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di 'Per quel che mi riguarda'

mercoledì 1 settembre 2010

Condannati al salva-premier di Micaela Bongi

(vignetta Claudio Ruiu)
Espulsioni, ultimatum, botte da orbi,urne quasi aperte e poi si ritorna lì, al punto di partenza, a studiare le nuove formulazioni, a correggere, limare l’ultimo salva-premier o meglio, uno dei tanti della serie, ripescato per l’emergenza.
Tornano intorno a un tavolo, a palazzo Grazioli, il guardasigilli Angelino Alfano, l’avvocato Niccolò Ghedini, intenti con Silvio Berlusconi trovare la via d’uscita e che sia quella buona, almeno fino al prossimo lodo. Si presenta anche il ministro dell’economia Giulio Tremonti, del resto il ministro di giustizia ha promesso «investimenti straordinari nel sistema per adeguare la macchina alle nuove esigenze del processo breve», che per come è stato immaginato è esigenza soprattutto di Silvio Berlusconi. E insomma, Tremonti dovrebbe tirare fuori i soldi, per tenere in piedi la baracca, cioè il governo Berlusconi, appeso a quel paragrafo del capitolo giustizia.
Lunghe ore di vertice, dunque, mentre i finiani insitono: la norma transitoria che metterebbe al riparo il presidente del consiglio (il provvedimento si applicherebbe ai procedimenti in corso per reati con pena fino a dieci anni avvenuti prima dell’ultimo indulto) non può essere digerita. Insieme ai processi Mills e Mediatrade, ne salterebbero infatti centinaia di migliaia. Si ritorna dunque al punto di partenza, a dover superare lo scoglio dei finiani e eventualmente quello del Quirinale. Quindi, bisogna trovare il modo per salvare il premier evitando che la legge «ammazza-processi» faccia una strage. Le ipotesi prese in considerazione sono quella di abbassare da dieci a otto anni (previsti per il reato di corruzione in atti giudiziari) il tetto massimo della pena per i reati ai quali si applicherebbe la norma transitoria; oppure escludere dalla prescrizione una platea di soggetti come i recidivi, i delinquenti abituali o altri, da individuare.
Un nuovo rompicapo per i forzati del salva-premier Ghedini e Alfano. Ma il premier ci vuole provare a incassare il sì dei finiani (le norme saranno eventualmente riscritte solo dopo un via libero preventivo). Allo stesso tempo, il solito rovello lo attanaglia: come fare a ottenere il via libera allo «scudo» evitando che siano Gianfranco Fini e i suoi a cantare vittoria, sostenendo di aver evitato il peggio grazie al loro contributo. Insomma, bofonchiano velenosi dalle parti del Cavaliere: «Vogliono solo ammantare il ddl sul processo breve, scegliere il rossetto che più si intona alle cravatte rosa di Fini». E non è il capogruppo del Pdl alla camera, Fabrizio Cicchitto, a offrire il calumet della pace. Anzi, si scaglia contro i finiani Italo Bocchino, Fabio Granata, Angela Napoli e Nino Lo Presti che lunedì, da Reggio Calabria, hanno dato il via a un giro tra «le procure maggiormente impegnate nella lotta alle mafie, per portare la solidarietà e il sostegno della politica e del nostro gruppo parlamentare e per raccogliere e suggerimenti per una riforma della giustizia che tenga conto delle vere emergenze». Si sfoga Cicchitto: una «sorta di processione che non serve a nulla, se non a combinare insieme un incerto e furbesco contrattualismo con una volontà di rottura».
Dal canto loro, per ora i finiani rispondono così ai tentativi, comunque in corso, di trattare sull’ennesimo scudo per il cavaliere: «Una cosa è certa, non consentiremo norme retroattive che mandano al macero centinaia di migliaia di processi per salvarne uno». Lo dice il «falco» Granata, ma insomma il punto è sempre la norma retroattiva. Non solo. Perché se il governo resta appeso alla giustizia versione Berlusconi, Futuro e libertà scalda anche l’atmosfera per l’intervento di Gianfranco Fini in chiusura della festa di Mirabello. Appuntamento molto atteso anche dal premier. Il viceministro Adolfo Urso insiste: o si «resetta» tutto, e Berlusconi si rimangia l’espulsione di fatto del «cofondatore» del Pdl riconoscendo il suo ruolo nel partito, oppure la nascita della nuova formazione sarà inevitabile. E a quel punto Futuro e libertà stringerà «un patto di legislatura con il Pdl e con la Lega». Insomma, i finiani non abbandoneranno i leader al suo destino, acconciandosi a accordi che taglino fuori il presidente della camera, è il messaggio. E per questo continuano a chiedere, oltre all’annullamento della riunione dei probiviri ai quali sono stati deferiti Granata, Bocchino e Briguglio, che cessino le campagne del Giornale e di Libero, che invece continuano a bastonare e a beccarsi querele (l’ultima di ieri al quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, che ha tirato in ballo pure la «cricca»). Parlare di ricomposizione risulta lunare. E non ci scommette il solito Granata, che da Mirabello spara a alzo zero: «Fini è andato alla scommessa sul Pdl circondato da persone che si erano già consegnate mani e piedi non a Berlusconi, ma al berlusconismo. Qualcosa dimolto diverso e di deteriore».

Fonte articolo 'Il Manifesto'

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