi concede, bontà sua, che ‘il doppio incarico’ nel Pd e all'Enac era ‘inopportuno’. Ma quello è un conflitto d'interessi sfacciato, berlusconismo
puro, altro che ‘inopportunità’. È così difficile rendersi conto della realtà e chiamare le cose col loro nome? Questi giochini di parole per minimizzare sono balletti settecenteschi, minuetti e quadriglie da corte di Luigi XVI e Maria Antonietta: un passo indietro, uno avanti, ops pardon forse sono stato inopportuno... Poi è ovvio che arriva la ghigliottina.

Tutto nasce dalla questione irrisolta del rapporto politica-affari. Nel 2005, col dibattito a sinistra sui furbetti del quartierino, si perse l’ennesima occasione per troncare un certo modo di fare politica in economia.
Per questo parlo di film horror berlusconiano con sottotitoli in sovietico. Anche chi, come Bersani, a liberalizzare qualcosa ci ha provato seriamente nel secondo governo Prodi, cade ancora in comportamenti da oligarca della vecchia sinistra comunista, quella dello Stato produttore: Telecom, Montepaschi, Unipol, coop rosse, Milano-Serravalle. Si mettono a competere con Berlusconi nel tentativo di costruirsi un establishment finanziario ‘amico’ o addirittura di partito, e naturalmente perdono perché Berlusconi a far soldi e affari è più bravo e più oligarca di loro.

Forse Bersani & C. sono attoniti dinanzi agli ultimi scandali perché, dopo le comunali e i referendum, pensavano che avrebbero ereditato il potere da Berlusconi raccattandolo, senza il minimo sforzo e cambiamento.
Il fatto che siano attoniti sorprende e preoccupa, anche perché era chiarissimo che le comunali e i referendum non li hanno vinti loro: li ha vinti una parte d'Italia che ha deciso di prendere la parola indipendentemente da loro, e anche contro di loro: contro tutto il sistema politico, quello di Berlusconi, ma anche quello del Pd che ne è parte integrante. Se non hanno capito la lezione e non hanno riflettuto sul loro errore storico di assecondare per quasi vent'anni il berlusconismo, allora non solo non raccatteranno il potere quando Berlusconi cadrà, ma se anche riuscissero con fatica a conquistarlo, lo riperderanno
subito dopo.

Cosa ti saresti aspettata, dopo i referendum e le elezioni a Milano e Napoli?
Che dicessero chiaro e tondo: appena torneremo al governo faremo una legge severissima contro tutti i conflitti d'interessi. Infatti ora balbettano sul caso
Pronzato e si indignano se qualcuno li chiama a risponderne: non hanno ancora capito che la prima malattia del Paese è il conflitto d'interessi, oppure non vogliono risolverlo una volta per tutte perché vi sono immersi anche loro.

Può Bersani essere il candidato giusto per un prossimo governo di centrosinistra, vista la sua straordinaria abilità a circondarsi delle persone sbagliate?
Può ancora esserlo soltanto se non si ferma alla lettera al Fatto, ma si spinge molto più avanti nell'autocritica sul passato (anche il suo passato) e nelle scelte conseguenti: espulsione dei dirigenti indegni, controlli severi sulle nomine, ritirata dalle vicende finanziarie e dalla gestione diretta dell'economia, presa di distanze chiara e netta dalla linea dalemiana del fastidio congenito a ogni indagine della magistratura e della stampa libera. Se invece si ferma alle timide scuse per qualcosa di ‘inopportuno’ e soprattutto minaccia la stampa che lo critica chiamandola ‘macchina del fango’, si rischia di non notare la differenza
rispetto al berlusconismo.

Gad Lerner lancia Rosy Bindi come alternativa a Bersani.
Lui è più addentro alle vicende del Pd. Io preferisco restarne fuori. Facciano un po' quel che ritengono meglio, possibilmente scegliendo un candidato che non perda un'altra volta le elezioni. Io, come cittadina e come giornalista, sono molto più interessata a sapere se il Pd condivide le minacce alla stampa e qual è per Bersani la ‘critica’ accettabile: quella che non parla delle indagini giudiziarie sui suoi principali collaboratori? Se è così, si torna alla stampa di partito: dopo la telefonia, le banche, le autostrade di partito, pure i giornali di partito. È questa la libertà di stampa che hanno in mente? E quale sarebbe la differenza con Berlusconi?

fonte intervista e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 27 luglio 2011

Il guaio è il rapporto tra politica e affari di Marco Travaglio

LA REPLICA: “Ma a che titolo lei si occupa di banche e azioni di autostrade?”

Gentile on. Bersani, grazie per aver raccolto alcuni degli interrogativi che le abbiamo posto sul Fatto Quotidiano. E anche per esser uscito dalle generiche declamazioni di principio, entrando per la prima volta nel merito delle questioni che La riguardano. Credo che gliene siano grati, oltre ai nostri lettori, anche i suoi elettori. La invitiamo fin d’ora a un confronto più diretto nella nostra redazione, magari davanti alle telecamere della nostra nascente web-tv, come abbiamo già fatto con l’on. D’Alema. Infatti non tutte le Sue argomentazioni mi hanno convinto e provo, in estrema sintesi, a spiegarLe perché.
1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.
2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?
3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?
4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole, negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?
5.Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.
6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre?
7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata del conflitto d’interessi di Berlusconi.E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni... gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali...”. Io una ripassatina gliela darei.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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Siamo gente perbene. Ci metto la faccia di Pier Luigi Bersani




I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





I ladri e i Penati di Marco Travaglio



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Siamo gente perbene. Ci metto la faccia di Pier Luigi Bersani

QUESTIONE MORALE/2: “Su Pronzato ho sbagliato, ma su Penati e Gavio no”

Caro Direttore, il Fatto Quotidiano, peraltro in buona compagnia, mi attribuisce la tattica o l’imbarazzo del silenzio sul caso Penati. Per la verità, sono stato il primo a parlarne giovedì scorso alla festa de l’Unità di Roma trasmessa in diretta da Rai News e da YouDem, intervistato da Corradino Mineo davanti a 4000 persone. Qualcuno evidentemente mancava e non ha letto i resoconti delle agenzie di stampa. Quello che ho detto e scritto in questi giorni mostra forse una sottovalutazione del problema? Spero di no. Noi non possiamo certo dividere il mondo mettendo i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Con ben altri mezzi si provvederà a questo nella valle di Giosafat. A noi tocca inderogabilmente rispettare la magistratura, pretendere che le istituzioni non siano esposte nel disagio e chi è coinvolto faccia un passo indietro, affermare la parità dei cittadini davanti alla legge, applicare la presunzione di innocenza, anche quella di Penati che la rivendica con forza. A noi tocca produrre riforme che tolgano possibilità alla corruzione. A noi tocca allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio. Sfido qualsiasi altro partito italiano a paragonarsi con gli istituti che il Partito democratico ha allestito e sta allestendo.
Fin dall’inizio il Pd ha sottoposto il proprio bilancio alla certificazione di una società esterna; abbiamo un codice etico giustamente più stringente di un normale percorso giudiziario; chiediamo agli amministratori eletti nelle nostre liste di firmare un codice di responsabilità. Ma su questo ho già detto e non voglio scrivere oltre. Rispondo piuttosto alla domanda di Travaglio, reiterata in questi anni da lui stesso, da Albertini e da qualche testata della destra e che allude a una suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati. Ho già detto in altre occasioni ciò che ribadisco qui. Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono. Nell’evocare questo episodio si intende forse alludere a una combine poco chiara o addirittura a illeciti che mi coinvolgerebbero? Se è così (e lo dico in tutte le direzioni!) si illustri chiaro e tondo qual è la tesi e si abbia il coraggio di affrontare una sonora querela. Mi dispiace inoltre dover constatare molte inesattezze nelle affermazioni di Travaglio su Pronzato. Ho saputo dai giornali che Pronzato era “un mio uomo”. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive. Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere ENAC parecchi anni dopo. Non fu mai responsabile dei trasporti; ha avuto la responsabilità tecnica sul trasporto aereo nel dipartimento trasporti del Pd diretto da Matteo Mauri. Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna, ne convengo, e da non ripetere in casi analoghi. Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che la vicenda fosse messa nelle giuste dimensioni. Non dovrebbe essere troppo disagevole peraltro considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa. Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene. Travaglio infine si è chiesto nei giorni scorsi se io sia la persona giusta per rappresentare il centrosinistra. Non tocca certo a me dirlo. Per le sue valutazioni Travaglio provi comunque a tener conto di una cosa, per quanto ai suoi occhi possa risultare poco credibile: sono talmente provinciale e paesano da mettere il buon nome che ho ricevuto davanti a qualsiasi cosa e a qualsiasi ruolo.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'



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Il guaio è il rapporto tra politica e affari di Marco Travaglio




I ladri e i Penati/2 di Marco Travaglio





I ladri e i Penati di Marco Travaglio






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domenica 24 luglio 2011

I ladri e i Penati di Marco Travaglio

Gentile on. Pierluigi Bersani, giorni fa abbiamo posto alcune domande all’on. D’Alema sui politici a lui vicini finiti nei guai giudiziari e abbiamo avuto la fortuna di ricevere una risposta (salvo poi essere definiti “giornale tecnicamente fascista”). Ci riproviamo con Lei, nella speranza di ottenere una risposta (preferibilmente senza insulti). Una premessa: noi non pensiamo che Lei si sia macchiato di reati, né che i reati eventualmente commessi da qualcuno del Suo staff ricadano su di Lei. La responsabilità penale è personale. Ma quella politica no. Parliamo di “culpa in eligendo”, la stessa che ha portato il premier britannico Cameron a scusarsi prima col suo popolo e poi col Parlamento per aver nominato un portavoce troppo vicino a Murdoch. Portavoce dimissionato su due piedi, anche se né lui né tantomeno Cameron avevano fatto nulla di penalmente rilevante. Cameron si è scusato “solo” per aver scelto il braccio destro sbagliato. Ora, on. Bersani, il caso vuole che Lei, quand’era ministro delle Attività produttive, avesse come suo consigliere Franco Pronzato, ora arrestato per aver preso una tangente da un’azienda che aveva appoggiato all’Enac in una gara d’appalto (accusa ammessa dallo stesso Pronzato, che ha chiesto di patteggiare): Pronzato infatti era contemporaneamente Suo consigliere, responsabile Pd per i Trasporti e membro del Cda dell’Enac. Cosa Le è saltato in mente di nominare un personaggio in così palese conflitto d’interessi fra politica e affari? Lei può dire che non sapeva che Pronzato prendesse tangenti, ma non che ignorava il suo conflitto d’interessi, visto che all’Enac l’aveva indicato proprio il Suo partito. Ancor più grave è il caso di Filippo Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano, ora vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, l’uomo che Lei, divenuto segretario del Pd, nominò capo della Sua segreteria: insomma il Suo braccio destro. Adesso Penati è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito con l’accusa di aver ricevuto, per sé e per il partito, tangenti da imprenditori interessati a speculazioni edilizie sull’area ex Falck di Sesto. Il costruttore Pasini racconta che Penati gli chiese 20 miliardi di lire nel 2000-2001 e ne ottenne oltre 5 tramite due intermediari, con pagamenti in Lussemburgo e in Svizzera, poi dovette pagare 1,25 miliardi per affari nell’area ex Marelli e altri 2 miliardi in finte consulenze a due emissari delle coop rosse. Alcuni versamenti sono documentati da carte bancarie ricevute per rogatoria dalla Procura di Monza. E le accuse di Pasini sono già state confermate dal presunto intermediario penatiano, l’imprenditore Di Caterina, che a sua volta racconta di essere stato “spremuto come un limone” - cioè costretto a pagare per anni fino a 100 milioni di lire al mese per poter lavorare - da Penati e dal Suo partito. Che Penati avesse un concetto piuttosto elastico, diciamo pure allegro, dei rapporti politica-affari, lo dimostravano già ampiamente le intercettazioni uscite anni fa tra lui e il costruttore Gavio nella sporca faccenda della Milano-Serravalle, costata un patrimonio alla Provincia di Milano: Penati chiamò Gavio dicendo che Lei gli aveva dato il numero privato. Lei ha liquidato l’inchiesta su Penati come “roba vecchia”: ma, se anche fosse, questa per Lei sarebbe un’aggravante, visto che in tutti questi anni non s’è accorto di quel che faceva chi Le sta accanto. Immaginiamo cosa sarebbe accaduto senza le indagini. Tra un paio d’anni Lei avrebbe potuto vincere le elezioni, diventare premier e portarsi al governo i suoi due più stretti collaboratori: Penati sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Pronzato ministro dei Trasporti. Salvo magari scoprire che erano due corrotti. Visto il Suo fiuto da rabdomante nella scelta dei fedelissimi, è proprio sicuro di essere il miglior candidato del centrosinistra alle prossime elezioni? In attesa di un Suo cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'

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Cinque Dalemmi di Marco Travaglio




Io e Italianieuropei Niente da nascondere di Massimo D’Alema






Grazie per la risposta ma non basta, “È troppo pretendere chiarezza sui soldi alla Fondazione?”di Marco Travaglio







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mercoledì 29 giugno 2011

L’ITALIA ALLA MOVIOLA di Olivero Beha

(vignetta Sergio Staino)
Ma ci voleva un genio per prevedere quello che sarebbe accaduto alla Tav dopo 22 anni di latenza guerreggiata? Oppure alla “monnezza” napoletana ferro di cavallo montato allo zoccolo annoso tra politica e camorra? E stupore senza fine all’arresto del Pronzato Enac/Pd (tendenza D’Alema) o del Pambianchi Confcommercio (tendenza tutti coloro i quali potevano essergli utili), in questa osmosi totalizzante della politica e degli affari in cui nulla è più distinguibile? Domani a chi tocca? E’ un’Italia alla moviola, che si sveglia con Bisignani e le intercettazioni che riguardano cupola e aderenze del sistema-Paese e ne fa una commovente questione di principio: intercettare oppure no? …Questo giornale è uscito con in prima pagina, nel suo “storico” primo numero, il 23 settembre di due anni fa, l’inchiesta della Procura di Potenza che riguardava Gianni Letta di cui gli parla al telefono il summenzionato “Bisi”. Lo ricordava ieri qui, cioè in copertina, Marco Travaglio occupandosi di “delitti di cronaca” quali sono ormai quelli che commette chi dà delle notizie possibilmente vere, senza committenza e senza guardare in faccia nessuno, con una piccola imprecisione che correggo per amore di chiarezza: “…(il Fatto) pubblicò la notizia solo perché gli altri giornali, tutti al corrente di quelle carte da mesi,non avevano osato scrivere una riga”.Non è così: il meritorio mensile “La Voce delle Voci” se ne era occupato eccome in precedenza, nel giugno 2009 con macroscopica evidenza, di quella inchiesta come di altre. Solo che queste realtà giornalistiche cosiddette “minori”, tanto stimate e tanto poco difese dalle intimidazioni dei figuri oggetto del loro lavoro d’indagine,quasi sempre sfuggono, eccentriche rispetto al palcoscenico mediatico che va per la maggiore.Pensando a “La Voce”, per associazione di idee con Bisignani e la Procura di Napoli mi sovviene il caso Romeo. Test per la memoria di questo Paese di lotofagi che vive la realtà alla moviola degli stupefacenti: che cosa vi dice questo nome, chi è Romeo, Shakespeare a parte? Trattasi dell’imprenditore/immobiliarista e manutentore di servizi per edifici comunali Alfredo Romeo, ai disonori della cronaca nel caso “Global service” meno di tre anni fa per un’inchiesta della Procura di Napoli su una storiaccia di appalti conclusa con una condanna assai lieve, di due anni in primo grado, senza associazione per delinquere e quasi una bolla di sapone dopo l’eclatanza dello scandalo, per un semaforo napoletano tra destra e sinistra, politica e affaristica. Dissequestrati i suoi faraonici beni, assolti gli assessori rinviati a giudizio e il parlamentare Pdl Amedeo Laboccetta, una specie di Menelikke del gioco d’azzardo. Adesso la famiglia Romeo chiede danni ai cronisti per un milione e 370 mila euro. E fa male ricordare ben due inchieste giudiziarie aperte per “epidemia colposa” (leggasi “monnezza” a Napoli), nel 2008 e nel 2011? Inchieste delle Procura svanite, e oggi di nuovo di gran moda. Domanda: e se al caso/casino/casotto Bisignani in mano alla Procura di Napoli toccasse poi la sorte fortunata di Romeo, davvero saremmo tutti sorpresi, divisi come siamo-alla moviola- tra inchieste di panna e imputati di ferro?

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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