Libertà di pensiero è la "capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro" (Immanuel Kant)

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di 'Per quel che mi riguarda'

venerdì 31 dicembre 2010

Linguine alla puttanesca di Marco Travaglio

(vignetta Pillinini)
Sospeso per ferie il campionato di calcio, è in pieno svolgimento quello di lingua, essendo l’attività leccatoria lo sport più praticato in Italia, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. In pole position, grazie ai continui allenamenti e alla predisposizione naturale, la categoria giornalisti, specializzata nello slinguazzamento del padrone, preferibilmente proprio, ma anche altrui. Purché padrone di qualcuno o qualcosa. Chi pensasse che Marchionne, padrone della Fiat, attiri soltanto le bave dei cronisti de La Stampa e del Corriere e del Sole-24 ore, cioè dei giornali suoi, peccherebbe di ingenuità: il servo encomio al maglione più eccitante del mondo accomuna i giornali più venduti, dunque specializzati nella laude al padrone e, non contenti, nell’insulto ai pochi operai e sindacalisti che ancora osano resistere al carro del vincitore. “Sindacati venduti”, titola Libero (una testata, un ossimoro): ce l’avrà coi sindacati gialli che firmano qualunque pezzo di carta gli passi il divo Sergio, compresi gli scontrini della maglieria? No, ce l’ha con la Fiom: se non s’è ancora piegata ai diktat del padrone in un paese dove camminano quasi tutti a 90 gradi, dev’esserci qualcosa sotto, anzi qualcuno dietro. Il bello di Libero è proprio questo: lecca e striscia a 360 gradi. Sistemata la Fiat nel titolo principale, ecco l’editoriale di Nuzzi: “L’armata rossa dei giornalisti finiani (sic, ndr) spara su Belpietro”. Svolgimento: “Cercano di impallinare il nostro direttore Maurizio Belpietro che si è permesso di dare una notizia scomoda e inquietante: qualcuno potrebbe attentare alla vita di Fini” e, si badi bene, Belpietro “non l’ha pompata a titoli cubitali”, no: prudente e schivo com’è, l’ha soltanto “inserita in un articolo di fondo”, il più letto del giornale, “mettendo persino indirettamente in gioco la sua credibilità personale” (tanto non ha nulla da perdere). Com’è umano lei, Signor Direttore, slurp. Urge promozione di cotanta lingua. Ma non è finita. Centro pagina: “I giudici comandano anche al Tg1. Imposta per sentenza la mezzobusto Ferrario”. Leccata a Minzolingua (cioè al cubo). Richiamo in basso a destra: “Il genio di Moratti” (quel gran genio che spende 30 mila euro al giorno per un allenatore, poi lo caccia dopo sei mesi). Richiamo in basso a sinistra: “Piersilvio, un dvd con i suoi discorsi. Il regalo per farsi sentire da papà”. E qui, cari lettori, allontanate i minori perché si entra nell’hard core. La cronista di Libero, estasiata dal giovanotto dai “modi gentili” e dal “sicuro attaccamento alla famiglia” (infatti ne ha già tre o quattro), “un tipo semplice”, “pranza con mamma e papà”, “ascolta la musica rock con la figlia”, “va in palestra, cura il suo corpo come Silvio, si allena in superserie”, “legge libri di filosofia”, ”quando attraversa la strada con mamma o papà ha ancora l’impulso a tener loro la mano”, ha “vissuto ‘anni molto duri’”, insomma “un combattente”. E ora che ti fa, il combattente? “A Natale ha infiocchettato un regalo speciale per il suo papà: un dvd di 2 ore con un sunto dei suoi più splendidi e meglio riusciti discorsi in pubblico. E – attenzione - con ‘suoi’ intendiamo di Piersilvio”. Non solo “Dudi” tiene discorsi in pubblico, notizia già inquietante; ma, quel che è peggio, li ha regalati al Papi. Forse, auspica la pierlingua, “spera di convincere papà che ce la può fare” a “scendere i campo” anche lui. In fondo è “in odore di successione già da tempo”: ha pure un processo col Papi per frode fiscale. Insomma, è pronto. Ora il povero Silvio “guarderà il dvd, orgoglioso come un padre, per il resto si vedrà”. Mettetevi nei panni di quel pover’ometto: già costretto per dovere d’ufficio a sorbirsi i sermoni di Cicchitto, Gasparri, Capezzone, Bonaiuti, Schifani, ad accasciarsi esanime sulla sedia del Quirinale durante i moniti di Napolitano, ora gli toccano pure i discorsi di Pierdudi. Altro che partito dell’odio: certe sevizie sono vietate dalla convenzione di Ginevra. Abu Ghraib e Guantanamo, al confronto, sono Disneyland. Massima solidarietà al presidente del Consiglio.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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giovedì 30 dicembre 2010

Lo sbarco a Civitavecchia: Botte agli allevatori e alla Costituzione di Gaetano Azzariti

(vignetta Mauro Biani)
Nulla può giustificare quanto è avvenuto a Civitavecchia. Nessuna ragione d’ordine pubblico può aver legittimato l’intervento delle forze dell’ordine che hanno impedito a cittadini della nostra maltrattata Repubblica di esercitare i loro diritti costituzionali. La vicenda, riportata con rilievo solo da questo giornale, ha dell’incredibile: alcuni allevatori sardi sono stati «respinti» appena approdati sulla terraferma (scesi dal traghetto di linea e non da un canotto clandestino) per impedirgli di giungere a Roma ove avrebbero manifestato pacificamente, «dando vita a una conferenza stampa per spiegare le ragioni del malcontento».
In tal modo, in un colpo solo, si sono violati ben tre articoli della nostra costituzione, tre diritti fondamentali sono stati calpestati. Ogni cittadino può circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, scrive la nostra costituzione, ma ai pastori sardi ciò non è concesso. Tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, garantisce il più classico dei diritti di libertà collettiva, ma non se questo avviene nella capitale. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancisce la prima delle libertà borghesi, ma non se si vogliono spiegare le ragioni del proprio malcontento.
Sembra che l’intervento di polizia e carabinieri, che ha impedito l’esercizio delle tre libertà costituzionali di circolazione, di riunione e di manifestazione del pensiero, sia stato «giustificato» dal fatto che la manifestazione nella capitale non sarebbe stata autorizzata». Se la notizia fosse confermata si dimostrerebbe l’illegittimità dell’operazione delle forze dell’ordine. La nostra costituzione, infatti, esclude che si debbano «autorizzare» le riunioni che si svolgono in luoghi pubblici, stabilendo invece che di esse debba essere dato solo un preavviso (che la manifestazione degli allevatori fosse nota all’autorità è dimostrata dal fatto che si sia voluto impedirne lo svolgimento), mentre il divieto di manifestare può essere giustificato solo «per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica». Ma in questo caso vi è di più. A Civitavecchia, infatti, non si è «solo» vietato a un gruppo di cittadini di manifestare democraticamente, si è addirittura impedito di giungere nel luogo prescelto per esercitare il proprio diritto costituzionale. Si è intervenuti preventivamente con un atto d’autorità utilizzando la forza pubblica. Ciò rende implausibile qualunque pretesa di ordine pubblico. Il divieto, in caso, avrebbe potuto riguardare la manifestazione romana, semmai fossero sopraggiunti «comprovati motivi di sicurezza» che nessuna autorità ha peraltro ipotizzato, giammai poteva impedire a dei privati cittadini di giungere a destinazione. Ancora di più: gli allevatori avrebbero voluto svolgere nella capitale una conferenza stampa, ed è la prima volta che si ritiene di poter ostacolare in modo tanto esplicito e violento la possibilità di esprimere il proprio pensiero critico e il dissenso nei confronti della politica.
A questo punto bisogna chiedere conto di quanto è avvenuto. Chi ha autorizzato le forze dell’ordine non ha giustificazione e deve rispondere di un atto che si pone in evidente conflitto con i diritti garantiti dalla nostra legge fondamentale. Quanto è avvenuto a Civitavecchia deve preoccupare tutti perché segnala un ulteriore passo in direzione di un progressivo e sempre più inquietante regresso nella concezione dei diritti civili. Dagli «arresti preventivi» di Gasparri al «respingimento in banchina» di Civitavecchia. C’è da tremare. È necessario contrastare una cultura di governo e di gestione dell’ordine pubblico lontana dalla cultura di libertà e giustizia su cui si fonda la nostra democrazia
costituzionale.

fonte articolo 'Il Manifesto'
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Una Corte à la carte di Marco Travaglio

Dunque l’11 gennaio la Corte costituzionale deve decidere se la legge 51 del 7 aprile 2010 sul “legittimo impedimento” speciale per il premier e i ministri sia o no costituzionale. La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. L’art. 420-ter del Codice di procedura penale dice che il giudice, se accerta che l’imputato non può presenziare a un’udienza per “assoluta impossibilità” dovuta a “caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento”, rinvia l’udienza. La legge 51 dice che l’imputato premier o ministro è più uguale degli altri: con un certificato della segreteria di Palazzo Chigi può imporre al giudice di rinviare le udienze fino a 6 mesi (prorogabili due volte, per un massimo di 18), accampando imprecisati impedimenti dovuti alla “politica generale”, a “ogni attività coessenziale” alle funzioni di governo e addirittura all’”attività preparatoria”. Tutto e niente. Tanto il giudice non può verificare se l’impedimento c’è ed è legittimo: deve obbedire a un segretario della Presidenza del Consiglio, in barba alla Costituzione che vuole il giudice “soggetto soltanto alla legge”. Bastano queste poche note, oltre al parere di 999 costituzionalisti su 1000 (uno su mille ce la fa sempre a vendersi), per far comprendere a tutti, anche i più inesperti, che la legge è totalmente e palesemente e inequivocabilmente incostituzionale. Se la Consulta giudica in base al diritto, non c’è storia: accoglie delle tre eccezioni di incostituzionalità del Tribunale di Milano, rade al suolo la legge e B. torna imputato. Ma, da qualche tempo, la politica s’è infilata anche nel tempio dei giudici delle leggi. Ce l’ha fatto sapere il neopresidente Ugo De Siervo (nomen omen), quando ha incredibilmente spostato l’udienza sul legittimo impedimento dal 14 dicembre all’11 gennaio perché “il clima politico è troppo surriscaldato”. Cioè perché B., con l’avallo di Napolitano e dei presidenti delle Camere, aveva fissato la fiducia al governo proprio nel giorno in cui da tempo la Corte aveva fissato la fatidica udienza: il 14 dicembre. Così, anziché rivendicare la propria impermeabilità al clima politico e protestare contro lo sgarbo di governo e Parlamento, la Corte s’è scansata e se l’è data a gambe per non disturbare il manovratore. Il quale, per gratitudine, ha seguitato a insultarla, a minacciarla, a dipingerla come un covo di comunisti eversori, nel silenzio del Quirinale improvvisamente a corto di moniti. Ora che l’11 gennaio si avvicina, gli house organ di B. mettono in giro la voce che la giudice Saulle, “orientata verso il centrodestra”, sarebbe a letto con l’influenza: impedimento più che legittimo per giustificare l’ennesimo rinvio, magari al 25, o – meglio ancora – a mai. Il giudice Mazzella invece gode ottima salute: anziché starsene schiscio per far dimenticare la cenetta con B. e Alfano alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, scrive addirittura ai colleghi una lettera accorata per invitarli a dichiarare costituzionale la legge incostituzionale, perché – è il messaggio che piove ogni giorno sulla Consulta – ne va delle “sorti della legislatura e del Paese”. Intanto un giornalista molto introdotto al Quirinale anticipa il presunto orientamento del relatore Cassese (che finora s’è ben guardato dallo svelare ai colleghi il proprio orientamento): “sentenza interpretativa di rigetto”, cioè sì alla legge, ma riscritta in modo da affidare al giudice il potere di valutare di volta in volta gli impedimenti di B. Sarebbe una sentenza politica, oltreché una supersonica sciocchezza, perché questo già è previsto dal 420-ter Cpp e non c’è bisogno di ripeterlo con una nuova legge, che dunque dev’essere cassata e B. tornare imputato come un normale cittadino. Ma ciò che è normale per gli altri diventa maledettamente complicato quando c’è di mezzo B. Comunque vada l’11 gennaio, il fatto stesso che si discuta se una legge incostituzionale debba essere cancellata in toto, o solo in parte, o magari salvata ma reinterpretata, dimostra che ha già vinto lui.

Fonte articolo 'Il Fatto Qutidiano'
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Non disturbare il manovratore di Marco Travaglio

mercoledì 29 dicembre 2010

AMORALITÀ di Oliviero Beha

Quando si sente parlare di “questione morale” bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola “cultura”: metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una “questione morale” nell’Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nell’etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ieri l’altro allegato a “Repubblica”)?No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell’intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer segretario del più importante Partito Comunista dell’ occidente, definiva come “questione morale in politica “ abbinata al bisogno di “austerità nei consumi” è oggi diventata tutt’altra cosa. E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell’immoralità violante-minuscolo-dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di “questione amorale”: l’aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell’alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell’amoralità condivisa. Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc. Di Pietro sarà pure “dialetto e castigo”, parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievoca la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all’angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l’ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall’oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d’anni a questa parte? E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E’ andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di “ponti” elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero. Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all’illegalità e all’amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora. Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una “questione amorale” nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si “assalta” (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile. E’ il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c’è deontologia senza etica dei doveri, nell’amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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Su Belpietro iniziano a girare strane storie di Marco Travaglio

(vignetta vignette a satira)
Segnatevi questa data: 27 dicembre 2010. E questo scampolo di prosa: “Girano strane storie a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se ho deciso di riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato… Toccherà quindi ad altri accertare i fatti… Vero? Falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto…in cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla… Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi… Se invece è tutto falso, c’è da domandarsi perché le storie spuntano proprio ora”. L’autore Maurizio Belpietro, direttore di un giornale (si fa per dire: è “Libero”), inaugura una nuova frontiera: le notizie separate dai fatti, la cronaca medianica, l’informazione a cazzo, il giornalismo del “boh?”. Funziona alla grande: tre inchieste in altrettante procure, titoloni su tutti i tg e giornali (addirittura l’apertura su Repubblica: “Finto attentato a Fini, è scontro”), Belpietro tutto giulivo: “Ho fatto uno scoop, non potevo andare dal magistrato sennò mi leggevo la notizia su qualche altro giornale. Ma ho fatto un piacere a Fini, dovrebbe ringraziarmi”. Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo fare uno scoop e un piacere a Belpietro. Pertanto abbiamo deciso di pubblicare le strane storie che girano sul suo conto. Un’anziana medium reduce da una seduta spiritica ci ha raccontato che, consultando l’anima di un defunto di cui non ha ben capito il nome, ha appreso che Belpietro avrebbe da anni una relazione con un opossum, non si sa se maschio o femmina, ma più carino di lui. Vero? Falso? Boh. Riportiamo la notizia perché l’anonimo poltergeist non ha chiesto soldi in cambio delle sue rivelazioni e perché vogliamo fare un piacere a Belpietro. Un uomo incappucciato con un tanga, ma con impercettibile inflessione norvegese, ci ha consegnato un dossier fotografico che ritrae Belpietro travestito da talebano e intento a ricevere alcuni bazooka da Osama Bin Laden in una grotta del Pakistan. Mitomane? Ricattatore? Altro? Mah! Avremmo potuto verificare la notizia, ma non volevamo leggerla su qualche altro giornale. Meglio darla subito, poi Belpietro ci ringrazierà con comodo. Una signora di mezza età che indossava una pelle di giraffa e portava in testa un cotechino con lenticchie, ma non pareva affatto matta, ci ha riferito di avere le prove che i delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, Avetrana e via Gradoli sarebbero opera del noto serial killer Belpietro, socio occulto di Bruno Vespa che poi fanno a mezzo con i fornitori di plastici. Se lo scriviamo è perché, se è vero, c’è di che preoccuparsi; se invece è falso, c’è da domandarsi perché questa storia spunta proprio ora. Un licantropo travestito da Ciccio di Nonna Papera che parla soltanto il babilonese antico ci ha svelato, se abbiamo capito bene, che Belpietro sarebbe solito spalancare l’impermeabile nei giardinetti degli asili nido e sgranocchiare alcuni bambini con tanto di grembiulino per vincere i morsi della fame. Lo scriviamo per il bene di Belpietro, nella speranza che ci ringrazi. Un sedicente caposcorta ci ha confidato che qualche mese fa si inventò di avere sventato un attentato a un giornalista e poi, per renderlo più credibile, esplose alcuni colpi di pistola riuscendo a centrare, in mancanza dell’attentatore, il soffitto, il mancorrente della scala e un battiscopa; dopodiché il giornalista andò in tournèe in tutte le tv ad accusare la sinistra “partito dell’odio”; poi, quando la patacca stava per essere smascherata, accusò Fini di essersi organizzato un falso attentato per dare la colpa a Berlusconi. La notizia, diversamente dalle altre, ci pare talmente incredibile che abbiamo esitato fino all’ultimo a pubblicarla. Se ne diamo conto, è solo perché pare che sia vera.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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FELTRI-BELPIETRO, stile Libero di Alessandro Robecchi





Due direttori, tre padroni di Marco Travaglio

martedì 28 dicembre 2010

FELTRI-BELPIETRO, stile Libero di Alessandro Robecchi

(vignetta nonleggerloblog)
Di solito al lunedì il quotidiano Libero non esce. Ieri, però, Libero è uscito. Il motivo non è difficile da indovinare: la ricomposta coppia Feltri-Belpietro ha il problemino di strappare copie al Giornale (che invece al lunedì esce) in una entusiasmante gara di servilismo a chi la spara più grossa.
E così ieri Libero ne sparava due al prezzo di una. La prima: qualcuno vorrebbe attentare per finta alla vita di Gianfranco Fini, ferendolo e facendo ricadere la colpa su ambienti berlusconiani. Niente male. La seconda: una signora di Modena, di professione prostituta, nipote di un vecchio camerata (e non di Mubarak… dilettanti!), avrebbe fornito i suoi servigi in cambio di mille euro a «un tizio uguale in tutto e per tutto a Gianfranco Fini». Insomma, una doppietta. Fini che paga qualcuno per farsi sparare e intanto va a puttane manco fosse un Silvio qualsiasi è la cosa più vicina al bingo che si possa pensare dalle parti della redazione di Libero. Lasciamo naturalmente alla magistratura, ai lettori di fondi di caffè (e di Belpietro, che è peggio) e alle predizioni di Nostradamus l’arduo compito di dipanare la matassa, di separare l’invenzione dalla verità. Ci limiteremo qui a dire che il «metodo Boffo», già con successo sperimentato, ha una sua evoluzione: due intimidazioni al prezzo di una.
Boffo per Boffo per tre e quattordici, ed ecco la formula del cerchio magico per infangare un avversario politico, tal Fini Gianfranco, povera stella. Poi la magistratura farà il suo lavoro, le cose si perderanno per strada, l’oblio coprirà tutto, i testimoni si dilegueranno, Belpietro farà il suo sorrisino televisivo e chi si è visto si è visto: al fango si chiede presa rapida. Il linguaggio, che già conosciamo, è quello del manganello mediatico, dell’indiscrezione, del dico-e-nondico, dell’olio di ricino su carta. Insomma della merda sparsa con finta noncuranza e persino del birignao noto del nascondere la mano: non sarà una trappola per «intaccare la credibilità di Libero?», si chiede Belpietro, fingendo che ci sia davvero una credibilità da intaccare (a pensarci è la cosa più divertente di tutto l’editoriale).
Ora, naturalmente, non si può far finta di niente. La trovata pubblicitaria di Libero è così azzeccata che ieri un giornale che di solito al lunedì non esce era su tutti i siti di informazione e oggi su tutti i giornali (anche qui, come vedete, polli che siamo). Ma a guardare bene, l’operazione pubblicità è un po’maldestra. Su 32 pagine dell’edizione di ieri, infatti, cinque erano di pubblicità, e altre dodici fatte con vecchie prime pagine di Libero. Insomma, non c’era abbastanza materiale per andare in edicola con un numero vero, ma non si poteva perdere l’occasione per strappare qualche copia al diretto concorrente Sallusti. Davvero una guerra tra gentiluomini. Su cotanta torta, poi, una deliziosa ciliegina. Tra le vecchie pagine d’archivio pubblicate per far volume, anche quella di sabato 2 ottobre 2010, dove Belpietro racconta il terribile attentato da lui subito. Attentato-fantasma, peraltro.
Niente video delle telecamere, niente colpevoli, niente indiziati, indagini ferme,
mistero fitto, colpevole volatilizzato, polizia in imbarazzo, dubbi fondati che sia esistito davvero e bufala quasi certa. Povero Belpietro, che spavento. Forse è stato quel trauma a mettergli la fissa dei finti attentati. E per una volta siamo con lui: anche noi siamo un po’ preoccupati per la credibilità di Libero. Non vorremmo che, con la nuova linea degli scoop del lunedì, superasse Tiramolla. Sarebbe un delitto.


Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Due direttori, tre padroni di Marco Travaglio

Dalemoni colpisce ancora di Marco Travaglio

Siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, appena le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in imbarazzo B. si attendeva ad horas il soccorso rosso, anzi rosè, dell’inseparabile D’Alema, che tanto ha dato negli anni alla causa berlusconiana (i 20 milioni in nero presi da un imprenditore malavitoso, il pellegrinaggio a Mediaset “grande risorsa del Paese”, la Bicamerale, il ribaltone anti-Prodi, la “merchant bank” di Telecom, le bombe sulla Serbia, il “facci sognare” a Consorte che scalava Bnl, la Bicamerale a luci rosse di Giampi Tarantini). E infatti puntualmente è arrivato: alla vigilia di Natale, Wikileaks ha diffuso il cablo del 2008 con cui l’ex ambasciatore americano Spogli riferiva a Washington quel che gli aveva confidato Max nel luglio 2007: “La magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano”. Il tutto mentre B. ripeteva che la magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano. D’Alema ha risposto che l’ambasciatore l’ha “frainteso”, il che accade regolarmente anche a B. Per carità, può darsi che quel giorno del luglio 2008 D’Alema non abbia detto che la magistratura è una minaccia per lo Stato e che Spogli abbia frainteso anche lui (Max, come quasi tutti i ministri degli Esteri italiani, non parla inglese). Ma sarebbe molto strano, perché D’Alema ha sempre detto pubblicamente e privatamente che la magistratura è una minaccia per l’Italia. Quando indaga sui politici, s’intende. E non perché sia diventato comunista, ma perché è sempre stato comunista. E i comunisti non conoscono la divisione dei poteri: per loro esiste un solo potere, quello politico, anzi partitico. Ciò che va bene al partito va bene al Paese. Se la magistratura si fa gli affari suoi, ok. Ma se indaga sui politici, non va più bene. Nel 1993, in piena Tangentopoli, D’Alema definiva il pool Mani Pulite “il soviet di Milano”. Nel 1996, a cena con Flores d’Arcais (che lo raccontò al Corriere nel 2000), gli confidò che “tutta Mani pulite è stata fin dall’inizio un complotto contro il Pds. Borrelli, D’Ambrosio e Colombo si sono fatti subornare, strumentalizzare da quei reazionari di Davigo e Di Pietro”. Poi, in perfetta coerenza, da presidente della Bicamerale approvò la bozza Boato che pareva copiata dal Piano della P2: separazione le priorità delle Procure. Nel giugno 2007, quando la Procura di Milano e il gip Forleo trasmisero alla Camera – per chiedere l’autorizzazione a usarle – le intercettazioni di Consorte che parlava con lui, Fassino e Latorre della scalata illegale di Unipol a Bnl, D’Alema illustrò in varie interviste il suo pensiero. Breve antologia: “Che monnezza, che imbarbarimento... È uno schifo, la magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse l’abbiamo difesa troppo. Ma ora dobbiamo reagire... è una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati... io non vedo alcuna ragione di giustizia, dev’esserci dell’altro sotto... il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura... apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie... facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci del nostro sistema... questa gogna mediatica finisce per destabilizzare la politica... si vuole indebolire il sistema politico... scandalismo, uso illegittimo di materiali riservati, indagini illegali... siamo fuori dallo Stato di diritto... la Forleo fa saltare per aria il sistema democratico...”. Poi, grazie anche al soccorso azzurro, la Camera passò la patata bollente al Parlamento europeo che, destra e sinistra insieme, proibì ai giudici l’uso delle telefonate. Intanto il Csm silurava la Forleo. Ora, può darsi che D’Alema abbia detto a Spogli che era grato ai magistrati per le indagini su Unipol. Purtroppo però in pubblico disse il contrario. E si sa come son fatti quei sempliciotti degli americani: quando uno dice una cosa, pensano che l’abbia detta. Tanto il problema non è loro. D’Alema è tutto nostro.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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Arrestiamo le notizie di Marco Travaglio




Rossella O’Hara e Via col Mento di Marco Travaglio





Il Nano Beta di Marco Travaglio

lunedì 27 dicembre 2010

Dal Pd al Pdl, gli omaggi ci costano migliai di euro: iPad e gioielli a spese dello Stato la casta si fa i regali di di Natale di Carlo Tecce

Lettere smarrite dal Partito democratico: “Caro Babbo Natale, cara Anna Finocchiaro, dov'è finito il mio iPad 64 Gb da 800 euro?”. Un bel regalo natalizio – con i soldi pubblici – che concilia moda e tecnologia. Il dono pensato (e annunciato) dal capogruppo Finocchiaro piaceva a ciascuno dei 111 senatori, calmava le decine di correnti interne: ex comunisti, ex popolari, cattolici, agnostici e atei. Per evitare doppioni sotto l'albero e spese inutili di tasca propria, la Finocchiaro comunicava ai colleghi il lieto evento già il 26 ottobre scorso: “La Presidenza sta trattando con la Apple la fornitura dell'iPad 64 Gb per i membri del gruppo. Non siamo ancora in grado di indicarvi la data della consegna”. Però. “Abbiamo ritenuto utile avvisarvi di tale scelta in considerazione dell'approssimarsi delle festività natalizie”. È così che un partito è compatto, granitico, unico. Immune (mica tanto) a tentazioni e offerte di compravendite, salti di quaglie, rane pescatrici e mercati di vacche. Come spesso accade al Pd, all'improvviso tra le mani resta un pacco, vuoto.
La senatrice Mariapia Garavaglia conosce l'indecisione cronica del Pd: “Le polemiche avranno frenato la Finocchiaro . . .”. Natale è vicino, cercansi iPad: “A me non serve, l'ho comprato tempo fa ”. Quale omaggio per i 206 deputati democratici? “Al Senato sono più fortunati, sempre – scherza Franco Laratta – Per noi consigli di lettura: Indietro tutta, l'ultimo libro di Laura Boldrini”. La cultura nel Pd natalizio va forte. Il senatore Mario Gasbarri, sempre in forma epistolare (sarà un vezzo), distribuisce buoni acquisto per la Feltrinelli: “Da ritirare presso l'amministrazione ”. Il Pdl è davvero il partito del fare: promette, mantiene. Silvio Berlusconi ha spedito ai parlamentari centinaia di iPad e una cartolina di auguri. Il presidente del Consiglio ha pure insegnato ai suoi le fasi di stoccaggio per la spazzatura: raccolta, riciclo e conferimento.
Ha imparato bene la lezione un deputato milanese, fiero di sé: “Ho ritirato l'iPad, ma l'ho lasciato in auto per girarlo a un mio amico. Faccio un'ottima figura, no?”. Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini. Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull'unghia con i soldi(pubblici) a disposizione del partito. Il ministro (e coordinatore Pdl) Ignazio La Russa indica la strada ai colleghi con un navigatore satellitare, Mariastella Gelmini ha ordinato casse da sei bottiglie di spumante. Doni riservati ai funzionari lombardi del Pdl: anche un brindisi fa campagna elettorale. Ennesima dimostrazione di pluralismo di Futuro e Libertà: i finiani non osano fare un regalo, offrono a scelta un iPhone o un iPad. Tra chi entra e chi esce, molto sarà più chiaro studiando le preferenze di falchi e colombe.
Attenzione: nel Pdl circolano solo iPad. E i leghisti? Il deputato Davide Caparini fa la morale: “Non sprechiamo i soldi pubblici per oggetti inutili. Noi ci scambiamo, a nostre spese, prodotti tipici dei paesi padani: la senatrice Rosy Mauro compra biscotti fatti a mano”. Niente regali, i leghisti chiedono: “Caro Gesù bambino, per Natale vorrei l'approvazione del federalismo fiscale”, e il ministro Roberto Calderoli colora il suo bigliettino con i pastelli e disegna un'Italia capovolta. Non mancano mai per i leghisti cravatte e pochette rigorosamente verdi.
Marco Reguzzoni, capogruppo a Montecitorio, custodisce e dispensa con equilibrio pochi esemplari di pesche sciroppate limonate, frutto raro reperibile a stagioni alterne sul lago di Como. L'Italia dei Valori fa economia: una bottiglia di prosecco per la Camera, portafogli per il Senato. L'Udc di Pier Ferdinando Casini spende di più: gemelli d'argento per gli uomini, collane d'oro per le donne. E un cestino di leccornie : “Tortellini, mortadella, prosciutto...”, elenca il deputato Roberto Rao.
Ma il Natale sarà triste e avaro per decine e decine di parlamentari iscritti al Gruppo Misto. Nessuno avrà un regalino, un cotechino, un caciocavallo per chi ha sostenuto,con “alto senso di responsabilità nazionale”, il governo di Berlusconi: Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ex Idv, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Silvano Moffa ex Fli. E tanti, tantissimi soccorritori estemporanei che scontano con l’albero nudo il voto al governo del 14 dicembre.

Fonte articolo e vignetta 'Il Fatto Quotidiano'
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domenica 26 dicembre 2010

La rivolta del popolo della scuola di Lidia Ravera

(vignetta Mauro Biani)
Gli studenti di ogni ordine e grado, quelli che hanno già studiato e si sono laureati, addottorati, specializzati. I ricercatori, gli insegnanti. Perfino i presidi e i rettori. Tutti si sono mobilitati contro il decreto di legge del ministro Gelmini, molti si rifiutano di chiamarlo "riforma", dato che non riforma ma taglia (fondi e posti di lavoro), privatizza ed esclude, intervenendo con durezza implacabile sul già precario mondo dell'istruzione.
Si rivedono, dopo anni di comatoso silenzio e partecipazione virtuale, giovani corpi in corteo, nelle strade e nelle piazze. Davanti a Montecitorio, davanti alla sede della coalizione di governo ( Pdl), davanti al Palazzo dove il premier Silvio Berlusconi vive e organizza le sue seratine orgiastiche. È bello guardarli, gli studenti che invadono le città, da Torino a Pisa, da Roma a Messina.
E' bella la giovinezza ribelle, più bella della giovinezza rassegnata. Per chi, come me, ha trascorso fra cortei occupazioni riunioni e assemblee tutta l'adolescenza( il mai troppo chiosato sessantotto), c'è un senso di ripetizione eppure di sorpesa. La ripetizione è nei temi: noi lottavamo contro la scuola "di classe", per aprire le porte del sapere a tutti, anche ai figli degli operai. E di nuovo, oggi, i fratelli minori dei nostri figli, lottano perché l'istruzione superiore, a colpi di decreti di Gelmini, tornerebbe ad essere privilegio di pochi, di quelli che possono permettersela. La ripetizione è nei metodi: striscioni, slogan, cartelli, catene umane, cordoni, uova lanciate, manganellate ricevute. Lacrimogeni, passamontagna e limoni. Scappare. Tornare. Testardi, a prenderne altre, di botte. Col terrore che qualcuno si infiltri e faccia un danno apposta e mandi a ramengo tutta la civilissima protesta.
Tutto regolare, tutto come prima, ma c'è anche una variazione: salgono sui tetti, gli studenti in lotta, si arrampicano per scalette pericolanti, corteggiano il baratro, sfidano i cornicioni. Hanno imparato dagli operai, che, in Italia, sono stati, in questi mesi, costretti, per farsi notare, a salire sulle gru, a occupare carceri dismesse in isole deserte (l'Asinara,sede di un ex penitenziario duro, al largo della costa sarda), a digiunare, a occupare impalcature, a rischiare la vita. L'Italia, in 40 anni, è diventata più sorda, più distratta, più sciocca, più gaudente. I politici al potere sono sempre girati da un'altra parte.
Bisogna gridare, per farsi sentire. I giovani, finalmente,stanno gridando. È un buon segno. È soltanto così, che si può svecchiare la classe dirigente, in questo Paese giovanilista a parole e gerontocratico nei fatti. Prendere in mano il proprio destino, prendere coscienza. Unirsi, gli uni agli altri, in base alla propria miseria. 40 anni fa, si scandiva uno slogan: studenti/operai/ uniti nella lotta!. Era un pensiero gentile, nel nostro roseo comunismo, proporre, noi figli della borghesia torinese, un posto in piazza agli operai, un posto nelle nostre scuole occupate. I nostri destini erano diversi dai loro. Loro salariati, noi futura classe dirigente. Oggi non è più così.
Non c'è niente di volontaristico o ideologico, nell'unirsi degli studenti, dei ricercatori, dei borsisti senza borsa agli operai, agli immigrati, agli edili: precariato, disoccupazione, prospettive di povertà, stili di vita al risparmio sono un collante reale. Una condizione condivisa. E allora: tutti sui tetti. A rischiare per essere visti. Per salvarsi la vita.


Fonte articolo 'Il Caffé'
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link collegati:

Tornare giovane o diventare ministro? di Alessandro Robecchi





Quando mancano le parole di Marco Travaglio




Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato

Il 90% dei metalli rari è nelle mani di Pechino di Loretta Napoleoni

Questa settimana sono tornati alla ribalta i metalli rari. Il Dipartimento di energia statunitense ha infatti pubblicato un rapporto dettagliato sulla situazione mondiale che suggerisce la necessità di potenziare la ricerca e l'esplorazione in questo settore. Al momento la Cina produce più del 90% dei metalli rari, gode dunque di una solidissima posizione di monopolio. Tra questi ce ne sono cinque, in particolare, che gli americani definiscono strategici perchè nei prossimi decenni diventeranno sempre più importanti per l'economia mondiale: dysprosium, terbium, neodymium, europium and yttrium.
Il Dysprosium, ad esempio, aiuta a mantenere il magnetismo dei minerali anche ad altissime temperature. Questo minerale è reputato fondamentale per tutta l'industria dell'energia rinnovabile. Il 98% della produzione mondiale di Dysprosium proviene dalle miniere del sud della Cina ed i cinesi sono perfettamente coscienti del suo valore. Dal 2006 Pechino ha imposto una tassa del 25% sul Dysprosium e Terbium e del 15% sull'esportazione di altri metalli rari. Oggi giorno il costo di una libra di Dysprosium in Cina è 95 dollari mentre fuori ne costa 135. Questi differenziali giustificano la decisione di molte società che lavorano nel settore dell'energia rinnovabile di trasferire la produzione in Cina, un paese che ormai domina il paesaggio dell'energia rinnovabile. Dalle lampadine al neon fino alle macchine elettriche ed alle gigantesche turbine eoliche, Pechino è al centro di una nuova industria che potrebbe rivoluzionare l'utilizzo energetico dell'intero pianeta.
A detta degli americani le restrizioni all'esportazione dei metalli rari imposte dai cinesi negli ultimi anni hanno aggiunto circa 40 dollari al costo di ogni libbra di questi prodotti venduta fuori della Cina. A detta degli americani questi differenziali di prezzo sono alla base del successo Cinese in quest'industria. È però anche vero che il basso costo della manodopera cinese rispetto a quella occidentale, i problemi di ambiente relazionati all'estrazione di questi minerali in occidente - le miniere tedesche ed americane sono state chiuse dieci anni fa -, l'ampia ricerca in questo settore e le generose sovvenzioni governative offerte dal governo cinese fanno della Cina il luogo ideale per un'industria innovativa come quella dell'energia rinnovabile. L'appello americano non ha suscitato grandi interesse tra i partner occidentali, troppo impegnati al momento nella difesa dell'Euro. Come sempre l'occidente fa una politica reattiva invece che pro-attiva. Nel 1990 Den Xiaoping fece un'importante dichiarazione: "L'occidente ha i capitali la Cina ha i metalli rari". E da allora Pechino lavora pazientemente ed inesorabilmente al loro potenziamento.


fonte articolo 'Il Caffé'
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sabato 25 dicembre 2010

Natale di Bruno Zapparrata

Buon Natale a tutti gli Amici del blog. ros.

(Presepio napoletano del 1700)
















NATALE


Nu suono 'e zampogne saglieva d''e vvie,
spannenno pe ll'aria 'o sapore 'e nnucenza,
'a nonna metteve ddoie pigne ò vrasiere,
vulava p''a casa l'addore d''o ncienzo...
Suvero 'e legno, 'o nonno nchiuvava,
rocce, sagliute, 'a grotta, na scesa,
cu quanta pacienza 'a colla squagliava
pe farce 'o Presebbio: Quant'angele appise...
E nuje piccerille aspettavemo 'a festa,
che doce 'a nuvena vicino 'o camino...
nuvena 'e nu tiempo, sparute so' 'e suone,
che malincunia, so' mute 'e zampogne...
'E ccase so' fredde, ce manca 'o calore,
sta sempe appicciato nu televisore,
nzerrate int''e stanze, ognuno va' 'e pressa,
stracciato 'o ricordo d''a tombola e 'a Messa...
..............
Campana a ffesta, nasce 'o bammimo,
luce na stella, Natale addo' sta'...
vola penziero, cammina, cammina...
tuorne cu 'e suonne a tant'anne fa...

Traduzione letterale e non poetica della poesia NATALE di Bruno Zapparrata Siae 88488 da Tu Malincunia ed. Del Delfino 1987


Un suono di zampogne saliva dalle strade.
spandeva nell'aria il sapore dell'innocenza,
la nonna arrostiva due pigne nel braciere,
volava per casa l'odore dell'incenso...
Sughero e legno, il nonno inchiodava,
rocce, salite, la grotta, una discesa,
con quanta pazienza la colla squagliava
per farci il presepe, quanti angeli appesi...
E noi piccolini si aspettava la festa,
che dolce la novena accanto al camino,
novena di un tempo, spariti ormai i suoni,
che malinconia, sono mute le zampogne...
Le case sono fredde, ci manca il calore,
ed è sempre acceso un televisore,
chiuse le stanze, ognuno va di fretta,
stracciato è il ricordo della tombola, della messa...
........
Campana a festa, nasce il Bambino,
luce una stella ma Natale dove sta'?
vola pensiero, cammina, cammina...
torna con i sogni a tanti anni fa......


Questa è una lirica cosi' semplice che si spiega da se, pero' se vogliamo addentrarci in qualche considerazione allora c'è da scrivere.
Per chi come me ha visto la guerra subendola, sa' cosa era il Natale di una volta con le sue strette tradizioni tra il sacro edil profani, infatto le dominazioni spagnole di pagano ci hanno lasciato ancora un forte retaggio che con il sacro non ha nulla a che vedere, comunque la tradizione del presepe napoletano è unica nel mondo ed il più bello opera di grandissimi maestri è conservato nel museo di San Martino sulla Collina Vomerese e si tratta del Presepe napoletano, avente nel sacro anche tutti i mestieri dell'epoca raffigurati nelle varie esposizioni. Natale lo si aspettava per quell'atmosfera che vedeva riuniti una volta all'anno tutti i familiari e quando qualcuno mancava per altri impegni era tremendo e i piccoli vivevano questa atmosfera, davanti al braciere, davanti al camino, dove c'era sempre una pigna che ardeva profumando tutto l'ambiente d'incenso ed in genere, la sera della Vigilia si usava la cena del Cavalcanti, con molte portate ma semplicissima ma che divertiva e teneva legati tutti alla tavola aspettando la mezzanotte semmai giocando a tombola. Al riconrdo di queste cose semplici viene spontaneo il termine di paragone dell'era moderna dove tanti valori non esistono più ed il cinismo ha preso il sopravvento. Natale esiste ancora ma ha perso quella sacralità di una volta, sembra che sia una "routine" dell'anno e nulla più, e solo corsa ai regali ed al consumismo.
Grazie a tutti coloro che interverranno. Grazie a Rosalba, Bruno Zapparrata.



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venerdì 24 dicembre 2010

Se il Natale affoga nel trionfo del mercato di Enzo Mazzi

Può apparire inopportuno parlar di Natale sul manifesto, disteso com’è nella vignetta di Vauro sul lettino di rianimazione, moribondo per i colpi di Babbo letale Tremonti. Ma non è affatto inopportuno. Perché Natale vuol dire «rinascita» oltre ogni speranza: dal «no future» al «new future». La cosa vale per tanti luoghi della lotta sociale, piazze, tetti, ciminiere, fabbriche e scuole occupate dove inevitabilmente la potente simbologia della rinascita legata al Natale viene intrecciata con i motivi della lotta riaccendendo il fuocomorente della speranza. È sempre stato così. Perché prima che essere una festività religiosa il Natale è un simbolo, anzi un insieme complesso di simboli legati al senso della rinascita perenne. Come tale mantiene una potenza che si radica sia nel tempo lontano della millenaria evoluzione culturale, sia nel profondo, perché sgorga dall’inconscio, ne rivela i segreti, conduce alle origini più nascoste che motivano l’esistenza.
Questo senso simbolico può alimentare la speranza in una situazione sociale e politica di totale disperazione per molti? Val la pena di spendere qualche spunto di riflessione. L’inafferrabilità e la misteriosità del nostro essere crea in noi un senso di angoscia che tentiamo di elaborare attraverso appunto l’espressione simbolica. Tutto ciò che può richiamare il perenne nascere e rinascere dell’esistenza e della vita, oggetti, eventi, relazioni, è stato assunto nel corso deimillenni come strumento per dare senso. Non sappiamo da dove veniamo e non sappiamo dove andiamo e ci affidiamo al costante rinascere del sole che richiama la rinascita perenne come anima del cosmo intero. Altro esempio sono i cicli dell’albero il quale fin da tempi antichissimi diviene simbolo di vita in continua evoluzione. Il grande antropologo romeno Mircea Eliade attribuisce al simbolo dell’albero ben sette diverse interpretazioni, tutte articolate intorno all’idea di cosmo vivente in perenne rigenerazione. Il Natale cristiano nasce su questa linea millenaria di creazione simbolica. I racconti evangelici dell’infanzia di Gesù sono mitici, non storici. Non narrano fatti realmente accaduti. Gesù ad esempio quasi certamente non è nato a Betlemme, non in una stalla, e via di questo passo. I racconti evangelici dell’infanzia offrono simboli. Essi portano l’eco di reali ansie, esperienze e progetti di vita delle comunità cristiane della fine del primo secolo. Di fronte alla morte in croce e al fallimento di tutte le loro attese di giustizia questa povera gente cerca di nuovo un senso alla propria esistenza alimentandosi ai simboli antichi della rigenerazione: tutto è vita, tutto muore e tutto rinasce.
Poi viene la Chiesa del potere imperiale che trasforma la nascita e la morte e la resurrezione di Gesù in un progetto divino di salvezza universale trascendente, ma senza riscatto storico. E nascono due percorsi paralleli del cristianesimo: quello del potere e quello dei movimenti di base. A volte in conflitto, a volte intrecciati fra loro.
È così che il sogno, il dolore e la volontà di riscatto e di liberazione delle prime comunità cristiane hanno dato nei secoli anima e senso alla gioia festosa del Natale. Ma oggi che il sogno e il riscatto sono al lumicino e che il Natale affoga nel trionfo del mercato diventando una festa senz’anima, vale ancora la pena di guardare l’altra faccia, quella vitale e generativa, tenuta viva nei secoli da un cristianesimo ribelle? Interessa a qualcuno: a studenti, precari, disoccupati, senza
speranze? Oppure è solo archeologia? Si può abbandonare completamente la presa su una simbologia così potente? Forse no.
Anche noi, Comunità dell’Isolotto, in solidarietà con tutta questa umanità resistente e il manifesto, proviamo ancora una volta a vivere creativamente il Natale nella Veglia che faremo alle Baracche dell’Isolotto di Firenze, a partire
dalle 22,30 di oggi.

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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Due direttori, tre padroni di Marco Travaglio

(vignetta nonleggerloblog)

Doppio regalo di Natale per i lettori berlusconiani: a Libero, non bastando Belpietro, arriva pure Feltri; al Giornale, invece, resta Sallusti. Tutto a causa dell’eterna transumanza di Littorio, che non riesce mai a stare fermo. Nel '90 lascia il Corriere per l’Europeo, dove si porta il suo dioscuro, Belpietro, conosciuto a Bergamo Oggi. Poi si rompe le palle e nel '92 rifonda l’Indipendente con Belpietro. Nel '94 si rompe le palle e va al Giornale con Belpietro. Nel '97 il dioscuro lo tradisce e va al Tempo, intanto Feltri si rompe le palle e lascia il Giornale a Belpietro. Nel 2000, dopo un lungo girovagare, fonda Libero senza Belpietro. Ma nel 2009 si rompe le palle e torna al Giornale, rimpiazzato da Belpietro. Ora si rirompe le palle e torna a Libero, ma con Belpietro. L'altroieri saluta sul Giornale gli sventurati lettori, rimasti nelle mani di Sallusti: “Non lascio questa gloriosa testata per motivi polemici, anzi sono grato” eccetera. Poche ore dopo, dichiara in conferenza stampa: “Sono andato via da un giorno e già il Giornale mi sta sui coglioni”. Libero saluta il ricongiungimento familiare con un sobrio articolo di Francesco Borgonovo, che descrive i Jalisse del giornalismo nostrano come fossero Marx ed Engels: “Come nelle migliori telenovele (sic, ndr), la coppia si rinsalda, l’amore vince sull’invidia e sull’odio. Ed eccoli qua, trent’anni e varie testate (in tutti i sensi) dopo di nuovo insieme, dove meno ce li si aspettava, a Libero”. In effetti ce li si aspettava come minimo all’Economist. Azionisti (10% ciascuno) e direttori (l’uno editoriale, l’altro responsabile, si fa per dire), Littorio e Prettypeter annunciano subito un giornale “così tanto libero da permettersi di essere berlusconiano senza essere di Berlusconi”. Infatti è di Antonio Angelucci, senatore di Berlusconi. “Noi – aggiunge Feltri – potremo essere berlusconiani senza essere pagati da Berlusconi. E saremo gli unici, visto che in Italia tutti sono pagati da lui: chi scrive per Mondadori, chi fa film per Medusa...”. E chi scrive su Panorama, come Feltri. E chi ha un programma su Canale5, come Belpietro. Ma pagati da Pier Silvio e Marina, mica da Silvio. Poi ci sarebbero i fondi pubblici a Libero, che sta in piedi grazie ai parecchi italiani che non lo comprano ma lo pagano lo stesso (7 milioni l’anno fino al 2008, poi s’è bloccato tutto: persino la Presidenza del Consiglio dubita che Libero ne abbia diritto). Ma ora Belpietro vi rinuncerà di certo, diffidando il governo dal seguitare a erogarli: nel 2008, infatti, attaccò Littorio su Panorama per i “ 39 milioni in 7 anni” percepiti da Libero a spese dei contribuenti grazie al “furbo espediente” con cui si è travestito da “supplemento di Opinioni nuove, bollettino del movimento monarchico”, ergo “paga Pantalone”, dunque “Feltri si arrampica sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice”. La rinuncia insomma s’impone. Sennò si potrebbe insinuare che i Jalisse della penna dirigano un giornale nato da “un furbo espediente” e sono talmente liberi da avere tre padroni: Angelucci, Berlusconi e Pantalone. Al Giornale, per la dipartita di Feltri ma soprattutto per il permanere di Sallusti, si teme un calo di copie. Per arginarlo, zio Tibia fa una pagina d’intervista a Ostellino, noto trascinatore di folle, e minaccia di riprendersi pure le mèches di Facci (di cui Feltri ebbe a dire: “Cestinare un suo articolo non è censura, è un’opera buona”). Feltri gli rende pan per focaccia portandogli via il vice, Massimo de’ Manzoni, dal cognome francamente eccessivo. Intanto, su Libero, primo scoop mondiale: “Belpietro intervista Feltri”. Seguirà: “Feltri intervista Belpietro”. Poi, sulle orme della Fallaci, “Belpietro intervista Belpietro” e “Feltri intervista Feltri”, fino all’intervento degli infermieri. La rassegna stampa dell’Istituto Treccani saluta il ritorno di fiamma di Gianni e Pinotto con un lapsus freudiano: “II ‘nuovo’ Libero di Feltri e Belpietro: più commenti, meno pagine e una forte fecalizzazione sul digitale”.

Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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FELTRI-BELPIETRO, stile Libero di Alessandro Robecchi

giovedì 23 dicembre 2010

Leccando da Vinci di Marco Travaglio

Pensate, oggi è stato il giorno più buio degli ultimi 400 anni. Ma a portare un po’ di luce qui nello studio è venuto, e lo ringrazio, Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio. Questo è un regalo che ci fa e la ringrazio davvero!”. Nemmeno Ugo Fantozzi quando siede dinanzi al megadirettore galattico su una sedia che non c’è, nemmeno Giandomenico Fracchia quando si accascia dolcemente sulla poltrona a sacco, avrebbero saputo studiare un benvenuto così virile e urticante per il loro padrone. Ma Alessio Vinci, giornalista all’ameregana, molto anglosassone per il suo passaggio alla Cnn che non ha lasciato in lui alcuna traccia sensibile, sì. L’altra sera, al cospetto del suo editore, nei rari intermezzi concessigli fra un’esternazione fluviale e l’altra per pigolare qualche monosillabo, ha saputo mantenere una postura orgogliosamente eretta, quasi eroica, ai limiti della temerarietà. Fin dal benvenuto d’esordio, versione aggiornata del più celebre “Duce, tu sei la luce”. Durante i 100 minuti di intervista, poi, mentre il padrone esondava con una curiosa aureola arancione, color antiruggine, pittata sulla fronte levigata di fresco, il capino di Alecco Vinci sottolineava ogni balla spaziale con un cenno di assenso simile a quello dei cagnolini di peluche che fanno sì con la testa sulle auto. Le palle di Natale del Cainano le han già copiosamente riferite tv e giornali. Ma, per dare l’idea del grave sprezzo del pericolo mostrato dal nostro eroe, ecco un’antologia delle domande più aggressive. Prima botta: “Presidente, le elezioni ormai non le vuole più nessuno, è così?”. Colpo sotto la cintola: “Come va il suo sforzo di allargare la maggioranza? Casini ha fatto un’apertura significativa”. Gancio destro: “Il presidente Napolitano è stato chiaro, ci vuole stabilità, preferisce che il governo finisca la legislatura, ha mandato messaggi molto chiari”. Montante sinistro: “Fini dice che la legislatura può durare, sembra quasi una marcia indietro”. Uppercut micidiale: “Lei esclude che chi ha fatto il salto verso il governo voglia le poltrone?”. Alabarda spaziale: “In Europa, io lo so bene perché vengo dalla stampa estera che non è mai stata tenera con lei, dopo il voto ci sono stati molti articoli a suo favore, è una notizia!”. Lame rotanti: “Wikileaks: la Clinton ha cercato di capire meglio i suoi rapporti con Putin. Forse c’è un po’ di timore, un po’ di dubbio?”. Maglio perforante: “Quindi non c’è niente di male a essere amici con questi leader?”. Bomba al napalm: “Lei accetta il sostegno di Casini per la stabilità chiesta da Napolitano?”. Missile terra-aria: “Mi sono rivisto decine di volte un filmato prima della fiducia alla Camera in cui lei e Casini vi scambiate carinerie. Casini ha detto che parlavate di capelli e donne, ma ho capito dal labiale che lei gli ha sussurrato all’orecchio ‘Ti voglio bene’. È così? Gliel’ha detto?”. Assalto all’arma bianca: “Ci dia un’anticipazione sul nuovo nome del partito, è corto o lungo? Una parola sola? Silvio!”. Affondo di baionetta: “Le posso chiedere che cosa pensa degli studenti che manifestano? Protesta ideologica? Forse la riforma non è stata spiegata bene? Deficit di comunicazione?”. Placcaggio sleale: “L’antiberlusconismo è la sua arma migliore, il suo elisir di lunga vita?”. Sgambetto a tradimento: “Qual è l’attacco che le fa più male? Ci sono un sacco di attacchi alla sua vita privata: le han fatto più male rispetto agli altri?”. Bombardamento finale: “Lei comunque non nega di aver invitato giovani ragazze a cena, non c’è niente di male... Ogni volta che sente un leader della sinistra, sorride: la mettono di buonumore? Se la Consulta dovesse votare contro il suo scudo giudiziario lei cosa farà? Quando si parla di questo tema lei si scurisce in volto... Presidente, è possibile un processo giusto, oggi, a Silvio Berlusconi? Ha acquistato Cassano? Ora non vorrei si dica che ho fatto tutta la puntata a suo favore”. Ora la vittima giace esanime al tappeto. Vinci la finisce col colpo alla nuca: “Grazie Silvio Berlusconi, grazie di essere venuto qui a Matrix, l’aspetto presto di nuovo, grazie!”.


Fonte articolo 'Il Fatto Quotidiano'
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mercoledì 22 dicembre 2010

Palazzo Madama: 'Blocchiamo la farsa' di Norma Rangeri'

Seduta sullo scranno più alto del senato, la furia della vendetta ha mostrato a tutto il paese come è ridotta la democrazia parlamentare. La vicepresidente del senato, Rosi Mauro, la donna simbolo della Lega, ieri ha messo in scena una pantomima indecorosa del dibattito sul disegno di legge Gelmini. Un guazzabuglio di norme contraddittorie, riconosciuto dalla stessa ministra che infatti chiede di risolvere tutto nel decreto mille proroghe di fine anno.
Alla farsesca conduzione delle votazioni di palazzo Madama potremmo affiancare l’altra indecente istantanea della giornata: il ministro Bondi che fa il "pianista" votando per l’amico assente, il collega Sacconi. Lo stile di questi personaggi sottolinea la violenza (la violenza) delle istituzioni, le stesse che chiedono ai ragazzi di non arrabbiarsi troppo quando scendono in
piazza contro chi ha deciso di distruggere l’università italiana. L’incidente di percorso è il segno del marasma politico della maggioranza, la cifra di un autoritarismo straccione che pretende di dettare legge a un’intera generazione che difende il diritto costituzionale allo studio.
Nel giorno in cui l’Istat sforna le cifre record della disoccupazione italiana, con il 24,7 per cento dei giovani senza lavoro, chi ha nella mente un altro mondo dovrebbe accettare di subire il diktat di chi ha condotto l’Italia sul piano inclinato della crisi sociale. No grazie, tutti oggi di nuovo in piazza, da Palermo a Torino, per darsi una speranza, non solo la propria. Lo dimostra la sintonia con gli operai della Fiom nella battaglia per i diritti e nella richiesta di uno sciopero generale.
E’ una boccata d’aria per tutti, e dovrebbe sbrigarsi ad aprire porte e finestre quel partito democratico lento a capire la posta in gioco, sensibile alle sirene del "merito" e pronto a mortificare, sull’altare della "modernizzazione", il principio dell’uguaglianza.
Gli unici benpensanti in questo momento sono gli studenti che si rivolgono al presidente della repubblica perché non firmi la legge. Chiedono un gesto politico alla sola istituzione con la testa fuori dalla palude berlusconiana. Spiazzano tutti
mettendo fiori nei caschi per distribuirli davanti la Camera e così isolare gli untori ministeriali dello scontro di piazza. Loro, i ragazzi, non sono in vendita anche se esibiscono cartelli con la scritta "vendesi" mimando la corruzione morale del mercato parlamentare. Hanno vent’anni, non si fanno incastrare in vecchi cliché, vogliono tenere il campo a lungo per vincere la partita.
Alla sinistra viene offerta l’occasione di ritrovare il senso di una battaglia generale. Non solo contro Berlusconi e l’ossessione ideologica della Gelmini, ma, ancor di più, contro «un’apocalisse culturale» come scrive Marco Revelli a proposito dell’arretratezza in cui è sprofondato il sistema-Italia.
Il protagonismo degli studenti trascina e coinvolge la generazione dei nativi berlusconiani, cresciuti nel ventennio del sogno mediatico. Ora bucano lo schermo e presentano il conto.


LETTERA A NAPOLITANO: 'Presidente non firmi la legge'

Presidente,
siamo le studentesse e gli studenti della Sapienza in mobilitazione da due anni in difesa dell'Università e della Formazione Pubblica. In questi ultimi mesi sono stati occupati quasi tutti gli atenei, abbiamo occupato i monumenti, ci siamo riuniti nelle assemblee, siamo saliti sui tetti, abbiamo invaso le strade e bloccato le città, tutto per far sentire la nostra voce al paese e bloccare la riforma. (...) Siamo andati a protestare davanti al Senato e alla Camera, abbiamo assediato il governo nel giorno della sua «sfiducia», senza cercare lo scontro ma il confronto, cercando di farci sentire da chi si è barricato all'interno della zona rossa, limitando il nostro diritto al dissenso. (...) Ci rivolgiamo a Lei, Presidente della Repubblica Italiana, in quanto garante della Costituzione di questo Paese, ponendo alla Sua attenzione la responsabilità politica del governo nella scelta di smantellare definitivamente i principi democratici sanciti dalla nostra carta costituzionale. Se porrà la Sua firma al disegno di legge Gelmini Lei sancirà la cancellazione del Diritto allo Studio, uno dei diritti fondamentali della Costituzione intesa come patto fondante della nostra società, che garantisce equità e democrazia.
Noi non siamo disposti a renderci complici del processo di restaurazione di uno stato autoritario, corrotto e autoreferenziale, che garantisce diritti e privilegi a pochi potenti a danno del resto della società. Si renda anche lei indisponibile a questo disegno eversivo: non firmi, sarà così in piazza anche Lei al nostro fianco!
Studenti e studentesse in mobilitazione della Sapienza

Fonte articolo 'Il Manifesto'
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