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di 'Per quel che mi riguarda'

mercoledì 5 maggio 2010

DIMISSIONI DI GOVERNO di Andrea Fabozzi

(vignetta bandanax)
Le dimissioni non sono un atto di forza e Scajola lasciando il ministero non si è guadagnato il paradiso né il diritto di nascondere i suoi rapporti con l’imprenditore che gli ha comprato la casa. Un coro angelico di lodi ha accompagnato il gesto del ministro, «dimostra senso dello stato» ha detto il presidente del Consiglio: è chiaro che il governo ha interesse a chiudere qui la faccenda. Al punto che Scajola, accortosi di essere rimasto solo, ha capito di non poter resistere un minuto di più. È andato via ma nel caso tornerà. Era già tornato nel 2003 perché la memoria degli insulti a Marco Biagi era durata solo un anno.
Le dimissioni del ministro, il patetico nonsense delle sue giustificazioni, il suo non poter escludere che «la mia abitazione sia stata pagata in parte da altri», non possono chiudere questa storia come Scajola ha chiuso ieri la sua conferenza stampa, senza domande. È una storia tutta da scrivere: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il coordinatore del partitone di maggioranza, il sottosegretario onnipotente alla protezione civile, un ministro e un ex ministro sono coinvolti nell’inchiesta sugli affari della «cricca» e non può essere l’uscita di scena del più imbranato tra loro a segnare la fine. Il ruolo di Scajola (e di Lunardi), al contrario, sposta i rapporti tra la maggioranza di centrodestra e l’imprenditore Anemone indietro di qualche anno rispetto
agli affari del mancato G8 alla Maddalena. Un altro governo, ma l’ambito era sempre lo stesso: protezione civile, grandi opere e sicurezza. Lo stato di eccezione permanente, ora realizzato dalla protezione civile spa, evidentemente era stato messo in prova prima di essere codificato in legge.
Non è solo un ministro ma tutto il governo al centro dello scandalo. Berlusconi lo sa e difende se stesso quando di fronte alle dimissioni di Scajola prima attacca l’eccessiva libertà di stampa che ci sarebbe in Italia (in effetti siamo solo dieci posizioni più in basso della Bosnia e del Cile), poi vaneggia sul «modello L’Aquila», quello cioè di «un paese unito in cui non ci sono discussioni, contrasti o invidie, ma soltanto la voglia di lavorare insieme per il bene di tutti». Parliamo dello stesso terremoto che qualche ora dopo la scossa già provocava le prime risate di cupidigia tra gli appaltatori.
Ma le parole perdono senso quando un ministro che è accusato di aver acquistato una casa per due terzi in nero, che adesso non esclude nemmeno di averlo fatto con soldi non suoi, viene considerato «un esempio» dagli (ex) colleghi di governo. Per anni è stato l’uomo forte di Berlusconi nel partito, ruolo che da un po’ di tempo ha lasciato a un altro illustre protagonista dell’inchiesta sugli appalti al G8, Denis Verdini. Il baco è nel cuore del sistema e il passo indietro di Scajola non basta a rimettere le cose a posto. Così come un appartamento di duecento metri quadri non riassume tutta la corruzione che ha girato intorno agli appalti assegnati a trattativa privata. Scajola passa, il sistema protezione civile resta. Bertolaso infatti è sempre là.

Fonte articolo 'Il Manifesto'

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