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di 'Per quel che mi riguarda'

domenica 14 novembre 2010

Caro Roberto, cari lettori di Marco Travaglio

Non mi piace usare il giornale per rispondere ai lettori sui fatti miei: quando posso, lo faccio privatamente. Ma i 1.300 commenti giunti al mio blog sul sito del Fatto e la fiumana di mail e lettere giunte in redazione a proposito dell’articolo “Caro Roberto, datti una spettinata” richiedono una risposta pubblica, perché investono una serie di questioni che più pubbliche non si può. Le reazioni che l’articolo ha suscitato sono in parte favorevoli, in parte contrarie. Anzi, più contrarie che favorevoli. La cosa non mi spaventa affatto, anzi l’avevo prevista e la ritengo un segnale della maturità dei nostri lettori: detesto gli unanimismi, i conformismi e i plausi acritici. Penso che la funzione di un giornale non sia quella di lisciare il pelo al suo pubblico, dicendo sempre e soltanto cose prevedibili e scontate. Senza diventare bastiancontrari per partito preso (anche questa è una forma di conformismo), credo sia giusto lanciare di tanto in tanto un sasso nello stagno per provocare un cortocircuito nelle convinzioni consolidate e nei riflessi condizionati. È quel che ho fatto dopo la prima puntata di Vieni via con me e rifarei tranquillamente dopo la seconda se replicasse l’andazzo della prima. Non rispondo a chi addirittura ha minacciato di non leggere più Il Fatto a causa di quell’articolo, anche perché se non ci legge più la risposta cadrebbe nel vuoto. Mi concentro invece su quanti mi domandano perché criticare un grande e coraggioso scrittore come Roberto Saviano. Non pretendo di far cambiare idea a nessuno, perché ho troppo rispetto per le idee altrui e, quando non collimano con le mie, diventano uno spunto di riflessione autocritica. Ma io non ho criticato Saviano in quanto grande e coraggioso scrittore. Ho semplicemente detto che, rispetto alle attese che aveva suscitato con un programma tutto suo, mi aspettavo qualcosa di più. Se ho citato Dell’Utri, Berlusconi, Cuffaro, i rapporti mafia (o camorra) e politica, le trattative Stato-mafia ai tempi delle stragi, non è certo perché pretendessi, come mi scrive qualcuno, che “Saviano facesse il Travaglio”. Ma perché erano stati proprio Saviano e Fazio a preannunciare che quelli sarebbero stati alcuni dei temi trattati nel loro programma. E credo che sia stato proprio per questo che i vertici Rai hanno provato a bloccare il programma col pretesto dei costi troppo alti. Dubito che la tentata censura preventiva riguardasse il monologo sugli attacchi subìti a suo tempo da Falcone, che ormai costituiscono un fatto notorio e non dividono più l’opinione pubblica da quando Falcone, assassinato dalla mafia, diventò un santo laico anche per coloro che lo infangarono da vivo (e non mi riferisco certo a quanti, alla luce del sole, lo criticarono per scelte criticabili e opinabili come la collaborazione con il governo Andreotti). Sono amico di Roberto Saviano. Conservo gelosamente la copia di Gomorra che mi spedì quattro anni fa con una dedica affettuosa. In questi anni ci siamo sentiti e visti più volte. Sono felice di averlo difeso quest’estate in ben due pagine del Fatto, quando subì critiche sommamente ingiuste non sulle sue opinioni (che come tutte le opinioni, per definizione, sono sempre opinabili), ma sui fatti che raccontava nel suo libro: vari intellettuali di sinistra lo accusavano di falsificare la verità e di venir meno alla “purezza” della sinistra. Criticare il suo programma non è la stessa cosa. Tra persone che si apprezzano e si stimano, la lesa maestà non ha cittadinanza: le critiche, anzi, sono un gesto di amicizia che può arricchire e aiutare a crescere. In questo spirito ho criticato Roberto, confidando che nelle altre tre puntate di Vieni via con me ritrovi quella magnifica “spettinatura” che ne fa un intellettuale atipico, disorganico, disomogeneo, sorprendente, estraneo a ogni etichetta e a ogni “presepe”. Un intellettuale che ama l’Italia e dunque, necessariamente, “anti-italiano”. Chi vuole trasformarlo in un santino infallibile e incriticabile non sa quanto gli vuole male. Gli elogi agli infallibili e agli incriticabili non valgono nulla. Anzi, non sono neppure elogi: sono servi encomi.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Caro Roberto, datti una spettinata di Marco Travaglio

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