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di 'Per quel che mi riguarda'
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domenica 17 luglio 2011

Il tradimento dei chierichetti di Marco Travaglio

(vignetta portoscomic)
Dice bene Pigi Battista sul Corriere: il caso Papa, con B. che raccomanda di salvarlo dall’arresto “per non creare un precedente” e Bossi che lo vuole “in galera”, riduce la questione morale a una “commedia”, “gioco al massacro”, “spettacolo indecoroso”, “grottesco”, “comico”. Il fatto è che l’articolo di Battista avrebbe potuto (anzi dovuto) essere scritto 15 anni fa, nel 1996, quando piovve sulla Camera la prima richiesta di arresto per un deputato della Seconda Repubblica. Il tizio si chiamava Cesare Previti ed era accusato di inquinare le prove dell’inchiesta Imi-Sir/Mondadori, per la quale fu poi condannato a 7 anni e mezzo. La Camera respinse la richiesta dei giudici di Milano. Ma non per il fumus persecutionis (era troppo anche per i berluscones, dinanzi alla mole di prove portate dai magistrati a carico dell’onorevole avvocato ed ex ministro berlusconiano). Bensì perché le prove erano così imponenti che Previti non poteva inquinarle tutte. Chissà dov’erano i Battista all’epoca. Anzi, lo sappiamo bene dov’erano. Erano impegnati a spaccare il capello in quattro su “giustizialismo” e “garantismo”, “guerra tra politica e giustizia”, “invasione di campo” delle toghe, “primato della politica” e altre menate, tant’è che di lì a poco tifarono come un sol uomo per la Bicamerale Dalemoni. Anziché prendere atto dei veri motivi del crollo della Prima Repubblica – debito pubblico e corruzione, due sinonimi – hanno spacciato una versione di comodo: se i pm indagano su tanti politici non è perché abbiamo la classe dirigente più criminale dell’universo, ma perché la magistratura vuol prendere il potere. Anziché svolgere la funzione tipica degli intellettuali – smontare le imposture del potere con le armi della cultura – costoro han passato il tempo a fornire al potere le munizioni per spacciare meglio le sue menzogne. È anche grazie al tradimento di questi chierici, anzi chierichetti, che siamo a questo punto: il tracollo della Seconda Repubblica che, rubando quanto e più della Prima, muore dello stesso morbo che ammazzò la Prima: la collusione col malaffare e la malavita. E, come la Prima, viene portata via pezzo per pezzo a suon di retate. Accorgersene ora è un po’ tardi. Dal ‘96 a oggi, Camera e Senato hanno respinto tutte le richieste dei giudici per arrestare i membri della casta-cosca o per usare le loro intercettazioni. Chi ha la fortuna o la prontezza di rifugiarsi a Palazzo, qualunque cosa faccia o abbia fatto, diventa ipso facto un perseguitato, per definizione, “a prescindere”. Che governi il centrodestra o il centrosinistra. Cane non morde cane. “Non fare agli altri quello che domani potrebbero fare a te”, per dirla con l’on. avv. Paolo Sisto, il salvatore di Papa, che confonde il Vangelo con il codice mafioso. Fanno sorridere le tardive lamentazioni dei Battista su questa “guerra per bande senza precedenti nella storia repubblicana”. Senza precedenti? E le venti richieste di arresto respinte negli ultimi 15 anni? Oggi, semmai, c’è una novità incoraggiante: spinto dai suoi elettori sempre più stufi di vederlo tenere il sacco alla Banda B., Bossi sul caso Papa tenta di smarcarsi dalla regola aurea dell’impunità. E proprio questo disturba Battista, che infatti ricorda: “Papa è innocente fino a sentenza definitiva”. Ma che c’entrano le sentenze? Ogni giorno finiscono dentro centinaia di cittadini comuni che nessuna sentenza ha mai condannato, ma che non si riuscirà mai a giudicare se fuggono o inquinano le prove. A fine articolo, si capisce finalmente dove Pigi nel Paese delle Meraviglie vuole andare a parare: invoca “un dialogo bipartisan sulla riforma della giustizia”, che consisterebbe in “provvedimenti come la separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale” (forse la discrezionalità, visto che l’obbligatorietà è già vigente). Dopo 17 anni di scandali e ruberie, i nostri chierichetti della sera non hanno ancora capito che le carriere da separare non sono quelle dei pm e dei giudici. Ma quelle dei politici e dei ladri.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 13 luglio 2011

I ladri della Patria di Marco Travaglio

(vignetta Natangelo-Il Fatto Quotidiano)
In questi giorni di angoscia per i bollettini di guerra di Piazza Affari, non c’è nulla di meglio, per tirarsi un po’ su di morale, che la lettura dei giornali. I bollettini di Mediaset, Il Giornale e Libero, hanno le idee chiare sul vero motivo delle turbolenze di Borsa: non la crescita zero del Paese e la credibilità zero del governo, ma la sentenza Mondadori e, dietro, la solita terribile sinistra che riesce addirittura a pilotare “gli speculatori per mandare a casa il premier”. Le vecchie volpi rosse hanno colpito ancora: una ne fanno e cento ne pensano. Non per nulla, grazie a loro, ci siamo ciucciati 50 anni di Democrazia cristiana e 17 di Berlusconi. Il meglio, però, sono le soluzioni miracolose che dovrebbero prodigiosamente salvarci dal default (ma la maggioranza non era “solida e coesa”? ma i conti pubblici non erano “in ordine”? ma la manovra non era “severa ma equa”?): l’immancabile “dialogo” tra governo e opposizione auspicato dall’ermo Colle e lubrificato dal solito Letta. Il quale – scrive il sempre urticante Verderami sul Corriere – “rientra in gioco” come “ufficiale di collegamento per Palazzo Chigi nelle relazioni con il Colle e con le forze di opposizione”, insomma “si riappropria della cabina di regia politica di Palazzo Chigi”, mentre Tremonti è out per le “vicende giudiziarie”. Invece, com’è noto, Letta con le vicende giudiziarie non c’entra: i fondi neri Iri li incassava Pulcinella, le tangenti Fininvest ai politici le portava la cicogna, Bertolaso e la cricca riferivano alla befana, Bisignani sussurrava all’orecchio di mia zia. L’idea che nelle alte sfere si conti di scongiurare la tempesta finanziaria aumentando le dosi di saliva e vaselina di Letta-Letta, la dice lunga su come siamo ridotti. Lo sanno anche i bambini che il crollo dei titoli di Stato, anche se frutto di diaboliche manovre speculative, non dipende tanto dai fatti e da numeri, quanto da fattori psicologici come l’affidabilità e la reputazione di chi dovrebbe risanare i conti. Un Paese derubato per 70 miliardi l’anno dalla corruzione, per 130 dall’evasione e per 150 dalle mafie, ma governato da un imputato per evasione e per corruzione per giunta amico di noti mafiosi. Il problema dunque non è l’opposizione, che fra l’altro non è mai esistita. È il governo. Il premier è il politico più sputtanato dell’universo, detto anche “utilizzatore finale” di prostitute (Ghedini), “culo flaccido” (Minetti), “malato” (Veronica e Briatore”), “corruttore attivo” (sentenza Mondadori). Letta è Letta. Tremonti aveva affidato tutte le chiavi – delle nomine, delle Ferrari e dell’appartamento – a tal Milanese, ora a un passo dalla galera. Alla Giustizia c’è un fumetto di nome Alfano, che in tre anni non ha combinato una beneamata mazza, lasciando alla deriva tribunali, procure e carceri e ora si crede il segretario del Pdl. A proposito di giustizia, alcuni ministri sono inseguiti dalla gendarmeria: Fitto, imputato per associazione a delinquere, corruzione e altre cosette; Matteoli, imputato impunito per favoreggiamento; Romano, primo caso di ministro imputato per mafia; Maroni, ministro dell’Interno, che prima mena i poliziotti poi li manda a menare i manifestanti; Bossi, quello delle Riforme, pregiudicato per mazzette e istigazione a delinquere, che ormai parla solo col dito medio (il famoso digitale terrestre); e alcuni “ex” da tempo irreperibili, come Brancher, Scajola, Bertolaso, Cosentino. Poi c’è l’angolo del cabaret: il ministro Frattini Dry, noto come “il fattorino” nei cablo dell’ambasciata Usa; il mini-stro Brunetta, apostrofato “cretino” dal collega Tremonti mentre il collega Sacconi assicura “io manco lo sto a sentire”; la Prestigiacomo – “la matta”, per il collega Romani – che come la Carfagna e la Gelmini era in perenne pellegrinaggio al santuario di San Bisi; e la Brambilla, simpaticamente considerata “la più mignotta di tutte” dal buongustaio piduista. Più che un governo, una comunità di recupero. E il problema sarebbe la mancanza di “dialogo”? Ma andè a ciapà i ratt.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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lunedì 11 luglio 2011

Sogni spericolati per 560 milioni di euro di Alessandro Robecchi

(vignetta enteroclisma)
Mi balocco con certe fantasie assurde. Tipo: cosa potrei fare con 560 milioni di euro se una sentenza della magistratura ordinasse a Silvio Berlusconi di darmeli subito? Certo potrei togliermenene di sfizi! Come tutti quelli poco abituati alla ricchezza, la mente andrebbe subitoalle piccole spese senza importanza, che so, una confezione famiglia di Maalox da regalare a Marina Berlusconi, visto come l’ha presa sarebbe un regalo gradito: l’acidità di stomaco è una brutta bestia. Poi penserei (sapete, generosi si nasce...) agli indigenti, a chi ha poco, a chi vive di stenti. Prendete il ministro Tremonti, per dirne una. A Roma ci sono milioni di persone che pagano un mutuo o un affitto per non andare a dormire sotto i ponti. Lui, invece, pover’uomo, si faceva prestare la casa da un suo collaboratore sotto inchiesta. Urge sottoscrizione: se avessi 560 milioni una mano gliela darei volentieri. E poi, andiamo, non facciamo i micragnosi: una Bentley al signor Milanese non gliela vogliamo regalare? E una vacanzina americana a lui e signora nella suite del Plaza da 8000 dollari a notte no? Dopotutto la signora è la portavoce del suddetto Tremonti, per cui c’è da immaginarla indigente anche lei. Bello, eh? Sono milionario da appena pochi minuti e sono già cosí generoso e inserito nel bel mondo del governo. Dite, amici, con 560 milioncini quanti Responsabili mi potrei comprare, un centinaio? Ma soprattutto un pensiero mi farebbe gioire: il sapere che tanti soldi sarebbero sottratti all’inutile spreco, non lasciati in mano a un uomo, Silvio Berlusconi, che in un solo anno (il 2010) ha speso 120.000 euro in cravatte e foulard (fonte: le carte giudiziarie), per non dire dei regali a ragazze che poi parlano di lui a quel modo... Va bene essere ricchi, ma buttarli dalla finestra, no, non vi pare?

fonte articolo 'Il Manifesto'
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domenica 10 luglio 2011

LA BANDA DEGLI ONESTI di Norma Rangeri

Il partito degli onesti nega l’evidenza e attacca i magistrati. Marina Berlusconi urla contro «l’esproprio proletario» ai danni della Fininvest, si fa lei stessa giudice del padre per dichiararlo vittima innocente di una «forsennata aggressione». Anche se questi toni in un paese normale sarebbero irricevibili (d’altronde il padre aveva parlato di «rapina amano armata»), tuttavia le reazioni della famiglia e, di seguito, del coro di maggiorenti e peones del Pdl, replicano il copione: una realtà fittizia tenta di capovolgere, fino agli ultimi giorni di Pompei, la realtà dei fatti accertati.
Innanzitutto quelli penali, scritti nella sentenza della Cassazione (sulla corruzione dei magistrati e dell’avvocato Previti), e poi quelli, conseguenti, della giustizia civile con il dovuto risarcimento per i danni materiali (calcolati dal giudice Mesiano, oggetto del metodo-Boffo) confermati ieri dalla sentenza del processo di appello.
Parlare di accanimento contro Berlusconi fa parte della strategia mediatica che da vent’anni accompagna le ricadute giudiziarie della navigazione politica del fondatore del partito degli onesti. Negare e attaccare sentenze anche se giungono a compimento dopo aver superato, come in questo caso, sette istanze di ricusazione, la legge sulle rogatorie, il tentativo di spostamento a Brescia del processo mediante la legge Cirami (e probabilmente si tratta di un elenco per difetto). Giungendo, infine, alla condanna per Previti, Acampora, Pacifico e il giudice Metta per «la corruzione in atti giudiziari posta in essere, nell’interesse della Fininvest, in occasione della controversia giudiziaria per il controllo del gruppo Mondadori». Tra l’altro Berlusconi è prescritto con l’escamotage della concessione delle attenuanti generiche. Un trattamento di riguardo, tutt’altro che persecutorio.
Ma la reazione della famiglia arcoriana è "forsennata" non solo per una questione di stile (noblesse oblige). C’è di mezzo tutta la sostanza di un gruppo aziendal-politico colto dalla sentenza Mondadori nel pieno di una guerra per bande che lo divora. La commedia sulla misconosciuta paternità del tentativo (non riuscito, ma già riproposto nel prossimo iter parlamentare della finanziaria) di inserire la legge ad aziendam nella manovra economica, ne è la plateale rappresentazione. Non l’unica, visto che siamo anche nel bel mezzo di una bufera finanziaria, frutto di provvedimenti che si acccaniscono
sulle fasce medio basse della popolazione italiana. Un pacchetto di tagli a pensioni, sanità e stipendi costruito da un ministro dell’economia, Giulio Tremonti, anch’egli sulle pagine dei giornali per ragioni poco
commendevoli. La testa di ponte di un governo di transizione è chiamato in queste ore a rispondere dei rapporti con quel Marco Milanese, tra i protagonisti dello scandalo cosiddetto della P4. Un parlamentare sotto richiesta di arresto, fino a ieri uomo-ombra di un ministro che ha la presunzione di essere il riferimento italiano delle cancellerie e dei mercati. Proprio per come vanno le cose negli altri paesi, solo per aver accordato la sua fiducia a un simile personaggio, dovrebbe sentire l’obbligo di farsi da parte, dimettendosi fino al chiarimento della sua estraneità.
Da quali pulpiti giungono dunque le prediche contro i magistrati, contro gli sfascisti che criticano la legge finanziaria. A tal punto inattendibili e screditati che gli elettori hanno disertato le urne. Turarsi il naso non basta più.

fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'
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Il Partito dei Domestici di Marco Travaglio

(illustrazione di Manuele Fucecchi-Il Fatto Quotidiano)
Chi, guardando i tg o ascoltando i commenti di uno a caso dei servi del Cainano, cerca di capire perché mai il gruppo B. debba pagare 560 milioni a De Benedetti, pensa all’ennesimo mistero d’Italia. Il perché se l’è scordato persino il Cainano, che l’altro giorno, fallita la legge che s’era fabbricato per non pagare, ha dichiarato: “Piuttosto che a De Benedetti, quei soldi li do in beneficienza”. Come se la condanna non si riferisse a nulla in particolare, ma prevedesse semplicemente che deve dar via mezzo miliardo a chi pare a lui. Nessuno fa il benché minimo riferimento all’antefatto che, da solo, spiega tutto: nel 1991 gli avvocati Previti, Acampora e Pacifico, con soldi di B. e della Fininvest, pagarono 470 milioni di lire in contanti al giudice Vittorio Metta in cambio della sentenza che annullava il lodo Mondadori, scippando all’Ingegnere il primo gruppo editoriale del Paese e girandolo al Cavaliere. Il quale da vent’anni possiede un’azienda non sua, rubata, ne incassa gli utili e la usa per manganellare i suoi nemici. All’origine di tutto c’è uno scippo, rimasto a lungo impunito finchè lo scippatore è stato individuato e condannato a restituire il maltolto. Ma, siccome siamo il Paese di Sottosopra, grazie anche all’uso che fa lo scippatore dei giornali del gruppo scippato, lo scippatore si traveste da scippato. Già ieri gli house organ dello scippatore, Giornale e Libero, titolavano preventivamente: “Oggi (forse) rapinano il Cav”, “Oggi i giudici spennano Silvio”. Nel suo editoriale improntato al più sfrenato surrealismo, zio Tibia Sallusti spiegava che il risarcimento è “una rapina” perché fu corrotto solo Metta, e non gli altri due giudici del collegio, ergo “quello eventualmente corrotto era ininfluente”. Dimentica che Metta era il relatore, cioè istruì e illustrò la causa agli altri due; e l’estensore: cioè scrisse la sentenza, o almeno la firmò, visto che depositò 167 pagine manoscritte all’indomani della camera di consiglio, dunque gliel’avevano scritta prima del processo. In ogni caso, per far scattare la corruzione giudiziaria, basta corromperne uno, di giudice. Olindo il giurista aggiunge che la condanna si basa sulle parole della Ariosto, che nel ‘95 “racconta ai Pm che uno dei tre giudici era stato a suo avviso corrotto”. Peccato che la Ariosto non abbia mai nominato Metta in vita sua: le prove sono i bonifici dai conti esteri Fininvest a quelli dei tre avvocati che poi prelevarono i contanti da portare a Metta. Tibia infine, ispirato nottetempo dall’arcangelo Gabriele, anticipa la formidabile replica di Marina B. E cioè che il risarcimento è indebito perché B., in sede di transazione, restituì a De Benedetti un pezzo di Mondadori (Repubblica, Espresso, quotidiani Finegil); e comunque è spropositato perché “la quota Fininvest in Mondadori oggi in borsa vale 300 milioni”. Doppia cazzata. Se mi rubano il motorino e poi mi restituiscono il manubrio, io che faccio: ritiro la denuncia per furto? Quanto all’importo, è ovvio che Fininvest debba restituire non soltanto il valore dell’azienda scippata, ma pure gl’interessi, le rivalutazioni e soprattutto gli introiti incamerati indebitamente per vent’anni. Si chiamano danno emergente e lucro cessante, facili da capire anche ai ripetenti. Più comprensibili gli alti lai della presidente di Fininvest e Mondadori, Marina B., che la butta in politica e starnazza: “Ennesima forsennata aggressione a mio padre”. Madama va capita: presiedendo sia l’azienda scippatrice sia il corpo del reato, teme di restare disoccupata. Ma non perde il buonumore, infatti dichiara che “Fininvest ha sempre operato nella più assoluta correttezza”: a parte le tangenti a politici, finanzieri, giudici, testimoni e i fondi neri su 64 società offshore, si capisce. Vedendola così affranta per la dipartita di quanto ha di più caro (560 milioni),si stringono al suo dolore le maestranze Fininvest tutte: Ghedini, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Matteoli, Verdini, Sacconi, Capezzone, Stracquadanio e alcuni uscieri. Il partito degli onesti. Anzi, dei domestici.

fonte articolo
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