Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'

domenica 31 ottobre 2010

Io rubo, tu Ruby, egli copre di Marco Travaglio

L’altra sera al Tg La7 lo zio Tibia Sallusti spiegava che la Repubblica del Bunga Bunga vanta illustri precedenti: tutti i grandi della storia, da Napoleone a Mitterrand, da Kennedy a Clinton, amavano le donne. Invano Padellaro tentava di spiegargli che qui le donne c’entrano come i cavoli a merenda. Ieri Belpietro ripeteva a pappagallo su Libero che “la storia è piena di capi di Stato puttanieri. Il più noto è Kennedy” e poi Mitterrand, Clinton e tutti gli altri: “Se Kennedy fosse ancora vivo, le sue abitudini sessuali indurrebbero Bersani a chiederne le dimissioni?”. Tutt’intorno, titoli inneggianti all’“elisir di bunga vita” (battutona), a B. che “la sa più bunga dei suoi avversari tetri e bigotti” (ri-battutona), all’“orgoglio etero di Silvio” (mica come i culattoni della sinistra), al suo “stile di vita liberale ma poco borghese” (tipo Einaudi, per dire). Sotto, la lingua vellutata di Mario Giordano, la vocina del padrone, informava che “la gnocca fa bene, è ufficiale”, “è bastato un po’ di bunga bunga e via: eccolo lì di nuovo in pista, cazzuto e grintoso come da qualche settimana non si vedeva”, e via con una serie di eleganti metafore sul ritrovato vigore del Cavaliere di Hardcore: “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare... Più lo attaccano con la gnocca, più lui si galvanizza”, “in Europa ottiene un risultato storico”, a Napoli “annuncia l’accordo coi sindaci”, senza dimenticare “le parole quantomai equilibrate e misurate sulla giustizia”, ergo “se tanto mi dà tanto, un’altra lenzuolata di D’Avanzo e riprende slancio la riforma dell’Università, un paio di articoli di Travaglio e riusciremo ad accelerare l’avvio del nucleare... la riduzione delle imposte e il quoziente familiare”, “gli insulti a base di gnocca, lungi dal prostrarlo, provocano a B. la stessa reazione delle arachidi a Superpippo: lo riattizzano. Più cercano di tirarlo giù, più lo tirano su. Sia detto senza allusioni, ma a lui il bunga bunga fa quell’effetto lì”. Il Giornale, sempre spiritoso, ne deduce che “adesso Fini deve dimettersi” e intervista un ascaro di complemento, Antonio Polito. Non bastando i problemi che ha in casa (anche ieri nessun lettore si è precipitato in edicola ad acquistare il Riformatorio), Polito el Drito denuncia il vero scandalo: “La strana e grave fuga di notizie” (come se si potesse nascondere per sei mesi una telefonata del premier alla Questura di Milano per far rilasciare una ragazza fermata per furto senza documenti né fissa dimora). La vicenda invece è “una storia di cui non si conoscono i contorni precisi” e comunque gli scandali “rafforzano negli italiani la convinzione che il premier è perseguitato” (dev’essere per questo che precipita nei sondaggi). Parole dure anche nell’editoriale del Pompiere, affidato alle manine esperte dell’estintore capo Massimo Franco, che si spinge a criticare “l’estetica a dir poco discutibile del potere attuale”, poi crolla esausto per l’immane sforzo compiuto. Manca solo un intervento di monsignor Fisichella che inviti a “contestualizzare” il bunga bunga. Ci dev’essere una centrale operativa, un trust di cervelli che, appena il Caim-ano ne combina una delle sue, compulsano la Treccani a caccia di precedenti storici e sfornano vassoi di alibi prêt-à-porter a beneficio di house organ e ospiti dei talk-show. L’Ufficio Toppe lancia la velina e i cani da riporto si precipitano a raccoglierla. Vita grama, la loro. Se ne stanno a colazione con gli amici o in piscina o sul campo da tennis, quando arriva implacabile la convocazione all’Ufficio Toppe: “Ragazzi, l’han beccato mentre apriva l’impermeabile in un giardino d’infanzia con un cetriolo in mano. Prendete nota: pare che Numa Pompilio avesse una particolare inclinazione per le pecore. Al confronto degli antichi romani, siamo fortunati. Massima diffusione. Il Papa raccomanda di non mercificare il corpo femminile: rammentare al compagno Ratzinger che Alessandro VI era solito giacere con la figlia, quindi pensasse ai fattacci suoi. Dunque Fini deve dimettersi”.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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sabato 30 ottobre 2010

L’ombrello del Pompiere di Marco Travaglio

(vignetta Staino)
Ormai i depistaggi arrivano rapidissimi, in contemporanea con le piste. Lasciamo da parte Minzolingua, che è un professionista (il Tg1 è tutto un “presunto”: manca soltanto che B. diventi il presunto premier e quella di Arcore la sua presunta villa). A scavalcarlo han provveduto persino Emilio Fede, che al suo confronto è Ted Turner e lo stesso B., che ha confessato quasi tutto: conosce Ruby e le ha aperto il suo cuore, al punto di attaccarsi al telefono per salvarla dai poliziotti rossi che avevano osato fermarla per furto. Lasciamo pure da parte i giornali della ditta che, non potendo negare la storia, riattaccano le lagne del “gossip” e della persecuzione, come se la Procura di Milano avesse braccato la ragazza per incastrare B., e non se la fosse invece trovata fra i piedi per caso. Il Giornale titola: “Otto procure a caccia di Berlusconi. Neanche fosse Al Capone”. E Libero: “Ci risiamo con la gnocca. Trappolone per il Cav”. Se passa l’idea che lo perseguitano perché gli piacciono le donne, come riuscì a far credere un anno fa per Noemi, le veline candidate, la D’Addario e i festini nelle ville, B. vincerà anche stavolta. E nei bar si risentirà l’orrendo ritornello italiota: “Lui almeno ama le donne, a sinistra invece sono gay o vanno a trans”. Proprio a questo – dirottare l’attenzione dal vero oggetto dello scandalo verso le sue abitudini sessuali – mirano le dichiarazioni rilasciate ieri da B., dopo l’improvvida confessione del primo giorno: “Amo la vita e amo le donne. Nessuno potrà mai farmi cambiare stile di vita, faccio degli sforzi massacranti, nessuno mi può impedire di passare ogni tanto qualche serata distensiva. Mi sono adoperato per trovare un affidamento per questa ragazza: mi sembrava in una situazione drammatica, le ho mandato una persona (Nicole Minetti, ndr) ad aiutarla”. E così, in un incrocio fra la parabola evangelica e la fiaba, ecco il buon samaritano che si ferma sulla strada fra Gerusalemme e Gerico a soccorrere la piccola fiammiferaia marocchina. Poi, si capisce, siccome si sacrifica per noi, avrà pur diritto a un po’ di svago. La vita è breve e la carne è debole. Casomai, una volta tanto, le opposizioni volessero approfittare dell’ennesimo scandalo (non solo è un loro interesse, ma un preciso dovere), dovrebbero evitare dichiarazioni moralistiche sullo stile di vita, la concezione della donna, la volgarità e i gusti sessuali del premier (fatti suoi, di chi lo vota e frequenta). E inchiodarlo non al bunga bunga, ma agli aspetti pubblici della vicenda.

1) L’abuso di potere (non più reato grazie a un’astuta legge del centrosinistra) commesso con la telefonata in Questura per far rilasciare la ragazza prima che parli spacciandola per nipote di Mubarak.

2) Il ruolo della Minetti, “igienista dentale” e tante altre cose, promossa su due piedi consigliere regionale.

3) L’esercito di persone che vedono, sanno, magari registrano tutto e possono chiedere qualsiasi cosa in cambio del silenzio: ragazze, amiche, prosseneti, mediatori, autisti, uomini di scorta, persone di servizio, altri invitati.

4) Il ruolo di Lele Mora, che procaccia al sultano ragazze anche a pagamento, anche minorenni e poi, quando una si mette nei guai e rischia di parlare, manda avanti la figlia per adottarla: lo fa gratis o c’è qualcosa anche per lui?

5) I tempi e i modi delle “indagini difensive” dell’on. avv. Ghedini, che interroga a una a una le ragazze ancor prima che compaiano dinanzi al pm: un’attività consentita da un’altra geniale legge del centrosinistra, che però potrebbe sconfinare nell’inquinamento probatorio.

Di questo dovrebbero parlare una politica e una stampa degne di questo nome. Infatti Bersani blatera di “singolari abitudini del premier”. Quel genio di D’Alema strilla all’“involgarimento” e chiede che “la Chiesa intervenga” (salvo poi accusarla di interferenza quando interviene su temi sgraditi al Pd). E il Pompiere della Sera titola: “La bufera delle feste di Arcore”. Ecco: il problema sono le feste e le condizioni meteorologiche nei cieli della Brianza. Più che un’inchiesta, basta aprire un ombrello.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Alcune domande sulla Repubblica di Bunga Bunga di Alessandro Robecchi




Il silenzio è d’oro di Marco Travaglio



Lodo Al Bunga di Marco Travaglio

venerdì 29 ottobre 2010

Alcune domande sulla Repubblica di Bunga Bunga di Alessandro Robecchi



















La Repubblica del Bunga Bunga sta vivendo in questi giorni nuove appassionanti avventure a base di pruriginose rivelazioni, sesso, presidenti del Consiglio, Lele Mora, Emilio Fede e belle signorine. Il manifesto, che è un giornale serio e, se permettete, anche un po’ bacchettone, non intende occuparsene. Ma il giornalismo è una brutta bestia, e alcune domande è giusto porsele, sempre considerando il preminente ruolo dell’Italia nel mondo e il suo buon nome sulla scena internazionale. È vero che si tenevano nella dimora di Arcore del Primo Ministro Onorevole Cavalier Silvio Berlusconi (73 anni), nell’anno 2 d.N. (dopo Noemi) festini erotici chiamati Bunga Bunga con la presenza di una signorina detta Ruby (17 anni)? È vero che in questi party si affollavano decine di vip, due ministre, starlette televisive e il premier? È vero che la minorenne maghrebina chiamata Ruby era «l’unica vestita»? È vero che Emilio Fede, come lui ammette, l’ha conosciuta lì, ma che lei dimostrava 25 anni? È vero che il premier ha regalato alla ragazza molti orologi di lusso e soldi? Noi non vogliamo pescare nel torbido: la storia contiene numerose contraddizioni. Per esempio, ritenete possibile che con tante donne nude intorno, Silvio Berlusconi regali soldi e gioielli all’unica che resta vestita? È vero che la ragazza, minorenne, fermata per un reato (furto) è stata subito rilasciata in seguito a una telefonata da Palazzo Chigi? È vero che da Palazzo Chigi hanno raccontato agli esterrefatti poliziotti milanesi che la ragazza è nipote del presidente egiziano Mubarak? E in questo caso, la faccenda farà fare passi avanti alle relazioni internazionali della Repubblica di Bunga Bunga? Mubarak come l’ha presa? È vero che l’avvocato Ghedini ha avuto una crisi di nervi? È vero che ad Arcore, dopo le feste Bunga Bunga vanno tutte a fare il bagno nella piscina coperta? È vero che queste nuove rivelazioni cresceranno il prestigio dell’Italia nel mondo dei night-club? È vero che il Bunga Bunga è una specie di rito sessuale (detto anche orgia, se volete) caro a Gheddafi che l’avrebbe insegnato al nostro Premier? E se così è, Putin non è geloso? Questi alcuni dei quesiti sollevati dai fatti di cronaca emersi negli ultimi giorni. Troppe domande, in effetti, e così manca qui lo spazio per le considerazioni politiche, l’analisi della situazione, le proposte per il superamento di questa nuova impasse istituzionale. Ma noi, orgogliosi come siamo del prestigio della nazione e dell’uomo che la guida, non cadremo nella trappola del facile moralismo. Non raccoglieremo il fango gettato sulla classe dirigente dai soliti malintenzionati della stampa. Noi sosterremo sempre con il sorriso e la massima dedizione il nostro amato Premier, in attesa che egli salga in un prossimo futuro al
Quirinale e permetta anche ai corazzieri di partecipare alle feste Bunga Bunga. Un solo orgoglio, l’Italia! Un solo grande statista, Silvio Berlusconi! Un solo grido: Bunga Bunga!


Fonte articolo e vignetta 'Il Manifesto'
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Il silenzio è d’oro di Marco Travaglio



Lodo Al Bunga di Marco Travaglio

Lodo Al Bunga di Marco Travaglio

E’ venuto il momento di fondare un comitato di solidarietà per Angelino Al Fano e Niccolò Ghedini. Due giorni fa, già molto provati dalle ottanta versioni del processo breve e dalle novantacinque della legge bavaglio (peraltro finite nel cesso), erano usciti esausti ma felici dalle segrete di Palazzo Grazioli, dopo mesi di duro lavoro, con l’ultima formula magica del cosiddetto Lodo: un algoritmo complicatissimo che non si capiva bene se fosse reiterabile ma non retroattivo, o retroattivo ma non reiterabile, o reiattivo e retroterabile, tenendo presenti la variante Mills, l’equazione Mediaset, la prescrizione Mediatrade, la radice quadra di Fini costruita sull’ipotenusa di Napolitano che produce una spinta dal basso verso Casini diviso Cuffaro moltiplicato Bersani fratto Di Pietro meno Bossi. I due poveracci stavano per esultare con il classico “eureka!”, ma l’urlo liberatorio gli s’è strozzato in gola. Mentre quelli lavoravano, l’Utilizzatore Finale ci era ricascato con una minorenne, riuscendo a infilarsi in una storia di prostituzione e abusi di potere (vedi telefonata alla questura per far rilasciare la ragazza fermata per furto senza documenti). Tutto da rifare. Ogni volta che gli fabbricano uno scudo su misura e glielo provano addosso, quello si sposta di lato e ne combina un’altra delle sue. Provate voi a scudare un nano in movimento. Aveva ragione B.: non è lui a volere lo scudo, sono Alfano e Ghedini che, non potendone più, sono disposti a tutto pur di tornare a uno straccio di vita normale. Che so, rivedere ogni tanto la luce del sole, riabbracciare i familiari un paio di volte l’anno e soprattutto evitare che mogli e figli li guardino con due occhi così: “Caro, ma davvero hai detto che la storia di Ruby è assolutamente infondata, quando l’ha confermata persino Fede? Sicuro di star bene?”. Ora Angelino Jolie e Niccolò Pitagorico sono ripiombati in laboratorio per apportare alcuni emendamenti al Lodo Al Nano: la maggiore età è abbassata retroattivamente a 12 anni; proibito ex post trattenere in questura le ladre carine nel raggio di 100 km da Arcore; depenalizzato lo sfruttamento della prostituzione quando appaia chiaro, come nel caso B., che non è lui a sfruttare la prostituzione: è la prostituzione a sfruttare lui. L’importante è che lui si cucia la bocca, altrimenti poi persino Minzolini capisce che non è perseguitato. Ieri invece lo sventurato ha spiegato la telefonata in questura con un meraviglioso “lo sanno tutti che sono una persona di cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ne ha bisogno”. Ecco, è fatto così: come possono testimoniare migliaia di ladri, non appena ne finisce uno in questura, B. chiama da Palazzo Chigi per farlo rilasciare. Soprattutto se è di origini marocchine e balla sul cubo. E’ un uomo di cuore e farebbe di tutto pur di agevolare l’integrazione degli immigrati: li inviterebbe persino in una sua villa per un Bunga Bunga, li coprirebbe d’oro e li spaccerebbe per nipoti di Mubarak perchè nessuno li infastidisca più. Massima solidarietà anche agli agenti delle scorte di Fede e B.: forse, quando entrarono in polizia o nei carabinieri, non immaginavano che sarebbero finiti a reggere il moccolo a un anziano latrin lover. Massima solidarietà soprattutto al ministro degli Esteri Frattini Dry, impegnatissimo in queste ore a rassicurare le ambasciate egiziana e libica sul fatto che quella storia della nipote di Mubarak era solo una battuta, così come quella sui bunga bunga di gruppo attribuiti all’amico Gheddafi. Ieri, per alcune ore, si è temuta la terza guerra mondiale: non bastando gli elogi del Foglio ai vignettisti anti-Islam e le magliette di Calderoli con insulti a Maometto, si rischiavano nuovi assalti ai consolati italiani in tutto il Nordafrica, con rappresaglie Nato ed escalation militari in tutto il Mediterraneo. Solidarietà anche a Bruno Vespa che, sempre sulla notizia, sta precipitosamente allestendo il plastico della piscina coperta di Arcore con dentro le donnine nude, per una puntata speciale di “Porta a Bunga”.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Il silenzio è d’oro di Marco Travaglio

giovedì 28 ottobre 2010

Il disordine pubblico di Maroni di Luigi De Magistris

(vignetta Mauro Biani)
L’evocazione del pugno di ferro da parte del ministro Maroni verso le proteste a Terzigno, insieme alle recenti dichiarazioni dell’ad Fiat Marchionne, delineano un quadro preoccupante per la democrazia del Paese. Mettere in fila le ultime performance del capo del Viminale offre uno sguardo d’insieme su una strategia che ha trovato la prima risposta nella piazza romana del 16 ottobre.
La manifestazione organizzata dalla Fiom è stata nutrimento per la democrazia. I metalmeccanici e il sindacato Fiom-Cgil sono consapevoli di essere obiettivo sensibile di un disegno autoritario che tende a rafforzare il capitale mortificando i diritti e la dignità dei lavoratori.
Tra Piazza della Repubblica e Piazza San Giovanni si sono materializzati pensiero e corpo politico: operai, impiegati, funzionari, studenti, precari, ricercatori, centri sociali, intellettuali, politici.
Il ministro Maroni, con dilettantesca irresponsabilità, ha provato a inquinare la manifestazione. Utilizzando la propaganda di regime, ha paventato il rischio concreto che si trattasse di un evento pseudo-sovversivo a rischio infiltrazione da parte di frange eversive violente. La solita polpetta avvelenata, tipica della strategia della tensione, utilizzata anche alla vigilia della manifestazione No-Global per il G8 di Genova del 2001. Alla fine, al di là di taluni criminali tra le centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, la condanna per gravissimi reati è stata inflitta ad esponenti apicali della Polizia di Stato, tra cui l’ex Capo della Polizia (attualmente al vertice dei servizi).
Mentre il ministro della difesa La Russa gioca a fare il soldatino sfruttando il senso di Stato e di patria dei militari in Afghanistan, molti dei quali terroni come me, nella consapevolezza che ogni militare morto, in una missione di guerra costituzionalmente illegale, vuol dire più soldi per le commesse di armi, il ministro Maroni consolida lo stato d’eccezione rafforzando la filosofia dell’ordine pubblico come strumento per affrontare questioni economiche, sociali, ambientali e politiche. Per nascondere il fallimento del governo in materia di sicurezza, pensa al manganello. E si mandano allo sbaraglio le forze dell’ordine costrette a eseguire un disegno autoritario incostituzionale e antidemocratico. Nello stesso tempo i medesimi apparati della sicurezza interna e internazionale non sono stati in grado di prevedere l’invasione di centinaia di nazifascisti in occasione delle partita della nazionale di calcio a Genova. Il Ministro Maroni ha scaldato i muscoli in occasione della manifestazione della Fiom, ma ha dovuto miseramente riporre le armi del becero autoritarismo ricevendo dalla classe operaia una lezione di maturità sindacale e politica.
Anche manifestazioni studentesche hanno subito cariche della polizia e provvedimenti restrittivi apparsi sproporzionati. Così come il dramma della povertà e dell’immigrazione diviene questione di ordine pubblico: Maroni a giustifica i colpi di mitragliatrice esplosi da imbarcazioni libiche – con all’interno militari della guardia di finanza costretti dal governo a operare in condizioni di illegalità – all’indirizzo di pescherecci italiani perché all’interno potevano esserci immigrati.
Dunque l’immigrato come bersaglio militare. Invece di garantire i diritti di tutti propone discariche sociali, espulsioni di massa per i cittadini comunitari senza reddito e senza fissa dimora. All’altezza dello squadrismo leghista che si accompagna alle dichiarazioni del ministro Calderoni: «peggio per loro». Se nascono poveri, poveri devono rimanere.
L’ordine pubblico, anzi il disordine pubblico di stato, serve anche per nascondere il fallimento nel settore delle politiche ambientali e per utilizzare il manganello di stato al fine di sedare le rivolte delle popolazioni che non accettano che il territorio sia violentato da interessi criminali. La repressione e la criminalizzazione del dissenso si pratica anche per colpire i manifestanti de L’Aquila. Pretendere giustizia per i loro morti, verità sulla mancata ricostruzione e sul come siano stati utilizzati i fondi post-terremoto non va bene, è un attentato alla sicurezza nazionale. Il popolo delle carriole viene accolto a Roma con i manganelli dopo che a L’Aquila si era già provveduto a sequestrare le stesse carriole, senza neppure percepire il lato grottesco della faccenda, quale corpo del reato.
L’ordine pubblico serve e calza a pennello sulla sagoma del capo dello stato d’eccezione, l’ingegnere Guido Bertolaso, per consolidare il regime dell’emergenza, nascondere i fallimenti della presidenza del consiglio, reprimere le comunità locali e preservare gli interessi degli speculatori degli inceneritori e dei criminali delle discariche fuorilegge. L’ordine pubblico diventa strumento di difesa messo in atto dalla forze di polizia (piegate al disegno dei poteri forti) per tutelare un capitalismo senile e una borghesia mafiosa, entrambi espressione di un progetto di verticalizzazione e concentrazione del potere che mortifica la libertà e annichilisce gli organi di garanzia sociale e statuale.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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S.O.S. Italia di Danilo Santini

La paranoia Italiana ha raggiunto margini al limite della schizofrenia. Un paese di schizofrenici ove l'anarchia regna sovrana. I media ne sono un vero pilastro con notizie del tutto surreali ,che raccontano di un paese del tutto fantasioso. Per chiunque conserva una certa sensibilita' e contatto con la realta' e' del tutto sconsigliato leggere i giornali, previo il rischio di trovarsi in analisi. Sono mesi che ci frantumano con questo lodo Alfano, per poi passare all'orrore di avetrana: raccontando tutti i dettagli piu' scabrosi del sudicio zio che uccide la nipote, uccidendo due volte quella povera adolescente. Ora sono due giorni, che non sapendo piu' cosa scrivere hanno riempito le pagine con la morte del polpo Paul. Si avete letto bene: la morte di un polpo! Per chiunque non avesse memoria, il polpo Paul venne alla ribalta durante gli ultimi mondiali di calcio,attraverso arti divinatorie, veniva interpellato per conoscere in aticipo i risultati delle gare calcistiche. Gia' questo dovrebbe essere oggetto di intere flotte di psichiatri che si adoperano per curare gli Italiani. Ma questo paese e' gia andato oltre, tante' che la stampa titolava stamattina: la ricerca del successore del polpo Paul, con tanto di commenti. Premesso che siamo in un paese dove e' scomparsa completamente la dignita', dove nessuno si indigna per tutte le volgarita' che ci hanno imposto attraverso la tv, con grandi fratelli, grandi sorelle, veline e velone, con la politica della bestemmia, del sesso e della violenza, per poi correre a genoflettersi la domenica in vaticano, nel pieno stile di questi strani cattolici; per finire con l'immorale situazione economica che crea abnorme ricchezza a chi prende a calci un pallone per poi far scappare un ricercatore all'estero per mancanza di fondi in questo paese di ipocriti. Un paese di "gossippari "di pettegoli e beoti oramai anestetizzati totalmente dalla tv. Un paese ridotto a commentare la morte di un polpo. Un paese morto che si aggira tra le macerie a rosicchiare i suoi stessi rifiuti per riciclarli fino alla putrefazione.


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Uccellacci migratori di Adriana Di Domenico

Di serata in serata, di salotto in salotto, di programma in programma, i VIP della politica e del giornalismo, cui si aggiungono esperti di economia e finanza, sociologi, psicologi e tuttologi vari, trasmigrano in massa, spesso tutti insieme, così che se il lunedì hanno cominciato a litigare da Gad Lerner, il martedì possono agevolmente continuare a Ballarò, mentre, volendo, il mercoledì ci sarebbe anche Ilaria D'Amico con Exit. Irrinunciabile l'appuntamento del giovedì sera con Santoro, mentre, non volendo, si possono anche saltare Le Invasioni barbariche della Bignardi. Per grazia di Dio e volontà della nazione (ovvero della pubblicità), il sabato riposo, tanto sono tutti fuori a cena o in discoteca. Ma la domenica, visto che l'indomani mattina ci si deve alzare presto per andare a lavorare (esclusi disoccupati, cassintegrati, casalinghe, pensionati e buona parte dei politici), è meglio rimanere a casa a seguire, ma proprio se si è disperati, Niente di personale condotto dal detronizzato Piroso. Per fortuna c'è anche la Gabanelli dove però non litiga nessuno. Se poi aggiungiamo le trasmissioni quotidiane di La7, Omnibus la mattina e Otto e mezzo la sera (con alternanza, nel weekend, della coppia Telese-Costamagna con In onda), abbiamo la possibilità di una full immersion nella scatola televisiva, da cui uscire con lo sguardo spento e un leggero tremito alle mani.
A proposito di lavoratori, si noti che tutte queste trasmissioni superano abbondantemente le ore 23 / 23,30 con qualche puntata fino a mezzanotte. Ma oramai non si possono certo eliminare i vari quiz e giochini scemotti e altre trasmissioni sandwich (Fazio a parte) che ritardano l'inizio della prima serata alle 21,30. Per fortuna (o per disgrazia) non ci sono quasi più film, tranne che nelle reti digitali e satellitari, per cui il problema di andare a letto tardi per vedere come va a finire non si pone proprio. Il problema che si presenta è un altro: la saturazione che coglie anche il telespettatore di buona volontà (come la sottoscritta) che dopo aver visto il ghigno di Belpietro per tutta la settimana, si alza dalla poltrona, e di botto, riconquista il silenzio. Niente più urla, voci che si sovrappongono, conduttori che si barcamenano più o meno abilmente (do la palma a Floris), solo quiete e silenzio. Per un po' ... perché quando sei entrato in questa spirale è difficile uscirne, quando arrivi a cercare disperatamente una cassetta per registrare uno dei programmi succitati perché grazie al cielo hai un impegno fuori casa, vuol dire che ormai è tardi ... però ieri sera mi sono vista Voyager, in barba alla D'Amico. Voi andate a mangiare una pizza o al cinema, invece di stare davanti alla tv.'.

P.S.
Mi sono accorta di non aver citato Bruno Vespa: me sono proprio dimenticata, scusate ...


Fonte articolo 'Il Filo di Ariadne'
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Il silenzio è d’oro di Marco Travaglio

Fosse per noi, il gossip sarebbe vietato da un pezzo. Non si vede perché uno non possa andare a cena o a letto con chi gli pare senza ritrovarsi “giornalisti” e paparazzi alle calcagna e finire in edicola. Lo stesso vale per i politici, salvo per quelli che sfilano al Family Day e poi hanno tre o quattro famiglie o fanno le leggi per arrestare prostitute e clienti e poi frequentano prostitute. Dunque, all’alba del nuovo sexy-scandalo di B., precisiamo subito che il gossip non interessa né deve interessare a nessuno: B. è libero di ricevere a casa sua tutte le ragazze che vuole e farci quello che vuole, purché le interessate siano d’accordo. E, ovviamente, a patto che non vengano commessi reati e che B. non si renda ricattabile. Le due faccende, fra l’altro, sono collegate: se uno commette reati, ma anche comportamenti moralmente o politicamente indecenti, chi li conosce lo tiene sotto scacco e può chiedergli di tutto per monetizzare il proprio silenzio. È proprio questo il caso di B., e non solo per le rivelazioni della minorenne marocchina Ruby. Sono almeno trent’anni che B. è ricattato. In principio, per cose di mafia. Nel 1998, intercettato al telefono con l’immobiliarista Renato Della Valle, B. confida: “Devo mandare i miei figli in America, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta... Mi è capitato altre volte, dieci anni fa e... sono ritornati fuori... mi han detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo... Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Nel marzo '94, mentre lui diventa presidente del Consiglio, il consulente Ezio Cartotto assiste a uno sfogo di Dell’Utri: “Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io...”. Poi il pizzino attribuito a Provenzano e rielaborato da Vito Ciancimino, che minacciava di “uscire dal mio riserbo che dura da anni” e cominciare a parlare, se non fossero stati risolti i problemi giudiziari suoi e degli amici degli amici e se B. non avesse “messo a disposizione una delle sue reti tv” per la bisogna. Negli ultimi anni, oltre ai messaggi di radio-carcere (“Iddu pensa solo a Iddu...”) e dal clan Graviano (“se non si muove nulla per noi, dobbiamo iniziare a parlare”), c’è l’avvocato Mills che incassa 600 mila dollari per non dire tutto quel che sa su “Mr. B”. E poi le ragazze. Orde di signorine che han fatto e visto qualcosa che riguarda B. e potrebbero raccontarlo al migliore offerente. B. chiama disperato Saccà perché ne sistemi una mezza dozzina a Raifiction: una in particolare, “Antonella Troise, sta diventando pericolosa”. S’è messa a parlare. Quando escono le prime intercettazioni, due estati fa, B. prepara addirittura un decreto urgentissimo pur di bloccare le altre, poi distrutte dai giudici di Roma. E ancora il ricatto minacciato da un agente del Sisde, marito di Virginia Sanjust, la giovane annunciatrice tv che, secondo i giudici di Roma, aveva “intrecciato una stretta relazione” sentimentale con B. E la strana familiarità di B. con i genitori della minorenne Noemi Letizia, che lo convocano alla festa per i 18 anni della ragazza e lui vola immantinente a Casoria. Avrebbe potuto ricattarlo pure la D’Addario, con tutto quel che sa e ha registrato sulle notti brave a Palazzo Grazioli, ma per sua fortuna non lo fece e raccontò tutto ai giudici. E il sindaco di Pontecagnano, Ernesto Sica, che minaccia di raccontare la compravendita di senatori del 2007 per far cadere Prodi, ma si cuce la bocca e, come per incanto, diventa assessore regionale. E Fabrizio Favata, che porta l’intercettatore Raffaelli da Paolo e Silvio B. col pacco dono della telefonata Fassino-Consorte, poi tenta di spillare soldi ai due fratelli in cambio del suo silenzio. La domanda, che non c’entra nulla col gossip e molto con la politica, è semplice: quante altre persone sono in grado di ricattare B.? E fino a quando ci faremo governare da un premier ricattabile?

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Lodo Al Bunga di Marco Travaglio

mercoledì 27 ottobre 2010

RAPPORTO CORRUZIONE - Peggio del Ruanda, Italia maneggiona al 67esimo posto di Daniela Preziosi

(vignetta EbEr Album)
Mai così in basso dal 1997 e dal post-Tangentopoli. Ieri l’organizzazione Transparency Internationl, un
network di oltre 90 associazioni nazionali con sede a Berlino, ha pubblicato la graduatoria dei paesi in base all’indice di percezione della corruzione nella pubblica amministrazione. Per l’Italia è un disastro. Siamo piombati dal 63esimo posto del 2009, che pure non era un bel risultato, al 67esimo posto del 2010, dopo il Ruanda, sui 178 paesi passati in esame. E non è una battuta captata in un’intercettazione telefonica fra dirigenti Rai, come pure sembra: il paese africano funestato dal genocidio negli anni in cui l’Italia lavorava il pool di Mani pulite, oggi è meno corrotto di noi. In testa alla graduatoria, a pari merito, Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore, seguite da Finlandia, Svezia e Canada. Fanalini di coda Afghanistan, Myammar e Somalia.
La notizia provoca qualche reazione politica, ma a onor di cronaca non l’esplosione del dibattito. Per Massimo Donadi dell’Idv si tratta dell’ennesima bocciatura internazionale per Berlusconi, e intanto «il ddl anticorruzione del governo non è ancora stato approvato». Ma quel ddl non serve a un granché, secondo il Pd, perché «inasprire le sanzioni non serve a nulla» secondo Andrea Orlando, responsabile giustizia Pd. «In Italia da un lato si è verificato uno smantellamento sostanziale di una serie di controlli, dall’altro continua ad esserci il problema della selezione della classe dirigente e politica». Evasive le reazioni di parte governativa, e perfino la filiale italiana dell’organizzazione fa un commento che suona giustificatorio.
L’indice di Ti misura infatti la percezione della corruzione che manager, imprenditori, uomini d’affari e analisti politici si fanno di un determinato paese soprattutto sulla base di notizie dei media. Per Ti Italia dunque il pessimo piazzamento del nostro paese «non sorprende più di tanto in considerazione di dodicimesi passati caratterizzati dal riemergere di fatti corruttivi, o sospettati tali, e che ha visto coinvolti sia funzionari che esponenti politici di ogni schieramento». «Sorprende invece il commento di Ti Italia», è la reazione di Alberto Vannucci, docente di Scienze politiche all’università di Pisa e studioso dei fenomeni della corruzione in Italia. «Il governo mette molta enfasi su provvedimenti a carattere simbolico, come
l’istituzione di un alto commissariato, che dovrebbe essere un’autorità indipendente e invece è affidata alle dirette dipendenze del potere politico. O la stesura di una
legge che inasprisce le sanzioni tralasciando un fatto decisivo: la maggior parte dei reati di questo campo finisce in prescrizione
».



Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Balla che ti passa di Marco Travaglio

Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l'una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso. Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi. A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno. Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa). Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso. Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.

fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Lodo di madre ignota di Marco Travaglio




Silvio, alzati e cammina di Alessandro Robecchi




Todo lodo di Marco Travaglio


martedì 26 ottobre 2010

Landini: 'Le bugie e i silenzi di Marchionne' intervista di Loris Campetti

(vignetta Mauro Biani)
Se Marchionne è un metalmeccanico tu cosa sei, un finanziere? Un rentier? Ride Maurizio Landini,travolto in un vortice di riunioni sindacali, trattative, assemblee, talk show: «È vero, è un metalmeccanico. Anzi è 435 metalmeccanici, visto che guadagna 435 volte più di ciascuno di loro».
Landini riesce a trasmettere messaggi positivi e credibili perché, per dirla con Gramsci, è «in connessione sentimentale con il suo popolo». Ma il suo dna lo mette in sicurezza: il segretario generale della Fiom è innanzi tutto un operaio.
Marchionne è andato in tv e ha detto a Fabio Fazio che lui è un metalmeccanico e l’idea di «scendere in politica» non gli passa per l'anticamera del cervello. E a Landini, così corteggiato dalla sinistra? Altra risata: «La mia esperienza è di sindacalista, altro non mi interessa. Sulla politica posso solo esprimere la speranza che i partiti ricomincino a occuparsi di lavoro, sempre che vogliano rappresentare chi lavora. Sta in questa lacuna che dura da troppo tempo la prima ragione della crisidella sinistra». Il segretario risponde punto per unto alle considerazioni di Marchionne: «Il suo non era un messaggio forte. È segno di debolezza dire bugie sulle condizioni di lavoro, sugli accordi e tacere sui contenuti, sul piano industriale, sugli investimenti che non partono e i nuovi modelli che slittano al 2012».

Landini, come valuti l'intervista di Marchionne a «Che tempo che fa?
Marchionne ha detto cose inesatte sulle condizioni di lavoro, sugli accordi, sull'assentesismo e sulla produttività. Non è vero che a Mirafiori esista un accordo che riduce la pause da 40 a 30 minuti: le pause sono tre, rispettivamente da 15, 15 e 10 minuti per un totale di 40 minuti. Non è vero che dall'Italia non viene un euro – o un dollaro, se preferisce – di utili perché Ferrari fa utili, così come Iveco, Cnh, Sevel. Dal grosso dell'auto non vengono utili e neanche fatturato, perché a farla da padrona è la cassa integrazione. Non è vero che l'assenteismo è alto a Pomigliano, in pochi anni è sceso al 3,7%. Come fa a dire che Melfi non è produttiva, se fino a pochi mesi fa la si presentava al mondo e agli Usa come fiore all'occhiello della Fiat? Poi c'è quel che Marchionne non ha detto: nulla sui nuovi modelli, nulla sui tempi, nulla sui progetti e sugli investimenti.
Tu la butti in politica, mentre Marchionne ha detto che la Fiom in Fiat non conta niente, non più del 12%.
Degli iscritti, non dei sindacalizzati. Se fossimo ininfluenti, che problema ci sarebbe? Marchionne potrebbe andare avanti tranquillo. Ma non è così: tra i lavoratori, a Pomigliano come in tutti gli altri stabilimenti, c'è una grande preoccupazione, un dissenso forte contro un modello produttivo basato sullo scambio tra lavoro – solo ipotetico – e diritti certi. Nessun investimento è partito, neanche un euro è stato speso in Italia e i nuovi prodotti sono in grave ritardo. La Fiat sta perdendo vendite più degli altri, riduce la sua quota in Italia e in Europa. Gli altri produttori investono su ricerca e nuovi modelli, ciò significa che quando anche ripartisse la domanda la Fiat si troverebbe ancora in difficoltà. Altro che triplicare la produzione in Italia. Se aspetti tempi migliori per investire sei bell'e finito. E la cosa di cui Marchionne si vanta, che non ci sia alcun intervento pubblico sull'auto, e penso soprattutto alla ricerca su prodotti socialmente ed ecologicamente compatibili,non è un pregio ma un problema. Tutti gli altri stati stanno investendo,Obama docet.
Cosa vuole la Fiat: abbandonare l'Italia, perché sotto sotto Marchionne si aspettava un rifiuto da parte di tutti i sindacati del piano impresentabile di Pomigliano? Oppure vuole solo la firma, la complicità, della Fiom?
Marchionne sa che senza consenso di tutti i sindacati e della maggioranza dei lavoratori non si governa. A Pomigliano ha tentato di imporre un sistema senza vincoli per competere al ribasso. Ora le cose non funzionano e sa che il problema principale non è la Fiom, ma la sua stessa politica. Marchionne è molto preso negli Usa con la Chrysle e fa lo spin-off separando l'auto dal resto della Fiat, dalla parte cioè cheha sostenuto i suoi bilanci. Temo un depotenziamento dell'auto in Italia con l'obiettivo di trasformare la Fiat-Chrysler in Chrysler-Fiat. Perciò
dà per fatta la chiusura di Termini Imerese e magari a seguire quella di altri stabilimenti italiani. Per noi la partita Termini è completamente aperta.
Ma insomma, la volete riaprire o no una trattativa con la Fiat?
Fosse dipeso da noi non l’avremmo mai chiusa. Vogliamo trattare,discutere le scelte di politica industriale, i modelli, gli stabilimenti, l’occupazione. Anche l’organizzazione del lavoro, ma non a prescindere. Non sotto ricatto «o stai alle mie regole o chiudo tutto e chi s’è visto s’è visto». Se faranno la Newco costringendo i lavoratori a firmare le sue clausole incostituzionali prima della riassunzione, saranno responsabili di una clamorosa violazione delle regole democratiche.
Fim e Uilm sono in imbarazzo di fronte all’ennesimo schiaffo di Marchionne a cui hanno firmato una cambiale in bianco. Cosa diresti loro?
Avete abbandonato una posizione unitaria invece di andare avanti insieme per raggiungere un accordo migliore, rispettoso dei lavoratori e delle leggi. Ora valutate quel che accade: Marchionne scarica anche su di voi responsabilità che sono sue. Ripartiamo dai lavoratori, restituiamo la parola e le decisioni agli interessati, facciamoci dare un mandato a trattare con la Fiat. La strada degli accordi separati e delle deroghe ai contratti non porta da nessuna parte.Né fa bene alla Fiat.
La Fiat sta perdendo tutte le cause.
In pochi giorni si è presa due condanne per anti sindacalità, a Melfi e Torino. È una buona notizia che l’impiegato licenziato a Mirafiori abbia ripreso il suo lavoro. Ma a Melfi i tre licenziati sono fuori. Se Marchionne cerca il confronto dovrebbe far prevalere il buonsenso sulla prepotenza.
Il 16 c’è stata una grandissima manifestazione promossa dalla Fiom con al centro i diritti che ha coagulato il consenso e la partecipazione di ampi strati di popolazione. È stata una meta o l'avvio di un cammino comune?
Il 16 c'è stata una grande novità, anzi due. Il lavoro ha riconquistato una giusta visibilità e ha avuto la capacità di unire studenti, precari, movimenti, soggetti sociali sofferenti, migranti su un'idea diversa di società. Da piazza San Giovanni si sono alzate molte domande a cui dobbiamo rispondere.
Come Fiom lo faremo in fabbrica, difendendo l'occupazione, la condizione e i diritti dei lavoratori. Più in generale penso che la Cgil debba assumere la domanda di cambiamento e costruire un percorso che, attraverso la manifestazione
del 25 novembre, arrivi alla proclamazione dello sciopero generale. Rimandando al mittente l'idea della Confindustria che in nome della produttività vorrebbe cancellare tutto, contrattazione e diritti. È una ricetta sbagliata,nessun confronto può ripartire senza riconosce pari dignità al lavoro e alle imprese.
La Cgil ha colto questo messaggio, della piazza e della Fiom?
Emerge la volontà di riflettere, ma serve più coraggio: lo sciopero generale va deciso ora e deve effettuarsi in tempi utili a produrre risultati.
Che vuol dire in tempi utili?
Vuol dire entro l'anno. La seconda cosa che mi aspetto dalla Cgil è che faccia propria fino in fondo la battaglia per la democrazia nei luoghi di lavoro: ogni piattaforma e ogni accordo, per avere valore devono essere discussi e votati dai lavoratori.
Guido Viale ha scritto sul manifesto una lettera aperta alla Fiom per proporre un'alternativa all'auto e al modello di basato sulla mobilità individuale a quattro ruote. Cosa rispondi?
Viale affronta un tema importante che richiede cautela. Sono convinto anch'io che la pura estensione del modello attuale, ammesso che sia praticabile, provocherebbe un disastro di proporzioni globali. Il prodotto su cui incentrare ricerche e battaglie non può più essere semplicenente l'automa la mobilità. Ciò premesso, sai quante persone lavorano alla costruzione di automobili nel mondo? 12 milioni. Allora parliamo di quali vetture costruire, di quali propulsori, di elettricità,
dunque di ricerca e innovazione. Insieme alla costruzione di un nuovo modello di mobilità dobbiamo creare alternative occupazionali certe per chi oggi assembla carrozzerie e motori. Solo da una discussione concreta può partire la costruzione di un nuovo modello di sviluppo.

Fonte intervista 'Il Manifesto'
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Noi e il Pd di Marco Travaglio

L’abbonato Savino A. ci scrive: “Sono un ‘vecchio’ iscritto al Pci e a tutte le forme di partito seguite alla sua trasformazione. Sono due anni che non rinnovo la tessera. Non perché sono in disaccordo, ma perché sul mio territorio non ho più riferimenti di sezione. Vorrei sapere perché Travaglio e Telese trovano sempre un motivo per attaccare i vertici Pd. Per voi è meglio il populismo di Di Pietro, che poi in piazza porta pochissima gente? Il Popolo viola è composto maggiormente da persone che votano Pd. E Beppe Grillo cosa fa per le fabbriche che perdono lavoratori e chiudono andando all’estero? Cerca solo di creare scontento verso il maggior partito di opposizione per rubare voti. Abbiamo cavalcato la ‘simpatia’ per Fini, ma alla fine cosa ha fatto? Ho 63 anni e la licenza di avviamento industriale, sono un ‘povero autodidatta’ e come ex tipografo la curiosità dello scritto l’ho sempre avuta. Conosco Massimo Fini dai tempi di Linus, Chierici quando stava su altri periodici, altri li ho visti crescere giornalisticamente, non sempre d’accordo su ciò che scrivevano e scrivono, ma li ho sempre letti con attenzione, ma perché Travaglio odia il Pd?”. Caro signor Savino, è vero: critichiamo spesso e volentieri il Pd. Significa che lo “odiamo”? Non direi. Anzitutto sappiamo distinguere questa classe dirigente decrepita del Pd, che da trent’anni esibisce sempre le stesse facce e si trascina dietro errori madornali (mai una legge antitrust, mai una legge sul conflitto d’interessi, mai una legge che facesse funzionare la giustizia...), da una base di milioni di elettori che meriterebbero di meglio. E poi il Fatto ha una linea politica semplice e chiara: la Costituzione. Apprezziamo ed elogiamo chiunque la difende e si batte per attuarla fino in fondo, a sinistra e a destra (compresi, quando lo fanno, Grillo, Di Pietro e Fini, senza il quale il “processo breve” e il bavaglio sulle intercettazioni sarebbero legge). Detestiamo e critichiamo chi la calpesta e la sfigura, con parole, opere e “riforme”, a destra e a sinistra. Sarebbe bello poter dire che gli attacchi alla Costituzione vengono solo da destra, ma non è così. Ricorda la Bicamerale, che trattava la Costituzione come un ferrovecchio e voleva riscriverne tutta la seconda parte? La presiedeva l’allora leader Ds D’Alema, tuttoggi azionista di maggioranza del Pd. Non ha cambiato idea. E nemmeno Violante, responsabile Pd per le riforme: dopo aver suggerito al Pdl varie schifezze che attentano all’indipendenza della magistratura, è stato invitato come docente alla scuola quadri del Pdl e, naturalmente, ha accettato. Quando, ad Annozero, il segretario Bersani si è impegnato a difendere “la Costituzione più bella del mondo”, ho scritto un articolo intitolato “Elogio di Bersani”. Mi auguravo che avvertisse Violante che la Costituzione va bene così. Invece Violante ha seguitato a fare il suggeritore di Alfano, consigliandogli porcate che non erano venute in mente neppure ai berluscones. E Bersani zitto. Ora Alfano presenta la controriforma costituzionale della magistratura e sottolinea che è copiata dalla “bozza Boato” della Bicamerale, approvata nel ‘98 da tutti i partiti – eccetto Rifondazione – quando la maggioranza l’aveva il centrosinistra: separazione di fatto delle carriere di pm e giudici, sdoppiamento del Csm, priorità sui reati da perseguire e da trascurare decise dal Parlamento, nuovi poteri di interferenza del Guardasigilli nell’indipendenza dei magistrati. Se quella bozza non entrò nella Costituzione, fu solo grazie a B., che rovesciò il tavolo perché pretendeva pure l’amnistia (fu poi accontentato nel 2006 con l’indulto). Ora la ripropone pari pari. Con quale faccia il Pd, guidato da quasi tutti i dirigenti Ds e Ppi che approvarono la controriforma in Bicamerale, può opporsi credibilmente alla controriforma Alfano che ne è la fotocopia? Quando il Pd si darà una nuova classe dirigente immune dagli inciuci degli ultimi 16 anni e s’impegnerà a non ricascarci, saremo felici di credergli. E, se manterrà le promesse, di elogiarlo.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Elogio di Bersani di Marco Travaglio





Pd, Partito Desaparecido di Marco Travaglio





Caro Bersani: "Esitare va benissimo se poi fai quello che devi fare"...lettera aperta al segretario del PD di Guido Paniccia






Sinistra in campo di Norma Rangeri

lunedì 25 ottobre 2010

Affari tra Berlusconi e il Ticino: da Lugano i primi soldi dell'impero di Mauro Spignesi

Prima di lui qui arrivò il padre Luigi, direttore della piccola banca Rasini di Milano. Che a Lugano si fece molti amici. E così l'area che va da piazza Riforma a via Nassa sino a corso Elvezia, anche per Silvio Berlusconi diventò familiare. Tanto che nel 1963, quando a 27 anni decise di diventare imprenditore ottenne da Lugano i soldi che andarono ad aggiungersi a un prestito dei genitori.
Il primo insediamento edilizio è a Brugherio. La società che gestisce l'operazione ha un socio operativo: la Finanzierungesellschaft, rappresentata dall'avvocato ticinese Renzo Rezzonico. L'inizio della lunga storia, che lega l'attuale premier italiano al Ticino, è questo. L'ultimo capitolo gira attorno a una holding che ha realizzato ad Antigua, paradiso caraibico, una serie di ville extralusso. Alcune acquistate da Berlusconi con un investimento di 22 milioni di euro versati alla Banca Arner, che dalla filiale di Milano li ha spostati in quella di Lugano. "Azionista di riferimento", della Kappomar, che ha curato l'operazione, è l'avvocato ticinese Carlo Postizzi, tirato in ballo dalla trasmissione italiana Report. Che c'entra l'ex pretore di Bellinzona? Raggiunto da Il Caffè, per spiegare la sua posizione, Postizzi dice di non voler parlare, "non ho letto i giornali e non ho nulla da aggiungere". In un comunicato ai giornali italiani il legale spiega che l'operazione è avvenuta alla luce del sole, e che quanto pagato da Berlusconi è stato regolarmente contabilizzato a bilancio del gruppo Emerald (controllato dalla Kappomar).
Fra il primo e il secondo capitolo di questa lunga storia, si naviga tra conferme, documenti ufficiali e leggende. E parecchi riferimenti al Ticino. Perché l'astro nascente di quella che diventerà la "Milano da bere", dopo Brugherio comincia a pensare al secondo insediamento della sua carriera: "Milano 2". E acquista da un conte 712 mila metri quadri vicino a Segrate. L'operazione si conclude nel 1979, e porta alla costruzione di 2500 appartamenti per 10 mila persone. Una parte dei capitali viene nuovamente da Lugano, ancora da società rappresentate da Rezzonico.
Il nome del premier italiano ritorna quando scoppiano le grane di banca Arner, dove ha il conto numero 1. Fondata nel 1994 da Paolo Del Bue, Nicola Brevetti e altri imprenditori e banchieri, ha sede principale a Lugano, in piazza Manzoni. A seguito di irregolarità, la Banca d'Italia commissaria l'istituto, che dopo 18 mesi di controlli riprende l'attività nella sua filiale italiana. Ma torna alla ribalta con la storia delle ville di Antigua, perché Berlusconi usa la banca - dove lavorano dirigenti legati alla Fininvest - appunto per spostare i soldi del pagamento.
Sempre nel 1994 la Fininvest service di Lugano, costola di quella di Milano, viene coinvolta in una indagine. La procuratrice Carla del Ponte ordina perquisizioni in uffici e fiduciarie in assistenza giuridica con l'Italia. Una parte della documentazione finisce nel fascicolo All Iberian, sulla compravendita di diritti televisivi. Negli anni arrivano altre rogatorie, stavolta per il processo Sme, dove l'accusa era corruzione, e Berlusconi ne esce tra assoluzioni e prescrizione. La Svizzera rispunta nell'inchiesta, arenata in Italia da lodi e ricorsi, su presunti fondi in nero all'estero di società legate a Silvio Berlusconi. Il magistrato italiano Fabio De Pasquale scopre diversi conti. Uno intestato al produttore tv americano Frank Agrama: un deposito da 100 milioni della sua Wiltshire Trading, nell'ottobre 2005 viene sequestrato (ha scritto il giornale italiano Repubblica) nella sede di Ubs a Lugano. Un'altra inchiesta, stavolta per una discussa sopravalutazione di diritti per film televisivi (dal 1992 al 1999), coinvolge quattro manager Mediaset. L'ipotesi d'accusa è riciclaggio e un filone dell'inchiesta è a Berna, dove la procura federale congela 150 milioni di franchi.

Fonte articolo 'Il Caffé'
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domenica 24 ottobre 2010

Silvio, alzati e cammina di Alessandro Robecchi

(vignetta bandanax)
Dopotutto dei miracoli non sappiamo niente. Vai a sapere se Lazzaro dopo essersi alzato e aver camminato come da copione, non sia cascato in un pozzo morendo stecchito sul colpo. Hai voglia a fare un altro miracolo: Lazzaro, porca miseria, rialzati e ricammina, che figura mi fai fare! In effetti credevamo che nei miracoli fosse sempre, come si dice, “buona la prima”: se tu trasformi l’acqua in vino è miracolo; se dopo un po’ il vino torna acqua è frode alimentare e i fedeli perdono la pazienza. Un po’ come i sindaci Pdl dell’area vesuviana, costretti a inveire contro Silvio perché il miracolo era una truffa. Dunque un nuovo evento portentoso in Campania sulla questione rifiuti pare poco credibile, anche se Berlusconi lo ha annunciato in dieci giorni (a oggi, sono otto). Se il vino torna ad essere acqua, insomma, succedono due cose: la prima è che ai miracoli di Silvio non ci crede più nessuno, la seconda è che ci chi ha creduto la prima volta fa la figura del cretino. Un caro pensiero va a quei commentatori, corsivisti, politologi, terzisti, vergatori di editoriali e opinion-makers, in gran parte dipendenti del gran Visir, che avevano cantano gli osanna e gli alleluia a Silvio salvatore che ci libera dalla monnezza. Noi, qui, piccini piccini, lo avevamo detto: trasformare con la sola imposizione dei manganelli le discariche in siti militari non è paranormale, è soltanto paraculo.
Niente: l’apoteosi del Silvio trionfante di efficienza bertolasa apparve vincente, e noialtri, invece, i soliti guastafeste livorosi. Oggi apprendiamo che un altro miracolo è in lavorazione. Sarà lubrificato da un po’ di soldi (14 milioni per Terzigno), tanto per far digerire alla popolazione, con qualche giardinetto e due panchine, che lì si prende la leucemia molto più che altrove. Ah, averci pensato prima! Lazzaro, alzati e cammina. Se non ti alzi ti picchio come un tamburo. Se ti alzi ti regalo qualche soldo. Bene, fatto, deciso. Ora sediamoci qui e vediamo chi sono i fessi che credono ancora.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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BERTOLASO - San Guido, facce ’o miracolo. L’ultimo.

Lodo di madre ignota di Marco Travaglio

(vignetta Giannelli)
Dunque la legge Al Nano che salva dalla galera il Nano non l’ha chiesta il Nano. Lo dice il Nano: “Mai reclamato alcuna forma di tutela. Il mio partito ha presentato un disegno di legge che sospende i processi al capo dello Stato e al presidente del Consiglio e che esiste in molti paesi”. Ovviamente lo dice a un giornale tedesco: la balla è talmente enorme che perfino in Italia se le berrebbe solo uno squilibrato. Infatti Sallusti scrive sul Giornale che il niet di Napolitano ha “l’obiettivo politico” di fare di B. “l’unico leader al mondo a non avere il benché minimo scudo giudiziario”. A parte tutti gli altri leader al mondo e i 40 scudi che B. s’è fabbricato in 16 anni (anzi, che gli hanno fabbricato i suoi a sua insaputa e contro la sua volontà). B. lo disse già nel 1994 a proposito del primo, il decreto Biondi che vietava il carcere preventivo per corruzione: “Non l’ho fatto per me o per i miei, ma per un desiderio di giustizia”. Infatti, appena il decreto cadde per il dietrofront di Bossi e Fini, finirono dentro il fratello Paolo e i manager Fininvest che avevano corrotto la Guardia di Finanza. Bossi rivelò: “Biondi mi ha spiegato che B, allarmato dalla possibilità di un arresto del fratello Paolo, aveva esercitato una pressione enorme per il decreto”. Lo gnorri di Arcore ci riprovò nel 2002, quando i suoi, a tradimento, gli apparecchiarono la Cirami per traslocare i suoi processi da Milano a Brescia: “Non capisco la ragione di tanta urgenza in Parlamento per l’approvazione del legittimo sospetto”. Infatti la Cirami fu urgentemente varata in Senato e l’on. avv. Pecorella minacciò di riaprire la Camera a Ferragosto per approvarla subito anche lì. B. capì subito l’urgenza: “Il legittimo sospetto è una priorità per il governo”. Fatto. Il 17 giugno 2003, mentre il Parlamento votava a tappe forzate la porcata Schifani, B. volò al Tribunale di Milano per le dichiarazioni spontanee al processo Sme e, andandosene, giurò: “Garantisco che tornerò il 25 giugno, se non ci saranno fatti estranei (la porcata Schifani, ndr) che in questo momento si stanno discutendo e a cui io non ho dato parere positivo, ma c’è stata insistenza su questo…”. Poi purtroppo l’“insistenza” dei suoi ebbe la meglio e il 23 giugno il Parlamento varò la porcata Schifani, così B. non potè tornare il 25 al processo perché non c’era più il processo. Ora la stessa “insistenza” produce la nuova porcata Al Fano. Ma lui – beninteso – è fermamente contrario. Infatti l’on. avv. Pecorella rivela al Corriere che non la fanno per lui, ma per il capo dello Stato che, “così come stanno adesso le cose, può essere processato, che so, per un vecchio abuso edilizio” e “questo può incidere sulla serenità dell’esercizio della carica”. A Napolitano non era mai venuto in mente di poter essere processato per un vecchio abuso edilizio, non avendo mai fatto abusi edilizi, né vecchi né nuovi. E sa bene che già oggi, per prassi consolidata, il capo dello Stato, per eventuali reati comuni, viene processato solo a fine mandato; mentre, per Costituzione, non è responsabile per reati connessi alle sue funzioni, eccetto l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione (per questi il Parlamento, con maggioranza di due terzi, lo mette in stato d’accusa dinanzi alla Consulta). Così fa sapere che la legge costituzionale è incostituzionale, visto che condiziona i processi al capo dello Stato per reati comuni a un voto parlamentare con maggioranza semplice: cioè gli regala una tutela più ampia di quella che avrebbe se facesse un colpo di Stato. Siccome Napolitano non ha mai pensato di fare un colpo di Stato, gli è venuto persino il dubbio che lo scudo Al Nano sia un modo gentile del Nano per candidarsi al Quirinale. In ogni caso ha tenuto a precisare che lo scudo a lui non serve. A quel punto pure B. ha detto che non serve nemmeno a lui. Più che un lodo, insomma, trattasi di figlio di madre ignota (da cui il romanesco “fijo de ‘na mignotta”). Tanto vale ritirarlo. Fatelo per lui.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Todo lodo di Marco Travaglio



Futuro e Impunità di Marco Travaglio