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di 'Per quel che mi riguarda'

giovedì 18 marzo 2010

Caso Cucchi: Disidratato e abbandonato di Cinzia Gubbini

La morte di Stefano Cucchi non è una fatalità: lo ha ucciso una gravissima disidratazione,che ha causato uno «squilibrio idroelettrolitico». Ma il corpo di Stefano - arrestato per 20 grammi di hashish il 15 ottobre e morto una settimana dopo nel reparto carcerario dell’ospdedale Sandro Pertini - mostrava traumi al viso e alle vertebre «probabilmente inferti». E’ stato, insomma, vittima di un pestaggio. Sono queste le conclusioni a cui è giunta la Commissione per il servizio sanitario nazionale, presieduta dal senatore del Pd Ignazio Marino, che ieri ha votato all’unanimità la relazione stesa dalla senatrice Albertina Soliani(Pd) per la minoranza e Enzo Galioto(Pdl) per la maggioranza. I verbali delle 40 udienze per il momento sono stati secretati. Tutto il faldone, però, sarà inviato ai pm che stanno svolgendo l’indagine sul caso. Il presidente del Senato Renato Schifani, inoltre, dovrà decidere se avviare una discussione in aula o meno. «E’ una conclusione importante - ha commentato la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi - che conferma ciò che abbiamo sempre detto. Speriamo che questa relazione, in qualche modo al di sopra delle parti, possa spronare la Procura a portare avanti entrambi gli aspetti dell’inchiesta: quella sulle innegabili responsabilità dei medici e quella sulle altrettante innegabili responsabilità di chi lo ha picchiato. Mio fratello - ha concluso Ilaria - non sarebbe morto in quattro giorni se non avesse subito delle gravissime lesioni, che lo hanno debilitato». Intanto, il lavoro della Commissione potrebbe migliorare le condizioni degli altri detenuti, se almeno venissero seguite le otto proposte avanzate, che si possono sintetizzare nella necessità di trattare i detenuti bisognosi di cure come qualsiasi altro malato.
Sono tre gli elementi fondamentali sulla morte di Stefano che emergono dalla relazione: la disidratazione, dovuta alla sua opposizione ad assumere cibo, acqua e cure perché voleva parlare con un avvocato. In sei giorni perderà 10 chili. In Senato il ministro della Giustizia Alfano disse che Stefano aveva addirittura bevuto succhi di frutta: «Qualunque cosa abbia bevuto - si limita a commentare Marino - non è stata somministrata in modo sufficiente». Ci sono poi le fratture, considerate recenti e dovute a colpi inferti. E, infine, l’ora della morte che secondo i periti della Commissione è avvenuta intorno alle 3 di notte. La dice lunga sullo scarso monitoraggio del paziente avvenuto al Pertini: la rianimazione, secondo il diario infermieristico, è avvenuta solo alle 6. Stefano era morto da tre ore e nessuno se ne era accorto. Particolare che potrebbe portare ad aggiungere un’accusa di falso alla non facile posizione dei medici: in sei sono indagati per omicidio colposo, compreso il primario del Pertini.
Indagate anche tre guardie carcerarie per omicidio preterintenzionale. Ma l’indagine della Commissione del Senato - che ha ascoltato tutti i testimoni in 40 udienze - mette in luce anche altri aspetti, minori ma non meno interessanti.
Emerge ad esempio che il ricovero del trentenne nel reparto dell’ospedale carcerario è stato adottato «con una procedura del tutto anomala»: il ricovero, infatti, è stato formalizzato direttamente al Pertini dopo un nulla osta dato da un dirigente del ministero della Giustizia che era fuori servizio e «si è reso disponibile in via del tutto eccezionale», tanto che in sede di audizione è stato affermato che «non ci sono precedenti di questo tipo». Cosa vuol dire? Che le difficoltà organizzative dell’amministrazione penitenziaria, secondo la Commissione, prevalgono sulla valutazione di ciò che sarebbe meglio per il detenuto: si usa il «repartino», che non è attrezzato per le emergenze, perché lì non servono piantoni. Ma potrebbe anche evidenziare che qualcuno voleva a tutti i costi posizionare un detenuto pesto in quella struttura piuttosto che in un «normale» ospedale.
Si scopre, inoltre, che l’ortopedico non era presente al pronto soccorso del Fatebenefratelli, ma viene consultato telefonicamente. Si sottolinea - cosa già nota - che tra l’ingresso in carcere e la prima visita al pronto soccorso (quella in cui
Stefano rifiuta il ricovero e passa la notte in cella) passano 4 ore, nonostante le due strutture si trovino vicinissime. E ancora: è sparita la cartella clinica di accompagnamento dal carcere al Fatebenefratelli.
Si fa notare che il primario del Pertini non ha mai visitato Stefano, e che il 21 ottobre quando il livello di azotemia raggiunge il punto di massima criticità non viene predisposto alcun «monitoraggio continuo delle condizioni del paziente».
«Abbiamo restituito dignità al cittadino Stefano Cucchi - ha detto la senatrice Soliani - a cui è stato persino impedito di parlare con un famigliare, con un avvocato o con qualcuno di sua fiducia». Proprio questo punto è uno di quelli che la Commissione chiede alla Procura di chiarire: chi abbia la responsabilità di non aver dato corso alle richieste di colloquio lasciando così il paziente «in una condizione psicologica che ha certamente influito sulle cure».


Fonte articolo 'Il Manifesto'

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