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di 'Per quel che mi riguarda'
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martedì 5 luglio 2011

SALVA FININVEST - La legge imbroglio del padre-padrone di Matteo Bartocci

(vignetta Fucecchi tratta da 'Il Fatto Quotidiano)
E18! La diciottesima norma ad personam per Silvio Berlusconi (calcolo sicuramente per difetto) se ne sta lì, poche righe aggiunte da qualche manina proprio alla fine della «riforma della giustizia civile » che Angelino Alfano ha pomposamente inserito nella finanziaria triennale targata Tremonti. Un comma malandrino, che bloccherebbe alla vigilia della sentenza d’appello il risarcimento milionario che Fininvest dovrebbe dare a De Benedetti per il cosiddetto «lodo Mondadori». Incurante dell’opinione pubblica e del significato «politico» del referendum sul legittimo impedimento, Berlusconi torna a piegare la legge per decreto alle sue convenienze personali. Col risultato che mentre in una causa civile i «poveri cristi» dovranno pagare subito i danni, i grandi debitori e le super-aziende non lo faranno mai fino a una sentenza definitiva della Cassazione.
L’articolo 37, comma 23, pagina 110, della bozza di decreto legge alla firma di Napolitano è un’aggiunta al testo visibilmente posticcia, che dà il via a un diritto civile di serie A e uno di serie B. Tutti i risarcimenti civili superiori ai 10milioni di euro infatti saranno sospesi per legge fino alla sentenza definitiva. Giuseppe Maria Berruti, giudice della prima sezione civile della Cassazione, avverte che se approvata questa norma produrrà «un guasto irreparabile», fino a mettere in discussione la «credibilità» stessa del processo civile.
E’ un aiutino al disastrato bilancio del Biscione che arriva a poche ore dalla sentenza sul lodo Mondadori della seconda corte di appello di Milano presieduta da Luigi De Ruggiero, attesa entro questa settimana o al massimo entro il 15 luglio. I giudici ormai sono in camera di consiglio dal 4 marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative. Se il decreto legge entrerà in vigore, non gli resterà che sospendere il pagamento fino alla parola fine della Cassazione. Ai magistrati rimarrebbe solo il compito di giudicare l’«idoneità» della cauzione offerta da Fininvest, poi De Benedetti resterebbe a bocca asciutta e chissà, nel «Palazzaccio» tutto potrà succedere. Anche clamorosi ribaltamenti.
Sul capo della della famiglia Berlusconi dal 2009 pesa una condanna in primo grado a versare alla Cir 750 milioni di danni, per un totale tra spese e interessi di 806 milioni complessivi. La sentenza, come da codice, era già immediatamente esecutiva. Ma Fininvest ha preferito non appostare in bilancio gli oneri di rischio offrendo a De Benedetti una fidejussione ottenuta quasi gratis al volo dalle prime banche italiane (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Sondrio). La cosiddetta «guerra di Segrate», iniziata all’inizio degli anni ’90 per il controllo dei primi gruppi editoriali italiani, si arricchisce di una nuova battaglia. E stavolta Tremonti pare entrarci poco, visto che nelle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri del 28 la norma salva-Fininvest non c’era. Anzi, all’inizio il testo prevedeva perfino una multa per le dilazioni ingiustificate nei risarcimenti. L’origine della vicenda è nota: nel 1991 Cesare Previti corruppe il giudice Metta con 400 milioni di lire e scippò il gruppo di Segrate all’Ingegnere, che si "accontentò" di Repubblica, giornali Finegil e Espresso. Vista la secca sconfitta in primo grado (basata anche sulla condanna penale definitiva di Cesare Previti), Berlusconi temeva il bis. Negli ultimi giorni è apparso ossessionato dal risarcimento a De Benedetti. Ne ha discusso a porte chiuse con i figli, si è sfogato in diverse occasioni pubbliche italiane e internazionali, ha arringato gli amici perfino al funerale di un suo compagno di classe (Renato Comincioli). E’ un chiodo fisso, di cui è arrivato a confidarsi con l’arci-nemico Antonio Di Pietro sui banchi della camera.
In primo grado Cir aveva chiesto un risarcimento da oltre 1 miliardo di euro. Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (immortalato pochi giorni dopo su Canale5 con i suoi calzini azzurri) accordò invece 750 milioni di euro più spese e interessi. Oggi Fininvest non naviga in buone acque. Le azioni in borsa sono crollate, la famiglia ha deciso che i dividendi quest’anno non ci saranno. Il Biscione tuttavia è sicuro di vincere la causa e sabato scorso ha smentito ufficialmente qualsiasi ipotesi di transazione con la Cir di De Benedetti. Certo, con un «padre-padrone» che siede a palazzo Chigi avere fiducia nella giustizia è più facile.
In ogni caso, la perizia tecnica di ufficio depositata a novembre in tribunale (curata da un pool di super-periti come Luigi Gautri, ex rettore della Bocconi, Maria Martellini, docente di economia all'università di Brescia, e Giorgio Pellicelli, ordinario della facoltà di economia a Torino) ridimensionerebbe il risarcimento finale portandolo a una cifra vicina a 560 milioni.
Carlo De Benedetti, che ieri doveva incontrare a un convegno proprio Angelino Alfano (vedi servizio a pagina 7) preferisce non commentare. Mentre il Quirinale fa sapere che valuterà «scrupolosamente» il testo e «per tutto il tempo necessario». Piccola curiosità: anche Fininvest sarebbe danneggiata in parte dal decreto. Deve ricevere infatti un maxi-risarcimento di circa 100 milioni di euro dal miliardario egiziano ex Wind Sawiris per una vecchia vicenda legata al portale Internet di Italia on line. Spiccioli, in confronto alla guerra politica, legale ed editoriale che devasta l’Italia ormai da vent’anni esatti.

fonte articolo 'Il Manifesto'

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venerdì 14 gennaio 2011

Onorevole riciclatore di Marco Travaglio

Fare il premier o il ministro non costituisce legittimo impedimento a fare anche l’imputato.Lo sapevamo tutti, fuorché gli inquilini di Palazzo Grazioli e del Quirinale: adesso lo dice anche la Consulta. Ora azzardiamo un’altra domanda: riciclare denaro costituisce legittimo impedimento a fare anche il parlamentare? L’interrogativo sgorga dalle motivazioni della Cassazione su Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ex avvocato Fininvest, pregiudicato per favoreggiamento e imputato per riciclaggio di una trentina di miliardi di lire. La Corte ha appena stabilito che sbagliò il Tribunale di Milano ad assolverlo e sbagliò la Corte d’appello a dichiararlo responsabile ma prescritto. Insomma, aveva ragione la Procura. Nel momento in cui il suo capo torna imputato, pure Berruti dovrà ripresentarsi ai giudici d’appello per essere riprocessato per riciclaggio, visto che la prescrizione è stata allungata a marzo 2011 (c’è tempo per condannarlo, visto che già la Cassazione lo dichiara colpevole). Nelle motivazioni firmate dal giudice Antonio Manna e dal presidente della II sezione Antonio Esposito, si legge che l’on. Berruti, membro della commissione Attività produttive (l’uomo giusto al posto giusto), ha dato un “consapevole e volontario contributo causale nel delitto di riciclaggio”, come risulta ”da coerenti risultanze documentali e testimoniali”. Negli anni ‘90, quando lavorava per B., il noto galantuomo fece sparire miliardi su miliardi dai bilanci Fininvest, Mediaset e Reteitalia dirottandoli su conti svizzeri con un tourbillon di false fatture, operazioni inventate e società fittizie “prive di qualsivoglia concreta operatività commerciale, utilizzate come mero schermo di simulate operazioni di compravendita di diritti di sfruttamento dell’immagine di sportivi che in realtà servivano a spostare illecitamente all’esterno della Fininvest sue consistenti risorse finanziarie... Fondi che passavano da una società a un’altra... causali fittizie dei trasferimenti... allo scopo precipuo di drenare risorse economiche da Fininvest Spa al suo esterno... importi di enorme rilievo: tra il 1991 e il 1995, oltre 29 miliardi di lire”. Il tutto con la collaborazione straordinaria della Arner di Lugano, che nella filiale milanese ospita – conto corrente numero 1 – il tesoretto di Silvio B. Parola non di una toga rossa di passaggio, ma della Cassazione. Che fa pure notare come Berruti sia “incline a intervenire illecitamente”, visto il “precedente penale per favoreggiamento” per aver depistato le indagini sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. Naturalmente, nel difendersi, Berruti ha pure mentito ai giudici, e così un testimone a suo discarico. Il quale sosteneva la linea Scajola: cioè che “un amico fraterno del Berruti lo avrebbe coinvolto a sua insaputa in un delitto di riciclaggio”. Tutte balle. Ora, se esistesse un’opposizione, distribuirebbe alla Camera la sentenza della Cassazione. E chiederebbe di proibire a Berruti di mettere mai più piede a Montecitorio. Legittimo impedimento, of course.


Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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